lunedì 30 gennaio 2023

The menu (2022)

Julian Slowik è uno degli chef più esclusivi e ricercati del mondo. Le liste d'attesa per sedersi al tavolo del suo esclusivo ristorante (che è l'unica costruzione su di una piccola isola) sono infinite, per non parlare dei costi. La sua cucina è dunque esclusivo appannaggio di vip e miliardari. Tyler non appartiene a queste categorie, ma è un fanatico di alta cucina e riesce a prenotare un tavolo per se stesso e un'accompagnatrice, ferocemente intenzionato ad assaporare ogni singolo grammo di quelle prelibatezze. Ma il mega chef ha ben altri piani per i suoi commensali.

Vero è che, dopo il successo di programmi come Masterchef, da allenatori della nazionale siamo diventati tutti chef, e che l'arte culinaria si è presa uno spazio popolare impensabile fino a non molti anni fa. Ne consegue che anche il cinema, con modalità differenti, abbia acceso un grosso faro su questo ambito. The menu se ne occupa tuttavia in un maniera originale, in modalità grottesca con tinte ironicamente horror, mettendo alla berlina sia i fanatici radicali dei piatti esclusivi che i VIP, i critici e gli straricchi annoiati, che se ne fregherebbero anche della sofisticatezza delle pietanze, ma devono rispondere alle stringenti regole dello status quo.

E pur tuttavia, il film è anche, decisamente, altro. Il regista Mike Mylod (non esattamente un esordiente, ma con solo tre film - di cui due comici/demenziali - al suo attivo), riesce a confezionare un'opera che coglie nel segno di un cinema che intrattiene facendo pensare. Lo fa aiutato da un bel cast: la protagonista, ormai prezzemolino, Anna Taylor Joy, il bravissimo Nicholas Hoult, ma anche John Leguizamo e Janet McTeer. Discorso a parte merita Ralph Fiennes, attore per cui ho perso la testa ai tempi di Strange days e che purtroppo non ha avuto in seguito una carriera di pari livello, che in questo ruolo glaciale appare finalmente perfetto e totalmente a suo agio. I suoi improvvisi battiti di mano, visti al cinema, hanno fatto sussultare la sala, ed ancora oggi, a distanza di mesi dalla visione, danno l'impressione di poter diventare una sequenza, sebbene di un piccolo film, che resterà di culto.

Insomma a me il film è piaciuto molto, è la classica pellicola che ha molteplici piani di lettura ma che può anche divertire per quella più immediata e fruibile, grazie al livello di messa in scena, montaggio e ritmo, o per il suo messaggio più forte: la ricerca della felicità perduta. 

lunedì 23 gennaio 2023

Il ritratto del Duca

Kempton Bunton è un pensionato inglese della periferia di Newcastle, nell'Inghilterra operaia degli anni sessanta. Idealista e sognatore, scrive drammi a sfondo sociale e cerca di coinvolgere tutti nelle sue battaglie a favore dei più deboli. Lilya, la moglie, sta a servizio in una famiglia aristocratica, un figlio vive in casa con loro, mentre il maggiore è fuori di casa. La famiglia ha subìto nel passato un terribile lutto: la morte dell'unica figlia all'età di diciotto anni. Lilya malsopporta le attitudini creativo-rivoluzionarie del marito e quindi stringe con lui un patto: Kempton farà un ultimo tentativo di farsi ascoltare dal parlamento inglese, e se non ci riuscirà, egli dovrà porre fine ad ogni velleità. Nei due giorni in cui il marito tenterà di persuadere l'elite politica inglese a Londra succederà però qualcosa che cambierà drasticamente la situazione della famiglia.

Sullo spunto di una storia vera, il regista Roger Michell (i cui più rilevanti riscontri commerciali risalgono a vent'anni fa con Nothing Hill ed Ipotesi di reato) mette in scena una commedia con sprazzi di dramma che vede nei due protagonisti principali, Jim Broadbent (Kempton) ed Helen Mirren (Lilya), i mattatori dell'opera. Il film ha il ritmo giusto, il classico british humor e fino a qui sarebbe archiviabile sotto la voce "carino". 

Non fosse che Il ritratto del Duca ha l'abilità di toccare dei temi quali anarchia, socialismo e lo strisciante razzismo dell'epoca, non banalissimi quando si tratta di un film commerciale e, siccome a pensar male si fa peccato ma spesso ci si prende, deve essere stata questa la vera ragione per cui la censura americana ha imposto ad una pellicola leggera e divertente un divieto di visione ai diciassette anni (!!!) per presunte scene contenenti "linguaggio inappropriato e sessualità", laddove la sessualità si risolve in un'unica scena, perfettamente coerente con la narrazione, di un amplesso consumato con i due amanti vestiti di tutto punto. Siamo d'accordo invece sul rischio che correrebbero le giovani menti americane nel sentir parlare di collettività, solidarietà e "io sono voi e voi siete me". 

In ultima analisi, probabilmente, il film mi è piaciuto più del suo reale valore anche perchè Kempton (un misurato e spassoso Jim Broadbent) mi ha ricordato mio padre quando si metteva a discutere con il droghiere sulla disonestà dei prezzi esposti e io gli chiedevo che ragione ci fosse per fare caciara quando sarebbe bastato andare da un'altra parte. Ogni volta lui rispondeva che era invece necessario farsi sentire, mettere il disonesto di fronte alle sue responsabilità, non lasciare cadere la cosa. Ed era così per ogni questione, ovviamente a partire da quelle più serie. 

La forza dirompente de Il ritratto duca sta tutta qui: un buon film di genere che fa passare un messaggio politico forte con misura, sentimento e leggiadria.

lunedì 16 gennaio 2023

Dropkick Murphys, This machine still kills fascists (2022)


Nonostante lo sconfinato amore per i Pogues (titolo e primi post di questo blog sono dedicati proprio a loro) ho sempre faticato ad appassionarmi ai gruppi che stilisticamente venivano a loro associati. Il caso più clamoroso di questa distanza è proprio verso i Dropkick Murphys, forse i più noti "eredi" della band di Shane MacGowan, al cui ascolto mi sono diligentemente applicato senza tuttavia riuscire ad raggiungere mai l'epifania necessaria, nonostante la chiara appartenenza al vasto bacino combat-folk della band americana, e pertanto continuando a "rispettare da lontano" questi debosciati from Boston.

This machine still kills fascists cambia tutto. La band, temporaneamente orfana del cantante Al Barr (assente per accudire la madre malata), si dedica ad un disco prevalentemente acustico, che viaggia tra atmosfere traditional irish, country e protest songs, e lo fa grazie alla collaborazione con Nora Guthrie (figlia del leggendario Woodie), che gli ha messo a disposizione il vasto repertorio di scritti e canzoni inedite del padre. Se pensiamo che in passato anche i Wilco assieme a Billy Bragg avevano fatto la stessa operazione con ben due album, Mermaid avenue I e II del 1998 e del 2000, cominciamo ad avere un'idea della profondità dell'eredità artistica inedita (oltre a quella edita) lasciata dall'imprescindibile Guthrie. In questo caso il cordone ombelicale è talmente solido, il posizionamento politico talmente netto, da indurre i DM a riprendere, nel titolo del disco, la celebre scritta che Guthrie aveva impresso sulla sua chitarra e che mostrava sempre a favore di fotografi. 

In un parallelo con le moderne crisi sociali, i Dropkick Murphys ci proiettano idealmente nella Great Depression americana, quando, a causa del Wall Street Crash e dei cambiamenti climatici (le tempeste di sabbia che colpirono varie aree rurali degli States) milioni di americani del midwest (chiamati con disprezzo oakies) emigrarono verso ovest alla ricerca di una vita migliore e trovarono invece sfruttamento, disperazione e violenza, spesso perpetrata dalla Polizia, al soldo del capitale invece che al servizio della gente comune. 

L'incipit del disco omaggia come meglio non si potrebbe, sia in ambito stilistico (il "boom chicka boom") che lirico (una classicissima prison song) l'uomo in nero Johnny Cash cui questa Two 6's upside down sarebbe piaciuta tanto quanto a me. Quando un disco raggiunge il suo scopo ha la capacità di immergerti immediatamente nel suo mood e This machine still kills fascist esercita questa capacità, a patto ovviamente in essere in sintonia con i generi presi a riferimento. In questo modo si può godere della marziale Ten times more, così come dell'incantevole irish ballad Never git drunk no more, che, grazie alle atmosfere e al featuring di Nikki Lane, parrebbe uscita direttamente da The rum, the sodomy and the leash dei Pogues. Altra ospitata che va a pescare nel pantheon country di qualità è The last one, che vede il featuring di Evan Felker, leader dei Turnpike Troubadours, mentre per Dig a hole viene "resuscitata" proprio la voce di Woodie Guthrie che si accompagna a quella di Ken Casey. Non posso infine tributare tutto il mio entusiasmo per All you fonies, pezzo dal forte orgoglio operaio che afferma il ruolo del sindacato nella difesa della classe più debole.

This machine still kills fascists probabilmente, dal punto di vista stilistico, resterà un episodio a se stante, nella lunga storia dei Dropkick Murpyhs, ma davvero a chi importa? Arrivo a dire che, in questi tempi di trumpismi, post-berlusconismi e postfascimi di governo, di un disco così si avvertiva l'urgenza anche solo per il titolo, capirete quindi la mia gratitudine nel constatarne anche lo spessore musicale, che raccorda il contributo del folk alla causa della lotta di classe di quasi cento anni fa con quelle di oggi.

lunedì 9 gennaio 2023

Avatar 2 - La via dell'acqua


Molti anni dopo la vittoria nella battaglia contro gli uomini e la loro cacciata da Pandora, Jack Sully, che aveva rinunciato al suo involucro umano scegliendo definitivamente l'aspetto Na'vi, ha messo su famiglia con Netyri, dalla quale ha avuto tre figli. Ma gli umani non hanno rinunciato a sfruttare le potenzialità di Pandora e anzi ora pensano di trasferirci i terrestri a causa del deteriorarsi della terra. A questo scopo i militari impiantano i ricordi e le attività cerebrali del colonnello Quaritch in un potente corpo Na'vi, mandandolo con un manipolo di soldati su Pandora per pianificare un secondo, decisivo, assalto.


Ci sono voluti undici anni perchè Cameron ci regalasse il seguito di uno dei blockbuster più stupefacenti e visionari della storia dell'intrattenimento. Non è una novità per il cineasta americano, visto che per mandare il primo Avatar nei cinema intercorsero ben dodici anni dal precedente Titanic.
Cameron è uno dei (pochi, ormai) registi che più rappresenta per le major garanzia di successo commerciale e tuttavia si prende tempi tipici dei cinema d'autore, in una contraddizione probabilmente unica nel panorama di questo business. 
Colpiti come un pò tutti siamo da incontrollabile bulimia da prodotti audiovisivi (tra serie e film gli appassionati si sparano potenzialmente migliaia di titoli l'anno) c'era il rischio di aver perso magia e sensazioni del primo capitolo di Avatar e quindi, magari, di snobbarne il seguito. I numeri dicono che, fortunatamente, così non è stato e, personalmente, posso confermare che le immagini sono talmente coinvolgenti ed immersive da avere la sensazione che non sia passato un giorno da quando la freccia scagliata da Netyri si è conficcata nel petto di Quaritch, uccidendo il suo corpo umano.

Ma la magia di questo nuovo capitolo è soprattutto legata all'ampia parte del film che si svolge sopra e sotto il mare. Si sa, il filo rosso che lega Cameron all'oceano è solidissimo e di lunga data (Abyss, Titanic) e qui il sessantottenne raggiunge con le immagini di questo elemento un apice di verosimiglianza inarrivabile. Tutte le sequenze subacque, anche grazie al 3D, sono sbalorditive e finanche emozionanti, in particolar modo quelle che vedono protagoniste i giganteschi e meravigliosi Tulkun (enormi ceatacei dotati di sviluppata intelligenza e sensibilità) e insomma basterebbero queste parti per certificare l'elevatissimo rango di intrattenimento di qualità di questo film.

Al netto di una sceneggiatura da molti criticata per la sua semplicità (ma diciamocelo, quanti sono i canovacci narrativi dei film in generale, quattro o cinque? Avatar 2 sta dentro uno di essi) Cameron infila una serie di messaggi stavolta precisi e senza possibilità di fraintendimento. Infatti, dentro l'immaginaria popolazione di Pandora che vive in completa simbiosi e interdipendenza con la natura e gli animali, molto assimilabile ai nativi americani, vive il forte messaggio ambientalista del regista che fa riecheggiare lo scientifico sterminio perpetrato dai suoi eredi anglosassoni. Dentro la spietata e crudele caccia ai pacifici Tulkun per estrarre dal loro cervello una sorta di siero della giovinezza, di nuovo, c'è la denuncia sulla presunta superiorità dell'uomo che per il proprio tornaconto non si cura del dolore e dei danni che provoca a specie, diverse dalla sua, essenziali all'ecosistema. Ma Cameron prende di petto anche la questione razzista, e lo fa nella maniera meno banale, puntando cioè sulle discriminazione tra i Na'Vi stessi (i figli di Sully sono "meticci" e hanno mani umane, a differenza dei nativi che hanno quattro dita), rinfacciando (io penso) agli afroamericani il razzismo che spesso emerge tra loro nelle discriminazioni tra chi è black e chi è brown. 

E poi Avatar 2 è un'opera che si prende tutto il tempo che serve, con uno sguardo quasi anni settanta. Anche su questo aspetto molte critiche per la sua durata (oltre tre ore). Ma senza gli approfondimenti sul territorio dei Metkayna, senza la spiegazione dei loro rapporti con i Tulkun, senza le tensioni tra Jack e il figlio adolescente e la nascita dell'amicizia tra egli e il Tulkun reietto, l'atteso scontro finale sarebbe stato ben altra, più banale, cosa. Fortunatamente Cameron è uno degli ultimi registi ad essersi guadagnato sul campo (cioè al botteghino) il diritto al final cut, quindi se vuoi la meraviglia di questo spettacolo ti prendi il pacchetto completo.

Quando si analizza Avatar mi piacerebbe infine si riflettesse sul fatto che parliamo di un film creato su un soggetto e personaggi basati su di uno spunto originale, contrariamente alla dinamica corrente degli ultimi venti, venticinque anni, che vede trasportare su grande e piccolo schermo qualunque opera (fumetti, libri, saghe, videogiochi) già edita, e quindi nota, teoricamente a minor rischio di flop. Gli ultimi soggetti originali quali sono stati? Guerre Stellari? Alien? Terminator? Non mi sembra sia un argomento di poco conto, nel giudizio complessivo su di un progetto, che un film emerga dallo smarmellamento Marvel-DC-Harry Potter-trasposizioni di libri young adult.

Va da sè che, se c'è un film da vedere al cinema, assecondando le "regole imposte", vale a dire il (da me) detestato 3D e relativi (da me) detestatissimi occhialini, beh, quello è Avatar. Prova l'esperienza e capirai perchè. Dopodichè in sala ci si imbatte anche in branchi di giovani che probabilmente avrebbero preferito stare a casa a smanettare il telefonino mentre sul tablet girava una qualsiasi serie, visto il loro continuo e irritante viavai dentro-fuori la sala per buona parte della proiezione e l'attenzione prestata al proprio smartphone invece che alle meraviglie sullo schermo.

Apposto. Che il film m'è piaciuto l'ho detto. La mia parte da sociopatico l'ho fatta. Possiamo chiuderla qui.

giovedì 5 gennaio 2023

Playlist sciuè sciuè (tra passato e presente ma molto d'atmosfera)

The Delines, Little Earl
Mastodon, Had it all
Ambrose Akinmusire, A blooming bloodfruit in a hoodie
The Hanging Stars, Weep and whisper
The Teskey Brothers, Rain
The Stranglers, Strange little girl
George Michael, Older
Falkenbach, Eweroun
Norah Jones, Steer your way
Red Hot Chili Peppers, I could have lied
Dropkick Murphys, Never git drunk no more
Little Simz, Woman
Zeal & Ardor, Golden liar
U2, Every breaking wave
Tash Sultana, Crop circles
Ithaca, Hold, be hold

lunedì 2 gennaio 2023

Mis Cosas Favoritas: novembre dicembre 2022

ASCOLTI

Sanhedrin, Lights on
Pusha T, It's almost dry
Tyler Childers, Can I take my hounds to heaven?
Ithaca, They fear us
Carpenter Brut, Leather terror
An abstract illusion, Woe
David Townsend, Lightwork
Rattlesnake milk, Chicken fried snake
Zeal and Ardor, S/T
Bruce Springsteen, Only the strong survive
Dropkick Murphys, This guitar still kills fascists
Marracash, Noi, loro gli altri 
Messa, Close
Ashley McBryde, Presents Lindeville
Soul Glo, Diaspora problems
Teskey Brothers, Run home slow
Lorna Shore, Pain remains
Tash Sultana, Terra Firma
The Offering, Seeing the elephant
Midnight Rider, Beyond the blood red horizon
John Mellencamp, Scarecrow (2022 remix)
Gogol Bordello, Solidaritine
Simple Minds, Direction of the heart
Goat, Oh death
Francesco Guccini, Canzoni da intorto
Lee Fields, Sentimental fool
Neil Young, World record
Nikki Lane, Denim & diamonds
Jean Michele Jarre, Oxymore
Poison, Hollyweird
The White Buffalo, Year of the dark horse
Idles, Joy as an act of resistance
Mastodon, Hushed and grim
Avatarium, Death, where is your sting
Rosalìa, Motomami
Nova Twins, Supernova
Wet Leg, S/T
Riot City, Electric elite
Bruce Springsteen, Nebraska
Bruce Springsteen, The ghost of Tom Joad
Meat Loaf (R.I.P.), Bat out of hell















Mono e playlist

Mastodon
Vektor
AA/VV, Punk e dintorni 1976/1980
Queensryche
Sam Fender
The Soulsavers
Tom Waits
Mark Lanegan (R.I.P.)













VISIONI

Solo Dio perdona (4/5)
Come un padre (docufilm) (3/5)
The trip (2021) (3,75/5)
Il mammone (2,25/5)
Perchè un assassinio (3,5/5)
Le streghe son tornate (2013) (3,75/5)
La ira de dios (2/5)
La padrina - Parigi ha una nuova regina (3/5)
No exit (2022) (3/5)
Italia 82 - Una storia azzurra (2/5)
Overdose (3,5/5)
The menu (3,75/5)
The Batman (3/5)
Battle Royale (4,25/5)
Black phone (3/5)
La legge del mercato (3,5/5)
Hunger games (3/5)
Hunger games - La ragazza di fuoco (3/5)
7 Donne e un mistero (1/5)
Uno di noi (2020) (3/5)
Una notte violenta e silenziosa (3/5) 
Un altro mondo (3,5/5)
L'ipnotista (2018) (2,75/5)
Goodnight mommy (2022) (2,75/5)
Il grande giorno (2,5/5)
Natale a tutti i costi (2,25/5)
Glass Onion - Knives out (2,75/5)
Avatar - La via dell'acqua (3,75/5)
Hunger Games - Il canto della rivolta, parte 1 (2,75/3)
Hunger Games - Il canto della rivolta, parte 2 (3/5)
I came by (2,75/5)

Visioni seriali

Pistol (3,5/5)
Gangs of London, 2 (4/5)
Boris, 4 (3,25/5)
The White Lotus, 2 (2,5/5)

LETTURE

Ray Bradbury, Cronache marziane

domenica 25 dicembre 2022

Una notte violenta e silenziosa (2022)

Un Babbo Natale, tra i tanti in giro nel periodo delle feste, si aggrappa stancamente al bancone di un bar mentre sorseggia senza convinzione una birra annacquata emettendo qualche rutto. Uno scambio di battute con un "collega" e poi riprende a lavorare. C'è però una piccola differenza tra lui e gli altri. Lui è quello vero. E pur essendo demotivato e del tutto disinteressato al suo ruolo, continua a girare case e lasciare regali. E' proprio mentre si trova in una casa di milionari, isolata dalle altre, dopo l'ennesimo cicchetto, che si addormenta profondamente fino a quando dei forti rumori lo svegliano di soprassalto. Intrappolato in uno scenario di guerriglia, dovrà tornare a vestire i  panni del violento guerriero che fu.

Davvero, quando si dice il caso. Qualche settimana dopo aver visto The trip su Netflix vado al cinema per questo Una notte violenta e silenziosa e solo con il consueto approfondimento post-visione scopro che dietro la mdp c'è lo stesso regista, Tommy Wirkola, del violento showdown norvegese. E in effetti, ormai, la mano del regista è riconoscibilissima attraverso la messa in scena di una violenza esagerata, grottesca, splatter e, va da se, divertentissima. 
E se è così, indubbiamente il merito va attribuito per larga parte al protagonista David Harbour, una vita da caratterista fino all'exploit di Stranger things e finalmente anche il giusto riconoscimento del cinema (ruoli importanti in Black Widow - con un personaggio "parente" di questo Santa Claus - e No sudden move). Al contrario il villain  John Leguizamo mi è parso davvero appesantito e fuori giri, senza comunque che questo abbia inficiato sul divertimento complessivo nel film.

Insomma, avevamo già cinematograficamente assistito alle gesta di babbinatale ladri, assassini, sconci e pervertiti, ma mai uno che, utilizzi uno spietato bagno di sangue per riconciliare anche i più cinici al vero significato del Natale. 

Altro che i cinepanettoni, questo è il miglior digestivo post pranzi/cenoni delle feste. E pazienza se non toccherete più un candy cane in vita vostra.

Al cinema. 

lunedì 19 dicembre 2022

Little Steven, Revolution (1989)

Nonostante per Little Steven valga la metafora di una vita da mediano, la sua produzione discografica non ha nulla da invidiare ai top player. Soul, rhythm and blues, classic rock, reggae, latin, imbullonati negli anni ottanta con un piglio da "protest song" caustico nei confronti degli USA e della loro politica imperialista. A chiudere quel decennio arriva, inaspettata, la svolta stilistica con Revolution, album votato ad un funk elettronico debitore di Prince, ricco di campionamenti (la strato di Steve, e in generale ogni traccia di strumento tradizionale, compare solo in un brano, Discipline) che è un manifesto politico devastante nei confronti del Sistema americano. Ogni singola traccia oltre a tirare altre badilate in faccia all'establishment USA, affronta temi quali l'alienazione, la deriva dell'informazione, la religione. Spiccano la title track, Where do we go from here, Leonard Peltier, Education, Liberation theology, ma data la particolare natura, il progetto va preso in blocco. Un lavoro che alle mie orecchie suona più convincente oggi che trent'anni fa. Di sicuro il disco che un certo Boss ha accarezzato (qua e là ci sono tracce del petting di Bruce con l'elettronica) ma non ha avuto il coraggio di fare. 

lunedì 12 dicembre 2022

Gangs of London, stagioni 1(2020) e 2 (2022)



Londra è (era?) la capitale europea della finanza, ma anche il cuore pulsante di speculatori, associazioni criminali internazionali e traffici sporchi di ogni tipo. Il tutto, a chi ci si arrischia, promette potere e ricchezza oltre qualunque immaginazione. In questo scenario, il delicato equilibrio tra le varie "cupole" della città viene rotto dall'omicidio di Finn Wallace, capo dell'omonima famiglia, che tiene le fila tra i clan e gestisce in esclusiva i rapporti con gli "investitori", in cima alla piramide di tutti gli affari, leciti ed illeciti, della City. Con il passaggio dei poteri al figlio di Finn, Sean, considerato non all'altezza del padre, oltre che un istintivo e un violento, l'equilibrio si spezza e si scatena la lotta per il potere dentro e fuori la famiglia Wallace.

Non mi ha conquistato immediatamente, Gangs of London, anzi devo ammettere che i primi episodi mi sono sembrati eccessivamente iperbolici, quasi da videogioco, il che può andare bene per determinati generi ma, pensavo, non per il crime. 
Col trascorrere degli episodi e, soprattutto con un finale di stagione (la prima) vertiginoso, mi sono completamente ricreduto e ho cominciato a sperare in una seconda stagione, che si è fatta attendere un paio d'anni, ma che alla fine ha ripagato ogni giorno di attesa, facendo deflagrare la storia in un bagno di sangue ancora più grande, in un ulteriore saldatura con i temi shakespeariani di famiglia e vendetta, e colpi di scena a ripetizione. 

Sono tante le influenze della serie, di sicuro anche quelle con le prime stagioni della nostra Gomorra, ma più guardavo Gangs of London e più ci vedevo analogie con i gangster movie asiatici attraverso scelte narrativo-stilistiche quali un'ultra-violenza che sfocia nel sadismo e, su tutto, l'assenza di una dicotomia assoluta tra bene e male: ogni spettatore sceglie per chi tifare tra i tanti personaggi che affollano la storia, nella consapevolezza che sono comunque, per ragioni diverse, tutti marci e corrotti, se non dalla fame di potere, da quella di rivalsa personale o vendetta. Quando finalmente ho dato una scorsa agli autori dietro al soggetto, la mia percezione ha trovato clamoroso riscontro: dietro al progetto (saltuariamente anche dietro la mdp) c'è infatti il mitico Gareth Evans, deus ex machina della saga thailandese The Raid, due film che rappresentano la migliore sintesi oggi possibile dell'action movie. 

Il cast, al netto del grandissimo irlandese Colm Meaney (Finn Wallace) e di Michelle Fairley (la moglie Marion, ce la  ricordiamo come miss Stark nel Trono di spade), è ottimamente composto di volti (a me) poco noti e caratteristi che fanno tutti un figurone, con una menzione d'onore per Sean Wallace, l'erede al trono, per cui il casting ha trovato la faccia perfetta in Joe Cole (Peaky Blinders).

Quando una serie crime, una gangster story, è costruita e messa in scena in maniera così avvincente, tesa, angosciante (guarda l'episodio 2X6 e poi ne riparliamo) e violenta, anche colpi di scena discutibili, come quello cardine della stagione due, trovano una loro giustificazione e sono quasi coerenti, hanno ragion d'essere nel contesto generale. Impossibile poi, non tornare fanboy ed attendere con impazienza la terza stagione dopo il cliffhanger che chiude la due.

Per gli orfani di quando Gomorra era una grande serie, per gli amanti del crime, dell'action, dell'horror/splatter e degli yakuza movie, una serie da non perdere per nessuna ragione al mondo.

Su Sky e Now




lunedì 5 dicembre 2022

Eric Clapton, 461 Boulevard (1974)

Ah! I dischi post-rehab delle rockstar! La ricorrente narrazione della sobrietà, del ritorno alla natura e alle cose semplici, financo al lavoro manuale (sebbene il tentativo di sfuggirgli sia stata la ragione primaria per cui, da giovani, avevano imbracciato uno strumento). Il ritorno di Eric Clapton nel 1974, dopo una iato di quattro anni infarcita di eroina e junk food, ebbe perlomeno due vantaggi: 1) fa giurisprudenza per tutti i comeback post stravizi a venire e, soprattutto, 2) contiene grande musica. Dieci pezzi, per gli allora canonici tre quarti d'ora di durata, di cui solo tre originali e composti da Slowhand, tra il midtempo e il lento (Give me strenght; Get ready e Let it grow), dopodichè: una partenza al fulmicotone (il traditional Motherless children, rivoltato come un calzino), omaggi blues a Wille Dixon (I can't hold out) e Robert Johnson (Ready rollin' man). Ultimo ma non ultimo la cover di un emergente artista jamaicano che proprio non convinceva Eric, ma che su insistenza dei producer fu inserita, e che, ovviamente, divenne uno dei più grandi successi del disco. Si trattava di I shot the sheriff di Bob Marley.

Nella foto l'edizione deluxe doppio cd del 2004

lunedì 28 novembre 2022

Movielist #5 (2008/2012)

C'è stata un'epoca, fino a circa una decina d'anni fa, in cui i blog avevano un ruolo centrale nel dibattito, nella socialità, nella condivisione di idee della rete. Oggi siamo rimasti davvero pochi a continuare ad utilizzare questo tipo di piattaforma, superata e poco performante sugli smartphone, e forse sono l'unico a farlo in forma esclusiva, cioè senza avere altri social (al momento, vuoi per pigrizia o per la mia nota abitudinarietà, continua a piacermi così e non sento il bisogno di "allargarmi"). Tornando a bomba. Tra i tanti "challange" che giravano per queste piattaforme, avevo partecipato, su impulso di un blog, Il cinema spiccio, che nel frattempo è stato chiuso, ad una che proponeva ai partecipanti di compilare una lista con i migliori film di sempre, scegliendone uno per ogni anno, a partire dal proprio di nascita. Io avevo diviso le mie scelte per decenni, con un ultimo post nel 2014, riguardante il periodo 1998/2007 (a margine del post tutti i link). La cosa mi è tornata in mente e ho deciso di dargli un seguito, visto che nel frattempo, ahimè, mi si è aperta un'altra finestra di dieci anni pieni da poter valutare. 

Rileggendo le quattro puntate precedenti mi sono accorto che, negli ultimi cinque sei anni, con la ritrovata passione per il cinema, filtrata anche da occhi diversi, non più solo attenti alla storia, ma magari anche agli aspetti tecnici (messa in scena, fotografia, montaggio, regia) , se dovessi riscrivere da capo i miei preferiti, in più di un caso sarebbero diversi da quelli citati e sicuramente sarebbero molte di più le pellicole prese in considerazione. La ragione principale è che ho recuperato molti film all'epoca non visti e diversi di essi sono davvero meritevoli. Niente paura, non replicherò i periodi già coperti, così sono e tali restano, a testimoniare (a me stesso) come approcci, valutazioni e gusti possano cambiare nel tempo. Nel proseguire (solitariamente) nel gioco ho però ho apportato alcune modifiche: 1- il numero dei film da cui attingere, anno per anno, è aumentato in misura esponenziale, per cui i film citati assieme al vincitore in alcuni anni saranno numerosi. Per la stessa ragione divido in due il decennio 2008-2017, in modo da avere due periodi da cinque anni e, a breve, poter postare anche il terzo, senza dover aspettare il 2028, che chissà se sarò ancora qui col mio blogghettino della minchia, totalmente dèmodè. 

2008

Ho selezionato abbastanza agevolmente quattordici titoli. Un buon anno, ma ce ne saranno di ben più pregni. Mi sono piaciuti: Bronson; Frost/Nixon; Gran Torino; The hurt locker; Iron Man; The wrestler; Gomorra; Nemico pubblico 1 e 2; Il divo; Giù al nord; Louise Michel. Indeciso per il preferito tra The chaser e Wall-E, e scegliendo di non usare l'ex aequo, lascio prevalere di misura l'agghiacciante pellicola sudcoreana sul capolavoro Disney/Pixar.

2009

Anche in questo caso, al netto di dimenticanze e refusi, lista abbastanza agevole da smazzare, che comprende il mega colossal di Cameron, Avatar (forse ci siamo per il sequel); l'ultimo horror (e ultimo film davvero suo?) di Raimi: Drag me to hell; l'allucinate, distopico, terribile The road; il Loach un pelo più leggero ma sempre denso di contenuti politico/sociali, Il mio amico Eric. I problemi nascono per la palma di migliore, tra i tre titoli che seguono ne scelgo uno solo, ma ciascuno potrebbe occupare, a rotazione, il primo posto: tra Castaway on the moon, Cella 211 e Bastardi senza senza gloria scelgo il secondo, in rappresentanza di un cinema di genere spagnolo che ormai ha da insegnare a tutte le latitudini cinematografiche.

2010

E' l'anno del magnetico ma controverso Inception di Nolan, dell'eccellente ultra violento cinecomics Kick-Ass, dello schizzato Scott Pilgrim vs the world di Wright, di Scorsese (Shutter Island), del primo capitolo di una trilogia che segna il ritorno allo yakuza movie di Kitano (Outrage), del sempre ottimo Polanski (L'uomo nell'ombra) del malinconico, disperato noir hongonkiano The yellow sea, e del tentativo italiano (l'ultimo) di portare sullo schermo la Milano criminale degli anni settanta, da parte di Placido (Vallanzasca - Gli angeli del male a cui ho dedicato due post: qui e qui). Vince, per una volta nettamente, un film visto di recente. Il violento e sadico I saw the devil, anche in questo caso portabandiera di un cinema, quello sudcoreano, che ha portato horror, crime e action ad un altro livello.

2011

Nel 2011 torna ad assalirmi l'indecisione. Undici film, molti dei quali meritevoli del podio. Mi riferisco ad un fiabesco, incantevole Hugo Cabret, ad un Allen smagliante (Midnight in Paris), all'infallibile Olivier Marchal (A gang story), allo spy movie inglese in salsa depalmiana La talpa, all'inquietante Bedtime, ad Animal Kingdom, all'Alba del pianeta delle scimmie, eccellente esordio di una nuova trilogia che dimostra come si possa coniugare cassetta e qualità, fino al "piccolo" italiano I più grandi di tutti coraggioso nell'avventurarsi fuori dai nostri clichè. Il primo posto se lo giocano Polanski con lo strepitoso Carnage e The raid, uno dei migliori action del ventunesimo secolo (l'altro è il suo sequel), che non è americano ma thailandese. Faccio prevalere di misura Carnage, non fosse altro per lo sconsiderato numero di volte che l'ho visto.

2012

Inizio col Tarantino che ho meno apprezzato in assoluto, per dire che il Tarantino (ai miei occhi) meno convincente è comunque da non perdere: Django unchained. A seguire la corrosiva commedia sulla politica americana Candidato a sorpresa, Zemeckis con uno strepitoso Denzel Washington e un indimenticabile John Goodman (Flight), il rischioso ma centrato Zero Dark Thirty della Bigelow, la dissacrante fotografia di una famiglia radical chic francese (ma potrebbe essere universale) scattata da Cena tra amici, l'irresistibile cinecomic giapponese Thermae Romae e il Cronenberg allegorico, grottesco ma forse anche no di Cosmopolis. A sto giro però l'oro a Loach non lo toglie nessuno. La parte degli angeli è un capolavoro in sapiente equilibrio tra dramma e commedia.









continua...

post precedenti:

MOVIELIST #1 (1968/1977)

MOVIELIST#2 (1978/1987)

MOVIELIST#3 (1988/1997)

MOVIELIST#4 (1998/2007)

lunedì 21 novembre 2022

Def Leppard, Diamond star halos


Se al pari del thrash metal, anche il glam/hair/melodic metal negli ottanta avesse avuto i suoi big four, penso che molto probabilmente la scelta sarebbe caduta su Bon Jovi, Motley Crue, Poison e Def Leppard. Queste quattro band infatti, senza voler nulla togliere alle altre che in qualche caso a livello qualitativo se la giocavano, ma in quanto a riscontri mainstream venivano nettamente distanziate, erano le punte di diamante del movimento. 
Su questa base di ragionamento, riflettevo come di quattro formazioni, tre, per ragioni diverse, si siano pressochè eclissate. I Bon Jovi degli ottanta non esistono più, persi in un crossover di generi (rock, folk, country) sempre anticipato dal prefisso pop. I Motley Crue hanno, di fatto, chiuso la propria storia discografica con l'apoteosi di Dr Feelgood, nel 1989 (il self titled del 1994 dal punto di vista tecnico potrebbe essere, paradossalmente, il loro miglior lavoro, ma esula dal glam, mentre The saint of Los Angeles del 2008 è un solo discreto, ultimo, colpo di coda). I Poison autentici, analogamente ai Crue, sono sostanzialmente fermi al 1993, con Native tongue.

Gli unici che non hanno mai smesso di produrre musica nuova sempre mantenendo più o meno dritta la barra del proprio stile di riferimento, pur prendendosi il loro tempo (cinque album in quasi un quarto di secolo) sono appunto i Def Leppard, che tornano con un disco nuovo a sette anni dal precedente self titled. L'impronta della band del singer Joe Elliott ha un suo stile inconfondibile, forgiato negli anni con il produttore "Mutt" Lange (periodo 1981/1987) e culminato con il masterpiece Hysteria. Quello che non sapevo, e che mi ha stupito, è che la collaborazione tra i DL e Lange si è conclusa definitivamente proprio nell'87, e nonostante ciò la band su quegli stilemi ha continuato a marciarci fino ad oggi, come dimostra l'attacco, molto convincente, di questo Diamond star halos

Take what you want, Kick e Fire it up, le prime tre tracce che sono anche i primi tre singoli, dimostrano come i Leppard siano ancora in grado di esprimere il proprio sound anche su pezzi nuovi (ovvio il richiamo al passato ma, proprio per il discorso che facevo in premessa sulle altre band, non è comunque esercizio banale): midtempoes tendenti al veloce, cori, ritornello, tutto riporta ai vecchi fasti. Rimarchevole anche la prima ballata, This guitar, che si avvale ai cori di Alison Krauss. C'è solo un problema, che si riverbererà per altri brani della restante tracklist (ad esempio su U rok me): l'effetto Bryan Adams. Lo stile espresso chiama in causa infatti l'artista canadese, probabilmente sempre a causa dell'imprinting a fattore comune di "Mutt", con Adams per il suo album di maggior successo - Waking up the neighbours - .

Il secondo problema per chi scrive è la lunghezza del disco e la contestuale, eccessiva presenza di filler. Quindici pezzi per sessantuno minuti che mi sono sembrate quattro interminabili ore. Qui non si tratta di sforbiciare qualcosa, ma proprio di eliminare mezzo, inutile disco che, e lo dico da nostalgico di quegli anni, per cinque sei canzoni potrebbe essere ottimo, ma che alla lunga diventa noioso ed estenuante, tra lenti fotocopia e pezzi senza mordente che guardano anche al pop-country.

lunedì 14 novembre 2022

The Trip (2021)



Due coniugi in crisi si recano in una sperduta località montana per tentare di riavvicinarsi, confidando nella solitudine di un'isolata baita di famiglia. Lars, il marito, ha in realtà progettato il cruento omicidio della moglie fedigrafa. Ciò che ignora è che anche lei ha un piano piuttosto ostile nei suoi confronti. I rispettivi programmi della coppia verranno stravolti da un evento tanto imprevedibile quanto devastante.


Commedia nera norvegese violenta e a forti tinte splatter, The trip è il settimo film di Tommy Wirkola, un regista che, tra alti e bassi, ha sovente caratterizzato la sua opera proprio attraverso i generi sopra menzionati (Dead snow 1 e 2; Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe). 
Per The trip (dove il regista è anche co-sceneggiatore) Tommy raggiunge probabilmente il suo acme, in un tripudio di cattiveria, azione, sadismo, iper-violenza, talmente iperbolici da risultare, a seconda dei momenti, grotteschi o "fumettosi". 

Bene i protagonisti principali, Noomi Rapace (Lisa, la moglie) e Aksel Hennie (Lars, il marito) nell'interpretazione di due character atti a distruggere l'istituzione borghese del matrimonio, con una determinazione e una freddezza tali da consigliarne la visione come estremo tentativo di terapia di coppia. 
The trip è uno di quei film da guardare lasciandosi trasportare dal ritmo, dal montaggio, dai flashback e flashforward, dai colpi di scena, senza stare a contare i peli del culo alla verosimiglianza. 
E, al netto dei difetti, anche se avrei preferito un finale più cattivo, in linea con quello che è la narrazione di tre quarti della pellicola, posso dire con convinzione che erano aaanni che non mi divertivo così con un film di questo genere.
Guardalo.


Netflix


lunedì 7 novembre 2022

Michael Monroe, I live too fast to die young (2022)

 

La storia della musica rock è fitta di "what if". Uno di essi concerne sicuramente gli Hanoi Rocks. Cosa sarebbe successo se il batterista Razzle non fosse morto prematuramente (nel noto incidente automobilistico assieme a Vince Neil, che guidava), causando indirettamente lo scioglimento della band, al suo apice? Nessuno può dirlo, non è da escludere che le tre forti personalità degli Hanoi (Michael Monroe, Andy McCoy e Sami Yaffa) fossero comunque arrivate al capolinea, ma tant'è. Dopo il disbanded, dei tre, il frontman Monroe è quello che, senza dubbio, è riuscito a ritagliarsi la carriera solista più solida o quantomeno più esposta ai riflettori, con dodici album titolati a proprio nome (più tre, negli anni zero, con la reunion degli HR). 

Ultimo della schiera questo I live too fast to die young (titolo da true rocker, copertina full eighties) che ha dalla sua una manciata di pezzi veramente convincenti capaci di restituire lustro allo sleaze, ma forse sarebbe meglio dire al rock stradaiolo tutto. Vero è che per noi vecchi arnesi del novecento l'interezza di un album ha una sua sacralità, però cazzo un album di rock and roll abbisogna di una partenza a razzo, due tre pezzi che ti fanno rizzare le orecchie, soprattutto da quando siamo inondati in maniera bulimica di proposte musicali. Monroe probabilmente lo sa, e ci accontenta con una doppietta iniziale da manuale: Murder the summer of love e Young drunks and old alcoholics, due pezzi che fossero usciti nei settanta o negli ottanta avrebbero avuto ben altra visibilità e riscontri, ma che, anche nel 2022  rischiano comunque di mandare in depressione e far deporre le chitarre per manifesta inferiorità a tante giovani bands.

Il gruppo che accompagna Matti Antero Kristian Fagerholm (nome completo di battesimo del nostro) è ormai consolidato e, tra gli altri, vede al basso il vecchio sodale Yaffa (tra l'altro anche lui reduce da un disco a proprio nome). In aggiunta al personnel, sulla title track, altro pezzo anthemico che nello spirito tanto sarebbe piaciuto ai Motorhead, l'ospitata di Slash che paga un pezzettino di tributo ad una delle sue band di riferimento giovanile. L'album è concepito in pieno spirito pre-playlist/spotify e gode per questo di un perfetto bilanciamento tra tracce tirate e momenti introspettivi o midtempo, nei quali è bannata la banalità dei testi e basta ascoltare Derelict palace, Antisocialite o Dearly departed per rendersene conto. 

Insomma I live too fast to die young è un disco dannatamente buono, che rimette con l'arroganza data dalla sicurezza dei propri mezzi lo sleaze sulla mappa. Valuta tu se sia un bene o un male che a realizzarlo sia un'icona, un "sonic reducer" dei tempi d'oro di questo genere e non un giovane virgulto, ma in ogni caso dagli una chance perchè se l'è meritata sul campo.

giovedì 3 novembre 2022

MES CHOSES PRÉFÉRÉES: settembre e ottobre 2022

ASCOLTI

Thundermother, Black and gold
Megadeth, The sick, the dying... and the dead!
Ozzy Osbourne, Patient number 9
Manuel Agnelli, Ama il prossimo tuo come te stesso
Yeah Yeah Yeahs, Cool it down
Dexter Gordon, Our man in Paris
Rosalìa, Motomami
Wet Leg, S/T
Molly Nilsson, Extreme
The Cult, Under the midnight sun
Cècile McLorin Salvant, Ghost song
Marracash, Noi, loro, gli altri
Nova Twins, Supernova
AAVV, Office space (soundtrack)
Skid Row, The gang's all here
Dropkick Murphys, This machine still kill fascists
Osserp, Els nous cants de la sibil .la
Machine Head, Of kingdom and crown
Michael Monroe, I live too fast to die young

Playlist - Monografie

AAVV, Rap & Hip Hop 80's e 90's
Lucio Dalla, Quattro tempi
Stan getz
Primus
Ryan Adams


VISIONI

Zombies in love (3/5)
Men (4/5)
Senza paura (2000) (2,5/5)
Samaritan (2/5)
Cattivi e cattivi (3/5)
Non escludo il ritorno (2,75/5)
Il lupo (2007) (3,25/5)
The expatriate (2,5/5)
Rosanero (2,5/5)
Gli idoli delle donne (2/5)
Si vis pacem para bellum (3/5)
Capitano Koblic (3,75/5)
Sotto lo zero (2021) (3,5/5)
The gray man (2/5)
La banda dei tre (2021) (2,75/5)
Uncharted (1/5)
Scream 5 (2,5/5)
Fuga da Los Angeles (4/5)
Il talento di Mr. C (3/5)
Hollywoodland (3/5)
Omicidio nel West End (3/5)
Friday night lights (3,75/5)
Impiegati...male (3/5)
Prove apparenti (2,75/5)
Full time - Al cento per cento (3/5)
The contractor (3/5)
Bullet head (2,75/5)
La fuga (1947) (4/5)
70 binladens (3,25/5)
La cena delle spie (2,5/5)
I vivi e i morti (3,5/5)
Sweet 16 (2002) (3,5/5)
Tassisti di notte (3/5)
The pusher (2004) (3,25/5)
Il peggior lavoro della mia vita (2/5)
Kristy (3/5)
Velvet buzzsaw (2,5/5)
Coffee and cigarettes (3/5)
The lobster (4/5)
Dark crimes (2/5)
The good nurse (2,5/5)
On the line (2/5)
















Visioni seriali

The Boys, 3 (3,5/5)
Succession, 1 (3,5/5);  2 (3,75/5)

LETTURE

Georges Simenon, I fantasmi del cappellaio 
Edward Bunker, Educazione di una canaglia

lunedì 31 ottobre 2022

Di Si vis pacem para bellum (2016) e di Stefano Calvagna

Stefano è un criminale al soldo di un potente uomo d'affari romano in odore di malavita. Per lui svolge ogni tipo di commissione violenta, dal pestare al gambizzare, fino all'omicidio. Per il resto conduce una vita anonima e solitaria, formalmente fa il buttafuori di un locale (dello stesso imprenditore) e frequenta una palestra. Ha un suo contorto senso della giustizia e infatti, durante una delle tante cene solitarie in un ristorante cinese, difende una cameriera dall'aggressività di un gruppo di teppistelli e da quell'episodio nasce con lei una storia destinata a cambiargli il corso della vita.

Scrivo di Si vis pacem para bellum (il noto motto latino se vuoi la pace prepara la guerra) per parlare di un regista italiano che ho scoperto di recente, vero e proprio lupo solitario (come lo definisce il critico Francesco Alò) del cinema italiano, con uno sconfinato amore per il cinema che l'ha portato, sempre in condizioni di micidiali ristrettezze economiche, a girare venti film in vent'anni. 
Una vita, la sua, autenticamente avventurosa iniziata con una formazione americana (New York - Actor's studio - e Los Angeles dove ha girato episodi di Beverly Hills 90210) e proseguita costantemente in trincea, durante la quale ha subito agguati a colpi di pistola, processi e finanche detenzione (con successivo proscioglimento con formula piena) nonchè di stridenti contraddizioni che lo vedono al tempo stesso ultras (della Lazio con orientamento politico affine) ma anche estimatore, come emerge chiaramente nelle sue opere,  di neorealismo, Pasolini e Caligari (oltre che di Lenzi, Di Leo e Melville).

Posto il contesto di assoluta indipendenza artistica e di conseguenti bassi budget, a chi volesse entrare nel suo mondo cinematografico consiglio di non fermarsi ad un unico film, perchè si correrebbe il rischio di valutarne superficialmente solo la povertà dei mezzi, ma di guardarne una manciata, approfittando di Prime Video, che nel suo catalogo ne ospita ben tredici. In questo modo, viaggiando tra i generi (non solo noir, ma anche drammi, commedie e biopic) si riesce ad avere una visione più piena e rotonda dell'opera di Calvagna. 
Io fino ad oggi ne ho visti sette (l'esordio del 2000 Senza paura, Il lupo, Non escludo il ritorno - il biopic sugli ultimi anni di Califano, nel quale recita in un cameo anche Michael Madsen, fan dichiarato di Calvagna - , La fuga, Cattivi e cattivi, Baby gang - con attori non professionisti - e infine la pellicola di questo topic), non tutti riusciti o quadratissimi, spesso "sporchi" ed imperfetti, ma con la costante di una chiara idea di cinema perseguita con tenacia, fame e tensione artistica.

Si vis pacem para bellum è un classico noir metropolitano con i protagonisti cinici e disillusi dalla vita, ma che in fondo non hanno smesso di sperare in un'occasione di riscatto dal disincanto quotidiano. Insomma il motore di tutto il cinema noir americano degli anni quaranta/cinquanta e di quello francese (noir/polar), ma dentro l'ambientazione di una periferia romana sporca, senza senza regole, onore o leggi. 
Nel cast, oltre allo stesso Calvagna nel ruolo del protagonista, da segnalare la presenza di Massimo Bonetti qui al terzo ruolo con il regista dopo Il lupo e Cattivi e cattivi

Nonostante la fede politica di destra, totalmente opposta alla mia, ho maturato apprezzamento e in qualche modo affetto per il lavoro ostinato, sfrontato, coraggioso e indipendente di Calvagna, oltre ad una condivisione delle sue analisi sul cinema italiano, anestetizzato dai soliti due tre argomenti dei soliti due tre nomi i cui progetti regolarmente ricevono finanziamenti pubblici, mentre chi si arrabatta e riesce miracolosamente a girare, produrre e distribuire (anche nelle sale) un film all'anno viene costantemente tenuto ai margini. Non c'è posizionamento politico in questa considerazione, solo un'amara, necessaria, dolorosa constatazione sullo stato dell'industria (???) del cinema italiano.

Prime video

lunedì 24 ottobre 2022

Victoria Mary Clarke e Shane MacGowan, Una pinta con Shane MacGowan


Nel totale disinteresse degli editori italiani verso la biblografia sui Pogues (sono sempre speranzoso che qualcuno si decida a tradurre e pubblicare almeno Here comes everybody, la storia della band scritta dal membro James Fearnley) spicca, anche per una discreta esposizione mediatica, la recente pubblicazione in Italia de Una pinta con Shane MacGowan, che sarebbe anche uscito in prima edizione oltre vent'anni fa, ma, vista la totale lacuna editoriale sui Pogues, non è proprio il caso di cercare il pelo nell'uovo. Come spiega nell'introduzione Victoria Mary Clark, la curatrice del volume nonchè compagna di vita di Shane, il progetto nasce come una canonica biografia, fatto salvo che, una volta sbobinate le centinaia di ore di interviste e dato forma al testo, VMC si è trovata davanti ad un risultato troppo pulitino che strideva rispetto al mood di "spontaneità macgowaiana" delle interviste. Per questa ragione ha cambiato impostazione, ed ha trascritto integralmente il contenuto delle interviste con il marito. Il risultato è sicuramente interessante e, dato il cattivo rapporto di Shane con stampa e critici, ci permette di entrare sostanzialmente per la prima volta nella sua complicatissima testa. 

I primi anni di vita del giovane MacGowan sono rielaborati con nostalgia ed affetto, nonostante un'educazione sui generis, nella quale gli veniva concesso qualunque vizio, incluso quello di bere alcolici e superalcolici in età prescolastica (e insomma, qualche attenuante per le sue tante dipendenze future, forse ce l'ha), ma vissuta felicemente per lo stile di vita da fattoria, i tanti parenti attorno, gli animali, la libertà della campagna. 

La parte che ho trovato più interessante della biografia è quella del periodo punk di Shane, che era al posto giusto (Londra) al momento giusto (1976/77) e che ritiene, non è l'unico, che il movimento punk, quello vero, quello pericoloso per le band e per chi si atteneva ai quei codici di outfit, sia durato giusto una manciata di mesi. E' questo un periodo in cui le risse e le imboscate sono all'ordine del giorno, e Shane impara (e ci spiega) come comportarsi una rissa, come darle e come incassare. 

Il racconto sul periodo Pogues è purtroppo carico di tensioni e di rancore. Verso Elvis Costello, verso gran parte del resto del gruppo, in qualche caso ritenuto anche tecnicamente inadeguato (Jem) e verso la produzione discografica a lui imposta che, dopo If I should fall from grace with god (terzo della discografia), è andata in una direzione contraria a quella desiderata da Shane, che arriva esausto e disinteressato agli ultimi tour. Costanti del racconto dell'irlandese sono digressioni culturali e letterarie, magari non sempre a fuoco, ma che dimostrano il suo cospicuo bagaglio culturale. E' raro trovare memorie di rockstar infarcite di comparazioni tra Joyce, Beckett o Behan. Meno anomalo, ma comunque non così diffuso, è anche l'amore di Shane per ogni tipo di genere musicale, in un range che, oltre a quelli ovvi (punk, traditional, folk) si sposta imprevedibilmente dal soul, al reggae al cajun, giusto per limitarsi a qualche esempio.

Insomma il libro funziona, anche se a tratti si impantana un pò, a mio avviso per l'eccessiva invadenza della curatrice (la Clarke) che interrompe non sempre opportunamente il flusso di coscienza del marito, talvolta anche in maniera irritante ed inutile, quasi nell'inconsapevole intento di mettere sè stessa e non Shane sotto i riflettori. 
Ovvio che, trattandosi dell'unico volume tradotto in italiano su Shane (e, indirettamente, sui Pogues), non sono queste facezie ad impedirmi di consigliarne caldamente la lettura.

lunedì 17 ottobre 2022

Capitano Kòblic (2016)


Argentina 1977. Il capitano della marina argentina Tomas Kòblic è ai comandi, a sua insaputa, di uno dei tanti, tragici, famigerati, voli della morte, in cui gli sgherri della dittatura fascista gettavano in mare i prigionieri politici (ancora vivi) per far sparire i corpi. Sconvolto da tanta atrocità, Kòblic diserta e, per nascondersi alle autorità militari,  si rifugia nella pampa argentina più povera e dimenticata, aiutato da un vecchio amico che possiede una piccola compagnia aeronautica di disinfestazione dei campi.

La ferita della dittatura del generale Videla, il cui colpo di stato organizzato dagli USA di Henry Kissinger mise al potere l'esercito e diede il via a persecuzioni, imprigionamenti, torture, uccisioni e desaparecidos, è, necessariamente, sempre aperta, nel popolo argentino. 
In attesa di vedere il recentissimo Argentina, 1985, ho recuperato questo film di qualche anno fa, che con Argentina, 1985 condivide il protagonista: l'immenso Ricardo Darìn. 
Partendo dai drammatici fatti di quegli anni, il regista Borensztein, ambienta le vicende del protagonista in una classica terra di frontiera, dove il tempo sembra non essere mai passato e non passare mai e dove c'è l'omologo dello sceriffo che ha potere di vita e di morte sulla povera gente. In pratica un western (analogia esplicitata dalla sequenza clou verso la conclusione del film), ma anche, per l'angosciante sensazione del protagonista di non avere vie d'uscita, un noir d'altri tempi. 
Superfluo affermare come Darìn sia perfetto nel ruolo, interpretato per sottrazione, perchè tanto l'attore argentino lo è sempre, impeccabile. Ma convincente lo è pure, nella sua placida perfidia, il villain Velarde, interpretato con misura da Oscar Martìnez. 

Anche se gioca coi generi sopra citati, Borensztein tiene sempre salda la leva del cinema di denuncia, e quando, nel flashback finale, vengono mostrate per intero le vicende che hanno portato Koblìc alla diserzione, deflagra tutto il dramma degli oppositori argentini e, con esso, l'atroce, ottusa, implacabile brutalità dei bastardi agli ordini di Videla.

Il film è consigliato, soprattutto, a chi queste cose ancora non le conosce o, peggio, a chi le ha giustificate nel nome di una democrazia da esportare che nascondeva ben altri obiettivi politico-economici.


Prime Video

lunedì 10 ottobre 2022

Ministri, Giuramenti (2022)


Dopo un EP, Cronaca nera e musica leggera, che nelle intenzioni doveva fotografare una fase creativa di maggiore introspezione e che invece, a seguito di covid e blocco forzato delle attività, è venuto fuori ancora più incazzoso del solito, per i Ministri erano maturi i tempi per il ritorno al formato full lenght, atteso da quattro anni. 
Allora il titolo dell'album era Fidatevi, oggi è Giuramenti, quasi a cercare una totale sintonia fideistico-emozionale con il proprio pubblico. 

Il nucleo storico della band (Davide Autelitano - voce e basso - ; Federico Dragogna - chitarre -  e Michele Esposito - batteria - ) è arrivato alla soglia dei quarant'anni d'età ed è evidente che l'approccio creativo non può e non deve essere quello di venti anni fa, ma ciò che definisce l'onestà intellettuale di un artista è anche la capacità di bilanciare l'impeto giovanile con la riflessione acquisita col passare del tempo, e in questo credo che Giuramenti sia un disco perfettamente riuscito. 
I testi dei nove pezzi (per trentacinque minuti di durata) contenuti nel lavoro sono, come da tradizione, riluttanti inni generazionali che sembra volino lontano, nel surreale, per poi piazzare improvvisa e dolorosa la coltellata nelle carni marcie di un Paese ("arrivi a fine mese / solo se è febbraio" da Numeri) sordo ad ogni richiesta di aiuto del tessuto sociale.
Dal punto di vista stilistico rabbia e rassegnazione si alternano, in una raccolta di canzoni che a mio parere contiene almeno tre pezzi tra i migliori mai incisi dai Ministri (Scatolette; Documentari; Numeri) e che riesce comunque a mantenere, anche nella restante tracklist, il solito livello d'eccellenza cui la band ci ha abituati, in ambito indie italiana.

Siamo in un periodo storico atroce, dopo più di mezzo secolo torniamo a lambire un rischio che pensavamo archiviato per sempre, quello dell'utilizzo di armi atomiche. Gli artisti possono recitare un ruolo prezioso nel prendere posizione e raccontare lo smarrimento di tanti davanti ad una spirale che sembra senza fondo. 
Questo compito, un pò come Guccini che in Eskimo poteva permettersi di cantare  "tu giri adesso con le tette al vento / io ci giravo già vent'anni fa", i Ministri lo svolgono da sempre, visto che attraverso titoli quali  "I soldi sono finiti" e "Tempi bui", tre lustri fa cantavano di uno strisciante disagio generazionale che, nel frattempo, si è fatto esplosivo.
Basterebbe questo, ma non possiamo dimenticare l'instancabile contributo alla musica altra italiana, che non si rassegna ai personaggi preconfezionati perfetti, anche nelle provocazioni, per le prime serate televisive o per Sanremo.
Viva i Ministri!

lunedì 3 ottobre 2022

George Simenon, I fantasmi del cappellaio (1949)


Fine anni quaranta, la cittadina francese di La Rochelle vive nel terrore per la presenza di un assassino che sta uccidendo una dopo l'altra donne anziane. Kachoudas, un sarto immigrato armeno, scopre casualmente un indizio che sembra accusare per gli omicidi seriali il rispettabilissimo e ben inserito cappellaio del paese, Leon Labbè.

I fantasmi del cappellaio è considerato uno dei più importanti libri noir di tutti i tempi. E' un romanzo che esula dal ciclo di storie che Simenon ha scritto con protagonista Maigret e, forse, proprio per questo, lo scrittore francese ha potuto operare in piena libertà e, soprattutto, fuori dai canonici tempi/vincoli delle indagini poliziesche. A dimostrazione di ciò, la tensione che regge la storia non è costruita sul mistero dell'identità dell'assassino che, prima ancora ci si cali nel mood della narrazione, è sostanzialmente svelato a pagina otto. Piuttosto Simenon il meglio lo dà nel raccontare, dalla soggettiva del cappellaio, la quotidianità di due personaggi, Labbè e Kachoudas, teoricamente divisi solo da una stessa strada, al punto che , tende permettendo, riescono a vedere uno nelle stanze dell'altro, vivendo così un pò nella pelle del rispettivo dirimpettaio, ma in realtà separati da una solida barriera sociale.

Questa condizione è descritta efficacemente dall'autore, che si sofferma sulle classi dei due protagonisti: quella del cappellaio, benestante e ben inserito negli ambienti locali, e quella del piccolo sarto, al contrario emarginato e tenuto a debita distanza, anche quando tenta di confondersi tra gli altri avventori al Cafè des colonnes, abituale ritrovo degli uomini del posto.  Una condizione che però, chissà, per Kachoudas potrebbe mutare, grazie alla taglia di ventimila franchi promessa a chi darà indizi concreti alla polizia per debellare la minaccia del serial killer. Una polizia che, a differenza dei settantacinque romanzi con protagonista Maigret, viene tratteggiata come incompetente e, impersonata dal commissario Pigeac, vanesia e ottusa. 

Simenon mostra la psicologia del serial killer con una modalità in netto anticipo su molta letteratura di genere a venire, scavando nell'impulso ad uccidere dell'assassino ben oltre il compimento del suo piano razionale, che, infatti, quando termina gli lascia un senso di vuoto, così come in anticipo sui tempi è la descrizione, anche qui lasciata tra le righe, dell'inconscio desiderio di essere catturato. 

L'edizione di Adelphi che ho letto riserva poi una sorpresa a quanti, come faccio io abitualmente, si immergono nella lettura senza vivisezionare indice o appendici del libro. La narrazione si conclude infatti a "sorpresa" quando mancano una settantina di pagine alla conclusione del volume, lasciandoti di sasso. Il motivo è presto detto: in coda al romanzo l'editore ha aggiunto la prima stesura di Simenon, dal titolo Il piccolo sarto e il cappellaio, molto più breve, che si fa apprezzare per il rovesciamento della prospettiva, da Lubbè a Kachoudas, e per un finale differente. Anzi, un doppio finale, perchè l'autore, evidentemente irrequieto sullo sviluppo della sua storia, ha sviluppato una conclusione alternativa (anch'essa presente in questa edizione). 
Entrambe le conclusioni non valgono comunque quella drammatica e amara, della versione definitiva.