Esprimi un desiderio (2/5)
Kneecap (4,25/5)
est. 2006
Prime Video
Con il terzo "lost album" incluso nella mastodontica operazione di recupero dagli archivi di Springsteen le cose cominciano a farsi davvero interessanti. Innanzitutto perchè la tracklist non è frutto di un assemblaggio delle registrazioni di un periodo, ma nasce coesa dall'inizio alla fine, allo scopo di fungere da colonna sonora ad un film western descritto come onirico, spirituale ma che poi non è mai stato prodotto e di cui non si hanno informazioni di alcuna natura. L'orizzonte temporale di registrazione è quello a cavallo tra 2005 e 2006, un buon periodo di forma e ispirazione per Bruce (gli album Devils and dust e The Seeger Sessions, coi relativi tour, sono stati tra i migliori in assoluto degli anni duemila, per qualità delle composizioni e sperimentazioni). In questo periodo, evidentemente, il Boss ha messo assieme altro materiale di qualità, buttandosi in un genere che deviava da quelle uscite ufficiali.
Una musica desertica, meditativa, di grande suggestione, sostenuta quasi esclusivamente da strumenti a corda (chitarre, pedal steel, dodici corde, slide) - evidente il richiamo a Ry Cooder - tutti suonati da lui, messi al servizio di interpretazioni vocali strepitose, sostenute da un'ampia ed evocativa sezione cori (da cui spiccano Patti Scialfa e Soozie Tyrell). L'album consta di undici brani, otto cantati e tre strumentali, per un timing relativamente breve, ma, com'è ovvio, ciò non ne pregiudica la qualità.
Un disco bello e ispirato, non è un peccato sia un pò nascosto dentro una retropsettiva di outtakes di sette album?
Le altre recensioni dei Lost albums
Il rapinatore Doc McCoy si trova in carcere e, all'ennesima libertà vigilata rifiutata, decide di offrire le sue "skills" ad un politico corrotto, membro della commissione. A questo scopo invia la moglie, nonchè complice, Carol, a mettere in piedi l'affare. Il politico mantiene l'impegno e in cambio della concessione della libertà "on parole" commissiona a Doc una rapina, imponendogli la manodopera di due delinquenti di fiducia. La rapina finisce nel sangue e Doc e Carol cominciano la loro fuga, resa ancora più complicata dalle verità sulla coppia che emergono nel corso dell'inseguimento.
Prima di ogni altra cosa un doveroso ringraziamento a quelli del canale LA7 Cinema per aver restituito ai telespettatori la possibilità di recuperare film straordinari da tempo persi nella polvere degli archivi dei palinsesti (oltre a Getaway! solo in questo periodo Il cielo sopra Berlino, Brubaker e La famiglia di Scola).
Dal mio punto di vista alla fine tutto è andato al posto giusto (anche per la coppia di attori protagonisti, che lo diventeranno anche nella vita), con il mitologico Sam Peckinpah che confeziona un western moderno cinico, violento, e sporco. D'altro canto il soggetto, sceneggiato da un trentenne Walter Hill, è tratto da un romanzo di Jim Thompson che insomma, non ha mai risparmiato al pubblico la sua dose di violenza ottusa, brutalità e disillusione. Da questo punto di vista il finale, che devia da quello originale del romanzo, è l'unica perplessità che nutro rispetto alla trasposizione (anche se capisco la scelta, visto quello allucinante e cannibalesco del libro).
Andando con ordine. Peckinpah gira un incipit della pellicola strepitoso, a partire dai cervi nella radura fuori dalle mura del carcere che introducono sequenze con raccordi di montaggio improvvisi, pochissimi dialoghi, il sonoro del lavoro dei detenuti sugli orditoi meccanici ossessivo e ipnotico a sormontare le immagini e a scandire le giornate, tutte uguali, all'interno del penitenziario. McQueen recita con sguardo ed espressione e, pur non essendo certo queste doti il suo punto di forza, comunica tutto il disagio di una personalità libera su cui l'oppressione delle sbarre è fisicamente insopportabile. Sembra che da un momento all'altro possa scoppiare un azione violenta e invece, così come era iniziata, questa scena si interrompe, con la visita di Carol/Ali Mac Graw al parlatoio e la richiesta di Doc alla moglie.
Il realismo ereditato dall'opera di Jim Thompson emerge, a tratti, prima che nelle scene d'azione, girate con la consueta maestria (ma d'altro canto, tra ralenty e movimenti di macchina, quelle sono la tazza da tè di Penckinpah), in alcuni frangenti della relazione di coppia McQueen/McGraw, come nel primo momento di intimità, il cui il macho Doc rivela alla moglie tutte le sue insicurezze amatorie dopo tanti anni di prigione oppure, in senso totalmente opposto e assecondando, qui sì, uno stile jimthompsiano "in purezza" , quando Doc la schiaffeggia ripetutamente dopo la rivelazione del suo tradimento, anche se perpetrato a fin bene. Una scena, quest'ultima, che rivela il lato meno cool di un uomo duro, ma anche egoista, con una concezione patriarcale del proprio ruolo nella coppia. Una scena che oggi (giustamente o meno) avrebbe qualche problema a passare, soprattutto in un film che nasce per il grande pubblico.
La prima parte del film è quella in cui il regista si esibisce maggiormente in intuizioni innovatrici, come il flashforward di Doc e Carol che si tuffano vestiti nel fiume, messo in scena come fosse un ricordo, quindi un flashback di Doc stesso. Ma d'altro canto questa era la forza della "nuova Hollywood": una libertà creativa che permetteva di sperimentare anche dentro film pensati dalle produzioni come blockbuster.
Un capitolo a parte merita la storyline dello scagnozzo Rudy, probabilmente la parte del film che maggiormente assorbe l'ossessione di Jim Thompson per i personaggi laidi, violenti e ripugnanti. Rudy, impersonato da Al Lettieri, l'indimenticabile Sollozzo de Il Padrino, cerca di fottere Doc ma viene da lui fottuto. Lasciato per morto, vaga gravemente ferito fino a quando non trova una clinica veterinaria gestita da un medico ordinario e noioso e da sua moglie, invece procace ed esuberante. Dopo essere stato curato obbliga non solo il marito a guidare per gli States all'inseguimento di McQueen, ma anche ad assistere alle proprie prestazioni sessuali con la di lui moglie (consenziente ed entusiasta), in una serie di sequenze rese disturbanti non solo dal contesto grottesco ma anche da come regge la scena Al: il suo ghigno strafottente, perfido e libidinoso resta nella memoria dello spettatore.
Avendo optato per un lieto fine, le sequenze più desolate e allucinate di Getaway! sono quelle girate nell'enorme discarica desertica, dove Carol e Doc arrivano dopo una fuga dentro un camion dell'immondizia che poteva essere davvero poco credibile e quasi comica, a cui la location lunare, la luce abbacinante e la sensazione di luogo alla fine del mondo (e del loro amore) restituisce invece la drammaturgia necessaria all'opera.
La colonna sonora, anch'essa voluta fortemente da McQueen, è affidata ad un grande della musica di tutti i tempi: Quincy Jones, ed è impostata su uno stile fusion-jazz-funk, molto cool all'epoca anche per l'affermazione della blaxpoitation, personalmente mi permetto di affermare che, vista la cifra complessiva del lavoro e le ambientazioni, ci avrei visto meglio un Ry Cooder o un John Lee Hooker. Ma sono gusti personali e forse la scelta sarebbe stata eccessivamente banale e prevedibile.
Consapevole che la mia opinione, oltre a contare zero non sia unanimamente condivisa, ritengo Getaway! uno dei crime/heist movie più iconici, magistrali e indimenticabili del cinema americano di genere tutto. Poi, che oggettivamente non sia il titolo migliore della filmografia di Peckinpah non fa che rendere evidente quanto questo regista abbia agito sull'immaginario cinematografico di una generazione. E di quelle a venire.
Ammettiamolo: Lenny Kravitz ha rotto il cazzo. E non da oggi. Tuttavia non è sempre stato così. Al tempo del suo primo album, nel 1989, ben prima quindi che egli diventasse "l'ambasciatore del rock style", Lenny debuttava con un disco pieno di idee, certo, derivativo dalla black music dei suoi avi, ma animato da una grande urgenza comunicativa. Let love rule manca forse del singolone spaccatutto (qualcuno ha detto Are you gonna go my way?) ma compensa con una grande coesione tra i brani e un autentico spirito di struggimento sociale in ottica black pride. In questo senso si segnalano Mr Cab driver, Does anybody out even care, Freedom train, la straziante Rosemary, mentre in ambito relazioni a due troviamo ovviamente la title track e I build this garden for us. Se il riferimento dei successivi Mama said e Are you gonna go my way richiama esplicitamente Hendrix, qui il mood è decisamente più smooth, quasi a scomodare Al Green. Nota a margine: ai testi collaborava l'allora moglie Lisa Bonet, in seguito attrice affermata. Un ascolto su cui torno ciclicamente.
Sky Primafila
Per anni, a partire dai novanta, tra i fans si è favoleggiato di una serie di pezzi inediti di Springsteen registrati con modalità elettroniche (sintetizzatori, loop machine, campionatori). Voci suffragate da indizi che Bruce lasciava qua e là come molliche di pane, da Streets of Philadelphia per il film di Demme, passando da Missing (per 3 giorni per la verità di Penn), a The fuse sull'album The rising ed altre chicche. Una modalità interpretativa vecchia per la musica ma assolutamente nuova per Bruce, che ha sempre girato attorno a generi musicali tradizionali suonati in modalità analogica.
Ecco perchè la pubblicazione di questi lavori, all'interno del progetto Lost Albums, era, per molti versi, quella che più mi incuriosiva. Nella realtà, coerentemente con la filosofia "album che avrebbero potuto uscire", Springsteen, con The Philadelphia Sessions, mette assieme solo le registrazioni del periodo 1992/93 e non la sua intera produzione "elettronica", che è andata sporadicamente avanti, a quanto ne sappiamo, almeno fino ai primi duemila (ne si trovano tracce anche nelle esibizioni dal vivo, in solitaria, del Devil & dust tour del 2005).
Disclaimer: ovviamente anche un disco in modalità elettronica di Springsteen è sempre un disco di Springsteen, cioè non è realistico aspettarsi, per dire, sonorità alla Burial. La struttura dei pezzi di questo album "perduto" asseconda infatti un'altra predisposizione del Boss dei novanta, quello per l'introspezione, i temi legati alle relazioni personali, le ballate acustiche delicate. Questo l'embrione originale, che resta pressochè intatto, a prescindere dall'arrangiamento delle macchine. Lo si capisce da subito, con Blind spot, deputata ad aprire la tracklist, e dal suo incipit di drum-machine e synth che proprio non ce la fanno a rendere meno calda e avvolgente la melodia, anche grazie ad un testo davvero suggestivo ed ispirato.
Questa è un pò la regola generale del disco, che dal punto di vista dell'accompagnamento strumentale risulta un pò ripetitivo, con il sintetizzatore che allunga gli accordi preparando l'entrata della drum machine (o viceversa), prima del cantato. In qualche traccia ci si allontana dalla modalità synth per tornare all'acustico, come Something in the well e The little things, mentre One beautiful mornig, interrompe il flusso introspettivo portando solarità e sonorità che potrebbero tranquillamente essere "full band".
Comunque sia, The Piladelphia Sessions è un disco riuscito che con un pelo di coraggio in più avrebbe potuto essere tranquillamente pubblicato all'epoca della sua registrazione. Neil Young lo avrebbe fatto, ma è noto come lui abbia sempre anteposto la sua evoluzione musicale, il proprio processo creativo, alle aspettative dei fans. Al netto di Nebraska, Bruce no.
Belfast, anni dieci dei duemila. Liam e Naoise sono due piccoli spacciatori, dediti al consumo di alcol e droghe. La loro vita scorre tra feste, sballi, sesso occasionale e strafottenza verso qualunque autorità. Naoise ha un padre scomparso (dato per morto) idolo della comunità cattolica di Belfast in quanto mitologico soldato dell'I.R.A.. I due vengono occasionalmente a contatto con JJ, un insegnante di gaelico amante della lingua madre ma insofferente ai metodi con cui la si trasmette nelle scuole, che giudica antiquati ed inadatti. JJ si ritrova tra le mani un taccuino di appunti in gaelico di Liam e capisce che possono diventare una rivoluzionaria arma di divulgazione della lingua madre, attraverso il rap.
Dissacrante sin dalla primissima sequenza, nella quale il regista Rich Peppiatt (fin qui solo corti e documentari) si fa beffe di tutta la produzione cinematografica sull'Irlanda del Nord basata sulla narrazione dei "troubles", Kneecap è una boccata d'aria fresca (o, se preferite, una profonda aspirata di ganja) nel panorama asfittico, ripetitivo e agiografico, dei biopic degli artisti musicali. Ragion per cui stabilire quanto ci sia di vero e quanto esagerato nella ricostruzione delle vite del trio hip hop Kneecap (a proposito, il monicker riprende il termine in slang riferito alle gambizzazioni a colpi d'arma da fuoco, pratica molto usata da ambo le parti dei diversi gruppi paramilitari nordirlandesi) diventa del tutto irrilevante.
Interpretato efficacemente dai componenti reali del gruppo, il film ci mostra la realtà di un territorio in cui ancora si litiga per radici identitarie che ai ragazzi nati dopo gli accordi di pace del Venerdì Santo (1998), e chiamati per questo "ceasefire baby", interessa giusto per obblighi di stirpe o per movimentare giornate fotocopia menando le mani con gli "orange".
Mentre ci intrattiene con un'irriverenza che al confronto The dirt sui Crue è un film da convento di Carmelitane, Kneecap qualche messaggio lo trasmette, per chi vuole coglierlo: ad esempio quando ci rivela la condizione dei ragazzi soprattutto cattolici, costretta tra l'incudine delle organizzazioni paramilitari clandestine vedove dell'I.R.A., composte da disadattati col quoziente intellettivo di un tombino di ghisa che esercitano il loro controllo sul territorio agendo da "polizia morale", e il martello della brutalità della Polizia (PSNI) nei confronti dei cattolici, a dimostrazione del fatto che, sebbene in Irlanda del Nord i cattolici abbiano superato nel numero i protestanti e addirittura siano per la prima volta al governo, la PSNI sia ancora saldamente in mano a individui fedeli alla Corona britannica.
Peppiatt (cristo, che cognome improbabile!), che è anche sceneggiatore, non fornisce "alibi" al comportamento dei ragazzi, nemmeno quello della classica assenza genitoriale (in questo caso paterna), che in storie così spunta sempre fuori come il prezzemolo. No, Liam e Naoise sono due teppistelli di cui le città sono piene con, a differenza di milioni di altri, un talento per le rime e per il flaw. Viceversa JJ, il terzo membro del gruppo, all'inizio è un professore di gaelico che, sotto la patina di rispettabilità, è decisamente insoddisfatto e frustrato a causa della staticità del suo lavoro. Per lui Liam e Naoise rappresentano la salvezza. Difatti, non appena comincia a bazzicarli, in un nanosecondo si adegua al loro stile di vita, assumendo droghe di ogni tipo con effetti filmici irresistibili.
Ci viene raccontato di come, spesso, i grandi film nascano da anomalie, idee stravaganti ed estemporanee, impuntature contro tutto e tutti di registi caparbi, insofferenti alle mediazioni. Ebbene, non so chi abbia avuto la geniale intuizione di fare un instant biopic su uno sconosciuto trio rap dell'Irlanda del Nord che, a gennaio 2024, all'epoca della presentazione del film al Sundance, non aveva pubblicato nemmeno un disco (la release dell'album Fine art è di sei mesi successiva), ma di questi intuizioni folli e improbabili è fatta la materia dei sogni del cinema.
Letteralmente imperdibile.
Prime Video
Parigi, dicembre 2018. Come nel resto della Francia impazza la protesta dei manifestanti che i media hanno ribattezzato "Gilet Gialli". Nell'ambito di una grande adunata organizzata nella capitale si verificano diversi scontri con le forze dell'ordine in assetto antisommossa che lasciano a terra feriti, anche gravi. La comandante IGPN (gli affari interni) Stephanie Bertand indaga sulla denuncia di una madre che incolpa gli agenti di aver colpito il figlio alla testa con un proiettile di gomma.
Dopo l'eccellente La notte del 12 il regista Dominik Moll torna ad occuparsi di un caso non realmente accaduto ma estremamente verosimile. Se nel film precedente il focus era su di un episodio di cronaca nera, per questo Il caso 137 la denuncia si allarga alla politica francese, a come cioè l'apparato istituzionale, a partire dal ministro degli interni, decise, con un uso sproporzionato della forza, di gestire il conflitto - oggettivamente complicato - con il movimento apolitico e sostanzialmente privo di veri e propri leader con cui interloquire, dei Gilet Gialli.
Un'intensa (ma non è certo una novità) Lèa Drucker interpreta la protagonista Stèphanie Bertrand, una poliziotta dei poliziotti che occupa quella posizione controvoglia ma comunque con dedizione ed equilibrio. Lo si capisce quando, nell'ambito dell'interrogatorio, appare dura nel gestire il caso di un celerino che, per frustrazione, getta un sasso nella direzione dello schieramento dei manifestanti, senza peraltro raggiungerli, ma poi ne raccomanda l'assoluzione comprendendo la frustrazione e la stanchezza del momento.
Completamente diversa la situazione quando le arriva sulla scrivania il caso del giovane gravissimo in ospedale per essere stato colpito alla testa, con la testimonianza dei familiari che condanna gli agenti. Qui Moll ci mostra in maniera esemplare come cambiano le pressioni delle sovrastrutture dei vertici della polizia e della politica a seconda delle pressioni che ricevono: quando i media si fanno ingestibili nell'attaccare il corpo di polizia, i vertici spingono Stèphanie ad individuare i responsabili, laddove invece è l'intero corpo di polizia a minacciare rivolte, le tolgono autorità, sostanzialmente insabbiando il tutto. Mentre il celerino del sasso, responsabile di un atto infinitamente meno grave, ma ignoto all'opinione pubblica, s'intuisce venga duramente punito.
E lo sguardo rassegnato già in anticipo di chi, pur arrivando da un contesto umile, conosce le dinamiche della vita e del potere, come l'inserviente Alicia (una bravissima Guslagie Malanda) o la madre del ragazzo ridotto in fin di vita (interpretata da Sandra Colombo) diventa una lama affilatissima che penetra il corpo e lo spirito della Drucker, che, a sua volta, sembra rassegnarsi all'ineluttabilità della catena alimentare politica, in un grottesco balletto nel quale a soccombere sono verità e giustizia.
I fatti raccontati dal film sono frutto di fantasia come da canonico disclaimer in premessa, tuttavia, prima dei titoli di coda, vengono proiettati in sala i numeri reali, raggelanti, delle conseguenze in termini di ferite gravi e menomazioni permanenti che hanno subito decine di manifestanti nell'occasione del raduno di Parigi, che mettono in chiaro quale fosse l'ordine impartito dal Ministero degli Interni per il contenimento dei manifestanti. Sovviene l'analoga linea di condotta che il governo italiano di destra applicò con il G8 che si svolse a Genova nel 2001, e che in qualche modo fu l'epilogo della cosiddetta "rivoluzione mancata" dei novanta, quella di un movimento giovanile spontaneo ed idealista che coltivava la speranza di essere parte attiva in un processo di cambiamento.
Quello di Moll è un cinema importante, che prosegue la radicata tradizione francese in ambito di opere di denuncia. Una tradizione che è anche nostra, ma che ultimamente svolgiamo spesso come un compitino sotto dettatura, senza la straordinaria forza ed efficacia di film come Il caso 137.
Ci sono band che nonostante i giudizi universalmente positivi non emergono mai dal semi anonimato. Le ragioni possono essere diverse, ma a mio avviso se c'è un gruppo che le mette assieme un pò tutte, beh, quello risponde al nome di Paradox. Tedeschi della baviera, esordiscono nel 1986 surfando sull'onda thrash metal al massimo del suo arco (è l'anno di Master of puppets...). Dopo alcuni demo riuscirono ad attirare l'attenzione della RoadRunner, etichetta olandese cruciale nella diffusione del metal estremo degli ottanta, che li mette sotto contratto. Una partenza a razzo, che permise loro di incidere un secondo album, dopo il quale però, la band si arenò. Le ragioni? Una line-up instabile, problemi personali del leader Charly Steinhauer (voce e chitarra, ma nel corso del tempo ha suonato quasi tutti gli strumenti), un riscontro di vendite inferiore alle attese e poi, secondo me, la scelta di un monicker, Paradox, poco figo, che non rimanda alla musica suonata, che non trasmette epicità, non fa vendere magliette e che oggi, se lo metti nel motore di ricerca ti restituisce di tutto (vari film, una band inglese, un rapper indiano) prima di arrivare all'oggetto metallico della tua ricerca.
Nonostante ciò, dopo gli anni ottanta, e tra disbanded e reunion, i Paradox tornano nel 2000 e, più o meno regolarmente, in un quarto di secolo rilasciano sette album, tutti ben accolti da critica e fan del thrash e tutti regolarmente ignorati dal ritorno in fatturato del mainstream metal. Eppure ascolti Mysterium e ti chiedi cos'abbia in meno dei dischi recenti di Testament, Anthrax, Megadeth, per non dire Metallica, se ci limitiamo al contenuto musicale e non a tutto quanto ci sta intorno in tema di brand e consumismo musicale. Questo Mysterium non fa eccezione, nove frustate thrash in cui Steinhauer si erge a one man band in senso letterale, suona infatti tutti gli strumenti, ad eccezione della batteria, per il cui utilizzo si avvale dell'elettronica. Non ho l'orecchio da musicista, ma insomma sfido chiunque, ad esempio ascoltando la classica Abyss of pain and fear, a capire che dietro le pelli "sieda" una fredda programmazione invece che un nerboruto e sudato tedescone, per cui questa scelta - immagino obbligata da costi di produzione ridotti - non condiziona l'ascolto di coloro allergici all'utilizzo di modalità elettroniche.
Non è banale suonare un genere ormai schematizzato riuscendo a mettere a terra delle tracce che rispettano il pattern ma che vivono di una vigorosa vita propria, ed è in questo che Chuck, ancora una volta, fa indiscutibilmente centro, grazie a composizioni quali Pile of shame, Fragrance of violence, Kholat o la title track e la decisione di inserire nella tracklist un paio di interludi strumentali a creare una camera di decompressione che si frappone tra la furia dei brani. Un disco, questo Mysterium, che ci riporta clamorosamente indietro di giusto quarant'anni ma che, è abbastanza acclarato, non sposterà di un centimetro lo status di "loser" dei Paradox, consolidandone in compenso quella di cult band metal.
Il crime americano che ormai non ti aspetti più. Una piacevolissima sorpresa questo film del regista inglese Bart Layton (solo due titoli in oltre dodici anni, The imposter e American animals), che mette in scena, su un racconto di Don Winslow, una rappresentazione che urla il nome di Michael Mann sotto molte latitudini (location, fotografia, riprese notturne, lentezza del plot, recitazione per sottrazione), eccetto il finale, su cui torno a breve. Sono ottimamente diretti i protagonisti per i due ruoli principali, il villain Chris Hemsworth e lo sbirro Mark Ruffalo (unica critica: il personaggio acuto, onesto ma sciatto e ai margini del suo contesto lavorativo forse comincia a stargli stretto e rischia di "marchiarlo"), a cui va aggiunta una Halle Berry in palla come raramente mi è capitato di vedere in passato, un villain villain interpretato da quella faccia da schiaffi di Barry Keoghan e, infine, un Nick Nolte che ha pochissimi take e che viene "dimenticato" dall'epilogo, ma che fa sempre battere il cuore. Un crime movie eccellente che non è però un noir perchè, a mio parere, sbanda sull'ultima curva, quella di una conclusione - SPOILER - inspiegabilmente (soprattutto per il comportamento di Ruffalo nei confronti di Berry) a lieto fine. Ad ogni modo, avercene. Soprattutto in considerazione della brutta piega presa da questo genere nelle produzioni hollywoodiane.
Un anno che è dunque passato alla storia per la qualità della musica espressa e per come questi dischi, purtroppo anche per ragioni tragiche - vedi la sorte di Cobain, 2pac e Mercury - , abbiano condizionato non solo il rock, ma la cultura pop in generale negli anni a venire, fino ad oggi (se ti guardi attorno le T-shirt di Nirvana e 2pac fanno a gara per il soggetto più diffuso tra i millennial).
Ecco, oggi in questa rubrica periodica tratto di un disco che in quella lista nemmeno compare. Un disco di musica "vecchia", pertanto in controtendenza con la primavera musicale dei primi novanta. Il che dimostra, ahimè, quanto fossi conservatore in ambito musicale, non accorgendomi come, tra trip hop, grunge, gangsta rap, evoluzione del metal, albori del big beat, il "rock" stesse subendo una straordinaria metamorfosi. Ma bisogna essere onesti, nell'attesa spasmodica per il nuovo disco di Springsteen (l'ultimo, Tunnel of love, era dell'87) anche queste erano le note su cui mi cullavo, macinavo chilometri, mi emozionavo e cantavo, nel corso di quell'anno (e del '92). E pazienza se, storicamente ed artisticamente, tutti gli altri album del 1991 sopra citati fossero superiori, per distacco, a Better days.
D'altronde che ci vuoi fare, quando subentra quella saldatura tra nostalgia e colonna sonora di una stagione, tra le liriche di un disco (ogni linea di ogni canzone delle liriche) e composizioni musicali sulle quali volano leggere, ma su ali potenti, ricordi di gioventù che il tempo ha trasformato in mito, tu ci devi fare i conti. E siccome in questa rubrichetta mi sembra di aver ribadito a più riprese che i miei dischi della vita non necessariamente (anzi, quasi mai) sono capolavori riconosciuti, faccio esercizio di onestà, la smetto con le stronzate e comincio a parlare di Better days.
Per chi non lo sapesse, John Lyon, aka Southside Johnny, lega la sua nascita musicale allo stesso movimento di Asbury Park, NJ, di Springsteen e Little Steven, con quest'ultimo che all'inizio della carriera gli scrive buona parte del materiale di maggior valore, contribuendo ai titoli più importanti della sua produzione (dal 1976 al 1978: I don't wanna go home, This time it's for real, Hearts of stone) assieme al Bruce nazionale. Il genere praticato è blue eyed soul, errebì, pub rock, classic soul, con Sam Cooke nome tutelare e qualche sgasata sui Dr Feelgood. John chiude il primo lustro di attività, quello contenente i suoi dischi irrinunciabili, con l'imperdibile live Reach out and touch the sky (1981). Successivamente, gli stessi ottanta che vedono la deflagrazione del successo interplanetario del Boss, proiettano Southside e i suoi Jukes nell'irrilevanza, non solo e non tanto di pubblico, quanto proprio d'ispirazione.
Ma ecco che, quando meno te lo aspetti, Johnny ritrova i sodali di un tempo, in primis Little Steven che gli regala otto canzoni, Springsteen che contribuisce con una, e nel 1991 vede la luce Better days, un disco pirotecnico ed ispirato che riporta le lancette indietro di una quindicina d'anni.
Lo si capisce immediatamente con l'opener Coming back, testo da beautiful loser, col protagonista sconfitto dalla vita che cerca una seconda chance, a partire dalla riconquista dell'amata che ha (presumibilmente) abbandonato. E' un classico pezzo di soul bianco, grande attitudine e impatto, cantato congruo e sezione fiati che gliel'ammolla. La traccia d'apertura dentro al concetto album è fondamentale e Southside non la sbaglia.
Una bella differenza rispetto al decennio antecedente, quando John si era sbattuto tra lavori corali con una band che aveva perso dei pezzi, oltre che la componente locale (Asbury) nel monicker e tentativi simil crooning da solista (una strada che riprenderà negli anni dieci), ma con responsi insignificanti al di fuori della cerchia, sempre più ristretta, di die hard fans. Con Better days è tutta un'altra storia, e lo è soprattutto per gli amici che si coagulano attorno al bro ritrovato. La lista è davvero lunga, da Springsteen alla sezione ritmica della E Street, ma anche, per citarne un paio, a Steve Jordan (tour drummer degli Stones) e Jon Bon Jovi.
E' proprio con l'ex capelluto leader dei Bon Jovi che John divide il microfono per il torrido pub rock di I've been working too hard, divertentissima traccia da uscita alcolica del venerdì dopo una settimana di lavoro blue collar, mentre gli amici Bruce e Steve dividono con Johnny le linee vocali della autobiografica It's been a long time, un midtempo sostenuto da tastiere e fiati che funge da reunion in musica di vecchi amici che celebrano con la pinta alzata e tanti sorrisi alcolici la ritrovata unità.
La title track è puro soul, marchio di fabbrica della casa, con il ritornello che celebra quei momenti, spesso illusori, in cui pensi che il peggio sia passato. All the way home, il brano donato da Bruce, arriva all'ultima curva e si tratta di una classica ballata inconfondibilmente springstiniana, che giunge giusto prima del rettilineo finale deputato ad uno scatenato rock and roll: Shake 'em down.
Qualche mese dopo l'uscita del disco Southside Johnny arriva in città (a Milano, al mitico e compianto Rolling Stone), e bagna nel successo di pubblico la ritrovata verve con una performance indimenticabile aperta dall'atteso lancio dei suoi inconfondibili Rayban sulla folla prima di dare inizio a due ore di musica, con versioni di The fever, Having a party e I don't want to go home da far venire giù i muri, come per i New York Dolls nel pilota, girato da Scorsese, della splendida serie Vinyl.
Scopro questo film per puro caso, spippolando distrattamente su Netflix, e mi stupisco di non averne mai sentito parlare nonostante la sua recente distribuzione (ottobre 2025), ma soprattutto a fronte di un cast notevole, che vede nei ruoli principali Colin Farrell, Tilda Swinton e Fala Chen. Questa storia, ambientata nella mitologica Macao, che solo marginalmente ha a che vedere con la vasta cinematografia sul gioco d'azzardo (in genere poker), è diretta in maniera ammaliante dal regista tedesco Edward Berger (reduce dall'apprezzato Conclave e dal precedente, ottimo, Niente di nuovo sul fronte occidentale) che ha l'umiltà di dirigere assecondando lo stile asiatico per come usa la mdp sulle location, per la capacità di rendere i picchi di ricchezza e gli abissi di dignitosa ma profonda povertà di queli luoghi, per la grande poesia con la quale cattura la pioggia, i rumori, gli umori dei luoghi, nonchè per la gestione dei primi piani ravvicinati, che lambiscono l'effetto fisheye e straniscono per le espressioni grottesche, stralunate, in particolare di Farrell (bravissimo) e Swinton. Il tutto dentro un contesto sospeso tra favola e realtà che rimanda a Wes Anderson. La ballata di un piccolo giocatore (tratto dal romanzo di Lawrence Osborne) è un film bizzarro, che ci mostra un non-luogo di penitenza, di espiazione, di transito di persone e anime, un purgatorio di truffatori, fuggitivi, ladri, assassini e puttane in cerca della redenzione finale. Titolo interessante e forse sottovalutato.
Netflix
24 Hour people è un mockumentary, girato da Michael Winterbotton, regista inglese discontinuo ma dalla ormai corposa carriera, su uno dei movimenti musicale/sociale/di costume più folle della storia, il "madchester". Nato e sviluppatosi a Manchester, città proletaria e industriale, fino a quel momento fuori dalle mappe dei luoghi che contavano e di richiamo solo per la squadra di calcio dello United, il movimento madchester vede come deus ex machina il giornalista televisivo Tony Wilson (qui interpretato da Steve Coogan), che alterna i suoi impegni da anchorman a quelli di scopritore - con un ottimo fiuto - di nuove band. Il suo intuito ha portato ad incidere i seminali Joy Division, i successivi New Order, nonchè i meno noti ma filologicamente importanti A Certan Ratio e Durutti Column.
Anche se la band non più importante ma legata a doppio filo a quel movimento, alla club culture, alle pasticche, allo sballo senza controllo era incontrovertibilmente quella degli Happy Mondays (suo il brano che dà titolo al film), gruppo totalmente fuori controllo che manderà in bancarotta la Factory Records di Wilson e con essa i due locali simbolo del movimento, il Factory e l'Hacienda.
Gli Happy Mondays giravano attorno ai due fratelli Ryder: Shaun (voce) e Paul (basso), due personaggi che, se non avessero avuto un briciolo di creatività, sarebbero senza dubbio finiti tra pub, microcriminalità e curve hooligans per il resto della loro vita. La band è talmente costantemente strafatta che l'entourage di Wilson individua l'unico luogo sul pianeta privo di eroina dove mandarli a registrare il nuovo album (Yes please! del 1992, seguito del fortunato Pills 'n' thrills and bellyaches del 1990), ovvero le Barbados. Vero, niente eroina. Ma tanto tanto crack, di cui ovviamente Shaun diventa dipendente al punto da dissipare tutte le centocinquantamila sterline stanziate per la registrazione del disco. E senza neppure riuscire a registrarlo, il disco!
Il film gira necessariamente attorno a queste figure: Tony Wilson, Ian Curtis (di cui va recuperato lo struggente biopic Control, di Corbijn) e Shaun Ryder (per chiudere il cerchio del rinascimento musicale della città andrebbero necessariamente citati gli Stone Roses, di un'altra scuderia) ed è un'efficace, incredibile istantanea di un movimento che, pur durando meno di un lustro tra gli ottanta e i novanta, ha lasciato una traccia indelebile, nella società, che, come un pifferaio lisergico, fece convergere su Manchester migliaia di giovani desiderosi di sballarsi e ballare senza freni, e nella musica, grazie alla messa in comunicazione di due filosofie che prima di allora si tenevano a debita distanza: rock e club culture. I germogli di questo innesto saranno propedeutici a quel decennio di grandissima contaminazione che è stato quello dei novanta, confluendo nel genere cosiddetto Big Beat (Chemical Brothers, Prodigy, etc.) da lì a qualche anno a venire.
Winterbottom questo lo cattura bene, realizzando un film magari imperfetto ma con un buon cast (oltre a Coogan cito Paddy Considine e Sean Harris), diversi cameo dei veri protagonisti della scena (beh, quelli ancora in vita durante la lavorazione), ma soprattutto pieno di ritmo, dannatamente divertente e tutto da scoprire, per chi ignora i folli fatti di quel tempo e quel luogo.