Ike e Buddy Lee sono due reduci dalla vita che non potrebbero essere più diversi tra loro. Nel contesto disagiato della Virginia, l'uno è un nero ex galeotto, l'altro quello che gli americani definiscono white trash: povero, delinquente, che vive ai margini della società. A dare loro, forse, un nuovo, tragico, motivo di esistere attraverso un improbabile "team up", l'omicidio brutale dei rispettivi figli, una coppia omosessuale.
Caso editoriale di qualche tempo fa (per il Washington Post thriller dell'anno 2021), Legittima vendetta è il quarto romanzo, nel frattempo l'autore ne ha pubblicato un quinto, dello scrittore afroamericano Shawn Andre Cosby, che cerca di coniugare un genere popolare amatissimo (il thriller d'azione) con l'impegno civile. Non è però la prima volta che, nell'ambito della letteratura diretta erede del pulp, si inseriscano elementi di critica sociale alle disparità del sistema americano, con particolare riferimento alla condizione degli Stati più poveri e disagiati, anzi si può dire che l'argomento ha i suoi maestri conclamati: Katzenbach, Grisham, Lehane, Lansdale, Mosley e potrei continuare. Non capisco pertanto, in questo senso, l'hype che ha accompagnato il libro.
E' vero, Cosby sceglie come protagonisti gli ultimi e i più perseguitati dalla società bene della bible belt americana: un nero che è stato membro di violente gang di strada ma che è riuscito a rifarsi una vita, un bianco ubriacone anch'esso con un passato violento che invece vive da solo in miseria, sui quali pesa un senso di colpa insostenibile, una coppia di omosessuali e una bellissima transgender, mentre come nemici un uomo di potere bianco col suo esercito di motociclisti stile Sons of Anarchy (la serie viene citata a scherno, in un dialogo). Il tutto ambientato in uno degli stati più poveri, arretrati e violenti degli USA, soprattutto dopo la chiusura delle miniere di carbone: il West Virginia.
Il libro è stato unanimemente apprezzato, anche dalla critica che di norma non si occupa di letteratura popolare, e posso anche capirlo: si legge d'un fiato, ha un buon intreccio e un ottimo ritmo, dialoghi dinamici e sembra essere già cotto e mangiato per una trasposizione cinematografica, magari con protagonisti Denzel Washington e Woody Harrelson, un bel buddy movie che se fossimo negli ottanta sarebbe affidato di diritto a Walter Hill e oggi forse a Shane Black. Detto ciò non condivido l'esaltazione che ne ha accompagnato il passaparola. Al netto degli aspetti di denuncia sociale di cui sopra, il romanzo è a suo agio nella cultura fondativa dell'America della violenza, dell'odio (per stessa ammissione di Ike, uno dei due protagonisti) dell'occhio per occhio, cosa che, se non siamo ipocriti, ci piace vedere in un'opera di finzione, ma che fa crollare tutto il castello "progressista" di contorno.
D'Orrico, che ha apprezzato il romanzo e che ha vergato il claim in quarta di copertina, tira una sintesi evidente: si tratta di un western, una modalità di racconto che più "bianca" e vicina al potere non si può, dotata di stilemi definiti e riconoscibili, sopravvissuti a polvere e colt di fine ottocento e trasportati su asfalto, luci al neon e armi automatiche, nel novecento e oltre. Questo il primo tema. Il secondo è che, a mio avviso, Cosby si specchia troppo in sè stesso, con il risultato che alcuni personaggi sono davvero stereotipati oppure dicono cose totalmente fuori registro. Per fare un esempio, un bianco fino alla settimana prima razzista, cui i poliziotti pistole in pugno intimano di posare l'arma non esclamerebbe mai "per fortuna non sono nero" alludendo ad una cautela inferiore delle forze dell'ordine in presenza di un afroamericano ostile. Può far sorridere, ma fa crollare ogni tipo di credibilità. E' forte in questo senso la sensazione che Cosby privi i personaggi della loro identità, bella o brutta che sia, sostituendola con la propria. Con il risultato di farne delle macchiette.
Credo che in ultima analisi il mio problema principale nel giudicare il romanzo sia, al netto delle grandi aspettative che nutrivo, la totale assenza di verosimiglianza, di sporco, di fetore di realismo tra le pagine del libro, ne consegue una debolissima sospensione dell'incredulità, alimentata da un paio di scelte narrative molto cinema action e poco credibili (come per l'utilizzo dell'arsenale militare nello scontro conclusivo) o del tutto prevedibili (il "doppio finale" col villain).
Il colpo di grazia alle presunte buone intenzioni dell'autore lo sferra l'edizione italiana. Con il titolo originale del romanzo, Razorblade tears (lacrime come rasoi) credo che Cosby volesse trasmettere un messaggio che non rimandasse, per dire, ad una "sceneggiatura" di un film alla Uwe Boll, nel tentativo di percorrere una strada intellettualmente diversa, peraltro con un raccordo emotivamente forte alle ultime righe della storia. L'editore italiano mi sembra abbia scelto la strada diametralmente opposta: copertina con bandiera americana e modifica del titolo rimandano a certa letteratura reazionaria senza qualità, sfornata a ritmo continuo e che si trova nei cestoni dei supermercati a pochi euro. Non una scelta rispettosa della volontà dell'autore, ma forse una decisione pragmatica di marketing tutto sommato coerente con il libro.


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