Ora. E' altamente probabile che un disco così sarebbe stato fuori dal tempo in qualunque epoca, in considerazione del suo oscillare tra blues, pop-rock, soul & errebì, swing, croonering e boogie woogie. Tuttavia, o proprio per questo, Scene of the crime conserva a distanza di anni il suo fascino old school. Dietro al nickname Killer Joe (personaggio springstiniano di Spirit in the night) si cela Joe Delia, ingaggiato da Max Weinberg, qui in veste di produttore oltre che di batterista, che, anche con l'ausilio degli amici di sempre, gli cuce addosso un vestito per tutte le stagioni, con esiti di ottimo intrattenimento evergreen. Per questi canonici tre quarti d'ora di musica, tra brani inediti (tre), cover (Kinks, Coasters, il boss) e traditional (Ray Charles, Albert King, Henry Mancini) accorrono svariati ospiti: da quelli scontati (Southside Johnny, Bruce, Little Steven, Jon Bon Jovi) agli inaspettati, come i Beach Boys, Phoebe Snow e Brandford Marsalis. L'evocativa signature track, la strumentale Summer on signal hill, li raccoglie all'unisono. Per la cronaca, non è con questo disco che Joe Delia s'è pagato le bollette, a quello ha pensato la sua attività di compositore di colonne sonore, attraverso un duraturo sodalizio con Abel Ferrara, con il quale ha lavorato per buona parte dei suoi film, a partire da quelli più noti, dalla fine dei settanta ad oggi.
bottle of smoke
est. 2006
lunedì 3 agosto 2026
Un mio disco in poche righe: Killer Joe, Scene of the crime (1991)
Ora. E' altamente probabile che un disco così sarebbe stato fuori dal tempo in qualunque epoca, in considerazione del suo oscillare tra blues, pop-rock, soul & errebì, swing, croonering e boogie woogie. Tuttavia, o proprio per questo, Scene of the crime conserva a distanza di anni il suo fascino old school. Dietro al nickname Killer Joe (personaggio springstiniano di Spirit in the night) si cela Joe Delia, ingaggiato da Max Weinberg, qui in veste di produttore oltre che di batterista, che, anche con l'ausilio degli amici di sempre, gli cuce addosso un vestito per tutte le stagioni, con esiti di ottimo intrattenimento evergreen. Per questi canonici tre quarti d'ora di musica, tra brani inediti (tre), cover (Kinks, Coasters, il boss) e traditional (Ray Charles, Albert King, Henry Mancini) accorrono svariati ospiti: da quelli scontati (Southside Johnny, Bruce, Little Steven, Jon Bon Jovi) agli inaspettati, come i Beach Boys, Phoebe Snow e Brandford Marsalis. L'evocativa signature track, la strumentale Summer on signal hill, li raccoglie all'unisono. Per la cronaca, non è con questo disco che Joe Delia s'è pagato le bollette, a quello ha pensato la sua attività di compositore di colonne sonore, attraverso un duraturo sodalizio con Abel Ferrara, con il quale ha lavorato per buona parte dei suoi film, a partire da quelli più noti, dalla fine dei settanta ad oggi.
lunedì 27 luglio 2026
Odissea (questa non è una recensione)
Ok, provo a buttare giù qualche riflessione disarticolata. Il nuovo film di Christopher Nolan, basato su quel romanzetto da niente che è L'Odissea di Omero, era probabilmente il film più atteso dell'anno, imperdibile per chiunque. Partiamo da qui, dal primo punto che il team Nolan mette a segno, cioè ancora una volta la capacità di creare un evento che fa da potentissima calamita ad attirare verso le sale lo spettatore comune, quello che, appunto, ormai va al cinema solo in occasioni straordinarie. In una fase in cui la traiettoria dei film supereroistici sembra aver esaurito (giustamente, visto il decadimento della qualità) il propellente magnetico che l'ha tenuta in orbita per una quindicina di anni, l'hype generato da questa produzione di per sè non è un elemento banale.
Vado per gradi e passo agli aspetti del film all'origine di uno scatenato dibattito preventivo che proprio non riesce ad appassionarmi. Mi riferisco alle polemiche sulle etnie degli attori scelti in relazione ad alcuni ruoli (ancora sta roba, ma basta!). Per quello che mi riguarda l'importante è che le scelte funzionino, e da questo punto di vista probabilmente non tutto è stato centrato dal casting, ma a prescindere dal colore della pelle. Anne Hathaway, che sembra uno spot per la chirurgia estetica, non l'ho trovata credibile, così come Tom Holland, con la sua mono espressione di stupore fanciullesco e poi sì, anche Lupita Nyong'o, che semplicemente non m'è sembrata esattamente adatta al ruolo. Basta che funzioni vale anche per gli effetti speciali. Non nego una certa attrazione nostalgica verso l'utilizzo degli effetti speciali analogici, ma se il risultato è un Ciclope disastroso (lui e l'intera scena) aridatece la CGI fatta bene!
Ho sparato all'inizio gli aspetti che mi hanno convinto meno ma non vorrei orientare la lettura ad una stroncatura, tutt'altro. Nolan (di cui non sono fanboy) la porta a casa bene per molteplici aspetti: la perizia tecnica è fuori discussione, così come le suggestioni visive che riesce a trasmettere. Alcune sequenze penso entreranno a pieno titolo nella storia, come quella, atrocemente meravigliosa, della maga Circe, con il regista che entra in una modalità horror in maniera del tutto inaspettata. La scena funziona per l'intuizione della manipolazione dei corpi, ma anche per come la gestisce una bravissima Samantha Morton, che spicca sopra ai nomi delle tante star. A proposito, non mi è spiaciuta nemmeno la prova dell'all american boy Matt Damon, che traduce dentro il suo character dubbi esistenziali, ferite psicologiche da shock post traumatico, una saggia rassegnazione al venir progressivamente meno della sua autorità sul suo esercito. Lo stesso dicasi per Robert Pattinson, che incarna il villain Antinoo a forza di sguardi truci e smorfie, come se fosse un malvagissimo personaggio degli anni cinquanta, sempre lì lì per andare sopra le righe, ma senza mai deragliare. Anche se non assistiamo allo scontro Pattinson/Batman contro Holland/Spider-Man, il divo di Cosmopolis vince a mani basse.
Non si può inoltre, volente o nolente, e senza forzare il pensiero dell'autore, non cogliere i messaggi esplicitamente politici che Odissea trasmette. La reiterazione della regola dell'ospitalità di Zeus, che fa aprire le porte e concedere pasto e ospitalità allo straniero, di questi tempi lascia un segno profondo, così come il ribaltamento tra eroi e carnefici che ci viene mostrato con lo scorrere del film. Ci è stato da sempre raccontato della battaglia di Troia come di una vittoria eroica, frutto dell'ingegno di un uomo semi dio, mentre qui quello scontro viene illuminato sul finale da una luce diversa, oscura, che lascia emergere sfumature di vigliaccheria, atti di brutalità ingiustificata che vanno oltre la sopraffazione dell'avversario in un conflitto e che sono invece finalizzate all'annientamento totale dell'altro. Anche qui, il messaggio a questi tempi che hanno frantumato ogni regola multilaterale, unico aspetto che garantiva un equilibrio geopolitico tra nazioni, tra forte e indifeso, arriva nitido e colpisce nel segno.
Tutti noi, in qualche modo, ci siamo abbeverati a questa storia universale, siamo cresciuti con "l'intuizione geniale" del Cavallo di Troia, ma la maniera con cui Nolan ci mostra i soldati chiusi per giorni nel manufatto di legno, schiacciati gli uni agli altri, alla mercè delle maree, prigionieri di una scaltrezza che avrebbe potuto anche non funzionare, con uomini che muoiono affogati come topi nella cambusa, beh, è qualcosa di geniale e sconvolgente, a cui non avevamo mai pensato. Resta impresso nella memoria e sì, è grande cinema.
Vero, non tutte le quasi tre ore di proiezione sono grande cinema. Tuttavia, anche se il mulinello feroce dei commenti social rischia di condizionare ogni giudizio e di trascinarti giù, a me sembra che si tratti di un'ottima pellicola (3,5/5) con due tre picchi memorabili e qualche caduta inspiegabile (anche sul finale action ho qualche riserva). Di certo è un film che la gente sta andando a vedere in sala (che sia o meno IMAX o 70 mm), riconciliandosi con la magia dell'esperienza collettiva, il che, per noi cinefili, non può che essere una bella notizia.
lunedì 20 luglio 2026
Litfiba in concerto, quarant'anni di 17 Re - Castello Scaligero di Villafranca di Verona
Quando ho detto ad amici e colleghi che sarei andato a vedere il concerto dei Litfiba ho ricevuto in cambio sopraccigli sollevati, smorfie di disapprovazione e perplessità manifestate a vario titolo, ma tutte accompagnate da espressioni di compatimento. Ho capito allora che nella percezione comune si è completamente perso il ruolo fondamentale di questa band, ai suoi inizi, nell'evoluzione della musica indipendente italiana (in ambito new wave). Sono invece impressi nella memoria le baracconate di Pelù, gli stracci che sono pubblicamente volati tra il frontman e il resto del gruppo (Renzulli in primis) e i tanti (troppi?) comeback tour. Comprensibile, visto che la fase della "trilogia del potere" (delle vittime del potere, come piace precisare alla band) è durata solo tre anni (1985-1988) mentre tutto il resto, da El diablo in avanti, s'è ne è preso ben oltre trenta. Resta comunque il fatto che i primi tre dischi dei Litfiba, Desaparecido, 17 Re e Litfiba 3, siano qualcosa di enormemente rilevante, sospesi com'erano tra impegno politico, allegoria e sogni dark.
Quest'anno correva il quarantennale di 17 Re (1986) e la band toscana, assecondando un canovaccio in voga ormai da tempo, da quando cioè il rock è diventato materia per ultracinquantenni malati di nostalgia, ha deciso di portarlo in tour suonando integralmente i suoi sedici brani (più uno, la title track, esclusa dalla tracklist originale e ripubblicata per l'occasione). Ma la particolarità di questo tour è soprattutto quella di aver riunito i componenti originali dei primi Litfiba, quindi, oltre a Pelù e Renzulli, Antonio Aiazzi (tastiere) e il mitologico Gianni Maroccolo (basso). Alla batteria in vece del drummer originale Ringo De Palma (morto nel 1990) uno spettacolare Luca "mitraglia" Martelli (con il gruppo per il tour del 2013, che portò in giro la trilogia, e in studio per l'ultimo album Eutòpia, del 2016).
Questa la premessa. Aggiungo che pur passando il tour vicino casa abbiamo optato per la data di Verona in quanto il Carroponte (la location di Milano) non gestisce benissimo i pienoni, diciamo così. Il Castello Scaligero di Villafranca di Verona viceversa, oltre ad essere una venue suggestiva garantiva anche una capienza più a misura d'uomo (5-6000 posti). La scelta si è rivelata una volta tanto azzeccata e lungimirante, essendo riusciti ad assistere all'intero show a pochi metri dal palco in condizioni ottimali (unica pecca, per chi era distante dallo stage, l'assenza dei maxi schermi).
Il concerto inizia con apprezzabilissima puntualità alle 21.15 sulle note di Febbre, la sola del concerto presentata in versione esclusivamente strumentale, come overture atta a creare il giusto climax per l'ingresso sul palco dello sciamano Pelù, che attacca 17 Re, il pezzo recuperato. Le sue atmosfere funzionano, così come i riferimenti nel testo ai gangster a capo di nazioni importanti e alle conseguenze delle loro scelte folli. Quando parte Come un dio, la canzone successiva, capisci dal singalong quanto il pubblico sia legato a questo piccolo grande disco che le classifiche non le vide nemmeno da lontano ma che, evidentemente, è impresso a fuoco nella memoria collettiva non solo di chi all'epoca era ragazzo.
Piero Pelù si prende la scena da frontman consumato. Dalla sua, nonostante età e acciacchi - un acufene permanente che lo costringe ad esibirsi con delle vistose cuffie protettive - , una voce che non ha perso di pulizia, intensità e potenza e una presenza magnetica, sciamanica: ormai, nel bene e nel male, suo marchio di fabbrica. Di contro un attitudine al comizio totalmente fuori controllo, che lo porta a dire la sua prima di ogni singola canzone interpretata, con un effetto comizio a mio avviso controproducente: davanti a tanta banalizzazione, retorica e sicumera ti viene da dargli torto anche quando in linea di principio saresti d'accordo con lui. Un'attitudine questa del tutto provinciale, i grandi artisti che vogliono lanciare messaggi politico sociali fanno parlare le canzoni oppure individuano un momento specifico nello spettacolo (uno, perdio!) per uno speech mirato che cattura l'attenzione del pubblico.
Decidere di eseguire per intero 17 Re non è scelta banale per varie ragioni, ma la più importante è la difficoltà di rendere alcuni brani dal vivo (per dirne una, alla fine delle sessioni di registrazioni dell'album, nel 1986, Maroccolo decise di sostituire le parti di batteria del povero De Palma con una drum machine), ed infatti parte di essi non erano mai stati suonati live prima. Potrei sbagliare ma credo che canzoni come Sulla terra o Tango abbiano preso aria e applausi per la prima volta in quarant'anni. Stando così le cose, si perdona anche l'esecuzione "velocizzata" rispetto al mood originale di buona parte della tracklist dell'album.
Il set si chiude inevitabilmente con la bolgia di Gira nel mio cerchio (che gran pezzo, ancora oggi!) e Resta, forse il più importante rock-anthem italiano assieme a Male di miele degli Afterhours. I bis continuano a cavalcare l'eccitazione del pubblico, alimentata da un scellerato, per noi diversamente giovani, invito al pogo di Pelù, per la tripletta finale La preda, Tex e Cangaceiro. Precedentemente, un'interpretazione di Santiago, che resta uno degli highlights assoluti del concerto, con il suo focus sugli orrori del Cile di Pinochet assieme alla critica al viaggio di Papa Wojtyla che incontra Pinochet mentre nelle segrete si continuava a torturare e trucidare innocenti.
Un bel concerto, per tanti aspetti irripetibile. Anche se si percepisce un pò di distanza, di freddezza tra i singoli membri della band è come se i Litfiba avessero bisogno di ritrovare l'approvazione del pubblico attraverso il recupero integrale delle note del loro capolavoro per fare pace con la propria storia, per essere finalmente risolti.
giovedì 16 luglio 2026
Recensioni capate: Dangerous animals (2025)
lunedì 13 luglio 2026
Recensioni capate: Poker face (serie, due stagioni)
lunedì 6 luglio 2026
Recensioni capate: Carpenter Brut, Leather temple
giovedì 2 luglio 2026
My Favorithe Things, maggio e giugno 2026
Esprimi un desiderio (2/5)
Kneecap (4,25/5)
lunedì 29 giugno 2026
Recensioni capate: Missione Shelter (2026)
Agente: - Cazzo ne so, un'elite dell'MI6, Black qualcosa, ah ecco! Black Kite! -
Statham: - E chi devo proteggere? Bambino? Donna? Animali? -
Agente : - Ragazzina. -
Statham: - Vabbeh, solito look sciatto ma figo? -
Agente : - Ovvio. -
Statham: - Dove la giriamo sta cagata? -
Agente: - Tra Irlanda e Scozia. -
Statham: - Figa, speriamo di non stare due mesi a prendere acqua... Chi è il regista? -
Agente : - Ric Roman Waugh -
Statham: - Illuminami -
Agente: - Ha fatto i due Greenland, Attacco al potere 3, Operaz...
Statham: - Ho capito ho capito, un'altro shooter del cazzo. Solito ingaggio? -
Agente : - Ho spuntato un 20% in più -
Statham: - E va beh, seal the deal. -
Prime Video
lunedì 22 giugno 2026
Bruce Springsteen, Tracks 2 - The lost albums: CD3/7, Faithless
Con il terzo "lost album" incluso nella mastodontica operazione di recupero dagli archivi di Springsteen le cose cominciano a farsi davvero interessanti. Innanzitutto perchè la tracklist non è frutto di un assemblaggio delle registrazioni di un periodo, ma nasce coesa dall'inizio alla fine, allo scopo di fungere da colonna sonora ad un film western descritto come onirico, spirituale ma che poi non è mai stato prodotto e di cui non si hanno informazioni di alcuna natura. L'orizzonte temporale di registrazione è quello a cavallo tra 2005 e 2006, un buon periodo di forma e ispirazione per Bruce (gli album Devils and dust e The Seeger Sessions, coi relativi tour, sono stati tra i migliori in assoluto degli anni duemila, per qualità delle composizioni e sperimentazioni). In questo periodo, evidentemente, il Boss ha messo assieme altro materiale di qualità, buttandosi in un genere che deviava da quelle uscite ufficiali.
Una musica desertica, meditativa, di grande suggestione, sostenuta quasi esclusivamente da strumenti a corda (chitarre, pedal steel, dodici corde, slide) - evidente il richiamo a Ry Cooder - tutti suonati da lui, messi al servizio di interpretazioni vocali strepitose, sostenute da un'ampia ed evocativa sezione cori (da cui spiccano Patti Scialfa e Soozie Tyrell). L'album consta di undici brani, otto cantati e tre strumentali, per un timing relativamente breve, ma, com'è ovvio, ciò non ne pregiudica la qualità.
Un disco bello e ispirato, non è un peccato sia un pò nascosto dentro una retropsettiva di outtakes di sette album?
Le altre recensioni dei Lost albums
lunedì 15 giugno 2026
Getaway! (1972)
Il rapinatore Doc McCoy si trova in carcere e, all'ennesima libertà vigilata rifiutata, decide di offrire le sue "skills" ad un politico corrotto, membro della commissione. A questo scopo invia la moglie, nonchè complice, Carol, a mettere in piedi l'affare. Il politico mantiene l'impegno e in cambio della concessione della libertà "on parole" commissiona a Doc una rapina, imponendogli la manodopera di due delinquenti di fiducia. La rapina finisce nel sangue e Doc e Carol cominciano la loro fuga, resa ancora più complicata dalle verità sulla coppia che emergono nel corso dell'inseguimento.
Prima di ogni altra cosa un doveroso ringraziamento a quelli del canale LA7 Cinema per aver restituito ai telespettatori la possibilità di recuperare film straordinari da tempo persi nella polvere degli archivi dei palinsesti (oltre a Getaway! solo in questo periodo Il cielo sopra Berlino, Brubaker e La famiglia di Scola).
L'unico elemento certo in fase di costruzione del film fu, sin dal giorno uno, il protagonista maschile: McQueen, per il resto, dalla regia, inizialmente affidata a Bogdanovich, al partner femminile, laddove la preferita rispetto alla scelta finale della reduce del successo di Love story Ali MacGraw (all'epoca moglie del capo della Paramount, Robert Evans) era Stella Stevens, (che, in effetti, aveva potenzialmente più physique du ròle), fino all'attore che doveva interpretare il sadico Rudy (il prescelto era Jack Palance, ma non si misero d'accordo sul compenso), la fase di pre produzione fu complessa e articolata. Altro elemento oggi impensabile, ma all'epoca concesso alle grandi star, era il potere di decidere il final cut della pellicola, che fu lasciato, non come sarebbe lecito pensare a Peckinpah, ma a McQueen.
Dal mio punto di vista alla fine tutto è andato al posto giusto (anche per la coppia di attori protagonisti, che lo diventeranno anche nella vita), con il mitologico Sam Peckinpah che confeziona un western moderno cinico, violento, e sporco. D'altro canto il soggetto, sceneggiato da un trentenne Walter Hill, è tratto da un romanzo di Jim Thompson che insomma, non ha mai risparmiato al pubblico la sua dose di violenza ottusa, brutalità e disillusione. Da questo punto di vista il finale, che devia da quello originale del romanzo, è l'unica perplessità che nutro rispetto alla trasposizione (anche se capisco la scelta, visto quello allucinante e cannibalesco del libro).
Andando con ordine. Peckinpah gira un incipit della pellicola strepitoso, a partire dai cervi nella radura fuori dalle mura del carcere che introducono sequenze con raccordi di montaggio improvvisi, pochissimi dialoghi, il sonoro del lavoro dei detenuti sugli orditoi meccanici ossessivo e ipnotico a sormontare le immagini e a scandire le giornate, tutte uguali, all'interno del penitenziario. McQueen recita con sguardo ed espressione e, pur non essendo certo queste doti il suo punto di forza, comunica tutto il disagio di una personalità libera su cui l'oppressione delle sbarre è fisicamente insopportabile. Sembra che da un momento all'altro possa scoppiare un azione violenta e invece, così come era iniziata, questa scena si interrompe, con la visita di Carol/Ali Mac Graw al parlatoio e la richiesta di Doc alla moglie.
Il realismo ereditato dall'opera di Jim Thompson emerge, a tratti, prima che nelle scene d'azione, girate con la consueta maestria (ma d'altro canto, tra ralenty e movimenti di macchina, quelle sono la tazza da tè di Penckinpah), in alcuni frangenti della relazione di coppia McQueen/McGraw, come nel primo momento di intimità, il cui il macho Doc rivela alla moglie tutte le sue insicurezze amatorie dopo tanti anni di prigione oppure, in senso totalmente opposto e assecondando, qui sì, uno stile jimthompsiano "in purezza" , quando Doc la schiaffeggia ripetutamente dopo la rivelazione del suo tradimento, anche se perpetrato a fin bene. Una scena, quest'ultima, che rivela il lato meno cool di un uomo duro, ma anche egoista, con una concezione patriarcale del proprio ruolo nella coppia. Una scena che oggi (giustamente o meno) avrebbe qualche problema a passare, soprattutto in un film che nasce per il grande pubblico.
La prima parte del film è quella in cui il regista si esibisce maggiormente in intuizioni innovatrici, come il flashforward di Doc e Carol che si tuffano vestiti nel fiume, messo in scena come fosse un ricordo, quindi un flashback di Doc stesso. Ma d'altro canto questa era la forza della "nuova Hollywood": una libertà creativa che permetteva di sperimentare anche dentro film pensati dalle produzioni come blockbuster.
Un capitolo a parte merita la storyline dello scagnozzo Rudy, probabilmente la parte del film che maggiormente assorbe l'ossessione di Jim Thompson per i personaggi laidi, violenti e ripugnanti. Rudy, impersonato da Al Lettieri, l'indimenticabile Sollozzo de Il Padrino, cerca di fottere Doc ma viene da lui fottuto. Lasciato per morto, vaga gravemente ferito fino a quando non trova una clinica veterinaria gestita da un medico ordinario e noioso e da sua moglie, invece procace ed esuberante. Dopo essere stato curato obbliga non solo il marito a guidare per gli States all'inseguimento di McQueen, ma anche ad assistere alle proprie prestazioni sessuali con la di lui moglie (consenziente ed entusiasta), in una serie di sequenze rese disturbanti non solo dal contesto grottesco ma anche da come regge la scena Al: il suo ghigno strafottente, perfido e libidinoso resta nella memoria dello spettatore.
Avendo optato per un lieto fine, le sequenze più desolate e allucinate di Getaway! sono quelle girate nell'enorme discarica desertica, dove Carol e Doc arrivano dopo una fuga dentro un camion dell'immondizia che poteva essere davvero poco credibile e quasi comica, a cui la location lunare, la luce abbacinante e la sensazione di luogo alla fine del mondo (e del loro amore) restituisce invece la drammaturgia necessaria all'opera.
La colonna sonora, anch'essa voluta fortemente da McQueen, è affidata ad un grande della musica di tutti i tempi: Quincy Jones, ed è impostata su uno stile fusion-jazz-funk, molto cool all'epoca anche per l'affermazione della blaxpoitation, personalmente mi permetto di affermare che, vista la cifra complessiva del lavoro e le ambientazioni, ci avrei visto meglio un Ry Cooder o un John Lee Hooker. Ma sono gusti personali e forse la scelta sarebbe stata eccessivamente banale e prevedibile.
Consapevole che la mia opinione, oltre a contare zero non sia unanimamente condivisa, ritengo Getaway! uno dei crime/heist movie più iconici, magistrali e indimenticabili del cinema americano di genere tutto. Poi, che oggettivamente non sia il titolo migliore della filmografia di Peckinpah non fa che rendere evidente quanto questo regista abbia agito sull'immaginario cinematografico di una generazione. E di quelle a venire.
giovedì 11 giugno 2026
Due parole di ricordo su David Allen Coe
lunedì 8 giugno 2026
Un mio disco in dieci righe: Lenny Kravitz, Let the love rule (1989)
Ammettiamolo: Lenny Kravitz ha rotto il cazzo. E non da oggi. Tuttavia non è sempre stato così. Al tempo del suo primo album, nel 1989, ben prima quindi che egli diventasse "l'ambasciatore del rock style", Lenny debuttava con un disco pieno di idee, certo, derivativo dalla black music dei suoi avi, ma animato da una grande urgenza comunicativa. Let love rule manca forse del singolone spaccatutto (qualcuno ha detto Are you gonna go my way?) ma compensa con una grande coesione tra i brani e un autentico spirito di struggimento sociale in ottica black pride. In questo senso si segnalano Mr Cab driver, Does anybody out even care, Freedom train, la straziante Rosemary, mentre in ambito relazioni a due troviamo ovviamente la title track e I build this garden for us. Se il riferimento dei successivi Mama said e Are you gonna go my way richiama esplicitamente Hendrix, qui il mood è decisamente più smooth, quasi a scomodare Al Green. Nota a margine: ai testi collaborava l'allora moglie Lisa Bonet, in seguito attrice affermata. Un ascolto su cui torno ciclicamente.
lunedì 1 giugno 2026
Recensioni capate: Morte cucina (2025)
Non tutto è a fuoco, ma in il regista trova decisamente la strada per imprimere nella memoria la sua opera.
Sky Primafila
lunedì 25 maggio 2026
Bruce Springsteen, Tracks 2 - The lost albums: CD2/7: Streets of Philadelphia Sessions
Per anni, a partire dai novanta, tra i fans si è favoleggiato di una serie di pezzi inediti di Springsteen registrati con modalità elettroniche (sintetizzatori, loop machine, campionatori). Voci suffragate da indizi che Bruce lasciava qua e là come molliche di pane, da Streets of Philadelphia per il film di Demme, passando da Missing (per 3 giorni per la verità di Penn), a The fuse sull'album The rising ed altre chicche. Una modalità interpretativa vecchia per la musica ma assolutamente nuova per Bruce, che ha sempre girato attorno a generi musicali tradizionali suonati in modalità analogica.
Ecco perchè la pubblicazione di questi lavori, all'interno del progetto Lost Albums, era, per molti versi, quella che più mi incuriosiva. Nella realtà, coerentemente con la filosofia "album che avrebbero potuto uscire", Springsteen, con The Philadelphia Sessions, mette assieme solo le registrazioni del periodo 1992/93 e non la sua intera produzione "elettronica", che è andata sporadicamente avanti, a quanto ne sappiamo, almeno fino ai primi duemila (ne si trovano tracce anche nelle esibizioni dal vivo, in solitaria, del Devil & dust tour del 2005).
Disclaimer: ovviamente anche un disco in modalità elettronica di Springsteen è sempre un disco di Springsteen, cioè non è realistico aspettarsi, per dire, sonorità alla Burial. La struttura dei pezzi di questo album "perduto" asseconda infatti un'altra predisposizione del Boss dei novanta, quello per l'introspezione, i temi legati alle relazioni personali, le ballate acustiche delicate. Questo l'embrione originale, che resta pressochè intatto, a prescindere dall'arrangiamento delle macchine. Lo si capisce da subito, con Blind spot, deputata ad aprire la tracklist, e dal suo incipit di drum-machine e synth che proprio non ce la fanno a rendere meno calda e avvolgente la melodia, anche grazie ad un testo davvero suggestivo ed ispirato.
Questa è un pò la regola generale del disco, che dal punto di vista dell'accompagnamento strumentale risulta un pò ripetitivo, con il sintetizzatore che allunga gli accordi preparando l'entrata della drum machine (o viceversa), prima del cantato. In qualche traccia ci si allontana dalla modalità synth per tornare all'acustico, come Something in the well e The little things, mentre One beautiful mornig, interrompe il flusso introspettivo portando solarità e sonorità che potrebbero tranquillamente essere "full band".
Comunque sia, The Piladelphia Sessions è un disco riuscito che con un pelo di coraggio in più avrebbe potuto essere tranquillamente pubblicato all'epoca della sua registrazione. Neil Young lo avrebbe fatto, ma è noto come lui abbia sempre anteposto la sua evoluzione musicale, il proprio processo creativo, alle aspettative dei fans. Al netto di Nebraska, Bruce no.
lunedì 18 maggio 2026
Kneecap (2025)
Belfast, anni dieci dei duemila. Liam e Naoise sono due piccoli spacciatori, dediti al consumo di alcol e droghe. La loro vita scorre tra feste, sballi, sesso occasionale e strafottenza verso qualunque autorità. Naoise ha un padre scomparso (dato per morto) idolo della comunità cattolica di Belfast in quanto mitologico soldato dell'I.R.A.. I due vengono occasionalmente a contatto con JJ, un insegnante di gaelico amante della lingua madre ma insofferente ai metodi con cui la si trasmette nelle scuole, che giudica antiquati ed inadatti. JJ si ritrova tra le mani un taccuino di appunti in gaelico di Liam e capisce che possono diventare una rivoluzionaria arma di divulgazione della lingua madre, attraverso il rap.
Dissacrante sin dalla primissima sequenza, nella quale il regista Rich Peppiatt (fin qui solo corti e documentari) si fa beffe di tutta la produzione cinematografica sull'Irlanda del Nord basata sulla narrazione dei "troubles", Kneecap è una boccata d'aria fresca (o, se preferite, una profonda aspirata di ganja) nel panorama asfittico, ripetitivo e agiografico, dei biopic degli artisti musicali. Ragion per cui stabilire quanto ci sia di vero e quanto esagerato nella ricostruzione delle vite del trio hip hop Kneecap (a proposito, il monicker riprende il termine in slang riferito alle gambizzazioni a colpi d'arma da fuoco, pratica molto usata da ambo le parti dei diversi gruppi paramilitari nordirlandesi) diventa del tutto irrilevante.
Interpretato efficacemente dai componenti reali del gruppo, il film ci mostra la realtà di un territorio in cui ancora si litiga per radici identitarie che ai ragazzi nati dopo gli accordi di pace del Venerdì Santo (1998), e chiamati per questo "ceasefire baby", interessa giusto per obblighi di stirpe o per movimentare giornate fotocopia menando le mani con gli "orange".
Mentre ci intrattiene con un'irriverenza che al confronto The dirt sui Crue è un film da convento di Carmelitane, Kneecap qualche messaggio lo trasmette, per chi vuole coglierlo: ad esempio quando ci rivela la condizione dei ragazzi soprattutto cattolici, costretta tra l'incudine delle organizzazioni paramilitari clandestine vedove dell'I.R.A., composte da disadattati col quoziente intellettivo di un tombino di ghisa che esercitano il loro controllo sul territorio agendo da "polizia morale", e il martello della brutalità della Polizia (PSNI) nei confronti dei cattolici, a dimostrazione del fatto che, sebbene in Irlanda del Nord i cattolici abbiano superato nel numero i protestanti e addirittura siano per la prima volta al governo, la PSNI sia ancora saldamente in mano a individui fedeli alla Corona britannica.
Peppiatt (cristo, che cognome improbabile!), che è anche sceneggiatore, non fornisce "alibi" al comportamento dei ragazzi, nemmeno quello della classica assenza genitoriale (in questo caso paterna), che in storie così spunta sempre fuori come il prezzemolo. No, Liam e Naoise sono due teppistelli di cui le città sono piene con, a differenza di milioni di altri, un talento per le rime e per il flaw. Viceversa JJ, il terzo membro del gruppo, all'inizio è un professore di gaelico che, sotto la patina di rispettabilità, è decisamente insoddisfatto e frustrato a causa della staticità del suo lavoro. Per lui Liam e Naoise rappresentano la salvezza. Difatti, non appena comincia a bazzicarli, in un nanosecondo si adegua al loro stile di vita, assumendo droghe di ogni tipo con effetti filmici irresistibili.
Ci viene raccontato di come, spesso, i grandi film nascano da anomalie, idee stravaganti ed estemporanee, impuntature contro tutto e tutti di registi caparbi, insofferenti alle mediazioni. Ebbene, non so chi abbia avuto la geniale intuizione di fare un instant biopic su uno sconosciuto trio rap dell'Irlanda del Nord che, a gennaio 2024, all'epoca della presentazione del film al Sundance, non aveva pubblicato nemmeno un disco (la release dell'album Fine art è di sei mesi successiva), ma di questi intuizioni folli e improbabili è fatta la materia dei sogni del cinema.
Letteralmente imperdibile.
Prime Video
lunedì 11 maggio 2026
I miei film preferiti del 2025
The mastermind (30/10)
Un semplice incidente (06/11)
lunedì 4 maggio 2026
Il caso 137 (2026)
Parigi, dicembre 2018. Come nel resto della Francia impazza la protesta dei manifestanti che i media hanno ribattezzato "Gilet Gialli". Nell'ambito di una grande adunata organizzata nella capitale si verificano diversi scontri con le forze dell'ordine in assetto antisommossa che lasciano a terra feriti, anche gravi. La comandante IGPN (gli affari interni) Stephanie Bertand indaga sulla denuncia di una madre che incolpa gli agenti di aver colpito il figlio alla testa con un proiettile di gomma.
Dopo l'eccellente La notte del 12 il regista Dominik Moll torna ad occuparsi di un caso non realmente accaduto ma estremamente verosimile. Se nel film precedente il focus era su di un episodio di cronaca nera, per questo Il caso 137 la denuncia si allarga alla politica francese, a come cioè l'apparato istituzionale, a partire dal ministro degli interni, decise, con un uso sproporzionato della forza, di gestire il conflitto - oggettivamente complicato - con il movimento apolitico e sostanzialmente privo di veri e propri leader con cui interloquire, dei Gilet Gialli.
Un'intensa (ma non è certo una novità) Lèa Drucker interpreta la protagonista Stèphanie Bertrand, una poliziotta dei poliziotti che occupa quella posizione controvoglia ma comunque con dedizione ed equilibrio. Lo si capisce quando, nell'ambito dell'interrogatorio, appare dura nel gestire il caso di un celerino che, per frustrazione, getta un sasso nella direzione dello schieramento dei manifestanti, senza peraltro raggiungerli, ma poi ne raccomanda l'assoluzione comprendendo la frustrazione e la stanchezza del momento.
Completamente diversa la situazione quando le arriva sulla scrivania il caso del giovane gravissimo in ospedale per essere stato colpito alla testa, con la testimonianza dei familiari che condanna gli agenti. Qui Moll ci mostra in maniera esemplare come cambiano le pressioni delle sovrastrutture dei vertici della polizia e della politica a seconda delle pressioni che ricevono: quando i media si fanno ingestibili nell'attaccare il corpo di polizia, i vertici spingono Stèphanie ad individuare i responsabili, laddove invece è l'intero corpo di polizia a minacciare rivolte, le tolgono autorità, sostanzialmente insabbiando il tutto. Mentre il celerino del sasso, responsabile di un atto infinitamente meno grave, ma ignoto all'opinione pubblica, s'intuisce venga duramente punito.
E lo sguardo rassegnato già in anticipo di chi, pur arrivando da un contesto umile, conosce le dinamiche della vita e del potere, come l'inserviente Alicia (una bravissima Guslagie Malanda) o la madre del ragazzo ridotto in fin di vita (interpretata da Sandra Colombo) diventa una lama affilatissima che penetra il corpo e lo spirito della Drucker, che, a sua volta, sembra rassegnarsi all'ineluttabilità della catena alimentare politica, in un grottesco balletto nel quale a soccombere sono verità e giustizia.
I fatti raccontati dal film sono frutto di fantasia come da canonico disclaimer in premessa, tuttavia, prima dei titoli di coda, vengono proiettati in sala i numeri reali, raggelanti, delle conseguenze in termini di ferite gravi e menomazioni permanenti che hanno subito decine di manifestanti nell'occasione del raduno di Parigi, che mettono in chiaro quale fosse l'ordine impartito dal Ministero degli Interni per il contenimento dei manifestanti. Sovviene l'analoga linea di condotta che il governo italiano di destra applicò con il G8 che si svolse a Genova nel 2001, e che in qualche modo fu l'epilogo della cosiddetta "rivoluzione mancata" dei novanta, quella di un movimento giovanile spontaneo ed idealista che coltivava la speranza di essere parte attiva in un processo di cambiamento.
Quello di Moll è un cinema importante, che prosegue la radicata tradizione francese in ambito di opere di denuncia. Una tradizione che è anche nostra, ma che ultimamente svolgiamo spesso come un compitino sotto dettatura, senza la straordinaria forza ed efficacia di film come Il caso 137.
giovedì 30 aprile 2026
My favorite things, aprile 2026
Il quadro rubato (2,5/5)
lunedì 27 aprile 2026
Paradox, Mysterium (2025)
Ci sono band che nonostante i giudizi universalmente positivi non emergono mai dal semi anonimato. Le ragioni possono essere diverse, ma a mio avviso se c'è un gruppo che le mette assieme un pò tutte, beh, quello risponde al nome di Paradox. Tedeschi della baviera, esordiscono nel 1986 surfando sull'onda thrash metal al massimo del suo arco (è l'anno di Master of puppets...). Dopo alcuni demo riuscirono ad attirare l'attenzione della RoadRunner, etichetta olandese cruciale nella diffusione del metal estremo degli ottanta, che li mette sotto contratto. Una partenza a razzo, che permise loro di incidere un secondo album, dopo il quale però, la band si arenò. Le ragioni? Una line-up instabile, problemi personali del leader Charly Steinhauer (voce e chitarra, ma nel corso del tempo ha suonato quasi tutti gli strumenti), un riscontro di vendite inferiore alle attese e poi, secondo me, la scelta di un monicker, Paradox, poco figo, che non rimanda alla musica suonata, che non trasmette epicità, non fa vendere magliette e che oggi, se lo metti nel motore di ricerca ti restituisce di tutto (vari film, una band inglese, un rapper indiano) prima di arrivare all'oggetto metallico della tua ricerca.
Nonostante ciò, dopo gli anni ottanta, e tra disbanded e reunion, i Paradox tornano nel 2000 e, più o meno regolarmente, in un quarto di secolo rilasciano sette album, tutti ben accolti da critica e fan del thrash e tutti regolarmente ignorati dal ritorno in fatturato del mainstream metal. Eppure ascolti Mysterium e ti chiedi cos'abbia in meno dei dischi recenti di Testament, Anthrax, Megadeth, per non dire Metallica, se ci limitiamo al contenuto musicale e non a tutto quanto ci sta intorno in tema di brand e consumismo musicale. Questo Mysterium non fa eccezione, nove frustate thrash in cui Steinhauer si erge a one man band in senso letterale, suona infatti tutti gli strumenti, ad eccezione della batteria, per il cui utilizzo si avvale dell'elettronica. Non ho l'orecchio da musicista, ma insomma sfido chiunque, ad esempio ascoltando la classica Abyss of pain and fear, a capire che dietro le pelli "sieda" una fredda programmazione invece che un nerboruto e sudato tedescone, per cui questa scelta - immagino obbligata da costi di produzione ridotti - non condiziona l'ascolto di coloro allergici all'utilizzo di modalità elettroniche.
Non è banale suonare un genere ormai schematizzato riuscendo a mettere a terra delle tracce che rispettano il pattern ma che vivono di una vigorosa vita propria, ed è in questo che Chuck, ancora una volta, fa indiscutibilmente centro, grazie a composizioni quali Pile of shame, Fragrance of violence, Kholat o la title track e la decisione di inserire nella tracklist un paio di interludi strumentali a creare una camera di decompressione che si frappone tra la furia dei brani. Un disco, questo Mysterium, che ci riporta clamorosamente indietro di giusto quarant'anni ma che, è abbastanza acclarato, non sposterà di un centimetro lo status di "loser" dei Paradox, consolidandone in compenso quella di cult band metal.
giovedì 23 aprile 2026
(circa) 80 minuti di Sleaford Mods
02. Nudge it
03. Fizzy
04. Megaton
05. Jobseeker
06. Jolly fucker
07. Mork n Mindy
08. Tied up in Nottz
09. Shortcummings
10. Tarantula deadly cargo
11. TCR
12. B.H.S.





















