Il crime americano che ormai non ti aspetti più. Una piacevolissima sorpresa questo film del regista inglese Bart Layton (solo due titoli in oltre dodici anni, The imposter e American animals), che mette in scena, su un racconto di Don Winslow, una rappresentazione che urla il nome di Michael Mann sotto molte latitudini (location, fotografia, riprese notturne, lentezza del plot, recitazione per sottrazione), eccetto il finale, su cui torno a breve. Sono ottimamente diretti i protagonisti per i due ruoli principali, il villain Chris Hemsworth e lo sbirro Mark Ruffalo (unica critica: il personaggio acuto, onesto ma sciatto e ai margini del suo contesto lavorativo forse comincia a stargli stretto e rischia di "marchiarlo"), a cui va aggiunta una Halle Berry in palla come raramente mi è capitato di vedere in passato, un villain villain interpretato da quella faccia da schiaffi di Barry Keoghan e, infine, un Nick Nolte che ha pochissimi take e che viene "dimenticato" dall'epilogo, ma che fa sempre battere il cuore. Un crime movie eccellente che non è però un noir perchè, a mio parere, sbanda sull'ultima curva, quella di una conclusione - SPOILER - inspiegabilmente (soprattutto per il comportamento di Ruffalo nei confronti di Berry) a lieto fine. Ad ogni modo, avercene. Soprattutto in considerazione della brutta piega presa da questo genere nelle produzioni hollywoodiane.
bottle of smoke
est. 2006
lunedì 20 aprile 2026
lunedì 13 aprile 2026
I migliori della vita: Southside Johnny and the Asbury Jukes, Better days (1991)
Un anno che è dunque passato alla storia per la qualità della musica espressa e per come questi dischi, purtroppo anche per ragioni tragiche - vedi la sorte di Cobain, 2pac e Mercury - , abbiano condizionato non solo il rock, ma la cultura pop in generale negli anni a venire, fino ad oggi (se ti guardi attorno le T-shirt di Nirvana e 2pac fanno a gara per il soggetto più diffuso tra i millennial).
Ecco, oggi in questa rubrica periodica tratto di un disco che in quella lista nemmeno compare. Un disco di musica "vecchia", pertanto in controtendenza con la primavera musicale dei primi novanta. Il che dimostra, ahimè, quanto fossi conservatore in ambito musicale, non accorgendomi come, tra trip hop, grunge, gangsta rap, evoluzione del metal, albori del big beat, il "rock" stesse subendo una straordinaria metamorfosi. Ma bisogna essere onesti, nell'attesa spasmodica per il nuovo disco di Springsteen (l'ultimo, Tunnel of love, era dell'87) anche queste erano le note su cui mi cullavo, macinavo chilometri, mi emozionavo e cantavo, nel corso di quell'anno (e del '92). E pazienza se, storicamente ed artisticamente, tutti gli altri album del 1991 sopra citati fossero superiori, per distacco, a Better days.
D'altronde che ci vuoi fare, quando subentra quella saldatura tra nostalgia e colonna sonora di una stagione, tra le liriche di un disco (ogni linea di ogni canzone delle liriche) e composizioni musicali sulle quali volano leggere, ma su ali potenti, ricordi di gioventù che il tempo ha trasformato in mito, tu ci devi fare i conti. E siccome in questa rubrichetta mi sembra di aver ribadito a più riprese che i miei dischi della vita non necessariamente (anzi, quasi mai) sono capolavori riconosciuti, faccio esercizio di onestà, la smetto con le stronzate e comincio a parlare di Better days.
Per chi non lo sapesse, John Lyon, aka Southside Johnny, lega la sua nascita musicale allo stesso movimento di Asbury Park, NJ, di Springsteen e Little Steven, con quest'ultimo che all'inizio della carriera gli scrive buona parte del materiale di maggior valore, contribuendo ai titoli più importanti della sua produzione (dal 1976 al 1978: I don't wanna go home, This time it's for real, Hearts of stone) assieme al Bruce nazionale. Il genere praticato è blue eyed soul, errebì, pub rock, classic soul, con Sam Cooke nome tutelare e qualche sgasata sui Dr Feelgood. John chiude il primo lustro di attività, quello contenente i suoi dischi irrinunciabili, con l'imperdibile live Reach out and touch the sky (1981). Successivamente, gli stessi ottanta che vedono la deflagrazione del successo interplanetario del Boss, proiettano Southside e i suoi Jukes nell'irrilevanza, non solo e non tanto di pubblico, quanto proprio d'ispirazione.
Ma ecco che, quando meno te lo aspetti, Johnny ritrova i sodali di un tempo, in primis Little Steven che gli regala otto canzoni, Springsteen che contribuisce con una, e nel 1991 vede la luce Better days, un disco pirotecnico ed ispirato che riporta le lancette indietro di una quindicina d'anni.
Lo si capisce immediatamente con l'opener Coming back, testo da beautiful loser, col protagonista sconfitto dalla vita che cerca una seconda chance, a partire dalla riconquista dell'amata che ha (presumibilmente) abbandonato. E' un classico pezzo di soul bianco, grande attitudine e impatto, cantato congruo e sezione fiati che gliel'ammolla. La traccia d'apertura dentro al concetto album è fondamentale e Southside non la sbaglia.
Una bella differenza rispetto al decennio antecedente, quando John si era sbattuto tra lavori corali con una band che aveva perso dei pezzi, oltre che la componente locale (Asbury) nel monicker e tentativi simil crooning da solista (una strada che riprenderà negli anni dieci), ma con responsi insignificanti al di fuori della cerchia, sempre più ristretta, di die hard fans. Con Better days è tutta un'altra storia, e lo è soprattutto per gli amici che si coagulano attorno al bro ritrovato. La lista è davvero lunga, da Springsteen alla sezione ritmica della E Street, ma anche, per citarne un paio, a Steve Jordan (tour drummer degli Stones) e Jon Bon Jovi.
E' proprio con l'ex capelluto leader dei Bon Jovi che John divide il microfono per il torrido pub rock di I've been working too hard, divertentissima traccia da uscita alcolica del venerdì dopo una settimana di lavoro blue collar, mentre gli amici Bruce e Steve dividono con Johnny le linee vocali della autobiografica It's been a long time, un midtempo sostenuto da tastiere e fiati che funge da reunion in musica di vecchi amici che celebrano con la pinta alzata e tanti sorrisi alcolici la ritrovata unità.
La title track è puro soul, marchio di fabbrica della casa, con il ritornello che celebra quei momenti, spesso illusori, in cui pensi che il peggio sia passato. All the way home, il brano donato da Bruce, arriva all'ultima curva e si tratta di una classica ballata inconfondibilmente springstiniana, che giunge giusto prima del rettilineo finale deputato ad uno scatenato rock and roll: Shake 'em down.
Qualche mese dopo l'uscita del disco Southside Johnny arriva in città (a Milano, al mitico e compianto Rolling Stone), e bagna nel successo di pubblico la ritrovata verve con una performance indimenticabile aperta dall'atteso lancio dei suoi inconfondibili Rayban sulla folla prima di dare inizio a due ore di musica, con versioni di The fever, Having a party e I don't want to go home da far venire giù i muri, come per i New York Dolls nel pilota, girato da Scorsese, della splendida serie Vinyl.
Pur trattandosi di un'artista minore, vissuto (o percepito) sempre "all'ombra di", la sua quota parte di eredità artistica è riuscito ad imprimerla nella storia, in cinquant'anni e oltre trenta dischi. Sarebbe importante che qualcuno gliela riconoscesse finchè ha senso farlo.
giovedì 9 aprile 2026
Recensioni capate: La ballata di un piccolo giocatore (2025)
Scopro questo film per puro caso, spippolando distrattamente su Netflix, e mi stupisco di non averne mai sentito parlare nonostante la sua recente distribuzione (ottobre 2025), ma soprattutto a fronte di un cast notevole, che vede nei ruoli principali Colin Farrell, Tilda Swinton e Fala Chen. Questa storia, ambientata nella mitologica Macao, che solo marginalmente ha a che vedere con la vasta cinematografia sul gioco d'azzardo (in genere poker), è diretta in maniera ammaliante dal regista tedesco Edward Berger (reduce dall'apprezzato Conclave e dal precedente, ottimo, Niente di nuovo sul fronte occidentale) che ha l'umiltà di dirigere assecondando lo stile asiatico per come usa la mdp sulle location, per la capacità di rendere i picchi di ricchezza e gli abissi di dignitosa ma profonda povertà di queli luoghi, per la grande poesia con la quale cattura la pioggia, i rumori, gli umori dei luoghi, nonchè per la gestione dei primi piani ravvicinati, che lambiscono l'effetto fisheye e straniscono per le espressioni grottesche, stralunate, in particolare di Farrell (bravissimo) e Swinton. Il tutto dentro un contesto sospeso tra favola e realtà che rimanda a Wes Anderson. La ballata di un piccolo giocatore (tratto dal romanzo di Lawrence Osborne) è un film bizzarro, che ci mostra un non-luogo di penitenza, di espiazione, di transito di persone e anime, un purgatorio di truffatori, fuggitivi, ladri, assassini e puttane in cerca della redenzione finale. Titolo interessante e forse sottovalutato.
Netflix
lunedì 6 aprile 2026
Recensioni capate: Geese, Getting killed (2025)
Alla fine quella dei Geese si configura come una voce davvero unica nel panorama indie/post-punk. E allora si, vantiamoci di ascoltare i Geese. A patto di farlo davvero. Se lo meritano.
giovedì 2 aprile 2026
My Favorite things, febbraio marzo '26
Inside man: most wanted (2,25/5)
lunedì 30 marzo 2026
24 Hour party people (2002)
24 Hour people è un mockumentary, girato da Michael Winterbotton, regista inglese discontinuo ma dalla ormai corposa carriera, su uno dei movimenti musicale/sociale/di costume più folle della storia, il "madchester". Nato e sviluppatosi a Manchester, città proletaria e industriale, fino a quel momento fuori dalle mappe dei luoghi che contavano e di richiamo solo per la squadra di calcio dello United, il movimento madchester vede come deus ex machina il giornalista televisivo Tony Wilson (qui interpretato da Steve Coogan), che alterna i suoi impegni da anchorman a quelli di scopritore - con un ottimo fiuto - di nuove band. Il suo intuito ha portato ad incidere i seminali Joy Division, i successivi New Order, nonchè i meno noti ma filologicamente importanti A Certan Ratio e Durutti Column.
Anche se la band non più importante ma legata a doppio filo a quel movimento, alla club culture, alle pasticche, allo sballo senza controllo era incontrovertibilmente quella degli Happy Mondays (suo il brano che dà titolo al film), gruppo totalmente fuori controllo che manderà in bancarotta la Factory Records di Wilson e con essa i due locali simbolo del movimento, il Factory e l'Hacienda.
Gli Happy Mondays giravano attorno ai due fratelli Ryder: Shaun (voce) e Paul (basso), due personaggi che, se non avessero avuto un briciolo di creatività, sarebbero senza dubbio finiti tra pub, microcriminalità e curve hooligans per il resto della loro vita. La band è talmente costantemente strafatta che l'entourage di Wilson individua l'unico luogo sul pianeta privo di eroina dove mandarli a registrare il nuovo album (Yes please! del 1992, seguito del fortunato Pills 'n' thrills and bellyaches del 1990), ovvero le Barbados. Vero, niente eroina. Ma tanto tanto crack, di cui ovviamente Shaun diventa dipendente al punto da dissipare tutte le centocinquantamila sterline stanziate per la registrazione del disco. E senza neppure riuscire a registrarlo, il disco!
Il film gira necessariamente attorno a queste figure: Tony Wilson, Ian Curtis (di cui va recuperato lo struggente biopic Control, di Corbijn) e Shaun Ryder (per chiudere il cerchio del rinascimento musicale della città andrebbero necessariamente citati gli Stone Roses, di un'altra scuderia) ed è un'efficace, incredibile istantanea di un movimento che, pur durando meno di un lustro tra gli ottanta e i novanta, ha lasciato una traccia indelebile, nella società, che, come un pifferaio lisergico, fece convergere su Manchester migliaia di giovani desiderosi di sballarsi e ballare senza freni, e nella musica, grazie alla messa in comunicazione di due filosofie che prima di allora si tenevano a debita distanza: rock e club culture. I germogli di questo innesto saranno propedeutici a quel decennio di grandissima contaminazione che è stato quello dei novanta, confluendo nel genere cosiddetto Big Beat (Chemical Brothers, Prodigy, etc.) da lì a qualche anno a venire.
Winterbottom questo lo cattura bene, realizzando un film magari imperfetto ma con un buon cast (oltre a Coogan cito Paddy Considine e Sean Harris), diversi cameo dei veri protagonisti della scena (beh, quelli ancora in vita durante la lavorazione), ma soprattutto pieno di ritmo, dannatamente divertente e tutto da scoprire, per chi ignora i folli fatti di quel tempo e quel luogo.
lunedì 23 marzo 2026
Rob Sheffield, Love is a mix tape (2007)
La creazione dei mix tape, le compilation, la "cassettina", per quelli della mia generazione e della mia provenienza geografica, sono stati per la nostra giovinezza, estesa fino oltre i trenta, un'arte e un piacere sconfinato. Nell'era pre internettiana ci si arrangiava come si poteva, soprattutto quando non si poteva magari contare sulla collezione di dischi di fratelli maggiori e la propria era ancora sullo scarno andante. Si contava sui prestiti di album dagli amici, ma anche sulla registrazione dei programmi radiofonici, maledicendo il DJ che finiva di parlare poco prima dell'inizio del cantato e riprendeva immediatamente dopo la sua fine. Ma, per dire, io registravo anche dalla tv, con il registratore a cassette accanto all'apparecchio, imponendo il silenzio alla famiglia (un'operazione tutt'altro che semplice).
Poi nel 1995 è arrivato Nick Hornby a trasformare un rito privato in movimento generazionale, col suo, imperdibile, Alta Fedeltà, un paio di lustri prima che Spotify e compagnia cantante sfornassero, attraverso l'intelligenza artificiale, playlist preconfezionate e pronte all'uso con un click. Ad ogni modo l'argomento sembra aver esaurito tutto ciò che aveva da dire, considerata la platea ristretta a cui si rivolgeva.
E' forse per questo che un libro come Love is a mix tape sembra essere un pò fuori tempo massimo, anche se c'è da sottolineare come la prima edizione sia uscita in America quasi vent'anni fa, nel 2007. Ci sono elementi in comune con l'opera di Hornby ma anche differenze sostanziali. Tra le prime, il romanzo è prima di tutto una storia d'amore. Per la musica, certo, ma anche convenzionale, per una donna. Tra le seconde, l'opera di Hornby "mixava" meglio i due aspetti, mantenendo sempre un tono leggero, mentre quella di Sheffield è più sbilanciata sul rapporto di coppia e, inevitabilmente, visto che quella dell'americano è anche una storia con un risvolto tragico, è maggiormente virata sul malinconico.
Un'intuizione che fa felice tutti i fan delle compilation di una volta, oltre che a fornire spunti per un numero di playlist pari al numero dei capitoli del libro. Questo ancoraggio dei mix tape con i diversi periodi storici e quindi coi mutamenti della crescita e degli ascolti mi ha fatto rammaricare di non aver conservato alcune cassettine particolarmente riuscite e particolarmente vincolate a periodi della mia vita (d'altro canto l'unica cosa che fa capitolare un accumulatore compulsivo come me sono i traslochi, e nell'ultimo quarto di secolo ne ho messi assieme tre).
Rob Sheffield e la moglie Renèe erano dei bulimici musicali e, sebbene, fossero ben piantati nel meraviglioso periodo musicale della loro giovinezza (i novanta, quindi sì i Nirvana ma, per dire, anche Marshall Crenshaw e Notorious B.I.G., posto che la band preferita della coppia erano i Pavement), come tutti i musicofili allargavano i propri orizzonti al passato ripescando perle più o meno conosciute assieme a irresistibili guilty pleasure.
Ecco, forse l'aspetto più significativo del romanzo è proprio la sua collocazione temporale. I novanta sono stati il decennio della speranza, dell'illusione che ci fossimo messi guerre e ingiustizie finalmente alle spalle, un'epoca di grande partecipazione e trasporto per il futuro, oltre che di grande respiro per la musica tutta, per non parlare del cinema. E' durata poco, ancora una volta gli "adulti nella stanza" hanno mandato tutto a puttane, noi siamo cresciuti, ci siamo incarogniti e siamo finiti a votare Trump, Milei, Orban e Meloni. Ancora oggi mi chiedo come sia possibile, ma sempre con meno sgomento e indignazione.
Si respira questa aria di cambiamento (forse più che di cambiamento di felice stabilità) nel libro di Sheffield? Sì, tra le righe. Poi è come se il fato che ha colpito la vita di coppia dell'autore - sebbene sia autenticamente accaduto - sia in qualche modo metafora di ciò che è accaduto al mondo che, mentre Rob, diventava un importante riferimento della critica musicale (Rolling Stone, Spin) continuando altresì la sua attività di scrittore (con altri sette libri), ha semplicemente continuato a girare, con la brutale rivincita del capitalismo e in un'inarrestabile deriva di imbarbarimento, cospirazionismo, violenza e sopraffazione.
In questo, le ultime righe del libro arrivano a rappresentare appieno il significato più profondo, il manifesto di chi, sovente nottetempo, compilava cassettine con la speranza di comunicare ad un altro essere umano ciò che a parole non riusciva ad esprimere.
lunedì 16 marzo 2026
Vivere e morire a Los Angeles (1985)
La pellicola è illuminata da quella luce particolare riservata ai capolavori, è quasi un miracolo che negli ottanta del ritorno al modello USA del consumismo, delle americanate tronfie, reazionarie e ipertrofiche che sbancavano i botteghini (Rambo 2, Rocky IV, Invasion USA e Commando da noi escono lo stesso anno), insomma dell'"edonismo reganiano", si sia potuto produrre un film così brutale sulla degenerazione del capitalismo (eloquente da questo punto di vista l'incipit con le famose banconote verdi che passano di mano in mano) e sull'assenza di controllo della macchina federale americana.
La storia dietro al film potrebbe a sua volta diventare un film. Il regista William Friedkin accettò di girare con un budget risicatissimo, che si fece bastare con tutta una serie di decisioni rischiose, come ad esempio l'utilizzo di attori all'epoca poco noti e di conseguenza privi di richieste di compenso esose; riducendo al massimo i tempi con il classico "buona la prima!", e infine non chiedendo i permessi formali (un pò come accadeva coi nostri poliziotteschi) per le esterne. Già. La lunga sequenza dell'inseguimento automobilistico, probabilmente assieme a quella de Il braccio violento della legge tra le più memorabili della storia del cinema, realizzata anche su strade in contromano, fu girata senza autorizzazione. Una follia che ci ha regalato incredulità, eccitazione e adrenalina, ma che mise a rischio l'incolumità di troupe e attori.
Il dvd in mio possesso è ricco di extra interessanti tanto quanto il film, per un appassionato di tutto ciò che ruota attorno alla realizzazione di una pellicola. Interviste, ma soprattutto scene tagliate, tra le quali un finale alternativo demenziale (nel vero senso della parola) che per fortuna Friedkin è riuscito ad impedire, con cui Vivere e morire a Los Angeles avrebbe perso tutta la sua oscurità, diventando una pessima commedia buddy movie. E' incredibile le stronzate che possono fare i produttori esecutivi sbagliati.
E invece questo è un enorme noir che collochiamo negli anni ottanta esclusivamente per la colonna sonora dei Wang Chung e il loro sound gonfio di batteria gated reverb che lo zavorra a quel decennio. Per ogni altro aspetto, To live and die in L.A. è un titolo imperdibile, e, come tale, trasversale al tempo, ai generi e alle mode.
lunedì 9 marzo 2026
Pandora's Box, Original sin (1989)
E insomma, c'ho messo i miei quarant'anni abbondanti, ma alla fine ho imparato come si chiama il sotto sotto genere musicale che mi ha dato imprinting e passione per il rock, come avevo raccontato qui. Si tratta nientepopodimeno del "wagnerian-rock", uno stile in bilico tra symphonic rock e pop che sostanzialmente ha un unico riferimento: Jim Steinman.
Il progetto è definito un concept, ma non ho capito, ascoltandolo, ne ho trovato in rete, riferimenti al tema conduttore, qualcuno dice il sesso. Va beh, andando oltre, e concentrandosi sulla musica, l'album Original sin è il massimo compendio delle influenze steinmaniane, quindi iper-arrangiamenti, fascinazioni da musical, colonne sonore, musica classica, grande rilevanza al pianoforte, interpretazioni vocali struggenti e drammatiche, pezzi rock radiofonici.
Ben presente l'elemento kistch, anch'esso cifra stilistica identitaria del buon Jim, che si manifesta ad esempio in qualche "skit" parlata (I've been dreaming up a storm lately, The want ad) oppure nei due brani strumentali di musica tra il classico e le orchestrazioni per soundtrack (Requiem metal, The opening of the box), per tacere di Twentieth Century Fox, cover dei Doors che si apre in maniera maestosamente trash con la celebre musichetta dell'omonima casa cinematografica.
Tuttavia, se escludiamo i passaggi megalomani e ci concentriamo sui brani compiuti ci avventuriamo in un altro disco, affascinante, per gli amanti di queste sonorità. Original sin, che apre la tracklist dopo una breve intro, è una power ballad evocativa, Safe sex non gli è da meno, l'FM rock di Good girls go to heaven (Bad girls go everywhere) nasce con le stimmate del classicone. Con It's all coming back to me now si torna alla ballata spacca-cuori sostenuta da un pattern pianistico tanto elementare quanto funzionale. Lo stesso dicasi per il tipico AOR It's just won't quit.
In tutti i casi la capacità di Steinman di creare melodie e refrain irresistibili, che si impiantano nella corteccia cerebrale e lì albergano a lungo, emerge prepotentemente come sua caratteristica cromosomica.
Original sin ebbe una gestazione infinita, con una lievitazione dei costi che quasi decuplicarono il budget iniziale, ma il disco fu un flop totale, al punto che inizialmente in USA non fu neanche distribuito. Nemmeno in Giappone, che quando si trattava di generi musicali di questa natura c'era gloria per chiunque, ebbe riscontri significativi. In maniera incomprensibile fu un successo in Sudafrica. Il che portò, ovviamente, al naufragio del progetto, che non ebbe alcun seguito.
Per Steinman la vittoria arrivò comunque, anche se postuma. Molti brani dell'album infatti, reincisi da altri artisti, raggiunsero il successo fallito da Original sin. In particolare Celine Dion e Meat Loaf fecero, rispettivamente, di It's all coming back to me now e Good girls go to heaven (Bad girls go everywhere) delle hit da million seller.
E, sì, lo so che ho dei gusti discutibili, ma a me il disco è garbato.
giovedì 5 marzo 2026
Recensioni capate: Fulci talks (2021)
lunedì 2 marzo 2026
Recensioni capate: Paradise
Nel maremagnum delle uscite seriali, dentro il quale è arduo orientarsi e scindere la farina dalla crusca, ogni tanto emergono, inaspettati, dei gioiellini che non hanno la pretesa di fare hype, che sono imperfetti, ma che, vivaddio, parlano con una voce propria. E' il caso di Paradise, serie USA la cui prima stagione è uscita l'anno scorso e che proprio in questi giorni vede la messa in onda della seconda. Una serie che immagina (è uno spoiler, ma minimo, perchè l'elemento viene svelato al termine del primo episodio) un'elite di persone, presidente degli Stati Uniti in testa, che si è salvata da un non specificato cataclisma mondiale avendo creato in largo anticipo una cittadina nascosta tra le montagne e protetta da una cupola che l'ha nascosta agli occhi del mondo esterno. Lo svelamento dei fatti, tra tempo reale e flashback è eccellente, così come le prove fornite dal cast (Sterling K. Brown, Julianne Nicholson, James Mardsen) e, con tutti i limiti delle classiche regole di una serie mainstream (lo sappiamo no, cosa succede al tipico personaggio che dice "domani mattina ti svelerò tutti i segreti"?), anche la tensione ha una sufficiente struttura. Ci sono i buoni e i villain, ma l'approfondimento psicologico, lo struggimento di chi alla fine ammetterà di essere "un mostro" avvicina lo spettatore alle scelte più disumane compiute non solo per preservare l'elite politico-economica del mondo, che comunque resta come forte, attualissima, metafora classista, ma anche per proteggere ciò che resta della propria famiglia, ad ogni costo. Aggiungiamoci un utilizzo emozionalmente subdolo di brani anni 80/90 (il tormentone, ovviamente, è Another day in paradise, sia nella versione originale di Phil Collins che in un'altra solo voce e piano) e otterremo un risultato piacevole, sorprendente, che in qualche modo richiama la serialità ante Netflix.
Disney plus
lunedì 23 febbraio 2026
Coroner, Dissonance theory (2025)
Dietro ad una cover funzionale, con la tradizionale colonnina listata a lutto, la musica espressa dentro Dissonance theory, se dal punto di vista stilistico è irrimediabilmente legata al passato (il canovaccio è quello del thrash metal) da quello delle esecuzioni sprizza gioventù da tutti i pori. E l'attacco, dopo il breve preludio di Oxymoron, di Consequence te lo sbatte in faccia con una violenza spettacolare, da headbanging illegale. Tuttavia i Coroner, a mio avviso saggiamente, non confezionano un prodotto che per i suoi tre quarti d'ora di durata non toglie mai il piede dall'acceleratore, ma hanno la sapienza di inserire break acustici, rallentati, sfumature doom (Sacrifical lamb), solos in stile nwobhm. Insomma tutto ciò che serve per rendere un disco di metal estremo godibile anche a chi ad un lavoro di questo genere non chiede solo ottusità e ignoranza. Insomma furia (Symmetry, Renewal), ma anche la suggestione di perfidi midtempoes (The law), per un risultato in perfetto equilibrio, che non cerca a tutti i costi la melodia o il refrain facile ma la pienezza delle composizioni.
Mi unisco al coro, anche per me tra i dischi (non solo metal) del 2025.
lunedì 16 febbraio 2026
Send help
Linda è un'impiegata del settore strategia e pianificazione di una grande multinazionale, con la passione per il survivalism. Nonostante sia competente e sgobbona, viene sfruttata per le sue capacità ma completamente ignorata per gli avanzamenti di carriera. Non potendo farne a meno, il nuovo presidente, figlio del precedente, e la cricca di top manager (tutti uomini) della società, se la portano in Thailandia per un problema della sede locale. L'aereo privato sul quale volano però ha un incidente e si schianta al largo di una minuscola e sperduta isola. Dalle acque emergono solo Linda e il giovane arrogante nuovo presidente.
In un mondo normale, non più giusto o più riconoscente, semplicemente normale, quando esce un nuovo film di Sam Raimi, il nome del Maestro dovrebbe apparire immediatamente sopra il titolo e non in minuscolo, come se fosse un emergente che ha azzeccato un paio di pellicole. Io, per esempio, ignoravo che il film fosse suo e me lo stavo bellamente perdendo, liquidandolo come uno dei tanti american horror da catena di montaggio, per fortuna in qualche modo m'è cascato l'occhio. Anche perchè Raimi (che facevo più anziano laddove invece ha solo sessantasei anni, forse perchè il semi esordio de La casa nel 1981 l'ha girato a ventuno) nell'ultimo quarto di secolo abbondante, tolti i grandi franchise Marvel e il tentativo di saga del Mago di Oz, ha girato solo due film "suoi", Drag me to hell nel 2009, imperdibile, e, appunto, Send help.
Quest'ultima fatica contiene davvero tanti temi, sia legati alla sua cifra estetico-narrativa, che attinenti alla sfera politico sociale. Su soggetto-sceneggiatura altrui (Shannon/Swift) infatti, Raimi mette in scena una critica alla società capitalista, attaccata su tutti i fronti: classi sociali, misoginia, nepotismo, amichettismo e capitalismo tossico. La protagonista Linda è tutti noi, si fa il culo, è la migliore, ma non viene presa in considerazione perchè sciatta e non rispondente ai criteri estetici imperanti. Poi sì, è un pò svitata, ma chi di noi non lo è, dentro le dinamiche alienanti degli atroci uffici a cubi delle grandi imprese?
La grammatica identitaria del regista di Evil dead è viva e lotta assieme a noi: la tensione strisciante che ti prepara all'orrore seminando indizi e depistandoti in più occasioni, combinata con la componente grottesca, da ironia nerissima è ai suoi massimi (la meravigliosa sequenza dell'incidente aereo), mentre le scene prettamente splatter sono tutto sommato limitate, ben somministrate e scaltre (l'evirazione tutta giocata sul campo controcampo dei volti dei due personaggi è da scuola di cinema), così come l'auto citazione nell'unico jump scare del film.
Le interpretazioni dei due attori protagonisti, una stupefacente Rachel McAdams e un funzionale Dylan O'Brien, sono pressochè perfette e conferiscono alla narrazione quella marcia alta che fa tutta la differenza del mondo tra una buona idea e la sua realizzazione, chiudendo un cerchio perfetto tra soggetto, messa in scena e cast. Soggetto che peraltro si regge bene sulle proprie gambe benchè richiami - io credo esplicitamente - in causa i precedenti ribaltamenti cinematografici dei ruoli sociali in condizioni estreme, e quindi la capostipite Wertmuller (con la sua lotta di classe de Travolti da un insolito destino...) e il più recente Robert Ostlund (Triangle of sadness, soprattutto per il plot twist finale).
Cribbio, quanto mi sei mancato Sam.
lunedì 9 febbraio 2026
Recensioni capate: Milano New York (2024)
giovedì 5 febbraio 2026
My Favorite Things, gennaio '26
Wake up dead man: Knives Out (3,75/5)
No other choices (4/5)
Il club dei delitti del giovedì (2/5)
The mastermind (3,5/5)
lunedì 2 febbraio 2026
Dry Cleaning, Secret love
Tra le primissime uscite di questo neonato 2026 (9 gennaio), il nuovo disco degli inglesi Dry Cleaning era quella che aspettavo con maggiore curiosità. Scoperti qualche anno fa con il precedente lavoro Stumpwork, quando, conquistato dai Fontaines DC, sono andato alla ricerca di nomi attinenti l'ultima generazione di band post punk (assieme a loro Shame, Murder Capital, Squid, Sleaford Mods), i Dry Cleaning mi colpirono per la loro unicità, rappresentata da una forte componente ipnotica resa ancor più efficace da una voce (della singer Florence Shaw) che usa spesso lo spoken e una sezione ritmica (sia analogica che digitale) molto centrale nel sound del gruppo. Poi, vabbeh, anche per le copertine, senza dubbio eccentriche, come puoi vedere anche da quella del precedente lavoro.
Altro segno concreto della crescita di autorevolezza dei Dry Cleaning è testimoniato dalla capacità di attirare nel progetto grandi musicisti e autorevoli produttori, come Cate Le Bon, i Gilla band (arrangiamenti) e Jeff Tweedy (su My soul/half pint, altro pezzone).
I testi si muovono principalmente su stati d'animo, fasi emozionali, ansie e vecchie/nuove apprensioni, ma non fuggono dal contesto terribile di cui siamo testimoni un pò troppo passivi, assumendo una forte posizione politica per la situazione di Gaza (Blood) e, in generale, per questi tempi in cui destra, machismo, presidenti gangster portano un clima di aggressività e violenza ad imporsi nella nostra vita. E allora bene hanno fatto i DC a chiudere il disco con una traccia, Joy, che inizia con "It's a horror land / Destruction / Don't give up / On being sweet" e con le parole, quanto mai inequivocabili di Tom Dowse (chitarre, tastiere, loop machine): “Il problema con l’ascesa della destra ovunque è che è molto difficile non arrabbiarsi e incattivirsi, e questo ti porta a comportarti sempre più come loro, che è esattamente quello che vogliono. Vogliono più divisione, più odio, più sospetto. In questo senso i piccoli gesti di gentilezza possono essere qualcosa di molto profondo e sovversivo. Essere gentili, pensare agli altri.”
L'essenza del post punk: politico, artisticamente anarchico, non per tutti. Difficile che Secret love stia fuori dai migliori del 2026. Anche se è uscito il 9 gennaio.
giovedì 29 gennaio 2026
25 tracce del 2025 (3/3): hard, heavy, aor, glam, black, death... and what's in between
Video allegati ai titoli.
02. Deftones, My mind is a mountain (Private music)
03. Architets, Blackhole (The sky, the earth and all between)
lunedì 26 gennaio 2026
Black Rabbit
Jake è il proprietario di un ristorante alla moda di New York che, grazie alla bravura della sua chef, sta per entrare nell'olimpo dei locali della città. Nello stesso momento suo fratello Vince, sommerso dai debiti di gioco, deve scappare da Reno dove ha accidentalmente ucciso un uomo, e torna a NY. La rimpatriata dei due provocherà un effetto domino devastante per entrambi.
Come sicuramente saprai se mi leggi da un pò, questo è il periodo dell'anno in cui mi ubriaco di classifiche di fine anno. Dischi, film, serie tv, mi incuriosisce molto di più il giudizio a consuntivo rispetto a quello a ridosso dell'uscita, sia perchè a freddo si evita l'inevitabile (e più o meno onesto) hype delle novità, sia per quel minimo di storicizzazione che serve per vedere le cose ad una più giusta distanza. Ebbene, mi sono stupito di non trovare praticamente su nessuna top 2025 la serie tv (Netflix) Black Rabbit, che invece a me è piaciuta molto. Probabilmente è uno di quei casi in cui l'apprezzamento è esclusivamente soggettivo.
Eppure questo crime/noir un pò atipico, sospeso tra business della ristorazione, sogni di rock and roll, fallimenti personali e legami famigliari sbrindellati è costruito bene e i personaggi principali, interpretati da Jude Law (l'imprenditore newyorkese sempre sul filo del fallimento) e il fratello Jason Bateman (che invece del fallimento ha attraversato tutte le fasi) duettano bene. Così come tutti i villain (Chris Coy e Forrest Weber), che hanno le facce giuste, e l'attore sordomuto Troy Kotsur, forse quello che più si stampa nella memoria, nei panni del boss mafioso che comunica con la lingua dei segni.
Non lo faccio mai, ma voglio segnalarti la recensione di Luca Aloi per Nocturno che traccia un parallelo tra le vicende dei due protagonisti e la scena musicale new wave della Grande Mela dei primi anni duemila. Avrei voluto pensarci io.
Netflix
giovedì 22 gennaio 2026
25 tracce del 2025 (2/3): roots, country, blues, americana...and what's in between
03. Margo Price, Don't let the bastards let you down (Hard headed woman)


















