lunedì 16 maggio 2022

Cattivo sangue (2021)

L'ex sicario Sergio, ritiratosi a Malta dove gestisce un locale, viene contattato dall'amico d'infanzia Francesco e da sua sorella, che vogliono ingaggiarlo per vendicarsi della banda dei fratelli Ventura.

La soggettiva del piano sequenza iniziale chiarisce subito che il regista debuttante Simone Hebara non ha nessuna intenzione di farsi condizionare dallo status di film indipendente, e quindi dal contenimento dei costi di realizzazione, per regalare al pubblico un noir di livello. 
Hebara si appropria della lezione dei crime classici, azzeccando gli elementi fondanti di una narrazione di questo tipo: i tempi della tensione, location, fotografia e, soprattutto, il villain: il violento e sadico Edgardo Ventura, di cui Matteo Quinzi fornisce un'interpretazione che resta impressa. 
Vero, la storia muove sullo spunto di una criminalità romana, ammanigliata con la politica e orfana della banda della Magliana, se vogliamo già raccontata in tante altre produzioni, ne tantomeno il film è esente da pecche, ma non è questo il punto, se ci cercasse l'originalità del plot in una storia di genere non si farebbero più film così. La valutazione si gioca invece sulla riuscita messa in scena di una vicenda che mette assieme vendetta, malaffare, violenza, corruzione e quello che gli anglosassoni chiamano deathwish. In questo ambito tragico il regista dirige congruamente un protagonista tormentato come il sicario Sergio (l'habituè di queste produzioni Claudio Camilli), riuscendo a condurlo all'unica conclusione possibile, senza tuttavia far calare mai la tensione.

Tu che leggi sai che questo è il punto in cui mi lamento del poco coraggio dei produttori italiani e dell'esortazione a dare a tutti i Simone Hebara che abbiamo i mezzi per fare un film all'anno. 
E, sarò ormai prevedibile come gli svarioni di Salvini, ma è esattamente ciò che faccio. 

Disponibile per il noleggio su Prime Video.

lunedì 9 maggio 2022

Deep Purple, Turning to crime (2021)

Così come non tutti i dischi di cover sono uguali, nemmeno tutti i dischi di cover figli del lockdown lo sono. Infatti, l'altra faccia della manciata di artisti o band che durante la clausura imposta dal covid hanno rilasciato album derivanti da registrazioni casalinghe improntati alla "buona la prima" è rappresentata dagli immarcescibili Deep Purple (siamo alla MK VIII) che non avevano certo bisogno di ulteriori esempi della loro classe senza tempo, ma insomma, ci hanno tenuto a ricordarcela.

Turning to crime (cronologicamente il loro ventiduesimo album di una carriera ultracinquantennale, con il solo batterista Ian Paice già presente nel debut album del 1968) vede la band divertirsi nel pescare tra i brani che, evidentemente, sono la summa degli amori musicali collettivi ed individuali dei singoli componenti. 
Il disco è vincente già dalla scelta dei brani, che viaggiano tra i poco noti e gli sconosciuti al grande pubblico (ammetto che in più di un caso ho dovuto cercare l'autore originale), ma soprattutto per la capacità che possiede di far emergere un amore ed una passione straripanti per il rock, in molte delle sue sfumature.

Diversamente il lavoro non si aprirebbe, rispettivamente, con un brano dei Love (7 and 7 is), uno, travolgente, del musicista errebì della Lousiana Huey Piano" Smith (Rockin' pneumonia and the boogie woogie flu) nei quali la band fa letteralmente faville, trascinando l'ascoltatore in epoche diverse ed eccitantissime. Sorprende anche il recupero del medley Jenny take a ride/CC Rider di Mitch Ryder, vero colpo al cuore per gli springstiniani un pò agè, dato che il pezzo faceva strutturalmente parte delle setlist del boss una quarantina di anni fa. 
La band insomma crea un magico limbo temporale dove il brand DP è sempre riconoscibile, pur affrancandosi nella sostanza dal sound "hard rock". 
Turning to crime è anche l'occasione per il debutto alla voce del bassista Roger Glover (sul country/rockabilly The battle of New Orleans). 
Poi vabbeh, che Ian Gillan non arrivi più alle tonalità più elevate lo abbiamo imparato, ma come intona lui i pezzi lo fanno in pochi, tra coetanei e non. Prendiamo ad esempio Dixie Chicken, l'omaggio agli enormi Little Feat. Un pezzo teoricamente non nelle corde di Gillan, che il frontman fa indiscutibilmente suo. 

Alla fine il pezzo più "normale" è anche il più famoso (White room dei Cream), mentre la conclusiva Caught in the act è una festosa sarabanda (quasi completamente) strumentale, che mette, in medley, Booker T and the MGs, Allman Brothers, Led Zeppelin e Spencer Davis Group. 

Non il disco dell'anno (passato), ma che goduria!

giovedì 5 maggio 2022

Gov't Mule, Heavy load blues (2021)

 

Arrivati al ventesimo album e dopo un flirt interminabile, i Gov't Mule celebrano la loro unione con il blues. La musica del diavolo infatti aveva sempre innervato muscoli e ossa della band, ma non aveva mai avuto l'onore esclusivo dei riflettori, spartendosi la scena con il soul, il rhythm and blues, il folk, il southern e il rock, da sempre cibo dell'anima degli onnivori sudisti.

La tracklist di Heavy load blues è (non) equamente suddivisa - 60/40 -  tra classici e pezzi inediti. Le due tipologie sono comunque del tutto indistinguibili, grazie alla qualità dei pezzi firmati dal leader Warren Haynes e alla scelta di interpretare standard poco noti al grande pubblico. 
Il pezzo forse più conosciuto è piazzato subito, in apertura di disco, e si tratta di Blues before sunrise di Elmore James, proposto nel suggestivo stile grezzo originale. 
Ci sarà poi spazio per il blues elettrico infarcito di soul alla BB King (Hole in my soul; Wake up dead), le immancabili ballate cariche di pathos e disperazione (Love is a mean old world; Heavy load; l'allure di errebì di Ain't no love in the heart of the city, le liaison tra blues e rock and roll (Snatch it back and hold it; Last clean shirt). 
Sugli scudi ovviamente la Gibson di Haynes che tesse e ricama come se non avesse fatto altro per tutta la vita (e in effetti...), ma il sound GM non sarebbe ciò che conosciamo senza la maestosità delle tastiere di Danny Louis, che a volte si nascondono umilmente, altre si prendono con arroganza la scena, come nell'apoteosi jam di nove minuti di I asked for water (She gave me gasoline). 

Che ti piaccia o meno il blues, fossi in te un giro tra queste note me lo farei. 

I Gov't Mule saranno quest'estate in Italia.

lunedì 2 maggio 2022

MFT, marzo aprile 2022

ASCOLTI

Deep Purple, Turning to crime
Gov't Mule, Heavy load blues
Saxon, Carpe diem
Dave Gahan, Imposter
Vincent Neil Emerson, ST
Miles Davis, Steamin'
Bachi da Pietra, Reset
Vio-lence, Let the world burn (EP)
Warrior Soul, Out on bail
Suicide, ST
AA/VV, Badlands: A tribute to Bruce Springsteen's Nebraska
John Mellencamp, Strictly one-eyed Jack
Scorpions, Rock believer
Ghost, Impera
Fabri Fibra, Caos
Cowboy Junkies, Songs of the recollection
Rachel Brooke, The loneliness in me
Red Hot Chili Peppers, Unlimited love
Fontaines D.C., Skinty fia
Old Crow Medicine Show, Paint this town
Willie Nelson, A beautiful time
Cannonball Adderly, Somethin' else
Taj Mahal, Get on board
Edgar Winter, Brother Johnny
Jack White, Fear of the dawn
The Alarm, The best
Meshuggah, Immutable
Thunder, Dopamine
Aslan, Feel no shame
Eddie Vedder, Earthling

PLAYLIST

Big Country
Flogging Molly
Bryan Ferry & Roxy Music


VISIONI

Animali notturni (3,5/5)
Il prezzo da pagare (2009) (3/5)
Uomini senza legge (2010) (3,5/5)
47 metri (3/5)
The Panama papers (3,5/5)
Una intima convinzione (3,5/5)
City of ghosts (2002) (2/5)
The King's Men - Le origini (1/5)
Nixon - Gli intrighi del potere (3,5/5)
Sir Gawain e il Cavaliere Verde (3,5/5)
Omicidio a Los Angeles (2,75/5)
Vendetta e redenzione (2/5)
Madre (2009) (3,5/5)
Drive my car (4/5)
Scompartimento numero 6 (3,5/5)
All'ombra della luna (2,5/5)
Okja (3,5/5)
Il contrattempo (3/5)
Il re di Staten Island (3,25/5)
I saw the devil (4/5)
The eys of Tammy Faye (3/5)
Made in Hong Kong (4,25/5)
Killerman (2/5)
Gimme danger (3,5/5)
Prisoners of the ghostland (3/5)
Bangla (2,75/5)
Cattivo sangue (2021) (3,75/5)
La terra dei figli (4/5)
Terminal (2018) (3/5)
Nameless gangster: Rules of the time (3,25/5)
Madres paralelas (3,5/5)
Una notte da dottore (2/5)
A vigilante (3,25/5)
The man from nowhere (3,5/5)
Freaky (3,25/5)
I cassamortari (2,5/5)
Mississippi grind (3,5/5)
Testimone misterioso (2,5/5)
Greta (3,25/5)
Finale a sorpresa (3,5/5)
La stangata (3,75/5)
La strada scarlatta (4/5)
Hugo Cabret (4,5/5)
Cella 211 (4/5)


Visioni seriali

Dopesick (3,75/5)
Hit and run (2,75/5)
Il re (2,75/5)
Christian (3/5)

LETTURE

Jacopo De Michelis, La stazione

lunedì 25 aprile 2022

La terra dei figli (2021)

In un'Italia devastata da guerre e successivi intossicamenti di acque e terreni, un ragazzo e suo padre vivono in una sorta di casa/palafitta in una laguna inaccessibile, attraverso un sistema di chiuse, al mondo esterno. Unici "vicini", raggiungibili via barca, Aringo, un vecchio rancoroso, aggressivo e violento e Strega, una donna cieca che ha buoni rapporti con padre e figlio. Il figlio, che vive senza sapere nulla della precedente era "civilizzata", a seguito di un avvenimento dovrà abbandonare quel mondo povero e ingeneroso, ma protetto, per avventurarsi nell'ostile territorio oltre le chiuse della laguna.

Forse, ma aspettiamo le necessarie conferme, dopo tante preghiere non esaudite, il cuore del cinema italiano di genere sta ricominciando a battere. Il 2021 in questo senso è stato un anno particolarmente pregno di segnali. Oltre al tentativo di blockbuster Freaks out, sono usciti un altro eccellente post apocalittico, Mondocane, un noir indipendente di sorprendente fattura, Cattivo sangue (mi piacerebbe recensire entrambi, ma, insomma, si vedrà, intanto segnateveli e magari recuperateli), un ottimo Diabolik, ed ad altri progetti magari meno riusciti (Calibro 9, Bastardi a mano armata, Il mostro della cripta, etc.) ma estremamente lodevoli negli intenti.

Tratto dall'omonima graphic novel di Gipi, La terra dei figli si avvale di una regia (Claudio Cupellini) dosata ed estremamente coerente con il mood distopico della storia che, a sua volta, si intreccia con location rugginose, meravigliosamente desolate (il film è stato girato tra il delta del Po, nel ferrarese, nel Polesine e nella laguna di Chioggia) nel quale lo specchio d'acqua riflette l'immobilismo di un mondo distrutto (si intuisce) dalla bestialità umana che, non ancora paga, invece di capire dai propri errori, amplifica ancora di più la propria crudeltà, stavolta giustificata da un disperato spirito di sopravvivenza. 

Detto di regia, esterni e fotografia, l'altra arma vincente del film è la prova di tutti gli attori. Laddove infatti, il grosso scoglio di produzioni italiane coraggiose è troppo spesso l'amatorialità delle interpretazioni, qui tutti i protagonisti sono resi in modo credibile e convincente, a partire dal figlio, interpretato mostruosamente bene dall'esordiente classe 2001 Leon de la Valèe (già rapper con il nome di Leon Faun) passando al padre (Paolo Pierobon), Aringo (Fabrizio Ferracane, visto di recente in Ariaferma e Il traditore), Maria (Maria Roveran), il capo (Alessandro Tedeschi), per finire con una delle migliori recenti prove attoriali, non a caso fuori dalle sue normali comfort zone, di Valerio Mastandrea (il boia). Nel cast anche Valeria Golino (la strega). Il più grande rimpianto è non averlo visto al cinema.

Anche se deontologicamente sbagliato, lo inserisco "postumo" nella lista dei miei migliori film del 2021.

Disponibile su Sky e Prime video.

lunedì 18 aprile 2022

I saw the devil (2010)


Un serial killer di ragazzine miete come sua ultima vittima la moglie di un agente dei servizi segreti, figlia di un ex commissario di polizia. I due uniscono le forze per individuare il colpevole. In particolare il vedovo, trasfigurato dalla perdita, una volta trovato l'assassino, mette in atto una forma di vendetta terrificante e violentissima, incurante dei danni collaterali che provocherà.

In premessa alla parte critica della recensione voglio segnalare il lavoro della Far East Film, che, oltre a tenere annualmente a Udine la più importante manifestazione cinematografica di film asiatici, da tempo ha anche attivato un sito (Fareastream) dove è possibile scegliere tra un buon numero di film asiatici, vecchi e nuovi, da vedere in streaming. Io mi abbono "random" ma seguo gli aggiornamenti dei titoli, ed è così che ho scoperto dell'inserimento di questo film, scandalosamente inedito in Italia, che era da tempo sulla mia wish list. 

Kim Ji-woon, regista sudcoreano formidabile e poliedrico, capace di girare, tra gli altri, gangster movie (l'epocale Bittersweet life) horror (Two sisters), commedie western ( Il buono, il matto, il cattivo) e fantascienza distopica ( Ilang - Uomini e lupi), con I saw the devil firma un thriller a tinte gore, oscuro, disperato e pervaso dalla violenza, dove la dicotomia tra bene e male, già normalmente sfumata nella grammatica cinematografica orientale, sparisce del tutto. Per mettere in scena questo dramma criminale Ji-woon si affida al meglio che la recitazione del suo Paese possa offrire: per l'agente dei servizi segreti Lee Byung-hun, dolente protagonista di Bittersweet life e per il serial killer Choi Min-sik, indimenticabile nel ruolo principale in Oldboy. Oltre a questo formidabile duo, il plus del film è, ovviamente, la mano dietro la mdp di Kim Ji-woon, che regala più di una sequenza nella quale la tecnica superiore non è fine a sè stessa, ma contribuisce ad alimentare, a seconda dei casi, tensione, pathos, angoscia o empatia con i personaggi. 

Non mi stancherò mai di ripetere quanto il cinema asiatico stia dando al cinema di genere, e in particolare al noir/crime/thriller/horror, portando i classici americani, francesi, italiani, di cui si è alimentato,  ad un livello superiore. Non c'è proprio partita, e dover constatare che un film come I saw the devil (per me tra i migliori thriller dei duemila), a dodici anni dalla sua uscita, non abbia ancora trovato qualcuno che lo distribuisca in Italia mette un'enorme tristezza, oltre a far riflettere sulle scelte strategiche dei nostri distributori (viste le schifezze che invece girano). 

Se non si fosse capito, straconsigliato.

Disponibile su fareastream.it. 

lunedì 11 aprile 2022

Saxon, Carpe diem

Come gli AC/DC, ma senza l'isteria mass-mediatica, come i Motorhead, ma molto meno cool, i Saxon fanno da trent'anni lo stesso disco. Trenta e non quaranta, nonostante la band sia attiva discograficamente dal 1979, perchè escludo il primo lustro degli ottanta, quello della massima espressione, e il secondo, quello in fin dei conti non così tremendo, della fase hair/glam/aor. E' dunque con Forever free del 1992 (vedi che i conti tornano?) si sono messi sulle spalle il ruolo di defenders of the faith e non hanno più sgarrato, muovendosi dall'heavy metal classico al massimo per sconfinare con qualche brano nell'epic/power. Tredici dischi in trent'anni dicono un disco ogni due anni, al massimo tre. Qui dal precedente Thunderbolt ne sono passati quattro, ma in mezzo sono stati rilasciati, rispettivamente, il primo disco solista di Byford e un album di cover (entrambi prescindibili, per chi scrive). 

La premessa mi serve per dire che nessuno si aspetta svolte particolari nel sound dei Saxon, ci si accontenta della potenza di fuoco e che il songwriting sia in buona condizione d'ispirazione. E in questo Carpe diem, a partire dall'epica copertina con due legionari romani sul Vallo di Adriano, è un disco riuscito. La produzione è coerente con il mood, i suoni sono potenti, la voce di Biff sempre solida e affidabile. L'attacco con la title track dal "solito" ritornello killer made in Saxon, la successiva Age of steam, con un interessante testo sull'avvento della rivoluzione industriale, e via via l'ottimo mid-tempo The pilgrimage, Remember the fallen, Lady in grey, ci consegnano una band sul pezzo e un leader che, tra gli inevitabili acciacchi dell'età (sono settantuno, eh), gliela ammolla ancora come un ragazzino.

Keep the faith.

lunedì 4 aprile 2022

Gimme danger (2016)


Tutti ormai riconoscono il fondamentale ruolo che ebbero gli Stooges nel piantare i semi di punk, hardcore e metal anche se, come per altre band seminali, i doverosi riconoscimenti sono arrivati postumi, decenni dopo che i tre fondamentali dischi (The Stooges -1969 -, Fun house - 1970 -, Raw power - 1973 -) vennero sostanzialmente ignorati dal pubblico. 
Jim Jarmush, grande fan della "più grande band di tutti i tempi", nel 2016, dopo la morte dei fratelli Asheton (batteria e chitarra), realizza questo documentario nel quale ovviamente Iggy Pop ha un ruolo centrale ma dove trovano uno spazio importante anche gli altri protagonisti dell'avventura degli Stooges.

Altrettanto centrale nella narrazione è lo scenario storico, con l'America sotto shock per i delitti della famiglia Manson che metteva una pietra tombale sulla stagione dell'amore che aveva contraddistinto la seconda metà dei sessanta. Da lì a breve, con l'avvento dei settanta, sarebbe iniziata una conflittuale stagione di lotte e ribellione incarnata con incredibile preveggenza, rabbia e nichilismo dalla band.

Va da sè che Iggy è un personaggio che da solo potrebbe reggere anche ore di intervista senza annoiare, ma la bravura di Jarmush è quella di creare un patchwork che fluisce dinamicamente tra interviste vecchie e nuove, immagini di repertorio e altri inserti (vecchi film, cartoon, spezzoni di televisione), per un risultato finale oltre che godibilissimo, imprescindibile per chi voglia approfondire la storia e il peso storico di un frontman come Iggy Pop e di una band come gli Stooges.

Gimme danger è disponibile su Rai Play

lunedì 28 marzo 2022

Due film (più uno) che segnano il ritorno della macchina propagandistica americana



Questa non è una recensione, piuttosto una semplice riflessione comune a due film molto diversi tra loro, sorprendentemente accumunati da una filosofia che si pensava appartenere al passato . Il primo, Red Sparrow (2018), decorosa pellicola di spionaggio con doppi e tripli giochi tipici del genere, l'altro, A proposito dei Ricardo (2021), buon film che celebra, con una modalità tipicamente americana, un episodio nella vita televisiva degli anni cinquanta degli attori di una serie epocale, I love Lucy. Qual è l'elemento in comune? Beh un ritorno, in un caso molto evidente e irritante, nell'altro più sfumato, alla classica divisione tra impero del bene (USA) e del male (Russia/URSS) attraverso un'ottica propagandistica cui non mi capitava da tempo di assistere. 

La dicotomia è sbattuta in faccia senza vergogna in Red Sparrow, storia ambientata ai tempi nostri, dove tutti gli agenti segreti di oltre cortina sono abietti, crudeli e senza scrupoli mentre la controparte ammerigana altruista e nobile d'animo. Vale a dire zero sfumature e assenza di zone d'ombra che accompagnano le produzioni più verosimili sul tema. 

A proposito dei Ricardo, ambientato nei cinquanta, nel periodo della caccia alle streghe maccartista, nel quale bastava una parola fuori posto per decretare la fine di un artista, è il classico film divertente di Sorkin: dialoghi scoppiettanti e dinamicità verbale, ma che, con una semplice battuta verso la conclusione del film, messa in bocca al co-protagonista di origini cubane (Desi/Javier Bardem), arriva in sostanza a giustificare la terrificante macchina di distruzione umana del senatore McCartney, perchè gli avversari comunisti, protagonisti della rivoluzione cubana, erano sostanzialmente una manica di selvaggi, assassini senza scrupoli che hanno privato la popolazione dell'isola del proprio benessere. Pertanto, andava bloccata sul nascere e con qualunque mezzo la loro "avanzata" sul suolo americano. Il capitalismo non poteva essere messo in discussione.

A questa doppietta di film potrei aggiungerne un terzo, l'atroce The King's Man - Le origini (co-produzione USA/UK), terzo capitolo-prequel della saga, che, a differenza degli altri due, è anche un film di rara bruttezza la cui "trama", sviluppata in un vomitevole tripudio di computer grafica, ipotizza (certo, in chiave semi seria) complotti e alleanze fantasiose tra Lenin e un'organizzazione segreta prima e con addirittura un giovane Hitler poi, senza farsi mancare, anche qui, messaggi molto poco subliminali atti a dipingere i sovrani russi come governanti buoni e generosi, vittime innocenti dei terribili bolscevichi. 

Quali che siano le ragioni che abbiano portato certa Hollywood (non tutta, ovviamente) a rimettere in strada la macchina propagandistica non è dato sapere. La "minaccia comunista" ormai non esiste più nemmeno nei comizi di Berlusconi. L'invasione dell'Ucraina da parte della Russia è successiva alle produzioni sopra citate. 
Di certo il cinema hollywoodiano di un certo tipo ha sempre usato la propaganda dell'american way of life come arma da contrapporre ai nemici, ma si pensava che quella fase fosse conclusa. Il fatto che ritorni in maniera così perentoria è, a mio avviso, il tentativo di tornare ad imporre, ad un pubblico giovanile distratto (insomma, non lo dico io, ma alcuni sondaggi, i cui risultati indicano che i più giovani hanno un pò di confusione sui fatti storici del novecento) lo stesso obiettivo di egemonia culturale ipotizzato da Gramsci, indirizzato però al successo dell'altra parte delle barricate.

Red sparrow e The King's man sono disponibili su Disney plus
A proposito dei Ricardo è disponibile su Prime Video



lunedì 21 marzo 2022

I miei migliori film del 2021

Ho atteso un pò più della prassi, ma prima di stilare la lista delle mie pellicole preferite del 2021 volevo recuperare una manciata di titoli a cui tenevo particolarmente. Ora che l'operazione, tra sala, supporto fisso, Sky e varie piattaforme, è quasi riuscita (non sono proprio stato in grado di vedere One second) vado a proporre quello che mi ha più emozionato e coinvolto nell'anno da poco salutato. Alcuni film li ho recensiti nel corso del tempo (la recensione è recuperabile attraverso il link del titolo), altri no, ragion per cui in questo caso mi sono concesso una riga di commento. Tutti i titoli sono in ex aequo.


Last night in soho (Wright in uno stato di forma leggendario. 4/5)

The last duel (Da una storia vera tramandata nei secoli, un film che è una lezione di coraggio femminista, ma anche di Cinema, da parte dell'ottuagenario Scott. 4/5)

Il collezionista di carte (Inconfondibile, malinconico, meraviglioso Paul Shrader 4/5)

Dune - Parte uno (fantascienza di grandissimo respiro ed ennesima dimostrazone di classe da parte di Villenueve. 4/5)


Drive my car (film dalla bellezza indescrivibile. Poesia allo stato pur0. La sublimazione dell'amore. Dolore, catarsi e rinascita. Indimenticabile. 4,5/5) 





giovedì 17 marzo 2022

AAVV, The Metallica Blacklist (2021) recensione 2/2


Qui la prima parte della recensione

Il terzo CD del tributo ai Metallica si apre con quattro versioni di una delle tracce più iconiche del Black album: Wherever I may roam. Purtoppo, lo affermo subito, le interpretazioni offerte dal rapper colombiano J Balvin, dal duo inglese di musica elettronica Chase & Status, dai The Neptunes (Pharrell Williams e Chad Ugo) e dal giovane countryman Jon Pardi non vanno oltre il livello di proposta gradevole, ma del tutto innocua. 

Meglio, molto meglio le tre versioni di Don't tread on me, tutte meritevoli di segnalazione, a partire dall'unione tra questa canzone e Nothing else matters , chiamata Don't tread on else matters ad opera dal produttore francese di musica elettronica Sebastian, che propone, per il primo pezzo, un funky/disco che può richiamare nella base ritmica Another one bites the dust dei Queen, e per il classico lentaccio un suggestivo accompagnamento da colonna sonora orchestrale. A seguire la versione della band alt-rock americana (dall'Alaska) Portugal.The man assieme al bassista/cantante dei Red Fang, Aaron Beam, che propongono un'interpretazione nervosa, elettrica, molto convincente. Insomma, il livello per Don't tread on me è alto, ma la partita se l'aggiudicano i Volbeat che trasformano il pezzo dei Metallica in un brano del proprio repertorio, ricordandoci la ragione per cui, nemmeno tanti anni fa, ci siamo innamorati del sound extreme metal/country/rockabilly di questo combo danese. 
Anche la doppietta di Through the never è baciata da una ottima dose di ispirazione, grazie al gruppo folk metal mongolo The Hu, che offre una versione ignorante quanto serve, e alla cantante errebì nigeriana Tomi Owò, che, al contrario, ci regala una elegante pop song, con una sferzata elettrica finale.

Ora, io posso anche capire tutto il narcisismo e la megalomania che sta dietro a questa operazione commerciale, però alla fine sempre di musica parliamo, e come tale è prodotta per essere ascoltata, no? Allora qualcuno dovrebbe spiegarmi come sia possibile essere sottoposti ad una sorta di cura Ludovico in modalità audio con dodici versioni dodici (suddivise tra terzo e il quarto CD) della stessa merdosissima canzone, senza perdere completamente la propria sanità mentale. 
Eh sì, sto parlando di Nothing else matters. Evito il track by track, o meglio artist by artist, i curiosi possono leggere i crediti dell'immagine sopra, dalla traccia trentacinque alla quarantasei. Mi limito ad affermare che in questo mare di melassa non riesco a salvare nemmeno la classe di Dave Gahan (in versione Soulsavers), che magari in un contesto diverso sarebbe anche emersa, oppure le improvvisazioni pianistiche alla Keith Jarrett di Igor Levit. Invece accendo un cero ai santi del roccherroll per i My Morning Jacket che della ballata propongono un'irresistibile, sbarazzina versione sixties sospesa tra tra le Ronettes di Be my baby e lo Springsteen di Hungry heart, e per Chris Stapleton, che impone il suo brand stilistico allungando il pezzo fino ed oltre gli otto minuti, di cui la metà composti da una goduriosa jam country/southern. 

Dopo la mattanza rappresentata da più di un'ora di versioni di Nothing else matters (ormai solo a scriverne il titolo sono colto da malore) quello che viene dopo è una boccata di aria fresca e rigenerante. Anche perchè siamo arrivati alla coda del disco, con le canzoni meno celebrate, e probabilmente meno commerciali del Black album. A dimostrazione di questo status, è solo una, ma molto riuscita, la cover di Of wolf and man, presentata dai folkers Goodnight, Texas. Per The god that failed, uno dei miei brani preferiti del disco originale, sono proposte due versioni, suonate dagli Idles e da Imelda May. Anche qui, in entrambi i casi obiettivo centrato, in particolare per i post-tutto inglesi, che si appropriano con arroganza della canzone, modellandola in modo da indossarla perfettamente. Arrivati a My friend of misery (tre versioni) esplode incontenibile tutto il mio entusiasmo, grazie all'interpretazione del sassofonista Kamasi Washington che ci porta in una prima parte del pezzo su terreni jazzy per poi esplodere, nel bridge, in un caotico, affascinante free che ti fa dimenticare tutte le Nothing else matters del mondo. Brividi. Chiudono Rodrigo y Gabriela che fanno, prendere o lasciare, i Rodrigo y Gabriela su The struggle within.

Il giudizio finale, anche in relazione a ciò che avrebbe potuto essere, mi sembra appena sufficiente. Chiara la volontà di agire fuori dal perimetro metal (come se i Metallica non fossero già "trasversali" al genere), ma allora serviva più coraggio, invece di insistere quasi esclusivamente sui mercati discografici latin e hip hop. Poi, se devo dire la mia, avrei amato una sezione del tributo riservata ai grandi del metal, sia in ambito thrash contemporaneo ai Four Horseman (Megadeth, Anthrax, Testament, Slayer) che nwobhm (Maiden, Priest, Saxon, Venom, etc.) che alle nuove leve. 
Ma vabbeh, chest'è.

Best tracks:

5) Wherever I may roam: J Balvin
6) Don't tread on me; Volbeat
7) Through the never: Tomi Owò
8)  Nothing else matters: My Morning Jacket; Chris Stapleton
9) Of wolf and man: Goodnight, Texas
10) The god that failed: Idles
11)  My friend of misery: Kamasi Washington
12) The struggle within: Rodrigo y Gabriela

lunedì 14 marzo 2022

Contagion (2011)



Beth, durante un viaggio di lavoro ad Hong Kong contrae una nuova forma di virus. Il giorno dopo essere tornata a casa dalla sua famiglia si sente male e viene ricoverata d'urgenza. Da lì a poco le persone con cui è entrata in contatto (ad eccezione del marito) si ammalano a loro volta, mentre anche in altri Paesi si verificano casi analoghi. Le autorità scientifiche e quelle militari intuiscono di trovarsi di fronte all'inizio di una pandemia e cercano disperatamente di individuare una soluzione, mentre, tra la gente comune, anche a causa delle informazioni distorte che viaggiano sul web, cresce la diffidenza verso l'establishment e le fonti ufficiali.

Contagion è probabilmente il film che ha avuto la maggiore rivalutazione postuma in tutta la storia del cinema. In effetti, una decina d'anni prima dell'avvento del famigerato covid-19, Steven Soderbergh, su soggetto e sceneggiatura di Scott Z. Burns, ha messo in scena un'opera che ha predetto una fase futura di vita vera con inquietante precisione. La realizzazione del film ha probabilmente dietro un lavoro importante di studio sulle procedure d'ingaggio di una pandemia, perchè i comportamenti, le terminologie, i tentativi e le soluzioni trovate assomigliano tremendamente a ciò che ci è recentemente capitato, e che ancora condiziona la nostra vita. Attraverso l'utilizzo di un cast sontuoso, per assortimento e qualità, assistiamo ad una serie di storylines (che a volte si intrecciano) nelle quali i personaggi affrontano, ognuno assecondando la propria natura e le proprie possibilità, questa catastrofe umanitaria, a partire da Beth/Gwyneth Paltrow, il "paziente zero", moglie occasionalmente fedifraga di Mitch/Matt Damon che contrae il virus durante un viaggio di lavoro a Hong Kong e lo veicola negli States, l'eroica dottoressa Mears/Kate Winslet e il blogger subdolo e approfittatore, divulgatore di fake news, Alan/Jude Law. L'idealista dottoressa Orantes/Marion Cotillard e la scienziata Hextall/Jennifer Ehle, il capo del dipartimento delle scienze Cheever/Lawrence Fishburne e il responsabile della sicurezza nazionale Haggerty/Bryan Cranston. Il film si apre con il counter dei giorni, che segna la progressione della pandemia, partendo dal giorno due. Geniale l'ultima sequenza del film che mostra gli accadimenti che fanno da prologo alla storia contrassegnandoli con giorno uno.

Dentro un tipo di narrazione assolutamente corale e su un soggetto di finzione, Soderbergh realizza un'opera che oggi fa tremare i polsi per il suo realismo. La sovrapposizione tra lavoro di fantasia e fatti reali sicuramente condiziona il giudizio puramente artistico del film, che tuttavia, anche facendo uno sforzo di affrancamento dalla realtà, risulta coinvolgente e ben realizzato.

Disponibile su Prime Video

giovedì 10 marzo 2022

AAVV, The Metallica blacklist (2021) recensione 1/2


Un pò megalomani, dopo il raggiungimento del successo planetario, i Metallica lo sono sempre stati. Basti pensare a come decisero di pubblicare l'attesissimo disco live celebrativo, a valle dell'incontenibile entusiasmo scaturito dalla pubblicazione del Black Album (1991) e del relativo, lunghissimo, tour mondiale, quando optarono più che per un cofanetto, per un vero e proprio baule, contenente tre cd o cassette e tre VHS, oltre a memorabilia varia, per un prezzo non esattamente alla portata di tutti. Oggi, nell'ambito delle celebrazioni dei trent'anni di un disco (sempre il Black album) contestato dai vecchi fan, ma che, dato di fatto, ha sdoganato il metal estremo al grande pubblico, i Tallica "se la cavano" con un monumentale tribute album composto da quattro CD, che ospita cinquantatre versioni, per altrettanti artisti, delle dodici tracce originariamente previste sul disco del 1991. Non è la primissima volta che si realizza un tributo non genericamente dedicato alla produzione di una band/artista ma ad una sua opera singola (ad esempio ricordo l'omaggio a Nebraska di Springsteen), ma è senza dubbio senza precedenti la portata di questa operazione. Nel ricordare che la metà dei proventi dalla vendita dell'opera sarà devoluta in beneficienza, concludo andando al punto, cioè alla modalità con cui ho deciso di recensire un lavoro così particolare, suddividendo la mia analisi in due parti, iniziando con i primi due CD, contenenti un totale di venticinque versioni di Enter Sandman, Sad but true, Holier than thou e The unforgiven

Enter Sandman, probabilmente il pezzo che ha fatto da grimaldello al successo mainstream del disco e della band, anche grazie all'altissima rotazione del video, era probabilmente il più scivoloso da riprendere. E infatti gli artisti e le band che ci si cimentano non riescono, se non a tratti, a trovare una chiave particolarmente originale per presentarlo. Ne vengono fuori quindi copie pressochè fedeli all'originale per Mac DeMarco, Rina Sawayama e, purtroppo, per i Weezer, da cui viceversa mi aspettavo molto. Nel mezzo si piazza il colombiano Juanes, che propone una versione sincopata del pezzo, e sul podio ci vanno la godibilissima cover pop-metal di Alessia Cara assieme alla band messicana dei The Warning e quella dei Ghost, che però a mio avviso perdono un'occasione, in quanto partono con un mood molto gotico, solo piano e voce, per poi riprendere sostanzialmente il pattern originale. Avessero realizzato l'intero brano come la prima strofa/ritornello, a mio avviso sarebbe stato un centro clamoroso. 

Dalla traccia sette alla tredici (sette versioni) troviamo Sad but true. E qui si viaggia subito alla grande con le prime tre interpretazioni proposte da parte di Sam Fender, che regala una suggestiva perla acustica (dal vivo, ma non si sente) alla Roy Orbison; Jason Isbell and the 400 Unit, che propongono un irresistibile southern rock, con tanto di slide e voglia di ubriacarsi di bourbon, e infine la meraviglia dei Mexican Institute of Sound, che, come consuetudine, creano una osmosi tra il brano orginale, la musica tradizione messicana e l'hip hop, per un risultato godereccio e divertentissimo, che ti porta ad alzare il volume di una tacca, poi di un'altra e di un'altra ancora. Chiudono la sezione di reintrepretazioni di Sad but true le versioni feroci ma senza sussulti dei Royal Blood e dei White Reaper, mentre emerge maggiormente la personalità degli interpreti nelle versioni di St. Vincent e dei coreani YB. 

Aprono la tracklist del secondo CD, e le cinque interpretazioni di Holier than thou, gli scozzesi Biffy Clyro, band alternative rock che del brano fornisce una versione sicuramente personale ma che mi sembra resti un pò a metà del guado. Magari sarà apprezzata dai loro fan. Molto buone, dritto per dritto, le botte punk degli australiani The chats e hardcore punk del supergruppo degli Off! che regalano interpretazioni oneste e in linea con la filosofia originaria dei Tallica. Entusiasmante per passione ed energia la prova di Corey Taylor (Slipknot): niente di particolarmente originale ma attitudine a strafottere, con la sezione ritmica che nella seconda parte della canzone asfalta tutto. 

E' il turno della prima ballata del disco, The unforgiven, proposta in ben sette versioni. Aprono gli stilosi Cage the Elephant con un'interpretazione che ammicca al pop più elegante. A seguire un duo indiano: Vishal Dadlani e Divine, che alternano cantato in inglese a rap in indiano. Proposta particolare. Molto virata alla melodia la cover del duo americano di indie rock Diet Cig, mentre torniamo al rap metal con venature ragamuffin per Flatbush Zombies & DJ Scratch. Evocativa anche se sull'orlo del baratro del kistch la versione latin pop delle Ha*Ash, mentre il meglio arriva in coda: la scarna, emozionante, suggestiva interpretazione di Moses Sumney sbaraglia decisamente la concorrenza, che, a differenza dell'artista ghanese/americano, su questo brano non offre nessuna reinterpretazione che fa saltare sulla sedia.

Best tracks:

1) Enter Sandman: Alessia Cara and The Warning; Ghost
2) Sad but true: Sam Fender; Jason Isbell & The 400 Unit; Mexican Institute of Sound
3) Holier than thou: The Chats; Corey Taylor
4) The unforgiven: Moses Sumney


1/2 - continua

lunedì 7 marzo 2022

Psycho II (1983)


Dopo oltre vent'anni di manicomio, Norman Bates viene rimesso in libertà sotto la supervisione dello psicologo che l'ha curato. Norman torna nella sua casa e al suo motel, nel frattempo gestito da un viscido individuo. Per guadagnarsi da vivere lavora in una tavola calda dove conosce Mary, una cameriera dalla vita privata incasinata, cui Norman offre ospitalità. Le stanze della sua vecchia abitazione, e in particolare quella della madre, mettono però a dura prova la stabilità mentale di Norman. 

Quasi un quarto di secolo dopo il capolavoro di sir Alfred Hitchcock, alla Universal pensarono bene di dare un seguito al padre di tutti gli slasher, nonchè ad uno dei livelli massimi raggiunti dalla cinematografia di tutti i tempi. 
Preparato al peggio, in maniera completamente inaspettata mi sono invece trovato ad assistere ad un buon film di genere, che, manco a dirlo, non sfiora nemmeno la grandezza dell'originale, ma che si gioca bene le sue carte.
Curiosamente la trama del film non è la trasposizione del romanzo Psycho II, dello scrittore Robert Bloch (autore anche del primo Psycho), ma un plot originale di Tom Holland, sceneggiatore che in seguito ci regalerà quei due gioiellini tipicamente ottantiani de l'Ammazzavampiri e La bambola assassina. Il regista è invece Richard Franklin, allievo di Hitchcok, autore, a parte questo film, di opere minori, e forse è un peccato, perchè Psycho II è girato in maniera magistrale, nel suo abbinamento tra i doverosi omaggi al Maestro e una buona personalità. I carrelli, la fotografia, le riprese a piombo sono i punti di forza di una messa in scena che si avvale altresì di un'ottima prova del protagonista Anthony Perkins, sempre in bilico tra stupore fanciullesco e follia. L'idea vincente di un film che gira attorno al classico meccanismo whodunit, e che regala anche notevoli momenti slasher, è quella (SPOILER) di mettere il carnefice nel ruolo della vittima fino alla strepitosa scena finale, dove un Bates "risolto" si riprende la sua eredità maledetta. 

A questo sequel ne è seguito un altro (III) e a Norman Bates è stata dedicata anche una serie tv, Bates Motel, che si è conclusa dopo cinque stagioni (2013/2017). 

giovedì 3 marzo 2022

MFT, gennaio - febbraio 2022

ASCOLTI

Spiritbox, Eternal blue
Employed to serve, Conquering
Mammoth WVH, ST
Smith/Kotzen, ST
Sonny Rollins, Saxophone colossus
John Mellencamp, Strictly a one-eyed Jack
Eddie 9V, Little black flies
Brandee Younger, Somewhere different
Charlie Parker, The complete Savoy and Dial master takes
Battle Beast, circus of doom
Agent Steel, No other godz before me
Wovennest, Temple
John Coltrane, Ballads
Charles Wesley Godwin, How the mighty fall
Bruce Springsteen, The legendary 1979 No Nukes concerts
Be'lakor, Coherence
Dave Gahan, Imposter
Neil Young & Crazy Horse, Barn
Volbeat, Servant of the mind
Miles Davis, A tribute to Jack Johnson
Mike and the Moonpies, One to grow on
Hayes Carll, Get it all
Touch, Tomorrow never comes
Saxon, Carpe diem
AAVV, The Metallica blacklist
Eels, Extreme witchcaft
North Mississippi Allstars, Set sail
Mexican Institute of sound, Politico
Slash, 4
Eddie Vedder, Earthling
Tears for Fears, The tipping point
Scorpions, Rock believer
The Chats, High risk behaviour
Off!, ST


VISIONI

Queenpins - Le regine dei coupon (2,5/5)
Don't look up (3,25/5)
Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve (3,5/5)
Il prezzo dell'arte (3,25/5)
Quelli che mi vogliono morto (2,25/5)
E' stata la mano di dio (3,5/5)
Ariaferma (3,75/5)
The father (3,75/5)
Riders of justice (3,25/5)
Spider-Man - No way home (2,75/5)
E venne il giorno (2,75/5)
007 - No time to die (3/5)
Tesla (3,25/5)
No sudden move (3,5/5)
Dune (3,75/5)
Robinù (3,5/5)
Eternals (2,75/5)
La furia di un uomo - Wrath of man (3/5)
The Tender bar - Il bar delle grandi speranze (3/5)
The tax collector (2,5/5)
The harder they fall (3/5)
Qui rido io (3,5/5)
Danny the dog (3,25/5)
Il capo perfetto (3,5/5)
Il segreto dei suoi occhi (3,75/5)
Le idi di marzo (3,25/5)
Hasta el cielo (3/5)
Il potere del cane (3,5/5)
Pig (3,75/5)
La fiera delle illusioni - Nighmare alley (4/5)
Agente 117 al servizio della Repubblica - Allarme rosso in Africa nera (3/5)
Una preghiera prima dell'alba (3,5/5)
La ragazza del terzo piano (3,25/5)
American Animals (3,75/5)
Tempo limite (2017) (2/5)
Psycho II (3,25/5)
Impero criminale (2,5/5)
Bed time (3,75/5)
Tre piani (2,5/5)
Contagion (3,5/5)
Way Down - Rapina alla banca di Spagna (2,5/5)
Mondocane (3,75/5)
The French Dispach (4/5)
L'eroe dei due mondi (3,5/5)
Assassinio sul Nilo (2022) (2,75/5)
Red Sparrow (2,75/5)
Un uomo sopra la legge (2,5/5)
A proposito dei Ricardo (2,75/5)
Che Dio ci perdoni (3,75/5)
The walker (2007) (3,5/5)
Occhiali neri (2,75/5)
Il presidente (3,5/5)
Baby gang (3/5)
Una festa esagerata (2,5/5)
Johnny Mnemonic (3/5)

Visioni seriali

Dexter - New blood (2,75/5)
Monterossi (3/5)
Ozark 4, prima parte (3/5)
Yellowjackets (3/5)
Reservation dogs (3,5/5)

















LETTURE

Gèrad Thomas, Il comunismo spiegato ai bambini capitalisti
Jacopo De Michelis, La stazione
Eric Nisenson, Ascension Vita e musiche di John Coltrane 

lunedì 28 febbraio 2022

Smith/Kotzen, ST (2021)

Due asce. Una, Adrian Smith, ha fatto la storia della musica heavy metal, visto che è negli Iron Maiden quasi dall'inizio (Killers, secondo album del 1981). L'altro, Richie Kotzen, pur essendo un nome noto, e nonostante l'ottimo approccio stilistico blues oriented , mai è riuscito ad imporsi al livello del primo, forse per il suo status di "freelance" (dopo una prima cacciata dai Poison, ha alternato progetti solisti alla militanza in altre band, su tutte i Mr Big dei primi duemila e The Winery Dogs). Non mi è chiaro come i due abbiano deciso di collaborare, la certezza è però che, per una volta, due sono i nomi che campeggiano sul disco e, sostanzialmente, due sono i musicisti coinvolti nelle registrazioni di tutti gli strumenti. Infatti, al netto di qualche eccezione (l'altro Maiden Nico McBrain alla batteria su Solar fire e tale Tal Bergman, sempre dietro le pelli, sulle ultime tre tracce), Smith e Kotzen si dividono voce, chitarre, basso e drums in tutti i nove brani di cui si compone il disco. 

Restava da capire chi dei due artisti avesse condizionato maggiomente l'altro. Beh, non vi è dubbio alcuno che questo self titled di debutto sia totalmente schierato dalla parte di un hard rock di matrice settantiana, con una forte matrice blues e marcate aperture melodiche: in sostanza la tazza di tè di Richie Kotzen. In ogni caso Smith si cala con entusiasmo in questo mood, mettendo a disposizione il suo indiscusso talento chitarristico e facendosi apprezzare anche come cantante. Tracciate le coordinate stilistiche, e quindi avendo un'idea di cosa ci riserva l'ascolto, si parte e si rimane subito conquistati prima dalle grandi melodie dei due pezzi d'apertura Taking my chances e Running, talmente belli che sembra di conoscerli da sempre, e poi, via via che ci si inoltra nell'ascolto, dai sontuosi duelli chitarristici (Scars, Glory road, You don't know me). I riferimenti sono facili: la mach III dei Deep Purple, Whitesnake, Bad Company, ma anche, verso la coda dell'album, e soprattutto in 'Til tomorrow, qualcosa dei Soundgarden più mainstream. 

Nulla da eccepire, proprio un gran bel disco.

giovedì 24 febbraio 2022

Tre piani (2021)


In un elegante palazzo di Roma si intrecciano le storie di tre gruppi familiari: il primo composto dagli anziani giudici Vittorio e Dora e dal figlio Andrea, colpevole di omicidio stradale, il secondo dalla neo-mamma Monica, spesso lasciata sola dal marito, e il terzo da Lucio e Sara, che temono che la propria figlia di sette anni sia stata abusata da un anziano vicino di casa al quale erano soliti affidarla.

Colgo la critica costruttiva che qualcuno ha sollevato, in merito al fatto che il blog parli esclusivamente bene dei film oggetto delle recensioni. Questo ovviamente succede perchè pubblicando poco (uno, massimo due scritti, ma a volte anche zero, a settimana) tendo a privilegiare quelle opere che mi hanno lasciato qualcosa, mentre nei voti dei consuntivi bimestrali le stroncature non mancano mai.
In ogni caso a sto giro faccio un'eccezione, perchè di Tre piani, l'ultimo film di Nanni Moretti, mi è piaciuto davvero poco, per non dire nulla. Il problema più grave, nonostante un soggetto, tratto dall'omonimo romanzo di Eshkol Nevo, con tutte le carte in regola per essere appassionante, è la regia, soprattutto in relazione alla direzione degli attori. Eppure il cast dava in questo senso delle garanzie (al netto di Scamarcio, che detesto, ma è una cosa mia), con la presenza della Buy, di Alba Rohrwacher, dello stesso Moretti, oltre che di Tommaso Ragno e altri noti caratteristi del nostro cinema. Purtroppo questa qualità è stata gestita in maniera approssimativa, con più di una sequenza letteralmente imbarazzante, cito su tutte il pestaggio di Vittorio/Moretti da parte del figlio e il pianto di Lucio/Scamarcio davanti alla finestra della scuola, sequenze che a mio avviso non sarebbero state giudicate buone nemmeno per Gli occhi del cuore. E ho detto tutto. In questo contesto anche chi si salva (Buy e Rohrwacher) appare spaesato, dentro il mare di prove dozzinali in cui si trova. 

Aggiungo che l'utilizzo di taluni temi emotivamente intensi quali i rapporti genitori figli, la vecchiaia e i rimpianti che sopraggiungono nell'ultima fase della vita sembra vengano messi in scena come spuntata arma di commozione di massa. Beh, mentre a Cannes il pubblico ha tributato a Tre piani una standing ovation di undici minuti, nel mio caso  la leva subdola della facile emotività non ha raggiunto l'obiettivo di superare la sospensione dell'incredulità e nascondere gli enormi difetti tecnici di un film che sembra quasi fatto controvoglia. 

In programmazione e on demand su Sky

lunedì 21 febbraio 2022

Agent Steel, No other godz before me (2021)


Premessa autobiografica. Com'è ormai universalmente riconosciuto, la prima metà degli anni ottanta è stata l'epoca più straordinaria e coinvolgente della musica metal. Certo, negli anni successivi è arrivata altra roba eccitante, la velocità di esecuzione dei pezzi si è quintuplicata, il metal è diventato mainstream eccetera eccetera. Però il primo lustro degli eighties ha rappresentato qualcosa di impareggiabile, una scossa (come ciclicamente capitano) della musica popolare, la nascita di un movimento, una cultura ancora oggi fortemente radicati. Il contraltare era che ascoltare (anche) l'heavy metal in quell'epoca, consultare le riviste specializzate che cominciavano a nascere, ed essere al contempo squattrinati era un vero tormento, laddove si leggeva di miriadi di band "grandiose" a cui, con la possibilità di comprare al massimo un disco al mese (non necessariamente di genere HM), e in assenza di "amici di metallo" in grado di rifornirci di cassette registrate, non era possibile avere accesso. 

Tra i combo cui avrei voluto dare una chance vanno annoverati gli Agent Steel, autori di due ottimi dischi speed/thrash tra l'85 e l'87 (Skeptics apocalypse e Unstoppable force), poi vittime di una lunga iato seguita da una prima reunion, senza il cantante originale (tre album, tra il 99 e il 2007), quindi ancora un inabissamento, e finalmente, grazie ad un contratto con la piccola ma effervescente etichetta inglese Dissonance Productions, l'ultimo comeback, stavolta per merito di  John Cyriis, il cantante brasiliano protagonista dei lavori ottantiani. E anche qui ce ne sarebbe da scrivere sul soggetto, un fanatico di fantascienza ed extraterrestri, al punto da avere, in passato, dichiarato di essere sopravvissuto ad un rapimento alieno.

Cyriis per l'occasione mette in piedi una formazione che sembra tanto l'incipit di una barzelletta, con un bassista giapponese (Shuchi Oni), una sezione di chitarre bulgaro (Nikolay Atanosov)/brasiliana (Vinicius Carvalho), e un batterista danese (Rasmus Kijaer). Il risultato di un così ardito patchwork? Una goduria! No other godz before  beneficia di una produzione semplice e di un suono vintage ed esaltante, sezione ritmica e chitarre da sturbo per tutti gli undici brani della tracklist (comprensivi di un intro e un outro) per una proposta speed/thrash che travalica i confini del tempo. E la voce? Beh la voce è profondamente divisiva. In un primo momento la fissa di Cyriis per il raggiungimento di ottave che tentano di arrivare là dove osano le aquile sfiora in qualche caso il comico involontario, poi con i successivi ascolti te ne fai una ragione, arrivando quasi a fartela piacere (quasi!). 
Il disco è il classico caso in cui il lavoro è un unicum da cui non è semplice estrapolare singoli pezzi, ma penso di non sbagliare se individuo in Crypts of galactic damnations, nella title track, in Sonata cosmica e Outer space connection gli episodi migliori.

Per vecchi e nuovi metallari.

giovedì 17 febbraio 2022

Pig (2021)

Rob vive da eremita in una baracca senza acqua ne elettricità nei boschi dell'Oregon. La sua unica compagnia è un maiale da fiuto che lo aiuta a cercare tartufi poi venduti ad un giovane imprenditore di città. Una notte qualcuno irrompe nella fatiscente casa di Rob, aggredendolo e rubandogli il suino. Rob decide di cercare i ladri e riprendersi il suo amico a quattro zampe.

Pig, ovvero: quanto le apparenze (e le sinossi) possono ingannare. Un uomo che cerca disperatamente il suo maiale? Eddai! 
L'esordiente regista Michael Sarnoski (anche autore di soggetto e sceneggiatura) invece stupisce alla grande, mettendo in scena una spietata critica alla società moderna, al capitalismo e  alla deriva maledetta della cucina stellata. Lo fa, dal punto di vista della storia, illudendo lo spettatore di trovarsi davanti ad un revenge movie, con tanto di violenti incontri clandestini nei sotterranei di palazzi abbandonati, salvo poi virare completamente con il proseguo della narrazione e fino alla sua conclusione malinconicamente poetica.
Sotto l'aspetto estetico Sarnoski la porta a casa grazie ad una fotografia che privilegia i colori freddi e saturi, sia che ci si trovi al buio dei boschi che all'aperto dello skyline cittadino, e non di meno in virtù di una prova attoriale di Nicholas Cage, espressa molto da sguardi e linguaggio non verbale e poco dalle parole, davvero maiuscola. Il lavoro sul personaggio di Rob da parte del nipote di F.F. Coppola è incredibilmente convincente e conferma la particolarità quasi unica di un talento che, per i troppi copioni "alimentari" che sceglie, si accende ad intermittenza.
Dentro un film che seduce e affascina, spicca la sequenza al ristorante stellato, in cui Rob parla al prestigioso chef, suo ex allievo, forzandolo a ricordare quali fossero i suoi sogni da ragazzo e quanto sia (inconsciamente) infelice a cucinare piatti pretenziosi da cento dollari a portata. Una scena che da sola ha una tale forza dirompente da mettere in crisi la narrazione, pompata in questi anni in maniera indecorosa, di una ristorazione complessa, artefatta e per pochi. Gli sta immediatamente dietro la modalità con la quale Rob vuole persuadere il potente uomo d'affari, responsabile del furto del maiale, a restituirglielo. Poesia pura.

Insomma, filmone.

In programmazione e on demand su Sky

lunedì 14 febbraio 2022

Mike and the Moonpies, One to grow on (2021)


Arrivati al giro di boa dei dieci anni di produzione discografica (sei album di inediti, un live e un album tributo a Gary Stewart), Mike and the Moonpies hanno raggiunto ormai una confidenza stilistica tale da permettersi di spaziare in lungo e in largo nei generi che affluiscono nell'americana, ma, al tempo stesso, di scrivere grandi canzoni country, riconnettendosi alla tradizione del brand. 
Il quintetto originario di Austin, Texas, non molla di un centimetro, e dopo quel gioiellino di Cheap silver and solid country gold si ripete con questo One to grow on, cui basta l'opener Paycheck to paycheck, un travolgente honky tonk, per attirare l'ascoltatore nella rete e tenercelo per le nove tracce e i trentadue minuti dell'opera. 

Il country, il folk degli stati americani del sud, fino, come detto, all'americana, si sa, si fonda su temi esistenziali, relazioni burrascose, stati di solitudine, malinconia, derive personali, il tutto annaffiato da riferimenti al bere e alla frequentazione di honky tonk bar (pensateci, ormai solo le canzoni di questo genere citano ancora, negli anni 20, il jukebox), tuttavia, dentro questa narrazione, i MATM spiccano per suggestione e senso delle liriche, e, pur oscillando tra introspezione (la bellissima Growin' pains; Rainy day) e spensieratezza (Hour on the hour; Social drinkers), mantengono una costante di evocativa malinconia, un disagio del vivere che sembra non avere soluzione. 
Una capacità non comune nell'affollato panorama country americano che, a mio avviso, posiziona la band sul podio delle migliori degli ultimi anni.


giovedì 10 febbraio 2022

KK's Priest, Sermons of the sinner (2021)

 


Una decina di anni dopo l'uscita dai Judas Priest (formazione con la quale era dall'esordio Rocka-Rolla del 1974) e l'inevitabile codazzo di carte bollate quando la band oppose un rifiuto alla sua richiesta di rientrare nei ranghi, KK Downing esordisce settantenne con un progetto a suo nome. Nel farlo pesca, o, come vedremo, ci prova, a piene mani da musicisti che dalla formazione di Birmingham sono transitati. Per cui alla voce troviamo l'affidabile Tim Ripper Owens (nei JP per un paio di album nella seconda metà dei novanta, all'epoca dell'uscita di Rob Halford), mentre alla batteria la scelta iniziale era caduta su Les Binks (dietro le pelli per gli epici Stained class, Killing machine e il tour da cui è stato estrapolato lo strepitoso documento live Unleash in the East), per poi dover ripiegare su Sean Elg (Nihilist, Cage) a causa di problemi di salute del vecchio Judas. 
Alla basso e alla seconda chitarra invece musicisti fuori dal giro JP, anche se in qualche modo un collegamento con i Preti di Giuda persiste, avendo la seconda chitarra A.J. Mills militato in una band, Hostile, che vedeva tra i componenti il figlio di Ian Hill, storico bassista proprio della band di British steel.

Espletate le doverose premesse, passiamo al disco. 
In un'epoca di prepotente ritorno al sound dei primi ottanta, chiamato senza troppa originalità New Wave of Traditional Heavy Metal, con centinaia di nuove band che tentano tra alterne fortune di rifarsi a quella golden age, ci sta che chi quel suono l'ha forgiato (a detta di molti, e io condivido, furono i Judas Priest e non i Black Sabbath ad inventare l'heavy metal - pensate solo al ruolo della doppia chitarra - ) reclami un suo spazio. 
Sermons of the sinner vive quindi delle luci e delle ombre di un'operazione revivalista. Il tiro di alcuni pezzi è indubbiamente buono, come per il trittico d'apertura (dopo una breve introduzione parlata) Hellfire thunderbolt, Sermons of the sinner e Sacerodte y diablo, nel quale, a differenza di altri pareri recuperati in giro, a me non dispiacciono gli acuti di Owens, che trovo congrui alla cifra stilistica proposta. A livello di temi trattati dalle liriche si va da un oscuro occultismo ad un orgoglioso senso di appartenenza metallaro di stampo manowariano (Metal through and through, Brothers of the road, Wild and free). Anche stilisticamente emergono analogie con i Manowar oltre ovviamente alle immancabili assonanze con il gruppo madre (culminate nella conclusiva Return of the sentinel, che riprende The sentinel da Defenders of the faith, disco del 1984). I KK's Priest insomma girano bene, grazie alla potente sezione ritmica e alle sapienti cuciture chitarristiche, mentre risultano stucchevoli (e kitsch) i persistenti cori che ammiccano ai singalong da concerto. 
Le ombre dell'opera stanno tutte nell'esasperazione del "niente di nuovo sotto il sole", costante che senza dubbio contraddistingue il novanta per cento dei dischi di genere (e non solo), ma qui davvero persistente.

Ad ogni modo, anche se poco, io mi ci sono anche divertito. Sarà l'età.

lunedì 7 febbraio 2022

Il capo perfetto (2021)

Julio Blanco, ultimo proprietario dell'azienda di famiglia che da sempre produce bilance, è un padrone onnipresente nella vita della fabbrica ma anche dei suoi dipendenti, al punto da sconfinare nella loro vita privata offrendosi come mediatore all'insorgere di conflitti personali. Insomma un gentile maniaco del controllo dell'ecosistema della fabbrica. Il tutto più o meno funziona fino a quando si approssima la scadenza per l'assegnazione di un premio statale che aprirebbe la porta ad importanti contributi economici statali e, contemporaneamente,  i problemi deflagrano. A quel punto ad emergere sono il lato oscuro e l'assenza di scrupoli di Blanco.

Il capo perfetto non è l'irresistibile commedia evocata da qualche claim pubblicitario, il film viaggia piuttosto dentro un buon equilibrio dolceamaro, tra il grottesco, il dramma e la commedia. Insomma robe in cui noi italiani eravamo maestri e che, purtroppo, non sappiamo più fare. Ovviamente gran parte della riuscita del film va ascritta alla prova di un Javier Bardem totalmente inedito, che si misura in maniera straordinaria in un ruolo che richiede misura e naturalezza. Nel comportamento del boss Blanco/Bardem c'è ben poco di "perfetto" e nel definire i lavoratori della sua fabbrica come la sua famiglia c'è la stessa enorme ipocrisia che capita di vivere quotidianamente in tanti posti di lavoro, così come nell'allupamento verso le giovani stagiste c'è tanto dei vizi della classe imprenditoriale corrente e passata. 

Il film ha un buon ritmo, magari qualche forzatura mirata ad accentuare la parte comica (la figura dello scioperante solitario e il suo rapporto con il guardiano della fabbrica), ma nel terzo atto il regista Fernando Leòn de Aranoa (Perfect day, Escobar - Il fascino del male), attraverso la messa in scena delle "soluzioni" individuate da Blanco per risolvere i tanti casini, mette ogni cosa al suo posto, avviando la pellicola ad una conclusione tragica ma carica di amara ironia.