bottle of smoke
est. 2006
lunedì 28 settembre 2026
Recensioni capate: Taverna paradiso (1978)
lunedì 21 settembre 2026
Bruce Springsteen, Tracks 2 - The lost albums, CD 4/7: Somewhere north of Nashville
Gli anni novanta sono stati per Springsteen un decennio particolare. Dopo quasi vent'anni sostanzialmente compressi nella routine tour-album-tour, Bruce, nel 1988, al termine dei concerti di Tunnel of Love, si ferma, scioglie la E Street Band e si dedica alla sua vita personale, di coppia e alla nascente famiglia. Riprendere non è così semplice, ha un pugno di nuove canzoni ma non riesce a dargli forma compiuta, le suona occasionalmente in pubblico (i mitologici Christic shows) in veste acustica per poi pubblicarne alcune nel 1992 nell'album Human touch (Real world, 57 Channels, Soul driver), e lasciarne altre fuori (The wish, When the lights go out saranno recuperate nel primo Tracks), ma in generale l'impressione è di una rockstar che e vive una fase di confusione artistica.
In questi casi il rifugio sicuro è tornare all'introspezione, prima personale e poi musicale. Nasce così, nel 1995 The ghost of Tom Joad, uno dei dischi migliori di Bruce, sicuramente tra i migliori tre degli ultimi trent'anni. Quello che ignoravamo è che il processo creativo che ha portato alla nascita delle canzoni di quell'album ha prodotto un'altra manciata di pezzi, di tutt'altro genere, completamente dissonante rispetto al mood del disco semi acustico che uscì, e decisamente orientato ai fifties, tra rockabilly, honky tonk e country.
Questo album perduto è ora incluso nel progetto Tracks II con il titolo di Somewhere north of Nashville. Assieme a storici componenti della E Street (Federici, Tallent), musicisti che nella Band entreranno (Tyrell, Giordano) e turnisti funzionali al progetto (Marty Rifkin alla pedal steel, Gary Mallaber, drummer già con Van Morrison e Steve Miller), Springsteen incide dodici tracce, di cui nove completamente inedite, due già edite e una che sarà pubblicata in seguito, prima del recupero di questo disco.
La partenza orienta subito l'ascolto: Repo man è un rockabilly trascinante e Tiger rose, un country che guarda al Bakersfield sound. A seguire un lento d'altri tempi, melodia straziante e testo spezzacuore che porta lo scontro di classe tra due amanti rimandando in qualche modo al tema della canzone Darkness on the edge of town.
E' davvero dissonante il parallelismo con The ghost of Tom Joad, laddove avevamo un Bruce dimesso, disilluso, che, lavorando per sottrazione accendeva un potente faro sull'America dei primi novanta, tra esistenze alla deriva, tensioni tra immigrati e locali, povertà diffusa, in questo disco troviamo uno Springsteen divertente e divertito che ci porta in una pista da ballo che sembra uscita da Happy days, tra danze scatenate e lenti con cui approcciare la ragazza dei nostri sogni.
In questo campionario passatista Delivery man potrebbe essere una Open all night 2.0, Detail man un pub rock che farebbe felici i Dr Feelgood e Silver mountain una via di mezzo tra una cowboy song e un traditional irlandese.
Una parola a parte meritano i due recuperi degli anni ottanta. Janey don't you lose heart (originariamente B - side di I'm going down da Born in the USA) è probabilmente la mia canzone "minore" di Springsteen preferita, finisce regolarmente in ogni playlist di Bruce che preparo, non mi stanca mai. Qui nasce a nuova vita, perde quella poppizzazione del rock springstiniano tipica del periodo e acquisisce ariosità, respiro, grazie ad un leggero rallentamento del bpm, un cantato più interpretativo e, soprattutto, al ruolo della pedal steel e degli archi. Un tuffo al cuore.
Anche Stand on it (originariamente nella colonna sonora di Ruthless people, in italiano Per favore ammazzatemi mia moglie, sigh!), ha una piccola trasformazione, resta un bel pezzo rock and roll, ma passa dall'essere un omaggio a Little Richard a riecheggiare Jerry Lee Lewis, per il protagonismo del pianoforte.
Poi c'è la title track, che è un'altro gran bel pezzo anche se, in questo caso, tendo a preferire la versione pubblicata in precedenza su Western stars, che iniziava come pezzo acustico e finiva come una composizione di Morricone, rispetto alla versione più canonica qui presente.
In definitiva un album sorprendentemente divertente, che ci riporta allo Springsteen spensierato di altri tempi, quando tutto ciò che contava era divertirsi, innamorarsi e "al limite, scopare" (cit.).
Le altre recensioni delle lost sessions:
lunedì 14 settembre 2026
Lèo Malet, La vita è uno schifo (1947)
Jean Fraiger, assieme alla sua banda di criminali, effettua una serie di rapine. Lo scopo sarebbe anche nobile, le azioni non sono infatti eseguite per arricchimento personale, ma per aiutare dei minatori in sciopero per conto di una cellula anarco-comunista. Il problema è che Fraiger è un sanguinario e cinico assassino che non si ferma, e non ha intenzione di fermarsi, davanti a nulla.
Scopro Lèo Malet, uno dei più importanti, e nonostante ciò meno conosciuti, autori di noir di tutti i tempi, con quello che è considerato il suo capolavoro, incluso nella Trilogia nera, assieme ad altri due romanzi, Il sole non è per noi e Nodo alle budella.
Ambientato a Parigi nei primi anni quaranta, probabilmente subito dopo la guerra, La vita è uno schifo è una fotografia nitida che cattura un momento di povertà e sfruttamento di un'intera, enorme classe, ma anche di grande solidarietà, di gruppi clandestini che cercano di portare concretamente aiuti ai compagni in difficoltà.
Ma tutto questo resta sullo sfondo, cornice dentro la quale viene narrata la vicenda di Jean Fraiger che, pagina dopo pagina, si rivela essere un sadico omicida completamente privo di senso morale, di scrupoli o di pietà, contraddistinto da un inscalfibile nichilismo. Egli utilizza la "causa" per dare sfogo ai suoi istinti e, quando viene intuita la sua reale natura con il conseguente allontanamento dal gruppo, Jean non fa una piega, continuando le sue attività criminali assieme ad un paio di complici.
Anche in questo caso non è il denaro, a parte il necessario per il suo sostentamento, a motivarlo. A farlo alzare dal letto la mattina è il piacere in qualche modo sessuale che prova nel dare sofferenza e uccidere. Non si parla espressamente di un serial killer, non c'è un pattern che si ripete, ma, di fatto, sia per la natura psicologica degli omicidi che per i traumi di natura sessuale che li alimentano, il campo da gioco è quello.
Alcuni aspetti caratteriali/comportamentali di Fraiger mi portano inevitabilmente ad un parallelo con L'assassino che è in me di Jim Thompson, pubblicato però una decina di anni dopo, nel 1952. Peraltro, come in quel romanzo, anche in La vita è uno schifo, il protagonista soffre di una passione ossessivo compulsiva nei confronti di una donna, in questo caso Gloria, bellissima e perfetta, quasi una dea irraggiungibile. Infatti, quando finalmente Jean riesce a stare con lei, realizza di non esserne all'altezza con quanto di terribile ne consegue in termini di deflagrazione di tutte le sue contraddizioni e, attraverso la diagnosi impietosa (e diciamolo, inverosimile, nei tempi narrativi in cui è maturata), di uno psicologo, che gli somministra una seduta espressa nel corso di una delle sue ultime azioni armi in pugno, trovano spiegazione i suoi atroci comportamenti.
Il sesso come pensiero continuo, martellante, sia in relazione al desiderio che alla repulsione ma anche il timore di non essere in grado di soddisfare le richieste della partner. Non a caso, con un'intuizione coraggiosa visti i tempi, Malet fa proferire al suo villain, una volta scoperto e costretto alla fuga, davanti ad una Gloria inorridita dalle sue azioni venute allo scoperto, non una prevedibile frase da romanzetto rosa: "mi hai mai amato?" ma: "hai goduto?" a chiusura di un cerchio folle e disturbato.
Un noir perfetto: teso, cupo, nichilista e depravato, che si muove in equilibrio tra i mostri creati indifferentemente sia dall'oscurità delle solitudini nelle periferie europee di alcune opere (quelle "stand alone") di Simenon, che dalla luce e i grandi spazi americani di Jim Thompson.
lunedì 7 settembre 2026
The dog stars - Le stelle dopo la fine
Grufolando nella lista di film che compongono la cospicua produzione da regista di Ridley Scott, emerge abbastanza chiaramente la presenza, assieme ai suoi titoli mitologici (I duellanti, Alien, Blade Runner, Thelma e Louise,The martian), a quelli di culto soggettivo (per me Black rain, Prometheus, The counselor, Alien:Covenant, The last duel), ai blockbuster di qualità discutibile (Soldato Jane, Il gladiatore, Hannibal, Il gladiatore 2, House of Gucci), di alcune pellicole uscite quasi a fari spenti, "minori" magari non per la qualità delle stesse (a volte sì) ma per l'assenza di quell'hype promozionale che normalmente ci si aspetta per il lancio di opere di un regista del calibro percepito (almeno a cavallo tra gli ottanta e i novanta) di Ridley Scott. Mi riferisco a titoli come, ad esempio, Chi protegge il testimone, L'albatross, Un'ottima annata, Il genio della truffa. Tutti lavori che nascono da soggetti e sceneggiature altrui cui Scott, per convinzione, esigenze alimentari o abitudini (assecondando quella diceria per cui il regista inglese coltivi una manciata di progetti per volta finalizzando poi non necessariamente quello a cui tiene maggiormente, ma quello che trova i finanziamenti), si è prestato.
Ho gradito anche il "protagonismo" di un aereo, il classico Cessna, quasi fosse un character in carne e ossa, l'unico precedente di questo livello di centralità nella storia che io ricordi è The night flier, del 1997. E sotto questo aspetto mi sembra importante sottolineare che, fino all'incontro con Cima (Margaret Qualley), Hig sembra avere un rapporto emozionale maggiore con il suo cane e il suo Cessna, rispetto a quello che coltiva con l'altro essere umano con cui condivide l'isolamento, il suo compagno di sventura, Bangley.
Poi che dire, quando Hig torna a "casa" con Cima e Jack e trova macerie fumanti, mentre si avvicina al luogo dove lo spettatore è indotto a pensare si trovi il cadavere di Bangley e si fa sempre più vicino l'uso diegetico della musica di The long black veil cantata da Johnny Cash, la scena di Brolin in mutande, incerottato, che balla sinuosamente mentre si cucina qualcosa in padella è uno dei pochi momenti di leggerezza e divertimento che (legittimamente) il film regala (ci metto assieme anche il malinconico/depresso Hig che guarda il culo a Cima, ripreso dal di lei padre).
La pellicola, sebbene narrativamente sia ambientata in Colorado, è stata girata quasi esclusivamente in Italia, potendo avvalersi di paesaggi e panorami mozzafiato catturati in particolar modo tra Abruzzo e Friuli Venezia Giulia, oltre che negli studi di Cinecittà, che hanno ricostruito le città devastate in cui Hig recupera le provviste. Tutte location, quelle naturali e quelle costruite, che hanno assecondato in modo congruo il senso generale di western che accompagna inequivocabilmente il film.
I villain sono dentro la storia, ma quasi fuori fuoco, violenti, selvaggi, distruttori, primitivi, senza volto: volendo si può leggerne la metafora della minaccia principale cui la moderna società occidentale, la nostra, è sottoposta, per ora solo da un punto di vista mediatico e di comunicazione, domani, chissà. Per me va dunque bene che questi selvaggi siano spaventosi ma indefiniti, che non abbiano un boss di riferimento e che non ci sia approfondimento dei loro personaggi, che siano insomma indefiniti, perchè se metafora deve essere, allora lo sia fino in fondo. In questo modo il raccordo con il prevalente mondo di hater distruttivi cui è piena la società è completo.
Il pre-finale nel terminal aeroportuale di Grand Junction imprime una svolta inaspettatamente grottesca, horror, da pellicola di genere di serie B (tutta la sequenza in cui Hig sgancia le bombe è da film ottantiano di Mark L. Lester) e pertanto spiazzante, visto il mood del film fino a quel momento. L'improvvisa curva a gomito narrativa rischia di far deragliare il profilo malinconico della storia ma, per ragioni che trovano una logica solo nella magia del cinema (visto in sala), alla fine il progetto non esce dai binari. L'happy ending che chiude il film è quello che, nel bene e nel male, ci aspettavamo, quindi niente di sorprendente.
Gli aspetti che non mi hanno convinto non sono, a loro volta, esattamente marginali. Conosco poco Jacob Elordi, non credo di aver visto nessuno dei suoi film ne tantomeno Euphoria, prendo atto del fatto che sia uno degli attori più in hype (è anche tra i candidati per il prossimo 007), ma non mi ha per niente convinto nel suo acting, anzi, se devo dire l'ho proprio trovato fuori ruolo. Lo stesso dicasi per Guy Pearce (posto che è sempre un piacere ritrovarlo) poco convincente nel ruolo di padre burbero e, soprattutto, per Margaret Qualley che, all'opposto di Elordi, ho seguito con interesse dai suoi semi esordi nella bellissima serie The leftovers, fino ai giorni nostri con The substance, Drive-away dolls, Kind of kindness e Honey don't!, e che oggi, ai miei occhi, incarna al meglio il glamour e la sensualità della star cinematografica. Ecco lei, che ha una carica sessuale ingrifante e dirompente a partire dallo sguardo, l'ho trovata spaesata e a disagio, costretta in un outfit campestre e in un ruolo come quello di Cima. Alla fine il ruolo più corrispondente all'attore scelto è probabilmente quello di Brolin, ma insomma, lì nel rapporto skills attore/tipologia di character si vince facile.
Aggiungo tra le perplessità lo scarto tra le scene contemplative (piacevoli) e quelle di azione, in particolar modo quelle di massa, che mi sembrano registrare più di un problema, oltre a quello della verosimiglianza.
In conclusione, Ridley la porta a casa? Secondo Bottle of smoke sì, soprattutto se si pensa al suo ultimo ciclo di cinque film piuttosto discutibili (Tutti i soldi del mondo, House of Gucci, Napoleon, Il gladiatore 2), al netto di The last duel che ho davvero amato. Insomma il secondo film migliore degli ultimi dieci anni, pur essendo bel lungi dall'essere un capolavoro. Questo ci dice qualcosa in merito al (inevitabile?) declino dell'ormai quasi novantenne baronetto inglese.
giovedì 3 settembre 2026
My Favorite Things, luglio agosto 2026
Supergirl (2,75/5)
lunedì 31 agosto 2026
Robyn, Sexistential
Quando ti appassioni ad un genere fino a quel momento inesplorato può capitare di imbattersi in artisti che sapevi essere di lungo corso ma di cui disconoscevi esattamente la longevità. E' il caso della svedese Robyn, oltre la boa dei trent'anni di produzioni (nonostante non abbia nemmeno toccato i cinquanta d'età), visto che esordisce nel 1995 e che arriva quest'anno al nono lavoro di studio, dopo un'attesa di otto anni dal precedente Honey.
Siamo in ambito musicale electro-pop/dance/synth con ambizioni mainstream: un grande gusto per la melodia, ritornelli catchy, ma con una non banale dignità di base, se capisci cosa intendo, e un volo ad uccello sui diversi sottogeneri elettronici a sigillare un patchwork funzionale. Come da tradizione consolidata della singer, anche Sexistential è un disco breve, nove tracce per meno di mezz'ora di durata, inaugurate dalla ammaliante Really real, un pezzo con tempo driving beat e umori synth pop con sfumature eighties, che si sviluppa tra leggiadria e tematiche quanto mai reali, come la vulnerabilità di gregge di quest'epoca.
Dopamine è il singolo che ha lanciato l'album, un'altra caramella dolcissima che racchiude un ripieno più impegnativo per le nostre papille gustative, attraverso un testo che prende di mira le ossessioni della società di "spiegare ogni emozione attraverso la misurazione scientifica, la tecnologia e la biologia".
Robyn ha le idee chiare sul pop, normalmente un'artista comunica attraverso la propria arte, ma la svedese non si tira indietro quando le viene chiesta una definizione della sua visione del pop del terzo millennio: "(...) deve avere un'intenzione dietro, è reale, non ti vuole manipolare, non ti vuole convincere di qualcosa. Allo stesso tempo deve essere stratificato, lavorare su più livelli.". Ed è quello che lei sa fare bene, coadiuvata da una nutrita squadra di collaboratori, come nel caso del "reboot" di Blow my mind, un brano già presente in un suo album del 2002 (Don't stop the music), che viaggia su sinuose modalità synth-pop, completamente reinventato rispetto alla versione precedente.
Se qua e là riecheggia Madonna non è solo perchè l'artista americana continua ad essere un punto di riferimento per il pop, ma piuttosto perchè la stessa Robyn l'ha influenzata, posta la continua ricerca di suoni disco pop attuali che la Ciccone mette da sempre in atto. Come caso di specie possiamo citare la conclusiva Into the sun, ma non è l'unico esempio. Diversamente, ma sempre in ambito ottantiano, It don't mean a thing potrebbe essere appartenere ad una delle ragazze (Sheila E, Jill Jones, etc.) della crew di Prince.
Ma quando un'artista che si propone di "eccitare" e di far ballare con la sua musica la propria audience riesce a parlare, come descritto sopra, anche di tematiche più profonde e con la title track, rappando su una base house, racconta di femminilità, di vera libertà sessuale, di autodeterminazione e della sua inseminazione artificiale ("il mio medico mi ha detto: senti Robyn, quale sarebbe il tuo donatore ideale? Beh, Adam Driver mi ha sempre un pò eccitato") in modalità totalmente punk , beh per quello che mi riguarda è promossa nel team dei musici che vanno oltre la ricerca di massivi streaming e proiettano sul pubblico un'urgenza comunicativa.
lunedì 24 agosto 2026
Giuseppe Genna, Catrame (1999)
Lo confesso, erano mesi che non riuscivo a finire un libro, ciclicamente mi toccano periodi così. Tentativi tanti, seguiti da altrettanti abbandoni. In questi casi mi sblocco solo tornando alle origini delle mie passioni letterarie. E così puntualmente è stato, grazie a Giuseppe Genna, probabilmente il mio autore italiano preferito, taggato nel blog con otto post. Tempo fa al Libraccio avevo trovato un monumentale volume contenente cinque suoi romanzi (due di essi, Nel nome di Ishmael e Le teste - già li possedevo, ma pazienza) e agosto si è rivelato il mese buono per affrontarlo.
Catrame è il romanzo breve che segna il debutto di Genna e del suo alter ego Guido Lopez, l'ispettore della questura di Milano protagonista di sei opere, l'ultima appena pubblicata, dello scrittore milanese. E' un debutto importante, che, nonostante le poco più di cento pagine di racconto, marchia a fuoco uno stile, certo debitore di Ellroy nell'intreccio e nella metrica nonchè erede di Scerbanenco per le atmosfere, ma che spicca nel panorama noir italiano come una lama nel buio.
Tutti argomenti della destra radicale che negli ultimi anni, anche a causa dell'influenza USA dei MAGA (la teoria QAnon etc.) e del ruolo dei social che l'hanno diffusa, si è amplificata in maniera impensabile rispetto a ossessioni di piccoli gruppi politici estremisti e di cui ovviamente penso tutto il male possibile, ma che non mi tolgono il piacere della lettura, soprattutto laddove queste teorie sono uno spunto narrativo ma restano marginali rispetto al protagonismo assoluto di una Milano mostrata nel suo status di cloaca putrescente.
Credo che, anche in questa epoca in cui quasi qualunque personaggio letterario poliziesco di autori italiani (De Cataldo, Carofiglio, Manzini, De Giovanni, Carlotto, Veltroni per citare solo i primi che mi sovvengono) finisce per avere una serie tv dedicata, l'ottimo Lopez abbia zero possibilità di essere trasposto, a meno di una lavaggio a novanta gradi dei contenuti delle sue storie per accarezzare il grande pubblico che richiede il lieto fine, o fatto salvo l'interesse di una piattaforma coraggiosa. Spiace per il conto in banca di Genna ma, viceversa, per i lettori è una grande fortuna non vedere normalizzato un contesto di romanzi così poco indulgente con il nazional popolare e, diciamolo usando una citazione, così poco italiano.
lunedì 17 agosto 2026
Il mio disco dell'estate: Mariachi El Bronx, ST (2026)
lunedì 10 agosto 2026
Spider - Man: Brand new day
Dopo la conclusione degli eventi del multiverso (Spider-Man: No way home), l'amichevole ragno di quartiere è diventato un punto di riferimento per la comunità newyorkese e per la polizia stessa, con cui collabora proficuamente. Peter Parker viceversa, è un giovane uomo solo, dato che i suoi amici e la sua ex compagna MJ non hanno ricordi di lui ed egli non trova il coraggio di riavvicinarsi a loro. Nel frattempo una nuova minaccia mentalista arriva su New York con l'obiettivo di impossessarsi di qualcosa custodito nella fortezza del Damage Control, l'agenzia che si occupa di limitare i danni dei conflitti generati da super esseri nella città.
Qualche giorno fa, dopo tanti anni, avevo rivisto Spider-Man 2 di Sam Raimi, uno dei migliori cinecomic di sempre. Ed ero pregiudizialmente intenzionato ad aprire la recensione del nuovo, attesissimo, film sull'aracnide umano sospirando nostalgicamente su come le prime pellicole sugli eroi mascherati fossero solide e ben strutturate a dispetto delle attuali. Il che è del tutto oggettivo, ma devo ammettere che, abbastanza imprevedibilmente, Spider-Man: Brand new day mi impone di smussare la verve passatista grazie ad un bel salto in avanti in termini di costruzione filmica rispetto ai tre titoli precedenti del franchise (fare di peggio in effetti era difficile).
Convincente anche la scelta di eludere l'obbligo del super villain dell'ampio pantheon di nemici di Spidey e di individuare invece un plot attraverso il quale introdurre un personaggio che dovrebbe fare da apripista al ritorno nella famiglia cinematografica Marvel degli X-Men (con l'acquisizione da parte di Disney della 20th Century Fox). Così i nemici pescati dalle polverose pagine del fumetto classico sono di medio basso livello, ma divertenti, come Scorpion, per il quale Michael Mando ha la faccia perfetta, e i ninja de La Mano.
Anche Tom Holland, su cui non infierisco, riesce ad essere un pelo più convincente del solito. Efficace la scelta di Sadie Sink per il ruolo di antagonista, mentre ho come avuto l'impressione che Zendaya proiettasse su MJ la sua acquisita aura di primo firmamento dello stardom hollywoodiano. Aggiungo che, essendo io un fan di Jon Bernthal, ho particolarmente gradito la presenza di Punisher come spalla "ignorante" del Ragno, auspicando che la botta di popolarità convinca quelli del MCU a dedicargli un film da protagonista, dopo la discreta vita seriale già in archivio. Funzionale l'uso della CGI e le sequenze in cui la città di New York assume il ruolo di protagonista della storia.
Come mia abitudine, ho visto il film senza portarmi avanti con la sua trama e perciò, quando la storia ha cominciato a virare su una metamorfosi del metabolismo e del corpo di Peter (con una simpatica citazione del primo capitolo di Spider-Man di Raimi) ho sperato in un plot twist che riprendesse quello della mitologica spash page conclusiva del racconto del comic numero 100 di The amazing Spider-Man, quando Petey, a seguito dell'assunzione di pozioni e intrugli vari per perdere i poteri, si trova... con un paio di braccia in più per fianco. Sarebbe stato divertente, ma va sicuramente ed insperatamente bene così (3,25/5).
giovedì 6 agosto 2026
Recensioni capate: Underscores, U
lunedì 3 agosto 2026
Un mio disco in poche righe: Killer Joe, Scene of the crime (1991)
Ora. E' altamente probabile che un disco così sarebbe stato fuori dal tempo in qualunque epoca, in considerazione del suo oscillare tra blues, pop-rock, soul & errebì, swing, croonering e boogie woogie. Tuttavia, o proprio per questo, Scene of the crime conserva a distanza di anni il suo fascino old school. Dietro al nickname Killer Joe (personaggio springstiniano di Spirit in the night) si cela Joe Delia, ingaggiato da Max Weinberg, qui in veste di produttore oltre che di batterista, che, anche con l'ausilio degli amici di sempre, gli cuce addosso un vestito per tutte le stagioni, con esiti di ottimo intrattenimento evergreen. Per questi canonici tre quarti d'ora di musica, tra brani inediti (tre), cover (Kinks, Coasters, il boss) e traditional (Ray Charles, Albert King, Henry Mancini) accorrono svariati ospiti: da quelli scontati (Southside Johnny, Bruce, Little Steven, Jon Bon Jovi) agli inaspettati, come i Beach Boys, Phoebe Snow e Brandford Marsalis. L'evocativa signature track, la strumentale Summer on signal hill, li raccoglie all'unisono. Per la cronaca, non è con questo disco che Joe Delia s'è pagato le bollette, a quello ha pensato la sua attività di compositore di colonne sonore, attraverso un duraturo sodalizio con Abel Ferrara, con il quale ha lavorato per buona parte dei suoi film, a partire da quelli più noti, dalla fine dei settanta ad oggi.
lunedì 27 luglio 2026
Odissea (questa non è una recensione)
Ok, provo a buttare giù qualche riflessione disarticolata. Il nuovo film di Christopher Nolan, basato su quel romanzetto da niente che è L'Odissea di Omero, era probabilmente il film più atteso dell'anno, imperdibile per chiunque. Partiamo da qui, dal primo punto che il team Nolan mette a segno, cioè ancora una volta la capacità di creare un evento che fa da potentissima calamita ad attirare verso le sale lo spettatore comune, quello che, appunto, ormai va al cinema solo in occasioni straordinarie. In una fase in cui la traiettoria dei film supereroistici sembra aver esaurito (giustamente, visto il decadimento della qualità) il propellente magnetico che l'ha tenuta in orbita per una quindicina di anni, l'hype generato da questa produzione di per sè non è un elemento banale.
Vado per gradi e passo agli aspetti del film all'origine di uno scatenato dibattito preventivo che proprio non riesce ad appassionarmi. Mi riferisco alle polemiche sulle etnie degli attori scelti in relazione ad alcuni ruoli (ancora sta roba, ma basta!). Per quello che mi riguarda l'importante è che le scelte funzionino, e da questo punto di vista probabilmente non tutto è stato centrato dal casting, ma a prescindere dal colore della pelle. Anne Hathaway, che sembra uno spot per la chirurgia estetica, non l'ho trovata credibile, così come Tom Holland, con la sua mono espressione di stupore fanciullesco e poi sì, anche Lupita Nyong'o, che semplicemente non m'è sembrata esattamente adatta al ruolo. Basta che funzioni vale anche per gli effetti speciali. Non nego una certa attrazione nostalgica verso l'utilizzo degli effetti speciali analogici, ma se il risultato è un Ciclope disastroso (lui e l'intera scena) aridatece la CGI fatta bene!
Ho sparato all'inizio gli aspetti che mi hanno convinto meno ma non vorrei orientare la lettura ad una stroncatura, tutt'altro. Nolan (di cui non sono fanboy) la porta a casa bene per molteplici aspetti: la perizia tecnica è fuori discussione, così come le suggestioni visive che riesce a trasmettere. Alcune sequenze penso entreranno a pieno titolo nella storia, come quella, atrocemente meravigliosa, della maga Circe, con il regista che entra in una modalità horror in maniera del tutto inaspettata. La scena funziona per l'intuizione della manipolazione dei corpi, ma anche per come la gestisce una bravissima Samantha Morton, che spicca sopra ai nomi delle tante star. A proposito, non mi è spiaciuta nemmeno la prova dell'all american boy Matt Damon, che traduce dentro il suo character dubbi esistenziali, ferite psicologiche da shock post traumatico, una saggia rassegnazione al venir progressivamente meno della sua autorità sul suo esercito. Lo stesso dicasi per Robert Pattinson, che incarna il villain Antinoo a forza di sguardi truci e smorfie, come se fosse un malvagissimo personaggio degli anni cinquanta, sempre lì lì per andare sopra le righe, ma senza mai deragliare. Anche se non assistiamo allo scontro Pattinson/Batman contro Holland/Spider-Man, il divo di Cosmopolis vince a mani basse.
Non si può inoltre, volente o nolente, e senza forzare il pensiero dell'autore, non cogliere i messaggi esplicitamente politici che Odissea trasmette. La reiterazione della regola dell'ospitalità di Zeus, che fa aprire le porte e concedere pasto e ospitalità allo straniero, di questi tempi lascia un segno profondo, così come il ribaltamento tra eroi e carnefici che ci viene mostrato con lo scorrere del film. Ci è stato da sempre raccontato della battaglia di Troia come di una vittoria eroica, frutto dell'ingegno di un uomo semi dio, mentre qui quello scontro viene illuminato sul finale da una luce diversa, oscura, che lascia emergere sfumature di vigliaccheria, atti di brutalità ingiustificata che vanno oltre la sopraffazione dell'avversario in un conflitto e che sono invece finalizzate all'annientamento totale dell'altro. Anche qui, il messaggio a questi tempi che hanno frantumato ogni regola multilaterale, unico aspetto che garantiva un equilibrio geopolitico tra nazioni, tra forte e indifeso, arriva nitido e colpisce nel segno.
Tutti noi, in qualche modo, ci siamo abbeverati a questa storia universale, siamo cresciuti con "l'intuizione geniale" del Cavallo di Troia, ma la maniera con cui Nolan ci mostra i soldati chiusi per giorni nel manufatto di legno, schiacciati gli uni agli altri, alla mercè delle maree, prigionieri di una scaltrezza che avrebbe potuto anche non funzionare, con uomini che muoiono affogati come topi nella cambusa, beh, è qualcosa di geniale e sconvolgente, a cui non avevamo mai pensato. Resta impresso nella memoria e sì, è grande cinema.
Vero, non tutte le quasi tre ore di proiezione sono grande cinema. Tuttavia, anche se il mulinello feroce dei commenti social rischia di condizionare ogni giudizio e di trascinarti giù, a me sembra che si tratti di un'ottima pellicola (3,5/5) con due tre picchi memorabili e qualche caduta inspiegabile (anche sul finale action ho qualche riserva). Di certo è un film che la gente sta andando a vedere in sala (che sia o meno IMAX o 70 mm), riconciliandosi con la magia dell'esperienza collettiva, il che, per noi cinefili, non può che essere una bella notizia.
lunedì 20 luglio 2026
Litfiba in concerto, quarant'anni di 17 Re - Castello Scaligero di Villafranca di Verona
Quando ho detto ad amici e colleghi che sarei andato a vedere il concerto dei Litfiba ho ricevuto in cambio sopraccigli sollevati, smorfie di disapprovazione e perplessità manifestate a vario titolo, ma tutte accompagnate da espressioni di compatimento. Ho capito allora che nella percezione comune si è completamente perso il ruolo fondamentale di questa band, ai suoi inizi, nell'evoluzione della musica indipendente italiana (in ambito new wave). Sono invece impressi nella memoria le baracconate di Pelù, gli stracci che sono pubblicamente volati tra il frontman e il resto del gruppo (Renzulli in primis) e i tanti (troppi?) comeback tour. Comprensibile, visto che la fase della "trilogia del potere" (delle vittime del potere, come piace precisare alla band) è durata solo tre anni (1985-1988) mentre tutto il resto, da El diablo in avanti, s'è ne è preso ben oltre trenta. Resta comunque il fatto che i primi tre dischi dei Litfiba, Desaparecido, 17 Re e Litfiba 3, siano qualcosa di enormemente rilevante, sospesi com'erano tra impegno politico, allegoria e sogni dark.
Quest'anno correva il quarantennale di 17 Re (1986) e la band toscana, assecondando un canovaccio in voga ormai da tempo, da quando cioè il rock è diventato materia per ultracinquantenni malati di nostalgia, ha deciso di portarlo in tour suonando integralmente i suoi sedici brani (più uno, la title track, esclusa dalla tracklist originale e ripubblicata per l'occasione). Ma la particolarità di questo tour è soprattutto quella di aver riunito i componenti originali dei primi Litfiba, quindi, oltre a Pelù e Renzulli, Antonio Aiazzi (tastiere) e il mitologico Gianni Maroccolo (basso). Alla batteria in vece del drummer originale Ringo De Palma (morto nel 1990) uno spettacolare Luca "mitraglia" Martelli (con il gruppo per il tour del 2013, che portò in giro la trilogia, e in studio per l'ultimo album Eutòpia, del 2016).
Questa la premessa. Aggiungo che pur passando il tour vicino casa abbiamo optato per la data di Verona in quanto il Carroponte (la location di Milano) non gestisce benissimo i pienoni, diciamo così. Il Castello Scaligero di Villafranca di Verona viceversa, oltre ad essere una venue suggestiva garantiva anche una capienza più a misura d'uomo (5-6000 posti). La scelta si è rivelata una volta tanto azzeccata e lungimirante, essendo riusciti ad assistere all'intero show a pochi metri dal palco in condizioni ottimali (unica pecca, per chi era distante dallo stage, l'assenza dei maxi schermi).
Il concerto inizia con apprezzabilissima puntualità alle 21.15 sulle note di Febbre, la sola del concerto presentata in versione esclusivamente strumentale, come overture atta a creare il giusto climax per l'ingresso sul palco dello sciamano Pelù, che attacca 17 Re, il pezzo recuperato. Le sue atmosfere funzionano, così come i riferimenti nel testo ai gangster a capo di nazioni importanti e alle conseguenze delle loro scelte folli. Quando parte Come un dio, la canzone successiva, capisci dal singalong quanto il pubblico sia legato a questo piccolo grande disco che le classifiche non le vide nemmeno da lontano ma che, evidentemente, è impresso a fuoco nella memoria collettiva non solo di chi all'epoca era ragazzo.
Piero Pelù si prende la scena da frontman consumato. Dalla sua, nonostante età e acciacchi - un acufene permanente che lo costringe ad esibirsi con delle vistose cuffie protettive - , una voce che non ha perso di pulizia, intensità e potenza e una presenza magnetica, sciamanica: ormai, nel bene e nel male, suo marchio di fabbrica. Di contro un attitudine al comizio totalmente fuori controllo, che lo porta a dire la sua prima di ogni singola canzone interpretata, con un effetto comizio a mio avviso controproducente: davanti a tanta banalizzazione, retorica e sicumera ti viene da dargli torto anche quando in linea di principio saresti d'accordo con lui. Un'attitudine questa del tutto provinciale, i grandi artisti che vogliono lanciare messaggi politico sociali fanno parlare le canzoni oppure individuano un momento specifico nello spettacolo (uno, perdio!) per uno speech mirato che cattura l'attenzione del pubblico.
Decidere di eseguire per intero 17 Re non è scelta banale per varie ragioni, ma la più importante è la difficoltà di rendere alcuni brani dal vivo (per dirne una, alla fine delle sessioni di registrazioni dell'album, nel 1986, Maroccolo decise di sostituire le parti di batteria del povero De Palma con una drum machine), ed infatti parte di essi non erano mai stati suonati live prima. Potrei sbagliare ma credo che canzoni come Sulla terra o Tango abbiano preso aria e applausi per la prima volta in quarant'anni. Stando così le cose, si perdona anche l'esecuzione "velocizzata" rispetto al mood originale di buona parte della tracklist dell'album.
Il set si chiude inevitabilmente con la bolgia di Gira nel mio cerchio (che gran pezzo, ancora oggi!) e Resta, forse il più importante rock-anthem italiano assieme a Male di miele degli Afterhours. I bis continuano a cavalcare l'eccitazione del pubblico, alimentata da un scellerato, per noi diversamente giovani, invito al pogo di Pelù, per la tripletta finale La preda, Tex e Cangaceiro. Precedentemente, un'interpretazione di Santiago, che resta uno degli highlights assoluti del concerto, con il suo focus sugli orrori del Cile di Pinochet assieme alla critica al viaggio di Papa Wojtyla che incontra Pinochet mentre nelle segrete si continuava a torturare e trucidare innocenti.
Un bel concerto, per tanti aspetti irripetibile. Anche se si percepisce un pò di distanza, di freddezza tra i singoli membri della band è come se i Litfiba avessero bisogno di ritrovare l'approvazione del pubblico attraverso il recupero integrale delle note del loro capolavoro per fare pace con la propria storia, per essere finalmente risolti.
giovedì 16 luglio 2026
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Prime Video
lunedì 22 giugno 2026
Bruce Springsteen, Tracks 2 - The lost albums: CD3/7, Faithless
Con il terzo "lost album" incluso nella mastodontica operazione di recupero dagli archivi di Springsteen le cose cominciano a farsi davvero interessanti. Innanzitutto perchè la tracklist non è frutto di un assemblaggio delle registrazioni di un periodo, ma nasce coesa dall'inizio alla fine, allo scopo di fungere da colonna sonora ad un film western descritto come onirico, spirituale ma che poi non è mai stato prodotto e di cui non si hanno informazioni di alcuna natura. L'orizzonte temporale di registrazione è quello a cavallo tra 2005 e 2006, un buon periodo di forma e ispirazione per Bruce (gli album Devils and dust e The Seeger Sessions, coi relativi tour, sono stati tra i migliori in assoluto degli anni duemila, per qualità delle composizioni e sperimentazioni). In questo periodo, evidentemente, il Boss ha messo assieme altro materiale di qualità, buttandosi in un genere che deviava da quelle uscite ufficiali.
Una musica desertica, meditativa, di grande suggestione, sostenuta quasi esclusivamente da strumenti a corda (chitarre, pedal steel, dodici corde, slide) - evidente il richiamo a Ry Cooder - tutti suonati da lui, messi al servizio di interpretazioni vocali strepitose, sostenute da un'ampia ed evocativa sezione cori (da cui spiccano Patti Scialfa e Soozie Tyrell). L'album consta di undici brani, otto cantati e tre strumentali, per un timing relativamente breve, ma, com'è ovvio, ciò non ne pregiudica la qualità.
Un disco bello e ispirato, non è un peccato sia un pò nascosto dentro una retropsettiva di outtakes di sette album?
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lunedì 15 giugno 2026
Getaway! (1972)
Il rapinatore Doc McCoy si trova in carcere e, all'ennesima libertà vigilata rifiutata, decide di offrire le sue "skills" ad un politico corrotto, membro della commissione. A questo scopo invia la moglie, nonchè complice, Carol, a mettere in piedi l'affare. Il politico mantiene l'impegno e in cambio della concessione della libertà "on parole" commissiona a Doc una rapina, imponendogli la manodopera di due delinquenti di fiducia. La rapina finisce nel sangue e Doc e Carol cominciano la loro fuga, resa ancora più complicata dalle verità sulla coppia che emergono nel corso dell'inseguimento.
Prima di ogni altra cosa un doveroso ringraziamento a quelli del canale LA7 Cinema per aver restituito ai telespettatori la possibilità di recuperare film straordinari da tempo persi nella polvere degli archivi dei palinsesti (oltre a Getaway! solo in questo periodo Il cielo sopra Berlino, Brubaker e La famiglia di Scola).
L'unico elemento certo in fase di costruzione del film fu, sin dal giorno uno, il protagonista maschile: McQueen, per il resto, dalla regia, inizialmente affidata a Bogdanovich, al partner femminile, laddove la preferita rispetto alla scelta finale della reduce del successo di Love story Ali MacGraw (all'epoca moglie del capo della Paramount, Robert Evans) era Stella Stevens, (che, in effetti, aveva potenzialmente più physique du ròle), fino all'attore che doveva interpretare il sadico Rudy (il prescelto era Jack Palance, ma non si misero d'accordo sul compenso), la fase di pre produzione fu complessa e articolata. Altro elemento oggi impensabile, ma all'epoca concesso alle grandi star, era il potere di decidere il final cut della pellicola, che fu lasciato, non come sarebbe lecito pensare a Peckinpah, ma a McQueen.
Dal mio punto di vista alla fine tutto è andato al posto giusto (anche per la coppia di attori protagonisti, che lo diventeranno anche nella vita), con il mitologico Sam Peckinpah che confeziona un western moderno cinico, violento, e sporco. D'altro canto il soggetto, sceneggiato da un trentenne Walter Hill, è tratto da un romanzo di Jim Thompson che insomma, non ha mai risparmiato al pubblico la sua dose di violenza ottusa, brutalità e disillusione. Da questo punto di vista il finale, che devia da quello originale del romanzo, è l'unica perplessità che nutro rispetto alla trasposizione (anche se capisco la scelta, visto quello allucinante e cannibalesco del libro).
Andando con ordine. Peckinpah gira un incipit della pellicola strepitoso, a partire dai cervi nella radura fuori dalle mura del carcere che introducono sequenze con raccordi di montaggio improvvisi, pochissimi dialoghi, il sonoro del lavoro dei detenuti sugli orditoi meccanici ossessivo e ipnotico a sormontare le immagini e a scandire le giornate, tutte uguali, all'interno del penitenziario. McQueen recita con sguardo ed espressione e, pur non essendo certo queste doti il suo punto di forza, comunica tutto il disagio di una personalità libera su cui l'oppressione delle sbarre è fisicamente insopportabile. Sembra che da un momento all'altro possa scoppiare un azione violenta e invece, così come era iniziata, questa scena si interrompe, con la visita di Carol/Ali Mac Graw al parlatoio e la richiesta di Doc alla moglie.
Il realismo ereditato dall'opera di Jim Thompson emerge, a tratti, prima che nelle scene d'azione, girate con la consueta maestria (ma d'altro canto, tra ralenty e movimenti di macchina, quelle sono la tazza da tè di Penckinpah), in alcuni frangenti della relazione di coppia McQueen/McGraw, come nel primo momento di intimità, il cui il macho Doc rivela alla moglie tutte le sue insicurezze amatorie dopo tanti anni di prigione oppure, in senso totalmente opposto e assecondando, qui sì, uno stile jimthompsiano "in purezza" , quando Doc la schiaffeggia ripetutamente dopo la rivelazione del suo tradimento, anche se perpetrato a fin bene. Una scena, quest'ultima, che rivela il lato meno cool di un uomo duro, ma anche egoista, con una concezione patriarcale del proprio ruolo nella coppia. Una scena che oggi (giustamente o meno) avrebbe qualche problema a passare, soprattutto in un film che nasce per il grande pubblico.
La prima parte del film è quella in cui il regista si esibisce maggiormente in intuizioni innovatrici, come il flashforward di Doc e Carol che si tuffano vestiti nel fiume, messo in scena come fosse un ricordo, quindi un flashback di Doc stesso. Ma d'altro canto questa era la forza della "nuova Hollywood": una libertà creativa che permetteva di sperimentare anche dentro film pensati dalle produzioni come blockbuster.
Un capitolo a parte merita la storyline dello scagnozzo Rudy, probabilmente la parte del film che maggiormente assorbe l'ossessione di Jim Thompson per i personaggi laidi, violenti e ripugnanti. Rudy, impersonato da Al Lettieri, l'indimenticabile Sollozzo de Il Padrino, cerca di fottere Doc ma viene da lui fottuto. Lasciato per morto, vaga gravemente ferito fino a quando non trova una clinica veterinaria gestita da un medico ordinario e noioso e da sua moglie, invece procace ed esuberante. Dopo essere stato curato obbliga non solo il marito a guidare per gli States all'inseguimento di McQueen, ma anche ad assistere alle proprie prestazioni sessuali con la di lui moglie (consenziente ed entusiasta), in una serie di sequenze rese disturbanti non solo dal contesto grottesco ma anche da come regge la scena Al: il suo ghigno strafottente, perfido e libidinoso resta nella memoria dello spettatore.
Avendo optato per un lieto fine, le sequenze più desolate e allucinate di Getaway! sono quelle girate nell'enorme discarica desertica, dove Carol e Doc arrivano dopo una fuga dentro un camion dell'immondizia che poteva essere davvero poco credibile e quasi comica, a cui la location lunare, la luce abbacinante e la sensazione di luogo alla fine del mondo (e del loro amore) restituisce invece la drammaturgia necessaria all'opera.
La colonna sonora, anch'essa voluta fortemente da McQueen, è affidata ad un grande della musica di tutti i tempi: Quincy Jones, ed è impostata su uno stile fusion-jazz-funk, molto cool all'epoca anche per l'affermazione della blaxpoitation, personalmente mi permetto di affermare che, vista la cifra complessiva del lavoro e le ambientazioni, ci avrei visto meglio un Ry Cooder o un John Lee Hooker. Ma sono gusti personali e forse la scelta sarebbe stata eccessivamente banale e prevedibile.
Consapevole che la mia opinione, oltre a contare zero non sia unanimamente condivisa, ritengo Getaway! uno dei crime/heist movie più iconici, magistrali e indimenticabili del cinema americano di genere tutto. Poi, che oggettivamente non sia il titolo migliore della filmografia di Peckinpah non fa che rendere evidente quanto questo regista abbia agito sull'immaginario cinematografico di una generazione. E di quelle a venire.









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