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lunedì 23 settembre 2019

Volbeat, Rewind, Replay, Rebound

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Volendo mantenere la "giusta distanza" critica, i dischi degli ultimi Volbeat andrebbero recensiti dopo pochi ascolti, quando le orecchie sono vergini  e hai bene chiaro in testa cosa funziona e cosa no. Se invece commetti l'errore di dargli più tempo di sedimentazione, finisci inevitabilmente invischiato nelle spire delle melodie assassine create da Micahel Poulsen (ad oggi senza dubbio uno dei migliori, in questo campo) vedendo fuggire ogni spirito critico.
Metto subito le mani avanti per giustificare il fatto che questa sarà una recensione molto dibattuta, tra il "tradimento" della filosofia musicale dei vecchi Volbeat, per i quali fu colpo di fulmine, e questi nuovi, più mainstream, ma subdolamente seducenti.

Giusto per stabilire un perimetro di ragionamento sulla vita del gruppo, la mia impressione è che il loro apice creativo, il lavoro con il quale sono stati più in grado di bilanciare le due anime che contraddistinguono la band, melodia e furore, è stato Outlaw gentlemen & shady ladies, album del 2013, quinto in meno di dieci anni di storia, nei quali i Volbeat hanno imbullonato il proprio stile personale.
Dal successivo Seal the deal & let's boogie le cose cominciano a cambiare, le asperità si smussano, l'equilibrio si sbilancia decisamente verso la ricerca ossessiva del refrain e del catching, non senza qualche passo falso.
Ecco, la prima parte della mia recensione a quel lavoro, nella quale lamentavo questa sorta di imborghesimento, potrebbe essere ripresa paro paro per questo ultimo Rewind, Replay,  Rebound, solo inspessendo ancora di più il concetto.

I Volbeat del 2019 sono diventati uno dei prodotti più redditizi del music business del rock, ed in virtù di questo aspetto hanno guadagnato spazi e luoghi di esposizione inimmaginabili solo qualche anno fa. Certo, dello status di grande band hanno purtroppo ereditato anche le cattive abitudini, come quella di escludere da interviste e promozioni i media che hanno avuto l'ardire di scrivere recensioni negative, scatenando, come conseguenza legittima di una nazione attenta a questi aspetti, il boicottaggio dell'intera stampa danese (potete leggere il dettaglio qui).
Ciò nonostante per Rewind, Replay, Rebound è stato creato l'hype dei grandi eventi, con molti dei brani anticipati attraverso dei video, interviste a pioggia e via discorrendo.

Poi finalmente arriva la data della release e la copertina irradia immediatamente un'ulteriore rottura con il passato, attraverso la rinuncia alle immagini iconografiche e ai meravigliosi disegni fin qui realizzati per tutta la discografia della band, abbandonati in vece di un'idea loffia e già ampiamente sfruttata da altri (gli ultimi a memoria mia sono stati i Thunder di Wonder days), cioè rappresentare se stessi come ragazzini (spunto ripreso anche dal video di Cheapside sloggers).

A questo punto ci attendeva l'ultima verifica, la più importante, relativa alla qualità delle composizioni: quattordici nell'edizione standard del disco, per una durata complessiva che accarezza l'ora.
Last day under the sun ci accoglie dentro la nuova creazione Volbeat con uno stile onomatopeico del titolo, chitarre ariose e ritornello solare ripetuto come un mantra che dà subito l'imprinting del disco.
La successiva Pelvis on fire è invece lo schema sul quale sono costruite altre composizioni dell'album (Rewind the exit, The everlasting), con un bell'attacco finalmente metal che resiste però solo una manciata di secondi, per aprirsi ad un pattern molto più fruibile, nel quale, nello specifico della traccia, si riprende una rivisitazione di vintage rock and roll già battuta nel vecchio repertorio, ai tempi di Sad man's tongue o 16 dollars.
Inoltrandoci nell'ascolto viene sostanzialmente confermata l'impressione iniziale, il disco suona davvero bene, sia dal punto di vista tecnico che dell'alternanza dei brani, si vede che ci sono produzione e arrangiamenti importanti, qualche brano emerge prepotentemente (Die to live con Neil Fallon dei Clutch; Sorry sack of bones; Cheapside sloggers con Nick Holt, ascia di Exodus/Slayer; i 37 secondi di Parasite; Maybe I believe), ma in tutta questa pulizia la componente cazzimma pare definitivamente evaporata, e con essa ogni fascinazione country.
Anche la tracklist appare forse eccessivamente lunga e volendo si sarebbero potuti tagliare almeno un paio di brani (mi sovvengono la scolastica When we were kids e la conclusiva 7:24, che richiama l'ora nella quale è nata la prima figlia di Michael - si sa, la paternità causa sui rocker più danni della grandine - ).

La logica conclusione di questa recensione dovrebbe essere una stroncatura, tuttavia non riesco a parlare in termini esclusivamente negativi di Rewind, Replay, Rebound, un pò perchè provo per la formazione capitanata da Poulsen / Caggiano un'innata simpatia, e poi perchè, e qui torno al dilemma iniziale, questo disco l'ho ascoltato e lo sto ascoltando davvero tanto e alcune sue composizioni continuano a rimbalzarmi in testa in qualunque momento della giornata, ad alimentare un cortocircuito tra cuore e cervello che stavolta vi restituisco, irrisolto.

lunedì 29 agosto 2016

Volbeat, Seal the deal and let's boogie

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In pochissimo tempo i Volbeat si sono guadagnati sul campo, anche grazie ad un concerto strepitoso, l'ingresso in quella ristretta cerchia di band che, per l'attesa spasmodica nutrita nell'attesa delle loro nuove release, mi fanno sentire come se avessi ancora diciassette anni.
Ma non è certo a causa di improvvisi sbalzi d'umore adolescenziali se il successore del superlativo Outlaw Gentlemen and Shady Women, soprattutto nei primi ascolti, ha raffreddato molta della mia eccitazione.
Proprio nella recensione di quell'album del 2013, esordivo richiamando un vecchio slogan pubblicitario e, applicandolo all'hard rock, affermavo come la potenza fosse nulla senza il controllo. Quello che intendevo esprimere era come la particolarità della band fosse la capacità di districarsi agevolmente tra ritornelli killer e rimandi al metal più pesante, riuscendo in ciò a forgiare un complicato ed invidiabile bilanciamento tra melodia e asprezza dei suoni che è diventato nel tempo l'inconfondibile marchio di fabbrica del monicker.
Eccoci quindi alla principale criticità di questo nuovo Seal the deal & Let's boogie: le composizioni sono totalmente orientate verso, perdonatemi il termine desueto e forse inappropriato, una sorta di pop metal versione 2.0. Spariscono pertanto le accelerazioni, gli strappi, i repentini break thrash/death metal (anche nell'ambito di una stessa canzone, come quel capolavoro che risponde al titolo di Still Counting) e con esse si perdono anche un pezzo di sound dei Volbeat. Nel nuovo album non c'è dunque spazio per inedite Wild rover of hell, Who they are, Evelyn, Dead but rising o Room 24 viceversa sempre presenti nei precedenti lavori, a testimoniare la versatilità e la passione per tutto il genere metal da parte della band. Così come, d'altro canto, è accantonata la vena country folk, altro elemento stabilizzatore dell'alchimia del sound della band.

Detto dello spiazzamento che questa scelta mainstream ha comportato, non posso con altrettanta franchezza esimermi dall'elogiare la capacità del leader Michael Poulsen (definirei senza dubbio i Volbeat una one-man band, se non facessi un torto alla storia e all'autorevolezza dell'axeman Rob Caggiano) di scrivere canzoni, soprattutto refrain, che hanno più presa del Super Attak. Perciò, una volta superato l'ostacolo di patterns musicali un pò troppo simili e ripetitivi tra loro, non si può non celebrare pezzi come l'omaggio alla NWOBHM rappresentato dall'ottima The gates of Babylon oppure dalle anthemiche  The devil's bleeding crown; Marie Laveou o Mary Jane Kelly che denotano peraltro l'impegno mai banale di Poulsen nel songwriting, scavando nel passato, nella cronaca o nella letteratura e spesso prediligendo personaggi femminili. 
Per fare un esempio pratico di quanto si insinuino subdolamente i pezzi di questo disco nei ricettori cerebrali, la prima volta che ho sentito Goodbye forever l'ho irrimediabilmente bollata come la peggior canzone mai prodotta dal gruppo (in gran parte a causa del coro che fa da break, davvero indigesto). Ebbene, la mattina seguente mi sono svegliato con una melodia in testa cercando faticosamente di ricondurla ad un titolo, e che mi venga un colpo se dopo ore passate a scandagliare i  miei archivi musicali mentali la canzone non fosse proprio Goodbye forever! 
Se i pattern musicali di questo album sono parzialmente mutati, non cambiano invece altre abitudini consolidate, come quella di coinvolgere ospiti esterni a coadiuvare Poulsen, con il grintoso Danko Jones che duetta in Black Rose, o come la presenza di cover: Rebound, anche se sembra un omaggio ai Ramones, è la prima di esse e riprende un brano dei Teenage Bottlerocket, mentre l'altra è l'ancora più sorprendente Battleship chains dei mai troppo celebrati rockers Georgia Satellites.
La traccia migliore, non a caso quella che cambia marcia rompendo lo schema delle restanti dodici composizioni del lavoro, è a mio avviso la title track. Tirata e fragorosa come dio comanda è lasciata sola a sventolare la bandiera dell'hard rock più trascinante.

Se l'obiettivo di Puolsen e Caggiano era quello di avere un maggiore riscontro di pubblico rendendo il suono più commerciale, a giudicare dal numero di copie vendute il risultato è senza dubbio raggiunto, visto che Seal the deal & Let's boogie ha scalato le classifiche ufficiali generaliste fino al primo posto in Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Svezia e Svizzera; il secondo in Canada e Norvegia e il quarto negli States. Mai prima d'ora i Volbeat avevano raggiunto una popolarità di queste dimensioni.

Che dire allora? Seal the deal and let's boogie, già a partire dal titolo, e nonostante i soggettivi punti di debolezza di cui parlavo, risulta comunque divertente in una maniera che definirei contagiosa, è  tuttavia aspra la sensazione di una parziale perdita d'identità di una band che adoro e la preoccupazione che per i Volbeat sia iniziata la parabola discendente.

lunedì 25 novembre 2013

Volbeat live, Trezzo sull'Adda (MI), 11/10/2013 (2/2)




link alla prima parte del post


L'attacco è per Halleluiah goat e non aspettavamo altro. Mi butto nella mischia del pogo difendendomi e aggredendo, salto e canto facendo leva con le mani e coi gomiti sulle altrui schiene sudate ma devo guardarmi alle spalle per resistere ad un paio di cariche assassine. Nel marasma generale mi sembra di scorgere uno spettatore vestito da maialino rosa. Eppure non ho assunto sostanze stupefacenti.
Guitar gangster and Cadillac blood viene accolta da un boato, così come Radio girl, ma è con The nameless one che le ugule si scaldano sul serio, per poi buttare il cuore oltre l'ostacolo con l'attesissima Sad man's tongue, anello di congiunzione tra metal e traditional country, non a caso introdotta dalla prima strofa e dal ritornello di Ring of fire di Johnny Cash, offerta in sacrificio al pubblico. A proposito del man in black, vorrei far notare che la metrica del ritornello di Sad man's tongue, nel punto finale in cui fa "Out from a sad man's tongue" si adatta perfettamente a quel "on down to San Antone" che conclude la strofa di Folsom Prison. Vabè, cose mie.

Tornando al pit, ormai nella bolgia ho perso di vista Filippo e un po' temo per la sua incolumità (scherzo, ma nemmeno tanto). Il tizio vestito da maiale rosa esiste veramente, ad un certo punto fa anche stage diving: non oso pensare in che condizioni siano le sue ascelle, sotto tutta quella pelliccia sintetica.

Si capisce che il danese Michael Poulsen,cantante, chitarrista e frontman della band, si senta completamente a suo agio sulle assi del palco. Non si danna granchè, i movimenti sono limitati allo scambio di microfoni con i pards ai suoi lati, ma in compenso sono frequenti gli scambi con il pubblico e  in uno di questi prende spunto dalla partita di calcio tra Danimarca e Italia (2 - 2) che si è da poco conclusa, per ribadire che tanto, per i presenti, la vera religione è il metal, non certo il calcio.

Michael Poulsen Volbeat concerto @ Live Club Trezzo Milano, 11 Ottobre 2013 - Foto by Paolo Bianco

La mia scorta di resistenza fisica al pogo si è intanto esaurita ed è tempo che arretri di qualche fila. In una situazione di maggior calma (ma senza smettere di cantare) comincio a guardare la band nel suo complesso, di certo i membri non rispondono a nessun dress-code precostituito: Poulsen è agghindato da cantante country/rock 'n' roll da anni cinquanta; Caggiano,berretto calato in testa, è come se fosse ancora negli Slayer e nel 1987, bassista (altra bella sagoma) e batterista sfoggiano invece look così casual da risultare anonimi.

                     

Dopo il tripudio canterino di Sad man's tongue, un gruppo normale avrebbe campato di rendita per una decina di minuti almeno, infilando magari nella setlist il pezzo più ostico del proprio repertorio. Questi qui invece fanno partire Lola Montez, e anche chi era arretrato per riposare le stanche membra ha uno scatto d'orgoglio ed è lì sotto ad intonare strofe (la prima è ripetuta due volte) e ritornelli. Un trionfo senza mezzi termini. E siamo solo all'inizio dello show. Su Heaven nor hell decido di allontanarmi per vedere come se la passa il Sindaco, strategicamente piazzato lontano dalla ressa, su un piano rialzato posto dal lato opposto del palco. Lo ritrovo gaudente e concentrato sullo show, ma faccio appena in tempo a scambiare con lui uno sguardo di assenso che sento Poulsen annunciare 16 Dollars, uno dei miei pezzi preferiti, e devo riguadagnare una posizione di favore nel pit per godermela congruamente. Non sarà facile ma riuscirò nell'impresa.
La gig si avvia alla breve sosta pre-bis con una versione trascinante di Maybellene I hofteholder, nella quale, ancora una volta, il ruolo del pubblico è determinante. Lo sanno bene i presenti che al momento giusto si esaltano echeggiando come fossero un sol uomo il testo: "Dance forever my only one" con la band che smette per un attimo di suonare per enfatizzare ancora di più il coro.

A questo punto entriamo in una fase del concerto che scoprirò poi essere consuetudine per i Volbeat. Ho denominato questa parte: "cazzeggio da sala prove", in quanto il gruppo si comporta come si fa nei momenti di relax durante le lunghe permanenze negli studi, suonando o semplicemente accennando riff di pezzi altrui. In questo caso la jam è ovviamente un tributo d'amore al metal, in tutte le sue influenze storiche. Il copione prevede che Michael chieda al pubblico quale canzone vorrebbe ascoltare, poi non capisco se la scelta cada o meno su una richiesta reale, ma  ecco che parte l'epocale Breaking the law, dei Judas Priest, interpretata fino al chorus. Stessa sorte, ma in misura molto più concisa, spetta poi a Keine lust dei Rammstein, Raining blood degli Slayer (per l'occasione il cantante si infila la maglietta del combo di thrash metal di uno spettatore delle prime file), al riff iniziale di Run to the hills degli Iron Maiden, per concludersi con un accenno ad Evelyn, proveniente dal repertorio Volbeat, e cantata originariamente in stile growling insieme a Mark Greenway dei Napalm Death.


Quando ormai tutti dipendiamo letteralmente da loro, ecco partire la tanto attesa Still counting, vera apoteosi del singalong. I Volbeat sono consapevoli del potere del pezzo e lasciano che sia il pubblico a cantare  l'incipit. "Counting all the assholes in the room / Well, I'm definetely not alone...". Appena termina questa parte acustica quasi reggaeggiante, la band prende a picchiare e non vorresti essere in nessuna altra parte al mondo se non lì, a scatenarti, nonostante la drammatica situazione delle tue estremità pilifere, in un liberatorio headbanging e a rischiare felicemente i denti in mezzo a gente che non hai mai visto prima e che, probabilmente, mai rivedrai in futuro. 

Arriva la pausa prima dei bis e l'accogliamo tutti con lo stesso sollievo di una pisciata per strada dopo una colossale bevuta di birra. Non credete a quanti urlano "fuori! fuori!", nessuno avrebbe potuto resistere un minuto di più. Quei bastardi dei Volbeat però hanno deciso di massacrarci e perseguono l'obiettivo fino in fondo, tornando quasi subito sul palco. Per fortuna (per quello che mi riguarda) con una doppietta che non mi coinvolge più di tanto: Doc Holliday e Another day another way. 
Ma chiaramente non può finire così, e infatti l'attacco di I only wanna be with you (pezzo portato al successo da Dusty Springfield) mi ridona all'istante entusiasmo ed energia, il singalong "oh-oh-oooh-oooh-oh-oh" farebbe ululare di gioia anche i morti e lo stesso vale per il titolo della canzone, che fa da sontuoso cumshot collettivo ad ogni ritornello. 
Come un treno merci senza freni arriva anche, in tutta la sua prepotenza, Pool of booze booze booza e miglior suggello alla serata non potrebbe esserci. Beh, in realtà avrei pagato per ascoltare la versione di I'm so lonely I could cry di Hank Williams registrata su Guitar gangster & Cadillac blood, ma si parla di sogni irrealizzabili e quindi sì, nel mondo reale non esiste una chiusura di concerto migliore di questa.

Provando a fare una sintesi seria della setlist, emerge che la band è opportunamente sfuggita alla regola non scritta che prevede d'infarcire la serata di brani dell'ultimissimo album, orientandosi però chiaramente al repertorio più recente, se è vero che ben 14 pezzi sui 19 presentati provengono dagli ultimi tre dischi dei Volbeat. 

Dal punto di vista emozionale invece la serata è stata pressochè perfetta, al punto che, invece di andare a casa, avresti voluto caricarti gli amici in macchina per un terzo tempo in qualunque postaccio di strada, a fare l'alba tra chiacchere, vino e cibo scadente. 
Sarà per la prossima volta.


N.D.R. : Tutte le foto usate nel post, provengono dal sito soundsblog.it e sono di Paolo Bianco

giovedì 31 ottobre 2013

Volbeat live, Trezzo sull'Adda (MI) 11/10/2013 (1/2)

Vedere i Volbeat dal vivo ha rappresentato per me, Filo ed Ale la chiusura di un cerchio, il coronamento di un inseguimento alla band  iniziato in sordina e proseguito sulle ali di un hype crescente, mano a mano che ci addentravamo nella produzione presente e passata del combo. Non c'è da meravigliarsi dunque, se, alle 23.25 circa dell' 11 ottobre, terminate le due introduzioni deputate a precedere l'ingresso sul palco del gruppo (Born to raise hell dei Motorhead e Let's shake some dust, strumentale rycooderiano che apre le danze dell'ultimo Outlaw gentlemen and Shady ladies),  la nostra eccitazione fosse al suo climax massimo.

Flash forward dentro il flashback (perdonate la deformazione da serial addicted): come confesserò ad Alessandro lungo la strada del ritorno, per me partecipare ad un concerto significa principalmente cantare. Sfogare cioè le tensioni che mi si accumulano addosso attraverso dosi massicce di singalong, accompagnate, finchè il fisico regge, ad un po' di pogo.
Ecco, i Volbeat sono in questo senso una dream band.
Lasciate stare le evidenti patologie mentali del sottoscritto, che si è preparato al concerto attraverso la memorizzazione compulsiva dei testi manco dovesse presentare un esame universitario: quella del gruppo danese è una musica che apre la manetta dei cori e dei ritornelli al punto che basta davvero poco per sentirsi coinvolto e partecipare al rito pagano che i quattro offrono ogni sera, da una decina di anni a questa parte, sui palchi di mezzo mondo.

Nonostante la scandalosa vicinanza da casa, è la prima volta che assisto ad un concerto al Live Club di Trezzo e non posso che spendermi in lodi per il posto: la location è davvero eccellente , in grado com'è di soddisfare sia chi anela l'anarchia del pit, sia quanti si vogliano invece godere l'act in santa pace, allocandosi su posizioni alternative alla ressa sotto il palco grazie agli spazi soppalcati e persino a qualche posto a sedere.
Il programma della serata prevede la presenza del cosiddetto gruppo spalla, e il ruolo, per quanto possa sembrare offensivo visto che la band calca le scene da tre decenni, spetta agli americani Iced Earth. Personalmente sono sempre felice di avere la possibilità di vedere due esibizioni al prezzo di una, e, per le ragioni che illustravo sopra, da sempre cerco di assimilare preventivamente anche i pezzi degli opener in modo da godere appieno della loro esibizione. Beh, con gli Iced Earth l'operazione empatia proprio non m'è riuscita. La playlist che avevo preparato con circa un mese d'anticipo ha visto infatti la fessura del lettore ciddì giusto un paio di volte. Troppo ammorbante, fuori tempo massimo e a tratti (involontariamente) comico l'heavy metal proposto dai baldi (ex) giovani di Tampa, Florida, ai quali,  va comunque riconosciuto l'onore delle armi per l'ottimo atteggiamento tenuto e per l'umiltà con la quale continuavano a scaldare il pubblico inneggiando ai Volbeat. Tra l'altro, tra i convenuti, molti dimostravano la propria devozione alla band, sfoggiando loro t-shirts.

Tra la fine del set degli Iced Earth e l'inizio di quello degli headliner, con Filippo decidiamo che è il momento di avanzare, mentre Ale rimane nelle retrovie. Con consumata abilità giungiamo a poche file dal palco e finalmente, dopo un'attesa che sembra interminabile, farcita da qualche chiacchera un po' da matusa sulla fauna locale (tra l'altro ci stupiamo della presenza di molte ragazze, non solo tamarre di rigore, ma anche "normali"), luci e musica diffusa si spengono, e in noi scatta subito l'occhio della tigre. La band non è ancora sul palco, ma fa alzare ulteriormente la temperatura con le due intro di cui ho scritto nella premessa del post. E poi, beh. Poi si scatena l'apocalisse.
 immagine di Paolo Bianco dal sito soundsblog.it 



Parte uno di due, continua

lunedì 17 giugno 2013

Volbeat, Outlaw gentlemen & shady ladies

File:Outlaw Gentlemen & Shady Ladies Album Cover.jpg


Un azzeccato slogan di qualche anno fa recitava "la potenza è nulla senza controllo". Beh, in campo rock pesante mi vengono in mente poche bands che fanno loro quell'assioma, arrivando a coniugare potenza e melodia, bene come i Volbeat. Il quartetto danese, con i componenti fondatori  Michael Poulsen (voce e chitarra), Anders Kjoholm (basso) e Jon Larsen (batteria), coadiuvato alla chitarra dall'arrivo dell' ex-Anthrax Rob Caggiano, arriva in splendida forma al quinto album, come di tradizione battezzato con un doppio titolo: Outlaw gentlemen and shady ladies.


La voce baritonale (che qualcosina a James Hetfield la deve di sicuro) di Poulsen ci guida attraverso tredici tracce nelle quali la grande capacità della band di comporre pezzi evocativi e che ben si prestano al singalong (Pearl heart; The nameless one; Cape of our hero;l'anthemica Lola Montez), si raccorda con tributi all'heavy metal classico (Dead but rising; Black Bart e Room 24, scritta ed interpretata insieme alla leggenda metal King Diamond) ma propone anche l'inaspettata cover di un recentissimo brano di una giovane band americana (My body, dei Young the giant): di certo non una dinamica molto comune tra i gruppi affermati. 
Spiazzante anche la scelta della cantante inglese di pop elettronico Sarah Blackwood come co-singer di Lonesome rider, per inciso il pezzo in cui maggiormente la vena folk-country-western dei Volbeat, di norma fugacemente presente in brevi intro, suggestioni, break, bridge o prologhi ai pezzi (si veda a questo proposito Our loved Ones)  si prende il suo spazio più ampio. 

Non è semplice rimanere fedeli al proprio sound senza risultare (auto)derivativi o semplicemente ripetitivi. 
Se non sapranno rinnovarsi sicuramente i Volbeat correranno questo rischio, ma quel momento ancora non è arrivato, visto che, superata la boa dei primi dieci anni di attività (che personalmente ho celebrato cercando di mettere insieme una playlist monografica),  Outlaw gentlemen & shady ladies tiene brillantemente botta, tra picchi anthemici, semplice e ignorante heavy metal e brevi strappi folk. Bene così.

8/10





giovedì 12 aprile 2012

Ottanta minuti di Volbeat

Inauguro una nuova rubrica (che come le altre del blog potrebbe finire dopodomani o resistere nel tempo) pubblicando le playlist monografiche che di norma allestisco per me, nell'ottica che siano di un qualche interesse anche per qualcun'altro. L'esordio è per i Volbeat, band danese che attinge principalmente da 'Tallica e Social Distortion. I venti pezzi che ho compilato provengono dai quattro album fin qui pubblicati dal combo: The strenght/The sound/The songs (2005); Rock the rebel/Metal the devil (2007); Guitar gangster & Cadillac blood (2008) e Beyond hell/Above heaven (2010).






1. Hallelujah goat

2. Guitar gangster & cadillac blood

3. Who they are

4. Heaven nor hell

5. Sad man's tongue

6. The mirror

7. Mary Ann's place

8. A new day

9. The garden's tale

10. The human instrument

11. Radio girl

12. Rebel monster

13. Still counting

14. Thanks

15. A warrior's call

16. Fallen

17. 16 $

18. I only want to be with you

19. Pool of booze, booze, booza

20. I'm so lonely i could cry