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venerdì 10 gennaio 2014

New Wave of american country music: Sturgill Simpson, High top mountain

Troppo spesso per ascoltare della musica country dotata di un minimo di anima è necessario avventurarsi negli ostici terreni dell'outlaw moderno e delle contaminazioni tra generi: operazione soddisfacente, per carità, ma dagli esiti che si allontanano da quel dolce gusto popolare, componente originaria di questo genere, troppo spesso snaturata e tradita dai tanti cloni tutti uguali a se stessi prodotti in laboratorio dall'industria di Nashville.
Per fortuna, a portare una boccata di aria buona, arrivano tipi come Sturgill Simpson, che riescono a coniugare country di qualità e  presenza su CMT (Country Music Television, il potente network americano) senza dover sottostare agli abusati cliché imposti dalle major negli ultimi anni (cioè essere cantante donna, fare pop mieloso con qualche violino ogni tanto e parlare di camionisti).
E l'aspetto sorprendente di tutta la vicenda è l'apparente disinvoltura con la quale il giovane artista raggiunge l'obiettivo di accontentare sia i puristi del genere che i marpioni esclusivamente attenti alla portata commerciale del prodotto, attraverso una manciata di pirotecnici pezzi honky-tonk (Life ain't far and the world is mean; Railroad of sin; Sitting here without you; You can have the crown), la dimostrazione di saperci fare con le ballads (Water in a well; Hero; Old king coal), i sacrosanti richiami agli aspetti più old time della musica redneck (Poor rambler), ma soprattutto un'estensione vocale che potrebbe aprire presto nuove, inaspettate, strade (Van Morrison non è così lontano in pezzi come I'd have to be crazy).

High top mountain è un album  di cui si sentiva tremendamente il bisogno: un'opera apparentemente semplice ma che in realtà cela uno smisurato rispetto per questa musica regalandoci un'artista che il country potrebbe contribuire a salvarlo.

8/10
P.S. Con Sturgill Simpson chiudo ufficialmente il lotto di recensioni di album che concorrono alla classifica di migliori dell'anno. Lunedì pubblicherò il mio best of del 2013. In omaggio all'eccezionale annata musicale la lista comprenderà quindici titoli invece dei tradizionali dieci.



lunedì 28 ottobre 2013

New wave of american country music: Kellie Pickler, 100 proof (2012)


Kellie Pickler racchiude in se tutti gli elementi che normalmente mi provocano allergia, tenendomi a mille miglia di distanza da qualunque artista, ma in particolar modo da quelli country. Prima di tutto deve il suo lancio nel music biz alla partecipazione ad uno dei tanti talent show televisivi (il noto American Idol), poi fa pop country, ed infine è troppo figa per essere anche autenticamente brava (questa è una mia patetica convinzione, compatitemi). 
Ma (e come diceva quel tale in Game of thrones, la parte della frase che conta è solo quella che viene dopo il "ma") le regole sono fatte per essere infrante, ed io, una tantum, provo ad uscire dalla compagnia di quei loschi debosciati suonatori di banjo alla Un tranquillo week-end di paura, che rappresentano per me il vero spirito outlaw del country americano, e mi faccio un giro nella Nashville bene, per vedere di nascosto l'effetto che fa.

E beh, l'effetto di 100 Proof, terzo album della Pickler è molto positivo. Pop country creato per rassicurare, piacere a tutti e scalare le classifiche, ma che, grazie ad un pizzico di personalità in più riesce ad emergere dalla massa, sia nei suoi passaggi movimentati che nelle immancabili ballate spezzacuori. 
Gli undici episodi (per trentacinque minuti scarsi) che compongono il disco sono infatti democristianamente suddivisi tra honky tonk che se ci fossero ancora i juke box sarebbero di certo i più suonati nei bar per truckers dell'intero southwest (Where's Tammy Winette; Unlock that honky tonk; Little house on the highway), tracce nate col bollino preventivo delle hits (Tough), ballate da fidanzatini da high school (Stop cheatin' on me; Long as I never see you again), l'immancabile, delicata, dedica alla mamma (Mother's day) e al padre scomparso prematuramente (The letter (to daddy) ). Un violino qui, una slide lì, un banjo equalizzato così basso che bisogna usare i cani da caccia per scovarlo: la produzione è pulitissima, tutta finalizzata ad enfatizzare la (bella) voce della cantante del North Carolina, che, pur facendosi coadiuvare da altri autori e musicisti, riesce a mettere lo zampino in sei delle undici composizioni. Purtroppo per lei non nella title track, che è un altro highligh dell'opera.

A completare il quadro dei luoghi comuni degli artisti pop-country USA (rispetto ai quali sono totalmente d'accordo con Robb Flynn dei Machine Head), la Pickler è una convinta sostenitrice delle forze armate e se cercate in rete non faticherete a trovare sue dichiarazioni a favore del possesso di armi da fuoco. Se fate invece una ricerca per immagini, vi troverete curiosamente di fronte due immagini distinte dell'artista: con look da femme fatale e coi capelli rasati a zero e abiti anonimi. Chissà se il nuovo lavoro, The woman I am, in uscita a giorni svelerà qualcosa di più sull'identità musicale ed caratteriale di questo personaggio. 

Per quello che mi riguarda, a sto giro ci posso anche stare.





lunedì 30 settembre 2013

New wave of american country music: Rachel Brooke, A killer's dream


Sono stato indeciso fino all'ultimo sull'opportunità di inserire Rachel Brooke in questa rubrichetta sui nuovi nomi del true country. La ragione è presto detta: questo interessante A killer's dream, opera numero tre della cantautrice americana, non ha, tra le undici tracce che la compongono, un solo pezzo in qualche modo riconducibile alla redneck music (se escludiamo un accenno allo yodel che impreziosisce Old faded memory). La ragazza però è inequivocabilmente collegata all'universo dell'underground country, come testimonia la citazione di questo album tra i migliori del 2012 in molti siti che a questa musica si approcciano in maniera indipendente e come dimostra il disco registrato in coppia con il gothic countryman Lonesome Wyatt, leader di quella accolita di folli che risponde al nome di Those poor bastards. 

Fatta la dovuta premessa occupiamoci di A killer's dream. Che non è neanche, nonostante le immagini raccolte in rete ci raccontino di una passione per i fifties di Rachel, un disco di rockabilly. Siamo invece dalle parti del blues acustico, ma di quelli che evocano il jazz, i locali notturni per soli uomini ammirati nei film degli anni quaranta, dove questa musica era incarnata con sensualità e malizia da interpreti femminili. Non a caso in più di un'occasione, e di certo in Late night lover, il pensiero corre a Why don't you do right? , originariamente composta nel 1936 da Kansas Joe McCoy, portata al successo da Peggy Lee e l'orchestra di Benny Goodman nel 1942, ma da tutti noi conosciuta grazie alla versione di Jessica Rabbit nel film di Zemeckis Chi ha incastrato Roger Rabbit.  
Musica notturna dunque, come nel caso del jazz di Ashes to ashes, da ascoltare rigorosamente con il bicchiere di bourbon liscio nella mano, le cicche accumulate nel  posacenere e la disillusione nello sguardo.
Spiazza felicemente la scelta di chiudere il disco con una title-track dalle atmosfere pop sixties sbarazzine, in netto contrasto con il mood sornione dell'opera.
Tenete d'occhio questa signora.

 

lunedì 1 aprile 2013

New wave of american country music, 11

Old Man Markley
Down side up (2013)


Gli Old Men Markley sono un pò fuori zona rispetto alla bible belt americana, habitat naturale del country rurale. La band (sette elementi, due donne e cinque uomini) è infatti basata a Los Angeles e musicalmente parte dal blugrass per ampliare il proprio raggio d'azione al folk da combattimento, con un attitudine aggressiva che gli ha fatto guadagnare il titolo di punker del blugrass, appunto.

Per la verità, rispetto all'esordio di Guts n' teeth, rilasciato due anni fa, questo Down side up prova ad uscire dal recinto di quell'etichetta alternativa, toccando sovente momenti più convenzionalmente country 'n western. Certo l'opener Blood on my hands riprende esattamente il discorso là dove il furioso banjo di For better for worse, del disco precedente, l'aveva interrotto. E' questa la versione dei Markley che personalmente prediligo, veloci, precisi, guasconi. Ma già dalla successiva Reharsal (anch'essa molto bella, per la verità) risulta evidente come al collettivo interessi raccordarsi anche con la parte più tradizionale del loro discorso musicale. Così, allo stesso modo, non sfigura Come around here, un bel passaggio dixieland, con tanto di fiati, cantato dalla fiddler Katie Weed, la square dance di Hard to understand o il blugrass minimale di Beyond the moon. Tanto per chi preferisce la caciara c'è ancora soddisfazione nell'ultima parte del disco, tutta orientata alla velocità (Hand me down, la title track e Fastbreak sulle altre) fatta eccezione per Too soon for goodnight, classico western valzer da epilogo.

Nel complesso mi sembra che con Down side up gli Old Man Markley abbiano cercato di coniugare il loro furore giovanile con una scrittura più matura ed un sound maggiormente accessibile ai normali fruitori di questi generi. Ci sono anche abbastanza riusciti, la qualità delle composizioni è buona, con qualche picco sopra la media. Attendiamo il prossimo passo per capire meglio la direzione della band. Per adesso bene così.

7/10

lunedì 28 gennaio 2013

New wave of american country music, 10



Joe Buck Yourself, Piss and vinegar (2011)

Lo dico io prima che qualcuno possa eccepirlo. Joe Buck non suona country. Non nell'accezione comune del termine almeno. Se invece consideriamo il mare nostrum della deriva oscura di quel genere dentro il quale convivono psychobilly, cowpunk,blugrass,hillbilly e hobo allora direi che possiamo cominciare ad intenderci. D'altro canto il nostro ha prestato i suoi servigi da stand up bass player, facendosi un nome anche grazie a live act infuocati, per la creme di quel sottobosco musicale cioè i Th' Legendary Shack Shackers  (Cockadoodledon't del 2003) e vabè, Hank III (Straight to hell e Damn right rebel proud).
Sono scarse le notizie che lo riguardano nel web, difficile mettere ordine nella sua discografia, ma questo Piss and vinegar del 2011 dovrebbe essere il suo terzo full-lenght (mentre sono una mezza dozzina gli EP).

La musica espressa dalla band di Joe è tutto sommato semplice ma non per questo meno coinvolgente. Sezione ritmica ossessiva e veloce, liriche basate su temi quali la ribellione e l'autodistruzione sistematica mediante l'abuso di droga, una voce colloquiale mai spinta al massimo per non rischiare di non tenere la nota. La componente più frequente è proprio quella dello pshychobilly, con evidenti  riferimenti agli Hellbilly di Hank III (nei quali il nostro ha militato), come nella trascinante apertura di Evil motherfucker from Tennesse. E come l'amico Hank, Joe non si fa mancare neanche la critica a tutto campo all'industria discografica di Nashville (Music city's dead), mentre Dig my grave e Drug train sono lì ad aspettare che uno come Nick Cave prima del rehab le interpreti e le rendendole note al grande pubblico, esattamente come meritano.

Ho sviluppato una passione travolgente per questi personaggi della scena underground del Texas e del Tennesse, possono piacere o meno, ma perlomeno sono autenticamente luridi, pericolosi e follemente e ispirati dalla loro musica, al punto che quei fighetti sfornati come tanti Big Jim dalla catena di montaggio delle major del sud, scappano a gambe levate solo a sentirli nominare. Non è forse questo l'aspetto che ci eccitava del rock and roll?






lunedì 5 novembre 2012

New wave of american country music, 9


Jamey Johnson, classe 1975, è considerato uno dei migliori artisti di true country in circolazione. Uno di quelli, per intenderci, che è apprezzato anche nei circoli buoni della critica che normalmente non si occupa di questo genere musicale. Forse perchè Jamey, oltre ad aver dimostrato un talento fuori dal comune con i suoi recenti lavori The lonesome song e The guitar song, esterna la sua passione per questi ritmi solo attraverso la musica, evitando ad esempio  cafonaggini e clichè, considerati necessari dall'industria di Nashville, nell'abbigliamento.

E qual'è il passo che certifica l'ingresso di un artista nell'olimpo degli interpreti country? Esatto, l'album di duetti con ospiti prestigiosi. Johnson colma questa distanza scegliendo di omaggiare con Living for a song la penna prolifica di Hank Cochran, autore dietro a numerosi successi di Patsy Cline, Ray Price, Merle Haggard, George Strait e altri, scomparso nel 2010. A coadiuvarlo probabilmente il meglio, presente e passato, della musica terrona  USA.
Si parte, per dire, con Alison Krauss e la dolciastra Make the world go away, più sintonizzata su frequenze crooner che country. Canone questo che si ripeterà di nuovo nel corso della tracklist e che richiama in misura inequivocabile il cantato di Raul Malo (con Mavericks) di Songs for all occasions.

A seguire l'intensa I fall to pieces insieme al monumento Merle Haggard, che è ancora incorniciata da un piano jazzy. Per ascoltare un violino su un ritmo pigramente honky-tonk bisogna attendere A way to survive, la traccia numero tre. Accantonato Don't touch me, il duetto con Emmylou Harris, e il boogie I don't do windows assieme agli Asleep at the wheel c'è spazio per l'inglese Elvis Costello che si misura con il languido She'll be back.

Dopo un paio di episodi nei quali l'honky-tonk incalza (The eagle, con George Strait e A-11 con Ronnie Dunn), entrano in campo i veterani della country music. Con il petto pieno di medaglie e le ferite di una vita borderline gli outlaw Willie Nelson e Kris Kristofferson, prima da soli (Don't you ever get tired of hurting me e Love makes a fool of us all) e poi nella festa finale rappresentata da Living for a song, alla quale partecipano anche Merle Haggard e, attraverso il recupero delle registrazioni del brano originale, lo stesso Hank Cochran, mettono il sigillo ad un lavoro sincero, appassionato e riuscito. 

7/10

lunedì 8 ottobre 2012

New wave of american country music / 8


Lone Wolf
One Man Band

Totò. O anche Bennato Edoardo. Ve li ricordate quando si facevano vedere con un'intera orchestra musicale costruita addosso, a rievocare musicisti di strada dei secoli passati? Nel caso li aveste snobbati, trovandoli eccessivamente folkloristici, ecco che forse tocca ricredervi.

Perchè oggi, A.D. 2012, ecco Mr. Lone Wolf da qualche parte del sud degli states, nell'assenza pressochè assoluta di notizie biografiche, di precedenti esperienze discografiche, o di note su wikipedia, con il suo armamentario a gravargli (o forse no) sulle spalle, le mani che si muovono veloci sul banjo, il fiato sputato nell'armonica, la voce come catrame bollente.
Arriva, comincia a suonare i suoi strumenti contemporaneamente (percussioni, armonica, banjo, il tutto in rigorosa presa diretta) e ti stordisce come il fischio di un treno merci che squarcia all'improvviso la notte silente.

E' blues. E' blugrass. E' country. E' folk. E' agrindustrial, per citare i Th' Legendary Shack Shakers. E' una vettura che percorre una discesa a perdifiato, con le gomme lisce e senza freni. E' Tom Waits, John Lee Hooker e Jimmy Martin. E' l'umidità delle paludi della Lousiana e l'asciutto del Mojave. E' un monolite che alla lunga affatica, pur compensando con la puzza del sudore e l'urgenza comunicativa.Il tutto in un solo uomo. Un One Man Band.


lunedì 6 agosto 2012

New wave of american country music, 7


Purtroppo o per fortuna per certi aspetti l'America continua ad essere lontana e il country un genere completamente ignorato dai media italiani. In caso contrario la storia di Ray Lawrence jr avrebbe saturato le varie vite in diretta che impestano i pomeriggi della televisione italiana.
Già, perchè quella di Ray è una vicenda tutta da raccontare. Uomo comune con famiglia, casa e lavoro e solo occasionale musicista, dopo il fallimento del suo matrimonio e la perdita di una fonte di reddito finisce dentro quelle spirali che la società USA conosce piuttosto bene, e che portano lo sventurato di turno a perdere tutto e a diventare un emarginato. E' così che in un attimo Lawrence jr esce dagli ingranaggi produttivi della civiltà a stelle e strisce si diventa uno dei tanti homeless che fanno da cornice alle città degli states. Nello specifico, la città è Tempe in Arizona ed è lì che Ray continua a suonare ed a comporre,all'interno di una casa rifugio per senza tetto, fino all'incontro con Hank Williams III che rimane conquistato dalla sua musica al punto da registrargli due pezzi (l'incisione avviene sul tourbus di Shelton nel 2009) ed includerli in una sincera e disinteressata operazione promozionale, nel suo ultimo album country, Ghost to a ghost, uscito a settembre 2011 (nella mia recensione, senza conoscere i dettagli della collaborazione avevo incensato i due pezzi di Lawrence, When you lose all you had e Back in the day), pur essendo lo stile piuttosto distante da quello attuale di Shelton.

Poco dopo l'ospitata, Ray, oggi quarantottenne, è riuscito a strappare un contratto discografico ed a incidere (a quanto pare in tutta fretta) questo cd in totale presa diretta, solo con l'ausilio di chitarra e voce. Lo stile è un country folk abbastanza canonico, le melodie a tratti ricordano Willie Nelson ma in altri momenti anche Bob Dylan. Il disco è veramente raw, nel senso che sa tanto di incisione alla buona la prima, ma compensa qualche passaggio eccessivamente grezzo con tanta tanta passione, genuinità e onestà artistica. A partire dalla open track Check's in the mail per passare a She stopped lovin' me; Just kick my ass to Texas; You can hide your body but you can't hide your beauty e Stay with me tonight, i brani sono intimi e pregni di vita vissuta, attraverso una forma di scrittura che fa emergere qualche volta il songwriting di Townes Van Zandt.

In effetti è un pò un abusivo di questa rubrichetta, Ray Lawrence jr, non essendo nè lui giovane, nè la sua musica innovativa. Mi piaceva però celebrare il suo ritorno alla vita, grazie ad una second chance che non tutti hanno, attraverso una menzione con tutti gli onori.
Good luck Ray.



lunedì 16 luglio 2012

New wave of american country music / 6


Bob Wayne
Till the wheels fall off
People like you Records (2012)



Pittoresco e caciarone Bob Wayne, rientra in pieno nel fenomeno outlaw country più radicale (lontano da Nashville dunque) con tanto di testi espliciti e indole ribelle, anche se riesce a farsi apprezzare per la ricerca di una via indipendente ai dogmi del (sotto)genere. Certo, i modelli di riferimento del presente e del passato sono tutti presenti (da David Allan Coe a Hank III passando per Johnny Cash), ma le esecuzioni suonano fresche ed eccitanti, merito di un songwriting irriverente, di un bel tiro degli strumenti (violino e banjo sugli scudi) ma anche della tonalità della voce che essendo pulita e non, come da copione, nasale, baritonale o impastata (da patata in bocca per intenderci),  inizialmente spiazza un pò ma poi diventa un valore aggiunto del lavoro.

L'album è composto da tredici tracce (più due bonus track) ed è dannatamente divertente. I testi ruotano tutti attorno alla liturgia del divertimento sfrenato correlato da abuso di alcol/droghe e al mito della vita spericolata on the road. Proprio quest'ultimo tema è protagonista della scatenata title track, posta in apertura a mettere subito le cose in chiaro sullo stile di vita del fuorilegge, che ha intenzione di sballarsi senza ritegno "till the wheels fall off this motherfucker!". A seguire There's no diesel trucks in heaven, tra ironia e oroglio, l'immancabile dedica ai camionisti americani, target costante dei musicisti country. All my friends, la traccia numero tre eseguita in duetto con Hank III, è una ballata che rimugina sugli amici di una vita ai quali si è dovuto rinunciare. A scanso di equivoci va chiarito che non si tratta di persone ma di sostanze quali cocaina, eroina e LSD. Get there when i get there invece si sposta dall'altro lato dell'oceano, più precisamente in Irlanda richiamando le ballate dei Waterboys. Continuando ad analizzare le canzoni è d'obbligo una segnalazione almeno per il country-rock'n'roll con tanto di coretti femminili di Devil's son, per la spregiudicatezza punk di Fuck the law (presente anche come bonus track per il mercato della Germania, con il ritornello cantato in tedesco), per l'infuocato blugrass All those one night stand,il disincanto di A pistol and a 100$ bill e la consona conclusione di Spread my ashes on the highway.

Conoscevo superficialmente Bob Wayne (ho anche sfiorato una sua esibizione come opener di Hank) ma i suoi dischi precedenti mi sembravano un pò troppo derivativi. Till the wheels fall off viceversa gli fa fare un bel salto di qualità, al punto che se avessi saputo del recente tour italiano dell'artista ci avrei volentieri fatto un pensierino. Per le soddisfazioni che mi sta fin qui dando Till the wheels fall off potrebbe essere uno degli album dell'anno.

7,5/10

lunedì 6 febbraio 2012

New wave of american country music / 5

Moot Davis

Already moved on
2007













Moot Davis fa dell'entusiasmante honky-tonk. O forse è meglio dire faceva, visto che, nonostante si tratti di un nome emergente, dopo due album orientati a questo sottogenere country, con la recente release (Man about town, fine 2011) pare abbia svoltato verso un più sfaccettato patchwork di stili (sempre country) che ad un primo ascolto mi ha fatto venire in mente Raul Malo e i Mavericks. In attesa di approfondirlo ho optato, per presentare l'artista, per il suo secondo album, che sviluppando le coordinate del debutto inserisce nel tradizionale e collaudato perimetro del lascito artistico di Hank Williams sr un pò di personalità in più, avventurandosi anche nei campi da gioco di Johnny Cash (It ain't right) , Johnny Paycheck (sua la conclusiva I'm the only hell mama ever raised) e concedendosi qualche spruzzata di country & western (Way down Town), oltre a centrare con la title track una mammasantissima di ballata con tanto di richiamo al King Elvis Presley. Disco godibilissimo per gli amanti dell'honky-tonk che può essere iniziatico anche per chi questo genere non lo pratica abitualmente.

lunedì 30 gennaio 2012

New wave of american country music / 4

Pistol Annies
Hell on heels
(Columbia Nashville) 2011















Ci provano Miranda Lambert, Ashley Monroe e Angaleena Presley, con le loro vocine candide e il loro perfetto aspetto da american sweetheart a fare lo sguardo truce da bad girl sciupamascoli. E partono anche bene, con la gustosa title track posta in apertura ad esplicitare gli intenti del trio, cioè ridurre i maschi del testo a uomini-oggetto da spennare, ma poi, quando si entra nel mood del disco, nonostante altri tentativi di darsi arie da riot grrrl (i più divertenti sono Bad example e Takin pills) ad emergere è il vero status delle cantanti, quello cioè di autrici di buon pop-country-western commerciale. Detto questo, c'è da aggiungere che l'album si ascolta comunque piacevolmente (anche perchè dura giusto una mezzoretta) e che i brani (sopratutto quelli che incrociano le due/tre voci, sette su dieci) sono arrangiati molto bene, al punto che danno l'impressione di poter funzionare alla grande anche in un'ipotetica versione acappella.
Accantonato l'aspetto da bad cowgirl, sono forse i pezzi che esprimono male di vivere ad essere più credibili. Come ad esmpio la delicata e poetica Lemon drop e la cruda Housewife's prayer che fracassa la tradizione classica della casalinga felice americana : "I've been thinking about / Setting my house on fire / Can't see a way out of the mess I'm in". Non è proprio come sparare un uomo a Reno solo per vederlo morire, ma d'altro canto nessuna delle Pistol Annies è Johnny Cash.

lunedì 23 gennaio 2012

New wave of american country music / 3

Eric Church
Chief
(EMI Nashville) 2011

















Se volete conoscere la canzone più suonata nelle autoradio dei camionisti e dentro i locali a loro adibiti, lungo le highway che si srotolano dal Tennesse attraverso il Mississippi, la Lousiana e il Texas, non dovete fare altro che posizionale il lettore mp3 sulla traccia numero due di questo album e premere play. Drink in my hand è l'anthem perfetto dei venerdì sera della working class di quelle zone e l'intero album (numero uno sia nelle classifiche generaliste USA che in quelle country) è un classico esempio, nei testi e nello stile, di country rock commerciale.



Eric Church (classe 1977) si ispira al movimento outlaw, ma quello più presentabile, che come deriva massima ha la sbandata alcolica del weekend e relativi doposbornia. Per intenderci, le spirali oscure ed autodistruttive di Hank 3 non vivono qui. Church, sapendo di non potersi giocare la carta dell'originalita, punta tutto sulla solidità delle composizioni, sull'attitudine e sul bilanciamento dei pezzi da matricola in libera uscita con quelli romantici.



Gli episodi più riusciti, oltre al già citato Drink in my hand, risultano essere Creepin' , Keep on, Hungover and hard up e soprattutto Country music Jesus e Jack Daniels. Da segnalare infine un tributo al più famoso Bruce nazionale, con la traccia numero nove che s'intitola semplicemente Springsteen.

lunedì 16 gennaio 2012

New wave of american country music / 2

Caitlin Rose, Own side now (2011)



















Decenni di evoluzione della musica popolare e basta una ragazzina con una chitarra e una vocina al marshmellows per far sobbalzare questo vecchio cuore da dinosauro. Se tutti i pezzi del debutto sulla lunga distanza di Caitlin Rose (Nashville, 23/06/87) avessero la delicata intensità dei primi due, Learnin to ride e Own side, ci sarebbe da saltare sulla sedia e gridare al capolavoro. Invece, com'è giusto che sia per un esordio, la qualità, pur attestandosi su una media più che elevata, è un pò altalenante. Inoltrandosi nel fitto dell'album esce un suono full band che ha i suoi momenti migliori nel singolo Shangai cigarettes e ancora di più in Spare me, anche se i peli del braccio tornano a rizzarsi quando le atmosfere accarezzano la ballata acustica, come nelle conclusive Sinful wishing well e Coming up, che si evolve in un blues elementare ma efficace.


Dietro la copertina da talent-show dell'album si nasconde musica genuina e una grande interprete che aspetto, non senza impazienza, alla conferma del secondo album.