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lunedì 4 luglio 2022

I Molti Santi del New Jersey (2021)

 

New Jersey, fine anni sessanta. La mafia italiana agisce da quel lato del fiume Hudson attraverso "Gentleman" Dick Moltisanti e le diramazioni della sua famiglia, su tutti Johnny Soprano. Il sistema patriarcale sul quale di fonda la comunità italo-americana è scolpito nella roccia: gli uomini a svolgere le varie attività (lecite a copertura di quelle illecite) e le donne a casa. Tutti gli uomini sono sposati e hanno una comare (l'amante) fissa, per farci ovviamente le cose che, nella cultura retrograda dell'epoca, non possono/vogliono fare con la moglie, e spesso le consorti (rigorosamente confinate alla gestione di casa e figli) ne sono a conoscenza. Dick ha però diversi problemi: la moglie non riesce a restare incinta, e, allo stesso tempo, il padre torna dall'Italia con una nuova, giovane, moglie, proprio mentre la manovalanza di colore di cui si serve minaccia di ribellarsi.

La conclusione de I Soprano (qui le recensioni delle stagioni 4 , 5 e 6), per molti - me compreso - perfetta, combinata con la prematura scomparsa di James Gandolfini, ha lasciato orfani i fan della serie. Detto che sarebbe stato delittuoso dargli un seguito, HBO e gli autori hanno cominciato a lavorare su di un prequel, che è finalmente uscito l'anno scorso. David Chase ha però concentrato la narrazione non tanto sul padre di Tony Soprano, Johnny, che pur compare (interpretato da Jon Bernthal), ma su Dick Moltisanti, papà di Christopher, personaggio importante, ma secondario del serial. 
La scelta si è rivelata azzeccata, perchè viene introdotto il personaggio controverso e meraviglioso di un gangster che cerca di compensare i suoi scatti di rabbia e la sua crudeltà (mostrata attraverso due-tre scene intense, ed una, in particolare, splatter) con atti di generosità e, soprattutto, con un rapporto di grande affetto nei confronti del nipote adolescente Anthony Soprano (interpretato da Michael Gandolfini, figlio di James), futuro boss, nonchè, ovviamente, perchè Alessandro Nivola sembra nato per il ruolo, tanto lo veste bene. Non mi ha invece del tutto convinto l'idea di usare Ray Liotta (alla sua penultima prova prima della scomparsa) per il doppio ruolo di padre e zio di Dick.

Anche se il film è perfettamente godibile senza aver visto la serie, è chiaro che ai cultori de I Soprano (produzione che ha fatto costume, oltre a rivoluzionare il mezzo televisivo dei "telefilm") questa pellicola apre il cuore per tutta una serie di ragioni. Gli autori portano infatti sullo schermo alcuni episodi raccontati dai vari personaggi durante le sei stagioni della serie ed è gustoso vederli prendere vita. Poi, è chiaro, godere di alcuni personaggi chiave della narrazione da giovani, con decisioni e accadimenti che si raccordano con i loro comportamenti futuri, fa un certo effetto e ci permette di approfondire le ragioni del rancore accumulato da Junior Soprano, i semi dell'infelicità e della depressione di mamma Livia, l'ignorante spietatezza di Pussy, Paulie e, soprattutto, la verità sui capelli di Silvio (che nella serie sarà interpretato da Little Steven e qui da John Magaro). 
Quando poi si arriva alla sequenza finale e parte a tradimento il giro di basso che caratterizza l'open credits theme, Wake up this morning degli Alabama 3, si raggiunge l'estasi. 
Tra l'altro, per come è strutturato il plot, nulla vieta di sognare una "trilogia prequel".

Insomma c'è modo e modo di realizzare un prodotto "fan service". I Molti Santi del New Jersey è il migliore possibile.

lunedì 12 settembre 2016

I Soprano, stagione 6


La sesta e conclusiva stagione dei I Soprano l'ho custodita gelosamente per anni, come un buon vino che vuoi consumare solo al momento propizio. A quel punto però restava da capire quale fosse il momento davvero propizio: cosa sarebbe mai dovuto succedere per terminare una saga che ho iniziato a seguire con la prima messa in onda italiana, nel 2001, sull'onda delle recensioni che arrivavano da oltreoceano e per la curiosità di vedere all'opera nelle (allora) inedite vesti di attore Little Steven.
Alla fine ho deciso di rompere gli indugi e chiudere il cerchio, anche perché, per una serie conclusasi ormai da nove anni, è praticamente un miracolo non essere ancora incappato in qualche spoiler. E poi, hai visto mai che dovessi lasciarci le penne improvvisamente senza essermi goduto la conclusione dei Soprano?!?

Così, a tre anni dalla visione della quinta stagione, mi sono immerso di nuovo in questo angolo di provincia americana (il New Jersey) e nelle vicende di Tony Soprano, sempre sospeso tra le difficoltà dei rapporti di subalternità con la più rilevante mafia newyorkese e la gestione di famiglia e affiliati.
La prima parte della sesta stagione (complessivamente composta da ventuno episodi, divisi però in due sezioni separate, originariamente trasmesse a circa un anno di distanza una dall'altra) procede con un ritmo estremamente lento, ma non per questo meno suggestivo. Tony resta infatti gravemente ferito da un colpo partito dalla pistola dello zio Junior, che affetto da demenza, non riconosce il nipote e gli spara scambiandolo per un avversario. Il ricovero di T. in ospedale permette a Chase e agli sceneggiatori di misurarsi con la realizzazione di episodi in gran parte onirici, nei quali assistiamo ai sogni di Tony durante il suo periodo di coma. Già nel corso delle precedenti stagioni l'aspetto onirico (e dunque psicologico) aveva sempre avuto il suo spazio, ma qui si prende interi spezzoni di puntate diventando quasi il centro della narrazione.
 
Sullo sfondo una storyline controversa e struggente: viene infatti sviluppato il tema dell'omosessualità del luogotenente di Tony, Vito Spatafore, da lui tenuta accuratamente nascosta.
Spatafore, una volta scoperto, per eludere la vergogna e le conseguenze che il suo orientamento sessuale comporterebbero nell'organizzazione mafiosa, fugge dal New Jersey e trova occasionalmente rifugio nel New Hampshire, dove riesce a vivere la sua condizione in maniera quasi serena. Purtroppo i sensi di colpa, l'affetto per la famiglia e la volontà di essere di nuovo accettato dai suoi sodali mafiosi lo portano a tornare sui suoi passi e così verso il proprio inevitabile destino.
La seconda parte della stagione ci mostra invece gli aspetti più meschini di Tony Soprano, quasi che gli autori volessero cancellare ogni forma di identificazione dello spettatore verso il personaggio interpretato da James Gandolfini.
T. ci viene mostrato allora al suo peggio: egoista, narcisista, spietato, egocentrico, irascibile, dissoluto, totalmente privo di empatia verso le altre persone, comprese quelle più care (come le decisioni che assume per vendicarsi dell'amico di lunga data Hesh, verso in quale era in forte debito, o addirittura verso il figlioccio Chris Multisanti, in ultima analisi considerato uno sfigato, uno iettatore, stanno a dimostrare). E poi c'è sempre la depressione, a cui la terapia con la dottoressa Melfi non sembra trovare rimedio.
Sullo sfondo di episodi nei quali, per la grande abilità degli showrunner, sembra non succedere mai niente, in un'apparente placida routine che va dalle nottate al Bada Bing ( per i curiosi qui l'origine del curioso nome) alle giornate trascorse fuori da Satriale's Pork Store, si muove invece, strisciante ma inarrestabile, anche la tensione con i vertici mafiosi ora gestiti da Phil Leotardo, un tipo che ha seri motivi di rancore nei confronti di Tony.
 
Il finale lascerà molti cadaveri a terra, letteralmente decimando personaggi storici della serie, oltre a introdurre un nuovo, pericoloso processo penale per il protagonista. La sequenza conclusiva, come tradizione, mostra una riunione di famiglia, ma stavolta i presenti sono solo Tony, la moglie Carmela e il viziatissimo figlio A.J. (apparentemente guarito da una depressione che l'ha anche portato a tentare il suicidio) seduti in un locale. L'altra figlia Meadow è in ritardo. La macchina da presa indugia sul particolare irrilevante, e proprio per questo allarmante, di lei che ripete più volte una manovra per parcheggiare l'auto all'esterno del ristorante. Nel locale uno sconosciuto osserva compiaciuto la famiglia Soprano. Sembrano le classiche situazioni che precedono eventi tragici. La figlia entra di corsa nel locale, lo schermo diventa nero per diversi secondi e poi partono i titoli di coda. Un finale subdolamente aperto, micidiale e coraggioso, che lasciava la porta aperta a qualunque interpretazione dello spettatore e, chi lo sa, magari nelle intenzioni degli autori, anche ad un sequel (per un po' si è parlato di un film), prima che l'improvvisa morte di James Gandolfini mettesse fine ad ogni speculazione in merito.

A David Chase, autore, sceneggiatore e occasionalmente regista della serie, andrebbe eretto un monumento per il concepimento e la realizzazione di questa enorme saga che ha influenzato in maniera incisiva la cultura (e non mi riferisco solo a quella pop) americana. The Sopranos è stata tra le primissime serie televisive moderne, adulte, di qualità, con niente da invidiare a molto cinema, ad essere prodotta e ancora oggi è un punto di riferimento per molteplici produzioni televisive. La figura tragica, tremenda e contraddittoria di Tony Soprano, la cui immagine in boxer, canottiera e accappatoio di spugna bianco intento a scrutare nel frigo per cercare qualcosa che soddisfi il suo pantagruelico appetito è ormai entrata nella leggenda, così come alcune sequenze, modi di dire e atteggiamenti, irrimediabilmente bollati come: "alla soprano". 
 
I Soprano doveva finire prima di perdere spessore e credibilità, ed è stata chiusa al momento giusto con una final season praticamente perfetta, ma ciò non toglie un grammo alla tristezza e alla nostalgia che si prova per la perdita. Anche e soprattutto per il destino amaro e maledetto che si è portato via James Gandolfini. 
 
Capolavoro assoluto.

mercoledì 11 settembre 2013

I Soprano, stagione 5


Dopo anni di resistenza dovuta perlopiù a pigrizia, sono ormai quasi del tutto convertito alla visione dei serial in lingua originale (sottotitolati in italiano). Davvero, non c'è paragone tra il gusto di ascoltare le versioni originali rispetto a quelle confezionate per il nostro mercato. Ecco, coi Soprano questa mia decisione è stata messa duramente alla prova, perché, dopo tanti anni, la mia fidelizzazione al doppiaggio dei protagonisti aveva raggiunto livelli quasi patologici. E' stato difficile passare dalla voce piena, autorevole e un pò roca di Stefano De Sando (Tony Soprano) a quella originale di Gandolfini, che, al contrario, è nasale e, a tratti, un pò da Paolino Paperino. Ma anche Paulie, Christopher, la Melfi e "Zio Junior" per me erano indissolubilmente legati ai nostri doppiatori e inizialmente m'è parso quasi contro natura ascoltarli con una voce differente. Nonostante questo, a partire dalla quarta stagione, ho cominciato la graduale conversione italiano/americano e, ovviamente, col tempo, ne ho ricavato piena soddisfazione. Anche perché se avessi continuato a seguire il serial in italiano mi sarei perso, nell'episodio dodici, una fulminante battuta di Multisanti, il quale, chiamato a giustificare il suo ritardo ad una riunione di famiglia, con la faccia seria dei giorni peggiori ha affermato: "You know, the highways was jammed with broken hero on a last chance powerdrive", che altro non è che un'inconfondibile strofa della canzone-manifesto Born to run di Bruce Springsteen. E tanto per completare il concetto: sapete come è stato tradotto l'omaggio al Boss? "Sono stato rapito dagli alieni". No, per dire.

In questa quinta stagione succedono un sacco di cose. Tony e Carmela sono separati e lui ne approfitta per darci dentro duro con alcol e scopate ("Beh, cos'è cambiato rispetto a quando eri sposato?", gli fa caustico Silvio/Little Steven), mentre dal punto di vista degli affari l'improvvisa morte per infarto del boss newyorkese Carmine Lupertazzi scatena l'ascesa al trono dell'ambizioso Johnny Sack, e i rapporti tra le cosche ai due lati del fiume Hudson cominciano ad incrinarsi. Escono di prigione dopo diversi anni di detenzione Feech La Manna (Robert Loggia), ex compare di Giovanni Soprano e, sopratutto, Tony Blundetto (interpretato da Steve Buscemi), grande amico di Tony e considerato da tutti come suo cugino. Quest'ultimo personaggio, considerata la bravura di Buscemi, è poco utilizzato dagli sceneggiatori, nonostante abbia un'evoluzione non scontata e svolga un ruolo importante ai fini della storia. Carmela (che appare, complice la separazione, più attraente che in passato), scomparso Furio, si toglie uno sfizio con un professore del figlio A.J. mentre Tony cerca di corteggiare la dottoressa Melfi, ma viene respinto. Giunge a conclusione anche la vicenda Adriana/F.B.I., non prima di aver regalato alla sua interprete, Drea De Matteo, una stagione da protagonista. Nelle varie digressioni che come di consueto fanno da sfondo alla storia principale trovano spazio la rivelazione della omosessualità del luogotenente Vito Spatafore; la rievocazione dell'amante storica del padre di Tony, una corrosiva satira sui premi Emmy, di cui nella realtà I Soprano ha fatto incetta (un tossico indebitato con Chris cerca di rivenderli ma lo strozzino non ne vuole sapere: "non è mica un Oscar", gli dice),  e quasi un intero episodio dedicato ad un sogno premonitore di Tony. Da segnalare inoltre, per l'episodio 6, un gradito cameo alla regia di Pete Bogdanovich.

Tutte le divagazioni che tengono lo spettatore lontano dalla storia principale (ammesso che le vicende della mafia lo siano) sarebbero, in un altro serial, dei banali riempitivi, dei fill-in, come li chiamano gli anglosassoni, preposti a nascondere lacune della sceneggiatura e/o ad allungare il brodo fino al numero di episodi concordati. Ne I Soprano invece rappresentano una virtù, una caratteristica primaria della serie, un elemento divenuto, col tempo, irrinunciabile. Come si potrebbe considerare, ad esempio, una puntata minore quella in cui Tony fa la conoscenza della comare (l'amante fissa) di suo padre? Vedere il boss grande grosso e irascibile tornare improvvisamente bambino ed assecondare un'anziana (di gran classe) rimasta ormai sola con i suoi ricordi è un tassello fondamentale per capire la psicologia del personaggio, anche se è un elemento destinato a rimanere isolato nella narrazione principale.

Ecco, giunto alla vigilia dell'ultima stagione di questa meravigliosa serie mi prende quella malinconia da distacco, tipica di quando stai per terminare un libro che ti ha coinvolto emotivamente e che vorresti non finisse mai. Sensazione amplificata dalla scomparsa di James Gandolfini che ha messo, nel modo più triste e definitivo, la parola fine su tutti i rumors riguardanti una nuova, ulteriore, stagione o addirittura di un film su The Sopranos.
Questa è la ragione per la quale mi prenderò una bella pausa prima di regalarmi le ultime gesta di Tony e sodali: prolungare quel piacere più a lungo possibile.






mercoledì 10 luglio 2013

I Soprano, stagione 4


Correva il 1999, per le notizie sul mondo dello spettacolo ci si affidava esclusivamente agli strumenti canonici della carta stampata, della tv, del passaparola. Nella comunità degli springstiniani ad esempio, girava la voce della presenza di Little Steven (nelle vesti di attore) in questo telefilm su una famiglia mafiosa che stava avendo un grosso successo in USA. I tempi non permettevano le scorciatoie che oggi conosciamo per ridurre il gap tra le produzioni originali e il loro arrivo in Italia e dunque si dovette attendere quasi due anni perchè una televisione italiana (Canale 5) cominciasse a trasmettere le gesta dell'ipotetica cupola del New Jersey. Gesta, per inciso, che in breve riusciranno nell'impresa di sostituire nell'immaginario collettivo del pubblico americano, l'iconografia classica della Famiglia mafiosa rappresentata per quasi trent'anni dai Corleone (e da Il Padrino di F.F. Coppola), andando ad abbattersi prepotentemente sulla cultura pop a stelle e strisce. Tutto questo (e molto altro) hanno rappresentato The Sopranos.

A titolo personale, la serie, ideata dallo sceneggiatore David Chase, è stata anche una sorta di apripista ai serial moderni, visto che mi ha indotto per la prima volta a ragionare in termini di "stagioni" oltre che ad approfondire quel concetto di serialità che oggi domina le produzioni televisive che, a loro volta, sia  a livello di investimenti che di nomi, hanno abbandonato definitivamente lo status di parente povero del cinema.

L'idea di base di Chase è stata quella di mostrare, in tutta la sua ordinarietà, la vita del boss Anthony (Tony) Soprano, della sua cricca malavitosa, della moglie Carmela, dei figli Anthony Junior (A.J.) e Meadow. Chiari i riferimenti alla lunga filmografia sul tema (i lavori di Scorsese ed ovviamente i tre capitoli della saga de Il Padrino di Coppola), ma in questo caso lo sguardo degli autori è più focalizzato sulle questioni private di Tony (un boss che va in analisi dopo ripetute crisi di panico) attraverso un approccio disincantato, a rimuovere ogni presunta virtù connessa alle attività illecite dei cartelli mafiosi. Qui non esistono business disonorevoli, non ci sono vecchi saggi, il codice d'onore è carta straccia. Il profitto e il potere rappresentano tutto. 
La maggior parte dei protagonisti non brilla per intelligenza, è culturalmente sotto la media, usa la violenza senza ripensamenti ed è unicamente guidato dall'avidità, dall'arroganza e dal doppiogiochismo. La cerchia familiare dei protagonisti è costituita da mogli compiacenti che godono dei benefici della loro posizione passando ipocritamente sopra a tradimenti e illeciti e figli viziati che frequentano le migliori scuole infischiandosene delle origini del loro benessere.

Le prime tre stagioni della serie filarono via che fu un piacere, anche grazie a quelli di Canale 5 che, per recuperare il ritardo accumulato sulla programmazione originale, nel volgere di poco più di un anno si portarono quasi in pari con gli USA. Poi improvvisamente (calo di audience? problemi con i diritti?) un nuovo stop di due anni, e finalmente, nel 2004, la ripresa, penalizzata però da una programmazione irriguardosa (collocazione con orari ballerini che oscillavano tra la seconda e terza serata e improvvise modifiche del giorno di programmazione) che mi ha allontanato dal telefilm.

Da un pezzo mi ero messo in testa di recuperare i fili narrativi della vicenda (lasciati con Tony sempre più potente, l'ex boss "zio" Junior a processo, l'irritante sorella Janice a fare da mina vagante, la figlia Meadow in procinto di iscriversi al college, la tormentata moglie Carmela sempre in cerca di redenzione e il nipote Christopher Multisanti insoddisfatto della sua posizione nella Famiglia) ma le stagioni 4 e 5, acquistate in dvd non meno di sei,sette anni fa, continuavano a prendere polvere sullo scaffale fissandomi con aria severa ogni qual volta mi ci appropinquavo finendo però per scegliere qualcos'altro. Alla fine,ironia della sorte, il momento di rimettere la serie nel lettore dvd è giunto proprio a ridosso dell'improvvisa dipartita di James Gandolfini, grande attore e indiscusso mattatore del progetto Sopranos.

La premessa mi è venuta più lunga della recensione in se stessa, ma leggendola spero converrete con me che, nello spirito personalistico del blog, non potevo proprio risparmiarvela. Dunque, la quarta stagione dei Soprano ci consegna un Tony all'apice della carriera di malavitoso che si trova a dover gestire le grane dei rapporti con alcuni suoi luogotenenti, validi ma umanamente abietti come Ralph Cifaretto (interpretato da un eccellente Joe Pantoliano), ma anche  fedelissimi come Silvio Dante (Little Steven) o Paulie che nutrono, per ragioni diverse,rancore nei suoi riguardi. Grosse preoccupazioni gli arrivano anche dal nipote Chris Multisanti, che scala le posizioni di vertice dell'organizzazione e contestualmente scivola sempre più nella spirale dell'eroina, non accorgendosi che la sua fidanzata Adriana è stata agganciata dall'FBI. Per quanto riguarda i legami familiari, la trascurata Carmela è segretamente innamorata di Furio, il picciotto che Tony si è portato da Napoli a seguito del suo viaggio di affari (narrato nella seconda stagione) e che la ricambia anch'egli platonicamente. I rapporti con la psicanalisi e con la dottoressa Melfi cominciano a mostrare le prime crepe, causate da qualche incomprensione e da un'insorgente insofferenza che porterà Tony a lasciare le sedute.

Gli sceneggiatori concedono invece poco spazio ad un evento come il processo a carico di zio Junior, che in un serial "normale" sarebbe stato posizionato sicuramente in primo piano, catalizzando viceversa l'attenzione  dello spettatore su fatti apparentemente minori e irrilevanti, ma che alla fine hanno conseguenze determinanti. Il rapporto tra Tony e Ralph Cifaretto ad esempio, viene gestito magistralmente. Il riscossore non viene infatti eliminato quando offende pesantemente la moglie di un affiliato importante, perchè manca di rispetto Paulie o quando uccide di botte una spogliarellista del Bada Bing, ma a causa del suo probabile coinvolgimento nel rogo di una scuderia di cavalli che ha portato alla morte di una puledra alla quale Tony era affezionatissimo, e l'assassinio è contestualizzato in un momento in cui l'umanità di Cifaretto sembrava finalmente emergere a seguito di un grave incidente che ha coinvolto il figlio.


Si conferma una caratteristica degli screenplay de I Soprano: la violenza irrompe sempre all'improvviso, spesso nelle situazioni più inaspettate e sovente non ha a che fare con i classici regolamenti di conti ma con questioni personali che deflagrano fino alle estreme conseguenze.

James Gandolfini riempie con la sua presenza ogni inquadratura nella quale è presente. La sua mole riesce a conferire autorità ed incutere timore con la stessa facilità con la quale, in situazioni diverse, appare impacciata e fuori posto. Le emozioni alle quali è chiamato a dare forma attraversano il suo viso che mostra rabbia, incredulità, commozione, felicità o sarcasmo spesso nel breve volgere di due/tre inquadrature (si veda ad esempio la bellissima scena del colloquio con Meadow per convincerla  a rinunciare all'anno sabbatico). I suoi scoppi d'ira trasformano questa fisicità, apparentemente dimessa, in una micidiale macchina da offesa, sia che Anthony si scagli contro l'avversario, sia che si avvicini a lui serrando gli occhi e sventolandogli l'indice davanti al viso per minacciarlo. I suoi improbabili capi d'abbigliamento casual e la bulimia che lo porta a trangugiare compulsivamente qualunque alimento, dai prelibati manicaretti della moglie o dell'amico ristoratore Artie al peggiore junk food in circolazione, sono diventati un classico nel classico del serial.
Al suo fianco sarebbe delittuoso trascurare l'altrettanto brava Edie Falco nei panni della moglie Carmela che ben si cala nel ruolo de "la moglie del mafioso", con tutte le ipocrisie ed i turbamenti del caso. Il finale di stagione è tutto per lei.


Mentre mi appresto alla visione della quinta stagione, non avendolo fatto il 19 giugno, rivolgo un ultimo saluto a Gandolfini, morto a Roma all'età di 51. 
Bella lì e fanculo anche a te, James.