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giovedì 23 settembre 2021

In guerra (2018)


Laurent, operaio e sindacalista dell'azienda Perrin, è a capo della battaglia che si consuma fuori dai cancelli, in tribunale e nei palazzi delle istituzioni e della politica, per impedire ai dirigenti tedeschi di chiudere la filiale dove sono impiegati mille e cento lavoratori francesi.

Poco da dire. Raramente, per non dire mai, mi è capitato di assistere ad un film sulle battaglie sindacali così aderente alla realtà al pari di questo In guerra
La pellicola è l'opera centrale di una trilogia che il regista Stèphane Brizè ha dedicato al mondo del lavoro, i cui restanti film (La legge del mercato, 2015, e il nuovissimo Un autre monde) devo riuscire a recuperare. 
La fotografia che ci restituisce Brizè è nitida e spietata e mi riporta esperienze vissute in prima persona: una multinazionale che non rispetta gli accordi sindacali, delocalizzando, nonostante l'impegno opposto a continuare la produzione a seguito di sacrifici accettati dai lavoratori, l'impotenza della politica (terrificante la sequenza in cui il portavoce del Presidente della Repubblica dice alla delegazione sindacale che la Francia non può immischiarsi con le decisioni delle aziende altrimenti farebbe fuggire gli investitori stranieri), la supponenza e l'arroganza della controparte, e, soprattutto, le divisioni che emergono in seno alle varie forze sindacali con il trascorrere del tempo. E' invece cronaca esclusivamente francese la violenza ai danni dei manager aziendali, che riprende alcuni episodi realmente accaduti da quelle parti.

Lo stile del regista è spesso asciutto, quasi da reportage, con un utilizzo frequente della macchina a mano e dialoghi resi in modo estremamente realistico, come se lo spettatore non fosse sul divano di casa, ma in mezzo a quei lavoratori. Vincente anche l'idea di affiancare all'unico attore professionista, nel ruolo del protagonista Laurent (ispirato alla figura dell'ex sindacalista ed oggi parlamentare Edouard Martin, ed  interpretato con vigore da Vincent Lindon) un gruppo di co-protagonisti, attori non professionisti, che hanno vissuto sulla propria pelle una situazione analoga a quella raccontata. 

Il titolo dice tutto: c'è da tempo in atto una guerra tra le due fazioni che compongono il mondo del lavoro, e quella più debole, una volta si sarebbe definita il proletariato, la sta perdendo. 

Da non perdere.


Visto sui canali di cinema RAI, anche se al momento di scrivere non risulta disponibile su RaiPlay.


giovedì 5 ottobre 2017

Assistenti alla Comunicazione: una testimonianza

Per il post di oggi ospito lo scritto di un lavoratore di un settore poco noto ma dall'enorme utilità sociale: l'Assistente alla Comunicazione. Questa figura accompagna l'alunno disabile sensoriale (ad es. non udente) nella sua esperienza scolastica a trecentosessanta gradi, non solo in classe (traducendo le lezioni) quindi, ma anche nello studio a casa, nelle relazioni con compagni e docenti, e nella produzione di materiale didattico. Una sorta di ombra che dovrebbe essere messo nelle condizioni di seguire sempre il disabile.
L'Assistente alla Comunicazione dovrebbe quindi rivestire un ruolo centrale nella visione sociale di Regione e Comuni, e invece è una delle categorie più bistrattate, che è passata da un complicato meccanismo retributivo che si traduceva in pagamenti in nero, ad essere gestito dalla cooperazione sociale con l'unico vantaggio di essere uscito dalla "clandestinità", ma senza aver acquisito un briciolo di diritti e stabilità in più. 
Non è adeguatamente assistito nemmeno dal Sindacato, che non lo associa ad una categoria di riferimento (come, nella CGIL, può essere la Fiom per i metalmeccanici) ma è sospeso tra categoria dei precari e delle Coop Sociali. In definitiva, l'Assistente alla Comunicazione è lasciato da solo a combattere tra la quotidiana sopravvivenza, la ricerca di una stabilità, la voglia di mollare tutto e la preoccupazione per i propri assistiti, rispetto ai quali, spesso, a causa delle situazioni familiari non sempre agevoli, diventa l'unico punto fermo. 
Di seguito la testimonianza del lavoratore:


Da qualche anno il ritorno dalle vacanze è diventato penoso, principalmente a causa del lavoro: quando ho iniziato la mia attività con i disabili ero occupato nove mesi l'anno, da settembre a giugno, ma progressivamente la data d'inizio degli interventi si è spostata, prima verso metà settembre, poi verso la fine...
Quest'anno non so ancora quando inizierò e che cosa farò, perché lavorando in una cooperativa, se non ci sono "casi" (odio questa definizione) che rispondono alle tue competenze e vuoi lavorare, può capitarti di doverti occupare di altre disabilità. Così, dopo dieci anni di esperienze e studio stai ancora imparando, ti senti come il primo giorno. Pure peggio se, avendo concluso con un allievo l'anno prima, ti trovi ad accettare interventi mettiamociunapezza, ad esempio con uno studente all'ultimo anno di liceo il cui educatore non è più disponibile, magari con un ridicolo monte ore diviso tra te e un altro collega. Potrebbe andare tutto bene, come è successo a me, tuttavia l'autunno successivo ti troverai ancora a preoccuparti di dove andrai a finire, in che tipo di scuola, con quali allievi e quali insegnanti.

E' la frammentazione assoluta del lavoro, sia in termini temporali (3 ore qui, due ore là) che fisici (mai nello stesso posto alla stessa ora per due giorni di seguito), un processo che genera un senso di precarietà che va al di là del semplice dato economico, indiscutibile anche per chi abbia l'orario pieno; gli educatori e gli assistenti alla comunicazione sono come nomadi, si muovono da un punto all'altro -a volte molto distanti- del territorio, spendendo buona parte dello stipendio in trasporto, ma soprattutto mettendo insieme un puzzle di disponibilità temporale, emotiva e fisica. Sei presente a scuola in quei giorni, in quelle ore e -se sei fortunato da avere abbastanza lavoro- non puoi sgarrare e quando ti si chiede la presenza straordinaria per una gita o una lezione ti trovi ad arrovellarti su un sudoku di orari mentre telefoni al tuo coordinatore e a docenti vari e provi a ricomporre un ordine.

Non è particolare da poco, perché i tempi della scuola, per quanto contratti, spesso non sono sufficienti a trattare tutti gli argomenti o a portare a termine il lavoro che si sta facendo in classe. E l'educatore, incalzato dall'orario, dal traffico e dal divieto di fare straordinari, resta finché può, è ma spesso costretto a scappare lasciando le cose a metà, interrompere il flusso della relazione e del lavoro che è parte fondamentale della sua attività. Le conseguenze investono negativamente l'allievo, che vede comparire dei servizievoli fantasmi al proprio banco per qualche ora la settimana, ma anche per l'operatore, che non sta piantato per terra, ma vola, fluttua da una scuola all'altra, da una situazione emotiva all'altra, passando magari in una giornata dalla scuola primaria al liceo, dall'autismo alla disabilità sensoriale, all'iperattività. Ce n'è abbastanza per sviluppare una personalità multipla, anche perché in ogni scuola devi confrontarti con una quantità di figure (insegnanti, dirigenti, colleghi, allievi, genitori) ed essere in grado di andare d'accordo e "fare rete" in ognuna. Sul serio.

Lo scorso marzo ebbi la fortuna di trovare un lavoro in una scuola per 20 ore settimanali, tutti i giorni dal lunedì al venerdì. Fu lì che mi resi conto di quello che mi stava succedendo, del perché mi sentivo così spaesato e inutile. Purtroppo quel lavoro è finito, ed eccomi nuovamente nella centrifuga. Per ora, come dicevo, non sto seguendo nessuno e se da una parte mi dispero per questa inattività, dall'altra ho modo di osservarmi e osservare i colleghi dall'esterno, da un punto fisso. 
L'ironia di tutto questo è che ho lasciato un impiego d'ufficio perché ero stanco di vedere sempre le stesse facce e sentivo di fare un lavoro che non serviva a niente. Ma, sinceramente, come si possono gestire in modo sano i rapporti con le figure educative di tre, quattro allievi contemporaneamente? E quale può essere il nostro contributo nella vita già abbastanza complicata di uno di questi ragazzi stando con lui/lei 3 o 4 ore la settimana su una frequenza di 30? Passiamo il tempo a studiare teorie edificanti che in queste condizioni diventano impraticabili. Non potendoci concentrare come si deve sul nostro lavoro, sempre distratti dalla necessità successiva, noi educatori finiamo per lavorare in emergenza perenne, con un limite dei tempi d'attenzione che si abbassa costantemente e la sensazione di vuoto e inconcludenza che al contrario cresce. 
Chi viene dal vecchio mondo del lavoro ha almeno gli strumenti per capire, ma i giovani rischiano di soffrire, non riuscire a darsi una spiegazione e provare sempre più frustrazione. Non credo sia una visione apocalittica, purtroppo, ma fin troppo realistica.

Adesso dovrei forse dirvi cosa penso si dovrebbe fare per cambiare questa situazione, ma non lo farò, perché secondo me tutti sanno come dovrebbero essere gestiti questi servizi per dare il massimo ai disabili e agli operatori. Le leggi ci sono, i soldi (contrariamente a quanto si sente dire) pure. La consapevolezza dell'importanza di una società in cui tutti trovino posto con le loro caratteristiche diverse e del lavoro di chi contribuisce a valorizzarle, quella manca.



Giusto due parole per chiosare. La persona che mi ha contattato attraverso conoscenze comuni per via del mio mestiere di sindacalista,  ha voluto restare anonima per timore di ritorsioni. Anche questo è lo specchio dei tempi. Anni fa la CGIL dei trasporti ha provocatoriamente fatto una conferenza stampa con presenti propri iscritti di una nota cooperativa bergamasca col volto coperto in quanto, già discriminati per l'adesione al sindacato di Camusso, avevano paura, denunciando le modalità di gestione della Coop e le condizioni di lavoro, di rimanere senza lavoro. Queste sono, perlopiù, le cooperative in Italia. Quando parlo di questa forma di sfruttamento legalizzato, ricordo sempre che, alla base del loro ordinamento ci dovevano essere tre valori forti: mutualità, socialità, democrazia
Non ci fosse da piangere, ci verrebbe ridere.

martedì 31 maggio 2016

Bridge over troubled water

Sabato, mentre svolgevo disciplinatamente il mio turno di pulizie condominiali ramazzando il vialetto con We're not gonna take it dei Twisted Sister negli auricolari, pensavo a come ormai mi siano saltate tutte le attività legate al tempo libero e come, soprattutto, a causa di una (ennesima) fase sindacale complicatissima, quando la sera varco la soglia di casa immediatamente mi affloscio assumendo la consistenza di una medusa dell'Adriatico che tira a campare finchè qualche ragazzino iperattivo non la infilza con un bastone.
Con massima soddisfazione della mia famiglia, come si può immaginare.
Rispetto a questo scenario, è chiaro che l'aggiornamento del blog (il post odierno conclude uno stop di ventisei giorni) paga la sua quota parte di dazio. D'altro canto, anche individuando faticosamente strettissimi slot orari per scrivere qualcosa, state pur certi che quello sarà il preciso momento in cui le parole mi usciranno con la stessa fluidità dell'urina di un anziano con la prostata delle dimensioni di una palla da basket.
 
La tesissima vertenza lavorativa che sto seguendo raggiungerà probabilmente il suo apice nella giornata di domani, una sorta di "all in" sindacale per sbloccare lo stallo della trattativa nella quale, in caso di mancata soluzione, rischiano il posto decine di persone. L'esito di domani determinerà anche la mia condizione dei giorni successivi: se andrà bene passerò il ponte del 2 giugno a casa (facendo la medusa), in caso contrario non c'è festività che tenga e mi aspettano altri giorni di passione.
 
Come sempre mi accade nei momenti di forte stress, il mio cervello attiva automaticamente una cartella di files d'emergenza che mi impone l'ascolto rigoroso ed esclusivo di musica cristallizzata nella memoria, e pertanto ampiamente confortante. Vi risparmio i dettagli, ma qualche giorno fa in Autogrill ho comprato il cofanetto platinum da tre CD di Guccini (contenente ca va san dir anche la canzone Autogrill).
 
Buon ponte a evribadi.


sabato 25 ottobre 2014

Chronicles 41

Primo post pubblicato dal cellulare mentre sto tornando da Roma, dove oltre un milione di persone hanno manifestato con la Cgil. Mentre la stanchezza sta prendendo il sopravvento mi ritrovo a sperare che questa prova di forza (o meglio, di riequilibrio delle forze rispetto alla tracotanza di Renzi) non venga sprecata. Dormo.

martedì 10 giugno 2014

Per fortuna c'è Matt Woods

Lo so, sono incline alla lamentela. Sopportatemi ancora per qualche riga di questo post. Non vi ho più aggiornato sulla situazione della mia azienda perché mi sembrava di aver ripetuto gli stessi concetti un numero sufficiente di volte. Sì insomma, siamo in crisi, chiuderemo e riapriremo con un taglio retributivo/normativo. Sapete anche che, oltre a subire questa situazione da dipendente c'è l'ho addosso anche come responsabile sindacale (RSU) presente nella delegazione trattante e pertanto deputato a portare le brutte nuove ai colleghi, ruolo questo che se di norma sarebbe già infausto, lo diventa ancora di più in una società che fino a una quindici di anni fa lavorava in totale monopolio (con tutto quanto ne derivava in termini di privilegi contrattuali) e che, nonostante da un pezzo sia stata scaraventata nella concorrenza più selvaggia che ci sia, ha mantenuto fino ad oggi le condizioni pre liberalizzazione insieme alla radicata convinzione da parte di molti di aver acquisito i diritti di una casta intoccabile.
Una serie di eventi interni al mio sindacato ha fatto anche sì che mi sia toccato, proprio in questa fase tremenda, di diventare responsabile (sul campo, senza gradi) del mio stabilimento e quindi sobbarcarmi tutti gli oneri (gli onori non sono pervenuti) della vicenda.
Se vi state chiedendo "chi te lo fa fare?" sappiate che è la stessa domanda che mi sto insistentemente ponendo anch'io.
Il tempo che sto concedendo al lavoro (cioè tutto, al netto delle poche ore di sonno) è interamente sottratto, in ordine di priorità: alla famiglia, agli amici, alla musica, alle letture e ai serial tv. Spero che gli affetti più importanti mi diano l'opportunità di recuperare.
Dal punto di vista degli ascolti Matt Woods, con il nuovo, incantevole With love from brushy mountain ha appaltato prepotentemente le mie orecchie: il suo cd è stabilmente nel lettore con la funzione repeat inserita senza soluzione di continuità.
Sono pronto a scommettere che tra qualche anno, riascoltandolo mi rimanderà a questo terribile, intenso periodo della mia vita.

mercoledì 1 gennaio 2014

New year's day chronicles

Se mi chiedete cosa mi aspetti dal 2014, per una volta nella vita posso rispondere con certezza: sarà un anno di merda. La ragione di tanto pessimismo è presto detta: tra febbraio e luglio entrerà nel vivo (nel vero senso della parola, visto che sarà tipo una vivisezione, un'operazione senza anestesia) la trattativa che vedrà il fallimento certificato della mia azienda e, se tutto andrà bene, la sua rinascita all'insegna della sottrazione di norme, tutele, salario. 
Mio malgrado, da RSU, sarò parte della delegazione trattante e da uno a dieci vorrei essere in un qualunque altro posto undici. 
Questo se tutto andrà bene. Se qualcosa dei mille elementi che devono sincronizzarsi alla perfezione per tutelare l'occupazione dovesse saltare, allora sì che la merda arriverà al ventilatore. 
Il mio pessimismo è talmente concentrato che ho espresso pubblicamente il desiderio di addormentarmi stasera e svegliarmi il primo gennaio del '15: lieto fine o disastro, almeno non sarò stato costretto a viverlo e gestirlo.
E se qualcuno commenta "massì, pensa alla salute" lo uccido.

domenica 29 settembre 2013

Chronicles 31

Non ci voleva tanto, in fondo. Bastava pronunciare la parola giusta: fallimento. Dopo tutti questi mesi passati a consumarsi come una candela su congetture, strategie, consulenze, suggestioni, traettorie e ipotetici punti di caduta, la brutale verità è emersa. La mia azienda sarà fallita entro la fine dell'anno. Unico paracadute possibile, creare una nuova impresa dalle ceneri dell'attuale, caratterizzata anch'essa da una parola breve, semplice ma drammaticamente efficace: meno
Meno dipendenti. Meno salario. Meno tutele. Meno diritti.
Perchè le parole sono importanti.


 

sabato 27 luglio 2013

Chronicles 24

La parte più difficile del (provare a) fare il sindacalista è trovarsi di fronte uomini e donne che hanno bisogno di lavorare più che dell'ossigeno, ed essere totalmente impotenti perchè tutte le aziende alle quali mandi i loro cv ti rispondo se sei per caso pirla, a chiedere una posto di lavoro a tempo determinato in questo periodo. Parlo di persone che mantengono una famiglia con un reddito complessivo di meno di mille euro al mese,  che hanno uno sfratto che gli pende sulla testa, per le quali le istituzioni locali non riescono a fare niente, e che osservano con angoscia sul calendario la data entro la quale devono abbandonare la loro casa. D'altro canto siamo un paese nel quale un criminale di guerra,assassino e torturatore come Priebke si fa la sua passeggiatina quotidiana per le vie di Roma e serve un monito del sindaco per dissuadere (non impedire, temo) che qualche testa di cazzo di italiano gli organizzi anche una festa per il raggiungimento dei cento anni d'età. Magari qualche testa bacata come questo che ho visto aggirarsi ieri per le vie di Milano...


venerdì 12 aprile 2013

Una proposta che non si può rifiutare


Ultimamente non sto seguendo molto i media dell'informazione, per cui non so bene quale possa essere stato il risalto dato a questa notizia. D'altro canto anch'io l'avevo archiviata da tempo nelle bozze dei post, in attesa di avere lo stimolo giusto per scriverne.
Il fatto è questo: in una fonderia alle porte di Venezia, meno di duecento lavoratori e quasi mezzo secolo di storia, si arriva in maniera tormentata al rinnovo del contratto integrativo (l'insieme di norme che si vanno ad aggiungersi al trattamento minimo rappresentato dal contratto nazionale di categoria), in quanto il percorso che ha portato a questo tavolo negoziale ha visto la cancellazione arbitraria di quarant'anni di contrattazione aziendale.
Il nuovo integrativo fa dunque tabula rasa di tutto lo storico degli accordi di fabbrica. La Fim (la Cisl dei metalmeccanici) accetta di sedersi al tavolo, la Fiom (Cgil) no.

Fin qui niente di nuovo, perché di queste divisioni sindacali, soprattutto nel comparto metalmeccanici, è piena la storia recente (e non) del settore, a partire da Fiat e Fabbrica Italia. Non entro nel merito di queste scelte di posizionamento, e nemmeno mi schiero a prescindere, per mere logiche di appartenenza, con la Fiom. 
Il punto è un altro. Quando la Cisl e la proprietà arrivano ad un accordo, il sindacato di Bonanni decide di compiere una scelta, questa sì, di rottura storica. Decide cioè che l'intesa raggiunta sarà applicata solo ed esclusivamente ai propri iscritti (la fabbrica conta un centinaio di associati al sindacato, quasi equamente divisi tra Fim e Fiom) o, in subordine, anche ai non iscritti, a patto però che versino al sindacato l'equivalente di un anno di trattenute sindacali.

Potete leggere qui maggiori dettagli della vicenda, che aggiunge un nuovo tassello alla frantumazione della rappresentanza sindacale e del valore giuridico dell'erga omnes. So bene che lo statuto della Cisl, a differenza di quello della Cgil ha esclusivo valore di rappresentatività degli iscritti, e non necessariamente di rappresentanza dell'insieme dei lavoratori, ma nonostante ciò quello di Venezia mi sembra un precedente grave e pericoloso (sarò paranoico, ma mi vedo già Marchionne che ce stà a pensà), in quanto non solo agisce su motivazioni e impulsi esplicitamente di rivalsa nei confronti dell'opposizione sindacale di fabbrica, ma che tende ad imporre l'adesione coercitiva ad uno specifico sindacato anche a quanti sceglievano di non averne alcuno.
E' chiaro infatti che, se per avere la miseria di un aumento devo versare l'equivalente della quota annuale di adesione alla Fim, beh, a quel punto mi iscrivo e la faccio finita, che magari pago meno anche la compilazione del 730. 
Il tutto mentre, al solito, ci si riempie la bocca di crisi, di statistiche dell'occupazione catastrofiche, di perdita del potere d'acquisto e di impossibilità di arrivare alla famigerata quarta settimana. Complimenti per la coerenza.

martedì 1 maggio 2012

uno cinque duemiladodici

In Italia le fabbriche sono quasi sparite, come spazio fisico ma anche come luogo culturale, e in questo Primo Maggio del 2012 i problemi del cottimo e del crumiraggio sono lontani, rispetto alla mancanza strutturale di posti di lavoro. Ma nel caso esistesse al mondo qualcuno che non avesse ancora visto La classe operaia va in paradiso (film del 1971 di Elio Petri con Gian Maria Volontè) può farsi un recupero concentrato di storia attraverso tre minuti di questa epocale sequenza dalla pellicola.
Buon Primo Maggio.

mercoledì 15 febbraio 2012

L'ultimo scalpo

Appare piuttosto chiaro che tutta questa storia dell’abolizione dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori (che non è il divieto di licenziamento ma l’obbligo di riassunzione per un lavoratore licenziato senza giusta causa per le imprese con più di 15 dipendenti) abbia travalicato ogni ragionamento oggettivo e sia diventata mera propaganda governativa, l'ultimo scalpo da offririre agli dei dell'Europa nella speranza di ottenere clemenza.

Ho sentito e letto di tutto sulla tutela introdotta nel maggio del 1970 (con l’astensione del P.C.I. che riteneva tutto l’impianto di legge dello statuto troppo debole, pensate un pò): che è per causa sua se non si sviluppa l’occupazione, che gli investitori esteri non vengono in Italia per questo vincolo, che mette un tappo al turn-over giovani-anziani, che mantiene il Paese in uno stato di arretratezza, che riguarda ormai pochi privilegiati…

A sostenerlo sono più o meno gli stessi che hanno introdotto, da Treu a Sacconi, quasi cinquanta varietà di tipologie contrattuali differenti senza minimamente sviluppare una rete sociale che ne assorbisse il peso, quindi niente mutui o finanziamenti se il contratto è precario, nessuna politica attiva di reinserimento, quasi nulli gli obblighi di assunzione da parte di chi abusa dei contratti a termine.

Ora queste stesse persone fingono di non sapere che razza di imprenditori tutt’altro che illuminati ci siano in Italia, dimenticano che il 98% delle aziende italiche è sotto i 15 dipendenti (e quindi escluse dall'eventuale reintegro dei lavoratori), tralasciano di dire che i licenziamenti sono già possibili per legge (ad es. la 223 del 91), sia per stati di crisi che per ristrutturazione (quindi nelle pieghe della legge basta “la qualunque” per ridurre il numero di dipendenti) solo che è prevista la mediazione del sindacato e quindi il padrone non può scegliere in autonomia a chi far liberare l’armadietto. A questo aggiungiamo il dato degli ultimi anni, solo 31mila ricorsi contro i licenziamenti individuali negli ultimi dieci anni e l’inezia di 310 regolati attraverso l’articolo 18 negli ultimi cinque.

Il problema quindi, esattamente, dove sta? Nell'abbattere l'ultimo ostacolo al pieno e totale arbitrio dell'imprenditore verso i suoi subalterni, nel precarizzare anche il lavoro senza scadenze, nel condizionare vita e attività lavorativa delle persone.

Prima di prendermi dell’ottuso ideologico sarebbe il caso di porsi la domanda se ad esserlo maggiormente non siano quelli che reclamano perentoriamente questo obbiettivo. Obbiettivo che, paradossalmente ma nemmeno tanto, è stato sempre respinto quando propugnato dai governi di destra ed è pronto ad essere impacchettato col fiocco da una coalizione sostenuta anche dal centro-sinistra.
Così è la vita, Cipputi.

giovedì 15 settembre 2011

Everything in it's right place

Sono giorni nei quali sono avvelenato con i miei... oddio amici non sono, compagni neanche... facciamo "colleghi" vah, ecco, con i miei "colleghi" degli altri sindacati. Con il loro immobilismo, il loro benaltrismo, il loro perdigiornismo. Ma santa madonna, allora non c'è bisogno di tirare in ballo i parlamentari per agitare la vergogna del distacco dalla vita reale da parte di chi dovrebbe rappresentare i cittadini. Già nel microcosmo delle aziende, per quella che è la mia esperienza, si può avere una bella fotografia nitida a dodicimila pixels. Brutta gente, credetemi. Persone che non solo non assumono mai un'iniziativa politica, di coinvolgimento collettivo, di tutela complessiva, ma che addirittura ostacolano le tue. Che si muovono nell'ombra prendendo a braccetto i lavoratori alla macchinetta del caffè o in spogliatoio, sempre bisbigliando e promettendo, mai esponendosi pubblicamente o in situazioni di limpidezza.



Che differenza c'è con i vari scilipoti? Lì (in parlamento) la gente li ha votati (non loro, il simbolo del partito, grazie al porcellum), qui si sono iscritti spontaneamente (o "spintaneamente"?) all'organizzazione. Da un certo punto di vista dunque peggio per chi li ha scelti. Da un altro con tutta sta zavorra sulle spalle non ci tiriamo fuori più dalla palude in cui stiamo affondando.


L'avvelenamento odierno scaturisce anche dal fatto che ho collegato una tessera in più del mosaico e che il quadro d'insieme presenta così una sconcertante coincidenza: tutti e dico tutti questi pseudosindacalisti aziendali di cisl, uil, ugl e compagnia cantante sono politicamente schierati con il pidielle. Questo elemento alla fine è illuminate. Non solo immobilismo quale strategia sindacale nazionale, ma anche accondiscendenza individuale allo scempio in atto.


Ma allora aridateci i sindacalisti da camera cafè, almeno loro facevano ridere, mentre questi solo incazzare.

martedì 6 settembre 2011

There's a riot going on

L'art. 8 della manovra finanziaria prevede che a livello locale si possa operare in deroga ai contratti e alle leggi nazionali sul lavoro. In precedenza ogni patto contrario alla legge era nullo. Venisse approvata questa norma qualunque sindacato giallo, prezzolato,disonesto o ricattato potrebbe modificare una legge dello Stato italiano. La questione mi sembra di una gravità abnorme già a partire da questo semplice concetto. Naturalmente passando alle sue possibilità applicative, subito tutti abbiamo immediatamente pensato al pericolo più evidente, all'ossessione di qualche ministro: la possibilità di licenziare senza il vincolo della giusta causa, di colpire quindi l'ultima sacca di lavoratori che hanno condizioni e diritti pieni, visto che invece a tutti gli altri, tra cooperative, agenzie di lavoro somministrato, co.co.pro. , periodi a tempo determinato, stagionale, lavoro a chiamata e chi più ne ha più ne metta, la condizione di moderni schiavi gliel'abbiamo già costruita addosso da tempo.



La cosa surreale è che il provvedimento sia inserito in un contesto di norme per "rilanciare l'occupazione giovanile", che non porti un euro alla manovra finanziaria, che non è prioritario per Confindustria e che vede invece d'accordo i sindacati confederali con l'eccezione della CGIL (addirittura la UIL per bocca del suo segretario ha dichiarato che l'art. 8 dà più potere alla contrattazione locale). Nessuno dice che se si volesse fare un ragionamento serio sull'abolizione dell'art. 18 dello statuto dei lavoratori (che prevede appunto per i dipendenti delle aziende oltre i quindici dipendenti il reintegro sul posto di lavoro in caso di licenziamento per giusta causa e per le altre solo un indennizzo tra i 2,5 e i 6 mesi di retribuzione) bisognerebbe intervenire su tutto la struttura del lavoro in Italia. In diversi stati europei in cui questa norma di salvaguardia non c'è sono potenziate le politiche attive, vale a dire ad esempio corsi pubblici professionali di formazione/reinserimento rapido al mondo del lavoro e indennità di disoccupazione più elevate. Qui invece si pretende di far andare più veloce una seicento impiantadogli il motore di una Ferrari. Cosa volete che succeda, se non che collassi dopo pochi metri?





Tutto questo per dire che oggi sarebbe bello ci vedessimo tutti in piazza per lo sciopero generale (il quinto in solitudine) della CGIL.

venerdì 22 luglio 2011

Una piccola storia ignobile (cit)

Sì, dunque. C'è questa piccola ragazza che lavora in una grande azienda italiana. Le succede una cosa che normalmente porta con se gioia immensa o preoccupazioni laceranti. Rimane incinta. Il suo è un caso da situazione due. Il padre del nascituro infatti non ne vuole sapere e la lascia. I suoi genitori le consigliano di abortire per evitare scandali e di fronte al suo rifiuto troncano immediatamente ogni rapporto. La piccola ragazza adesso è sola e per giunta lontana da casa. Decide di rivolgersi al sindacato e sceglie il nostro. Il problema è trovare un modo di farla stare a casa il più possibile (oltre la maternità), in modo che possa prendersi cura del piccolo ma con una retribuzione che non sia limitata al 30% previsto dalla legge alla scadenza dei tre mesi dopo il parto. L'occasione si presenta sotto forma di accordo di cassa integrazione siglato da sindacato e grande azienda per circa il 5% del personale. Prendiamo contatto con i capi locali dell'azienda. Ci rispondono picche. Attraverso i nostri responsabili nazionali interpelliamo i dirigenti romani dell'azienda. La faccenda è delicata, spieghiamo. Mettetevi una mano sulla coscienza, esortiamo. Niente da fare.


Qui mi tocca una precisazione. La cassa integrazione è senza dubbio uno strumento drammatico, che abbatte retribuzioni e prospettive occupazionali, ma in questa impresa, in questo settore, è integrata da un fondo di categoria che aumenta un pò l'importo. Nel tempo siamo arrivati a situazioni per cui ci sono molti lavoratori che la chiedono volontariamente per un periodo sabbatico che però a differenza dell'aspettativa canonica è retribuito. C'è discreta richiesta quindi e la grande azienda usa questo strumento, incredibile a dirsi, come merce di scambio con il personale e forse anche come clientela con qualche sindacato che al momento giusto si turerà il naso.


Il tempo passa e la piccola ragazza è smarrita. Le sue certezze cominciano a vacillare. L'importante sindacato non riesce a risolvere l'insignificante (in termini di proporzionali rispetto alle dimensioni dell'azienda) problema. Paga probabilmente una qualche (minima, rispetto all'assertività degli altri) intransigenza in fase di trattativa, qualche NO di troppo.


Un bel giorno il sindacalista che seguiva la piccola ragazza cercando di risolvere il rompicapo prima della deadline riceve un sms con scritto:



Ciao, so che ti sei impegnato a fondo per la mia situazione

ma per risolverla mi hanno detto che dovevo cambiare sindacato.

E scusa ma io l'ho fatto.

Grazie ancora, Giulia.



Il sindacalista si sente un pò sollevato perchè il problema finalmente si risolverà ma è l'indignazione il sentimento che prevale. La frustrazione. L'impotenza. Vomita nel cesso tutta la sua rabbia.

venerdì 27 maggio 2011

Ans(i)a / 2

Stasera si è finalmente concluso uno dei periodi più stressanti della mia attività sindacale. Nel nostro piccolo, mentre infuravano le elezioni per il sindaco di Milano, abbiamo infatti concluso le votazioni per la carica aziendale di RSU. La campagna elettorale è stata particolarmente esasperante, ma sono stato rieletto. Sono soddisfatto, anche se il pensiero che mi stacchessero la spina non era poi così male, visto che questa attività mi appassiona ma mi prosciuga tempo ed energie. Vabè.

mercoledì 29 dicembre 2010

Newche?!?


Stavolta la faccio più breve rispetto all'ultima.

A mio avviso ci sono degli elementi contrattuali che possono eventualmente diventare oggetto di negoziazione (attenzione non dico rinuncia), se contestualizzati, dandogli una scadenza temporale legata ad una determinata congiuntura e "scambiandoli" con adeguati riconoscimenti a compensazione. Metto in questa categoria alcuni aspetti del recente accordo della newco Fiat con Cisl e Uil, come le pause, gli straordinari, il pagamento della malattia e la durata dell'orario di lavoro. Tutte cose già fatte anche dalla Cgil, certo non come consuetudine ma di fronte a situazioni eccezionali.


Quello che non è derogabile, e spero che la premessa di cui sopra faccia percepire questa dichiarazione non come slogan demagogico o vuotamente idealista, è che un sindacato o presunto tale (mi riferisco a Cisl e Uil) accetti che un lavoratore venga licenziato perchè partecipa ad uno sciopero. Questa è roba che si faceva nel fascismo, quindi applicarlo nel 2010 è deriva fascista. Chiamatala banale, ma a me sembra un'equazione diretta.


Quello che non è accettabile è che un sindacato o presunto tale accetti senza reagire che si cancelli il contratto nazionale e al suo posto firmi un accordo a condizioni peggiori rispetto a quello che è stato creato per costituire almeno il livello minimo di regole e diritti


Quello che non è democratico (oltre a modificare l'intesa nazionale sulla redditività del 93) è che un sindacato o presunto tale acconsenta che non vengano più eletti delegati sindacali in fabbrica e che al suo posto siano nominati dei rappresentanti, ma solo delle organizzazioni sindacali firmatarie dell'accordo di nascita della newco.


Male ha fatto, a mio avviso la Camusso a criticare l'atteggiamento Fiom, che in questo caso mi sembra l'unico possibile all'interno del contesto, mentre Fassino ha perso l'ennesima occasione per tacere, dimostrando di nuovo il vuoto politico assoluto e la mancanza di progetti che caratterizza il PD.


A questo punto oltre allo schifo comincio a provare paura. Voi no?


martedì 23 novembre 2010

Forti coi deboli / 2

L'elemento che ha avuto più visibilità nel pacchetto di provvedimenti del collegato lavoro è senza dubbio l'introduzione del limite di sessanta giorni per impugnare i contratti a termine e in genere di tutti i contratti precari illegittimi.

Cosa succedeva prima del DDL 1441?
Il lavoratore aveva la possibilità di contestare un contratto irregolare anche molti mesi dopo la sua conclusione, nel momento in cui aveva la certezza di non essere più chiamato per un ulteriore periodo di impiego.

Oggi, grazie a questa legge, è stato introdotto un limite di tempo di sessanta giorni, trascorso il quale il lavoratore perde ogni diritto di impugnare il contratto, anche se irregolare.
Perchè è gravissima questa nuova norma?
Perchè tra un contratto stagionale e l'altro passano spesso più di due mesi, e al lavoratore, all'atto della scadenza, viene di frequente promessa una futura assunzione o almeno la stipula di un nuovo contratto di lavoro a tempo determinato.

Questo impegno informale dei datori di lavoro condiziona pesantemente le scelte dei precari. E' ovvio che rischiare una causa contro un'azienda significa compromettere ogni potenziale rapporto futuro, e con esso ogni possibilità di essere stabilizzato regolarmente, senza cioè conflitti legali.
Prima questa strada veniva infatti scelta solo nel momento in cui vi era la certezza assoluta di non essere più richiamati, l'esempio più classico è il datore di lavoro che ti lascia a casa con l'approssimarsi del tetto dei trentasei mesi di utilizzo, superato il quale diviene obbligatoria l'assunzione.

Beffa nella beffa, il termine di sessanta giorni vale anche, dal 25 novembre, giorno della sua entrata in vigore, anche per i rapporti di lavoro a tempo determinato conclusasi in precedenza.

Bel traguardo per un esecutivo che si era presentato, subito dopo il suo insediamento, con il noto colpo di spugna contro le cause dei precari delle Poste.

martedì 16 novembre 2010

Forti coi deboli / 1

Dopo la sua approvazione in via definitiva, avvenuta alla Camera il 19 ottobre, tra pochi giorni sarà ufficialmente in vigore il disegno di legge n.1441 quater F, meglio noto come collegato lavoro.

L'obiettivo dichiarato di questo insieme di norme è quello di intervenire sulla materia del diritto del lavoro semplificandone alcuni aspetti, in realtà, concettualmente si riprende la strada della destrutturazione dei diritti già iniziata con la legge 276/03 (che molti ancora chiamano legge 30 o legge Biagi) e che verosimilmente proseguirà con l'attacco allo Statuto dei lavoratori (da sostituire con lo "statuto dei lavori"), già iniziato con il tentativo di aggiramento dell'art. 18, smascherato (dalla Cgil) e cancellato dal testo di legge.

La parola d'ordine quindi è depotenziare il diritto del lavoro. Un diritto, vale la pena ricordarlo, nato sul principio di considerare il lavoratore parte debole e come tale meritevole di tutela attraverso la legge e la contrattazione collettiva, rispetto all'altro soggetto chiamato in causa, il datore di lavoro.

Con gli interventi di questo esecutivo, dal suo insediamento fino al collegato lavoro, non sarà più così.
I nodi che si stringono intorno al collo della classe lavoratrice si chiamano contratto certificato; nuove norme sugli arbitrati; nuove norme sull'impugnazione del licenziamento e sui ricorsi in merito alla validità dei contratti a tempo determinato.

continua (purtroppo)

lunedì 8 novembre 2010

Happiness is...

Sarà capitato anche a voi di essere testimoni dell'insofferenza di amici/colleghi nei confronti del capo del lavoro, che periodicamente sfocia nella seguente promessa: "ah, ma se vinco al superenalotto vengo a lavorare solo per il gusto di mandarlo affanculo", vero?

Bene, tra tanti bassi e qualche alto, uno degli aspetti positivi del mestiere del sindacalista è proprio quello di sedere a volte al tavolo delle trattative con direttori del personale stronzoni (grand. figl. di putt. lup. mannar.) e temutissimi dai dipendenti, in una condizione di parità. Di più. Se la trattativa è pesa, con licenza di rispondere per le rime alle loro provocazioni, farli incazzare, prenderli per il culo, minacciarli di iniziative conflittuali. In sostanza mandarli a quel paese (cosa che ovviamente fanno anche loro nei nostri confronti). Di avere in sostanza possibilità vietate ai comuni dipendenti che vogliano conservare il proprio posto di lavoro.

Dura poco. E quasi sempre, in un modo o nell'altro il sciur padrun trova il modo di fartela pagare, ristabilendo così la giusta distanza tra lui e te. Ma i brevi istanti in cui gli tieni testa, come se fosse la cosa più normale del mondo, in cui l'abisso che ti separa socialmente è annullato da un ponte costituito da un tavolo di una sala riunioni, in cui gli leggi negli occhi l'incredulità di non trovarsi di fronte ad uno dei suoi tanti yes man, beh, in quegli istanti ti illudi che forse il tuo mestiere ha ancora un senso, nonostante tutto.