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venerdì 22 gennaio 2010

Cash's list


Dunque, l'aneddoto che gira intorno a questo disco di cover è proprio carino. La dodicenne Rosanne Cash decide di intraprendere la carriera musicale. Papà John la asseconda. "Prima però", le dice, "devi conoscere le canzoni del panorama country/folk più importanti di sempre ". E stila una lista di cento brani, dalla quale lei, nel 2009 (più di quarant'anni dopo), ne estrae dodici che finiscono su The List (appunto).

Come da stile consolidato della cantautrice, la raccolta si muove principalmente tra atmosfere acustiche folk e country. Nel disco troviamo la presenza di ospiti di prestigio, che offrono una presenza discreta, non invasiva, limitandosi quasi sempre al controcanto.

Miss the Mississippi and you è l'open track. Il pezzo, portato per la prima volta alla notorietà da Doc Watson, è molto suggestivo e fa opportunamente intendere quale sarà l'atmosfera dell'intero album. A seguire Motherless children, traditional ripreso dalla Carter Family, che molti di noi ricordano sicuramente per la versione electric blues che Clapton fece su 461 Ocean Boulevard.

Bruce Springsteen è il primo guest della scaletta. Si misura con una malinconica Sea of heartbreak, pezzo dei fifties composto e portato al successo da Don Gibson. Sentire il boss così ispirato su questi canoni musicali rafforza la mia convinzione che sia questo il genere di musica che Bruce dovrebbe ormai perseguire, invertendo la rotta più recente, fatta di dischi fotocopia in cui si autocoverizza continuamente. Ma questo è un altro discorso, per tornare a The list, la traccia numero nove, la suadente She's got you, è un'altra storia sull'abbandono, e riprende una hit di Patsy Cline.

Ci sono anche Elvis Costello in Heartaches by number, un classicissimo honky tonk; Rufus Wainwright in Silver Wings, struggente pezzo di Merle Haggard e Jeff Tweedy, che insieme a Rosanne riesce ancora ad emozionare l'ascoltatore nell'ennesima versione di The long black veil, che adoro, ma che è una delle canzoni più coverizzata di sempre nella storia della musica.

Chiude l'opera un altro pezzo della Carter Family, Bury me under the weeping willow, anche questo patrimonio della cultura folk USA e di chiunque apprezzi la musica rurale americana.

The list è in definitiva un disco piacevole, anche se sicuramente un pò prevedibile, nel suo collocarsi in un contesto ormai caratterizzato di female country (di cui ad ogni modo la figlia del man in black è capostipite). La selezione delle tracce è comunque vincente, le loro interpretazioni calde e appassionate, la produzione discreta ma opportuna. Tutti elementi che portano ad un risultato che alla fine convince appieno. Si sente che la Cash è a suo agio e il cd fila via proprio bene, prestandosi ad ulteriori ascolti.
Un doveroso recupero dell'anno appena terminato.



P.S. Alla lista dei cento di papà Cash ne mancano ancora un bel pò (88 per la precisione) qualcuno nutre dei dubbi sul fatto che ci sarà un The List vol II?

martedì 19 gennaio 2010

The heat of the moment


C'è poco da fare,quando uno è bravo, gli basta poco per fare breccia. Nel caso di Joe Pug, 23enne americano di Chicago, bastano le sette tracce acustiche di Nation of the heat, un EP autoprodotto, pubblicato qualche settimana fa.

Un disco acustico, che affronta con orgoglio la sua vicinanza ad un artista come Dylan, periodo Freewheelin', riuscendo, grazie alla forza delle composizioni e all'interpretazione trascinante, ad essere classico e moderno allo stesso tempo, e ad evitare abilmente noia e snobismo, che sono la vera insidia di produzioni come queste.

La breve raccolta di canzoni si apre con la delicatezza delle composizioni Hymn #101 e Call it what you will, poi è la volta della folk ballad Nobody's man, nella quale la voce di Joe spicca in tutta la sua bellezza e si coniuga come meglio non potrebbe al testo .

L'armonica si affaccia per la prima volta in Hymn #35, la traccia che più delle altre paga meravigliosamente tributo a Bob Dylan.
La tripletta finale è forse l'acme del disco, I do my father drugs, Speak plainly Diana e la title track convincono definitivamente sulle qualità di questo artista di origini italiane (il cognome completo è Pugliese), e pazienza se il break chitarra/armonica di Speak plainly Diana è copiato paro paro da quello che fa Springsteen in Atlantic City, ai giovani davvero bravi si perdona tutto.


Per febbraio è prevista l'uscita del suo primo disco full-lenght.

giovedì 7 gennaio 2010

I migliori dischi del 2009, parte due


5.Pearl jam – Backspacer (qui la recensione)

A partire da Riot Act ogni disco dei Pearl Jam ha diviso sempre più fans e critica sul valore da attribuire all’opera. Backspacer è probabilmente l’apice di questo contraddittorio percorso. Liriche, musiche e stili sono semplificati come la band di Vedder mai aveva fatto in passato, e questo, comprensibilmente, ha allontanato dal combo molti seguaci della prima ora. A mio avviso il disco ha invece un bel tiro, e funziona sia nei pezzi veloci che in quelli acustici o nelle ballate full-band. C'è da dire che io non sono un die hard fan della band, e questo, forse, per una volta, aiuta.





4. Gossip – music for men (qui una breve recensione)

L’impressione è che questo disco segni la fine della carriera artistica dei Gossip e spalanchi quella del percorso solista di Beth Ditto. Troppa è la distanza tra l’incredibile versatilità della voce della singer americana e i limiti tecnici dei suoi amici. La produzione di Rick Rubin estende come un elastico lo spettro sonoro della band , tira fuori il combo dalla nicchia indie in cui era , e lo lancia nella stratosfera delle charts mondiali (e negli spot dei telefonini del belpaese). Un disco gioiosamente commerciale, con tutte le note al posto giusto e con la Ditto a farla da padrona, pardon, da dominatrice.





3. Paolo Nutini – Sunny Side up (qui la recensione)

Ci fosse un premio al coraggio lo meriterebbe senza dubbio alcuno Nutini Paolo da Paisley (Scozia). Reduce dall’ottimo esordio pop di These streets, l’italo-scozzese ha lasciato tutti di stucco abbandonando l’autostrada sicura di quelle sonorità commerciali e avventurandosi nello sterrato della musica più viscerale e onesta che ci sia. Sunny side up è come un enciclopedia sonora che spazia imprevedibilmente dallo ska, al classic soul, al folk, al rockabilly passando dalla ballata d’autore, con una naturalezza e una credibilità che è solo dei grandi. Aspettiamo la prova del nove del terzo album. Ma intanto, applausi!




2. Eels – Hombre lobo (qui la recensione)


Tutta l’arroganza e la disperazione, l’euforia e la solitudine tipica di un disco blues. Un opera d’una simmetria d’altri tempi, quelli dei vinili che duravano in media una quarantina di minuti, durante i quali i pezzi lenti si alternano in maniera implacabile a quelli tirati. Un album a suo modo semplice, quasi banale, che riesce tuttavia ad essere perfetto, anche se l’incontentabile mr. E ha già pronto il suo seguito, End Times, che sarà nei negozi tra pochi giorni, il 19 gennaio.




1. Il teatro degli orrori – A sangue freddo (qui la recensione)


In realtà prima e seconda posizione sono praticamente ad ex aequo. Metto il numerino uno davanti al Teatro degli Orrori probabilmente per un po’ di sano patriottismo. Il che è paradossale, se si pensa che le liriche di Capovilla non fanno che distruggerlo questo nostro belpaese, o almeno le ipocrisie e le falsità che esso custodisce. Un album che quando deve picchiare, picchia duro davvero, ma che si apre con una nenia disperata e avvolgente. Che sa trastullarsi con l’elettronica e che ha un gusto per l’uso dell’italiano e per la ricerca della parola giusta da incastrare in un testo, che è merce piuttosto rara, di questi tempi. Un album che fa pensare e al tempo stesso ti spinge a furiosi headbangin’.
Disco del 2009 per Bottle of Smoke!

martedì 29 dicembre 2009

I migliori dischi del 2009, parte uno

Riguardando un pò le mie recensioni musicali del 2009, mi sono reso conto che ho cominciato a "scaldarmi" solo verso la metà dell'anno, le prime critiche a dischi dello zero nove sono infatti perlopiù postate a partire da luglio. E' stato un anno un pò contraddittorio: capace di tirare fuori 3-4 titoli che ho ascoltato allo sfinimento, ma che al tempo stesso mi ha fatto faticare non poco a selezionare i dieci titoli necessari per la compilazione della classifica finale.

Dato il blocco dello scrittore che in questi giorni mi attanaglia, il poco a tempo a disposizione, la crisi economica mondiale, ma anche la volontà di allungare un pò la suspance, quest'anno spezzo la top ten in due parti.

Ecco la prima.



10. Assjack, omonimo (
qui la recensione)

Magari è solo per il malsano affetto che mi lega a Hank Williams III che acciuffo questo disco per i capelli e lo faccio rientrare nella classifica dei migliori dell'anno. Però a conti fatti il debutto degli Assjack è il ciddì di metal del 2009 che ho ascoltato maggiormente, poi il concerto di Lucerna ha imprimesso queste canzoni a fuoco nella mia testa. Cocaine the white devil, Tennesse driver e Redneck ride hanno brutalità da vendere, ma è tutto il progetto della cricca bastarda di Hank 3rd a convincere.



09. Steve Earle, Townes (
qui una breve recensione)



Altro mio raccomandato di ferro, Steve Earle ha fatto un disco che a mio avviso diventerà un long seller. Nel mio personalissimo caso l'album ha avuto una lentissima sedimentazione. Uscito a maggio, ha raggiunto il suo apice di gradimento intorno alla fine di novembre. Come noto, l'opera è un tributo all'amico Townes Van Zandt,scomparso ormai da dodici anni, che è stato uno straordinario cantore dell'america disperata e border line, nonchè compagno di strada e di vizi di Steve.

Townes è anche il più grande successo commerciale di Earle da quasi vent'anni a questa parte, ed è suonato con passione, rispetto per gli originali, ma anche classe . Un disco da assaporare senza fretta, mentre si ricordano i bei tempi andati. E anche quelli brutti.



08. Neffa, Sognando Contromano (
qui la recensione)



Ha talento Giovanni Pellini, e ne ha tanto, secondo me. Sognando contromano parte alla grande, con due brani ispiratissimi, Distante e Lontano dal tuo sole, che fanno toccare il cielo del rhythm and blues di Neffa con un dito. L'apice del disco è lì, all'inizio, Giovanni se lo gioca subito. Dopo è inevitabile un pò di calo. La media dell'album resta comunque più alta della sbobba italiana che ci propinano quotidianamente.


07. Cò Sang, Vita bona (
qui la recensione)


Nell'anno domini 2009 il miglior rap prodotto nello stivale, a mio avviso è quello di 'Ntò e O'Luchè. Ispirati,implacabili, con tanta attitudine sincera, non costruita a tavolino.
Se c'è una ghetto music italiana onesta e in qualche modo paragonabile a quella dei padri americani, beh, deve per forza essere quella dei napoletani Cò Sang.


06. Ministri, Tempi bui (
qui la recensione)



La prima cinquina dei migliori si chiude con un altro disco italiano, ed è un titolo che ha fatto il botto. Devono probabilmente affinare ancora qualcosa a livello di testi e originalità, i milanesi Ministri, ma chi se ne fotte. Sono solo al secondo album ma mostrano di che pasta sono fatti. Impegno sociale, ironia e rock and roll. Un tour interminabile durato quasi un anno intero. Ritornelli che sono già anthem. Molte delle nostre speranze per un futuro dignitoso del rock in Italia sono riposte sulle loro spalle.


> continua

lunedì 21 dicembre 2009

The HitMen


Ho tutta una mia teoria sulle raccolte di successi. Su quali artisti abbiano un repertorio adatto a compilarne una efficace e su quali invece no. Springsteen per fare un esempio, ma anche Dylan i Pink Floyd o Neil Young non sono da Best Of, mentre chessò, Billy Joel, Paul Simon, Marvin Gave o gli Eagles loro sì, tutta la vita. Non è questione di qualità delle canzoni, ma piuttosto di alchimia tra i vari singoloni , di quella speciale armonia che rende un disco posticcio credibile, come se fosse spontaneo e frutto di un processo creativo congiunturale e non antologico.


Ho deciso che Foo Fighers stanno dalla parte giusta della lavagna, il loro Greatest Hits funziona ed è opportuno. Lo dico recitando il ruolo dell'ascoltatore ideale per questo tipo di operazioni. Per pigrizia o superficialità infatti, non ho mai ascoltato un disco intero della band di Grohl, e questo immagino mi faccia rientrare nel target ideale per questo tipo di operazioni.


La raccolta si apre con All my life, che è una delle poche che conoscevo, e che da sempre mi ha esaltato. Potenza del rock and roll. Un brano semplice, lineare, senza sorprese, banale se vogliamo. Ma dannatamente efficace.
Lo stesso dicasi per Best of you, The pretender e Monkey Wrench, ottimi grimaldelli per scardinare qualsiasi futile resistenza a questo genere musicale.


Tanto per cambiare sono perfettamente d'accordo con l'analisi fatta da Ale sul blog, una volta questa musica sarebbe rientrata nel filone del cosidetto FM rock, o se vogliamo nel più sofisticato (ma solo come titolo) AOR. Gli indizi ci sono tutti, oltre alle succitate durezze ci sono momenti che non è eretico definire attigui al rock melodico, penso per esempio a Learn to fly, a Wheels che strizza l'occhio a Tom Petty o a Big me, che attacca come fosse un pezzo dei Creedence Clearwater Revival.


Personalmente non mi scandalizza questa vicinanza al sound radiofonico classico americano, non è mica facile essere credibili e raggiungere al contempo milioni di persone. Avercela fatta, per i FF, non può che essere una bella mostrina da lucidare e sui cui costruire la seconda parte della propria carriera musicale, ripartendo proprio da un ottimo Greatest Hits.


venerdì 18 dicembre 2009

True blood


A quattro anni dal loro ottimo debutto in full-lenght (prima moltissime collaborazioni con formazioni locali), tornano i napoletani Cò Sang. E lo fanno con un disco autorevole, orgoglioso, duro,polemico. Un disco che, per usare parole loro, mette Napoli sulla mappa.

Vita bona si fa apprezzare anche per un migliore lavoro di produzione rispetto al precedente Chi more pe 'mme, le composizioni hanno un respiro internazionale, ovvio il riferimento alla west coast americana, ma anche l’eccellente hip hop francese (penso per esempio agli IAM) trova qui dei riscontri.

Partono forte i due rapper del rione Marinella con l’open track 80 90, un micidiale riassunto di due decadi trascorse sotto l’unico comun denominatore della decadenza strutturale dei vicoli e delle periferie napoletane, dei bassifondi dell’esistenza, di un percorso di vita border line come unica via di sopravvivenza. Il ritmo è serrato, il pezzo estremamente coinvolgente, peccato solo che non tutti riusciranno a capire il testo al volo. Nel caso non è difficili reperire in rete la “traduzione” dal dialetto.

A seguire un altro highlight di Vita Bona: Momento d’onestà, nel quale i Cò Sang si tolgono qualche macigno dalle scarpe, prendendosela un po’ con tutti quelli che li hanno tirati in ballo a seguito del movimento hip hop che si è venuto a creare come traino del fenomeno Gomorra (citati nella traccia come Il Libro e Il Film). Fin qui tutto bene, anzi doveroso direi, vista la lunga militanza nel genere di Ntò e socio rispetto ai tanti rospetti recentemente affacciatisi alla scena. Non ho invece molto apprezzato, a livello di concetti espressi, le insinuazioni, nemmeno troppo velate che i due fanno al Film. Nella lunga coda parlata del brano infatti, si chiedono come mai nella colonna sonora di Gomorra compaiano in pratica solo brani di artisti neo-melodici (universalmente considerati attigui alle cosche camorristiche) e come abbia fatto la troupe di Garrone a girare un intero mese alle Vele a Scampia , lasciando così trapelare il sospetto di connivenze tra i produttori del Film e la malavita locale. Riscontro una certa scorrettezza nel modo in cui sono poste le domande, anche legittime e stimolanti, se vogliamo, ma che possono anche avere risposte non necessariamente compromettenti. Ad ogni modo il pezzo è talmente bello da mettere in secondo piano (almeno per me) questa nota stonata.

La traccia quattro, Riconoscenza, vede i nostri non sfuggire alla regola internazionale dell’hip hop che prevede che debba essere dedicata una canzone ad almeno un genitore. In genere è la mamma, qui mi sembra si tratti del papà. Anche in questo caso la canzone riesce ad arrivare al cuore ed emoziona.

Il gusto per l’allitterazione trova sfogo un po’ in tutti i brani del disco, ma mi piace segnalare in particolare i refrain di Amic Nemic, dove questa pratica raggiunge risultati davvero convincenti.

Tra i pochi featuring presenti nell’album, ricambia l’ospitata Marracash, che rima su Nun Me Parla ‘E Strada. Continuo a pensare che ci sia un abisso di qualità che separa l’hip hop d’eccellenza dei napoletani da quello del tamarro milanese. Ma a quanto pare tra gli artisti c’è amicizia e rispetto, e quindi va bene così.

In definitiva un’ottima produzione dei Cò Sang, che non falliscono la prova del “difficile” secondo album, e confermano tutto quello di buono che avevano lasciato intravedere con il loro esordio Chi more pe ‘ mme. Non solo mettono Napoli ngopp a mappa quindi, ma l’avvicinano a L.A. e a Marsiglia. C'è di che andare orgogliosi.

venerdì 11 dicembre 2009

Enjoint


Devendra Banhart può piacere o non piacere, ma di certo non si può dire che non sappia spiazzare ad ogni sua uscita discografica. Questo figlio dei fiori che sembra uscito, attraverso una distorsione temporale, direttamente dalla summer of love manco fosse l’Ilaria di Caparezza, a sto giro allarga lo spettro delle sue visioni, prendendosi alcune licenze dalla formula folk anglosassone (Nick Drake; Donovan & co.) / tradizionale centroamericana a cui ci aveva abituati e che cominciava onestamente a mostrare un po’ la corda.

Ad ogni buon conto, questo aspetto della sua musica persiste, ma è accompagnato da digressioni che sconfinano nella fascinazione per la musica di Bacharach (Baby), o dei Roxy Music con 16th & Valencia, Roxy Music (manco a dirlo), forse il pezzo più elettrico della produzione Banhartiana

Di sicuro la composizione dei brani non permette distrazioni, si rischia di perdersi dietro al flusso creativo del cantautore americano. Ogni canzone ne ha dentro infatti almeno un’altra se non due. Angelika inizia come un pezzo di Paul Simon, per poi trasformarsi in un tradizionale messicano, Chin Chin & Muck Muck esordisce non lontano dalle atmosfere jazzistiche dei primi lavori di Tom Waits, poi cambia pelle in continuazione, evolvendo in un elementare lalala che spiazza, disorienta, affascina per il suo modo semplice di afferrarti il cuore.

Rats deve per forza di cose essere considerato un omaggio ai Doors, dato l'approccio al canto e il sound complessivo del pezzo.

La tetralogia conclusiva di What we will be riprende la cifra stilistica consolidata dell’artista, da Maria Lionza al reggae di Foolin’, passando per l’acustica Waliamdzi è 100% pure Devendra stuff.

Faccio raffronti e comparazioni con altri artisti cercando di raccontare a parole il disco, ma sarebbe più corretto affermare che il caleidoscopio di colori che Devendra scuote, diventa un lavoro proprio e personale, a prescindere dalle influenze più o meno dichiarate. Questo qui è un disco che, seppur discostandosi a tratti dallo stile che abbiamo imparato a conoscere (e nel mio caso, apprezzare) del flower power son, è al contempo, indiscutibilmente, un profumatissimo prodotto della sua psichedelissima sierra.
Accendete gli incensi, coprite le bajour con un foular rosso, ricorrete alle sostanze che necessarie a indurre uno stato di profondo relax e pigiate play. Devendra è tornato.



martedì 1 dicembre 2009

Keep the faith

C'è un elemento, solo apparentemente secondario e probabilmente legato al mio status di adolescente cronico, che mi ha sempre affascinato del metal: l'artwork dei dischi di questo genere.

Le copertine apocalittiche, i nomi delle band scritti sempre con caratteri o loghi fighissimi, le immagini truci, i disegni, i colori. Non si battono, hanno una marcia in più, sopratutto da quando vanno i ciddì e i creativi degli artisti normali sfornano una cover decente su cento. Qui la media di opere valide è mostruosamente più alta, anche per gruppi debuttanti. Altro elemento che continua a legarmi a questo canone musicale è il fatto che, anch'io come Ale, ho periodicamente bisogno di quel tipo di ossigeno rarefatto che si respira nei lavori hard-rock-heavy-metal, e guarda un pò, quello che sto passando è proprio uno di quei cicli.

Cicli nei quali apprezzi una band semi sconosciuta, seppur in attività da molti anni, come gli Hatebreed, magari partendo proprio dalla copertina, in stile Motorhead, del loro ultimo, omonimo,album.

Gli americani del Connecticut propongono un metal piuttosto veloce e brutale, ma con una struttura tutto sommato canonica delle canzoni. Riferimenti d'obbligo i Pantera, ma non solo. Il disco è un unico blocco monolitico, ma se devo segnalare qualche pezzo potrei dire Become the fuse, Not my master e No halos for the heartless.

Anche il glam-hair-metal è una mia vecchia passione adolescenziale, e, seppur il gruppo in questione è uno dei pochi del genere che non ho mai ascoltato, sto dando qualche chance anche a Karma, ultimo lavoro dei Winger (che, per la cronaca, sono il gruppo la cui immagine su di un poster Kirk Hammett dei Metallica si divertiva a prendere a freccette ). Anche in questo caso, niente di trascendetale, ma nemmeno di troppo patetico. Buon rock and roll classico un pò (beh, parecchio) fuori tempo. Le tracce più significative potrebbero essere Deal with the devil, Witness, After all this time e Stone cold killer.

Passerà presto, lo so. Ma intanto me la godo. Sono uno che si accontenta di poco, io.

sabato 21 novembre 2009

When the walls come tumbling down


Sapevo di questa cosa del nuovo disco dei Rammstein. Cioè che in Germania avevano vietato di esporre Liebe ist fur alle da, l'album della band, in tutti i luoghi frequentati da minori di 18 anni. Quindi, a parte i sexy shop (che non mi risulta vendano ancora dischi)il nuovo cd finisce per decreto sotto il bancone delle rivendite ufficiali. Lo compra solo chi sa che esiste, per gli altri puppa.
La cosa sorprendente è che la censura giunge da un paese piuttosto tollerante in tema di sconfinamenti in ambito sessuale dell'arte. La copertina dell'ultimo lavoro della band tedesca raffigura il leader del gruppo nell'atto di intervenire con una mannaia da macellaio su una giovane donna distesa su di un tavolo, e i censori germanici hanno pensato che la cosa potesse turbare le giovani menti locali.

Ho scoperto un'altra cosa, grazie ad un collega. Il primo singolo estratto dall'album (Pussy) è veicolato da un video (ed un testo, questa volta in inglese) molto esplicito. All'inizio non mi sono nemmeno dato il disturbo di guardarlo, pensavo alla solita operazione di culone e tettone alla moda dell'hip hop, materiale pruriginoso per quindicenni allupati.

Invece no, mi dice accaldato il collega di cui sopra, hanno fatto un video hard, con falli, vagine e penetrazioni incluse! E non è tutto, gli attori protagonisti della performance sono proprio loro, i Rammstein!

A questo punto sì che mi scatta la curiosità. Grazie ad un amico del forum, recupero la versione uncensored, e appuro che è proprio così. Gli ultimi secondi della clip sono a tutti gli effetti flash di un film hard core (cumshot finale incluso). Prima, tutti i clichè del genere, le "situazioni" che servono ad introdurre maldestramente le scene di sesso nella consuetudine di queste produzioni.

I Rammstein sono l'unico gruppo metal tedesco a cantare nella lingua madre, ad aver anche raggiunto un successo planetario. Li hanno sempre accompagnati le polemiche. Le accuse di filonazismo (mai argomentate, per la verità, come se bastasse essere tedeschi e fare musica violenta...), di misoginia, di istigazione alla violenza sono sempre state all'ordine del giorno. Non ho mai capito una cippa di merlo dei loro testi, non posso dire di essere un loro fan, ma sicuramente gli riconosco una forte ragion d'essere, a differenza di decine di altre band prescindibili.

Ecco, allora mi sono chiesto, perchè fare un'operazione di questo genere?
Certo, la prima risposta è il marketing d'assalto, la pubblicità. E qui bisognerebbe capire se hanno raggiunto lo scopo. Non ho elementi per valutarlo. Il rischio effetto boomerang in questi casi è sicuramente enorme, ad ogni modo.

Ho l'impressione che quella della promozione non sia l'unica giustificazione a sostenere un'iniziativa di rottura come questa.
Il coinvolgimento personale, la banalizzazione del rapporto sessuale, la riproposizione degli schemi dei film porno...

E se invece i tedeschi abbiano voluto fare da precursori e infrangere una barriera tra due forme d'intrattenimento (arte?) popolare che hanno sempre copulato tra loro, ma che (ipocritamente?) si sono sempre fermate un passo prima di espicitare il loro connubio?

Si saranno guardati in faccia a lungo e poi qualcuno avrà infine detto: - è un duro lavoro, ma qualcuno deve pur cominciare a farlo, ya?-

Ma anche no, non lo so.
Magari sono solo un manipolo di crucchi filonazi, misogini e violenti.
Ai posteri l'ardua sentenza.


martedì 17 novembre 2009

Un'ottima annata

I Cheap Wine sono il classico esempio di gruppo italiano per il quale il commento più abusato dalla critica è che ha la sfortuna di "essere nato nel posto sbagliato".

Marchigiani di Pesaro, i ragazzi, attivi ormai dal 1997, fanno infatti un rock molto americano, legato all'inizio al cosiddetto Paisley Sound che ha visto nei Dream Syndicate e nei Green on Red (la ragione sociale della band deriva proprio da una traccia contenuta nel loro, seminale, Gravity Talks) gli esponenti di maggior peso del movimento. Poi però allargano i loro orizzonti abbracciando tutto il sound classico dei grandi d'oltreoceano. Riferimenti d'obbligo Bob Dylan, Neil Young, Bruce Springsteen (non nello stile, ma piuttosto in certe magniloquenze).

Come da solida tradizione anglosassone, l'ossatura della band è formata da dua fratelli, Marco (voce e chitarra) e Michele (straordinario talento chitarristico) Diamantini, che nel corso degli anni sono stati coadiuvati sempre dagli stessi collaboratori, fino alla recente rinuncia dello storico drummer e disegnatore di tutti i loro artwork, Francesco Zanotti, sostituito nel 2008 da Alan Giannini.

Al commento iniziale ci sarebbe da aggiungere probabilmente che, oltre ad essere nati nel posto sbagliato per il rock and roll, sono anche nati nel momento sbagliato per suonarlo.

La loro musica è infatti meravigliosamente fuori da ogni moda, non sono, per dire, i Lacuna Coil, che, bravi e scaltri, si sono saputi ritagliare uno spazio nel gothic/pop metal, questi qui davvero suonano cose e temi da dinosauri. Il che, se per me è splendido, non si può dire che lo sia anche per il music buisness. Ma loro giustamente se ne fregano e vanno avanti per la loro strada. Questa è la loro musica, è questo sangue che scorre nelle loro vene. In più di un decennio hanno macinato chilometri e concerti, fino a raggiungere una maturità e un modo di stare sul palco invidiabili per moltissime band italiane.

Personalmente li avevo persi di vista dopo quell'eccellente lavoro (esaurito, di recente in ristampa) che risponde al nome di Ruby Shade, li ritrovo oggi con il nuovo Spirits.

In questa ultima release li ritrovo meno elettrici e meno orientati a veloci fughe chitarristiche e pezzi nervosi, ma più concentrati sulle chitarre acustiche, sul basso usato come contrabbasso, su di una musica che si lancia senza timore verso grandi spazi aperti.

Un sound che vedrei bene come soundtrack di un film ambientato nelle periferie degli stati del sud degli USA, lunghe strade che si percorrono solo per viaggiare, non per giungere a destino.

Affascinanti ballate acustiche suonate sul filo della voce di Marco (Just like animals), nervosi blues (Leave me a drain; The sea is down), brevi strumentali (Alice).
Nella traccia sei (La buveuse) trova collocazione, in maniera spontanea e in giusta misura, anche una tromba.

Spirits contiene inoltre due cover, una di Bob Dylan, Man in a long black coat e Pancho and Lefty, il pezzo più noto (oggetto di attenzione anche da parte di Steve Earle, quest'anno) del compianto Townes Van Zandt, entrambi i brani sono proposti con rispetto, ma in pieno stile Cheap Wine.

Avendo perso degli episodi della discografia del combo, non so se è lecito parlare o meno di disco della maturità. Di certo è una prova ampiamente positiva. E' bello sapere che c'è gente dalle nostre parti che non molla, non si svende e continua a fare ciò che più gli aggrada, in campo artistico. Dell'ottimo folk/rock/blues nel caso specifico dei fratelli Diamantini.



martedì 3 novembre 2009

A sangue freddo, per organi caldi


Se prima di parlare di A sangue freddo, il nuovo disco del Teatro degli Orrori, devo recitare il mea culpa per non aver ascoltato a dovere Dell'impero delle tenebre, il loro debutto di un paio d'anni fa, lo faccio subito, così mi tolgo il pensiero. Di quell'album mi era piaciuta molto l'originalità e il tiro delle composizioni, ma faticavo a digerire l'impostazione molto teatrale della voce di Pierpaolo Capovilla, vero marchio di fabbrica del progetto.

Ora, visto che in molti, tra quelli che avevano adorato Dell'impero delle tenebre, sostengono che questa seconda opera sia inferiore alla prima, mentre io l'apprezzo in misura superiore, sono portato a pensare che A) il disco è più commerciale e quindi più fruibile alla massa, nella quale mi identifico appieno B) che il sound, e sopratutto lo stile di Pierpaolo ha finito di decantare nelle mie botti dandomi infine la possibilità di cominciare a gustarlo.

Comunque sia, A sangue freddo è per me una splendida rivelazione. Già a partire dalla traccia apertura mi fa vibrare le corde più emotive e intime. Io ti aspetto è una nenia notturna, alcolica, disperata. Sospesa tra Buscaglione e Milano Circonvallazione Esterna, il pezzo degli Afterhours. E' un amante in solitaria e vana attesa, il protagonista del pezzo. La narrazione è collocata nel cuore della notte, quando è difficile distinguere tra realtà e sogno: " l'amore è una cosa così bella una cosa così grande / una notte d'angoscia non può che diventare una carezza / su quel dolce profilo di persona per bene che sei".

E' raro trovare un'attenzione così accurata alla qualità dei testi, del linguaggio, alla scelte delle parole da usare, alla poesia in un disco di tostissimo hard rock. Già, perchè se ci si perde nella lisergica open track, lasciandosi andare alla struggente malinconia del pezzo, ci pensa Due , la traccia successiva a ricordarci che razza di bocca di fuoco siano in grado di springionare Il Teatro degli Orrori. Non mi viene in mente nessun'altra band italiana che abbia un tiro di rock duro così internazionale. Davvero poco da invidiare a chiunque. In questa traccia emerge anche una bella cantabilità, che comunque non sacrifica la poesia: "I love you baby / com'era bello fare all'amore con te / come son belle le illusioni ed i pensieri tristi / e le canzoni degli anni settanta e quella voglia di andare via / e il desiderio di restare / e il così nobile orizzonte del mare Ionio che se ne va viaverso l'Africa / è così ogni santo giorno".

Ma questo album è anche politico, a modo suo. Spara a ripetizione contro i luoghi comuni, i vizi, l'indifferenza della società moderna. Ricorda eroi dimenticati. La magnifica title track, ad esempio, celebra Ken Saro Wiwa: "io non mi arrendo, mi avrete soltanto con un colpo alle spalle / io non dimentico, e non mi arrendo. Io non mi arrendo / è nell'indifferenza che un uomo un uomo vero, muore davvero", e fa avanzare di un nuovo step la canzone di protesta italiana. Niente chitarre acustiche e fisarmoniche, ma chitarre/basso/batteria e ampli a massimo volume.

Restano da segnalare Majakowskij, non lontana dal Teatro Canzone di Gaber, la disperata preghiera Padre Nostro, e quella che nel suo incedere potrebbe a buon titolo essere la Walk (Pantera) italica, cioè Alt! , uno dei pezzi che più trascinanti e che immagino più spaccheranno in concerto.

In conclusione, se dovrò recuperare il primo disco del Teatro lo farò di certo, ma intanto mi godo questo, che magari ha dei cali di tensione, ma che contiene almeno 7-8 canzoni davvero notevoli, rispetto, non solo al panorama nazionale, ma in senso assoluto.
Con ogni probabilità nella top ten dell'anno.



domenica 1 novembre 2009

Ready or not, here they come...

E così, preceduto dai soliti clichè dell'industria di settore, che prevodono una politica di marketing fatta di annunci di ritrovata intesa artistica e personale tra individui che faticavano anche solo a salutarsi se s'incontravano per strada, è uscito il nuovo disco degli Spandau Ballet.

I cinque cavalieri inglesi del new romantic degli anni ottanta erano rimasti tra i pochi a non raschiare il fondo del barile della reunion, e la ragione a quanto pare era proprio il sedimentare di rancori e risentimenti mai sopiti dalla fine del 1989, anno in cui uscì, non su tutto il mercato mondiale, l'ultimo disco della band, Heart like a sky. Da allora ognuno per la sua strada . L'unico che ha insistito con la musica (e con le cattive abitudini alimentari, a giudicare dalla forma fisica) è stato il cantante Tony Hadley. Che, per dire, anche se avesse smesso non se ne sarebbe accorto nessuno.

Dopo anni di complicate trattative diplomatiche che nemmeno i negoziati in Palestina, eccoli qui dunque gli eroi della mia adolescenza (dovrei vergognarmi un pò, ma ho le spalle larghe: Parade è uno dei dischi che più ho consumato quando avevo 16 anni, e forse anche un pò dopo).
Album e turnè alla fine della prima decade degli anni zero. Chi l'avrebbe mai detto?

Come già annunciato, Once More, il disco del ritorno, non è composto da pezzi nuovi, ma da successi rielaborati. Contiene solo due inediti messi lì come parentesi: la title track posta all'inizio e Love is all, piazzata in chiusura.

La raccolta appare costruita perlopiù sulle doti vocali di Hadley e su di un sound caldo, vicino all' unplugged. I pezzi sono tutti abbastanza rallentati, molto spazio alle acustiche di Gary Kemp, basso e batteria il minimo indispensabile, il sax di Steve Norman, che costituiva un elemento cardine nell'economia dei pezzi del gruppo, passa in subordine, viene spesso estromesso, se usato è nel tentativo di creare l'effetto di nervose improvvisazioni, di norma all'interno del bridge.

Alcune canzoni suonano molto vicine all'originale. Data la loro forza melodica, è difficile inventare chissachè per True, Gold o Lifeline, mentre alcuni pezzi che in originale erano movimentati, come ad esempio Only when you leave o With the pride, diventano delicate ballate, molto in linea con le robe da crooner modaioli alla Bublè.

I'll fly for you, una delle mie preferite di sempre, è privata del suo intro di sax e nel cambio secondo me non ci guadagna, mentre, in un classico strappamutande (nonostante il testo a sfondo sociale) come Through the barricades, Hadley tenta di scalare una o due posizioni nella parte bassa della classifica dei cantanti di musica leggera, e forse forse ce la fa .

Abbastanza prevedibili gli inediti, mezzo voto in più va comunque a Love is all, che cerca di reinventare il sound Spandau Ballet mantendosi in qualche modo collegato all'impianto classico che ha fatto la fortuna della band, mentre Once More sa tanto di inedito rimasto nel cassetto di Tony Hadley e tirato fuori per l'occasione.

Tutto fa brodo per rimettersi in piedi e uscire per strada. Il difficile sarà restarci.







lunedì 26 ottobre 2009

Ne hanno un pò, se ti serve


Personalmente sono un po’ intimorito a recensire dischi attesi come la pioggia nel deserto da manipoli di fan esagitati, che se sbagli ad esprimere un concetto, sono pronti ad aspettarti sotto casa per menarti.
Questo è stato il contesto per l’ultimo lavoro dei Pearl Jam, Backspacer. Già settimane prima della sua release ufficiale i forum dedicati al gruppo sono esplosi con centinaia di messaggi (spesso critici) relativi non al disco completo, a volte neanche ad una canzone intera, ma anche solo a frammenti di essa.

Non voglio essere aristocratico a riguardo, diavolo, è bello essere ottusi e lapidari fan di una rock-band, anzi è una delle cose più eccitanti al mondo. L’attesa, i primi ascolti, il confronto con gli altri seguaci. Lo so perché sono stato anch’io così e ancora oggi, a volte, mi capita di esserlo. Però capite con che razza di clima ci si misuri (scherzo eh) ?

Un’altra premessa che vorrei fare è che ho un rapporto molto particolare con il gruppo di Eddie Vedder. Li rispetto profondamente da un punto di vista deontologico, compro compulsivamente da alcuni anni tutti i loro ciddì, ma accidenti, mai che sia riuscito ad andare oltre la soglia di ascolto che determina passione sfrenata. Per dire, il disco della loro produzione che ho ascoltato maggiormente è stato Riot Act, che probabilmente è anche il più controverso e il più contestato, per cui tirate un po’ voi le somme.

Terza e ultima premessa, invito i lettori del blog non utenti del forum dei Bravi Ragazzi, a leggere questa appassionante discussione su Backspacer, alla quale hanno partecipato, riuscendo nell’impresa di coniugare ragione e sentimento, amici, autorevoli esperti nonchè amanti di primo pelo del gruppo. Secondo me è quasi impossibile aggiungere altro. Se invece non fosse così, c’è sempre la recensione, molto ruocc e fuori dagli schemi, dell’amico blogger lafolle. A me è oltremodo piaciuta. Non è escluso tra l'altro, che qualcuno dei concetti espressi dagli amici sopra citati mi sia rimasto attaccato alla tastiera del piccì, e io l'abbia fatto mio. Nel caso, mi scuso in anticipo.

Dopo tutto sto pippotto, e con l’isteria di massa intorno all’album che sta finalmente scemando, paso alle mie impressioni sul disco.
Dico subito che mi piace. A partire dai pezzi più tirati: Gonna see my friend, Got some, The fixer (piazzate in sequenza, in apertura) e Supersonic, non hanno pretesa di originalità, ma raggiungono l'obiettivo di lanciare rasoiate chitarristiche, urlare ritornelli aguzzi e vanno dritte al sodo.

Le acustiche Just breath (con un Eddie che sembra afono) e la conclusiva (ma vah?) The end, outtakes o meno del progetto solista del singer dei PJ, riescono a creare una buona atmosfera (come quel brandy italiano) e ad essere suggestive.

Le ballate in crescendo Among the waves e Untought know, piazzate come spartiacque a metà disco, rispondono alla consolidata tradizione del gruppo a misurarsi con pezzi di questo taglio epico. Sono probabilmente tra gli episodi più riusciti ed emozionanti dell’intero album.
Il resto per chi scrive è un gradino sotto, senza però scendere a livelli di insufficenza. Cito tra ciò che rimane Johnny Guitar e Speed of sound.

A mio avviso Backspacer rientra appieno nella categoria: “hard rock di stampo classico che rende al meglio nella dimensione live”, and that’s all.
Capisco che qualche fan possa vedere in quest’opera il classico compitino di transizione, ma è opportuno tenere in debita considerazione tutte le insidie che si annidano dietro alla lavorazione di ogni disco, quando una rock band così "esemplare" è vicina ai vent'anni di attività.

E’ difficile infatti, per un gruppo dalla storia dei Pearl Jam invecchiare con coerenza, evitando di diventare autoreferenziale, probabilmente (per adesso) Vedder e soci hanno smesso di cercare strade alternative al loro sound (se mai l’hanno fatto con convinzione) e può essere che se la stiano semplicemente spassando, scarnificando e semplificando al massimo il loro sound. Oppure sono davvero in crisi creativa, ma invece di aspettare che passi, si siano rifugiati in porti sicuri a sfornare un disco da band al debutto, chi lo sa?

La cosa importante è che Backspacer eviti la sindrome U2 e (di recente) Springsteen. Di contenere cioè un insieme di pezzi che cercano disperatamente di suonare come ai vecchi bei tempi del massimo fulgore, finendo così, inevitabilmente per far apparire i Pearl Jam come un gruppo che fa cover di se stesso.

Ecco, io trovo invece che Backspacer, con tutti i limiti e i difetti che gli si possano attribuire, abbia il pregio almeno di essere un lavoro sincero, non ruffiano, che non si arrampica pateticamente sui vetri della storia, e che, seppur in maniera discontinua, ha pure un bel tiraccio.
E che ci volete fare, sarò anche un pò superficiale e romantico, ma a me basta.

martedì 13 ottobre 2009

Ancora una volta


Dopo la reunion dei scorsi mesi,è stata fissata per la settimana prossima l'uscita del nuovo disco degli Spandau Ballet, atteso dai fans da 21 anni. A raffreddare un pò gli entusiasmi la notizia che si tratterà di brani classici del repertorio dei cinque, riletti in chiave più attuale. I brani sono le hits più famose, ma anche pezzi meno commerciali.

Once More è il titolo del disco e di uno dei due inediti ivi contenuti (l'altro è Love is all).Come consuetudine in questi casi, i commenti dei componenti della band sono entusiastici e tutti coesi nell'affermare la rinascita del gruppo. Come consuetudine, tra poco cominceranno ad aprirsi le prime crepe...

A marzo saranno in Italia, e nonostante tutto confesso che ci sto facendo un pensierino...


La cover e la track list di Once more (16 ottobre):



1.Once more
2.True
3.Gold
4.To cut a long story short
5.Through the barricades
6.Only when you leave
7.Communication
8.She loved like diamond
9.Love is all
10.Chant no 1
11.With the pride
12.I'll fly for you
13.Lifeline

giovedì 1 ottobre 2009

Gli zelig del rock


Premetto che non ho mai ascoltato un disco dei Muse in precedenza, niente di più facile quindi che davanti alle due considerazioni che sto per fare qualcuno se ne abbia a dire che ho scoperto l'acqua calda.

The Resistance arriva nei negozi dopo un enorme campagna pubblicitaria. Oramai quando le major hanno un gruppo che ritengono possa vendere qualche ciddì in più, lo pompano manco fossero i Beatles, cominciando mesi prima a parlarne in termini apocalittici. La promozione dura quanto le primarie del piddì.

Per essere un gruppo affermato da tempo e con un proprio brand personale, devo dire che i ragazzi saccheggiano mica male a destra e manca. In Uprising (il singolo che ha anticipato l'uscita dell'album) per fare un esempio, il tappeto di percussioni iniziale e tutto il brano fino al ritornello, ricordano molto da vicino alcune delle cose più recenti di Marilyn Manson.
Buona la title track, altro pezzo dalle potenzialità commerciali, possibile nuovo singolo.

L'opera è spesso in bilico tra una certa pomposità di fondo, un'utilizzo pop della musica classica (per i lunghi break di pianoforte), molte assonanze con i Queen. In questo senso, la traccia numero quattro, la lunga United States of Eurasia, paga un tributo così evidente al gruppo di Freddy Mercury da sembrare una autentica outtake da Innuendo.

Il disco si chiude con la suite in tre parti di Exogenesis. Qui emerge un certo amore per le colonne sonore strumentali e... per i Radiohead, sopratutto per l'uso del falsetto e delle sonorità orchestrali tipiche della band di Yorke.

Un imbarazzante disco di plagi quindi? No, o non solo almeno. Da neofita del gruppo trovo The Resistance un album piacevole. Il sound è apprezzabile, così come le composizioni e le aperture melodiche: un pop elaborato che riesce a non essere saccente.
E poi gente, dopo quello che hanno fatto dalla Ventura (dal blog di Ale: qui e qui)questi qui si sono guadagnati sul campo le mostrine di miei idoli assoluti. Potete giurarci.

sabato 19 settembre 2009

L'esercizio del punk


Non sono nuovi del mestiere i milanesi Minnie's, tra una vicessitudine e l'altra sono in giro infatti da quasi quindici anni (e sei dischi). Io li ho scoperti con quest'ultimo L'esercizio delle distanze, al quale sono arrivato attraverso qualche recensione pizzicata qua e la.

L'idea che mi sono fatto è che i ragazzi cerchino la via italiana al punk più commerciale e pop, il che non è un'intuizione sbagliata, se vogliamo. Certo che poi bisogna avere la capacità di raggiungere questo obiettivo e loro secondo me si fermano un pò a metà del guado.

Da ascrivere sotto la voce tentativo riuscito sicuramente l'open track Per cosa si uccide (a parte un fastidiosissimo bridge "parlato" che fa un pò Bambolina & Barracuda di Ligabue), Hey, Lasciatemi, Milano è peggio (con "parlato" anche questa, purtroppo), Mai più fiori scuri.

La scrittura, diciamolo, non è eccezionale, anche se si apprezza un certo gusto per le aperture di gas dei ritornelli, che cercano di adempiere con disciplina al compito di restare in mente. La parola d'ordine insomma è immediatezza, la longevità delle composizioni non è forse nei programmi della band.

Alla fine non si evince chiaramente cosa vogliano fare i Minnie's da grandi, sospesi come sono tra la strada mainstream e l'indie, tra i Ministri e i Lunapop.
Time will tell.

sabato 5 settembre 2009

Country hero!

Diamine se ne è valsa la pena. Rifarei i trecento chilometri da qui a Lucerna anche ora, tanto ne è valsa la pena. L'idolatria pagana che ho nutrito per Hank Williams Terzo non è stata vana. L'uomo mi ha ripagato. Ci ha ripagato tutti in una messa solenne di quasi tre ore. Non posso banalizzare quello che ho visto con una recensione affrettata. Lascio decantare ancora un pò le emozioni e poi provo ad esprimerle.
So già che non sarà semplice.


P.S. Il titolo è in ossequio a Country Heroes, uno degli omaggi più sinceri ed emozionati di Hank III all'outlaws ed ai suoi protagonisti

martedì 1 settembre 2009

Una direzione giusta


Non sbaglia un colpo, Neffa. Anche Sognando Contromano, uscito un pò in sordina, senza grandi battage pubblicitari o clamori mediatici, va dritto allo scopo primario dell'arte, cioè emoziona.

Sembra che Giovanni si sia imposto, sin dall'inizio della sua carriera, di spiazzare i suoi ascoltatori cambiando approccio alla composizione, disco dopo disco. E' superfluo credo ricordare il bagaglio di esperienza che si porta dietro Neffa, eterno irrequieto della musica popolare moderna.

Con questo nuovo lavoro il musicista campano vira decisamente sulla malinconia e sul distacco. L'album parte magnificamente con un intro di chitarra claptoniano per Distante, che ci conduce all'ormai caratteristico cantato (molto sudista, quasi arabeggiante) dell'artista di Salerno. Il testo è vibrante e colpisce subito al cuore, il ritornello si apre in maniera molto soul. Un grandissimo pezzo.

A seguire Lontano dal tuo sole, scelto come primo singolo, anch'esso testimone di un momento probabilmente non felice della vita di Pellini. Questo secondo pezzo è meno immediato e ci mette un pò di più ad arrivare, ma tranquilli che arriva. La coda del ritornello "che ora non hooooo" penetra sottopelle dove nidifica per sempre.


Qualcosa di più è un altro pezzo convincente. Introspettivo e poetico, un testo sognante che si apre sull'armoniosa melodia del refrain . Il ritmo torna ad alzarsi con Solo così, traccia che spezza momentaneamente le atmosfere malinconiche del disco, che tornano con In un sogno e l'idealista Nessuno, a mio avviso uno dei due-tre pezzi meno riusciti della raccolta.


Sono riunite nel trittico La mia stella, Satellite e Bellissima le canzoni d'amore positive dell'album, con la Satellite a svettare sulle altre, in pure stile pop Neffiano.


L'album si chiude con Giorni d'estate, che ricorda nello stile qualcosa del folk progressive inglese dei sessanta e con The hill, cantata nella lingue della terra d'Albione.


Caso abbastanza unico nel panorama musicale italiano, Neffa riesce in qualche modo a coniugare l'internazionalità delle sue produzioni con la tradizione melodica nostrana. Originalità e coraggio non gli mancano, per essere più espliciti, secondo me se ne fotte abbastanza delle regole del mercato, segue imperturbabile i suoi umori e le sue traettorie artistiche.

Considerando queste premesse e ammettendo anche che l'ispirazione non è sempre allo zenith creativo, Sognando contromano resta comunque un gran bel disco.


giovedì 20 agosto 2009

(Straight) To Hell, and back


Di norma, anche se non sono ferratissimo sullo specifico, cerco di arrangiarmi con le definizioni dei generi musicali dei dischi che recensisco. Che cazzo, alla fine è solo roccheroll. Stavolta confesso che ho dovuto chiedere l'aiuto di wikipedia. Che cazzo di metal disperato è quello del progetto metal di Hank Williams terzo, gli Assjack?
Tennesse driver si apre con un riffone alla Black Sabbath, ma è una falsa pista. Il resto del disco vaga su sentieri pericolosi e a me sconosciuti, qualche volta si aggirano dalle parti dei Sepultura di Chaos A.D. , forse qualcosina dei primi Metallica. E questo è il massimo che sono riuscito a cavare fuori.
Quelli di wiki parlano di metalcore e
psichobilly. Tocca credergli sulla parola.

Assjack è la prima release ufficiale del gruppo omonimo, che segue però un'intensa attività live delle formazioni che si sono susseguite attorno ad Hank per il suo side project, nonchè la pubblicazioni di quattro bootleg dal vivo.

Sarà probabilmente per il mio affetto morboso per il discendente più cazzuto di Hank Williams sr, se, nonostante questa roba sia piuttosto lontano dai miei gusti metal canonici, sia riuscito a prestargli un numero decente di ascolti fino ad arrivare ad apprezzarla. Direi che ho fatto bene, perchè ogni tanto un disco così mi serve.

L'album pesta giù veramente duro (almeno per le mie orecchie), per la sua mezz'ora di durata non concede letteralmente un attimo di respiro.

Tennesse driver è attualmente è uno dei miei pezzi preferiti, ma, come scrivevo in premessa, è anche piuttosto depistante sul mood del disco. Allora risulta più consono al contesto complessivo segnalare Wasting Away, Cocaine the White Devil, Gravel Pit, Redneck Ride e la conclusiva Doin What I Want.

Non mi stancherò mai di ripeterlo, Hank 3 è uno degli artisti più veri ed interessentanti in circolazione. Un cazzo di punk che invece della cresta, in testa porta uno Stetson sformato, che manda affanculo tutti con il miglior outlaw country sentito da decenni, che si prende la libertà di spiazzare anche il suo pubblico alternando ormai regolarmente al genere del nonno questo hardcore devastante e brutale. Non ce ne sono altri come lui e se altri ne arriveranno in futuro non potranno che essere delle copie sbiadite.

Ascoltatori più esperti di me in questo genere di metal potranno esprimersi meglio sull'originalità del sound Assjack, ma sarebbe come guardare al dito invece che alla luna. L'elemento portante di tutta l'operazione, della vita artistica di Williams oserei dire, resta una vera urgenza comunicativa, come da tempo non mi capitava di percepire, un'inquietudine che lo tiene sempre in movimento, come un delinquente strafatto di benzedrina in fuga con la pula costantemente alle calcagna.

L'ho già detto che adoro quest'uomo?


P.S. Grande copertina, tra l'altro.

venerdì 14 agosto 2009

Boom chicka dance?


Dopo The King, The Man in Black. Non c'è troppo da stupirsi se i discografici americani abbiano pensato di tirare fuori qualche altro dollaro dai diritti delle canzoni di Johnny Cash, dopo il successo commerciale della medesima operazione fatta con Elvis Presley.

Premetto che, seppur dinosauriaco, non sono un integralista assoluto del suono originale. Non ho preconcetti, giudico il risultato finale. Anzi, per dirla tutta, molto spesso, ascoltando pezzi lontanissimi dalla cultura hip hop, presto attenzione ad un giro di chitarra, di basso o di banjo (???) e penso che, con un pò di apertura mentale in più, si potrebbero campionare con ottimi risultati. E molto spesso ho pensato che l'epico boom chicka boom di Johnny Cash potesse fare faville in mano ad un buon manipolatore di suoni.

Inoltre, se vogliamo, anche dal punto di vista concettuale, Johnny Cash è stato per molti versi un autentico precursore di quell'attitudine che, convogliata nel rap, ha dato origine a quel genere, d'incontro tra realtà e finzione, che risponde al nome di gangstarap. Era o non era l'uomo in nero a cantare "I shot a man in Reno, Just to watch him die" in una delle sue prime canzoni? Cosa ci può essere di più gangsta?!? Folsom prison blues, era solo la prima di una serie di Murder songs, una corposa lista di titoli da far invidia ancora oggi ai vari 50 cents che ci frantumano le palle con le loro presunte gesta criminali.

Il disco. Okay, parlo del disco.
I walk the line, forse la canzone manifesto di Cash, apre la raccolta. Non si tratta esattamente di un remix, ma di un rap sulle note del brano dell'uomo in nero. Ci rima sopra nientepopodimenoche Snoop Dogg, con il cantato originale che è filtrato in modo da dare l'impressione che arrivi direttamente dall'oltretomba.

I remix più riusciti sono a mio avviso, quelli di Leave that junk alone, fatto dagli Alabama 3 (davvero bravi, riescono ad imprimere il loro sound, impossibile non pensare al brano dei titoli di testa dei Soprano, Wake up this morning) Country boy di Sonny J e Doin' my time (The Heavy Remix).

Per Folsom Prison Blues invece io avrei osato di più. L'arpeggio iniziale l'avrei dilatato, creando un vero e proprio loop. Tale Pete Rock invece è troppo ossequioso, lavora un pò sugli strumenti, rallenta il cantato, ma per il resto il brano resta quello. Peccato, un'occasione sprecata.
Buone Straight A's in love, Sugartime e la conclusiva I heard that lonesome whistle blow.

In conclusione, Johnny Cash Remixed si rivela un'operazione anche divertente, seppur solo a tratti riuscita. Stupisce francamente l'assenza di un pezzo come Ring of fire, che avrebbe fatto faville in un contesto del genere. In linea di massima i produttori hanno scelto stranamente diversi brani poco noti, non si sa se per una questione di diritti o per cercare di emulare il successo planetario di A little bit conversation, traccia sconosciuta di Presley, divenuta il suo più grande successo moderno, grazie al noto remix.

Alla fine l'impressione è che gli autori abbiano cercato di non irritare troppo i fans storici dell'artista, e al contempo di strizzare l'occhio al popolo di MTV e delle dance-floor. Come capita spesso, quando si cerca di arruffianarsi due sensibilità musicali agli estremi, si toppa da ambo le parti. Ecco, in buona sostanza, l'impressione che lascia questa operazione, un pò è questa.