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lunedì 5 ottobre 2026

Un mio disco in poche righe: Tin Machine, ST 1989


Alla fine degli anni ottanta, dopo un paio di album (Tonight e Never let me down) che probabilmente segnano il punto più basso della sua intera produzione, Bowie comincia a ragionare di affrancarsi dal pop, che in tutte le sue forme: intellettuale, concettuale, elegante, mainstream, l'aveva contraddistinto dopo il periodo glam. Stavolta il Duca Bianco rinuncia al proprio nome in copertina, forma una band e ragiona di tornare alle radici, ad un rock innervato di blues, di shuffle, che non ha paura di essere acido e fuori tempo. "Di base, volevo qualcosa che combinasse Beck, Hendrix, Belew e Fripp, con un pò di Steve Ray Vaughan e Albert King" dirà Bowie". A coadiuvarlo Reeves Gabrels (chitarre), una vita in formazioni minori e i fratelli Tony (basso) e Hunt (batteria) Sales, in passato con Iggy Pop e Todd Rundgren. Il risultato è che, ancora una volta, David anticipa i tempi rispetto al ritorno di un certo tipo di rock duro che mette da parte lustrini e stronzate e che, da lì a poco, verrà etichettato sotto il nome di grunge (a scanso di equivoci: Tin machine non è proto-grunge, semplicemente ne anticipa lo spirito). Le signature tracks che più rispondono a questo impulso sono la strepitosa Tin Machine, Crack city, Under the dog, Bus stop, Run, Sacrifice yourself, senza dimenticare la versione ipertrofica di Working class hero di John Lennon. La band registrerà un seguito due anni dopo (II) senza raggiungere la consistenza di questo. Un cult sottovalutato.

lunedì 21 settembre 2026

Bruce Springsteen, Tracks 2 - The lost albums, CD 4/7: Somewhere north of Nashville

 


Gli anni novanta sono stati per Springsteen un decennio particolare. Dopo quasi vent'anni sostanzialmente compressi nella routine tour-album-tour, Bruce, nel 1988, al termine dei concerti di Tunnel of Love, si ferma, scioglie la E Street Band e si dedica alla sua vita personale, di coppia e alla nascente famiglia. Riprendere non è così semplice, ha un pugno di nuove canzoni ma non riesce a dargli forma compiuta, le suona occasionalmente in pubblico (i mitologici Christic shows) in veste acustica per poi pubblicarne alcune nel 1992 nell'album Human touch (Real world, 57 Channels, Soul driver), e lasciarne altre fuori (The wish, When the lights go out saranno recuperate nel primo Tracks), ma in generale l'impressione è di una rockstar che e vive una fase di confusione artistica. 

In questi casi il rifugio sicuro è tornare all'introspezione, prima personale e poi musicale. Nasce così, nel 1995 The ghost of Tom Joad, uno dei dischi migliori di Bruce, sicuramente tra i migliori tre degli ultimi trent'anni. Quello che ignoravamo è che il processo creativo che ha portato alla nascita delle canzoni di quell'album ha prodotto un'altra manciata di pezzi, di tutt'altro genere, completamente dissonante rispetto al mood del disco semi acustico che uscì, e decisamente orientato ai fifties, tra rockabilly, honky tonk e country.

Questo album perduto è ora incluso nel progetto Tracks II con il titolo di Somewhere north of Nashville. Assieme a storici componenti della E Street (Federici, Tallent), musicisti che nella Band entreranno (Tyrell, Giordano) e turnisti funzionali al progetto (Marty Rifkin alla pedal steel, Gary Mallaber, drummer già con Van Morrison e Steve Miller), Springsteen incide dodici tracce, di cui nove completamente inedite, due già edite e una che sarà pubblicata in seguito, prima del recupero di questo disco.

La partenza orienta subito l'ascolto: Repo man è un rockabilly trascinante e Tiger rose, un country che guarda al Bakersfield sound. A seguire un lento d'altri tempi, melodia straziante e testo spezzacuore che porta lo scontro di classe tra due amanti rimandando in qualche modo al tema della canzone Darkness on the edge of town. 

E' davvero dissonante il parallelismo con The ghost of Tom Joad, laddove avevamo un Bruce dimesso, disilluso, che, lavorando per sottrazione accendeva un potente faro sull'America dei primi novanta, tra esistenze alla deriva, tensioni tra immigrati e locali, povertà diffusa, in questo disco troviamo uno Springsteen divertente e divertito che ci porta in una pista da ballo che sembra uscita da Happy days, tra danze scatenate e lenti con cui approcciare la ragazza dei nostri sogni.

In questo campionario passatista Delivery man potrebbe essere una Open all night 2.0, Detail man un pub rock che farebbe felici i Dr Feelgood e Silver mountain una via di mezzo tra una cowboy song e un traditional irlandese. 

Una parola a parte meritano i due recuperi degli anni ottanta. Janey don't you lose heart (originariamente B - side di I'm going down da Born in the USA) è probabilmente la mia canzone "minore" di Springsteen preferita, finisce regolarmente in ogni playlist di Bruce che preparo, non mi stanca mai. Qui nasce a nuova vita, perde quella poppizzazione del rock springstiniano tipica del periodo e acquisisce ariosità, respiro, grazie ad un leggero rallentamento del bpm, un cantato più interpretativo e, soprattutto, al ruolo della pedal steel e degli archi. Un tuffo al cuore. 

Anche Stand on it (originariamente nella colonna sonora di Ruthless people, in italiano Per favore ammazzatemi mia moglie, sigh!), ha una piccola trasformazione, resta un bel pezzo rock and roll, ma passa dall'essere un omaggio a Little Richard a riecheggiare Jerry Lee Lewis, per il protagonismo del pianoforte.

Poi c'è la title track, che è un'altro gran bel pezzo anche se, in questo caso, tendo a preferire la versione pubblicata in precedenza su Western stars, che iniziava come pezzo acustico e finiva come una composizione di Morricone, rispetto alla versione più canonica qui presente.

In definitiva un album sorprendentemente divertente, che ci riporta allo Springsteen spensierato di altri tempi, quando tutto ciò che contava era divertirsi, innamorarsi e "al limite, scopare" (cit.).


Le altre recensioni delle lost sessions:

L.A. Garage sessions '83

Streets of Philadelphia sessions

Faithless

giovedì 3 settembre 2026

My Favorite Things, luglio agosto 2026

ASCOLTI

Linda Ortega, From the ether
John Carpenter, Cathedral
Energy Orchard, ST 1990
Fuck Buttons, Street horrrsing
Bullet, Kickstarter
Mortiis, The smell of rain
Grace Cummings, Bloodhorse
The Pretty Reckless, Dear God
YARD ACT, You're gonna need a little music
The Durutti Column, Renascent
Antony Szmierek, Decoding birdsong
The Quill, Master of the skies
Robyn, Sexistential
Charlotte De Witte, A prayer for the dancefloor (EP)
Sleaford Mods, The demise of planet X
Rolling Stones, Foreign tongues
Boards of Canada, Inferno
Glasvegas, ST 2008
Prince, Timeless
Pigeon, OUTTANATIONAL

Playlist/Monografie

TV On The Radio
Chambawamba
Jelly Roll


VISIONI

in grassetto i film visti in sala

Benedette ferie. Pur senza staccare del tutto ho finalmente trovato tempo e predisposizione mentale per tornare al cinema e andare a recupero di diversi titoli tra dvd e streaming, in quest'ultimo caso anche grazie ad un abbonamento (temporaneo) ad Apple Tv che mi ha permesso la visione di film e serie che mi ero via via segnato, confermando la buona (ma non stupefacente) qualità media del catalogo della piattaforma. 

Rolling thunder (3,5/5)
Supergirl (2,75/5)
Finchè morte non ci separi 2 (3,25/5)
Disclosure day (3,5/5)
Dangerous animals (3,25/5)
Le cose non dette (2,5/5)
Twisters (2,75/5)
L'ultima missione: project hail Mary (3,25/5)
E' l'ultima battuta? (3,5/5)
Meander - Trappola mortale (3/5)
Brothers (2024) (2,5/5)
Ex Machina (4/5)
Odissea (3,5/5)
Q Il serpente alato (3/5)
Office (3/5)
Following (3,5/5)
Un bel giorno (2/5)
Avatar: fuoco e cenere (4/5)
Napoleon - The director's cut (3/5)
Spider-Man: Brand new day (3,25/5)
Wolfs - Lupi solitari (3/5)
F1 - Il film (2,5/5)
Honey don't (3,5/5)
Organizzazione crimini (4/5)
Lavoreremo da grandi (2/5)
L'infiltrata (3,5/5)
Ferry (2,75/5)
Sentimental value (3,5/5)
Anaconda (2025) (2,75/5)
Il diavolo veste Prada, 2 (3/5)
The dog stars - Le stelle dopo la fine (3,25/5)
Agente Zeta (2,5/5)
Lucky (4/5)















Visioni seriali

Spider-noir (3/5)
Poker face, stagione uno (3/5) e due (2,75/5)
Slow horses (3,25/5)
Sugar (3,75/5)
Steal - La rapina (3,25/5)
Your friends and neighbors (2,75/5)

LETTURE

Lèo Malet, La vita fa schifo
Lèo Malet, Il sole non è per noi
Giuseppe Genna, Catrame

lunedì 31 agosto 2026

Robyn, Sexistential

Quando ti appassioni ad un genere fino a quel momento inesplorato può capitare di imbattersi in artisti che sapevi essere di lungo corso ma di cui disconoscevi esattamente la longevità. E' il caso della svedese Robyn, oltre la boa dei trent'anni di produzioni (nonostante non abbia nemmeno toccato i cinquanta d'età), visto che esordisce nel 1995 e che arriva quest'anno al nono lavoro di studio, dopo un'attesa di otto anni dal precedente Honey. 

Siamo in ambito musicale electro-pop/dance/synth con ambizioni mainstream: un grande gusto per la melodia, ritornelli catchy, ma con una non banale dignità di base, se capisci cosa intendo, e un volo ad uccello sui diversi sottogeneri elettronici a sigillare un patchwork funzionale. Come da tradizione consolidata della singer, anche Sexistential è un disco breve, nove tracce per meno di mezz'ora di durata, inaugurate dalla ammaliante Really real, un pezzo con tempo driving beat e umori synth pop con sfumature eighties, che si sviluppa tra leggiadria e tematiche quanto mai reali, come la vulnerabilità di gregge di quest'epoca.

Dopamine è il singolo che ha lanciato l'album, un'altra caramella dolcissima che racchiude un ripieno più impegnativo per le nostre papille gustative, attraverso un testo che prende di mira le ossessioni della società di "spiegare ogni emozione attraverso la misurazione scientifica, la tecnologia e la biologia".

Robyn ha le idee chiare sul pop, normalmente un'artista comunica attraverso la propria arte, ma la svedese non si tira indietro quando le viene chiesta una definizione della sua visione del pop del terzo millennio: "(...) deve avere un'intenzione dietro, è reale, non ti vuole manipolare, non ti vuole convincere di qualcosa. Allo stesso tempo deve essere stratificato, lavorare su più livelli.". Ed è quello che lei sa fare bene, coadiuvata da una nutrita squadra di collaboratori, come nel caso del "reboot" di Blow my mind, un brano già presente in un suo album del 2002 (Don't stop the music), che viaggia su sinuose modalità synth-pop, completamente reinventato rispetto alla versione precedente.

Se qua e là riecheggia Madonna non è solo perchè l'artista americana continua ad essere un punto di riferimento per il pop, ma piuttosto perchè la stessa Robyn l'ha influenzata, posta la continua ricerca di suoni disco pop attuali che la Ciccone mette da sempre in atto. Come caso di specie possiamo citare la conclusiva Into the sun, ma non è l'unico esempio. Diversamente, ma sempre in ambito ottantiano, It don't mean a thing potrebbe essere appartenere ad una delle ragazze (Sheila E, Jill Jones, etc.) della crew di Prince. 

Ma quando un'artista che si propone di "eccitare" e di far ballare con la sua musica la propria audience riesce a parlare, come descritto sopra, anche di tematiche più profonde e con la title track, rappando su una base house, racconta di femminilità, di vera libertà sessuale, di autodeterminazione e della sua inseminazione artificiale ("il mio medico mi ha detto: senti Robyn, quale sarebbe il tuo donatore ideale? Beh, Adam Driver mi ha sempre un pò eccitato")  in modalità totalmente punk , beh per quello che mi riguarda è promossa nel team dei musici che vanno oltre la ricerca di massivi streaming e proiettano sul pubblico un'urgenza comunicativa.

Un altro disco significativo di questo 2026, per usare le parole di Robyn, un album "semplice, minimalista, ma al tempo stesso complesso e dettagliato." 
Ecco.



lunedì 17 agosto 2026

Il mio disco dell'estate: Mariachi El Bronx, ST (2026)


Cosa ci può essere di più estivo di un tormentone trap italiano? Semplice, un bel disco di musica tradizionale messicana. Meglio se suonato con la consueta sfacciataggine da una band americana (Los Angeles) che nasce punk/hardcore con il nome di The Bronx (2003), ma che, ad un certo punto, decide di crearsi un alias parallelo, Mariachi El Bronx appunto, testè giunto al quinto capitolo della sua storia. 
Come consuetudine radicata, anche questo album del 2026 è senza titolo e prosegue la tradizione della festa mariachi surfata con rispetto e deferenza, a partire dall'utilizzo degli strumenti tipici (tromba, chitarrone, violino, vihuela) che si riversano in dodici tracce per una cinquantina di minuti di durata. Almeno una mezza dozzina i pezzi memorabili, a partire da Bandaleros, una delle mie canzoni dell'anno, per proseguire con Forgive or forget, Songbird, Fools gold, El borracho, Tie you down. 
Un inno festoso all'integrazione e all'american melting pot da suonare orgogliosamente a tutto volume.

giovedì 6 agosto 2026

Recensioni capate: Underscores, U


No, non posto una recensione fuori dalla mia consueta tazza di tè per compensarne tante a oggetto old time music, è proprio che questa stagione (della vita) sta sommando agli ascolti radicati nel tempo un (fin qui) imprevedibile interesse per tutto ciò che è musicalmente "elettronico". 
Ne consegue che le mie ricerche in rete adesso indagano le releases di questa natura, con la tara sui sottogeneri che ovviamente da buon neofita mi tocca scontare (è come cercare consigli sui dischi metal, il range potrebbe andare dai Bon Jovi ai Cannibal Corpse). L'aspetto eccitante della cosa, per uno come me ancora mosso da grande curiosità,  è aver trovato un nuovo ambito da esplorare, quando pensavo ormai di averli esauriti tutti. 
Nello specifico del post: dietro all'alias Underscores si cela April Harper Grey (nata Devon Karpf), ventiseienne di San Francisco che, dopo una serie di EP e singoli, debutta su full-lenght nel 2021. U è il suo terzo album. Con o senza l'ausilio dell'autotune, dentro il disco convivono tutta una serie di filosofie musicali, si va dalla EDM (Electronic Dance Music) di Tell me (U want it) all'hyperpop/drill di Music passando per la House di Hollywood Forever, l'electro-pop di Innuendo (I get U), il passo trance di Do it, fino al pop "in purezza" del lento (unico della tracklist) Lovefield. 
Divertente, scatenato, coinvolgente. Uno dei miei dischi dell'anno. Chi l'avrebbe mai detto. 

lunedì 3 agosto 2026

Un mio disco in poche righe: Killer Joe, Scene of the crime (1991)


Per la premessa si potrebbe prendere paro paro quella che ho scritto per Better Days di Southside Johnny, in relazione all'alba di un decennio musicale (i novanta) pregno di innovazione che lasciava poco spazio al vecchiume (in pratica tutto il contrario di oggi). 
Ora. E' altamente probabile che un disco così sarebbe stato fuori dal tempo in qualunque epoca, in considerazione del suo oscillare tra blues, pop-rock, soul & errebì, swing, croonering e boogie woogie. Tuttavia, o proprio per questo, Scene of the crime conserva a distanza di anni il suo fascino old school. Dietro al nickname Killer Joe (personaggio springstiniano di Spirit in the night) si cela Joe Delia, ingaggiato da Max Weinberg, qui in veste di produttore oltre che di batterista, che, anche con l'ausilio degli amici di sempre, gli cuce addosso un vestito per tutte le stagioni, con esiti di ottimo intrattenimento evergreen. Per questi canonici tre quarti d'ora di musica, tra brani inediti (tre), cover (Kinks, Coasters, il boss) e traditional (Ray Charles, Albert King, Henry Mancini) accorrono svariati ospiti: da quelli scontati (Southside Johnny, Bruce, Little Steven, Jon Bon Jovi) agli inaspettati, come i Beach Boys, Phoebe Snow e Brandford Marsalis. L'evocativa signature track, la strumentale Summer on signal hill, li raccoglie all'unisono. Per la cronaca, non è con questo disco che Joe Delia s'è pagato le bollette, a quello ha pensato la sua attività di compositore di colonne sonore, attraverso un duraturo sodalizio con Abel Ferrara, con il quale ha lavorato per buona parte dei suoi film, a partire da quelli più noti, dalla fine dei settanta ad oggi.

lunedì 20 luglio 2026

Litfiba in concerto, quarant'anni di 17 Re - Castello Scaligero di Villafranca di Verona


Quando ho detto ad amici e colleghi che sarei andato a vedere il concerto dei Litfiba ho ricevuto in cambio sopraccigli sollevati, smorfie di disapprovazione e perplessità manifestate a vario titolo, ma tutte accompagnate da espressioni di compatimento. Ho capito allora che nella percezione comune si è completamente perso il ruolo fondamentale di questa band, ai suoi inizi, nell'evoluzione della musica indipendente italiana (in ambito new wave). Sono invece impressi nella memoria le baracconate di Pelù, gli stracci che sono pubblicamente volati tra il frontman e il resto del gruppo (Renzulli in primis) e i tanti (troppi?) comeback tour. Comprensibile, visto che la fase della "trilogia del potere" (delle vittime del potere, come piace precisare alla band)  è durata solo tre anni (1985-1988) mentre tutto il resto, da El diablo in avanti, s'è ne è preso ben oltre trenta. Resta comunque il fatto che i primi tre dischi dei Litfiba, Desaparecido, 17 Re e Litfiba 3, siano qualcosa di enormemente rilevante, sospesi com'erano tra impegno politico, allegoria e sogni dark. 

Quest'anno correva il quarantennale di 17 Re (1986) e la band toscana, assecondando un canovaccio in voga ormai da tempo, da quando cioè il rock è diventato materia per ultracinquantenni malati di nostalgia, ha deciso di portarlo in tour suonando integralmente i suoi sedici brani (più uno, la title track, esclusa dalla tracklist originale e ripubblicata per l'occasione). Ma la particolarità di questo tour è soprattutto quella di aver riunito i componenti originali dei primi Litfiba, quindi, oltre a Pelù e Renzulli, Antonio Aiazzi (tastiere) e il mitologico Gianni Maroccolo (basso). Alla batteria in vece del drummer originale Ringo De Palma (morto nel 1990) uno spettacolare Luca "mitraglia" Martelli (con il gruppo per il tour del 2013, che portò in giro la trilogia, e in studio per l'ultimo album Eutòpia, del 2016).

Questa la premessa. Aggiungo che pur passando il tour vicino casa abbiamo optato per la data di Verona in quanto il Carroponte (la location di Milano) non gestisce benissimo i pienoni, diciamo così. Il Castello Scaligero di Villafranca di Verona viceversa, oltre ad essere una venue suggestiva garantiva anche una capienza più a misura d'uomo (5-6000 posti). La scelta si è rivelata una volta tanto azzeccata e lungimirante, essendo riusciti ad assistere all'intero show a pochi metri dal palco in condizioni ottimali (unica pecca, per chi era distante dallo stage, l'assenza dei maxi schermi).

Il concerto inizia con apprezzabilissima puntualità alle 21.15 sulle note di Febbre, la sola del concerto presentata in versione esclusivamente strumentale, come overture atta a creare il giusto climax per l'ingresso sul palco dello sciamano Pelù, che attacca 17 Re, il pezzo recuperato. Le sue atmosfere funzionano, così come i riferimenti nel testo ai gangster a capo di nazioni importanti e alle conseguenze delle loro scelte folli.  Quando parte Come un dio, la canzone successiva, capisci dal singalong quanto il pubblico sia legato a questo piccolo grande disco che le classifiche non le vide nemmeno da lontano ma che, evidentemente, è impresso a fuoco nella memoria collettiva non solo di chi all'epoca era ragazzo.


Piero Pelù si prende la scena da frontman consumato. Dalla sua, nonostante età e acciacchi - un acufene permanente che lo costringe ad esibirsi con delle vistose cuffie protettive - , una voce che non ha perso di pulizia, intensità e potenza e una presenza magnetica, sciamanica: ormai, nel bene e nel male, suo marchio di fabbrica. Di contro un attitudine al comizio totalmente fuori controllo, che lo porta a dire la sua prima di ogni singola canzone interpretata, con un effetto comizio a mio avviso controproducente: davanti a tanta banalizzazione, retorica e sicumera ti viene da dargli torto anche quando in linea di principio saresti d'accordo con lui. Un'attitudine questa del tutto provinciale, i grandi artisti che vogliono lanciare messaggi politico sociali fanno parlare le canzoni oppure individuano un momento specifico nello spettacolo (uno, perdio!) per uno speech mirato che cattura l'attenzione del pubblico.

Al netto di ciò il concerto fila via bene, la potenza di fuoco della sezione ritmica (con la batteria sugli scudi) mi massacra lo sterno. Piero si fa carico quasi interamente delle parti vocali, visto che il solo Martelli ogni tanto lo doppia alla voce. 
Decidere di eseguire per intero 17 Re non è scelta banale per varie ragioni, ma la più importante è la difficoltà di rendere alcuni brani dal vivo (per dirne una, alla fine delle sessioni di registrazioni dell'album, nel 1986, Maroccolo decise di sostituire le parti di batteria del povero De Palma con una drum machine), ed infatti parte di essi non erano mai stati suonati live prima. Potrei sbagliare ma credo che canzoni come Sulla terra o Tango abbiano preso aria e applausi per la prima volta in quarant'anni. Stando così le cose, si perdona anche l'esecuzione "velocizzata" rispetto al mood originale di buona parte della tracklist dell'album.

Il set si chiude inevitabilmente con la bolgia di Gira nel mio cerchio (che gran pezzo, ancora oggi!) e Resta, forse il più importante rock-anthem italiano assieme a Male di miele degli Afterhours. I bis continuano a cavalcare l'eccitazione del pubblico, alimentata da un scellerato, per noi diversamente giovani, invito al pogo di Pelù, per la tripletta finale La preda, Tex e Cangaceiro. Precedentemente,  un'interpretazione di Santiago, che resta uno degli highlights assoluti del concerto, con il suo focus sugli orrori del Cile di Pinochet assieme alla critica al viaggio di Papa Wojtyla che incontra Pinochet mentre nelle segrete si continuava a torturare e trucidare innocenti. 

Un bel concerto, per tanti aspetti irripetibile. Anche se si percepisce un pò di distanza, di freddezza tra i singoli membri della band è come se i Litfiba avessero bisogno di ritrovare l'approvazione del pubblico attraverso il recupero integrale delle note del loro capolavoro per fare pace con la propria storia, per essere finalmente risolti.



giovedì 2 luglio 2026

My Favorithe Things, maggio e giugno 2026

ASCOLTI

Mandy, Indiana, URGH
James Chance and the Contortions, Buy
Nuclear Messiah, Black flame
Daphni, Butterfly
The Four Horsemen, Nobody said it was easy
Carpenter Brut, Leather temple
Boards of Canada, Inferno
Social Distortion, Born to kill
Litfiba, 17 Re
Underscores, U
Robyn, Sexistential
Downtown Boys, Public luxury
Olivia Rodrigo, you seem pretty sad for a girl so in love
Ultravox, Vienna
Bruce Springsteen, Faithless

Monografie e Playlist

70's & 80's Funk&Funky
Liars
Wynton Marsalis


VISIONI

The lonely hearts killers (3,75/5)
Esprimi un desiderio (2/5)
Kneecap (4,25/5)
Fuori (3/5)
La camera di consiglio (2,5/5)
Fight or flight (3,25/5)
La verità negata (2018) (2,5/5)
Jarhead (3,5/5)
Ave, Cesare! (3,5/5)
Morte cucina (3,5/5)
La donna della cabina numero 10 (2,25/5)
Getaway! (4,5/5)
Concussion - Zona d'ombra (2,75/5)
Old guy (2/5)
Power - Potere (2,5/5)
Il maestro giardiniere (3,75/5)
Hana e i libri del destino (3,5/5)
Ammazzare stanca (3/5)
Dario Argento Panico (3/5)
Velocità massima (3,25/5)
Missione shelter (1/5)
Pecore sotto copertura (3/5)
Dogs don't wear pants (3,75/5)
Walk the line - Extended version (3,75/5)
Killer Joe (3,75/5)

















Visioni seriali

Esterno notte (3,5/5)
The beef 2 (2,5/5)
Inspira, espira, uccidi, stagione 2 (2/5)

LETTURE

Francois Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock

lunedì 22 giugno 2026

Bruce Springsteen, Tracks 2 - The lost albums: CD3/7, Faithless

 


Con il terzo "lost album" incluso nella mastodontica operazione di recupero dagli archivi di Springsteen le cose cominciano a farsi davvero interessanti. Innanzitutto perchè la tracklist non è frutto di un assemblaggio delle registrazioni di un periodo, ma nasce coesa dall'inizio alla fine, allo scopo di fungere da colonna sonora ad un film western descritto come onirico, spirituale ma che poi non è mai stato prodotto e di cui non si hanno informazioni di alcuna natura. L'orizzonte temporale di registrazione è quello a cavallo tra 2005 e 2006, un buon periodo di forma e ispirazione per Bruce (gli album Devils and dust e The Seeger Sessions, coi relativi tour, sono stati tra i migliori in assoluto degli anni duemila, per qualità delle composizioni e sperimentazioni). In questo periodo, evidentemente, il Boss ha messo assieme altro materiale di qualità, buttandosi in un genere che deviava da quelle uscite ufficiali. 

Una musica desertica, meditativa, di grande suggestione, sostenuta quasi esclusivamente da strumenti a corda (chitarre, pedal steel, dodici corde, slide) - evidente il richiamo a Ry Cooder - tutti suonati da lui, messi al servizio di interpretazioni vocali strepitose, sostenute da un'ampia ed evocativa sezione cori (da cui spiccano Patti Scialfa e Soozie Tyrell). L'album consta di undici brani, otto cantati e tre strumentali, per un timing relativamente breve, ma, com'è ovvio, ciò non ne pregiudica la qualità.

Se Where you going, where you from può essere ricondotta ad un'intimità acustica cui Bruce ha abbondantemente abituato il suo pubblico, soprattutto nella fase della sua carriera dei duemila (il cantato sussurrato, di grande suggestione), procedendo con l'ascolto si viene spiazzati da una travolgente All God's children incredibilmente tomwaitsiana, sia nell'approccio vocale che nei rumorismi, mentre Faithless, My master's hand e Goin' to California tornano ad essere introspettive ed evocative.
Ma la voglia di Bruce di allargare il proprio raggio d'azione musicale non si esaurisce lì, perchè prima della fine della tracklist c'è spazio per il magnifico gospel di Let me ride (unica traccia proveniente da registrazioni antecedenti, attorno al 95) e per il clamoroso tributo all'amato Morricone con la versione strumentale di My master's hand.

Un disco bello e ispirato, non è un peccato sia un pò nascosto dentro una retropsettiva di outtakes di sette album?


Le altre recensioni dei Lost albums

giovedì 11 giugno 2026

Due parole di ricordo su David Allen Coe


Un paio di mesi fa moriva, ottantasettenne, David Allan Coe, la penultima leggenda vivente dell'outlaw country. Ora il testimone passa al novantatreenne Willie Nelson. Ma a differenza di quest'ultimo, Coe la vita del bad guy l'ha incarnata per davvero e fino in fondo, a partire dall'infanzia disagiata, con riformatorio annesso, passando per il carcere vero da giovane uomo e l'uso e l'abuso di alcol e droghe, il tutto prima di scoprire il potere salvifico della musica che però non ha mutato il suo carattere irascibile (ne interrotto le dipendenze). 
Tutto ciò gli ha creato nell'ambiente una "reputazione" che non solo ha influenzato artisti country a pacchi ma l'ha reso anche un riferimento intergenerazionale e trasversale ai generi musicali, tantè che nel 2006 registra Rebel meets rebel, un intero album assieme ai Pantera (ad eccezione di Anselmo), unica volta in cui Darren, Brown e Paul abbiano registrato qualcosa assieme al di fuori del monicker texano. 
Altra differenza dalla modalità "peace and love" di Nelson la sua attitudine costantemente provocatoria e irriverente, che l'ha portato, credo unico a questi livelli, a registrare una serie di canzoni "hot" (Cum stains on the pillow, per dare un esempio della poetica) ovviamente tagliate fuori da qualunque possibilità di diffusione mainstream e raccolte nell'album X - Rated hits. 

DAC era un personaggio rientrante appieno in un pattern comportamentale a noi alieno, ma abbastanza diffuso in determinate zone degli USA del sud. Faceva parte cioè di quella tipologia di persone rivendicanti un tipo di libertà avulsa da qualunque regola imposta dallo Stato, incluse tasse, diritto a portare armi, limiti di velocità e via dicendo. Cowboy moderni nelle loro intenzioni, in realtà, spesso, teste calde reazionarie per le quali probabilmente Trump è troppo morbido.
Un tizio così non poteva che essere un eroe per Hank 3, che lo include tra i suoi Country heroes, nella meravigliosa canzone omonima e ci incide assieme un singolo (The outlaw ways). Del mio disco oggetto dell'immagine correlata a questo breve post ho già parlato qui (trattasi di raccolta con il meglio della produzione dei primi dieci anni di carriera, i migliori), quindi per una volta non mi dilungo sull'opera, ma sul ricordo di un artista controverso ma autentico, anche nei suoi aspetti meno condivisibili.

lunedì 8 giugno 2026

Un mio disco in dieci righe: Lenny Kravitz, Let the love rule (1989)


Ammettiamolo: Lenny Kravitz ha rotto il cazzo. E non da oggi. Tuttavia non è sempre stato così. Al tempo del suo primo album, nel 1989, ben prima quindi che egli diventasse "l'ambasciatore del rock style", Lenny debuttava con un disco pieno di idee, certo, derivativo dalla black music dei suoi avi, ma animato da una grande urgenza comunicativa. Let love rule manca forse del singolone spaccatutto (qualcuno ha detto Are you gonna go my way?) ma compensa con una grande coesione  tra i brani e un autentico spirito di struggimento sociale in ottica black pride. In questo senso si segnalano Mr Cab driver, Does anybody out even care, Freedom train, la straziante Rosemary, mentre in ambito relazioni a due troviamo ovviamente la title track e I build this garden for us. Se il riferimento dei successivi Mama said e Are you gonna go my way richiama esplicitamente Hendrix, qui il mood è decisamente più smooth, quasi a scomodare Al Green. Nota a margine: ai testi collaborava l'allora moglie Lisa Bonet, in seguito attrice affermata. Un ascolto su cui torno ciclicamente. 

lunedì 25 maggio 2026

Bruce Springsteen, Tracks 2 - The lost albums: CD2/7: Streets of Philadelphia Sessions


Per anni, a partire dai novanta, tra i fans si è favoleggiato di una serie di pezzi inediti di Springsteen registrati con modalità elettroniche (sintetizzatori, loop machine, campionatori). Voci suffragate da indizi che Bruce lasciava qua e là come molliche di pane, da Streets of Philadelphia per il film di Demme, passando da Missing (per 3 giorni per la verità di Penn), a The fuse sull'album The rising ed altre chicche. Una modalità interpretativa vecchia per la musica ma assolutamente nuova per Bruce, che ha sempre girato attorno a generi musicali tradizionali suonati in modalità analogica.

Ecco perchè la pubblicazione di questi lavori, all'interno del progetto Lost Albums, era, per molti versi, quella che più mi incuriosiva. Nella realtà, coerentemente con la filosofia "album che avrebbero potuto uscire", Springsteen, con The Philadelphia Sessions, mette assieme solo le registrazioni del periodo 1992/93 e non la sua intera produzione "elettronica", che è andata sporadicamente avanti, a quanto ne sappiamo, almeno fino ai primi duemila (ne si trovano tracce anche nelle esibizioni dal vivo, in solitaria, del Devil & dust tour del 2005).

Disclaimer: ovviamente anche un disco in modalità elettronica di Springsteen è sempre un disco di Springsteen, cioè non è realistico aspettarsi, per dire, sonorità alla Burial. La struttura dei pezzi di questo album "perduto" asseconda infatti un'altra predisposizione del Boss dei novanta, quello per l'introspezione, i temi legati alle relazioni personali, le ballate acustiche delicate. Questo l'embrione originale, che resta pressochè intatto, a prescindere dall'arrangiamento delle macchine. Lo si capisce da subito, con Blind spot, deputata ad aprire la tracklist, e dal suo incipit di drum-machine e synth che proprio non ce la fanno a rendere meno calda e avvolgente la melodia, anche grazie ad un testo davvero suggestivo ed ispirato.

Questa è un pò la regola generale del disco, che dal punto di vista dell'accompagnamento strumentale risulta un pò ripetitivo, con il sintetizzatore che allunga gli accordi preparando l'entrata della drum machine (o viceversa), prima del cantato. In qualche traccia ci si allontana dalla modalità synth per tornare all'acustico, come Something in the well e The little things, mentre One beautiful mornig, interrompe il flusso introspettivo portando solarità e sonorità che potrebbero tranquillamente essere "full band".

La qualità di testi e melodie a mio avviso è alta, posta la versione, come si diceva, introspettiva di quel periodo di vita del Boss, e dentro questo contesto si capisce meglio il senso di una Secret garden, che quando comparve in qualità di inedito sul primo greatest hits springstiniano nel 1995 aveva spiazzato non poco i fans e che qui è inclusa in versione leggermente alternativa.
In ultima analisi resta da capire se l'utilizzo che in questo album Bruce fa dell'elettronica sia un valore aggiunto o se queste belle canzoni avrebbero potuto perlopiù camminare da sole in modalità "analogica", accompagnate cioè da chitarre, piano e magari da qualche strumento a fiato. 

Comunque sia, The Piladelphia Sessions è un disco riuscito che con un pelo di coraggio in più avrebbe potuto essere tranquillamente pubblicato all'epoca della sua registrazione. Neil Young lo avrebbe fatto, ma è noto come lui abbia sempre anteposto la sua evoluzione musicale, il proprio processo creativo, alle aspettative dei fans. Al netto di Nebraska, Bruce no.

lunedì 18 maggio 2026

Kneecap (2025)


Belfast, anni dieci dei duemila. Liam e Naoise sono due piccoli spacciatori, dediti al consumo di alcol e droghe. La loro vita scorre tra feste, sballi, sesso occasionale e strafottenza verso qualunque autorità. Naoise ha un padre scomparso (dato per morto) idolo della comunità cattolica di Belfast in quanto mitologico soldato dell'I.R.A.. I due vengono occasionalmente a contatto con JJ, un insegnante di gaelico amante della lingua madre ma insofferente ai metodi con cui la si trasmette nelle scuole, che giudica antiquati ed inadatti. JJ si ritrova tra le mani un taccuino di appunti in gaelico di Liam e capisce che possono diventare una rivoluzionaria arma di divulgazione della lingua madre, attraverso il rap.

Dissacrante sin dalla primissima sequenza, nella quale il regista Rich Peppiatt (fin qui solo corti e documentari) si fa beffe di tutta la produzione cinematografica sull'Irlanda del Nord basata sulla narrazione dei "troubles", Kneecap è una boccata d'aria fresca (o, se preferite, una profonda aspirata di ganja) nel panorama asfittico, ripetitivo e agiografico, dei biopic degli artisti musicali. Ragion per cui stabilire quanto ci sia di vero e quanto esagerato nella ricostruzione delle vite del trio hip hop Kneecap (a proposito, il monicker riprende il termine in slang riferito alle gambizzazioni a colpi d'arma da fuoco, pratica molto usata da ambo le parti dei diversi gruppi paramilitari nordirlandesi) diventa del tutto irrilevante.

Interpretato efficacemente dai componenti reali del gruppo, il film ci mostra la realtà di un territorio in cui ancora si litiga per radici identitarie che ai ragazzi nati dopo gli accordi di pace del Venerdì Santo (1998), e chiamati per questo "ceasefire baby", interessa giusto per obblighi di stirpe o per movimentare giornate fotocopia menando le mani con gli "orange".

Mentre ci intrattiene con un'irriverenza che al confronto The dirt sui Crue è un film da convento di Carmelitane, Kneecap qualche messaggio lo trasmette, per chi vuole coglierlo: ad esempio quando ci rivela la condizione dei ragazzi soprattutto cattolici, costretta tra l'incudine delle organizzazioni paramilitari clandestine vedove dell'I.R.A., composte da disadattati col quoziente intellettivo di un tombino di ghisa che esercitano il loro controllo sul territorio agendo da "polizia morale", e il martello della brutalità della Polizia (PSNI) nei confronti dei cattolici, a dimostrazione del fatto che, sebbene in Irlanda del Nord i cattolici abbiano superato nel numero i protestanti e addirittura siano per la prima volta al governo, la PSNI sia ancora saldamente in mano a individui fedeli alla Corona britannica.

Peppiatt (cristo, che cognome improbabile!), che è anche sceneggiatore, non fornisce "alibi" al comportamento dei ragazzi, nemmeno quello della classica assenza genitoriale (in questo caso paterna), che in storie così spunta sempre fuori come il prezzemolo. No, Liam e Naoise sono due teppistelli di cui le città sono piene con, a differenza di milioni di altri, un talento per le rime e per il flaw. Viceversa JJ, il terzo membro del gruppo, all'inizio è un professore di gaelico che, sotto la patina di rispettabilità, è decisamente insoddisfatto e frustrato a causa della staticità del suo lavoro. Per lui Liam e Naoise rappresentano la salvezza. Difatti, non appena comincia a bazzicarli, in un nanosecondo si adegua al loro stile di vita, assumendo droghe di ogni tipo con effetti filmici irresistibili. 

Il lato musicale è ovviamente importante, ma non serve essere fan del rap per godere del film. Io non sono esattamente un seguace dell'hip hop, a parte qualche titolo essenziale, ma ritengo che in molti casi, soprattutto agli esordi degli artisti provenienti da realtà sociali complicate,  questo genere musicale abbia rappresentato una forma di urgenza comunicativa genuina, necessaria, parente stretta dello spirito punk dei settanta. Nel film a farne le spese non sono i "riccardoni" della progressive settantiana, ma la modalità di insegnamento della lingua gaelica, trasmessa giustamente per generazioni anche come forma di resistenza alla "occupazione" inglese, ma che col tempo aveva perso afflato diventando liturgica e, pertanto, priva di attrattiva per le nuove generazioni. 
Non sono stati certo i Kneecap i primi a creare musica in gaelico, tuttavia la differenza sostanziale con gli altri (forse i più famosi sono gli scozzesi Runrig) è che JJ, Liam e Naoise  non si esprimono attraverso la musica tradizionale, che si sposa spontaneamente con l'antico idioma, ma con ritmi attuali, tra rap, disco ed elettronica.
Insomma, è come se avessero infilato un razzo nel culo ad una lingua morta sparandola alle stelle, ben al di fuori di Belfast e dell'Irlanda del Nord, raggiungendo l'obiettivo di far diventare il gaelico generazionalmente cool. 

Un ultimo aspetto che mi ha fatto riflettere è come una musica militante, perchè dentro il cazzeggio i Kneecap anche questo fanno, divisiva per definizione, figurarsi in Irlanda del Nord, riesca incredibilmente ad essere anche unificante: ai concerti della band si mischiano gioiosamente ragazzi cattolici e protestanti. Per gli indigeni adulti di una certa età, ovviamente è tutta un'altra storia.

Ci viene raccontato di come, spesso, i grandi film nascano da anomalie, idee stravaganti ed estemporanee, impuntature contro tutto e tutti di registi caparbi, insofferenti alle mediazioni. Ebbene, non so chi abbia avuto la geniale intuizione di fare un instant biopic su uno sconosciuto trio rap dell'Irlanda del Nord che, a gennaio 2024, all'epoca della presentazione del film al Sundance, non aveva pubblicato nemmeno un disco (la release dell'album Fine art è di sei mesi successiva), ma di questi intuizioni folli e improbabili è fatta la materia dei sogni del cinema. 

Letteralmente imperdibile.


Prime Video

giovedì 30 aprile 2026

My favorite things, aprile 2026

ASCOLTI

AA/VV, Tropicàlia: Ou panis de circensis
Drug Bug, Hell for a basement
Nine Inch Noize, ST
Squarepusher, Kammerkonzert
U2, Days of ash + Easter Lily (EP)
Underscores, U
Melvins with Napalm Death, Imperial death march
A Certain Ratio, Sextet
Die Spitz, Something to consume
Happy Mondays, Greatest hits
Litfiba, 17 Re
Neurosis, An undying love for a burning world
Robyn, Sexistential
The Twilight Sad, It's the long goodbye

Playlist/Monografie home made

Wynton Marsalis
The Band
Liars
Salmo
Just Mustard
The Twilight Sad
Synth-Pop 2010/2025


VISIONI














8 1/2 (5/5)
Vigilato speciale (3/5)
Il quadro rubato (2,5/5)
La dolce vita (5/5)
Il maestro e Margherita (2024) (3/5)
Crime 101 (3,5/5)
Scuola di seduzione (2/5)
Io sono ancora qui (4/5)
Attitudini: nessuna (3/5)
La riunione di condominio (2,75/5)
Sisu: il vendicatore (3/5)
The killer (Woo, 2025) (3,75/5)
The life of Chuck (3/5)
Il caso 137 (4/5)
Un piccolo favore ( 2,5/5)
Nouvelle vague (4/5)
Lo spaccone (5/5)
Bugonia (3,75/5)
Testa o croce? (3,5/5)

Visioni seriali

Paradise, stagione due (2,75/5)
Daredevil: Rinascita (2,75/5)
Harry Hole (3/5)

LETTURE

Herman Melville, Moby Dick

giovedì 23 aprile 2026

(circa) 80 minuti di Sleaford Mods


Ho da poco scoperto gli Sleaford Mods da Nottingham, ma li ho eletti presto a mia band preferita del momento. Peccato siano in giro da una ventina d'anni e non me ne sia mai accorto. Probabilmente perchè per troppo tempo sono rimasto concentrato su determinate sonorità (quelle derivanti da strumenti "analogici"), escludendone a priori altre (l'elettronica in primis), che oggi mi appaiono magnifiche ed eccitanti. La musica di Jason Williamson - voce - e Andrew Fearn - tutto il comparto elettronico - , che compongono il duo di cui al monicker, su wikipedia è perimetrata in definizioni plurime, post-punk, electro-punk, punk-rap.  Il punk comunque centra sempre e lo riconosci nella strafottenza del flaw o del cantato, nei testi working class e nella maniera in cui le loro canzoni arrivano subito alla pancia e alle gambe ma trovano immediatamente dopo la via per il cervello. 
Qui metto inutilmente (visto che c'è Spotify) in fila diciotto tracce che ho selezionato grufolando nel loro repertorio composto da oltre una dozzina d'album, più una manciata di featuring.


01. The good life
02. Nudge it
03. Fizzy
04. Megaton
05. Jobseeker
06. Jolly fucker
07. Mork n Mindy
08. Tied up in Nottz
09. Shortcummings
10. Tarantula deadly cargo
11. TCR
12. B.H.S.
13. Discourse
14. Bang someone out
15. Kebab spider
16. Tiswas
17. I don't rate you
18. Tweet tweet tweet

lunedì 13 aprile 2026

I migliori della vita: Southside Johnny and the Asbury Jukes, Better days (1991)


Nella sezione "album usciti nel 1991" di Wikipedia, tra gli altri, troviamo: R.E.M., Out of time; Slint, Spiderland; Massive Attack, Blue lines; Temple of the dog, st; Metallica, st (Black album); Pearl Jam, Ten; Primal Scream, Screamadelica; Nirvana, Nevermind; Death, Human; Red Hot Chili Peppers, Blood sugar sex magic; Soundgrarden, Badmotorfinger; My Bloody Valentine, Loveless; U2, Achtung baby; Queen, Innuendo; Morbid Angel, Blessed are the sick; 2pac, 2pacalypse now.

Un anno che è dunque passato alla storia per la qualità della musica espressa e per come questi dischi, purtroppo anche per ragioni tragiche - vedi la sorte di Cobain, 2pac e Mercury - , abbiano condizionato non solo il rock, ma la cultura pop in generale negli anni a venire, fino ad oggi (se ti guardi attorno le T-shirt di Nirvana e 2pac fanno a gara per il soggetto più diffuso tra i millennial).

Ecco, oggi in questa rubrica periodica tratto di un disco che in quella lista nemmeno compare. Un disco di musica "vecchia", pertanto in controtendenza con la primavera musicale dei primi novanta. Il che dimostra, ahimè, quanto fossi conservatore in ambito musicale, non accorgendomi come, tra trip hop, grunge, gangsta rap, evoluzione del metal, albori del big beat, il "rock" stesse subendo una straordinaria metamorfosi. Ma bisogna essere onesti, nell'attesa spasmodica per il nuovo disco di Springsteen (l'ultimo, Tunnel of love, era dell'87) anche queste erano le note su cui mi cullavo, macinavo chilometri, mi emozionavo e cantavo, nel corso di quell'anno (e del '92). E pazienza se, storicamente ed artisticamente, tutti gli altri album del 1991 sopra citati fossero superiori, per distacco, a Better days.

D'altronde che ci vuoi fare, quando subentra quella saldatura tra nostalgia e colonna sonora di una stagione, tra le liriche di un disco (ogni linea di ogni canzone delle liriche) e composizioni musicali sulle quali volano leggere, ma su ali potenti, ricordi di gioventù che il tempo ha trasformato in mito, tu ci devi fare i conti. E siccome in questa rubrichetta mi sembra di aver ribadito a più riprese che i miei dischi della vita non necessariamente (anzi, quasi mai) sono capolavori riconosciuti, faccio esercizio di onestà, la smetto con le stronzate e comincio a parlare di Better days.

Per chi non lo sapesse, John Lyon, aka Southside Johnny, lega la sua nascita musicale allo stesso movimento di Asbury Park, NJ, di Springsteen e Little Steven, con quest'ultimo che all'inizio della carriera gli scrive buona parte del materiale di maggior valore, contribuendo ai titoli più importanti della sua produzione (dal 1976 al 1978: I don't wanna go home, This time it's for real, Hearts of stone) assieme al Bruce nazionale.  Il genere praticato è blue eyed soul, errebì, pub rock, classic soul, con Sam Cooke nome tutelare e qualche sgasata sui Dr Feelgood. John chiude il primo lustro di attività, quello contenente i suoi dischi irrinunciabili, con l'imperdibile live Reach out and touch the sky (1981). Successivamente, gli stessi ottanta che vedono la deflagrazione del successo interplanetario del Boss, proiettano Southside e i suoi Jukes nell'irrilevanza, non solo e non tanto di pubblico, quanto proprio d'ispirazione. 

Ma ecco che, quando meno te lo aspetti, Johnny ritrova i sodali di un tempo, in primis Little Steven che gli regala otto canzoni, Springsteen che contribuisce con una, e nel 1991 vede la luce Better days, un disco pirotecnico ed ispirato che riporta le lancette indietro di una quindicina d'anni.

Lo si capisce immediatamente con l'opener Coming back, testo da beautiful loser, col protagonista sconfitto dalla vita che cerca una seconda chance, a partire dalla riconquista dell'amata che ha (presumibilmente) abbandonato. E' un classico pezzo di soul bianco, grande attitudine e impatto, cantato congruo e sezione fiati che gliel'ammolla. La traccia d'apertura dentro al concetto album è fondamentale e Southside non la sbaglia. 

Una bella differenza rispetto al decennio antecedente, quando John si era sbattuto tra lavori corali con una band che aveva perso dei pezzi, oltre che la componente locale (Asbury) nel monicker e tentativi simil crooning da solista (una strada che riprenderà negli anni dieci), ma con responsi insignificanti al di fuori della cerchia, sempre più ristretta, di die hard fans. Con Better days  è tutta un'altra storia, e lo è soprattutto per gli amici che si coagulano attorno al bro ritrovato. La lista è davvero lunga, da Springsteen alla sezione ritmica della E Street, ma anche, per citarne un paio, a Steve Jordan (tour drummer degli Stones) e Jon Bon Jovi.

E' proprio con l'ex capelluto leader dei Bon Jovi che John divide il microfono per il torrido pub rock di I've been working too hard, divertentissima traccia da uscita alcolica del venerdì dopo una settimana di lavoro blue collar, mentre gli amici Bruce e Steve dividono con Johnny le linee vocali della autobiografica It's been a long time, un midtempo sostenuto da tastiere e fiati che funge da reunion in musica di vecchi amici che celebrano con la pinta alzata e tanti sorrisi alcolici  la ritrovata unità.

La title track è puro soul, marchio di fabbrica della casa, con il ritornello che celebra quei momenti, spesso illusori, in cui pensi che il peggio sia passato. All the way home, il brano donato da Bruce, arriva all'ultima curva e si tratta di una classica ballata inconfondibilmente springstiniana, che giunge giusto prima del rettilineo finale deputato ad uno scatenato rock and roll: Shake 'em down.

Qualche mese dopo l'uscita del disco Southside Johnny arriva in città (a Milano, al mitico e compianto Rolling Stone), e bagna nel successo di pubblico la ritrovata verve con una performance indimenticabile aperta dall'atteso lancio dei suoi inconfondibili Rayban sulla folla prima di dare inizio a due ore di musica, con versioni di The fever, Having a party e I don't want to go home da far venire giù i muri, come per i New York Dolls nel pilota, girato da Scorsese, della splendida serie Vinyl.

E si, sa, la combo album mandato a memoria e concerto memorabile funziona da patto per la vita con un'artista, soprattutto per chi ha un rapporto simbiotico con la musica. La bella sensazione che mi regala riascoltare queste note, riavvolgere il nastro del tempo e ricordarle con poche righe di un post, mal si concilia con le attuali condizioni di salute di Southside Johnny (è del '48), a causa delle quali ha dovuto sospendere ogni attività, sia di registrazione che concertistica. 
Pur trattandosi di un'artista minore, vissuto (o percepito) sempre "all'ombra di", la sua quota parte di eredità artistica è riuscito ad imprimerla nella storia, in cinquant'anni e oltre trenta dischi. Sarebbe importante che qualcuno gliela riconoscesse finchè ha senso farlo.




lunedì 6 aprile 2026

Recensioni capate: Geese, Getting killed (2025)

 


Se vuoi fare il figo cita i Geese. Parafrasando il titolo di un noto libro di cucina dello chef Cracco, arrivo finalmente a scrivere di una delle band più sulla cresta dell'onda in ambito indie, guidata da Cameron Winter, frontman già in odore di beatificazione dopo il suo disco solista Heavy Metal del 2024. Sarebbe interessante capire se la critica celebri questa band per averla effettivamente ascoltata o, appunto, in quanto fa figo. Lo dico perchè Getting killed, quarto album della band se si include anche l'esordio autoprodotto del 2018, è un disco tutt'altro che accessibile, anzi l'esatto opposto, per molti versi respingente, con il cantato sgraziato di Winter, gli strumenti che sembrano andare ognuno per i cazzi propri in un'elegia quasi free jazz per l'assenza di struttura canonica dei pezzi, con ritornelli elargiti con parsimoniosa misericordia. Tuttavia, se si ha la perseveranza di non disperare dopo essere finiti nella tana del Bianconiglio e ci si lascia trasportare dalla follia senza opporre resistenza, in questo marasma di suoni si trova l'epifania, una road map, una perfetta quadratura. E davanti a composizioni come Cobra, Getting killed, Islands of men, 100 horses, Trinidad, Taxes o la conclusiva, schizofrenica Long island city here I come, tutta l'altra musica, quella "normale", sembra perdere di senso.
Alla fine quella dei Geese si configura come una voce davvero unica nel panorama indie/post-punk. E allora si, vantiamoci di ascoltare i Geese. A patto di farlo davvero. Se lo meritano.

giovedì 2 aprile 2026

My Favorite things, febbraio marzo '26

ASCOLTI

Black Crowes, A pound of feathers
Johnny Blue Skies, Mutiny after midnight
Chalk, Crystalpunk
Nation of Language, A way forward
U2, Days of ash
Michael Monroe, Outerstellar
Yazoo, Upstairs at Eric's
Dinosaur Pile-Up, I've felt better
Daniel Donato's Cosmic Country, Horizon
Mariachi El Bronx, ST
Paradox, Mysterium
Happy Mondays, Pills 'n' thrills and bellyaches
Joy Division, Unknown pleasures
Joy Division, Closer
Bob Wayne and James Woods, Tombstone opera
Geese, Getting killed
Gorillaz, The mountain
OST, Mò better blues
Human League, Dare
Robyn, Sexistential
The Twilight Sad, It's the long goodbye
Kerrigan, Wayfarer
Black Label Society, Engines of demolition
Orchestra Manoeuvres in the dark, The OMD Singles
Franco Battiato, Studio collection


Playlist/Monografie (home made)

Pavement
80's Synth-pop 
80's AOR
Sleaford Mods



VISIONI

Altri cannibali (3,5/5)
Inside man: most wanted (2,25/5)
Fratelli demolitori (2/5)
L'agente segreto (4/5)
Made in France (2,5/5)
Send help (4/5)
13 - Se perdi...muori (2/5)
Un tirchio quasi perfetto (2/5)
Mio padre è un sicario (1,5/5)
Sirat (4/5)
La vita va così (2,5/5)
Una storia vera (5/5)
Hong Kong express (4/5)
Angeli Perduti (3,75/5)
Vincent deve morire (3,5/5)
La signora ammazzatutti (3,5/5)
Predator: Badlands (3,5/5)
Ogro (3/5)
Franco Battiato - Il lungo viaggio (2,25/5)
Weapons (3,75/5)
Parker (2013) (2,25/5)
The rip (2,5/5)
Storia di un uomo d'azione (2,75/5)
In a violent nature (3/5)
Marty Supreme (4/5)
Bring her back (3,5/5)
L'ultimo turno (3,75/5)
I love radio rock (3/5)
Mò better blues (4/5)
La valle dei sorrisi (3,75/5)
24 Hour party people (3,75/5)
Cinque secondi (3,5/5)
Dead of winter (2/5)
Dracula - L'amore perduto (2,75/5)
Il falsario (2/5)
La ballata di un piccolo giocatore (3/5)
Un semplice incidente (4/5)












Visioni seriali

Gomorra - Le origini (2,75/5)
La sua verità (2/5)
Under salt marsh (2,75/5)
Mobland (3/5)

LETTURE

Craig Clevenger, Fatto da dio

lunedì 30 marzo 2026

24 Hour party people (2002)


Manchester nel decennio che origina alla fine dei settanta e si conclude all'alba del novanta, nelle gesta del leggendario Tony Wilson e della sua Factory Records. Attorno a lui una scena che improvvisamente esplode con l'avvento dei Joy Division (fine settanta) fino all'affermazione degli Happy Mondays (1990). Nel  percorso di mutazione di un movimento, che da musicale diventa sociale, la città si guadagna l'appellativo di "madchester" (1988/1991) per effetto del combinato club e droga. Merda, quanta droga.


24 Hour people è un mockumentary, girato da Michael Winterbotton, regista inglese discontinuo ma dalla ormai corposa carriera, su uno dei movimenti musicale/sociale/di costume più folle della storia, il "madchester". Nato e sviluppatosi a Manchester, città proletaria e industriale, fino a quel momento fuori dalle mappe dei luoghi che contavano e di richiamo solo per la squadra di calcio dello United, il movimento madchester vede come deus ex machina il giornalista televisivo Tony Wilson (qui interpretato da Steve Coogan), che alterna i suoi impegni da anchorman a quelli di scopritore - con un ottimo fiuto - di nuove band. Il suo intuito ha portato ad incidere i seminali Joy Division, i successivi New Order, nonchè i meno noti ma filologicamente importanti A Certan Ratio e Durutti Column. 

Anche se la band non più importante ma legata a doppio filo a quel movimento, alla club culture, alle pasticche, allo sballo senza controllo era incontrovertibilmente quella degli Happy Mondays (suo il brano che dà titolo al film), gruppo totalmente fuori controllo che manderà in bancarotta la Factory Records di Wilson e con essa i due locali simbolo del movimento, il Factory e l'Hacienda. 

Gli Happy Mondays giravano attorno ai due fratelli Ryder: Shaun (voce) e Paul (basso), due personaggi che, se non avessero avuto un briciolo di creatività, sarebbero senza dubbio finiti tra pub, microcriminalità e curve hooligans per il resto della loro vita. La band è talmente costantemente strafatta che l'entourage di Wilson individua l'unico luogo sul pianeta privo di eroina dove mandarli a registrare il nuovo album (Yes please! del 1992, seguito del fortunato Pills 'n' thrills and bellyaches del 1990), ovvero le Barbados. Vero, niente eroina. Ma tanto tanto crack, di cui ovviamente Shaun diventa dipendente al punto da dissipare tutte le centocinquantamila sterline stanziate per la registrazione del disco. E senza neppure riuscire a registrarlo, il disco! 

Il film gira necessariamente attorno a queste figure: Tony Wilson, Ian Curtis (di cui va recuperato lo struggente biopic Control, di Corbijn) e Shaun Ryder (per chiudere il cerchio del rinascimento musicale della città andrebbero necessariamente citati gli Stone Roses, di un'altra scuderia) ed è un'efficace, incredibile istantanea di un movimento che, pur durando meno di un lustro tra gli ottanta e i novanta, ha lasciato una traccia indelebile, nella società, che, come un pifferaio lisergico, fece convergere su Manchester migliaia di giovani desiderosi di sballarsi e ballare senza freni, e nella musica, grazie alla messa in comunicazione di due filosofie che prima di allora si tenevano a debita distanza: rock e club culture. I germogli di questo innesto saranno propedeutici a quel decennio di grandissima contaminazione che è stato quello dei novanta, confluendo nel genere cosiddetto Big Beat (Chemical Brothers, Prodigy, etc.) da lì a qualche anno a venire. 

Winterbottom questo lo cattura bene, realizzando un film magari imperfetto ma con un buon cast (oltre a Coogan cito Paddy Considine e Sean Harris), diversi cameo dei veri protagonisti della scena (beh, quelli ancora in vita durante la lavorazione), ma soprattutto pieno di ritmo, dannatamente divertente e tutto da scoprire, per chi ignora i folli fatti di quel tempo e quel luogo.