Quando ti appassioni ad un genere fino a quel momento inesplorato può capitare di imbattersi in artisti che sapevi essere di lungo corso ma di cui disconoscevi esattamente la longevità. E' il caso della svedese Robyn, oltre la boa dei trent'anni di produzioni (nonostante non abbia nemmeno toccato i cinquanta d'età), visto che esordisce nel 1995 e che arriva quest'anno al nono lavoro di studio, dopo un'attesa di otto anni dal precedente Honey.
Siamo in ambito musicale electro-pop/dance/synth con ambizioni mainstream: un grande gusto per la melodia, ritornelli catchy, ma con una non banale dignità di base, se capisci cosa intendo, e un volo ad uccello sui diversi sottogeneri elettronici a sigillare un patchwork funzionale. Come da tradizione consolidata della singer, anche Sexistential è un disco breve, nove tracce per meno di mezz'ora di durata, inaugurate dalla ammaliante Really real, un pezzo con tempo driving beat e umori synth pop con sfumature eighties, che si sviluppa tra leggiadria e tematiche quanto mai reali, come la vulnerabilità di gregge di quest'epoca.
Dopamine è il singolo che ha lanciato l'album, un'altra caramella dolcissima che racchiude un ripieno più impegnativo per le nostre papille gustative, attraverso un testo che prende di mira le ossessioni della società di "spiegare ogni emozione attraverso la misurazione scientifica, la tecnologia e la biologia".
Robyn ha le idee chiare sul pop, normalmente un'artista comunica attraverso la propria arte, ma la svedese non si tira indietro quando le viene chiesta una definizione della sua visione del pop del terzo millennio: "(...) deve avere un'intenzione dietro, è reale, non ti vuole manipolare, non ti vuole convincere di qualcosa. Allo stesso tempo deve essere stratificato, lavorare su più livelli.". Ed è quello che lei sa fare bene, coadiuvata da una nutrita squadra di collaboratori, come nel caso del "reboot" di Blow my mind, un brano già presente in un suo album del 2002 (Don't stop the music), che viaggia su sinuose modalità synth-pop, completamente reinventato rispetto alla versione precedente.
Se qua e là riecheggia Madonna non è solo perchè l'artista americana continua ad essere un punto di riferimento per il pop, ma piuttosto perchè la stessa Robyn l'ha influenzata, posta la continua ricerca di suoni disco pop attuali che la Ciccone mette da sempre in atto. Come caso di specie possiamo citare la conclusiva Into the sun, ma non è l'unico esempio. Diversamente, ma sempre in ambito ottantiano, It don't mean a thing potrebbe essere appartenere ad una delle ragazze (Sheila E, Jill Jones, etc.) della crew di Prince.
Ma quando un'artista che si propone di "eccitare" e di far ballare con la sua musica la propria audience riesce a parlare, come descritto sopra, anche di tematiche più profonde e con la title track, rappando su una base house, racconta di femminilità, di vera libertà sessuale, di autodeterminazione e della sua inseminazione artificiale ("il mio medico mi ha detto: senti Robyn, quale sarebbe il tuo donatore ideale? Beh, Adam Driver mi ha sempre un pò eccitato") in modalità totalmente punk , beh per quello che mi riguarda è promossa nel team dei musici che vanno oltre la ricerca di massivi streaming e proiettano sul pubblico un'urgenza comunicativa.



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