lunedì 31 luglio 2023

I migliori della vita: Bruce Springsteen, Tunnel of love (1987) - parte uno



Ho inaugurato questa rubrica nel 2008. Dire che si tratti un appuntamento senza frequenza fissa è usare un eufemismo, se è vero com'è vero che in quindici anni ho pubblicato solo 17 post, di cui, peraltro, la maggior parte nei primi due. L'aspetto bizzarro della cosa è senza dubbio l'assenza di un album di Springsteen nella lista di quelli trattati, in considerazione del rapporto simbiotico che per molti anni ho avuto con l'artista.

Comunque. Avevo deciso che il primo "springstiniano della vita" avrebbe dovuto essere Born in the USA, non il mio preferito, ma quello che ha l'indubbio merito di aver spalancato all'allora adolescente di periferia un portone - che non si è mai chiuso -  sul rocker di Freehold, NJ. Invece, per tutta una serie di ragioni perlopiù strettamente personali, che non starò qui ad approfondire, ho scelto Tunnel of love, probabilmente il lavoro in assoluto più intimo di Bruce.

Cominciamo da lui, The Boss. Uno degli aspetti che faceva dannare i fans di quell'epoca era il rigore, l'etica e la maniacale serietà che egli aveva (aveva) rispetto alla propria produzione. Una pignoleria che lo portava a scrivere e registrare decine e decine di pezzi per disco, da cui ne selezionava i canonici 8-12 da incidere e pubblicare. Questa, soprattutto nei primi tre lustri di carriera, era la regola, e noi lì a chiederci come potevano non essere divulgate tracce meravigliose (o almeno così le ritenevamo, condizionati dal mistero che le avvolgeva e da chi ce le raccontava sulle riviste) che eravamo "obbligati" a cercare affannosamente nei bootleg, manco fossero il sacro Graal.

Nel 1985, con il secondo leg del tour di BITUSA, quello che uscì dagli States per toccare gli stadi soprattutto europei, il mondo intero scoprì Bruce Springsteen. Non era la prima volta che il Boss usciva dal suo Paese (se dovessi credere a tutti quelli che sostengono di averlo visto a Zurigo nel 1981, quello stadio sarebbe dovuto essere grande come due Maracanà di Rio), ma qui le dimensioni delle location scelte per soddisfare l'enorme domanda di biglietti esplosero definitivamente tipo uno a dieci. Il successo nel vecchio continente raggiunse un tale livello che Born in the USA non bastava più a saziarlo e tornarono addirittura in classifica album come Darkness on the edge of town e/o Born to run.

Dunque, Bruce era in turnè mentre si scatenava la springsteenmania, e io sono certo che quelli della Columbia, la sua casa discografica, si stessero mangiando le mani, pensando ai soldi che avrebbero potuto fare pubblicando un nuovo album, se solo fossero riusciti ad avere l'assenso di quel folle a mettere le mani nei suoi archivi. 
Sarebbe andata bene qualcosa, qualunque cosa. 
E Bruce, volendo, un disco di altissima qualità, con le stesse sonorità di Born in the USA, quindi rock and roll, introspezione e critica sociale, avrebbe potuto assemblarlo in trenta secondi e senza muovere il culo da qualunque camera di hotel lo stesse ospitando in quel momento, grazie allo sconfinato repertorio di outtakes pronte all'uso che aveva, anche limitandosi ai più recenti scarti di BITUSA e Nebraska (per gli onanisti: My love will not let you down; Frankie; Shut out the light; Man at the top; Lion's den; Janey don't you lose heart; This hard land; Pink cadillac; Murder inc.; Sugarland; Stand on it; TV movie; The big payback, giusto per citarne una manciata ). 
Ma per lui quella parte di espressione artistica era chiusa, l'ispirazione come vedremo lo stava portando in altri lidi, e quello Springsteen lì non avrebbe mai fatto qualcosa che andasse contro la sua integrità artistica (quello Springsteen lì). 

Tornato a casa dopo un anno in giro per mezzo mondo, Springsteen si concentrò sulla sua vita privata. A trentasei anni non aveva una relazione sentimentale stabile. La più nota era stata con la fotografa rock Lynn Goldsmith, ma insomma, fino a quel momento, aveva costantemente anteposto la sua musica a qualunque altro aspetto di vita privata.

Sorprendendo un pò tutti, il rocker della porta accanto, quello che non aveva mai smesso di frequentare il territorio natale fuggendo dunque dalla vita della star, si accasa con una modella (con aspirazioni da attrice), Julianne Philips, di oltre dieci anni più giovane e, assieme a lei, superando la sua proverbiale riservatezza, posa per le maggiori riviste popolari e di gossip. Il matrimonio durerà solo un paio di anni, proprio il tempo che serve al Boss per tornare a pubblicare un album di inediti, a tre di distanza dal precedente clamoroso successo di Born in the USA. E' il 9 ottobre 1987 e nei negozi arriva Tunnel of love, una raccolta di canzoni meravigliosamente contraddittorie che rappresentano la più brutale, spietata, onesta, pubblica terapia di autoanalisi che Springsteen abbia mai fatto (e mai farà).

Basta analizzare i dischi fin a quel momento pubblicati per rendersi conto di come a Springsteen non piacesse restare fermo sulla stessa modalità espressiva, e pur tuttavia, anche con questa consapevolezza, più di un ascoltatore restò spiazzato mettendo per la prima volta la puntina sul vinile di Tunnel of love, per la prepotenza con cui emergeva la volontà di cambiamento di uno Springsteen che, dopo oltre dieci anni (al netto della parentesi di Nebraska) di esaltante, ma anche limitante convivenza con la E Street Band, guardava decisamente altrove.

L'intento di Bruce di affrancarsi da un pattern che l'aveva imprigionato in una gabbia dorata emerge cristallino già solo leggendo i crediti del disco, laddove apprendiamo che il Boss si cimenta in tutti gli strumenti, e i singoli membri della storica band fanno solo occasionalmente capolino nell'esecuzione dei brani, senza peraltro spiccare con il proprio brand stilistico, al punto da poter tranquillamente affermare che se invece di loro a suonare fossero stati dei session men, nessuno se ne sarebbe accordo. Non lo capimmo subito, ma si trattava per la Band di un avviso di sfratto, che si materializzerà subito dopo la fine del tour del 1988.

E il segnale anche simbolicamente più eloquente di questa rivoluzione è rappresentato dall'assenza, nelle dodici composizioni, del sax di Clarence Clemons, fino a quel momento presenza iconografica, irrinunciabile del wall of sound springstiniano, un climax identitario saccheggiato da molti wannabe ottantiani. Il gigante afroamericano è infatti malinconicamente relegato nemmeno in panchina, ma in tribuna, da dove si alza senza stringere tra le mani il suo strumento, per i cori di un'unica canzone (When you're alone). Agli altri non va molto meglio. La maggior parte di ciascuno dei dodici brani presenti sul lavoro vedono infatti la presenza di uno, al massimo due componenti della E Street, e quasi sempre si tratta dei soli Weinberg (batteria) o Danny Federici (tastiere). Un cambiamento che riverbererà anche sul tour mondiale a seguire, con il vecchio gruppo che farà più di un passo indietro sul palco, diviso per la prima volta con una sezione fiati e una batteria di coriste. 

Ma lo spleen dello struggimento sentimentale, dei dubbi esistenziali che attraversano Springsteen, solidi fili conduttori dell'album, può essere sintetizzato efficacemente in due momenti che la musica si limitano a lambirla, divisi temporalmente solo da pochi mesi , vale a dire il tempo che intercorre tra ottobre (release del disco) e giugno (pubblicazione di Tougher than the rest, quarto singolo estratto). Con l'arrivo nei negozi, al tramonto del 1987, di Tunnel of love, l'ultima riga della canonica lista dei crediti riporta un minimale, incerto, imbarazzato, maldestro, quasi autoimposto tributo alla neo-moglie ("Thanks Juli"), ma poco dopo, con la diffusione del video di Tougher than the rest, emerge in tutta la sua evidenza il passaggio di mano del cuore del rocker, che si manifesta attraverso un eloquentissimo e quasi erotico scambio di sguardi con Patti Scialfa durante l'esecuzione del pezzo.

Nel frattempo, da questa parte del mondo, io vivevo la mia prima relazione sentimentale importante, avevo finalmente patente e auto (tanto per saldare ulteriormente l'immersione con uno dei temi springstianiani più abusati) e sperimentavo per la prima volta (non l'ultima, ca va sans dire) l'ansia da fanboy per l'attesa di un nuovo lavoro del mio cantante preferito, con tutto ciò che questo comporta: la famelica ricerca di notizie, aggiornamenti (è superfluo ricordare che internet non esisteva), informazioni di qualunque genere sull'album e sulla sua data di uscita. Ricordo per esempio che l'anticipazione più diffusa vedeva Bruce apprestarsi a pubblicare un disco country. 

Tunnel of love un disco country tout court non lo era, tuttavia... 

(continua qui)




lunedì 17 luglio 2023

Elvis (2022)


Il mito di Elvis Presley, una delle più ingombranti icone pop del novecento, con flash della fanciullezza, l'esplosione nel 1956, le polemiche, il famoso '68 comeback, il declino, la morte. 

Ho ridotto all'essenziale la sinossi perchè, tanto, cosa c'è da dire sulla trama di un biopic (l'ennesimo, questo sì è da sottolineare), su Elvis? 
L'approccio cinematografico ipertrofico e caleidoscopico di Baz Luhrmann (regista che ho molto amato per il suo Romeo + Juliet) è noto, e per certi versi era la persona più adatta per riproporre una storia masticata e rimasticata più volte. 
La sua scelta è quella di far raccontare la vita del King da quello che ci viene indiscutibilmente presentato come il villain della storia: il colonnello Parker (interpretato da Tom Hanks), che sfrutta fino allo sfinimento psicofisico, spesso attraverso subdoli ricatti morali, il suo artista, soprattutto quando Elvis vorrebbe dare una svolta alla sua carriera con, ad esempio, un tour mondiale, affascinato dal successo di Led Zeppelin e Rolling Stones. 
E' sicuramente inusuale che la figura negativa del film (il Colonnello ci viene mostrato come un cinico e crudele affarista, responsabile diretto del decadimento di Presley, e quindi della sua morte) faccia anche da Caronte e ci conduca in questo viaggio prima esaltante (gli esordi) e poi tragico, con gli ultimi anni in cui il Re del Rock and Roll è sostanzialmente prigioniero di una residence (una serie infinite di show) a Las Vegas. 

Il primo atto del film è probabilmente il migliore, con la sceneggiatura che celebra il giusto tributo a tutta la musica nera (soul, gospel, errebì e blues) che Elvis, bianco in un area quasi totalmente afroamericana, ha respirato da fanciullo. E' citato il suo rapporto fraterno con B.B. King, Sister Rosetta Tharpe, Mahalia Jackson e le forti influenze di Blind Lemon Jefferson, Fats Domino e Little Richard. A formare il suo modo per l'epoca incendiario di stare sul palco la frequentazione dei locali per soli neri (all'epoca era ben salda la segregazione razziale) e, strano a dirsi, le chiese. In tutto questo non ci si può esimere dall'apprezzare la caratterizzazione di Austin Butler del King, al netto di un problema: forse per una eccessiva forma di rispetto verso il Mito, Butler offre allo spettatore sostanzialmente sempre la stessa immagine di Presley, nonostante l'originale Elvis fosse, nei settanta, appesantito com'era, la tragicomica controfigura di se stesso.

Probabilmente tutto il budget di trucco e parrucco è stato destinato al personaggio di Tom Hanks, con effetti, a mio avviso, inversamente proporzionali allo sforzo profuso, se, a tratti, si sfiora la comicità involontaria e se il suo colonnello assomiglia al Pinguino di Batman, nella versione di Danny De Vito. 

Il giudizio del film oscilla su questi aspetti. Va dall'esaltazione eversiva, quasi punk del primo atto (fino alla "punizione" del servizio militare), alla descrizione di un personaggio troppo monodimensionale (il col. Parker, appunto) fino ad un indigesto e poco credibile melodrammone finale. E' cristallina la volontà di Luhrmann di ricondurre il mito alle sue origini musicali, restituendo così un ruolo centrale a tutta la comunità nera proto rock 'n roll  dei primi cinquanta, e in questo l'operazione non solo è riuscita ma sacrosanta. C'è, d'altra parte, una forma di deferenza assolutoria, agiografica, sulla figura, in realtà controversa, del King, che contamina un pò il tutto. 

Elvis resta comunque una produzione importante, mai come in questo caso da vedere per farsi una propria opinione personale.


Sky

lunedì 10 luglio 2023

Le mie cose preferite di maggio e giugno 2023

ASCOLTI

Iggy Pop, Every loser
U2Songs of surrender
Metallica72 seasons
Steve Earle and The DukesJerry Jeff
Van MorrisonMoving on skiffle
L.A. Guns, Black diamonds
Lucinda Williams, Storeis from a rock 'n roll heart
Planxty, Aris
Raven, All hell's breaking loose
Meshell Ndegeocello, The omnichord real book
Gov't Mule, Peace...like a river
John Mellencamp, Orpheus descending
Jason Isbell and The 400 Unit, Weathervanes
Vomitory, All heads are gonna roll
Ben Harper, Wide open light
Winery Dogs, III
Robbie Fulks, Bluegrass vacation
The Interrupters, In the wild
Def Leppard, Drastic symphonies
The Tossers, S/T
Extreme, Six

MONO

System of a down
John Fogerty
Faith No More


VISIONI

Queen & Slim (3,5/5)
Beau ha paura (4/5)
Boiling point - Il disastro è servito (3,5/5)
Outrage Beyond (3,5/5)
Outrage Coda (3,5/5)
The losers (2/5)
Operation Fortune (2,5/5)
One way (2022) (3/5)
Tetris (1/5)
Yaksha (3,25/5)
Villetta con ospiti (2,75/5)
Air - La storia del grande salto (2,5/5)
Masquerade - Ladri d'amore (2,75/5)
Mon crime - La colpevole sono io (3,25/5)
Tre fratelli (3/5)
The forgiven (2,5/5)
I Guardiani della galassia, vol. 3 (3,5/5)
Fractured (3/5)
Ida Red (3,5/5)
American gigolò (3,75/5)
Dov'è la tua casa (3/5)
Io confesso (3,5/5)
Quel pomeriggio di un giorno da cani (4/5)
Le buone stelle (3,25/5)
Tra due mondi (3,75/5)
Le jene di Chicago (3,75/5)
Sharper (2/5)
Son of no one (2/5)
Grazie ragazzi (2,5/5)
Paura in palcoscenico (3,5/5)
Flamin' hot (1,5/5)

VISIONI SERIALI

Save me (3,5/5)
The last of us (3,25/5)
Beef - Lo scontro (3/5)
Killing Eve (2,5/5)
Ted Lasso, 2 (3/5)

LETTURE

Fedor Dostoevskij, Il giocatore

lunedì 3 luglio 2023

Recensioni capate: Air - La storia del grande salto (2023)

Compiaciuto atto di autoerotismo sul "modello" della società capitalista USA, Air - La storia del grande salto è intriso di prosopopea americana, delle sue regole, delle sue parole d'ordine (celebrate con enfasi nel decalogo del successo della Nike). Qui almeno c'è una regia (Affleck) e un cast di livello (Damon, Davis, lo stesso Affleck, Bateman con parrucca improponibile, la Davis) che forniscono un'ottima prova, la sceneggiatura scorre e il film ha un ritmo accattivante. Poi, oh, alla fine è sempre la solita storia, sovrapponibile a tante altre già viste (l'ultimo Flamin' hot, su Disney Plus, ad esempio).

Prime Video

lunedì 12 giugno 2023

Recensioni capate: Rattlesnake Milk, Chicken fried snake (2022)



Texani di Lubbock, al terzo album, i Rattlesnake Milk dopo un inizio cowpunk si registrano dentro un mood sonoro meno anarchico, ma che resta, nelle liriche, fermamente ancorato a tematiche ribelli, propriamente outlaw. Si viaggia pertanto dentro storie borderline, di vite alla deriva, di pistole, famiglie disfunzionali e, ovviamente whiskey e vite di strada. Il sound è cementificato con la slide guitar (di Andrew Chavez) che già di per sè ha il sapore ferroso della strada, della sabbia, della sconfitta. Ci canta sopra Sean Lewis e bastano un paio di strofe, ad esempio di On the road o di .38 special, per realizzare che dalla sua ugula non potranno mai uscire versi zuccherosi e spensierati. Un disco che può far affiorare apparentamenti con le cose soliste di Mark Knopfler, ma che suona più fresco, urgente ed autentico della roba dell'anziano ex leader dei Dire Straits. Unica pecca, ma per altri può essere un valore, un brand, la monoliticità dei pezzi, che quando arrivi alle ultime tracce può saturare un pò. Gran bel disco, anyway.

giovedì 8 giugno 2023

Recensioni capate: Tra due mondi (2021)

Tra due mondi è senza dubbio un film anomalo. Girato dallo scrittore Emmanuel Carrere (Limonov), tratto dal libro denuncia di Florence Aubenas sulle condizioni di lavoro del sottoproletariato francese e fortemente voluto dalla protagonista Juliette Binoche, sostanzialmente unica attrice professionista del cast, il progetto avrebbe potuto trovare più di un ostacolo sulla sua strada. Invece, al netto di qualche incertezza, la pellicola raggiunge il suo obiettivo, che non è solo quello di mostrarci senza pietismi la vita precaria, stremante e senza speranza di un gruppo di lavoratrici delle pulizie, e quindi ragionare ancora una volta sugli effetti del capitalismo, ma quello di evidenziare le enormi, incolmabili differenze (di classe) di due mondi, persino con chi (la Binoche, la cui protagonista è un'esponente dell'intellighenzia di sinistra), del mondo di sotto entra a far parte per un periodo, ma con secondi fini. In questo senso il finale del film, amarissimo, è semplicemente perfetto.

Sky Cinema

lunedì 5 giugno 2023

Guardiani della galassia vol. 3 (2023)


Da tempo ho perso qualunque tipo di interesse per le produzioni del Marvel Cinematic Universe. Sarà sicuramente perchè ormai ho una certa, ma non si può ignorare l'evidente  caduta a picco del livello qualitativo dei film, deflagrata, a mio avviso, dopo Avengers Endgame in una ridicola farsa nella quale il bilanciamento tra epica, dramma e, appunto, demenzialità è definitivamente saltato verso quest'ultima. E, a mio, avviso, la "responsabilità" di questa deriva è indirettamente da attribuire proprio a James Gunn, che, dieci anni fa, con il primo capitolo de Guardiani della Galassia ha introdotto nel MCU questa modalità di intrattenimento, da lui ampiamente sperimentata nel corso di tutta la propria carriera, dalla Troma a Super - Attento crimine!!! 
L'errore della Marvel, dopo il successo enorme del primo dei Guardiani, fu pensare che la formula potesse essere replicata da chiunque, come se, e scusate il paragone improprio, bastasse fare un film sulla delinquenza giovanile per replicare il Kubrick di Arancia meccanica. Da qui lo scempio dell'ultimo lustro, e basta riguardare i primi film Marvel (gli Spider-Man di Raimi, gli X-Men di Singer, i primi Avengers, Iron Man, etc. ) per rendersi conto della distanza siderale con gli attuali prodotti usa-e-getta.

Quindi. Non vado più al cinema per i film Marvel. A parte qualche significativa eccezione. Quando cioè dietro al progetto c'è un regista autentico e non un impiegato intercambiabile. Così è stato per il Doctor Strange di Raimi e così è per James Gunn, che chiude meravigliosamente, anche in modo melodrammatico (ma senza rinunciare mai all'ironia) questa storia di una formazione di eroi totalmente improbabile e di quinta fascia ai tempi dei soli fumetti. 

L'incipit chiarisce subito come il taglio del film, a differenza dei due capitoli precedenti, sia orientato alla malinconia, con Rocket che ascolta la depressiva Creep dei Radiohead mentre cammina solitario lungo le strade della città satellite, base dei GDG. Da lì, e nel corso degli eventi della storia, comincia il flashback sulle dolorose origini del procione (sì, procione, e non tasso). Questa è la parte della pellicola in cui Gunn si raccorda maggiormente col gotico, con il filone horror del "dottore pazzo", ma anche con la capacità che aveva la Disney di intenerire con personaggi buffi e deliziosi. Nel farlo arriva chiaro e potente anche il messaggio animalista e anti-vivisezione del regista. Non penso di essere stato l'unico in sala con gli occhi lucidi durante più d'una sequenza. 

Ma, naturalmente, questo "volume 3" è anche in tutto e per tutto un film di Gunn e dei Guardiani, quindi mostroni, battute a raffica, strategie fallaci, colpi di genio, salvataggi non riusciti, intervenenti miracolosi dell'ultimo secondo e una grandissima colonna sonora (un unico appunto: perchè sottoutilizzare la mitologia Badlands di Springsteen? Ci sarebbe stata da dio nella narrazione e non a metà dei titoli di coda). 

Il film, come detto, chiude coerentemente una trilogia di favolosa science fiction, collegata al MCU solo per diritti cinematografici ma per massima parte totalmente godibile anche in maniera indipendente. E, visto che James Gunn ha reciso definitivamente il suo rapporto con la Marvel (farà il vice presidente dell'ambito cinematografico della concorrente DC), sarebbe altrettanto coerente chiudere qui con questi personaggi. Lo scrivo nella consapevolezza che, ovviamente, non avverrà.

giovedì 1 giugno 2023

Warrior Soul, Out on bail (2022)


Dodicesimo album di inediti per i Warrior Soul, o meglio, per Kory Clarke, frontman, singer, songwriter, ormai one man band (o last man standing) del glorioso monicker che ha esordito nel 1990 "riuscendo" nell'impresa di essere sempre disallineato a qualunque trend musicale in voga. Raramente, questa condizione di perenne outsiders, ha comportato affermazioni popolari e/o commerciali e i WS, infatti, non fanno eccezione. 
Ma di questo ho già scritto nei post precedenti sul gruppo, pertanto passo direttamente all'analisi di Out on bail, disco che va in controtendenza rispetto agli ultimi rilasciati, laddove, pur in presenza del riconoscibilissimo marchio impresso dalla voce di Clarke, il sound si era adagiato su un confortevole hard rock mainstream di buona qualità. Con questo lavoro i Guerrieri tornano, inaspettatamente ma con risultati eccellenti, ai loro pattern più originali, alle chitarre acide, le atmosfere lisergiche, alla sospensione del tempo, ad un rock più liquido e meno dritto per dritto, insomma tornano a fare i Warrior Soul, mi sembra non ci siano dubbi a riguardo.

Con We're alive, che apre l'album, è forte la suggestione di tornare indietro di trent'anni (ma senza quella fastidiosa sensazione di autoplagio in cui spesso si incappa quando band spompate "tornano alle origini"), e il viaggio totalmente immersivo nel WS Universe continua quasi senza soluzione di continuità da canzone a canzone, con l'unica eccezione in salsa AC/DC-Motorhead del brano che (curiosamente, dato il suo essere stilisticamente avulso dal resto) dà titolo all'opera. Probabilmente un residuo della doppietta precedente di lavori in studio (Back on the leash e Rock 'n' roll disease).
Assieme alla ripresa del loro sound si riaffaccia prepotente nei testi di Clarke anche la vena polemica, anti-social e anarchica tipica del suo songwriting, che ben si esprime dentro tracce quali Cancelled culture, End of the world o The new paradigm, e anche questa è un'ottima notizia.

Tra l'altro, durante il covid, nemmeno i WS si sono sottratti alla pratica dell'album di cover (Cocaine and other good stuff), che, ad un ascolto distratto, non mi sembra proprio imprescindibile, vedremo se gli concederò altre chance di crescere. 
Out on bail, al contrario, è un appuntamento imperdibile per i fan della band, e un'occasione per approcciarli a chi, colpevolmente, ancora non li conosca.

lunedì 29 maggio 2023

Recensioni capate: The Broken Spokes, Where I went wrong (2021)


A volte sembra basti poco, ma evidentemente così proprio non è, se per ascoltare uno straordinario, genuino honky tonk album bisogna armarsi di santa pazienza e procedere per numerosi, frustranti, tentativi. 
Per fortuna ci sono i Boken Spokes che la tua perseveranza la ripagano per intero, con un ten-tracks sfavillante, dove la distanza qualitativa tra cover classiche (solo due: Driving nails in my coffin' di Enrest Tubb e Honky tonk song di Mel Tillis) e pezzi inediti è azzerata da un songwriting eccelso e un sound che ci ricorda la stretta parentela esistente tra questo stile del country e il rock and roll ma anche tra la redneck music e l'old time di New Orleans (River of blues). 
Un album che letteralmente vola, non solo per la brevità del timing complessivo, ma anche e soprattutto per la non scontata capacità della band di interpretare un genere che ha qualcosa come tre quarti di secolo di storia. 
Irresistibile.

giovedì 25 maggio 2023

Recensioni capate: Queen & Slim (2019)

L'esordiente regista Melina Matsoukas (una lunga gavetta nei video musicali, prevalentemente modern errebì) debutta con un road movie, nel solco della solida tradizione hollywoodiana di genere che prevede una coppia in fuga. Nel caso specifico, i due, di cui non viene mai svelato il nome, interpretati da Daniel Kaluuya (attore feticcio di Jordan Peele) e Jodie Turner Smith (poco cinema prima di questo film, molto dopo), scappano dall'omicidio commesso per legittima difesa ai danni di un poliziotto razzista. Nella loro improbabile fuga verso la libertà (Cuba, ironico, no?) attraversano un'America frantumata e divisa, tra giovani neri pieni di odio e risentimento che li eleggono, loro malgrado, ad eroi e poliziotti, sempre neri, schiacciati tra senso del dovere e coscienza del problema del razzismo nelle forze dell'ordine. Film non impeccabile, ma molto valido. Melina ha un'ottima mano, i paesaggi e le location rendono bene il degrado di quella parte di sud degli states, le contraddizioni dei comportamenti dei "fratelli", così come l'aiuto decisivo di una famiglia di bianchi,  evitano la trappola dello schierare buoni da una parte e cattivi dall'altra, anche se è chiaro per chi parteggi la regista. Sempre convincente Kaluuya: con quella faccia da ragazzo bravo ma sempre un pò spaesato, è perfetto per il ruolo.

lunedì 22 maggio 2023

Cruachan, The living and the dead

La prima volta che approcciai gli irlandesi Cruachan mi trovavo nella fase in cui ricercavo spasmodicamente qualunque band il cui genere fosse catalogato sotto il prefisso "irish". In quel caso era irish-metal (lo so, non si usa più). Probabilmente all'epoca (credo fossero i primi anni duemila con l'album Folk-Lore, che comprendeva un paio di featuring di Shane Mac Gowan) le mie orecchie non erano pronte a quel tipo di contaminazioni, al punto di archiviare in fretta l'esperienza valutandola bizzarra e molto prossima ai confini del ridicolo.

Ora, io non so se avessi ragione all'epoca oppure oggi, quando, nel frattempo, provo piacere ad ascoltare qualcosa del folk-metal, fatto sta che il nono disco (in quasi trent'anni) dei Cruachan mi sta regalando momenti davvero piacevoli, laddove il raccordo tra musica e strumenti tradizionali irlandesi si armonizza con cantato scream, (ma anche clean), sonorità thrash, doom e metallerie varie. 
Funziona la commistione dei pattern, siano essi strumentali, come le 100% irish The living o The festival, che quelle in cui prevale sì la componente metal (The harvest, The ghost), ma senza accantonare mai l'elemento roots. 
A caratterizzare il forte valore trasversalmente identitario dell'operazione anche il ventaglio degli ospiti, che include il prevedibile contributo di un'altra importante band folk-metal, i Fintroll, con il singer Mathias Lillmans (The ghost) 0 il chitarrista dei Venom Stuart Dixon (The witch), per poi scartare sul fisarmonicista Camillus Hiney (The festival) e all'accoppiata tra la singer venezuelana Nella e l'attore Jon Campling (The changeling).

Un disco insomma che è un viaggio suggestivo, al tempo stesso malinconico ed elettrizzante, dentro un universo di tradizioni che, attraverso la centrifuga metal, invece di perdere, ci guadagna ulteriormente in allure evocativa.

E così siamo arrivati a maggio inoltrato per avere la prima recensione del 2023...

giovedì 18 maggio 2023

Bruce & Shane

Nei giorni in cui si trovava a Dublino per le date del tour europeo, Bruce Springsteen ha fatto visita a Shane Mac Gowan. Non fosse stato per Victoria, moglie dell'ex frontman dei Pogues, che ha inteso immortalare il momento e diffonderlo sui social, la visita sarebbe rimasta rigorosamente privata. 
La foto, a causa delle precarie condizioni di salute di Shane, mette tanta tristezza. 
E peccato anche che negli show di Dublino Bruce non abbia chiuso il cerchio interpretando un pezzo dei Pogues. 
Al netto di tutto ciò, grande commozione.


L'articolo di Repubblica.


lunedì 15 maggio 2023

Playlist sciuè sciuè, 4

01. Johnny Hallyday, Allumer le feu
02. Talking Heads, (Nothing but) Flowers
03. Iggy Pop, Strung out Johnny
04. Danger Mouse & Blach Though with Michael Kiwanuka, Aquamarine
05. Gary Numan, Cars
06. Steve Earle, I makes money
07. Suicidal Tendencies, Send me your money
08. Steve Wonder, Master blaster (Jammin')
09. Ginger Wildheart & The Sinner, Wasted time
10. Tricky, You don't wanna
11. Lou Reed, Sex with you parents (motherfucker) part II
12. Periphery, Wildfire
13. Blackmore's Night, Once in a million years
14. Depeche Mode, Never let me go
15. U2, Two hearts beat as one (2023 version)
16. Magazine, Shot by both sides
17. Flogging Molly, Now is the time
18. Pearl Jam, Smile
19. Cruachan, The crow
20. Japan, Gentlemen takes polaroid

giovedì 11 maggio 2023

Recensioni capate: Tetris (2023)



Nel 1988 la presidenza di Reagan era quasi giunta al suo epilogo. In sette anni di mandato le scelte economiche di Ronnie hanno arricchito i ricchi impoverendo poveri e lavoratori a basso reddito, in virtù di scelte quali un taglio di 25 miliardi di dollari al welfare state, l'aumento della spesa militare, sgravi fiscali per le grandi aziende e le attività speculative (soprattutto quelle immobiliari). 
Parla di tutt'altro questo Tetris (la storia dietro il famoso gioco elettronico creato da un ingegnere moscovita) ma per la miseria, che gli USA si diano la patente di moralità attraverso una bieca celebrazione del proprio capitalismo di quegli anni, unico baluardo contro la terribile minaccia comunista (sbiadita, visto che da lì a pochi mesi l'URSS andrà in default), è un'operazione che definire intellettualmente disonesta è fargli un complimento. Evidentemente quando ne scrissi, qualche mese fa, c'avevo visto giusto. 
Per penitenza, dieci visioni di Capitalism: A love story di Michael Moore.

Apple TV

lunedì 8 maggio 2023

Flogging Molly, Anthem (2022)

Quella per i Flogging Molly, ai tempi di Float (2008), fu una vera e propria folgorazione. Con tutte le opportune differenze (un sound più elettrico, benchè incardinato alla tradizione) mi sembrava di aver trovato una band che potesse colmare l'enorme vuoto lasciato dai Pogues. Sensazione confermata dai live act della band, che sono riuscito a vedere due volte (la seconda in un bill chiuso proprio da Shane e compadres).

Per un pò, soprattutto grazie al recupero del repertorio antecedente a Float (tre album), è stato così. Purtroppo la seconda decade degli anni zero (due soli dischi: Speed of darkness e Life is good) ha segnato a mio avviso un'involuzione dei FM, sospesi tra il tentativo di percorrere strade nuove (niente di particolarmente sperimentale, mainstream punk) e la paura di perdere lo zoccolo duro di fans. Ecco quindi il frontman David King traghettare il combo negli anni venti con un, prevedibile, a questo punto, ritorno al celtic punk degli esordi. E, se non ce la meniamo troppo con la coerenza artistica, che qui ci sono i mutui da pagare, l'operazione si può dire sufficientemente riuscita. 

Peraltro, i Flogging Molly nel mentre che scatenavano l'inferno divertendosi ad assistere al devastante pogo che avveniva davanti ai loro occhi, non si sono mai sottratti ad infarcire i loro testi anche di temi politico-sociali. Come potevano pertanto esimersi dal dire la loro su questi tempi che ci stanno riportando al baratro di una guerra mondiale? These time has got me drinking e A song of liberty, la doppietta che apre il lavoro riportandoci alla comfort zone delle gighe irlandesi, è così esplicitamente rivolta alla pericolosa situazione che stiamo vivendo. 
Manca, per la verità, il furore devastante degli inizi, ma chi apprezza i pattern tradizionali irlandesi non penso possa lamentarsi, per come esso permea l'intero lavoro, con dei passaggi in questo senso espliciti, vedasi The croppy boy '98 che sembra adagiarsi nostalgicamente sullo standard The raggle taggle gypsy

Un buon ritorno insomma, probabilmente il migliore possibile, a questo punto della storia dei Flogging Molly.


giovedì 4 maggio 2023

Recensioni capate: Il sol dell'avvenire (2023)


Totalmente deluso dalla realizzazione di Tre piani , sono tornato a vedere un film di Moretti, e l'ho fatto al cinema, fidandomi di chi mi parlava di un ritorno al vecchio "Nanni Cinematic Universe". Premettendo che non sono mai stato un die hard fan del regista romano, ma che ho apprezzato più di un suo film, in qualche caso identificandomi con il militante che portava sullo schermo, confermo il senso della dritta ricevuta, Moretti riposiziona sulla sullo schermo un suo alter ego (non Michele Apicella): un regista in crisi personale e artistica, pieno di dubbi, idiosincrasie e fissazioni. Certo, un prodotto, come si dice oggi, totalmente fan-service, tuttavia non per questo, almeno per uno di solida famiglia comunista, meno riuscito. Nel film dentro il film, cioè la pellicola che il regista protagonista Giovanni gira ambientandola in un circolo romano del P.C.I. nel 1956, si respirano appieno tutti i turbamenti, l'incredulità ma anche la cieca fedeltà al Partito, che realmente investirono i militanti dopo l'invasione dei tank sovietici in Ungheria. Che poi, se vogliamo puntualizzare, ne Il sol dell'avvenire il meta-cinema si spinge ben oltre, arrivando a racchiudere addirittura quattro film o spunti di essi che oscillano dal drammatico al comico (la gag su Netflix sarebbe stata più divertente non ci fosse già stata la quarta stagione di Boris). 
E comunque il finale, sospeso tra C'era una volta... a Hollywood di Tarantino e la chiusura quasi testamentaria del cerchio di una vita (quella di Moretti) nel mondo del cinema, stavolta (a differenza del film precedente) sì, mi ha emozionato. 

lunedì 1 maggio 2023

我最喜欢的东西三月四月

ASCOLTI

Cruachan, The living and the dead
Depeche Mode, Memento mori
Flogging Molly, Anthem
Francesco Guccini, Canzoni da intorto
Iggy Pop, Every loser
U2, Songs of surrender
Jeff Beck, Truth
Majesties, Vast reaches unclaimed
Metallica, 72 seasons
Riverside, ID.Entity
Saxon, More inspirations
Steve Earle and The Dukes, Jerry Jeff
Haken, Fauna
Everything but the girl, Fuse
Skid Row, The gang's all here
Howard Jones, Live acoustic in America
Girls Against Boys, House of GVSB
Ian Hunter, Defiance part 1
Enslaved, Heimdal
Lucero, Should've learned by now
L.A. Guns, Black diamonds
Mudhoney, Plastic eternity
Overkill, Scorched
Van Morrison, Moving on skiffle
Oscar Peterson, Night train


Playlist monografiche

David Bowie
Oasis
Testament
Exodus
Voivod

VISIONI

All'onorevole piacciono le donne (3,5/5)
Un ombra sulla verità (2,5/5)
Presagio finale - First snow (3/5)
L'angelo dei muri (4/5)
Tigers are not afraid (4/5)
Triangle of sadness (4/5)
Rosemary's baby (5/5)
Dead for a dollar (3/5)
The paperboy (2,5/5)
Un gelido inverno (3,5/5)
Anno 2000  La corsa della morte (3,5/5)
Notte fantasma (3/5)
L'ultima notte di Amore (5/5)
Welcome to the punch - Nemici di sangue (3/5)
Arthur Rambo (3,75/5)
Sesso sfortunato o follie porno (3,75/5)
Bones and all (3,75/5)
Septimo (3/5)
Edison - L'uomo che illuminò il mondo (3/5)
Darkness  (2002) (3/5)
Murder mistery 2 (2/5)
Rec (3,5/5)
John Wick 4 (3,5/5)
Il movente (3/5)
Il braccio violento della legge n.2 (3,75/5)
La ragazza della palude (2/5)
Homicide (3,5/5)
I migliori giorni (1/5)
Moonage Daydream (3,5/5)
The report (3,75/5)
Solomon Kane (2,5/5)
Sette minuti dopo la mezzanotte (3,75/5)
L'esorcista (5/5)
Bande à part (4/5)
Il ladro (1956) (3,75/5)
Rob the mob (2,5/5)
Il clan (3,5/5)
I Fabelsman (3,75/5)
Infiesto (2/5)
Police (2020) (3,25/5)
Il sol dell'avvenire (3,5/5)
Il filo nascosto (4,5/5)
Fino all'ultimo respiro (1960) (4,5/5)
















Visioni seriali

The old man (3,5/5)
The Watcher (3/5)
Ted Lasso (3/5)
The Bear (3,5/5)
Rocco Schiavone, stagione 5 (2/5)


LETTURE

Shane Stevens, Io ti troverò
Dario Ferrari, La ricreazione è finita

giovedì 27 aprile 2023

Dwight Yoakam, Guitars, cadillacs, etc. etc. (1986)

In un periodo in cui il country andava in tutt'altra direzione (quella pop) e l'honky tonk non era considerato "vendibile" dalle major, Dwight Yoakam riesce a debuttare, nel 1986, con questo Guitar, cadillacs, etc. etc., un ten-tracks nel solco purissimo del true country e del Bakersfield sound (Jimmy Rodgers, Lefty Fritzzell, Bob Willis, Buck Owens), raggiungendo, a dimostrazione della discutibile competenza dei manager delle compagnie musicali, la vetta della classifica generalista USA. Con una voce che flirta costantemente con lo yodel ma senza andarci mai a meta, un sound pieno costruito sull'honky tonk guitar rhythm e, spesso, sulla slide e sul violino, Dwight (l'hai visto in Cry Macho di Eastwood: anche la sua carriera da attore, perlopiù caratterista, è corposa) giganteggia. Pezzi come Honky tonk man (di Jimmy Horton) e la title track restano momenti irrinunciabili nei concerti dell'artista, ma l'intera opera, per mezzora di musica, riascoltata oggi, appare un glorioso evergreen. Che gli vuoi dire ad una It won't hurt, ad una Bury me (featuring Maria McKee), ad una Heartaches by the numbers o alla versione di Ring of fire di Cash (scelta non scontata, a meta ottanta, con Cash ai margini)? Niente, appunto. Fondamentale per il movimento.

lunedì 24 aprile 2023

Nonostante le apparenze...E purchè la nazione non lo sappia...All'onorevole piacciono le donne (1972)

L'onorevole Giacinto Puppis, esponente di punta del partito cattolico di centro, dopo aver già occupato il posto di premier, aspira a diventare, sostenuto dagli alti prelati del clero, Presidente della Repubblica. Il politico è un fervente bigotto, ma negli ultimi tempi è assalito da incontrollabili raptus, vere e proprie pulsioni verso le donne, che non riesce a controllare nemmeno in pubblico. Per questo viene mandato in un convento per un periodo di esercizi spirituali. Nel frattempo mafia, vaticano, forze dell'ordine e servizi segreti deviati muovono ognuno i propri fili per un'occupazione occulta dei poteri dello Stato.

Ci sono diverse ragioni, tutte enormemente valide, per recuperare questo film di Fulci, uscito tra due titoli importanti nella filmografia del "terrorista dei generi", come Una lucertola con la pelle di donna e Non si sevizia un paperino, che cominciarono a svelare al pubblico più attento il grande talento dietro la mdp del regista romano. 
Innanzitutto, dietro il titolo da commedia scollacciata tipica del periodo si cela una satira politica feroce, che, se contestualizzata, mantiene la sua forza feroce nonostante le revisioni, le censure e i tagli imposti. Inoltre, anche in un film che doveva mostrare tette e culi un tanto al chilo per avere quel pruriginoso appeal da italico post bigottismo che riempiva le sale, Fulci si ritaglia alcune sequenze tecnicamente memorabili (su tutte la lunga parte onirica), da grandissimo quale egli era.

Quindi, mettendo da parte l'aspetto da commedia sexy, ed eludendo abilmente le pastoie della rigorosa censura democristiana, nel 1973, si portò nei cinema una pellicola che mostrava: i servizi segreti smaniosi di capovolgere la repubblica attraverso un colpo di stato; la mafia, che tenta di eleggere un presidente della repubblica (capeggiata non da un siciliano con coppola e lupara ma da un feroce cardinale in odore di papato); rappresentanti dei corpi militari che nelle occasioni ufficiali si fanno scappare il saluto romano; omicidi a profusione ed una terrificante sequenza finale nella quale le vittime vengono "impagliate" ed esposte in chiesa come comuni statue. Infine, una somiglianza che all'epoca fece molto, molto rumore tra l'allupato onorevole Puppis (Buzzanca) e il politico Emilio Colombo della D.C. (Fulci negò la volontarietà della similitudine. Ma Fulci, si dice fosse un comunista marxista...). 
Lo stesso regista, per quest'opera, che per un periodo fu persino sequestrata con la scusa dell'oscenità, passò i suoi guai, sostenendo che subì un periodo di "sorveglianza" e che gli fu messo il telefono sotto controllo.

Quanta nostalgia per il cinema di quegli anni, per la libertà artistica di cui godevano gli artisti e per il coraggio dei produttori. Tutta roba oggi neanche lontanamente immaginabile.

giovedì 20 aprile 2023

Recensioni capate: Chris Offutt, Nelle terre di nessuno


L'esordio letterario di Chris Offutt (Lexington, 1958) è una raccolta di novelle pubblicata per la prima volta nel 1992, che, così come deve essere, racconta di ciò che l'autore conosceva meglio, vale a dire tutta quell'area degli States (Kentucky, Virginia, West Virginia, North Carolina) storicamente funestata da ampi strati di estrema povertà, dove la popolazione bianca (white trash) vive letteralmente alla giornata, nella consapevolezza di essere nata condannata e di non avere alcuna via d'uscita. 
Questo il denominatore comune dei nove racconti contenuti nella raccolta. Sia che ci si soffermi su bambini che crescono senza un supporto genitoriale, che su operai che svolgono lavori caratterizzati da fatiche disumane, oppure di miti e leggende del posto, l'impressione è  sempre quella di trovarsi al cospetto di uno scenario laddove progresso, welfare state e conquiste sociali non sono mai giunte, e che continua a vivere miserabilmente assecondando la legge del più forte (o del meno sfortunato). 
Una lettura che non rivela nulla che già non conoscevo attraverso altri libri, dischi o opere audiovisive, ma che mi ha fatto conoscere una voce interessante.

lunedì 17 aprile 2023

Francesco Guccini, Canzoni da intorto (2022)

Vero è che Francesco Guccini (83 anni tra poche settimane) aveva annunciato il suo ritiro dalle scene (dischi e concerti), dovuto principalmente al suo precario stato di salute, a seguito de L'ultima thule del 2012, tuttavia non mi sento di inserire il Maestro nel calderone di tutte le rockstar/artistucoli che usano questa dichiarazione perentoria per cercare un ultimo alito di successo e visibilità, visto che effettivamente Guccini non ha più inciso una nota nè calcato alcun palco da quell'impegno assunto, limitando la sua vena artistica alla letteratura (sono una decina, tra racconti e romanzi, le opere rilasciate negli ultimi dieci anni).

E infatti Canzoni da intorto (termine con il quale si indica l'arte oratoria di sedurre l'altrui sesso) è un'operazione davvero particolare e solo superficialmente un banale disco di cover, anche perchè, quando si parla di francescoguccini, di scontato non c'è mai nulla. Provare per credere. Le undici tracce più una ghost track contenute nell'album vanno infatti a pescare tra composizioni del passato che arrivano indietro fino al sedicesimo secolo, e che non disdegnano, oltre alla lingua italiana, il dialetto milanese, piemontese, l'inglese e perfino l'ucraino.

Da segnalare come, a differenza dell'opprimente  malinconia che ammantava L'ultima thule, qui gli arrangiamenti dei brani, che pur non hanno quasi mai contenuti leggiadri, siano più improntati ad un suono pieno molto legato alle tradizioni italiane di paese, con qualche sorprendente richiamo a Capossela o al progressive folk. La canzone che apre il lavoro è una delle mie personali (e nostalgiche) top three dei viaggi in macchina verso il sud che facevo da bambino con la famiglia, quando la playlist di mio padre era racchiusa nella cassetta dei canti di protesta, da cui non mancava mai Per i morti di Reggio Emilia. La versione di Guccini è spiazzante per il contesto musicale proposto (di cui ho accennato sopra) e un pò mette tristezza per le condizioni della voce del cantautore, che mostra tutta la fatica dell'età e della salute incerta. Resta comunque un grande pezzo, così come Addio a Lugano, altra composizione immancabile in quei miei lunghi viaggi. 

Canzoni da intorto è un disco dalla forte connotazione politica, che costruisce un ponte tra liriche antiche che ancora fanno sentire la loro eco ai giorni nostri (Sei minuti all'alba di Jannacci, la nostra 25 minutes to go), che sfidano convenzioni e consumismo nella disperata ricerca di un barlume d'amore (Quella cosa in Lombardia) o che, infine, per ammissione dello stesso Guccini, sono state fonte di ispirazione per capolavori del passato (Nel fosco fin del secolo morente, La locomotiva).
Non posso poi evitare di soffermarmi sulla più nota canzone della mala milanese, quella Ma mi scritta da Strelher per la (allora) musa Vanoni, resa in maniera convincente (anche nell'uso di un dialetto non suo), da Guccini. 

E allora Canzoni da intorto va preso per quello che è: un inaspettato regalo da parte di uno dei più grandi poeti/cantautori della storia, che di certo deve aver provato un enorme piacere a registrarlo.

venerdì 14 aprile 2023

The charts week, 3: i miei album da ricordare del 2022

Ultima classifica e, lo ammetto, è proprio una forzatura, avendo io ascoltato nel 2022 meno di quaranta dischi nuovi. 
Tuttavia la archivio come personalissimo reminder dei lavori più longevi dell'anno sui miei vari devices.


Charles Lloyd Trios, Chapel

mercoledì 12 aprile 2023

The charts week, 2: le mie serie da ricordare del 2022

Qui la lista è molto più snella e, nelle mie personalissime eccellenze, non si arriva a cinque titoli (stavolta però compilati in ordine di preferenza):

1. Gangs of London stagione due, Sky
2. Dopesick, Disney Plus (iniziata nel 2021, conclusasi nel 2022)
3. Pistols, su Disney Plus
4. We own this city, Sky

Segnalo anche, a-pari merito:

The Bad Guy, Prime Video
Bang Bang Baby,  Prime Video
Call my agent, Sky
The Boys stagione tre, Prime Video
The Old Man, Disney Plus
Christian, Sky
The Watcher, Netflix
Una squadra (docuserie), Sky
Monterossi, Prime Video

lunedì 10 aprile 2023

The charts week, 1: i miei film da ricordare del 2022

Gennaio Aprile, tempo di consuntivi sulle migliori opere dell'anno appena passato. Arrivo a questa lista dopo averne spuntata un'altra, in cui mi ero segnato i film che mi mancavano da vedere prima di potermi esprimere. L'ultimo (Bones and all) l'ho recuperato qualche giorno fa e quindi eccoci pronti. 
Unica indicazione: l'ordine dei titoli segue semplicemente quello cronologico rispetto all'uscita nelle sale (ho preso in considerazione esclusivamente produzioni distribuite in Italia nel 2022). 
Insomma un ex aequo di dieci pellicole.


1) Matrix Resurrection (distribuito in sala dal 01.01.2022)
Lana Wachowski esce nell'unico modo possibile dalla trappola di un nuovo episodio di Matrix: con un'operazione meta-cinematografica che si toglie chili di sassolini dalle scarpe. La Warner gli ha concesso un budget faraonico e lei gliel'ha usato contro. Geniale.

2) La fiera delle illusioni - Nightmare Alley (27.01.2022)
Con il riadattamento cinematografico dell'omonimo film del 1947 e del libro dell'anno prima, Guillermo del Toro ci regala un affresco spietato, lucido, cinico e bellissimo di un'epoca disperata, popolata (anche) da persone altrettanto feroci. Indimenticabile.

3) Un altro mondo (01.04.2022)
Oltre al film, premio l'intera trilogia sul mondo del lavoro di Stèphan Brizè, che questo lavoro va a concludere (il primo capitolo è stato La legge del mercato, 3,5/5, e il secondo In guerra, 4/5). Dopo l'uomo di mezz'età disoccupato e il sindacalista, l'occhio di Brizè si sposta sul manager della multinazionale lacerato da profondi dilemmi morali. Comune denominatore del trittico, un maestoso Vincent Lindon. Doloroso, sì. Ma quanto necessario.

4) Nope (11.04.2022)
Atteso al varco, Jordan Peele ha scartato di lato. Dopo due thriller angoscianti come Get out! e Us, la (ex) nuova promessa del cinema di genere americano vira sul cinema fantascientifico-catastrofico anni settanta, con la minaccia misteriosa che si nasconde dentro l'elemento naturale (il cielo). Messa in scena sontuosa e grandi spazi aperti che però provocano claustrofobia. Genietto.

5) Crimes of the future (24.08.2022)
David Cronenberg torna ai suoi temi più cari: il futuro distopico e il body-horror. Per il sottoscritto con risultati positivamente insperati, so che molti altri non la pensano allo stesso modo. Un film che parla di arte del futuro che è esso stesso un'opera d'arte moderna. Rivoluzionario (di nuovo).

6) Men (24.08.2022)
Ahi ahi, qui ci si fa male. Altro genietto, ma meno "esposto" di Peele, Alex Garland elabora un incubo continuo, aperto a tutte le interpretazioni che la psiche di ognuno permette. La lunga scena finale si raccorda con Croneberg e Yuzna ed è ad alto tasso di insostenibilità. Lisergico.

7) Triangle of sadness (13.09.2022)
Sono d'accordo con chi critica questo lavoro di Ruben Ostlund in quanto, rispetto ai suoi precedenti lavori, risulta più didascalico, il messaggio sociale/sociologico cioè trasmesso più "in stampatello", ma anche così avercene, oggigiorno. Il riferimento, nel terzo atto, da Travolti da un insolito destino... della Wertmuller è voluto e apertamente dichiarato dal regista. Militante.

8) Nido di vipere (15.09.2022)
Forse in altri tempi questo del regista sudcoreano Kim Yong-hoon sarebbe stato considerato solo un buon film. Peccato che io nel 2022 io non abbia visto un noir crime pulp in salsa divertente al pari di Nido di vipere. Dominante.

9) Bones and all (23.11.2022)
Dopo l'ottimo remake - non remake di Suspiria, Guadagnino resta sulle piste del gore. Questa volta con una storia d'amore tra due giovani cannibali e il loro road movie nel nulla del midwest americano degli anni ottanta (quanto ci sarebbe stata bene Nebraska di Springsteen ad accompagnare il panorama in movimento al di fuori del loro pick-up!). Fotografia, location, cast (bravissimi i due protagonisti, ma anche i principali supporting role valgono mezzo film) restano impressi nella retina degli occhi. Profondo rosso.

Avatar 2 (14.12.2022)
Il blockbuster dell'anno. O pensavate anche voi fosse quello scempio di Top Gun Maverick



Fuori per pochissimo:

Finale a sorpresa (21.04.2022)

The northman (21.04.2022)

Arthur Rambo (28.04.2022)

Argentina, 1985 (29.09.2022)

The menu (17.11.2022)



Menzione speciale

L'angelo dei muri (distribuito nelle sale dal 04/12/2021)

giovedì 6 aprile 2023

Recensioni capate: Tigers are not afraid (2017)


Un film messicano, scritto e diretto da una regista, Issa Lòpez, che usa il genere sovrannaturale per accendere un riflettore enorme su temi quali la violenza, ottusa e spietata, dei territori in mano ai narcos e l'infanzia negata dei bambini di strada, spesso abbandonati dalla famiglia o resi orfani dalla criminalità. Un'opera breve ma intensissima, che funziona sotto ogni punto di vista: emotivo, angosciante, sociologico. Indimenticabili i bambini protagonisti, in costante, pericoloso equilibrio tra innocenza e durezze della vita di strada. Narrativamente siamo dalle parti di Stephen King, che infatti ha apprezzato.

lunedì 3 aprile 2023

The Troops of Doom, Antichrist reborn (2022)


Se guardiamo alla nostra gioventù di metalhead, un ruolo importante, nell'alzare il livello di cattiveria di riff e sonorità, lo ha sicuramente recitato quel mix devastante di thrash/death/proto-sludge emerso nella seconda metà degli anni ottanta, che aveva tra i suoi artefici più convincenti non solo band americane o di madrelingua anglofona, ma i brasiliani Sepultura, che esordivano nel 1985 con l'EP Bestial Devastation e poi nel 1986 con il full lenght Morbid visions.
Chitarrista di quella band in nuce, che da lì a poco avrebbe lasciato il posto ad Andreas Kisser, era Jairo "Tormentor" Guedz, che, vissuta da lontano la grande affermazione commerciale della band dei fratelli Cavalera  come componente di formazioni meno note (The Mist, Eminence), ha deciso di ricucire il filo spezzato ripartendo proprio da quel suo contributo ai primi vagiti dei Sepultura. 

E così, a partire dal monicker della sua nuova band (Troops of doom è un brano di Morbid visions) , passando per l'avatar che campeggia sulla cover dell'album (il demone alato che figurava sull'EP Bestial devastation), dal "sequel" di una delle prime tracce della band (Antichrist) scelto come titolo del lavoro e finendo, ovviamente, con un mood sonico discendente diretto di quelle sonorità, il buon Guedz prova a quotarsi tra i nostalgici di quel periodo che, probabilmente, non hanno ancora metabolizzato a dovere tutto il casino che ha portato i Sepultura lontano dal loro zenith artistico.

E, a giudicare dalle reazioni più che positive all'uscita di questo album, l'obiettivo si può dire centrato. Antichrist superstar è un disco nostalgico che però gliela ammolla, l'ottusa devastazione che regna lungo le dieci canzoni (per quaranta minuti scarsi di durata - nella versione deluxe due bonus che nulla tolgono o aggiungono - ), assieme al congruo cantato di Alex Kofer, fomentano al punto giusto, lasciando dietro di se (oltre a morte e distruzione) una manciata di composizioni meritorie, a partire dal trittico iniziale composto da Dethroned messiah / Far from your god / Altar of delusion giù giù lungo tutta una tracklist che sorride anche agli Slayer e dalla quale si fanno prepotentemente notare The rebellion e A queda

Ogni tanto ci vuole, dai.

giovedì 30 marzo 2023

Recensioni capate: L'ultima notte di Amore (2023)


Allora è vero. Ci siamo ancora. C'è ancora speranza per il Cinema di Genere in Italia. Il regista Andrea Di Stefano (studi americani, dietro la mdp per Escobar e The informer) confeziona un noir cla-mo-ro-so che sfida i maestri storici (francesi, americani) e i più recenti (spagnoli, sudcoreani). 
L'ultima notte di Amore (dove Amore sta per Franco Amore, il protagonista interpretato da un Favino superlativo per misura e sottrazione) funziona semplicemente in tutto: nel plot, nei comprimari (Antonio Gerardi/Cosimo; Linda Caridi/Viviana), nella tecnica, che rinuncia tanto al digitale, usando la pellicola, quanto agli effetti speciali in CGI (sparatorie, inseguimenti, ogni cosa è girata come old school comanda),  alla colonna sonora, debitrice di un commovente mood alla Milano Calibro 9, persino nelle riprese dall'alto di Milano (il piano sequenza che apre il film) per le quali la produzione invece che i droni ha messo a disposizione un elicottero. Ma più di tutto vale l'assoluto godimento di una Pellicola come non se ne vedevano, da queste latitudini, da tempo (almeno dal 2006 con Arrivederci amore ciao di Soavi). 
Un film che vorresti non finisca mai e quando lo fa, con l'ultimissima sequenza prima dei titoli di coda che è l'ennesimo colpo di classe, vorresti ricominciarlo subito da capo. Fossimo in Francia si prenderebbe un 4/5, siccome è un fiore meraviglioso che è riuscito ad emergere dall'arido ed inospitale terreno italiano, il massimo dei voti (5/5) non glielo leva nessuno. 
Il film dell'anno è uscito a marzo. Ed è italiano.

Al cinema