giovedì 6 agosto 2026
Recensioni capate: Underscores, U
lunedì 20 luglio 2026
Litfiba in concerto, quarant'anni di 17 Re - Castello Scaligero di Villafranca di Verona
Quando ho detto ad amici e colleghi che sarei andato a vedere il concerto dei Litfiba ho ricevuto in cambio sopraccigli sollevati, smorfie di disapprovazione e perplessità manifestate a vario titolo, ma tutte accompagnate da espressioni di compatimento. Ho capito allora che nella percezione comune si è completamente perso il ruolo fondamentale di questa band, ai suoi inizi, nell'evoluzione della musica indipendente italiana (in ambito new wave). Sono invece impressi nella memoria le baracconate di Pelù, gli stracci che sono pubblicamente volati tra il frontman e il resto del gruppo (Renzulli in primis) e i tanti (troppi?) comeback tour. Comprensibile, visto che la fase della "trilogia del potere" (delle vittime del potere, come piace precisare alla band) è durata solo tre anni (1985-1988) mentre tutto il resto, da El diablo in avanti, s'è ne è preso ben oltre trenta. Resta comunque il fatto che i primi tre dischi dei Litfiba, Desaparecido, 17 Re e Litfiba 3, siano qualcosa di enormemente rilevante, sospesi com'erano tra impegno politico, allegoria e sogni dark.
Quest'anno correva il quarantennale di 17 Re (1986) e la band toscana, assecondando un canovaccio in voga ormai da tempo, da quando cioè il rock è diventato materia per ultracinquantenni malati di nostalgia, ha deciso di portarlo in tour suonando integralmente i suoi sedici brani (più uno, la title track, esclusa dalla tracklist originale e ripubblicata per l'occasione). Ma la particolarità di questo tour è soprattutto quella di aver riunito i componenti originali dei primi Litfiba, quindi, oltre a Pelù e Renzulli, Antonio Aiazzi (tastiere) e il mitologico Gianni Maroccolo (basso). Alla batteria in vece del drummer originale Ringo De Palma (morto nel 1990) uno spettacolare Luca "mitraglia" Martelli (con il gruppo per il tour del 2013, che portò in giro la trilogia, e in studio per l'ultimo album Eutòpia, del 2016).
Questa la premessa. Aggiungo che pur passando il tour vicino casa abbiamo optato per la data di Verona in quanto il Carroponte (la location di Milano) non gestisce benissimo i pienoni, diciamo così. Il Castello Scaligero di Villafranca di Verona viceversa, oltre ad essere una venue suggestiva garantiva anche una capienza più a misura d'uomo (5-6000 posti). La scelta si è rivelata una volta tanto azzeccata e lungimirante, essendo riusciti ad assistere all'intero show a pochi metri dal palco in condizioni ottimali (unica pecca, per chi era distante dallo stage, l'assenza dei maxi schermi).
Il concerto inizia con apprezzabilissima puntualità alle 21.15 sulle note di Febbre, la sola del concerto presentata in versione esclusivamente strumentale, come overture atta a creare il giusto climax per l'ingresso sul palco dello sciamano Pelù, che attacca 17 Re, il pezzo recuperato. Le sue atmosfere funzionano, così come i riferimenti nel testo ai gangster a capo di nazioni importanti e alle conseguenze delle loro scelte folli. Quando parte Come un dio, la canzone successiva, capisci dal singalong quanto il pubblico sia legato a questo piccolo grande disco che le classifiche non le vide nemmeno da lontano ma che, evidentemente, è impresso a fuoco nella memoria collettiva non solo di chi all'epoca era ragazzo.
Piero Pelù si prende la scena da frontman consumato. Dalla sua, nonostante età e acciacchi - un acufene permanente che lo costringe ad esibirsi con delle vistose cuffie protettive - , una voce che non ha perso di pulizia, intensità e potenza e una presenza magnetica, sciamanica: ormai, nel bene e nel male, suo marchio di fabbrica. Di contro un attitudine al comizio totalmente fuori controllo, che lo porta a dire la sua prima di ogni singola canzone interpretata, con un effetto comizio a mio avviso controproducente: davanti a tanta banalizzazione, retorica e sicumera ti viene da dargli torto anche quando in linea di principio saresti d'accordo con lui. Un'attitudine questa del tutto provinciale, i grandi artisti che vogliono lanciare messaggi politico sociali fanno parlare le canzoni oppure individuano un momento specifico nello spettacolo (uno, perdio!) per uno speech mirato che cattura l'attenzione del pubblico.
Decidere di eseguire per intero 17 Re non è scelta banale per varie ragioni, ma la più importante è la difficoltà di rendere alcuni brani dal vivo (per dirne una, alla fine delle sessioni di registrazioni dell'album, nel 1986, Maroccolo decise di sostituire le parti di batteria del povero De Palma con una drum machine), ed infatti parte di essi non erano mai stati suonati live prima. Potrei sbagliare ma credo che canzoni come Sulla terra o Tango abbiano preso aria e applausi per la prima volta in quarant'anni. Stando così le cose, si perdona anche l'esecuzione "velocizzata" rispetto al mood originale di buona parte della tracklist dell'album.
Il set si chiude inevitabilmente con la bolgia di Gira nel mio cerchio (che gran pezzo, ancora oggi!) e Resta, forse il più importante rock-anthem italiano assieme a Male di miele degli Afterhours. I bis continuano a cavalcare l'eccitazione del pubblico, alimentata da un scellerato, per noi diversamente giovani, invito al pogo di Pelù, per la tripletta finale La preda, Tex e Cangaceiro. Precedentemente, un'interpretazione di Santiago, che resta uno degli highlights assoluti del concerto, con il suo focus sugli orrori del Cile di Pinochet assieme alla critica al viaggio di Papa Wojtyla che incontra Pinochet mentre nelle segrete si continuava a torturare e trucidare innocenti.
Un bel concerto, per tanti aspetti irripetibile. Anche se si percepisce un pò di distanza, di freddezza tra i singoli membri della band è come se i Litfiba avessero bisogno di ritrovare l'approvazione del pubblico attraverso il recupero integrale delle note del loro capolavoro per fare pace con la propria storia, per essere finalmente risolti.
lunedì 6 luglio 2026
Recensioni capate: Carpenter Brut, Leather temple
giovedì 5 febbraio 2026
My Favorite Things, gennaio '26
Wake up dead man: Knives Out (3,75/5)
No other choices (4/5)
Il club dei delitti del giovedì (2/5)
The mastermind (3,5/5)
lunedì 2 febbraio 2026
Dry Cleaning, Secret love
Tra le primissime uscite di questo neonato 2026 (9 gennaio), il nuovo disco degli inglesi Dry Cleaning era quella che aspettavo con maggiore curiosità. Scoperti qualche anno fa con il precedente lavoro Stumpwork, quando, conquistato dai Fontaines DC, sono andato alla ricerca di nomi attinenti l'ultima generazione di band post punk (assieme a loro Shame, Murder Capital, Squid, Sleaford Mods), i Dry Cleaning mi colpirono per la loro unicità, rappresentata da una forte componente ipnotica resa ancor più efficace da una voce (della singer Florence Shaw) che usa spesso lo spoken e una sezione ritmica (sia analogica che digitale) molto centrale nel sound del gruppo. Poi, vabbeh, anche per le copertine, senza dubbio eccentriche, come puoi vedere anche da quella del precedente lavoro.
Altro segno concreto della crescita di autorevolezza dei Dry Cleaning è testimoniato dalla capacità di attirare nel progetto grandi musicisti e autorevoli produttori, come Cate Le Bon, i Gilla band (arrangiamenti) e Jeff Tweedy (su My soul/half pint, altro pezzone).
I testi si muovono principalmente su stati d'animo, fasi emozionali, ansie e vecchie/nuove apprensioni, ma non fuggono dal contesto terribile di cui siamo testimoni un pò troppo passivi, assumendo una forte posizione politica per la situazione di Gaza (Blood) e, in generale, per questi tempi in cui destra, machismo, presidenti gangster portano un clima di aggressività e violenza ad imporsi nella nostra vita. E allora bene hanno fatto i DC a chiudere il disco con una traccia, Joy, che inizia con "It's a horror land / Destruction / Don't give up / On being sweet" e con le parole, quanto mai inequivocabili di Tom Dowse (chitarre, tastiere, loop machine): “Il problema con l’ascesa della destra ovunque è che è molto difficile non arrabbiarsi e incattivirsi, e questo ti porta a comportarti sempre più come loro, che è esattamente quello che vogliono. Vogliono più divisione, più odio, più sospetto. In questo senso i piccoli gesti di gentilezza possono essere qualcosa di molto profondo e sovversivo. Essere gentili, pensare agli altri.”
L'essenza del post punk: politico, artisticamente anarchico, non per tutti. Difficile che Secret love stia fuori dai migliori del 2026. Anche se è uscito il 9 gennaio.






