lunedì 27 novembre 2023

Diabolik - Ginko all'attacco! (2022)


Quanta acredine nei giudizi sulla seconda parte della trilogia dedicata ad uno dei personaggi a fumetti italiani più noti e longevi. Lo scrivevo nella recensione del primo film, i Manetti compiono un'operazione filologica fino al parossismo stilistico, con le tavole che prendono vita non solo attraverso la formula live action dei personaggi, ma anche e soprattutto attraverso dialoghi e appellativi di character totalmente disallineati da un sano buon senso commerciale. Sì, fanno sorridere alcuni passaggi, che sembrano usciti dallo sketch sui chirurghi di Aldo Giovanni e Giacomo che usavano nomi talmente assurdi da sembrare inventati sul momento (qui un poliziotto si chiama Zeman...), ma se si accetta il tutto come una forma di deferenza (eccessiva?) verso le opere originali, si entra più agevolmente nel mood della storia. Inoltre, da un altro punto d'osservazione, con questo secondo capitolo si affina la cifra stilistica del film. La sostituzione di Marinelli, non proprio a suo agio col personaggio, non solo per una mancanza di verosimiglianza fisica, con il sì monoespressivo, ma perfetto per il "concept" Giacomo Gianniotti, gli evocativi titoli di testa sulle note di Diodato che omaggiano quelli di James Bond,  e un soundtrack che pesca nella migliore tradizione dei titoli di genere italiani dei settanta, uniti alla mano sempre impeccabile dei registi, fanno di questa produzione qualcosa di rilevante che va in direzione contraria al triste mainstream italico. E perlappunto, con tanti film di merda tutti uguali a sè stessi che produciamo annualmente mò vuoi vedere che il problema è Diabolik? 
A giorni nei cinema la chiusura della trilogia.

Su Sky

lunedì 20 novembre 2023

Playlist sciuè sciuè 7

01. Edwin Starr, War (1970)
02. PoppyKnockoff (2023)
03. We Banjo 3, Light in the sky (2018)
04. Raven, Surf the tzunami (2023)
05. Rachel Sweet, B.A.B.Y. (1978)
06. Wilco, A bowl and a pudding (2023)
07. Broken Witt Rebels, Fearless (2020)
08. The Gaslight AnthemPositive charge (2023)
09. Duran Duran, Super lonely freak (2023)
10. Prong, Breaking point (2023)
11. Brad MehldauLife on Mars (2023)
12. Van Morrison, A shot of rhythm and blues (2023)
13. Rosalìa, Di mi nombre (2018)
14. Diana Ross & The Supremes, Where did our love go (1964) 
15. The Rolling Stones, Whole wide world (2023)
16. Graham Parker & The Rumor, Hey Lord, don't ask me questions (1976)
17. Dirty Honey, Won't take me alive (2023)
18. James Blake, Mile high (feat. Metro Boomin, Travis Scott) (2019)
19. Tom Robinson Band, Up against the wall (1978)
20. Paul Young, Everytime you go away (1985)

lunedì 13 novembre 2023

The Rolling Stones, Hackney diamonds (2023)

Per essere uno decisamente orientato al cosiddetto "classic rock" devo ammettere che il sacro fuoco per i Rolling Stones non ha mai divampato in me. Ne è fedele testimonianza la pressochè totale assenza di post a loro dedicati in diciassette anni di blog. Certo, con gli Stones ho pagato a lungo una falsa partenza, quando, da ragazzo, nel periodo in cui facevi esperienze anche comprando a scatola chiusa, il primo acquisto mai fatto per la band fu Dirty work, che si rivelerà essere il peggior titolo da loro mai rilasciato. Tuttavia col tempo ho pagato il debito a questa seminale formazione, con il doveroso riconoscimento ad una manciata di album irrinunciabili, quali Let it bleed (il mio preferito), Sticky fingers e Exile on main st., che sono entrati nel mio pantheon epico, ma insomma , come premettevo, al netto di qualche raccolta (la recente On air, sui primi anni di attività) e qualche live (come l'ottimo Stripped), ho un pò mollato il colpo. Lacuna mia? Sicuramente.

C'è da rilevare che, dopo un periodo - i novanta e gli zero - in cui le uscite degli Stones erano accolte con malcelato disinteresse, la meraviglia e lo sbigottimento nel vedere Jagger e Richards novelli highlander a dispetto degli stravizi dell'età dell'oro, a sgambettare (Jagger) ottantenni sul palco come se non ci fosse un domani, ha in qualche modo ingenerato una nuova poderosa ondata di interesse e rispetto da parte della scena, che ha a sua volta gonfiato un hype d'altri tempi per un disco nuovo di inediti atteso dal 2005 (A bigger bang). Apparentemente gli stessi Stones, che nel frattempo hanno seppellito l'amico e sodale di una vita Charlie Watts, volevano qualcosa di rilevante, potente, melodico, fresco ma sempre molto, molto identitario. 

Per questo scopo era necessario mettere assieme un gruppo di lavoro allargato, cominciando dalla sostituzione della batteria di Watts rispetto alla quale si è fatta la scelta più logica, ingaggiando Steve Jordan, già con la band side project di Keith Richards e con gli stessi Stones per alcune date. Poi andava fatta un'altra scelta delicata: quella del produttore, e qui si è deciso di lasciare la strada vecchia optando per un producer trendy e trasversale, quell'Andrew Watt che negli anni è passato da Post Malone a Ozzy, da Justin Bieber a Eddie Vedder, da Miley Cyrus a Iggy Pop, dimostrando sempre una versatilità (e un talento commerciale) notevole.
Il boost di una produzione scaltra e moderna si sente subito, nell'approccio a Hackney diamonds, con il singolo di lancio Angry (accompagnato da un video delizioso, si può ancora dire?) e una manciata di canzoni dal piglio classico ma dall'impatto estremamente cool e sfrontato, come Get close, Bite my head off, Live by the sword o con un pezzo dal refrain irresistibilmente pop, qual è Whole wild world

Siamo ormai abituati a rockstar più o meno ottuagenarie che ancora gliel'ammollano. Ho notato però un'evidente differenza tra il cantato di un Dylan, dell'ultimo Cash, di Springsteen o di Young e Mellencamp, rispetto a quello di Jagger. Le voci dei coetanei degli Stones portano il segno del tempo, non sono le stesse di trenta, quarant'anni fa. Sono sempre leggendarie e riconoscibili, solo fisiologicamente diverse. Quella di Mick, no. E' la stessa cazzo di voce di sempre. Mettiamoci anche l'intervento della tecnologia in fase di registrazione, ma è comunque un elemento incredibile. Poi, se chiedi a me, io preferisco la maturità delle interpretazioni vocali dei grandi vecchi, ma è una valutazione soggettiva.

Non c'è un disco degli Stones senza ballate, senza blues e, da Some girls del 1978, senza almeno una canzone affidata alla voce di Richards. La regola è confermata anche in questo lavoro, rispettivamente con Depending on you, Dreamy skies (bellissima, un pezzo rurale in odore di Tennessee e Hank Williams), con la ripresa di Rollin' stone di Muddy waters (pezzo da cui la band ha tratto ispirazione per il proprio brand) che qui diventa Rolling Stones blues e, infine, con l'ugula di Keith, qui sì, invecchiata come un bourbon di qualità, che ci porta sulle polverose note di Tell me strenght.

In un disco di questa portata non possono infine mancare gli ospiti. E infatti ci sono, ma si muovono con deferenza, quasi a non farsi scoprire dall'ascoltatore distratto. Eppure parliamo di musicisti del calibro di Elton John, Lady Gaga, Paul McCartney, Stevie Wonder e persino Charlie Watts, le cui sessioni sono state recuperate per un paio di brani, Mess it up e Live by the sword.

E comunque, quando in un disco trovi una canzone, magari un pò troppo satura e retorica, ma dalla diamantina bellezza soul gospel come Sweet sounds of heaven, che gli vuoi dire a sti tre debosciati? Che sia o meno l'ultimo album della vita (e io non lo credo), solo Grazie.

giovedì 9 novembre 2023

Recensioni Capate: Winnie-the-Pooh - Sangue e miele (2023)

Quanto ci piaceva l'idea che qualcuno sfanculasse il più noto e insopportabile personaggio Disney per l'infanzia, trasformando i character originari dei libri di Milne e Shepard in villain da slasher movie? Tanto. E tanta è stata la delusione nell'assistere ad un film che sembra girato da qualcuno che in vita sua non abbia mai visto un singolo horror, al punto che, duole dirlo, ma in questa produzione inglese manca tutto: regia, dialoghi, sceneggiatura, fotografia, prove attoriali, trucco e parrucco. Salvo gli effetti speciali ma esclusivamente per la scelta di optare per l'artigianato e non il digitale. Winnie e Pimpi dovrebbero essere degli animali antropomorfi, ma vengono messi in scena sciattamente come degli uomini con (brutte) maschere di silicone. Il film è talmente atroce che non ti solletica nemmeno quel sano brivido ridanciano delle zozzerie di serie B. Che coraggio mettere in cantiere il sequel!

lunedì 6 novembre 2023

Mine Yndlingsting, settembre ottobre '23

ASCOLTI

The Gaslight Anthem, History books
The Rolling Stones, Hackney diamonds
Brad Mehldau, Your mother should know
Code Orange, The above
Prong, State of emergency
Haken, Fauna
Wilco, Cousin
Brujerìa, Esto es Brujerìa
The Armed, Perfect saviors
Pierpaolo Capovilla, Cattivi maestri
Those Poor Bastards, God awful
Enrico Rava, On the dance floor
F.E.A.R., The record
John Mellencamp, Orpheus descending


VISIONI

Babylon (4/5)
L'impero delle ombre (3,75/5)
Il ritorno di Casanova (3/5)
Cantando sotto la pioggia (4/5)
Ombre rosse (5/5)
La morte corre lungo il fiume (5/5)
Lords of Dogtown (3,5/5)
La parola ai giurati (1957) (4/5)
Rush (3,5/5)
Jailbirds (3/5)
Harper (Detective's story) (3,5/5)
Quando (2/5)
Mr Vendetta (4/5)
Secret Team 355 (2,5/5)
The infernal machine (2,25/5)
Assassinio a Venezia (3/5)
Rischio a due (2,5/5)
Hollywood party (4/5)
La casa delle bambole (3,75/5)
Lake Bodom (3,5/5)
Mirror mask (3,5/5)
A dangerous method (3,5/5)
Ava (1/5)
Stake land (3,5/5)
Dogman (3,5/5)
X - A sexy horror story (3,5/5)
Educazione fisica (2/5)
La notte del 12 (3,75/5)
Devil's knot - Fino a prova contraria (2,5/5)
Old Dads (2,25/5)
Speak no evil (3,5/5)
Cocainorso (2,5/5)
Winnie-the-Pooh - Sangue e miele (1/5)

Visioni seriali

Top Boy - Summerhouse, 1 (3,5/5); 2 (3,5/5)
Il grande gioco (1/5)

LETTURE

Stendhal, Il rosso e il nero
Oliver Stone, Cercando la luce