The lost bus (3/5)
Americana (3,5/5)
est. 2006
Ike e Buddy Lee sono due reduci dalla vita che non potrebbero essere più diversi tra loro. Nel contesto disagiato della Virginia, l'uno è un nero ex galeotto, l'altro quello che gli americani definiscono white trash: povero, delinquente, che vive ai margini della società. A dare loro, forse, un nuovo, tragico, motivo di esistere attraverso un improbabile "team up", l'omicidio brutale dei rispettivi figli, una coppia omosessuale.
Caso editoriale di qualche tempo fa (per il Washington Post thriller dell'anno 2021), Legittima vendetta è il quarto romanzo, nel frattempo l'autore ne ha pubblicato un quinto, dello scrittore afroamericano Shawn Andre Cosby, che cerca di coniugare un genere popolare amatissimo (il thriller d'azione) con l'impegno civile. Non è però la prima volta che, nell'ambito della letteratura diretta erede del pulp, si inseriscano elementi di critica sociale alle disparità del sistema americano, con particolare riferimento alla condizione degli Stati più poveri e disagiati, anzi si può dire che l'argomento ha i suoi maestri conclamati: Katzenbach, Grisham, Lehane, Lansdale, Mosley e potrei continuare. Non capisco pertanto, in questo senso, l'hype che ha accompagnato il libro.
E' vero, Cosby sceglie come protagonisti gli ultimi e i più perseguitati dalla società bene della bible belt americana: un nero che è stato membro di violente gang di strada ma che è riuscito a rifarsi una vita, un bianco ubriacone anch'esso con un passato violento che invece vive da solo in miseria, sui quali pesa un senso di colpa insostenibile, una coppia di omosessuali e una bellissima transgender, mentre come nemici un uomo di potere bianco col suo esercito di motociclisti stile Sons of Anarchy (la serie viene citata a scherno, in un dialogo). Il tutto ambientato in uno degli stati più poveri, arretrati e violenti degli USA, soprattutto dopo la chiusura delle miniere di carbone: il West Virginia.
Il libro è stato unanimemente apprezzato, anche dalla critica che di norma non si occupa di letteratura popolare, e posso anche capirlo: si legge d'un fiato, ha un buon intreccio e un ottimo ritmo, dialoghi dinamici e sembra essere già cotto e mangiato per una trasposizione cinematografica, magari con protagonisti Denzel Washington e Woody Harrelson, un bel buddy movie che se fossimo negli ottanta sarebbe affidato di diritto a Walter Hill e oggi forse a Shane Black. Detto ciò non condivido l'esaltazione che ne ha accompagnato il passaparola. Al netto degli aspetti di denuncia sociale di cui sopra, il romanzo è a suo agio nella cultura fondativa dell'America della violenza, dell'odio (per stessa ammissione di Ike, uno dei due protagonisti) dell'occhio per occhio, cosa che, se non siamo ipocriti, ci piace vedere in un'opera di finzione, ma che fa crollare tutto il castello "progressista" di contorno.
D'Orrico, che ha apprezzato il romanzo e che ha vergato il claim in quarta di copertina, tira una sintesi evidente: si tratta di un western, una modalità di racconto che più "bianca" e vicina al potere non si può, dotata di stilemi definiti e riconoscibili, sopravvissuti a polvere e colt di fine ottocento e trasportati su asfalto, luci al neon e armi automatiche, nel novecento e oltre. Questo il primo tema. Il secondo è che, a mio avviso, Cosby si specchia troppo in sè stesso, con il risultato che alcuni personaggi sono davvero stereotipati oppure dicono cose totalmente fuori registro. Per fare un esempio, un bianco fino alla settimana prima razzista, cui i poliziotti pistole in pugno intimano di posare l'arma non esclamerebbe mai "per fortuna non sono nero" alludendo ad una cautela inferiore delle forze dell'ordine in presenza di un afroamericano ostile. Può far sorridere, ma fa crollare ogni tipo di credibilità. E' forte in questo senso la sensazione che Cosby privi i personaggi della loro identità, bella o brutta che sia, sostituendola con la propria. Con il risultato di farne delle macchiette.
Credo che in ultima analisi il mio problema principale nel giudicare il romanzo sia, al netto delle grandi aspettative che nutrivo, la totale assenza di verosimiglianza, di sporco, di fetore di realismo tra le pagine del libro, ne consegue una debolissima sospensione dell'incredulità, alimentata da un paio di scelte narrative molto cinema action e poco credibili (come per l'utilizzo dell'arsenale militare nello scontro conclusivo) o del tutto prevedibili (il "doppio finale" col villain).
Il colpo di grazia alle presunte buone intenzioni dell'autore lo sferra l'edizione italiana. Con il titolo originale del romanzo, Razorblade tears (lacrime come rasoi) credo che Cosby volesse trasmettere un messaggio che non rimandasse, per dire, ad una "sceneggiatura" di un film alla Uwe Boll, nel tentativo di percorrere una strada intellettualmente diversa, peraltro con un raccordo emotivamente forte alle ultime righe della storia. L'editore italiano mi sembra abbia scelto la strada diametralmente opposta: copertina con bandiera americana e modifica del titolo rimandano a certa letteratura reazionaria senza qualità, sfornata a ritmo continuo e che si trova nei cestoni dei supermercati a pochi euro. Non una scelta rispettosa della volontà dell'autore, ma forse una decisione pragmatica di marketing tutto sommato coerente con il libro.
Per quanto concerne lo stile musicale, piuttosto che nella definizione affibbiata dalla critica di band electro-punk, Ross Cullen (voce e programmazione) e Ben Goddard (chitarra e sintetizzatori) si identificano dentro il perimetro di un genere che chiamano berghain rock, contenitore che permette la fusione di stili tra loro differenti e che prevede esibizioni live caratterizzate da bpm sostenuti, ritmiche e bassi ossessivi, alla ricerca di una sorta di trance collettiva.
La loro proposta, partendo sicuramente da una matrice elettronica (i brani nascono in nuce con Logic Pro-x), è probabilmente ancora alla ricerca di una direzione definita, ma questa condizione è tutt'altro che un limite perchè dischiude alle nostre orecchie uno scenario spiazzante, sorprendente ed eccitante track by track, posto che la loro collocazione naturale, anche per i riferimenti cui si ispirano esplicitamente (Preoccupations, Protomartyr, Mandy-Indiana, Special Interest) ed implicitamente (Fontaines D.C.) è quella della floridissima nuova scena post punk.
Crystalpunk dunque non può esimersi dall'essere un album politico, con un messaggio di punta contenuto in Bèal Feirste (vecchio nome, in gaelico, di Belfast) , in cui attraverso il veicolo di un genere come il big beat e richiamando i Chemical Brothers così come gli Underworld, i Chalk spiegano lo smarrimento di non sentirsi accettati fino in fondo da nessuna delle due comunità nordirlandesi e provano a rilanciare un concetto di comunità utilizzando, come un mantra, lo slogan "shoulder to shoulder" dall'inno della nazionale di rugby irlandese (che riunisce in un unico team atleti dei due territori) Ireland's call.
Un debutto col punto esclamativo e, anche se la band ha dichiarato che Crystalpunk è il primo e ultimo album che i Chalk pubblicheranno (cazzate da interviste promozionali), occhio a questi ragazzi.
In una versione distopica del presente, la dittatura militare al comando degli USA istituisce annualmente una marcia al cui vincitore andranno desideri esauditi e ricchezze illimitate. Ovviamente, trattandosi di una dittatura sanguinaria, la marcia non è esattamente una competizione sportiva. Si tratta infatti di una gara di resistenza dove i partecipanti, cinquanta volontari selezionati tra milioni di giovani, dovranno camminare senza sosta ne linea di traguardo, alla velocità di almeno tre miglia l'ora (oltre cinque km/h). L'ultimo a restare in piedi vince. Chi rallenta o si ferma, non importa il motivo, viene fucilato seduta stante. Raymond è uno dei partecipanti e ha un piano ben preciso che esula dalla ricompensa economica.
E' un pò un occasione persa questa attesa trasposizione dell'omonimo romanzo di Stephen King (scritto con lo pseudonimo di Richard Bachman in prima edizione nel 1979). Solo un pò perchè la riduzione di Francis Lawrence (tutta la saga di Hunger Games, prequel inclusi) a mio avviso imprime delle forti suggestioni, del tipo che ci ripensi anche giorni dopo aver visto il film. E non è comunque banale riuscire a coinvolgere per quasi due ore lo spettatore riprendendo persone che per tutta la durata della pellicola camminano parlando tra loro. Vero, ci sono le uccisioni a "punteggiare" lo sviluppo della storia ma anch'esse, ad un certo punto, anche per una precisa scelta narrativa, finiscono sullo sfondo.
C'è però una ragione precisa se il film alla fine delude, ed è legata alle aspettative che vengono generate da scelte anche visivamente coraggiose nella prima parte della pellicola, che ti fanno sperare in uno sviluppo che esca dai solchi del già visto. C'è ad esempio un aspetto che nei film non solo mainstream è bandito. Persino nelle commedie demenziali che agiscono su sketch scatologici con continui riferimenti alle feci non viene mai mostrato esplicitamente l'atto della deiezione in sè. Ebbene Lawrence qui ci mostra tutto ed è totalmente giustificato in quanto rispondente ad una banale domanda del pubblico: ma se per giorni e giorni non ti fermi mai (neanche per pisciare, come canta il sommo) come fai con le normali esigenze fisiologiche? La risposta ci doveva essere e si è deciso di mostrarla per ben due volte senza edulcorarla, forse farà ridere (chissà perchè la merda fa ridere anche adulti sviluppati) ma l'ho trovato, come detto, coraggioso in una pellicola commerciale non girata da John Waters.
Poi però si arriva alle dolenti note. La caratterizzazione dei personaggi, un pugno di ragazzi disperati che si consegna a morte certa preferendola all'agonia del vivere quotidiano di una dittatura totalitaria e spietata, riesce a farti inizialmente empatizzare, soprattutto con la manciata di protagonisti, ma col passare del tempo ti sembra che soprattutto i comprimari manchino del tutto di una caratterizzazione che giustifichi i loro comportamenti (penso soprattutto al character stronzo interpretato da Charlie Plummer o al belloccio cinico Garrett Wareing). La chimica tra i protagonisti Cooper Hoffman (Licorice pizza, Old guy, Artificial - il prossimo Guadagnino -) e David Jonsson (Alien: Romulus e qualche serie) funziona bene a patto di farsi portare dalla storia senza troppi approfondimenti, ma, anche così, il tutto va in frantumi quando, dopo cinque giorni ininterrotti di marcia, con una distanza coperta che è pari a quella tra Milano e Roma, i due perdono ogni credibilità per come vengono mostrati: certo un pò "stanchini", ma non devastati nel fisico e nella psiche, per la tortura psicologica cui hanno partecipato. Da lì ad un finale sbagliato e raffazzonato il passo è breve e segna anche la più grande distanza dalla chiusura del romanzo, che lasciava sgomenti, allucinati e disperati come l'unico superstite.
Chissà perchè mi è tornato in mente un altro film che, anch'esso attraverso una gara di resistenza, denunciava l'alienazione e l'indifferenza, il cinismo, i guasti del sistema capitalistico e arrivistico degli USA in relazione ai giovani, ma senza usare la carta della distopia. Era Non si uccidono così anche i cavalli? titolo del 1969 di Sydney Pollack, che metteva in scena una verosimile (per i canoni americani), estenuante gara di ballo, con inevitabile e preannunciata tragedia finale. Ma lì, in epoca di nuova Hollywood, a differenza di oggi, si poteva, anzi era quasi obbligatorio, chiudere con un finale abrasivo per lo spettatore.
Prime
Per più di una ragione è difficile giudicare fino in fondo il ventiquattresimo film di David Cronenberg, che vive ancora una volta di intuizioni geniali e inquietanti, a partire dalla sua distopica versione del "business del caro estinto" che si esplica sì attraverso una tecnologia (the shrouds, il sudario appunto) che permette ai superstiti di osservare lo stato di decomposizione del cadavere del proprio caro in tempo reale, ma anche attraverso la realizzazione di una sorta di centro commerciale del dolore, con un ristorante annesso al camposanto, e vista sulle avanzatissime tombe. Anche il fato della moglie di Vincent Cassel, che torna in sogno al protagonista bellissima (d'altro canto parliamo di Diane Kruger) ma sempre più amputata a causa della sua malattia e, probabilmente, di un chirurgo sadicamente innamorato di lei. Ciò che invece gira male è la messa in scena, che ho trovato "televisiva", e, in effetti, scopro successivamente che il progetto nasce come serie per Netflix che rinuncerà in fase di sviluppo (la cosa spiega il finale aperto tipicamente da soap). Aggiungo alcuni momenti di comicità involontaria e alcuni dialoghi sgangherati, ma questo aspetto potrebbe essere stato zavorrato dal doppiaggio (Prime non offre la versione in lingua originale). Ad ogni modo, a mio avviso, sull'asse costi benefici ancora una volta prevalgono i secondi, dentro un film che contiene tanto del vissuto del regista e si offre, sebbene nella sua forma "amputata", come l'elaborazione del lutto di un artista che sa sempre essere visionario e disturbante.
Prime
Alla fine degli anni ottanta, dopo un paio di album (Tonight e Never let me down) che probabilmente segnano il punto più basso della sua intera produzione, Bowie comincia a ragionare di affrancarsi dal pop, che in tutte le sue forme: intellettuale, concettuale, elegante, mainstream, l'aveva contraddistinto dopo il periodo glam. Stavolta il Duca Bianco rinuncia al proprio nome in copertina, forma una band e ragiona di tornare alle radici, ad un rock innervato di blues, di shuffle, che non ha paura di essere acido e fuori tempo. "Di base, volevo qualcosa che combinasse Beck, Hendrix, Belew e Fripp, con un pò di Steve Ray Vaughan e Albert King" dirà Bowie". A coadiuvarlo Reeves Gabrels (chitarre), una vita in formazioni minori e i fratelli Tony (basso) e Hunt (batteria) Sales, in passato con Iggy Pop e Todd Rundgren. Il risultato è che, ancora una volta, David anticipa i tempi rispetto al ritorno di un certo tipo di rock duro che mette da parte lustrini e stronzate e che, da lì a poco, verrà etichettato sotto il nome di grunge (a scanso di equivoci: Tin machine non è proto-grunge, semplicemente ne anticipa lo spirito). Le signature tracks che più rispondono a questo impulso sono la strepitosa Tin Machine, Crack city, Under the dog, Bus stop, Run, Sacrifice yourself, senza dimenticare la versione ipertrofica di Working class hero di John Lennon. La band registrerà un seguito due anni dopo (II) senza raggiungere la consistenza di questo. Un cult sottovalutato.
Un film bizzarro, di quelli in cui capitava di incappare soprattutto negli anni ottanta. Il protagonista, interpretato da un Burt Reynolds che, cinquantenne, aveva iniziato la fase artisticamente calante, lo si vorrebbe convincente nell'interpretare un reduce del Vietnam che a Las Vegas si guadagna da vivere alla giornata, offrendo un vasto campionario delle sue skills. Va da sè che la recitazione del divo va da tutt'altra parte, ma non è questo il problema principale, quanto l'indeterminatezza della pellicola. Black Jack oscilla infatti tra i generi senza riuscire a trovare una collocazione definita. Non lo si può definire un action (il ralenty della sequenza in cui Burt "stende" due cattivi è probabilmente la cosa più brutta, approssimativa e maldestra che io abbia mai visto); non è un gambling movies perchè, a dispetto del claim, Reynolds gioca occasionalmente; è un rape and revenge, ma non va fino in fondo; non è un noir anche se tenta di darsene il tono (la città della perdizione, il character sconfitto dalla vita, etc.). Perchè ne scrivo allora? Mah, credo qualcosa, nella sua mediocrità di film alimentare, mi abbia lasciato. L'apertura non è male, con il montaggio alternato tra la prostituta in fin di vita e Burt alla roadhouse. La testimonianza della prostituta che racconta in maniera cruda le sevizie subite chiedendo a Reynolds di vendicarla, ma quasi con disprezzo e disinteresse verso il rischio cui lo espone. La sequenza dell'unica partita a black jack, nel rapporto tra Burt e la croupier, ed infine il ruolo del caratterista Peter MacNicol, per quanto prevedibile nella sua traiettoria. E devo infine ammettere che, al netto delle scene d'azione (inguardabili), la regia di Dick Richards riesce a far emergere in maniera convincente l'oscurità celata dietro le mille luci della più famosa città del gioco americana.
Prime
Gli anni novanta sono stati per Springsteen un decennio particolare. Dopo quasi vent'anni sostanzialmente compressi nella routine tour-album-tour, Bruce, nel 1988, al termine dei concerti di Tunnel of Love, si ferma, scioglie la E Street Band e si dedica alla sua vita personale, di coppia e alla nascente famiglia. Riprendere non è così semplice, ha un pugno di nuove canzoni ma non riesce a dargli forma compiuta, le suona occasionalmente in pubblico (i mitologici Christic shows) in veste acustica per poi pubblicarne alcune nel 1992 nell'album Human touch (Real world, 57 Channels, Soul driver), e lasciarne altre fuori (The wish, When the lights go out saranno recuperate nel primo Tracks), ma in generale l'impressione è di una rockstar che e vive una fase di confusione artistica.
In questi casi il rifugio sicuro è tornare all'introspezione, prima personale e poi musicale. Nasce così, nel 1995 The ghost of Tom Joad, uno dei dischi migliori di Bruce, sicuramente tra i migliori tre degli ultimi trent'anni. Quello che ignoravamo è che il processo creativo che ha portato alla nascita delle canzoni di quell'album ha prodotto un'altra manciata di pezzi, di tutt'altro genere, completamente dissonante rispetto al mood del disco semi acustico che uscì, e decisamente orientato ai fifties, tra rockabilly, honky tonk e country.
Questo album perduto è ora incluso nel progetto Tracks II con il titolo di Somewhere north of Nashville. Assieme a storici componenti della E Street (Federici, Tallent), musicisti che nella Band entreranno (Tyrell, Giordano) e turnisti funzionali al progetto (Marty Rifkin alla pedal steel, Gary Mallaber, drummer già con Van Morrison e Steve Miller), Springsteen incide dodici tracce, di cui nove completamente inedite, due già edite e una che sarà pubblicata in seguito, prima del recupero di questo disco.
La partenza orienta subito l'ascolto: Repo man è un rockabilly trascinante e Tiger rose, un country che guarda al Bakersfield sound. A seguire un lento d'altri tempi, melodia straziante e testo spezzacuore che porta lo scontro di classe tra due amanti rimandando in qualche modo al tema della canzone Darkness on the edge of town.
E' davvero dissonante il parallelismo con The ghost of Tom Joad, laddove avevamo un Bruce dimesso, disilluso, che, lavorando per sottrazione accendeva un potente faro sull'America dei primi novanta, tra esistenze alla deriva, tensioni tra immigrati e locali, povertà diffusa, in questo disco troviamo uno Springsteen divertente e divertito che ci porta in una pista da ballo che sembra uscita da Happy days, tra danze scatenate e lenti con cui approcciare la ragazza dei nostri sogni.
In questo campionario passatista Delivery man potrebbe essere una Open all night 2.0, Detail man un pub rock che farebbe felici i Dr Feelgood e Silver mountain una via di mezzo tra una cowboy song e un traditional irlandese.
Una parola a parte meritano i due recuperi degli anni ottanta. Janey don't you lose heart (originariamente B - side di I'm going down da Born in the USA) è probabilmente la mia canzone "minore" di Springsteen preferita, finisce regolarmente in ogni playlist di Bruce che preparo, non mi stanca mai. Qui nasce a nuova vita, perde quella poppizzazione del rock springstiniano tipica del periodo e acquisisce ariosità, respiro, grazie ad un leggero rallentamento del bpm, un cantato più interpretativo e, soprattutto, al ruolo della pedal steel e degli archi. Un tuffo al cuore.
Anche Stand on it (originariamente nella colonna sonora di Ruthless people, in italiano Per favore ammazzatemi mia moglie, sigh!), ha una piccola trasformazione, resta un bel pezzo rock and roll, ma passa dall'essere un omaggio a Little Richard a riecheggiare Jerry Lee Lewis, per il protagonismo del pianoforte.
Poi c'è la title track, che è un'altro gran bel pezzo anche se, in questo caso, tendo a preferire la versione pubblicata in precedenza su Western stars, che iniziava come pezzo acustico e finiva come una composizione di Morricone, rispetto alla versione più canonica qui presente.
In definitiva un album sorprendentemente divertente, che ci riporta allo Springsteen spensierato di altri tempi, quando tutto ciò che contava era divertirsi, innamorarsi e "al limite, scopare" (cit.).
Le altre recensioni delle lost sessions:
Jean Fraiger, assieme alla sua banda di criminali, effettua una serie di rapine. Lo scopo sarebbe anche nobile, le azioni non sono infatti eseguite per arricchimento personale, ma per aiutare dei minatori in sciopero per conto di una cellula anarco-comunista. Il problema è che Fraiger è un sanguinario e cinico assassino che non si ferma, e non ha intenzione di fermarsi, davanti a nulla.
Scopro Lèo Malet, uno dei più importanti, e nonostante ciò meno conosciuti, autori di noir di tutti i tempi, con quello che è considerato il suo capolavoro, incluso nella Trilogia nera, assieme ad altri due romanzi, Il sole non è per noi e Nodo alle budella.
Ambientato a Parigi nei primi anni quaranta, probabilmente subito dopo la guerra, La vita è uno schifo è una fotografia nitida che cattura un momento di povertà e sfruttamento di un'intera, enorme classe, ma anche di grande solidarietà, di gruppi clandestini che cercano di portare concretamente aiuti ai compagni in difficoltà.
Ma tutto questo resta sullo sfondo, cornice dentro la quale viene narrata la vicenda di Jean Fraiger che, pagina dopo pagina, si rivela essere un sadico omicida completamente privo di senso morale, di scrupoli o di pietà, contraddistinto da un inscalfibile nichilismo. Egli utilizza la "causa" per dare sfogo ai suoi istinti e, quando viene intuita la sua reale natura con il conseguente allontanamento dal gruppo, Jean non fa una piega, continuando le sue attività criminali assieme ad un paio di complici.
Anche in questo caso non è il denaro, a parte il necessario per il suo sostentamento, a motivarlo. A farlo alzare dal letto la mattina è il piacere in qualche modo sessuale che prova nel dare sofferenza e uccidere. Non si parla espressamente di un serial killer, non c'è un pattern che si ripete, ma, di fatto, sia per la natura psicologica degli omicidi che per i traumi di natura sessuale che li alimentano, il campo da gioco è quello.
Alcuni aspetti caratteriali/comportamentali di Fraiger mi portano inevitabilmente ad un parallelo con L'assassino che è in me di Jim Thompson, pubblicato però una decina di anni dopo, nel 1952. Peraltro, come in quel romanzo, anche in La vita è uno schifo, il protagonista soffre di una passione ossessivo compulsiva nei confronti di una donna, in questo caso Gloria, bellissima e perfetta, quasi una dea irraggiungibile. Infatti, quando finalmente Jean riesce a stare con lei, realizza di non esserne all'altezza con quanto di terribile ne consegue in termini di deflagrazione di tutte le sue contraddizioni e, attraverso la diagnosi impietosa (e diciamolo, inverosimile, nei tempi narrativi in cui è maturata), di uno psicologo, che gli somministra una seduta espressa nel corso di una delle sue ultime azioni armi in pugno, trovano spiegazione i suoi atroci comportamenti.
Il sesso come pensiero continuo, martellante, sia in relazione al desiderio che alla repulsione ma anche il timore di non essere in grado di soddisfare le richieste della partner. Non a caso, con un'intuizione coraggiosa visti i tempi, Malet fa proferire al suo villain, una volta scoperto e costretto alla fuga, davanti ad una Gloria inorridita dalle sue azioni venute allo scoperto, non una prevedibile frase da romanzetto rosa: "mi hai mai amato?" ma: "hai goduto?" a chiusura di un cerchio folle e disturbato.
Un noir perfetto: teso, cupo, nichilista e depravato, che si muove in equilibrio tra i mostri creati indifferentemente sia dall'oscurità delle solitudini nelle periferie europee di alcune opere (quelle "stand alone") di Simenon, che dalla luce e i grandi spazi americani di Jim Thompson.
Grufolando nella lista di film che compongono la cospicua produzione da regista di Ridley Scott, emerge abbastanza chiaramente la presenza, assieme ai suoi titoli mitologici (I duellanti, Alien, Blade Runner, Thelma e Louise,The martian), a quelli di culto soggettivo (per me Black rain, Prometheus, The counselor, Alien:Covenant, The last duel), ai blockbuster di qualità discutibile (Soldato Jane, Il gladiatore, Hannibal, Il gladiatore 2, House of Gucci), di alcune pellicole uscite quasi a fari spenti, "minori" magari non per la qualità delle stesse (a volte sì) ma per l'assenza di quell'hype promozionale che normalmente ci si aspetta per il lancio di opere di un regista del calibro percepito (almeno a cavallo tra gli ottanta e i novanta) di Ridley Scott. Mi riferisco a titoli come, ad esempio, Chi protegge il testimone, L'albatross, Un'ottima annata, Il genio della truffa. Tutti lavori che nascono da soggetti e sceneggiature altrui cui Scott, per convinzione, esigenze alimentari o abitudini (assecondando quella diceria per cui il regista inglese coltivi una manciata di progetti per volta finalizzando poi non necessariamente quello a cui tiene maggiormente, ma quello che trova i finanziamenti), si è prestato.
La pellicola, sebbene narrativamente sia ambientata in Colorado, è stata girata quasi esclusivamente in Italia, potendo avvalersi di paesaggi e panorami mozzafiato catturati in particolar modo tra Abruzzo e Friuli Venezia Giulia, oltre che negli studi di Cinecittà, che hanno ricostruito le città devastate in cui Hig recupera le provviste. Tutte location, quelle naturali e quelle costruite, che hanno assecondato in modo congruo il senso generale di western che accompagna inequivocabilmente il film.
I villain sono dentro la storia, ma quasi fuori fuoco, violenti, selvaggi, distruttori, primitivi, senza volto: volendo si può leggerne la metafora della minaccia principale cui la moderna società occidentale, la nostra, è sottoposta, per ora solo da un punto di vista mediatico e di comunicazione, domani, chissà. Per me va dunque bene che questi selvaggi siano spaventosi ma indefiniti, che non abbiano un boss di riferimento e che non ci sia approfondimento dei loro personaggi, che siano insomma indefiniti, perchè se metafora deve essere, allora lo sia fino in fondo. In questo modo il raccordo con il prevalente mondo di hater distruttivi cui è piena la società è completo.
Il pre-finale nel terminal aeroportuale di Grand Junction imprime una svolta inaspettatamente grottesca, horror, da pellicola di genere di serie B (tutta la sequenza in cui Hig sgancia le bombe è da film ottantiano di Mark L. Lester) e pertanto spiazzante, visto il mood del film fino a quel momento. L'improvvisa curva a gomito narrativa rischia di far deragliare il profilo malinconico della storia ma, per ragioni che trovano una logica solo nella magia del cinema (visto in sala), alla fine il progetto non esce dai binari. L'happy ending che chiude il film è quello che, nel bene e nel male, ci aspettavamo, quindi niente di sorprendente.
Gli aspetti che non mi hanno convinto non sono, a loro volta, esattamente marginali. Conosco poco Jacob Elordi, non credo di aver visto nessuno dei suoi film ne tantomeno Euphoria, prendo atto del fatto che sia uno degli attori più in hype (è anche tra i candidati per il prossimo 007), ma non mi ha per niente convinto nel suo acting, anzi, se devo dire l'ho proprio trovato fuori ruolo. Lo stesso dicasi per Guy Pearce (posto che è sempre un piacere ritrovarlo) poco convincente nel ruolo di padre burbero e, soprattutto, per Margaret Qualley che, all'opposto di Elordi, ho seguito con interesse dai suoi semi esordi nella bellissima serie The leftovers, fino ai giorni nostri con The substance, Drive-away dolls, Kind of kindness e Honey don't!, e che oggi, ai miei occhi, incarna al meglio il glamour e la sensualità della star cinematografica. Ecco lei, che ha una carica sessuale ingrifante e dirompente a partire dallo sguardo, l'ho trovata spaesata e a disagio, costretta in un outfit campestre e in un ruolo come quello di Cima. Alla fine il ruolo più corrispondente all'attore scelto è probabilmente quello di Brolin, ma insomma, lì nel rapporto skills attore/tipologia di character si vince facile.
Aggiungo tra le perplessità lo scarto tra le scene contemplative (piacevoli) e quelle di azione, in particolar modo quelle di massa, che mi sembrano registrare più di un problema, oltre a quello della verosimiglianza.
In conclusione, Ridley la porta a casa? Secondo Bottle of smoke sì, soprattutto se si pensa al suo ultimo ciclo di cinque film piuttosto discutibili (Tutti i soldi del mondo, House of Gucci, Napoleon, Il gladiatore 2), al netto di The last duel che ho davvero amato. Insomma il secondo film migliore degli ultimi dieci anni, pur essendo bel lungi dall'essere un capolavoro. Questo ci dice qualcosa in merito al (inevitabile?) declino dell'ormai quasi novantenne baronetto inglese.
Quando ti appassioni ad un genere fino a quel momento inesplorato può capitare di imbattersi in artisti che sapevi essere di lungo corso ma di cui disconoscevi esattamente la longevità. E' il caso della svedese Robyn, oltre la boa dei trent'anni di produzioni (nonostante non abbia nemmeno toccato i cinquanta d'età), visto che esordisce nel 1995 e che arriva quest'anno al nono lavoro di studio, dopo un'attesa di otto anni dal precedente Honey.
Siamo in ambito musicale electro-pop/dance/synth con ambizioni mainstream: un grande gusto per la melodia, ritornelli catchy, ma con una non banale dignità di base, se capisci cosa intendo, e un volo ad uccello sui diversi sottogeneri elettronici a sigillare un patchwork funzionale. Come da tradizione consolidata della singer, anche Sexistential è un disco breve, nove tracce per meno di mezz'ora di durata, inaugurate dalla ammaliante Really real, un pezzo con tempo driving beat e umori synth pop con sfumature eighties, che si sviluppa tra leggiadria e tematiche quanto mai reali, come la vulnerabilità di gregge di quest'epoca.
Dopamine è il singolo che ha lanciato l'album, un'altra caramella dolcissima che racchiude un ripieno più impegnativo per le nostre papille gustative, attraverso un testo che prende di mira le ossessioni della società di "spiegare ogni emozione attraverso la misurazione scientifica, la tecnologia e la biologia".
Robyn ha le idee chiare sul pop, normalmente un'artista comunica attraverso la propria arte, ma la svedese non si tira indietro quando le viene chiesta una definizione della sua visione del pop del terzo millennio: "(...) deve avere un'intenzione dietro, è reale, non ti vuole manipolare, non ti vuole convincere di qualcosa. Allo stesso tempo deve essere stratificato, lavorare su più livelli.". Ed è quello che lei sa fare bene, coadiuvata da una nutrita squadra di collaboratori, come nel caso del "reboot" di Blow my mind, un brano già presente in un suo album del 2002 (Don't stop the music), che viaggia su sinuose modalità synth-pop, completamente reinventato rispetto alla versione precedente.
Se qua e là riecheggia Madonna non è solo perchè l'artista americana continua ad essere un punto di riferimento per il pop, ma piuttosto perchè la stessa Robyn l'ha influenzata, posta la continua ricerca di suoni disco pop attuali che la Ciccone mette da sempre in atto. Come caso di specie possiamo citare la conclusiva Into the sun, ma non è l'unico esempio. Diversamente, ma sempre in ambito ottantiano, It don't mean a thing potrebbe essere appartenere ad una delle ragazze (Sheila E, Jill Jones, etc.) della crew di Prince.
Ma quando un'artista che si propone di "eccitare" e di far ballare con la sua musica la propria audience riesce a parlare, come descritto sopra, anche di tematiche più profonde e con la title track, rappando su una base house, racconta di femminilità, di vera libertà sessuale, di autodeterminazione e della sua inseminazione artificiale ("il mio medico mi ha detto: senti Robyn, quale sarebbe il tuo donatore ideale? Beh, Adam Driver mi ha sempre un pò eccitato") in modalità totalmente punk , beh per quello che mi riguarda è promossa nel team dei musici che vanno oltre la ricerca di massivi streaming e proiettano sul pubblico un'urgenza comunicativa.
Lo confesso, erano mesi che non riuscivo a finire un libro, ciclicamente mi toccano periodi così. Tentativi tanti, seguiti da altrettanti abbandoni. In questi casi mi sblocco solo tornando alle origini delle mie passioni letterarie. E così puntualmente è stato, grazie a Giuseppe Genna, probabilmente il mio autore italiano preferito, taggato nel blog con otto post. Tempo fa al Libraccio avevo trovato un monumentale volume contenente cinque suoi romanzi (due di essi, Nel nome di Ishmael e Le teste - già li possedevo, ma pazienza) e agosto si è rivelato il mese buono per affrontarlo.
Catrame è il romanzo breve che segna il debutto di Genna e del suo alter ego Guido Lopez, l'ispettore della questura di Milano protagonista di sei opere, l'ultima appena pubblicata, dello scrittore milanese. E' un debutto importante, che, nonostante le poco più di cento pagine di racconto, marchia a fuoco uno stile, certo debitore di Ellroy nell'intreccio e nella metrica nonchè erede di Scerbanenco per le atmosfere, ma che spicca nel panorama noir italiano come una lama nel buio.
Credo che, anche in questa epoca in cui quasi qualunque personaggio letterario poliziesco di autori italiani (De Cataldo, Carofiglio, Manzini, De Giovanni, Carlotto, Veltroni per citare solo i primi che mi sovvengono) finisce per avere una serie tv dedicata, l'ottimo Lopez abbia zero possibilità di essere trasposto, a meno di una lavaggio a novanta gradi dei contenuti delle sue storie per accarezzare il grande pubblico che richiede il lieto fine, o fatto salvo l'interesse di una piattaforma coraggiosa. Spiace per il conto in banca di Genna ma, viceversa, per i lettori è una grande fortuna non vedere normalizzato un contesto di romanzi così poco indulgente con il nazional popolare e, diciamolo usando una citazione, così poco italiano.
Dopo la conclusione degli eventi del multiverso (Spider-Man: No way home), l'amichevole ragno di quartiere è diventato un punto di riferimento per la comunità newyorkese e per la polizia stessa, con cui collabora proficuamente. Peter Parker viceversa, è un giovane uomo solo, dato che i suoi amici e la sua ex compagna MJ non hanno ricordi di lui ed egli non trova il coraggio di riavvicinarsi a loro. Nel frattempo una nuova minaccia mentalista arriva su New York con l'obiettivo di impossessarsi di qualcosa custodito nella fortezza del Damage Control, l'agenzia che si occupa di limitare i danni dei conflitti generati da super esseri nella città.
Qualche giorno fa, dopo tanti anni, avevo rivisto Spider-Man 2 di Sam Raimi, uno dei migliori cinecomic di sempre. Ed ero pregiudizialmente intenzionato ad aprire la recensione del nuovo, attesissimo, film sull'aracnide umano sospirando nostalgicamente su come le prime pellicole sugli eroi mascherati fossero solide e ben strutturate a dispetto delle attuali. Il che è del tutto oggettivo, ma devo ammettere che, abbastanza imprevedibilmente, Spider-Man: Brand new day mi impone di smussare la verve passatista grazie ad un bel salto in avanti in termini di costruzione filmica rispetto ai tre titoli precedenti del franchise (fare di peggio in effetti era difficile).
Convincente anche la scelta di eludere l'obbligo del super villain dell'ampio pantheon di nemici di Spidey e di individuare invece un plot attraverso il quale introdurre un personaggio che dovrebbe fare da apripista al ritorno nella famiglia cinematografica Marvel degli X-Men (con l'acquisizione da parte di Disney della 20th Century Fox). Così i nemici pescati dalle polverose pagine del fumetto classico sono di medio basso livello, ma divertenti, come Scorpion, per il quale Michael Mando ha la faccia perfetta, e i ninja de La Mano.
Anche Tom Holland, su cui non infierisco, riesce ad essere un pelo più convincente del solito. Efficace la scelta di Sadie Sink per il ruolo di antagonista, mentre ho come avuto l'impressione che Zendaya proiettasse su MJ la sua acquisita aura di primo firmamento dello stardom hollywoodiano. Aggiungo che, essendo io un fan di Jon Bernthal, ho particolarmente gradito la presenza di Punisher come spalla "ignorante" del Ragno, auspicando che la botta di popolarità convinca quelli del MCU a dedicargli un film da protagonista, dopo la discreta vita seriale già in archivio. Funzionale l'uso della CGI e le sequenze in cui la città di New York assume il ruolo di protagonista della storia.
Come mia abitudine, ho visto il film senza portarmi avanti con la sua trama e perciò, quando la storia ha cominciato a virare su una metamorfosi del metabolismo e del corpo di Peter (con una simpatica citazione del primo capitolo di Spider-Man di Raimi) ho sperato in un plot twist che riprendesse quello della mitologica spash page conclusiva del racconto del comic numero 100 di The amazing Spider-Man, quando Petey, a seguito dell'assunzione di pozioni e intrugli vari per perdere i poteri, si trova... con un paio di braccia in più per fianco. Sarebbe stato divertente, ma va sicuramente ed insperatamente bene così (3,25/5).
Ok, provo a buttare giù qualche riflessione disarticolata. Il nuovo film di Christopher Nolan, basato su quel romanzetto da niente che è L'Odissea di Omero, era probabilmente il film più atteso dell'anno, imperdibile per chiunque. Partiamo da qui, dal primo punto che il team Nolan mette a segno, cioè ancora una volta la capacità di creare un evento che fa da potentissima calamita ad attirare verso le sale lo spettatore comune, quello che, appunto, ormai va al cinema solo in occasioni straordinarie. In una fase in cui la traiettoria dei film supereroistici sembra aver esaurito (giustamente, visto il decadimento della qualità) il propellente magnetico che l'ha tenuta in orbita per una quindicina di anni, l'hype generato da questa produzione di per sè non è un elemento banale.
Vado per gradi e passo agli aspetti del film all'origine di uno scatenato dibattito preventivo che proprio non riesce ad appassionarmi. Mi riferisco alle polemiche sulle etnie degli attori scelti in relazione ad alcuni ruoli (ancora sta roba, ma basta!). Per quello che mi riguarda l'importante è che le scelte funzionino, e da questo punto di vista probabilmente non tutto è stato centrato dal casting, ma a prescindere dal colore della pelle. Anne Hathaway, che sembra uno spot per la chirurgia estetica, non l'ho trovata credibile, così come Tom Holland, con la sua mono espressione di stupore fanciullesco e poi sì, anche Lupita Nyong'o, che semplicemente non m'è sembrata esattamente adatta al ruolo. Basta che funzioni vale anche per gli effetti speciali. Non nego una certa attrazione nostalgica verso l'utilizzo degli effetti speciali analogici, ma se il risultato è un Ciclope disastroso (lui e l'intera scena) aridatece la CGI fatta bene!
Ho sparato all'inizio gli aspetti che mi hanno convinto meno ma non vorrei orientare la lettura ad una stroncatura, tutt'altro. Nolan (di cui non sono fanboy) la porta a casa bene per molteplici aspetti: la perizia tecnica è fuori discussione, così come le suggestioni visive che riesce a trasmettere. Alcune sequenze penso entreranno a pieno titolo nella storia, come quella, atrocemente meravigliosa, della maga Circe, con il regista che entra in una modalità horror in maniera del tutto inaspettata. La scena funziona per l'intuizione della manipolazione dei corpi, ma anche per come la gestisce una bravissima Samantha Morton, che spicca sopra ai nomi delle tante star. A proposito, non mi è spiaciuta nemmeno la prova dell'all american boy Matt Damon, che traduce dentro il suo character dubbi esistenziali, ferite psicologiche da shock post traumatico, una saggia rassegnazione al venir progressivamente meno della sua autorità sul suo esercito. Lo stesso dicasi per Robert Pattinson, che incarna il villain Antinoo a forza di sguardi truci e smorfie, come se fosse un malvagissimo personaggio degli anni cinquanta, sempre lì lì per andare sopra le righe, ma senza mai deragliare. Anche se non assistiamo allo scontro Pattinson/Batman contro Holland/Spider-Man, il divo di Cosmopolis vince a mani basse.
Non si può inoltre, volente o nolente, e senza forzare il pensiero dell'autore, non cogliere i messaggi esplicitamente politici che Odissea trasmette. La reiterazione della regola dell'ospitalità di Zeus, che fa aprire le porte e concedere pasto e ospitalità allo straniero, di questi tempi lascia un segno profondo, così come il ribaltamento tra eroi e carnefici che ci viene mostrato con lo scorrere del film. Ci è stato da sempre raccontato della battaglia di Troia come di una vittoria eroica, frutto dell'ingegno di un uomo semi dio, mentre qui quello scontro viene illuminato sul finale da una luce diversa, oscura, che lascia emergere sfumature di vigliaccheria, atti di brutalità ingiustificata che vanno oltre la sopraffazione dell'avversario in un conflitto e che sono invece finalizzate all'annientamento totale dell'altro. Anche qui, il messaggio a questi tempi che hanno frantumato ogni regola multilaterale, unico aspetto che garantiva un equilibrio geopolitico tra nazioni, tra forte e indifeso, arriva nitido e colpisce nel segno.
Tutti noi, in qualche modo, ci siamo abbeverati a questa storia universale, siamo cresciuti con "l'intuizione geniale" del Cavallo di Troia, ma la maniera con cui Nolan ci mostra i soldati chiusi per giorni nel manufatto di legno, schiacciati gli uni agli altri, alla mercè delle maree, prigionieri di una scaltrezza che avrebbe potuto anche non funzionare, con uomini che muoiono affogati come topi nella cambusa, beh, è qualcosa di geniale e sconvolgente, a cui non avevamo mai pensato. Resta impresso nella memoria e sì, è grande cinema.
Vero, non tutte le quasi tre ore di proiezione sono grande cinema. Tuttavia, anche se il mulinello feroce dei commenti social rischia di condizionare ogni giudizio e di trascinarti giù, a me sembra che si tratti di un'ottima pellicola (3,5/5) con due tre picchi memorabili e qualche caduta inspiegabile (anche sul finale action ho qualche riserva). Di certo è un film che la gente sta andando a vedere in sala (che sia o meno IMAX o 70 mm), riconciliandosi con la magia dell'esperienza collettiva, il che, per noi cinefili, non può che essere una bella notizia.
Quando ho detto ad amici e colleghi che sarei andato a vedere il concerto dei Litfiba ho ricevuto in cambio sopraccigli sollevati, smorfie di disapprovazione e perplessità manifestate a vario titolo, ma tutte accompagnate da espressioni di compatimento. Ho capito allora che nella percezione comune si è completamente perso il ruolo fondamentale di questa band, ai suoi inizi, nell'evoluzione della musica indipendente italiana (in ambito new wave). Sono invece impressi nella memoria le baracconate di Pelù, gli stracci che sono pubblicamente volati tra il frontman e il resto del gruppo (Renzulli in primis) e i tanti (troppi?) comeback tour. Comprensibile, visto che la fase della "trilogia del potere" (delle vittime del potere, come piace precisare alla band) è durata solo tre anni (1985-1988) mentre tutto il resto, da El diablo in avanti, s'è ne è preso ben oltre trenta. Resta comunque il fatto che i primi tre dischi dei Litfiba, Desaparecido, 17 Re e Litfiba 3, siano qualcosa di enormemente rilevante, sospesi com'erano tra impegno politico, allegoria e sogni dark.
Quest'anno correva il quarantennale di 17 Re (1986) e la band toscana, assecondando un canovaccio in voga ormai da tempo, da quando cioè il rock è diventato materia per ultracinquantenni malati di nostalgia, ha deciso di portarlo in tour suonando integralmente i suoi sedici brani (più uno, la title track, esclusa dalla tracklist originale e ripubblicata per l'occasione). Ma la particolarità di questo tour è soprattutto quella di aver riunito i componenti originali dei primi Litfiba, quindi, oltre a Pelù e Renzulli, Antonio Aiazzi (tastiere) e il mitologico Gianni Maroccolo (basso). Alla batteria in vece del drummer originale Ringo De Palma (morto nel 1990) uno spettacolare Luca "mitraglia" Martelli (con il gruppo per il tour del 2013, che portò in giro la trilogia, e in studio per l'ultimo album Eutòpia, del 2016).
Questa la premessa. Aggiungo che pur passando il tour vicino casa abbiamo optato per la data di Verona in quanto il Carroponte (la location di Milano) non gestisce benissimo i pienoni, diciamo così. Il Castello Scaligero di Villafranca di Verona viceversa, oltre ad essere una venue suggestiva garantiva anche una capienza più a misura d'uomo (5-6000 posti). La scelta si è rivelata una volta tanto azzeccata e lungimirante, essendo riusciti ad assistere all'intero show a pochi metri dal palco in condizioni ottimali (unica pecca, per chi era distante dallo stage, l'assenza dei maxi schermi).
Il concerto inizia con apprezzabilissima puntualità alle 21.15 sulle note di Febbre, la sola del concerto presentata in versione esclusivamente strumentale, come overture atta a creare il giusto climax per l'ingresso sul palco dello sciamano Pelù, che attacca 17 Re, il pezzo recuperato. Le sue atmosfere funzionano, così come i riferimenti nel testo ai gangster a capo di nazioni importanti e alle conseguenze delle loro scelte folli. Quando parte Come un dio, la canzone successiva, capisci dal singalong quanto il pubblico sia legato a questo piccolo grande disco che le classifiche non le vide nemmeno da lontano ma che, evidentemente, è impresso a fuoco nella memoria collettiva non solo di chi all'epoca era ragazzo.
Piero Pelù si prende la scena da frontman consumato. Dalla sua, nonostante età e acciacchi - un acufene permanente che lo costringe ad esibirsi con delle vistose cuffie protettive - , una voce che non ha perso di pulizia, intensità e potenza e una presenza magnetica, sciamanica: ormai, nel bene e nel male, suo marchio di fabbrica. Di contro un attitudine al comizio totalmente fuori controllo, che lo porta a dire la sua prima di ogni singola canzone interpretata, con un effetto comizio a mio avviso controproducente: davanti a tanta banalizzazione, retorica e sicumera ti viene da dargli torto anche quando in linea di principio saresti d'accordo con lui. Un'attitudine questa del tutto provinciale, i grandi artisti che vogliono lanciare messaggi politico sociali fanno parlare le canzoni oppure individuano un momento specifico nello spettacolo (uno, perdio!) per uno speech mirato che cattura l'attenzione del pubblico.
Il set si chiude inevitabilmente con la bolgia di Gira nel mio cerchio (che gran pezzo, ancora oggi!) e Resta, forse il più importante rock-anthem italiano assieme a Male di miele degli Afterhours. I bis continuano a cavalcare l'eccitazione del pubblico, alimentata da un scellerato, per noi diversamente giovani, invito al pogo di Pelù, per la tripletta finale La preda, Tex e Cangaceiro. Precedentemente, un'interpretazione di Santiago, che resta uno degli highlights assoluti del concerto, con il suo focus sugli orrori del Cile di Pinochet assieme alla critica al viaggio di Papa Wojtyla che incontra Pinochet mentre nelle segrete si continuava a torturare e trucidare innocenti.
Un bel concerto, per tanti aspetti irripetibile. Anche se si percepisce un pò di distanza, di freddezza tra i singoli membri della band è come se i Litfiba avessero bisogno di ritrovare l'approvazione del pubblico attraverso il recupero integrale delle note del loro capolavoro per fare pace con la propria storia, per essere finalmente risolti.