giovedì 13 maggio 2021

Rifkin's Festival


La coppia americana composta dall'anziano critico cinematografico ed ex insegnante di settima arte, Mort Rifkin, e la più giovane moglie, manager cinematografica, Sue, è a San Sebastian, in Spagna, per seguire il locale festival cinematografico. Sue è lì per lavoro in quanto rappresenta un regista francese in forte ascesa, mentre Mort, che non esercita più l'attività di critico, segue la moglie per il sospetto che lei abbia una tresca proprio con il regista francese.

Sono particolarmente felice che Woody Allen sia riuscito, nonostante il feroce e bieco ostracismo del cinema americano (sulle cui cause mi sono sufficientemente espresso qui), e grazie all'imperituro affetto dell'Europa, a portare a termine il suo cinquantesimo film da regista (in cinquantacinque anni). Lo sono poi doppiamente perchè sono riuscito a vederlo in sala.

Rifkin's Festival è un film che, anche ad occhi chiusi, limitandosi ai dialoghi (ma anche al contrario, senza audio e limitandosi alle immagini), rientra inequivocabilmente nell'ambito della cifra stilistica e filosofica di Allen. Questa volta le caratteristiche tipiche di Woody (eccentricità, nevrosi, insicurezza, cinismo) sono impersonate efficacemente dal noto caratterista Wallace Shawn (Mort), mentre la controparte solare, giovane, intraprendente, passionale della moglie è affidata a Gina Gershon. La narrazione, mostrata attraverso le suggestive immagini della cittadina basca ed enfatizzate dalla fotografia di Vittorio Storaro, prende spunto dal matrimonio ormai logoro dei due, ma in realtà, tra le altre cose, posiziona in maniera netta il pensiero del regista su taluni "fenomeni" del cinema moderno e, per antitesi, sul suo amore verso i classici di quest'arte. Allen compie la scelta di manifestare la sua passione per la grande epopea del cinema del passato, in particolar modo quello europeo, attraverso i sogni (in bianco e nero) del suo alter-ego Mort, che, a volte in tono ironico, altre didascalico, si trova proiettato in prima persona dentro capolavori come Quarto potere, Jules e Jim, Il settimo sigillo, 8 1/2 , Fino all'ultimo respiro ed altri (qui la lista completa delle pellicole rievocate).

Non il migliore film di Allen, ma una pellicola deliziosa che ancora una volta fa riflettere con leggerezza su grandi temi esistenziali, sul valore del cinema e su "stronzate tipo la famiglia a cui ci affidiamo per dare un senso alla nostra esistenza", con il valore aggiunto di un breve ma indimenticabile cameo di Chistoph Waltz, cui va riconosciuto il coraggio e la scelta controcorrente di fare ciò che terrorizza gli altri grandi nomi di Hollywood: partecipare ad un film di Woody Allen nel 2020.

lunedì 10 maggio 2021

Saxon, Inspirations

Siamo a maggio e non avevo ancora recensito un disco del 2021. So di dare un dispiacere alle mie folte legioni di lettori, ma è altamente improbabile che con il ritardo accumulato possa uscire, a fine anno, il consueto consuntivo sui migliori dischi. Va beh, ce ne faremo una ragione.

Ma torniamo a noi e a questo focus sul ventitreesimo album dei miei amati Saxon, che, a quarantadue anni dal loro esordio, offrono al proprio pubblico la prima  raccolta interamente composta di cover. Ecco, la recensione rischia di essere davvero sintetica e mi brucio subito il giudizio finale: siamo di fronte probabilmente al prodotto più sciatto e svogliato della carriera degli inglesi. 
Perchè Biff, realizzare un disco così? D'accordo la pretesa di tributare un riconoscimento agli eroi di gioventù, ma non si potevano compiere scelte diverse a partire dalla selezione delle canzoni, evitando di mettere in fila con piglio scolastico una serie di "greatest hits" al pari di una cover band alle prime armi, con risultati tra il superfluo e l'imbarazzante (Immigrant song dei Led Zeppelin, Hold the line dei Toto)? Perchè non sforzarsi di individuare nel repertorio dei Deep Purple o dei Rolling Stones qualche pezzo meno sputtanato di Speed king e di Paint it black da far conoscere ai propri fan più giovani? 
Perchè pubblicare una performance come questa, senza guizzi e con versioni che richiamano quelle originali, ma suonate peggio?
A fine ottanta i Saxon avevano avuto l'ultimo scampolo di notorietà fuori dalla platea metal con la cover di Ride like the wind di Christopher Cross, ecco, l'esempio di quella intelligente intuizione è stato completamente dimenticato da Byford e soci, che si sono andati ad impelagare in un'operazione priva di ispirazione (altro che "inspirations"), senza alcun contenuto artistico e che, ovviamente, non ha raggiunto alcun risultato commerciale.

Se volete conoscere le canzoni delle altre band tributate nel disco cercate su wikipedia, per quanto mi riguarda ho dedicato già troppe parole a questa ciofeca.

giovedì 6 maggio 2021

Ritorno al cinema, parte 3 (+ Nomadland)

Se c'è un argomento, dopo tanti tentativi di lanciare rubriche seriali presto abortiti, che mai avrei voluto diventasse oggetto di post seriali è proprio questo. E invece siamo arrivati alla terza volta in dieci mesi cui mi trovo a celebrare il mio ritorno alla sala (qui e qui i primi due "capitoli") dopo un lockdown. Tra l'altro, a differenza delle riaperture estive, questa volta non tutti i cinema hanno deciso di tornare ad accogliere gli spettatori il 26 aprile, primo giorno di zona gialla, a causa della reticenza dei distributori che, non riponendo fiducia negli spettatori, preferiscono il più rassicurante guadagno garantito dallo streaming. Non ha riaperto per esempio il meraviglioso Arcadia di Melzo (al momento di scrivere ancora chiuso) mentre, per mia fortuna, ha fatto la scelta opposta la catena Anteo, che ha un multisala anche nella mia città e che è ripartito riempiendo tutte le sue sale tra film di repertorio e novità, con i fiori all'occhiello Minari e Nomadland, freschi di Oscar.  Ovviamente non mi sono fatto scappare l'occasione di vedere su grande schermo il film della Zhao, che attendevo con trepidazione sin dal suo passaggio a Venezia 2020.

Empire, Nevada è una cittadina che sopravviveva in simbiosi con la locale fabbrica. Con la chiusura dello stabilimento, anche la località si è spenta e progressivamente svuotata. Fern resiste con il marito finchè può, ma, quando anche lui muore, prende una decisione radicale: vivere su di un furgone attrezzato da casa mobile, spostandosi per gli Stati e passando da un lavoro all'altro per avere di che vivere. La donna scoprirà un diverso livello di libertà e, assieme ad esso, un complesso universo di persone che hanno fatto la medesima scelta.

Adattamento cinematografico del libro omonimo di Jessica Bruder, Nomadland è un'opera molto particolare che tocca temi drammatici quali la solitudine, la povertà, l'emarginazione e la deriva sociale, restituendoceli però dentro uno scenario di grande umanità, aiuto solidaristico e dignità, che si intreccia con la scelta consapevole che questa comunità ha compiuto. Simbolo di questa scelta di vita è Fern (Frances McDormand), sempre pronta a dare una mano e a condividere il poco che ha, ma al tempo stesso orgogliosamente aggrappata al suo status di loner che le impedirà di accettare offerte di vita stanziali e finanche la ricostruzione di un percorso sentimentale. 

Il film è girato in stile quasi documentaristico, con molto utilizzo della macchina a mano e sicuramente la sensazione di assistere ad un reportage è enfatizzata dalla scelta neorealistica della regista Chloè Zhao di utilizzare, tra gli attori, alcuni reali "nomadi" (Swankie, Linda May, Bob Wells), persone cioè che vivono davvero, quotidianamente, il percorso di fantasia di Fern. La comunità errante qui rappresentata si muove con traiettorie disomogenee ma che seguono sempre la mutevole geografia da Stato a Stato dei lavori stagionali, che si tratti dei picchi natalizi di Amazon (contesto che apre il film), la raccolta delle patate o il lavoro nei fast food. E' dentro i parcheggi, spesso messi a disposizioni dalle multinazionali, nei tempi morti tra un turno e l'altro, che questa popolazione ciclicamente si trova, cementando i rapporti, le amicizie, i momenti conviviali, le feste, ricorrendo finanche al baratto. 

Il grande merito di quest'opera e dello sguardo analitico, ma mai moralistico, della regista, è l'intuizione di svelare al mondo una modalità alternativa di un'american way of life figlia tanto dell'ultima crisi economica quanto erede del nomadismo dei primi pionieri del XIX secolo, con la differenza sostanziale che per i pionieri il nomadismo era una condizione transitoria in attesa di una prospettiva stanziale, mentre per i nuovi itineranti  la scelta, dettata da condizioni disperate, progressivamente diventa, per molti, irrinunciabile. 
Un messaggio autenticamente anti-consumista e anti-capitalista lanciato contro l'America trumpiana che speriamo di esserci lasciati alle spalle.

lunedì 3 maggio 2021

MFT, marzo aprile 2021

ASCOLTI

Ryan Adams, Wednesdays
Hatebreed, Weight of the false self
Steve Earle, J.T.
Bob Dylan, Rough and rowdy ways
Billie Joe Armstrong, No fun mondays
Mariachi El Bronx, Musica muerta vol. 1
Garland Jeffreys, Escape artist
Great Big Sea, XX
Maneskin, Teatro D'ira
Vinnie Vincent Invasion, ST 1986
Joe Strummer, Assembly
Cathal Coughlan, Song of co-Aklan
Rob Leines, Blood, sweat and beers
Sister, Stand up, forward, march!
Shane MacGowan, The snake e Crock of gold
Saxon, Inspirations
Thunder, All the right noises
Atrocity, Werk 80
Riot City, Burn the night
Eyehategod, A history of nomadic behavior
Alice Cooper, Detroit stories
Helloween, Keeper of the seventh keys, part 2
Cannibal Corpse, Violence Unimagined
Nick Waterhouse, Promenade blues
Reo Speedwagon, The hits
Rob Leines, Blood sweat and beers
Dropkick Murphys, Turn up that dial
Royal Blood, Typhoons
Gojira, Fortitude
Liquid Tension Experiment, 3
Downtown Boys, Full communism
Offspring, Let the bad times roll
Greta Van Fleet, The battle at the garden's gate
Smith Kotzen, S/T
Hope Dunbar, Sweetheartland
Cheap Trick, In another world
Eric Church, Heart
Eric Church, &
Eric Church, Soul


Playlist/Monografie

The Pogues
Metal 80/89
Accept 80/86

VISIONI

La spirale della vendetta (2,5/5)
Nancy (3,25/5)
The General (4/5)
La mia banda suona il pop (1,5/5)
The Lincoln lawyer (2/5)
Capone (2,75/5)
State of play (2,75/5)
Man on fire - Il fuoco della vendetta (2,75/5)
La meccanica delle ombre (3/5)
Bastardi a mano armata (2,5/5)
True story (3/5)
The signal (3,25/5)
I bambini di Cold Rock (3,5/5)
Anna (2,25/5)
The void (3,5/5)
Nico, 1988 (4/5)
Night hunter (2/5)
Zack Snyder's Justice League (2,75/5)
Eva (3,5/5)
Bronx (Rogue City) (4/5)
The foreigner (3,25/5)
13 peccati (3,25/5)
Asher (2,75/5)
Delitti perfetti (The legend of Barney Thompon) 3,75/5
L'uomo invisibile (3/5)
Firestorm (3,75/5)
Star Wars: Il risveglio della forza (3/5)
Calibro 9 (3/5)
Election 2 (4/5)
Shin Godzilla (3,5/5)
Bushwick (3,5/5)
Bubba Ho-Tep (3,5/5)
Inheritance (2,25/5)
Antebellum (3,75/5)
Detroit (4/5)
Starred up - Il ribelle ( 3,75/5)
L'uomo dai mille volti (3,5/5)
Transsiberian (3,5/5)
Miss Marx (3,75/5)
La resistenza dell'aria (3,5/5)
Tutti i soldi del mondo (3/5)
Oscar insanguinato (3,5/5)
Into the ashes (3/5)
Foxcatcher (3,5/5)
Star Trek (2009) (3,5/5)
Star Trek - Into darkness (3,75/5)
The head hunter (3,5/5)
Lady Vendetta (4/5)
La cura dal benessere (3,75/5)
Siberia (2018) (2/5)
Suspiria (2018) ( 3,75/5)
L'occhio che uccide (1960) (4,5/5)
Night in paradise (3,5/5)
Senza rimorso (2/5)
Nomadland (3,75/5)

Visioni seriali

Better call Saul: 4 (3/5); 5 (3,5/5)
Peaky Blinders: 2 (2,75); 3 (2,5/5); 4 (2,5/5)
Ozark: 2 (3,25/5); 3 (3,25/5)

LETTURE

James Fearnley, Here comes everybody: The story of the Pogues

giovedì 29 aprile 2021

SeriaLmente parlando

Dopo un periodo di sostanziale alienazione dalle serie TV, con giusto qualche toccata e fuga ad una manciata di titoli, ma sempre e solo limitatamente alle prime stagioni (nell'arco temporale di due anni Strange things; Absentia; Broadchurch; Black Mirror; American gods; Farina; Sneaky Pete; Goliath), ho deciso di togliermi lo sfizio di andare a fondo di qualche produzione che da tempo amici e colleghi mi segnalavano. Le riassumo tutte qui, visto che non ho di che dilungarmi.


Suburra (tre stagioni 2017/2020 - conclusa). Una produzione che, dopo le eccellenze Romanzo criminale e Gomorra, segna un fragoroso passo indietro qualitativo nella serialità crime italiana, infatti nonostante il cast importante (Alessandro Borghi è indubbiamente uno degli attori migliori che abbiamo, Francesco Acquaroli si sta reinventando in maniera convincente, Nigro è bravo e la Gerini è in una fase di carriera sorprendente) il tessuto narrativo arranca costantemente, con l'apoteosi di inverosimiglianza dell'ultima stagione. Peccato.


Peaky Blinders (cinque stagioni 2013/2019 - sesta in attesa di conferma). La saga della famiglia criminale degli Shelby, ambientata a Birmingham nel dopoguerra del primo conflitto mondiale, è probabilmente la serie che più mi è stata caldeggiata da colleghi e conoscenti e che più si è rivelata una delusione, sotto ogni punto di vista. 
A partire dalla messa in scena, totalmente asservita al protagonista Cillian Murphy e al florilegio di primi piano a lui dedicati , nonchè resa ridondante dalla vana ricerca di un'epicità che si traduce unicamente nell'abuso dell'effetto slow motion (quante camminate dei blinders che procedono allineati coi cappotti neri svolazzanti ci siamo dovuti sorbire in cinque stagioni?) e, quindi, mai trovata. Il tutto insomma appare troppo precisino e fighetto per il contesto di sporcizia narrato, senza considerare che molti dei plot sono inverosimili, con situazioni disperate che vengono risolte in uno schiocco di dita in virtù di intuizioni che girano ben al largo dalla sospensione dell'incredulità. Salvo il tentativo di portare a conoscenza del grande pubblico la tragedia dei giovani che tornavano devastati dalle trincee, ma, nel complesso, non fosse stato per i cammeo del gangster ebreo interpretato da Tom Hardy non so se avrei resistito fino alla fine (della quarta stagione, perchè alla quinta ho rinunciato). 
Una roba da onanisti che ha l'unico merito (?) di aver in qualche modo condizionato i costumi (li vedete no, tutti quei tamarri coi tagli di capelli alla Shelbys e tutte quelle coppole da Peaky "fucking" Blinders in giro per le città?) e sdoganato Nick Cave (sua la Red right hand main motive della serie)  alla massa. Per i fan resta da capire se il recente evento drammatico della prematura dipartita di Helen McCory, che nella serie interpretava Polly, la tosta sorella del protagonista Thomas (e che nella vita reale era spostata con il collega Damien Lewis), condizionerà la realizzazione di una ulteriore stagione (che in ogni caso lascerei a voi).

Ozark (tre stagioni 2017/2020 - confermata la quarta). La vicenda della famiglia Byrde, il cui capofamiglia (Jason Bateman) è un genio della finanza che "lava" i soldi sporchi del cartello messicano della droga ha indubbiamente elementi di interesse non banali, tra i quali il costante stimolo al dibattito tra "bene" e "male", il pieno e consapevole coinvolgimento dei figli minorenni dei Byrde negli affari di famiglia ed infine, caratteristica poco evidenziata ma davvero rivoluzionaria, il taglio femminista della serie che, nonostante veda in Bateman il suo volto ufficiale, è decisamente virata sul woman-power, con una manciata di personaggi femminili intelligenti, spietati, indifesi, disperati e amorali, interpretati convincentemente da Laura Linney (Mrs Byrde); Lisa Emery (Darlene Snell); Janet McTeer (l'avvocata Helen Pierce) e la mia preferita Julia Garner (Ruth Langmore). E' quest'ultimo un aspetto che riesce a mettere in secondo piano alcune discutibili scelte di trama, qualche buco di sceneggiatura e story lines secondarie poco verosimili (vedi la vicenda Wyatt/Darlene della terza stagione). Non capirò mai la ragione per cui si debba insistere sull'ora di durata di ogni episodio quando le idee a disposizione suggerirebbero una maggiore sintesi. 


Better call Saul (cinque stagioni - sesta ed ultima in produzione). Il noto spin-off/prequel di Breaking bad, superata l'incredulità di vedere attori più vecchi di dieci anni interpretare sè stessi da giovani, è sicuramente un buon prodotto di intrattenimento, che ha i suoi punti di forza nell'appagare la nostalgia della conclusione della serie madre (nella top five delle migliori serie tv mai realizzate, a mio parere) riproponendo molti dei personaggi storici (oltre al mattatore Bob Odenkirk/Saul Goodman troviamo Mike Ehrmantraut/Jonathan Banks, Gus Fring/Giancarlo Esposito, Hector Salamanca/Mark Margolis) e nel ricreare "l'universo" BB. Non tutto fila liscio, le contraddizioni non mancano, ma, tutto sommato, il livello si mantiene medio-alto anche grazie al valore aggiunto di alcuni nuovi characters, come Kim Wexler (interpretata da Rhea Seehorn), Chuck McGill (Michael McKean), Nacho Varga (Michael Mando) o l'ultimo arrivato Lalo Salamanca (Tony Dalton). Personalmente mi piacerebbe si desse una definizione anche al fato di Saul Goodman nel tempo presente, durante la sua latitanza. I pochi minuti in bianco e nero che fanno da prologo ad ogni primo episodio stagionale rappresentano quel quid artistico in più della serie. Perchè non pensare ad un film sulla scia di El camino?

lunedì 26 aprile 2021

Ryan Adams, Wednesdays (2020)


Quando la parte di critica e pubblico più attenta ai fenomeni emergenti in ambito folk-rock  si è accorta di Ryan Adams, eravamo tra la fine degli anni novanta e i primi anni zero, in molti  pensavamo che questo ragazzo poco più che ventenne del North Carolina forse non avrebbe venduto vagonate di dischi, ma sarebbe potuto diventare un solido punto di riferimento per il genere americana. E, nonostante qualche ironia sull'assonanza quasi totale del nome con il rocker canadese Bryan Adams, per un pò così fu. Il buon Ryan per un ampio periodo di tempo si è dimostrato una penna instancabile e un artista prolificissimo, con tredici album in undici anni (dal 2000 al 2011), senza considerare i tre registrati con i Whiskeytown, prima della carriera solista. Al primo decennio ne è seguito un secondo decisamente più morigerato, con solo tre dischi di inediti (intervallati da un buon live e dalla bizzarra operazione con la quale Adams ha reinciso integralmente "1989" di Taylor Swift), di cui questo Wednesdays è l'ultimo, in ordine di tempo.

Purtroppo è successo anche dell'altro, molto più grave del fisiologico saliscendi dell'ispirazione artistica. Adams è stato infatti accusato da diverse donne, tra cui la ex moglie e, purtroppo, anche una ragazza minorenne, di aver usato un linguaggio sessualmente esplicito ed offensivo attraverso messaggi e post sui social e di aver ostacolato la carriera di alcune di queste donne dopo essere stato da loro rifiutato. Per quello che conta, l'FBI, che aveva aperto un'inchiesta, ha fatto cadere le accuse e Adams, che aveva negato gli addebiti, si è infine scusato per le sue azioni. 

Deve essere necessariamente stato questo l'ambito emotivo nel quale è maturato Wednesdays, album intimista nel quale l'artista si mette a nudo come raramente ha fatto in precedenza (e parliamo di uno che, con Love is hell, qualcosina di molto introspettivo ce l'aveva già consegnata) grazie a quella particolare forma di ispirazione che emerge solo dalla sofferenza e, presumo, dalla solitudine. I'm sorry and I love you in questo senso è pedagogica. La canzone, dentro un mood che rimanda direttamente alle cose acustiche di Neil Young nei primi settanta, è un'operazione a cuore aperto e una delle più belle composizioni di sempre sul tema: amante abbandonato che implora perdono. 

Il clima del lavoro è quasi esclusivamente acustico, con qualche rara eccezione (Birmingham; Dreaming you backwards) e la struttura è proprio quella classica d'altri tempi, quando la chitarra stendeva tappeti sonori minimali sopra i quali la voce del cantautore srotolava liriche pregnanti senza peraltro mai rinunciare a refrain incisivi (Neil Young, James Taylor, Bob Dylan, Paul Simon, Jackson Brown). Per mettere in piedi un'operazione di questa natura, solo in apparenza semplice, servono però canzoni di livello, e, dentro Wednesdays, questo aspetto non è mai in discussione, grazie a tracce che arricchiscono l'anima, come Poison & pain (forse la testimonianza più forte delle recenti controverse di Adams); Mamma; la title-track; Who is going to love me now if not you. 

Un disco connotato dalla struggente malinconia di un uomo, un artista, che, alla soglia dei cinquant'anni, forse qualche consuntivo ha cominciato prima a tracciarlo e poi a metterlo in musica, esponendosi ad una sorta di terapia pubblica dove, da una parte c'è lui, e dall'altra chi ha voglia di ascoltarlo. 

Non sono moltissimi purtroppo, e questo è un vero peccato.


P.S. Il disco è uscito solo in formato mp3 a dicembre 2020, per poi essere pubblicato anche sui supporti fisici a marzo 2021. Ecco spiegata la ragione delle due diverse cover.

giovedì 22 aprile 2021

Delitti perfetti (The legend of Barney Thomson), 2015


Barney Thomson si trascina stancamente con la sua vita di barbiere in un barber shop alla periferia di Glasgow nel quale è l'ultimo dei dipendenti. Saltuariamente assiste l'anziana madre, una donna anaffettiva e dedita al gioco e all'alcol. Un giorno, a seguito di un alterco con il figlio del proprietario, gestore del negozio, Barney ne provoca accidentalmente la morte e, per paura delle conseguenze, decide di chiedere aiuto alla madre per occultare il cadavere. Sfortuna vuole che la Polizia locale, e in particolare il detective Holdall, inglese trapiantato in Scozia, colleghino la sparizione del figlio del proprietario ad una serie di delitti seriali che da tempo stanno sconvolgendo la regione.

Segnalo molto volentieri questo piccolo film (dal grande cast), passato mi sembra del tutto inosservato, nel quale trionfa la migliore tradizione della black comedy inglese, grazie anche ad un trio di protagonisti (ma c'è anche James Cosmo, storico attore inglese che ha trovato la notorietà per il ruolo di Jeor Mormont ne Il trono di spade) che fanno a gara di bravura. Infatti, a fianco di un Robert Carlyle (anche regista) che si misura con un character consumato da frustrazione e autocontrollo, maramaldeggiano alla grande una quasi irriconoscibile Emma Thompson nel ruolo della madre di Barney, e, soprattutto, un attore per il quale stravedo: il massiccio Ray Winstone nel ruolo del detective inglese che non fa nulla per nascondere quanto detesti la Scozia (contraccambiato in questo dai locali), e che sarebbe anche il più bravo della squadra, non fosse per la feroce competizione con la zelante ed ottusa collega Robertson (Ashley Jensen) che gli annebbia la ragione. Detto della pigra e sbagliatissima scelta operata per il titolo italiano (aridanghete!), che anonimizza l'opera, soprattutto rispetto all'epico titolo originale (The legend of Barney Thomson), il film riesce ad essere estremamente godibile e divertente senza tuttavia esimersi dal mostrare le condizioni di abbandono e decadenza nelle quali versa la periferia scozzese, fotografata al pari di una città fantasma del vecchio west. Siamo quindi nel rigoroso rispetto  dell'assioma intrattenimento/messaggio politico-sociale proprio del miglior film di genere. 

Da recuperare.

Delitti perfetti è disponibile su Amazon Prime Video

lunedì 19 aprile 2021

It's never too late to mend: Galrand Jeffreys, Escape artist (1981)


Proseguo con i miei opportuni recuperi andando a ripescare un artista, forse più noto ed apprezzato dai grandi musicisti che dal pubblico, che in oltre cinquant'anni di carriera ha pubblicato "solo" una dozzina di dischi di studio, con una modalità di rilascio di nuovo materiale evidentemente ancora legata al momento di ispirazione e non al principio di saturazione del mercato.

Garland Jeffreys nasce a Brooklyn nel '43, da una coppia di genitori di origine afro/portoricana e, di conseguenza, vive in pieno le battaglie per l'emancipazione dei neri dei sessanta. Tuttavia, sebbene maturi una forte coscienza politica in quell'ambito, la sua non è una storia che si radica esclusivamente dentro il filone "black power" perchè, al contrario delle fonti di ispirazione di tanti artisti afroamericani suoi coetanei, la sua guida artistica gira attorno a Lou Reed (conosciuto nell'ambito dell'Università di Syracuse) e ai Velvet Underground. Dopo aver suonato nell'album di esordio di John Cale del 1969, l'anno dopo arriva anche il momento del suo debutto eponimo. Escape artist esce cinque dischi dopo, siamo nel 1981, restando, ancora oggi (Garland, pur centellinando le proprie uscite è ancora in attività), il suo disco più noto.

Ascoltare per la prima volta questo lavoro, dopo aver letto della sua biografia è un'esperienza straniante. Infatti, laddove ti aspetti contaminazioni di un certo tipo (black music, Velvet Underground, sperimentazione), ti trovi invece al cospetto di uno stile che spazia agevolmente dal pop al rhythm and blues; dal rock ai ritmi jamaicani. Insomma un'esperienza tutta da godere, nel momento in cui si entra in sintonia con essa e con il fatto che al termine di una canzone non sai assolutamente cosa ti aspetti con la successiva.

Certo, se vogliamo trovare delle analogie con i big ones, quella con lo stile di Elvis Costello, è piuttosto evidente, anche se, per esempio, la Modern lovers che apre il lavoro potrebbe tranquillamente appartenere al repertorio più commerciale di Billy Joel, non fosse per un certo retrogusto intellettuale che la permea. Così come per R.O.C.K. ci si manifesta il sound di John Mellencamp (che, casualità, qualche anno dopo inciderà R.O.C.K. in the U.S.A.) e la bellissima Mystery kids, con i suoi "stop and go" profuma un pò dello Springsteen della prima svolta rock. 
L'album, dieci tracce, anche se nella versione CD la tracklist è allungata a quattrodici pezzi grazie alla presenza di un EP (Escapedes) posto in coda, lascia molto spazio anche ai ritmi caraibici, evidentemente una comfort zone per Garland, che asseconda il trattamento a cui gli Specials prima e i Clash poi hanno sottoposto dub, ska e reggae. Queste influenze emergono inizialmente con Christine (altro hit) per affondare decisamente il colpo con Graveyard rock, e deflagrare nelle canzoni dell'EP aggiuntivo, con tre pezzi su quattro che rivendicano a gran voce la loro provenienza giamaicana (Lover's walk, Miami Beach, We the people). E pensare che, ironia della vita, in questo melting pot di stili ed ispirazioni, il successo commerciale più rilevante di Jeffreys, 96 Tears, arriva grazie ad una cover della misconosciuta band "? And The Mysterians".

La lista di session men/ospiti nel disco è pressochè infinita ed eterogenea, a dimostrazione del rispetto che l'artista godeva in quel momento nella scena newyorkese. A titolo non esaustivo troviamo infatti, oltre alla produzione di Bob Clearmountain, i due tastieristi dell'allora E Street Band, il mai troppo compianto Danny Federici e Roy Bittan, i backing vocals di Lou Reed, Nona Hendrix, David Johansen; Michael e Randy Bracket ai fiati, Adrian Belew (Zappa, Bowie, Talking Heads) alla chitarra, e mi fermo qui, perchè per gli altri c'è sempre wikipedia.

Un disco che immagino conoscano non in moltissimi, e che quindi potrebbe essere un'entusiasmante sorpresa, nonostante magari la pecca di una produzione che ho trovato eccessivamente pulita e ottantiana. 

giovedì 15 aprile 2021

Antebellum (2020)

La narrazione si apre mostrandoci la quotidianità all'interno di una classica piantagione di cotone ai tempi della guerra civile americana, con i bianchi a vivere tra lusso e agio e gli schiavi neri a subire disumane crudeltà e indicibili umiliazioni.  In particolare seguiamo le vicende della schiava che viene chiamata Eden e dell'odiosa padrona Elizabeth. Attraverso un repentino cambio di scena siamo ai giorni nostri, nei quali Veronica, che ha le stesse sembianze di Eden, è una nota scrittrice impegnata e un riferimento culturale per la cultura afroamericana, che frequenta con assiduità dibattiti e talk show. Un giorno riceve una richiesta di intervista da una misteriosa donna, con la quale intrattiene una fugace e fastidiosa video chiamata. La donna ha le stesse fattezze della proprietaria terrena Elizabeth.

Film profondamente divisivo, che, sia sui vari aggregatori di giudizi che da buona parte della comunità nera (in teoria sua principale audience di riferimento) è stato stroncato, Antebellum è uscito, a causa della chiusura delle sale, solo su piattaforma (in esclusiva Amazon Prime) alla fine del 2020. 
Mi schiero subito dalla parte diametralmente opposta a quella espressa dalla maggioranza della critica e provo a spiegare il perchè.
Partiamo dall'aspetto tecnico: il film è girato in maniera superba, a partire dal piano sequenza iniziale, semplicemente splendido, che in pochissimi minuti, solo con le immagini, illustra in maniera atrocemente efficace la vita di padroni e schiavi nelle piantagioni di cotone. I due registi esordienti, Gerard Bush e Christopher Renz , muovono la macchina da presa da veri esperti e, certo, potevano contare su un budget importante grazie all'appoggio in produzione di Sean McKittrick, lo stesso di Scappa!, BlaKkKlansman e Noi, le pellicole della rinascita del cinema di genere afroamericano, ma senza l'ausilio di idee e tecnica questo conta fino un certo punto, viste le ciofeche che si riescono comunque a girare anche con risorse economiche pressochè illimitate. La coppia Bush/Renz (lo so, sembra una parodia da Bagaglino) oltre ai movimenti di macchina gestisce altrettanto bene tempi, suspance e gestione del cast, dal quale spiccano prepotentemente la protagonista Janelle Monàe, qui alla  prova che le farà probabilmente imboccare la corsia di sorpasso rispetto alla carriera di cantante, e l'antagonista Jena Malone, che fornisce un'altra interpretazione convincente da spietato villain, dopo l'inarrivabile The neon demon

E' del tutto evidente come Antebellum si inserisca nel filone dei sopracitati Scappa! e Noi, cioè nel rilancio della migliore tradizione di cinema di genere (Carpenter, Raimi) che prevedeva intrattenimento puro, tensione, adrenalina, senza però che venisse mai a mancare il sottotesto politico/sociale, che in questi film si traduce nella denuncia delle discriminazioni subite dagli afroamericani. L'impressione che ho ricavato dai tanti ingenerosi giudizi letti in rete è che si sia voluto guardare solo al secondo aspetto dell'operazione, cioè si sia voluto cercare, non trovandolo, esclusivamente una sorta di manifesto politico del black pride, alienandosi così il gusto  di assistere ad uno strepitoso film d'intrattenimento, merce rara ai tempi d'oggi e soprattutto nelle produzioni mainstream americane. Anche così, fatico comunque a comprendere le critiche all'aspetto impegnato del film, visto che, tenendo in debita considerazione l'iperbole del racconto e la licenza artistica dell'opera di finzione, a me è parso un efficace e necessario remind.

Infine, se posso permettermi un consiglio sulle modalità di visione di Antebellum, ne caldeggio fortemente l'approccio diretto, saltando cioè qualunque preventiva lettura di trama o sinossi (per questo ho cercato di essere con la mia il più vago possibile), facendosi così catturare senza rete dalla storia, e divertendosi nel cercare di intuirne l'ambito narrativo (sovrannaturale? racconto parallelo? reincarnazione? flashback/flashforward?), almeno per due dei tre atti del film. 

Una delle pellicole più interessanti dello scorso 2020, per come è girato un autentico peccato non averla potuto vedere al cinema.

lunedì 12 aprile 2021

Hatebreed, Weight of the false self (2020)



Gli Hatebreed celebrano il giro di boa dei venticinque anni di carriera con l'ottavo album della loro discografia e il ritorno, o meglio, l'ennesima affermazione, del proprio brand musicale più radicale. 
Alla guida della band, unico superstite della formazione originale assieme al bassista Chris Beattie, c'è sempre Jamey Jasta, personaggio che, da sempre, vive la dimensione metal in maniera totalizzante, non solo per il numero di band nelle quali ha militato (Icepick; Kingdom of sorrow; Jasta), ma anche per i ruoli di conduttore del mitologico programma di MTV Headbangers Ball (nel periodo dal 2003 al 2007), di produttore (di recente anche per Dee Snider) e di figura di riferimento mediatica per la cultura heavy.
Weight of the false self (titolo niente male, così come la copertina) arriva quattro anni dopo il precedente lavoro (The concrete confessional) che forse era più orientato all'old-school thrash e al metalcore, e picchia duro, con mia enorme soddisfazione, in ambito hardcore e sludge. 

A scanso di equivoci o di bluff stilistici, qui le carte vengono svelate immediatamente: in quindici minuti scarsi (su trentaquattro complessivi, per dodici tracce) ci beviamo, come altrettanti shot di tequila e con il medesimo effetto stordente, cinque pezzi brutali e devastanti ma sempre dotati di un preciso senso melodico, sebbene strappa laringi (la lezione dei Black Flag, decenni dopo, è sempre presente), che permettono alla straripante potenza di essere costantemente sotto controllo ( Let it rot; Set it right e Cling to life). 
Altra lezione universale messa in pratica dalla tracklist è ovviamente quella dei Pantera e di Fillone Anselmo, riferimento volente o nolente immancabile in ogni disco composto con ingredienti  sludge.
Aggiungo che, comunque, dentro questo lavoro, i riferimenti alle varie articolazioni del metal estremo si sprecano ed ogni adepto del genere può dunque divertirsi a trovare affinità con questa o quella band. Perchè, di base, Jamey Jasta (un pò come, a livelli diversi, Michael Poulsen o Dave Grohl) è prima di tutto un innamorato di codesta musica e questa sua passione viscerale emerge sempre, facendo sì che un'opera con zero originalità (ma, attenzione, ottime canzoni) diverta abbestia ed assolva in pieno al proprio compito, liberatorio, di regalare all'ascoltatore momenti di puro sfogo metal  quale eccellente antidoto al logorio della vita moderna.

giovedì 8 aprile 2021

Sound of metal (2019)


Ruben è il batterista di un duo post-hardcore. Il secondo membro della band è la sua ragazza, Louise, alla chitarra. I due conducono un'esistenza felice all'insegna della più totale libertà: vivono in un camper, fanno uso di sostanze stupefacenti e non hanno vincoli o legame alcuno, fatto salvo l'affetto che provano reciprocamente. Una sera, durante un concerto, Ruben comincia ad avere problemi di udito così gravi dal non riuscire sostanzialmente più a suonare. La diagnosi è impietosa. Ruben ha perso quasi totalmente l'udito e deve immediatamente e permanentemente interrompere ogni esposizione ad rumori forti e prolungati. Da quel momento inizierà per il giovane uomo una fase nuova e drammatica della sua esistenza.

Sound of metal è un progetto atipico ed estremamente interessante, che esplora in maniera seria e documentata il mondo dei sordi, grazie alla presenza, come attori, anche di veri insegnanti di Lingua dei segni e avvalendosi di comparse affette da questa disabilità. Il debuttante regista Darius Marder mette in scena un soggetto co-firmato dall'amico e collega Derek Cianfrance,  ricomponendo, a ruoli invertiti, la coppia dietro al film Come un tuono, dove Marder aveva curato la sceneggiatura e Cianfrance (ex-batterista affetto da acufene) la regia. L'attore britannico di origini pakistane Riz Ahmed (che avevo molto apprezzato nella miniserie noir The night of) interpreta con misura ed espressività il protagonista , riuscendo a far emergere l'angoscia, la disperazione e il senso di smarrimento che Ruben prova quando il suo mondo perfetto collassa. Nel film sono messe a fuoco in maniera efficace le mutazioni nei rapporti personali che intervengono quando Ruben si ammala, l'irrazionale rifiuto di affrontare la realtà della sua nuova condizione, la fuga da un nuovo contesto nel quale potrebbe sentirsi accettato ed apprezzato, anche essendo d'aiuto per gli altri, il disperato tentativo di riprendersi la vita che aveva, anche attraverso scelte solo apparentemente risolutive.

Il film è quasi tutto giocato sull'introspezione del suo protagonista e su come, dopo che la sua perfetta routine di vita va in frantumi, egli  non voglia più aggrapparsi a nulla, nonostante ne abbia l'opportunità, che non sia riappropriarsi di quello che aveva prima. Il messaggio vale per un'improvviso manifestarsi di una menomazione fisica, ma la lettura delle scelte che facciamo, della fatica di cambiare, quando nel nostro percorso esistenziale si frappongono ostacoli enormi ed imprevisti, è sicuramente universale. Così come, almeno dal mio punto di vista, il termine "metal" nel titolo, non si riferisce al genere musicale che il duo tendenzialmente interpreta, ma ad un aspetto della nuova condizione di Ruben, che emerge nel terzo atto del film.

Da vedere.

Sound of metal è disponibile su Amazon Prime Video

lunedì 5 aprile 2021

It's never late to mend: Accept, Restless and wild (1982)


Altro recupero di un nome storico (in questo caso dell'heavy metal),che ho sempre trascurato. Eppure gli Accept (tedeschi della regione Renania settentrionale-Vestfalia), tutt'ora in attività, sono indiscutibilmente, assieme agli amati Scorpions, il nome di punta della gloria del metal germanico (ma non solo) dei primi anni ottanta. 
Può darsi che la ragione per cui in passato li abbia snobbati risieda nel loro improbabile "outfit" complessivo, dalle kitchissime copertine storiche (ricordate, no, quelle del disco eponimo di debutto, di Breaker o di Balls to the wall?), alla presenza scenica dell'allora frontman, il mitico Udo Dirkschneider, vocalmente strepitoso, ma, diciamo così, un pò improbabile come metal-hero. 

Ma, come ripeto spesso, il tempo può essere galantuomo, e in un periodo in cui sempre più gruppi emergenti riscoprono il sound metal delle origini (The new wave of traditional heavy metal), ho preferito colmare le mie lacune storiche prima di accontentarmi dei lavori nuovi, ma derivativi, dei pronipoti di Iron Maiden & co. 

Restless and wild è il lavoro numero quattro degli Accept, che esordiscono nel 1979, ma che con questo disco definiscono in maniera indelebile il proprio stile, imponendosi anche grazie all'ugola sgraziata ma efficace di Udo. Ugola evidentemente debitrice del timbro di Brian Johnson degli AC/DC, anche se nel dibattito su chi abbia copiato chi, c'è da tenere in considerazione come Udo abbia esordito un anno prima dell'australiano (che se ne esce nel 1980 con quella cosetta di Back in black). Insomma una diatriba degna di quella epica che accompagnò, agli esordi di carriera, Diego Abatantuono e Giorgio Porcaro sulla primogenitura dello slang del terruncello.  Non si può poi esimersi da citare il peso, nella band, del vulcanico talento chitarristico di Wolf Hoffmann.

L'album si apre con uno dei brani più identificativi del genere e attraverso uno stratagemma che verrà sfruttato da molti altri a venire. Approcciandosi per la prima volta al disco, infatti, veniamo accolti da una scricchiolante melodia folk tradizionale tedesca (di quelle da sagra della birra) riprodotta da un vecchio vinile. Dopo pochi secondi però la puntina del giradischi viene brutalmente spostata, producendo quel classico suono che graffia la superfice del vinile, lasciando il posto al terrificante urlo di Udo e dall'attacco, per l'epoca violentissimo (un drumming così impetuoso e veloce non era roba da tutti i giorni), di Fast as a shark, anthem assoluto di un intero movimento musicale, che fece la sua porca figura anche nel film Demoni di Lamberto Bava. Nessun altro pezzo del disco raggiungerà questa velocità di esecuzione, senza tuttavia che vengano a mancare adrenalina ed emozioni, a partire dall'altrettanto anthemica title track. 

Con lo scorrere dei brani emerge chiarissima la capacità della band di realizzare composizioni che oggi verrebbero collocate nell'ambito arena-rock, vale a dire in possesso di refrain perfetti nella loro semplicità da essere ricalcati, dal vivo, con spettacolari singalong (Ahead of the pack; Shake your heads; Flash rockin' man). La voce di Udo conferisce ai brani quell'allure malsana che, in epoca pre-thrash, pre-black e pre-death, probabilmente era un valore aggiunto, mentre l'indomabile ascia di Hoffmann passa con disinvoltura da ipertrofici pattern hard&heavy a raccordi debitori della musica classica (suo secondo grande amore, alle cui rivisitazioni ha dedicato due album solisti). Spuntano, inevitabilmente, apparentamenti coi modelli di riferimento dell'epoca (AC/DC, Saxon), ma la forza dei pezzi conferisce al lavoro una dignitosissima personalità.
Insomma un disco bello tosto e coeso, dal canonico formato dieci tracce per tre quarti d'ora di durata e con una doverosa, epica ed importante conclusione: la mitologica Princess of the dawn, irrinunciabile appuntamento nei concerti della band. 

Da questo disco ho ampliato la retrospettiva sulla band a tutto il primo periodo con Udo, cioè fino al 1986, anno in cui il frontman esce dalla band per poi ritrovarla brevemente (1993/1996) ed abbandonarla di nuovo, stavolta definitivamente, nelle mani di Hoffmann e dedicarsi a tempo pieno alla propria carriera solista.

venerdì 2 aprile 2021

Bronx (2020)

Marsiglia, bande del crimine organizzato e diversi dipartimenti della Polizia (squadra anti gang, narcotici, giudiziaria) si fronteggiano. In ambito criminale, la lotta tra le due principali cosche (corsi e marsigliesi) insanguina la città. Da parte suo, la Polizia, agisce sopra le regole e, spesso, intrattiene rapporti con la controparte mafiosa. Un'irruzione armata dei coschi in un bar sulla spiaggia (che riprende un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1978) lascia a terra morti e feriti e fa da detonatore ad una escalation di eventi che coinvolgerà entrambi gli schieramenti in campo.

Fortunatamente in Europa c'è la Francia a resistere allo strapotere che ormai l'Asia detiene in ambito produzioni noir di altissima qualità. Si tratta molto probabilmente dell'ultimo baluardo, visto che ormai, allargando la geografia del discorso, anche gli States hanno da tempo abdicato dal loro ruolo di leader, non riuscendo ad affrancarsi da produzioni senza nerbo, prevedibili e antitetiche rispetto alle regole auree del noir, che gli USA stessi avevano contribuito ad affermare, tra gli anni quaranta e i cinquanta.

Bronx (non ho inteso la ragione di questo riferimento anglofono del titolo, spero non sia per depistare il potenziale spettatore medio, fatalmente attratto dalle "americanate"), viceversa, le regole del noir, o se preferite, del classico polar, le conosce alla perfezione, anche perchè il regista del film, Olivier Marchal, è un ex-poliziotto e, nella sua produzione precedente (L'ultima missione; A gang story; La truffa perfetta sono tutti titoli imperdibili), aveva messo abbondantemente in chiaro, su pellicola, la sua esperienza nelle forze dell'ordine francesi, mostrandoci una Polizia corrotta, violenta, vendicativa, per la quale non esistono regole, e che quasi sempre rimane impunita. 

La cifra stilistica nelle storie di Marchal è l'assenza assoluta di morale, speranza o pietà, dentro vicende nerissime, contrassegnate da confini inesistenti tra giusto e sbagliato, dove regna una violenza ottusa e atroce, senza speranza alcuna di assoluzione per chi ne è coinvolto, da questa o l'altra parte della barricata, perchè tutti prima o poi commettono uno sbaglio mortale, tutti mentono, tutti sono compromessi.

Questo è quello che ci si aspetta (e che, personalmente, pretendo) da un autentico film noir. E questo è quello che, ancora una volta, con Bronx e grazie alla scelta di un cast non meno che perfetto, il magnifico Olivier Marchal, ci regala.

Bronx è disponibile sulla piattaforma Netflix.


martedì 30 marzo 2021

Bob Dylan, Rough and rowdy ways (2020)


Almeno, e sottolineo
almeno, un capolavoro a decennio. Questa la regola di Bob Dylan nel novecento. Se guardiamo alla sua produzione il conto è presto fatto, a partire dai sessanta, quando, in particolar modo i dischi dal 1963 al 1966 rappresentano spartiacque epocali (parliamo di robetta tipo Freewheelin'; The times they are a-changin'; Bringing it all back home; Highway 61 Revisited e Blonde on blonde), per passare ai settanta (Blood on the tracks; The basement tapes e Desire), gli ottanta (Oh mercy) , e arrivando infine ai novanta (Time out of mind), il Maestro non ha mai derogato alla norma.

Poi è arrivato il ventunesimo secolo, con due buoni lavori che si stagliano sul resto della produzione del periodo, Love & theft e Modern times, un ultimo album di inediti nel 2012 (Tempest), e una serie di raccolte contenenti interpretazioni di altrui composizioni (l'ultima, Triplicate, addirittura in formato  triplo CD). Mancava quindi il picco d'assoluta eccellenza ed erano otto anni che il buon Bob non rilasciava materiale proprio. 
Il fatto che abbia scelto questo disgraziato periodo per colmare in un colpo solo queste due lacune non voglio considerarlo casuale.

Ricordo in maniera indelebile tutti i dettagli del primo ascolto delle canzoni che hanno segnato la mia vita: dove mi trovavo, (eventualmente) con chi, come ho ascoltato il brano, le emozioni che mi ha trasmesso. Bene, nell'hard disc della mia memoria fissa ora occupa un posto di rilievo anche Murder most foul, il comeback di Dylan, ascoltato per la prima volta da youtube alla fine di marzo dello scorso anno, nel periodo fin qui più drammatico della pandemia. Eravamo in lockdown, con le città chiuse e io, dopo una giornata di smart working, ero sul balcone di casa, seduto ad ascoltare in uno stato di semi trance le macchine della polizia che passavano nel quartiere intimando, attraverso l'altoparlante, di stare a casa. E' lì che ho infilato le cuffie dello smartphone e ho premuto per la prima volta l'avvio della riproduzione del video (in realtà un'immagine fissa del volto di John F. Kennedy, la stessa della quarta di copertina del disco) di Murder most foul e, dopo una manciata di minuti (all'incirca quando inizia la lunga strofa inaugurata dal verso "Play  me a song Mr. Wolfman Jack") ho rivolto un pensiero alle entità superiori, ringraziandole, nell'ordine, dell'esistenza di Bob Dylan, di essere vivo e di potermi permettere di emozionarmi ancora, alla mia età, al cospetto di una canzone.

Che poi definire Murder most foul una semplice canzone sarebbe come dire che Furore di John Steinbeck è solo un romanzo. 
Intanto perchè si tratta del brano più lungo mai inciso dal cantautore (quasi diciassette minuti), e poi perchè, dentro questo flusso di coscienza reso attraverso l'inimmaginabile potenza che un filo di voce può sprigionare, vive la sintesi di un artista, della sua visione di un Paese bellissimo e terribile, delle bugie e del sangue su cui è edificato. 
Il rapporto tra questa traccia e l'album Rough and rowdy ways è di armoniosa ma separata convivenza, infatti, nonostante Murder most foul avrebbe potuto tranquillamente stare nel timing complessivo di un CD, aggiungendosi ai cinquantatre minuti della rimanente tracklist, gli è stato riservato un posto di riguardo, come unico brano di un bonus disc aggiuntivo.

Quindi, nel recensire Rough and rowdy ways (che io, in pieno lapsus freudiano ho continuato e continuo a storpiare in Rough and rowdy DAYS), bisogna partire daccapo, con l'opener I contain multitudes, e salutando il ritorno al suntuoso songwriting che ci si aspetta da Dylan, veicolato da un folk-croonering che il nostro veste come un guanto, ma senza che questa cifra stilistica limiti l'orizzonte "americana" del resto dell'album. 
False prophet è infatti un altro splendido connubio testo/melodia che sceglie il blues rurale per esprimersi. E a chi pensa che ottant'anni (da compiere il 24 maggio) siano un'età fuori tempo massimo per comporre una credibile canzone d'amore farei ascoltare una My own version of you, così pregna di poesia e suggestioni da far appendere matita a taccuino ( o, ahimè, ipad) al chiodo a tanti novelli cantautori della minchia.

Il ritrovato stato di forma  di uno degli artisti musicali più influenti del ventesimo secolo sorprende solo alla luce dei recenti lavori, che sembravano delineare nella divulgazione di canzoni tradizionali americane, perlopiù misconosciute e del periodo a cavallo tra gli anni venti e i cinquanta,  il dignitosissimo viatico di una carriera al tramonto. 
Di certo un contributo non secondario alla rinascita compositiva di Dylan l'ha fornita la sua backing band consolidata, quella dei Never Ending Tour, quella di, cito su tutti, Charlie Sexton alla chitarra, che si è avvalsa di recente anche di Matt Chamberlain alla batteria, mentre per Murder must foul i musicisti ospiti (entrambi al piano) chiamati ad impreziosire il tessuto musicale rispondono ai nomi di Benmont Tench (Tom Petty and the Heartbreakers) e Fiona Apple.

Insomma, siamo stati un pò troppo frettolosi a decretare la fine di Dylan. Per chiarirci il concetto l'uomo che più d'ogni altro ha saputo scrivere pagine indelebili della musica moderna ci dona un colpo di coda (a questo punto speriamo non l'ultimo) da lasciare senza fiato.  E chissà se l'evocativo valzer che accompagna I've made up my mind to give myself to you, il blues, stavolta elettrico, tributo ad un grande bluesman del passato Goodbye Jimmy Reed, o i quasi dieci minuti dell'introspettiva ballata Key West (Philopher pirate), possano, nel tempo, affiancarsi se non ai classici immortali, almeno a quelli che arrivano subito dietro.

Insomma, qui il tema non è voler vincere facile parlando bene di qualunque composizione componga Dylan, ma saper riconoscere l'arte. A volte ci si riesce, altre meno. E in questo caso bisognerebbe essere sordi e privi di qualunque forma di umana emozione, per sbagliarsi.



mercoledì 24 marzo 2021

Woody Allen, A proposito di niente

 


A proposito di niente è esattamente come ti aspetteresti un racconto senza rete di Woody Allen, infarcito cioè di autoironia, comicità, cultura (ma non ditelo all'autore, perchè si schernirebbe), basso profilo e un rapporto con la propria arte cinematografica di un'umiltà che spesso manca ai registi che non hanno girato nemmeno mezzo film, ma che se la tirano manco fossero Kubrick. 
Nel corso della narrazione, che procede in ordine cronologico, dall'infanzia nel Bronx (Allen, vero nome Allan Steward Konigberg, è del 1935), passando da successi a fallimenti, l'autore mette sorprendentemente in fila i suoi interessi, il jazz, il baseball, il basket, la letteratura e il cinema, spesso in un ordine che non rispecchia quello che, superficialmente, avremmo immaginato. Così come può sorprendere, a chi non abbia mai approfondito la storia di Allen, scoprire la sua passione per le sfumature più drammatiche degli ambiti letterari e cinematografici, rivelati attraverso manifestazioni di amore assoluto nei confronti di Tennessee Williams, Ingmar Bergman o Vittorio De Sica. Allen parla del suo cinema con disinvoltura, come fosse un lavoro come un altro e sempre trattando con enorme rispetto, riconoscenza e affetto i colleghi (attori, tecnici, sceneggiatori e produttori) con i quali ha lavorato in carriera. Sembra di vederlo poi, in uno dei suoi classici monologhi, quando racconta avventure e disavventure amorose, rapporti con la parentela ebrea, vari aspetti della propria vita privata, il tutto senza mai sbagliare la freddura, la battuta spesso auto-inferta, la citazione, l'ardita metafora. 

Ovviamente Allen non si sottrae quando si arriva al capitolo delle accuse per molestie che Mia Farrow (per la quale ha sempre e solo parole al miele come attrice) gli ha pubblicamente rivolto, anzi, sicuramente coglie l'occasione per mettere in fila gli eventi che hanno portato a quella vicenda, premettendo di volersi astenere da giudizi personali e riportando solo l'oggettività dei fatti. 
Non sono un fanboy di Woody Allen, alla mia età si può dire non lo sia più di nessuno. Non esiste cioè una persona pubblica dell'ambito dello spettacolo, dell'arte o dello sport per la quale mi darei fuoco nella pubblica piazza per solidarietà, in caso di accuse infamanti come quelle rivolte al regista newyorkese, ma sta di fatto che il caso di Woody Allen è abissalmente diverso da quello di altre personalità hollywoodiane coinvolte in scandali sessuali negli ultimi anni. 
Non voglio togliervi il piacere (e l'indignazione) della lettura, ma, questo caso, davvero ha il sapore acre della peggiore delle calunnie si possa riservare ad un essere umano. Mi limiterò a riportare che nonostante Allen sia stato scagionato da qualunque accusa, data l'incredibile insussistenza dei fatti (e nonostante non sia emersa nessun'altra accusa da parte di altre donne, a differenza dei vasi di Pandora scoperchiati dopo la prima denuncia subita da altre star), ad oggi continua a subire l'ostracismo del new Hollywood order che lo tiene ben saldo in cima alle sue liste di proscrizione. 
Anche il rapporto con Soon Yi, casus belli dell'azione della Farrow, che all'epoca della sua emersione mi indignò (pensavo si trattasse della figlia minorenne adottiva di Allen) è richiamato senza censure: Soon Yi era figlia adottiva della sola Farrow e all'epoca dell'inizio della relazione con l'attore-regista era maggiorenne. A dimostrazione della solidità della relazione, la coppia è ancora assieme, quasi vent'anni dopo, e la famiglia ha adottato due bambini.

A differenza di quanti pensano che il  #MeToo sia costituito da un gruppo di esagitate accecate dal desiderio di vendetta, la mia formazione culturale e politica me lo fa ritenere un movimento importante e necessario a riequilibrare la bilancia di tanti anni di ingiustizie, sopraffazioni e soprusi subiti in particolar modo dalle attrici, ma, proprio per la credibilità del movimento, di fronte ad una serie oggettiva di fatti e sentenze che smentiscono la teoria messa in piedi dalla Farrow (che dal libro ne esce umanamente male), il movimento dovrebbe mettersi a difesa della vittima della macchinazione, anche se è un uomo, liberandolo da questa lettera scarlatta, questo ingiusto marchio di infamia che a tutto oggi gli impedisce, di fatto, di girare film, di arruolare attori (che si rifiutano di partecipare ai suoi progetti, magari confessandogli riservatamente di essere certi della sua innocenza ma di temere ritorsioni ed ostracismo del Sistema), di mantenere accordi professionali (Amazon gli ha revocato il contratto per un film e lo stesso ha fatto la casa editrice per il suo libro). 
Un trattamento ingiusto e disumanizzante al pari di quello subito da tante donne dell'industria cinematografica, con l'aggravante che a subirlo è uno dei più importanti cineasti americani di tutti i tempi, al tramonto della sua esistenza, e quindi con poco tempo per riabilitare il proprio nome.

Ma limitarsi a questo tema, benchè sia ovviamente centrale nella vita di Allen, sarebbe ingiusto e depisterebbe i potenziali lettori. A proposito di niente, per gran parte dei suoi contenuti, è soprattutto un imperdibile racconto di vita e di storia del cinema, visto da un'angolazione dissacrante, divertente e profondamente, autenticamente umile. Leggetelo oggi, non aspettate le riabilitazioni postume. Il tempo è galantuomo, ma, come direbbe Woody, a chi interessa essere il più virtuoso del camposanto?

lunedì 22 marzo 2021

Cody Jinks, Red Rocks live (2020)



Con la solennità di una volta, quando il disco dal vivo non era un traguardo banale alla portata di chiunque ma l'importante consuntivo di una carriera, posto sul percorso dell'artista come un punto esclamativo a chiosa di quanto realizzato in precedenza, Cody Jinks, dopo una quindicina d'anni di carriera discografica e nove album, rilascia (in tempi di pandemia e stop ai concerti) il suo primo live album: Red Rocks live.

Partiamo dalla location, che per noi giovani degli anni ottanta è un pò come il Fillmore East per i rocchettari dei settanta. Una location cioè obbligatoria per le star musicali di quel decennio, per le quali la tappa in questa suggestiva arena del Colorado rappresentava una sorta di consacrazione (epocale in questo senso l'EP dal vivo degli U2 Under a blood red sky del 1983 registrato un attimo prima dell'esplosione mondiale che arriverà con The unforgettable fire).

Cody, fatte le debite differenze stilistiche, è, assieme a Sturgill Simpson e Chris Stapleton, il mio countryman preferito tra i mainstream, quelli cioè che riescono cioè a conciliare musica di qualità e successo commerciale (i vari Matt Woods, Bob Wayne e, ovviamente, Hank 3, sporchi e perenni outsiders, giocano in un altro campo da gioco). A differenza degli altri due però, egli è un personaggio che ancora fatica a trovare consensi fuori dagli States. E allora auguriamogli che questo disco possa fare, in questo senso, da apripista.

Red Rocks live è un doppio CD da ventitre canzoni, dal quale è realizzato anche un DVD con la medesima tracklist, ed è un imperdibile excursus che attraversa un'intera carriera discografica, mettendo in mostra un repertorio già invidiabile, con un focus particolare sugli ultimi cinque album. 
Mr Jinks non è uno di molte parole, l'album scorre sostanzialmente senza interlocuzione con il pubblico, alla maniera dylaniana, con le uniche eccezioni rappresentate da qualche botta e risposta nei pochi singalong con l'audience (letteralmente impressionante quello su Must be the whiskey, che potete vedere qui).
E così, nei cento minuti del disco assistiamo ad un'autentico atto di forza della band di Cody, che fa sfoggio del proprio eclettismo sudista, passando con l'eleganza delle tastiere e della slide guitar e con la perfetta, potente geometria di basso e batteria, dal country rock al southern, alle ballate intimiste al rock and roll a qualche honky tonk. La chiusura, nella suggestione dei tagli di luce rossa che rimbalzano dalle montagne circostanti, non può che essere per un'accorata versione di Colorado.

Per chi scrive Red Rocks live è il sugello di una cavalcata musicale sempre più convincente, viceversa, per chi non conosce Cody Jinks, può sicuramente rappresentare un succulento punto di partenza  per la scoperta di un artista imperdibile.

giovedì 18 marzo 2021

Bastardi a mano armata (2021)

Sergio è un criminale italiano in carcere in Algeria. Un giorno riceve la visita di un avvocato, che afferma di agire per conto di un potente uomo d'affari in grado di fargli concedere una sorta di grazia. In cambio, il detenuto, una volta libero, dovrà restituire il favore recuperando qualcosa di valore all'interno di una villa nella periferia laziale. Ovviamente il piano del misterioso business man è tutt'altro, cioè regolare i conti con una dolorosa vicenda del passato.

Gli italiani tornano a fare cinema di genere, e questo, di per sè, è un fatto esclusivamente positivo da incoraggiare e sostenere senza esitazione. Purtroppo però l'entusiasmo non basta a fare di Bastardi a mano armata un buon film, visto che, nella rappresentazione messa in scena dal regista Gabriele Albanesi (ex critico ed autore, a fine anni duemila, di un paio di lungometraggi gore molto apprezzati) poco o nulla funziona. Non funzionano gli attori, partendo da un Fortunato Cerlino eccessivamente caricaturale e agghindato da cosplayer, per passare alla recitazione che dovrebbe essere drammatica e trasmettere angoscia, ma che lascia indifferenti, dei tre attori del nucleo familiare (Càndido/Mazzotta/Campana). Il meno peggio è senza dubbio il protagonista Marco Bocci, che davvero avrebbe la levatura di solido attore action (o di genere) italiano, ma che qui soccombe assieme ad un progetto che non riesce mai a far alzare la tensione e che anzi, in alcune sequenze, sfiora la comicità involontaria, così come fa registrare l'assenza ingiustificata della violenza ignorante che caratterizza gli stilemi di riferimento, appena abbozzata. Cosa si salva? Fanno piacere i riferimenti al maestro Di Leo, che vanno dall'incipit della storia, debitore a Vacanze per un massacro, allo "sfogo" finale di Cerlino, che rimanda a Milano Calibro 9,  così come è ben assestato il colpo di scena relativo al bottino nascosto. Un pò poco, direi, considerando anche l'utilizzo di una canzone, Rebel yell di Billy Idol, mal sfruttata e buttata lì un pò a cazzo sull'ultima sequenza. Stupisce come un regista che aveva lasciato intravedere del talento possa essere entrato così poco in sintonia con un'opera potenzialmente nelle sue corde. 
Non molliamo.

Bastardi a mano armata è disponibile su Amazon Prime Video

lunedì 15 marzo 2021

It's never too late to mend: Radiohead, Kid A (2000)



Ho approcciato la prima volta "l'internèt" ad inizio nuovo millennio, indicativamente nel 2002. Per capirci quando ci si accedeva con il modem 56k che faceva quell'inconfondibile suono all'atto del collegamento, quasi il segnale giungesse da una lontana galassia o da uno di quei film di fantascienza che contribuivano ad alimentare la nostra fantasia da bambini. Ecco, in quel periodo gli utenti dei forum musicali più aperti alle novità ed attenti alle mutazioni della musica rock (a differenza di me) si erano buttati senza rete sul fenomeno Radiohead. Tralasciando la produzione della band nei novanta, culminata con un disco di parziale rottura come OK Computer, i primi anni duemila vedranno gli inglesi imporsi definitivamente con tre titoli quali Kid A, Amnesiac e Hail to the thief in soli quattro anni. Io cercavo di stare al passo, e nonostante il dilagare del p2p, compravo ancora i dischi a scatola chiusa (così feci anche con Kid A, come potete vedere dall'immagine del post che cattura il generoso lavoro di artwork del CD) visto che la curiosità non mi è mai mancata. Tuttavia i Radiohead "me rimbarzaveno" proprio, pertanto presto vi rinunciai per tornare alle mie comfort zone musicali.

Stacco. Qualche mese fa ho messo ordine in una delle mie colossali playlist alloggiate nella chiavetta usb della macchina e, giunto a quella che copre il meglio del ventennio 2000/2020 (una robetta da duecento canzoni), sono inciampato in Everything in its right place
Beh, non so se capita anche ad altri di ascoltare svariate volte qualcosa senza avere particolari feedback, per poi, all'improvviso, avvertire un legame ed una tale voglia di "dipendenza" da quelle note da non poterne più fare a meno. Ecco, Everything in its right place ha rappresentato per me proprio questa sensazione: la scintilla, la chiave per entrare in quel lavoro cerebrale, emotivo, complesso, bellissimo, che risponde al titolo di Kid A.
Ora, sono consapevole che entusiasmarsi oggi per un disco di vent'anni fa, universalmente considerato un capolavoro della musica moderna, non depone a favore della mia credibilità (ma per questo vale sempre l'auto descrizione in alto a destra sotto il mio nickname), ma vi ricordo che il titolo di questa rubrica è pur sempre "non è mai troppo tardi per redimersi", e quindi.

Devo comunque confessare, in buona sostanza (cit.), come l'epifania nei confronti di questo disco mi abbia colpito violenta ed improvvisa non per il bellissimo salmo posto in apertura (Everything in its right place, appunto) che ancora conserva un'architettura "canonica" di canzone pop colto, ne per il post rock di Optimistic o la struggente depressive ballad How to disappear completely
Kid A mi è esploso in testa per quel capolavoro che risponde al titolo di The national anthem, pezzo baciato da quelle botte di ispirazione irripetibili, che travolgono, come l'onda perfetta fa con il surfista, prima l'artista e poi l'ascoltatore. The national anthem inizia con un giro di basso semplice ma ipnotico, sul quale si innesta una melodia cosmico-psichedelica propiziatoria dell'esplosione, improvvisa e dissonante, di fiati free jazz. Un pezzo epocale e totalmente inaspettato, soprattutto se si pensa alle produzioni precedenti della band.
Ovvio, il disco non è solo questo. Gli esperimenti ambient, elettronici, post-tutto (rock, punk, pop) sono la cifra stilistica dell'opera che cartucce da sparare ne ha in ogni traccia (che vogliamo dire dell'inarrivabile multistrato sonoro di Idioteque?), ma che ricava la sua forza dall'incredibile ed irrepetibile equilibrio raggiunto dall'unione di brani diversi che riescono ad armonizzarsi fra loro.

Un disco che, per la totale libertà espressiva con la quale è stato concepito, sembra arrivare direttamente dagli anni settanta, ma che al tempo stesso possiede un mood avanguardistico che lancia il guanto di sfida agli anni zero (allora) appena nati.

giovedì 11 marzo 2021

The General (1998)


Martin Cahill, detto the General, è il criminale ricercato numero uno in Irlanda nel periodo a cavallo tra gli ottanta e i primi novanta. Egli, assieme alla sua gang, è principalmente dedito ai furti, che realizza anche in grande stile grazie ad una mente brillante che gli permette di congegnare piani complessi ed efficaci. Tuttavia Martin, quando necessario, non disdegna anche atti di violenza, come mettere una bomba nell'auto di un esperto forense che potrebbe rappresentare una minaccia nell'ambito di un processo a suo carico, o inchiodare senza pietà ad un tavolo da biliardo le mani di un compare, per testarne la lealtà. Sono però due i suoi comportamenti seriali che determineranno la sua fine: il costante atteggiamento di dileggio nei confronti della Garda (la polizia irlandese) e il rifiuto di scendere a patti con l'IRA, i cui uomini, in quel periodo, permeavano Dublino.

Non conoscevo l'esistenza di questo film di John Boorman (Un tranquillo weekend di paura), scovato grazie ad Amazon Prime Video (nella sua offerta di film di catalogo la piattaforma di Jeff Bezos mi sembra la migliore in circolazione) e goduto dalla prima all'ultima sequenza. Non conoscevo altresì la storia di Cahill, personaggio folkloristico ed incredibile per molti aspetti (nella ultracattolica Irlanda conviveva con due sorelle, da entrambe le quali ebbe dei figli), che aveva l'abitudine compulsiva di nascondere il proprio viso e che, per aver sfidato e provocato più volte e platealmente la Polizia è stato oggetto di un inedito ed abnorme dispiego di agenti (circa ottanta) che lo osservavano,  costantemente appostati attorno alla sua casa  e lo pedinavano standogli appiccicati sia che si muovesse a piedi o in auto, tutti i giorni, ventiquattro ore al giorno per mesi, in disprezzo ad ogni forma di diritto civile di un sospettato, a loro volta schernendolo ed insultandolo in continuazione allo scopo di provocare una reazione utile ad incriminarlo, ed arrivando in questo persino ad introdurre nel suo allevamento di piccioni viaggiatori dei furetti, per ucciderli. 

Il film, girato magistralmente da Boorman (premio per la migliore regia a Cannes 1998) in un bianco e nero pastoso, quasi sgranato, ci offre una fotografia memorabile della Dublino di quegli anni, con l'IRA a governare nell'ombra la città e la Garda, spesso, come nel caso della lotta alla droga o del contrasto alla piccola criminalità, a lasciarla fare. Il protagonista principale, il notissimo caratterista irlandese Brendan Gleeson, ci regala un'interpretazione memorabile, indimenticabile, calandosi come una seconda pelle nelle vesti di un Cahill geniale, irriverente, spregiudicato, ma anche paranoico e spietato. Tutto il cast è nel complesso eccezionale, se proprio vogliamo, paradossalmente, il ruolo meno riuscito, forse perchè sottoutilizzato nonostante le enormi potenzialità di Jon Voight, è quello dell'ispettore di Polizia Ned Kelly. 

Una true crime story perfettamente incasellata in un periodo storico di drammatica transizione per la Repubblica Popolare d'Irlanda. Un film da recuperare ad ogni costo per gli amanti del genere.

The general è disponibile su Amazon Prime Video

lunedì 8 marzo 2021

Chris Stapleton, Starting over (2020)

 


La parabola artistica di Chris Stapleton è ormai storia, sugellata com'è stata dal successo di Traveller (2015), lo straordinario debutto a 37 anni di questo artista del Kentucky arrivato dopo una vita di "back office" a scrivere canzoni per altri. 

La fortuna nello show biz segue modalità misteriose. Abbiamo dovuto aspettare molto perchè Stapleton ci si rivelasse ma oggi siamo al cospetto, probabilmente, del miglior artista di americana della sua generazione. Questo Starting over ce lo dimostra in maniera inequivocabile, laddove ce ne fosse stato ulteriormente bisogno. Le quattordici tracce che compongono il lavoro sono tutte (eccetto Worry be gone, cover di Guy Clark e Joy of my life di John Fogerty) composte da Chris, da solo, o coadiuvato da altre penne (tra le quali spiccano Mike Campbell, chitarra degli Heartbreakers, "Big" Al Anderson, frontman degli storici NRBQ e... Morgane Stapleton, sua moglie e produttrice). 

Il viaggio nel sud degli States comincia con la title track, un country folk intenso e coinvolgente puntellato, come buona parte dei brani della tracklist,  dalle prestigiose tastiere di Benmont Tench degli Heartbreakers, che è solo la prima tappa di un percorso che toccherà tutti gli stili e gli umori di questa parte del mondo. E' infatti uno straordinario tributo allo swamp rock dei padri Creedence Clearwater Revival quello che ascoltiamo con la ispiratissima Devil always made me think twice, mentre è un rock and roll alla maniera texana quello che si sprigiona tra le note di Arkansas. Non possono mancare, e non mancano, le canzoni più intimiste, sull'amore, (con il valzer When I'm with you e con Maggie's song si aggira felice il fantasma di The Band), sull'abbandono e, naturalmente, sulla scimmia dell'alcool (Whiskey sunrise).

Insomma, nè più nè meno, un disco di sontuosa americana. Un'altra volta.