lunedì 17 agosto 2026
Il mio disco dell'estate: Mariachi El Bronx, ST (2026)
giovedì 6 agosto 2026
Recensioni capate: Underscores, U
lunedì 3 agosto 2026
Un mio disco in poche righe: Killer Joe, Scene of the crime (1991)
Ora. E' altamente probabile che un disco così sarebbe stato fuori dal tempo in qualunque epoca, in considerazione del suo oscillare tra blues, pop-rock, soul & errebì, swing, croonering e boogie woogie. Tuttavia, o proprio per questo, Scene of the crime conserva a distanza di anni il suo fascino old school. Dietro al nickname Killer Joe (personaggio springstiniano di Spirit in the night) si cela Joe Delia, ingaggiato da Max Weinberg, qui in veste di produttore oltre che di batterista, che, anche con l'ausilio degli amici di sempre, gli cuce addosso un vestito per tutte le stagioni, con esiti di ottimo intrattenimento evergreen. Per questi canonici tre quarti d'ora di musica, tra brani inediti (tre), cover (Kinks, Coasters, il boss) e traditional (Ray Charles, Albert King, Henry Mancini) accorrono svariati ospiti: da quelli scontati (Southside Johnny, Bruce, Little Steven, Jon Bon Jovi) agli inaspettati, come i Beach Boys, Phoebe Snow e Brandford Marsalis. L'evocativa signature track, la strumentale Summer on signal hill, li raccoglie all'unisono. Per la cronaca, non è con questo disco che Joe Delia s'è pagato le bollette, a quello ha pensato la sua attività di compositore di colonne sonore, attraverso un duraturo sodalizio con Abel Ferrara, con il quale ha lavorato per buona parte dei suoi film, a partire da quelli più noti, dalla fine dei settanta ad oggi.
lunedì 20 luglio 2026
Litfiba in concerto, quarant'anni di 17 Re - Castello Scaligero di Villafranca di Verona
Quando ho detto ad amici e colleghi che sarei andato a vedere il concerto dei Litfiba ho ricevuto in cambio sopraccigli sollevati, smorfie di disapprovazione e perplessità manifestate a vario titolo, ma tutte accompagnate da espressioni di compatimento. Ho capito allora che nella percezione comune si è completamente perso il ruolo fondamentale di questa band, ai suoi inizi, nell'evoluzione della musica indipendente italiana (in ambito new wave). Sono invece impressi nella memoria le baracconate di Pelù, gli stracci che sono pubblicamente volati tra il frontman e il resto del gruppo (Renzulli in primis) e i tanti (troppi?) comeback tour. Comprensibile, visto che la fase della "trilogia del potere" (delle vittime del potere, come piace precisare alla band) è durata solo tre anni (1985-1988) mentre tutto il resto, da El diablo in avanti, s'è ne è preso ben oltre trenta. Resta comunque il fatto che i primi tre dischi dei Litfiba, Desaparecido, 17 Re e Litfiba 3, siano qualcosa di enormemente rilevante, sospesi com'erano tra impegno politico, allegoria e sogni dark.
Quest'anno correva il quarantennale di 17 Re (1986) e la band toscana, assecondando un canovaccio in voga ormai da tempo, da quando cioè il rock è diventato materia per ultracinquantenni malati di nostalgia, ha deciso di portarlo in tour suonando integralmente i suoi sedici brani (più uno, la title track, esclusa dalla tracklist originale e ripubblicata per l'occasione). Ma la particolarità di questo tour è soprattutto quella di aver riunito i componenti originali dei primi Litfiba, quindi, oltre a Pelù e Renzulli, Antonio Aiazzi (tastiere) e il mitologico Gianni Maroccolo (basso). Alla batteria in vece del drummer originale Ringo De Palma (morto nel 1990) uno spettacolare Luca "mitraglia" Martelli (con il gruppo per il tour del 2013, che portò in giro la trilogia, e in studio per l'ultimo album Eutòpia, del 2016).
Questa la premessa. Aggiungo che pur passando il tour vicino casa abbiamo optato per la data di Verona in quanto il Carroponte (la location di Milano) non gestisce benissimo i pienoni, diciamo così. Il Castello Scaligero di Villafranca di Verona viceversa, oltre ad essere una venue suggestiva garantiva anche una capienza più a misura d'uomo (5-6000 posti). La scelta si è rivelata una volta tanto azzeccata e lungimirante, essendo riusciti ad assistere all'intero show a pochi metri dal palco in condizioni ottimali (unica pecca, per chi era distante dallo stage, l'assenza dei maxi schermi).
Il concerto inizia con apprezzabilissima puntualità alle 21.15 sulle note di Febbre, la sola del concerto presentata in versione esclusivamente strumentale, come overture atta a creare il giusto climax per l'ingresso sul palco dello sciamano Pelù, che attacca 17 Re, il pezzo recuperato. Le sue atmosfere funzionano, così come i riferimenti nel testo ai gangster a capo di nazioni importanti e alle conseguenze delle loro scelte folli. Quando parte Come un dio, la canzone successiva, capisci dal singalong quanto il pubblico sia legato a questo piccolo grande disco che le classifiche non le vide nemmeno da lontano ma che, evidentemente, è impresso a fuoco nella memoria collettiva non solo di chi all'epoca era ragazzo.
Piero Pelù si prende la scena da frontman consumato. Dalla sua, nonostante età e acciacchi - un acufene permanente che lo costringe ad esibirsi con delle vistose cuffie protettive - , una voce che non ha perso di pulizia, intensità e potenza e una presenza magnetica, sciamanica: ormai, nel bene e nel male, suo marchio di fabbrica. Di contro un attitudine al comizio totalmente fuori controllo, che lo porta a dire la sua prima di ogni singola canzone interpretata, con un effetto comizio a mio avviso controproducente: davanti a tanta banalizzazione, retorica e sicumera ti viene da dargli torto anche quando in linea di principio saresti d'accordo con lui. Un'attitudine questa del tutto provinciale, i grandi artisti che vogliono lanciare messaggi politico sociali fanno parlare le canzoni oppure individuano un momento specifico nello spettacolo (uno, perdio!) per uno speech mirato che cattura l'attenzione del pubblico.
Decidere di eseguire per intero 17 Re non è scelta banale per varie ragioni, ma la più importante è la difficoltà di rendere alcuni brani dal vivo (per dirne una, alla fine delle sessioni di registrazioni dell'album, nel 1986, Maroccolo decise di sostituire le parti di batteria del povero De Palma con una drum machine), ed infatti parte di essi non erano mai stati suonati live prima. Potrei sbagliare ma credo che canzoni come Sulla terra o Tango abbiano preso aria e applausi per la prima volta in quarant'anni. Stando così le cose, si perdona anche l'esecuzione "velocizzata" rispetto al mood originale di buona parte della tracklist dell'album.
Il set si chiude inevitabilmente con la bolgia di Gira nel mio cerchio (che gran pezzo, ancora oggi!) e Resta, forse il più importante rock-anthem italiano assieme a Male di miele degli Afterhours. I bis continuano a cavalcare l'eccitazione del pubblico, alimentata da un scellerato, per noi diversamente giovani, invito al pogo di Pelù, per la tripletta finale La preda, Tex e Cangaceiro. Precedentemente, un'interpretazione di Santiago, che resta uno degli highlights assoluti del concerto, con il suo focus sugli orrori del Cile di Pinochet assieme alla critica al viaggio di Papa Wojtyla che incontra Pinochet mentre nelle segrete si continuava a torturare e trucidare innocenti.
Un bel concerto, per tanti aspetti irripetibile. Anche se si percepisce un pò di distanza, di freddezza tra i singoli membri della band è come se i Litfiba avessero bisogno di ritrovare l'approvazione del pubblico attraverso il recupero integrale delle note del loro capolavoro per fare pace con la propria storia, per essere finalmente risolti.
giovedì 2 luglio 2026
My Favorithe Things, maggio e giugno 2026
Esprimi un desiderio (2/5)
Kneecap (4,25/5)
giovedì 11 giugno 2026
Due parole di ricordo su David Allen Coe
lunedì 8 giugno 2026
Un mio disco in dieci righe: Lenny Kravitz, Let the love rule (1989)
Ammettiamolo: Lenny Kravitz ha rotto il cazzo. E non da oggi. Tuttavia non è sempre stato così. Al tempo del suo primo album, nel 1989, ben prima quindi che egli diventasse "l'ambasciatore del rock style", Lenny debuttava con un disco pieno di idee, certo, derivativo dalla black music dei suoi avi, ma animato da una grande urgenza comunicativa. Let love rule manca forse del singolone spaccatutto (qualcuno ha detto Are you gonna go my way?) ma compensa con una grande coesione tra i brani e un autentico spirito di struggimento sociale in ottica black pride. In questo senso si segnalano Mr Cab driver, Does anybody out even care, Freedom train, la straziante Rosemary, mentre in ambito relazioni a due troviamo ovviamente la title track e I build this garden for us. Se il riferimento dei successivi Mama said e Are you gonna go my way richiama esplicitamente Hendrix, qui il mood è decisamente più smooth, quasi a scomodare Al Green. Nota a margine: ai testi collaborava l'allora moglie Lisa Bonet, in seguito attrice affermata. Un ascolto su cui torno ciclicamente.
lunedì 18 maggio 2026
Kneecap (2025)
Belfast, anni dieci dei duemila. Liam e Naoise sono due piccoli spacciatori, dediti al consumo di alcol e droghe. La loro vita scorre tra feste, sballi, sesso occasionale e strafottenza verso qualunque autorità. Naoise ha un padre scomparso (dato per morto) idolo della comunità cattolica di Belfast in quanto mitologico soldato dell'I.R.A.. I due vengono occasionalmente a contatto con JJ, un insegnante di gaelico amante della lingua madre ma insofferente ai metodi con cui la si trasmette nelle scuole, che giudica antiquati ed inadatti. JJ si ritrova tra le mani un taccuino di appunti in gaelico di Liam e capisce che possono diventare una rivoluzionaria arma di divulgazione della lingua madre, attraverso il rap.
Dissacrante sin dalla primissima sequenza, nella quale il regista Rich Peppiatt (fin qui solo corti e documentari) si fa beffe di tutta la produzione cinematografica sull'Irlanda del Nord basata sulla narrazione dei "troubles", Kneecap è una boccata d'aria fresca (o, se preferite, una profonda aspirata di ganja) nel panorama asfittico, ripetitivo e agiografico, dei biopic degli artisti musicali. Ragion per cui stabilire quanto ci sia di vero e quanto esagerato nella ricostruzione delle vite del trio hip hop Kneecap (a proposito, il monicker riprende il termine in slang riferito alle gambizzazioni a colpi d'arma da fuoco, pratica molto usata da ambo le parti dei diversi gruppi paramilitari nordirlandesi) diventa del tutto irrilevante.
Interpretato efficacemente dai componenti reali del gruppo, il film ci mostra la realtà di un territorio in cui ancora si litiga per radici identitarie che ai ragazzi nati dopo gli accordi di pace del Venerdì Santo (1998), e chiamati per questo "ceasefire baby", interessa giusto per obblighi di stirpe o per movimentare giornate fotocopia menando le mani con gli "orange".
Mentre ci intrattiene con un'irriverenza che al confronto The dirt sui Crue è un film da convento di Carmelitane, Kneecap qualche messaggio lo trasmette, per chi vuole coglierlo: ad esempio quando ci rivela la condizione dei ragazzi soprattutto cattolici, costretta tra l'incudine delle organizzazioni paramilitari clandestine vedove dell'I.R.A., composte da disadattati col quoziente intellettivo di un tombino di ghisa che esercitano il loro controllo sul territorio agendo da "polizia morale", e il martello della brutalità della Polizia (PSNI) nei confronti dei cattolici, a dimostrazione del fatto che, sebbene in Irlanda del Nord i cattolici abbiano superato nel numero i protestanti e addirittura siano per la prima volta al governo, la PSNI sia ancora saldamente in mano a individui fedeli alla Corona britannica.
Peppiatt (cristo, che cognome improbabile!), che è anche sceneggiatore, non fornisce "alibi" al comportamento dei ragazzi, nemmeno quello della classica assenza genitoriale (in questo caso paterna), che in storie così spunta sempre fuori come il prezzemolo. No, Liam e Naoise sono due teppistelli di cui le città sono piene con, a differenza di milioni di altri, un talento per le rime e per il flaw. Viceversa JJ, il terzo membro del gruppo, all'inizio è un professore di gaelico che, sotto la patina di rispettabilità, è decisamente insoddisfatto e frustrato a causa della staticità del suo lavoro. Per lui Liam e Naoise rappresentano la salvezza. Difatti, non appena comincia a bazzicarli, in un nanosecondo si adegua al loro stile di vita, assumendo droghe di ogni tipo con effetti filmici irresistibili.
Ci viene raccontato di come, spesso, i grandi film nascano da anomalie, idee stravaganti ed estemporanee, impuntature contro tutto e tutti di registi caparbi, insofferenti alle mediazioni. Ebbene, non so chi abbia avuto la geniale intuizione di fare un instant biopic su uno sconosciuto trio rap dell'Irlanda del Nord che, a gennaio 2024, all'epoca della presentazione del film al Sundance, non aveva pubblicato nemmeno un disco (la release dell'album Fine art è di sei mesi successiva), ma di questi intuizioni folli e improbabili è fatta la materia dei sogni del cinema.
Letteralmente imperdibile.
Prime Video
giovedì 30 aprile 2026
My favorite things, aprile 2026
Il quadro rubato (2,5/5)
giovedì 23 aprile 2026
(circa) 80 minuti di Sleaford Mods
02. Nudge it
03. Fizzy
04. Megaton
05. Jobseeker
06. Jolly fucker
07. Mork n Mindy
08. Tied up in Nottz
09. Shortcummings
10. Tarantula deadly cargo
11. TCR
12. B.H.S.
lunedì 13 aprile 2026
I migliori della vita: Southside Johnny and the Asbury Jukes, Better days (1991)
Un anno che è dunque passato alla storia per la qualità della musica espressa e per come questi dischi, purtroppo anche per ragioni tragiche - vedi la sorte di Cobain, 2pac e Mercury - , abbiano condizionato non solo il rock, ma la cultura pop in generale negli anni a venire, fino ad oggi (se ti guardi attorno le T-shirt di Nirvana e 2pac fanno a gara per il soggetto più diffuso tra i millennial).
Ecco, oggi in questa rubrica periodica tratto di un disco che in quella lista nemmeno compare. Un disco di musica "vecchia", pertanto in controtendenza con la primavera musicale dei primi novanta. Il che dimostra, ahimè, quanto fossi conservatore in ambito musicale, non accorgendomi come, tra trip hop, grunge, gangsta rap, evoluzione del metal, albori del big beat, il "rock" stesse subendo una straordinaria metamorfosi. Ma bisogna essere onesti, nell'attesa spasmodica per il nuovo disco di Springsteen (l'ultimo, Tunnel of love, era dell'87) anche queste erano le note su cui mi cullavo, macinavo chilometri, mi emozionavo e cantavo, nel corso di quell'anno (e del '92). E pazienza se, storicamente ed artisticamente, tutti gli altri album del 1991 sopra citati fossero superiori, per distacco, a Better days.
D'altronde che ci vuoi fare, quando subentra quella saldatura tra nostalgia e colonna sonora di una stagione, tra le liriche di un disco (ogni linea di ogni canzone delle liriche) e composizioni musicali sulle quali volano leggere, ma su ali potenti, ricordi di gioventù che il tempo ha trasformato in mito, tu ci devi fare i conti. E siccome in questa rubrichetta mi sembra di aver ribadito a più riprese che i miei dischi della vita non necessariamente (anzi, quasi mai) sono capolavori riconosciuti, faccio esercizio di onestà, la smetto con le stronzate e comincio a parlare di Better days.
Per chi non lo sapesse, John Lyon, aka Southside Johnny, lega la sua nascita musicale allo stesso movimento di Asbury Park, NJ, di Springsteen e Little Steven, con quest'ultimo che all'inizio della carriera gli scrive buona parte del materiale di maggior valore, contribuendo ai titoli più importanti della sua produzione (dal 1976 al 1978: I don't wanna go home, This time it's for real, Hearts of stone) assieme al Bruce nazionale. Il genere praticato è blue eyed soul, errebì, pub rock, classic soul, con Sam Cooke nome tutelare e qualche sgasata sui Dr Feelgood. John chiude il primo lustro di attività, quello contenente i suoi dischi irrinunciabili, con l'imperdibile live Reach out and touch the sky (1981). Successivamente, gli stessi ottanta che vedono la deflagrazione del successo interplanetario del Boss, proiettano Southside e i suoi Jukes nell'irrilevanza, non solo e non tanto di pubblico, quanto proprio d'ispirazione.
Ma ecco che, quando meno te lo aspetti, Johnny ritrova i sodali di un tempo, in primis Little Steven che gli regala otto canzoni, Springsteen che contribuisce con una, e nel 1991 vede la luce Better days, un disco pirotecnico ed ispirato che riporta le lancette indietro di una quindicina d'anni.
Lo si capisce immediatamente con l'opener Coming back, testo da beautiful loser, col protagonista sconfitto dalla vita che cerca una seconda chance, a partire dalla riconquista dell'amata che ha (presumibilmente) abbandonato. E' un classico pezzo di soul bianco, grande attitudine e impatto, cantato congruo e sezione fiati che gliel'ammolla. La traccia d'apertura dentro al concetto album è fondamentale e Southside non la sbaglia.
Una bella differenza rispetto al decennio antecedente, quando John si era sbattuto tra lavori corali con una band che aveva perso dei pezzi, oltre che la componente locale (Asbury) nel monicker e tentativi simil crooning da solista (una strada che riprenderà negli anni dieci), ma con responsi insignificanti al di fuori della cerchia, sempre più ristretta, di die hard fans. Con Better days è tutta un'altra storia, e lo è soprattutto per gli amici che si coagulano attorno al bro ritrovato. La lista è davvero lunga, da Springsteen alla sezione ritmica della E Street, ma anche, per citarne un paio, a Steve Jordan (tour drummer degli Stones) e Jon Bon Jovi.
E' proprio con l'ex capelluto leader dei Bon Jovi che John divide il microfono per il torrido pub rock di I've been working too hard, divertentissima traccia da uscita alcolica del venerdì dopo una settimana di lavoro blue collar, mentre gli amici Bruce e Steve dividono con Johnny le linee vocali della autobiografica It's been a long time, un midtempo sostenuto da tastiere e fiati che funge da reunion in musica di vecchi amici che celebrano con la pinta alzata e tanti sorrisi alcolici la ritrovata unità.
La title track è puro soul, marchio di fabbrica della casa, con il ritornello che celebra quei momenti, spesso illusori, in cui pensi che il peggio sia passato. All the way home, il brano donato da Bruce, arriva all'ultima curva e si tratta di una classica ballata inconfondibilmente springstiniana, che giunge giusto prima del rettilineo finale deputato ad uno scatenato rock and roll: Shake 'em down.
Qualche mese dopo l'uscita del disco Southside Johnny arriva in città (a Milano, al mitico e compianto Rolling Stone), e bagna nel successo di pubblico la ritrovata verve con una performance indimenticabile aperta dall'atteso lancio dei suoi inconfondibili Rayban sulla folla prima di dare inizio a due ore di musica, con versioni di The fever, Having a party e I don't want to go home da far venire giù i muri, come per i New York Dolls nel pilota, girato da Scorsese, della splendida serie Vinyl.
Pur trattandosi di un'artista minore, vissuto (o percepito) sempre "all'ombra di", la sua quota parte di eredità artistica è riuscito ad imprimerla nella storia, in cinquant'anni e oltre trenta dischi. Sarebbe importante che qualcuno gliela riconoscesse finchè ha senso farlo.
lunedì 6 aprile 2026
Recensioni capate: Geese, Getting killed (2025)
Alla fine quella dei Geese si configura come una voce davvero unica nel panorama indie/post-punk. E allora si, vantiamoci di ascoltare i Geese. A patto di farlo davvero. Se lo meritano.
giovedì 2 aprile 2026
My Favorite things, febbraio marzo '26
Inside man: most wanted (2,25/5)
lunedì 30 marzo 2026
24 Hour party people (2002)
24 Hour people è un mockumentary, girato da Michael Winterbotton, regista inglese discontinuo ma dalla ormai corposa carriera, su uno dei movimenti musicale/sociale/di costume più folle della storia, il "madchester". Nato e sviluppatosi a Manchester, città proletaria e industriale, fino a quel momento fuori dalle mappe dei luoghi che contavano e di richiamo solo per la squadra di calcio dello United, il movimento madchester vede come deus ex machina il giornalista televisivo Tony Wilson (qui interpretato da Steve Coogan), che alterna i suoi impegni da anchorman a quelli di scopritore - con un ottimo fiuto - di nuove band. Il suo intuito ha portato ad incidere i seminali Joy Division, i successivi New Order, nonchè i meno noti ma filologicamente importanti A Certan Ratio e Durutti Column.
Anche se la band non più importante ma legata a doppio filo a quel movimento, alla club culture, alle pasticche, allo sballo senza controllo era incontrovertibilmente quella degli Happy Mondays (suo il brano che dà titolo al film), gruppo totalmente fuori controllo che manderà in bancarotta la Factory Records di Wilson e con essa i due locali simbolo del movimento, il Factory e l'Hacienda.
Gli Happy Mondays giravano attorno ai due fratelli Ryder: Shaun (voce) e Paul (basso), due personaggi che, se non avessero avuto un briciolo di creatività, sarebbero senza dubbio finiti tra pub, microcriminalità e curve hooligans per il resto della loro vita. La band è talmente costantemente strafatta che l'entourage di Wilson individua l'unico luogo sul pianeta privo di eroina dove mandarli a registrare il nuovo album (Yes please! del 1992, seguito del fortunato Pills 'n' thrills and bellyaches del 1990), ovvero le Barbados. Vero, niente eroina. Ma tanto tanto crack, di cui ovviamente Shaun diventa dipendente al punto da dissipare tutte le centocinquantamila sterline stanziate per la registrazione del disco. E senza neppure riuscire a registrarlo, il disco!
Il film gira necessariamente attorno a queste figure: Tony Wilson, Ian Curtis (di cui va recuperato lo struggente biopic Control, di Corbijn) e Shaun Ryder (per chiudere il cerchio del rinascimento musicale della città andrebbero necessariamente citati gli Stone Roses, di un'altra scuderia) ed è un'efficace, incredibile istantanea di un movimento che, pur durando meno di un lustro tra gli ottanta e i novanta, ha lasciato una traccia indelebile, nella società, che, come un pifferaio lisergico, fece convergere su Manchester migliaia di giovani desiderosi di sballarsi e ballare senza freni, e nella musica, grazie alla messa in comunicazione di due filosofie che prima di allora si tenevano a debita distanza: rock e club culture. I germogli di questo innesto saranno propedeutici a quel decennio di grandissima contaminazione che è stato quello dei novanta, confluendo nel genere cosiddetto Big Beat (Chemical Brothers, Prodigy, etc.) da lì a qualche anno a venire.
Winterbottom questo lo cattura bene, realizzando un film magari imperfetto ma con un buon cast (oltre a Coogan cito Paddy Considine e Sean Harris), diversi cameo dei veri protagonisti della scena (beh, quelli ancora in vita durante la lavorazione), ma soprattutto pieno di ritmo, dannatamente divertente e tutto da scoprire, per chi ignora i folli fatti di quel tempo e quel luogo.
lunedì 23 marzo 2026
Rob Sheffield, Love is a mix tape (2007)
La creazione dei mix tape, le compilation, la "cassettina", per quelli della mia generazione e della mia provenienza geografica, sono stati per la nostra giovinezza, estesa fino oltre i trenta, un'arte e un piacere sconfinato. Nell'era pre internettiana ci si arrangiava come si poteva, soprattutto quando non si poteva magari contare sulla collezione di dischi di fratelli maggiori e la propria era ancora sullo scarno andante. Si contava sui prestiti di album dagli amici, ma anche sulla registrazione dei programmi radiofonici, maledicendo il DJ che finiva di parlare poco prima dell'inizio del cantato e riprendeva immediatamente dopo la sua fine. Ma, per dire, io registravo anche dalla tv, con il registratore a cassette accanto all'apparecchio, imponendo il silenzio alla famiglia (un'operazione tutt'altro che semplice).
Poi nel 1995 è arrivato Nick Hornby a trasformare un rito privato in movimento generazionale, col suo, imperdibile, Alta Fedeltà, un paio di lustri prima che Spotify e compagnia cantante sfornassero, attraverso l'intelligenza artificiale, playlist preconfezionate e pronte all'uso con un click. Ad ogni modo l'argomento sembra aver esaurito tutto ciò che aveva da dire, considerata la platea ristretta a cui si rivolgeva.
E' forse per questo che un libro come Love is a mix tape sembra essere un pò fuori tempo massimo, anche se c'è da sottolineare come la prima edizione sia uscita in America quasi vent'anni fa, nel 2007. Ci sono elementi in comune con l'opera di Hornby ma anche differenze sostanziali. Tra le prime, il romanzo è prima di tutto una storia d'amore. Per la musica, certo, ma anche convenzionale, per una donna. Tra le seconde, l'opera di Hornby "mixava" meglio i due aspetti, mantenendo sempre un tono leggero, mentre quella di Sheffield è più sbilanciata sul rapporto di coppia e, inevitabilmente, visto che quella dell'americano è anche una storia con un risvolto tragico, è maggiormente virata sul malinconico.
Un'intuizione che fa felice tutti i fan delle compilation di una volta, oltre che a fornire spunti per un numero di playlist pari al numero dei capitoli del libro. Questo ancoraggio dei mix tape con i diversi periodi storici e quindi coi mutamenti della crescita e degli ascolti mi ha fatto rammaricare di non aver conservato alcune cassettine particolarmente riuscite e particolarmente vincolate a periodi della mia vita (d'altro canto l'unica cosa che fa capitolare un accumulatore compulsivo come me sono i traslochi, e nell'ultimo quarto di secolo ne ho messi assieme tre).
Rob Sheffield e la moglie Renèe erano dei bulimici musicali e, sebbene, fossero ben piantati nel meraviglioso periodo musicale della loro giovinezza (i novanta, quindi sì i Nirvana ma, per dire, anche Marshall Crenshaw e Notorious B.I.G., posto che la band preferita della coppia erano i Pavement), come tutti i musicofili allargavano i propri orizzonti al passato ripescando perle più o meno conosciute assieme a irresistibili guilty pleasure.
Ecco, forse l'aspetto più significativo del romanzo è proprio la sua collocazione temporale. I novanta sono stati il decennio della speranza, dell'illusione che ci fossimo messi guerre e ingiustizie finalmente alle spalle, un'epoca di grande partecipazione e trasporto per il futuro, oltre che di grande respiro per la musica tutta, per non parlare del cinema. E' durata poco, ancora una volta gli "adulti nella stanza" hanno mandato tutto a puttane, noi siamo cresciuti, ci siamo incarogniti e siamo finiti a votare Trump, Milei, Orban e Meloni. Ancora oggi mi chiedo come sia possibile, ma sempre con meno sgomento e indignazione.
Si respira questa aria di cambiamento (forse più che di cambiamento di felice stabilità) nel libro di Sheffield? Sì, tra le righe. Poi è come se il fato che ha colpito la vita di coppia dell'autore - sebbene sia autenticamente accaduto - sia in qualche modo metafora di ciò che è accaduto al mondo che, mentre Rob, diventava un importante riferimento della critica musicale (Rolling Stone, Spin) continuando altresì la sua attività di scrittore (con altri sette libri), ha semplicemente continuato a girare, con la brutale rivincita del capitalismo e in un'inarrestabile deriva di imbarbarimento, cospirazionismo, violenza e sopraffazione.
In questo, le ultime righe del libro arrivano a rappresentare appieno il significato più profondo, il manifesto di chi, sovente nottetempo, compilava cassettine con la speranza di comunicare ad un altro essere umano ciò che a parole non riusciva ad esprimere.
lunedì 9 marzo 2026
Pandora's Box, Original sin (1989)
E insomma, c'ho messo i miei quarant'anni abbondanti, ma alla fine ho imparato come si chiama il sotto sotto genere musicale che mi ha dato imprinting e passione per il rock, come avevo raccontato qui. Si tratta nientepopodimeno del "wagnerian-rock", uno stile in bilico tra symphonic rock e pop che sostanzialmente ha un unico riferimento: Jim Steinman.
Il progetto è definito un concept, ma non ho capito, ascoltandolo, ne ho trovato in rete, riferimenti al tema conduttore, qualcuno dice il sesso. Va beh, andando oltre, e concentrandosi sulla musica, l'album Original sin è il massimo compendio delle influenze steinmaniane, quindi iper-arrangiamenti, fascinazioni da musical, colonne sonore, musica classica, grande rilevanza al pianoforte, interpretazioni vocali struggenti e drammatiche, pezzi rock radiofonici.
Ben presente l'elemento kistch, anch'esso cifra stilistica identitaria del buon Jim, che si manifesta ad esempio in qualche "skit" parlata (I've been dreaming up a storm lately, The want ad) oppure nei due brani strumentali di musica tra il classico e le orchestrazioni per soundtrack (Requiem metal, The opening of the box), per tacere di Twentieth Century Fox, cover dei Doors che si apre in maniera maestosamente trash con la celebre musichetta dell'omonima casa cinematografica.
Tuttavia, se escludiamo i passaggi megalomani e ci concentriamo sui brani compiuti ci avventuriamo in un altro disco, affascinante, per gli amanti di queste sonorità. Original sin, che apre la tracklist dopo una breve intro, è una power ballad evocativa, Safe sex non gli è da meno, l'FM rock di Good girls go to heaven (Bad girls go everywhere) nasce con le stimmate del classicone. Con It's all coming back to me now si torna alla ballata spacca-cuori sostenuta da un pattern pianistico tanto elementare quanto funzionale. Lo stesso dicasi per il tipico AOR It's just won't quit.
In tutti i casi la capacità di Steinman di creare melodie e refrain irresistibili, che si impiantano nella corteccia cerebrale e lì albergano a lungo, emerge prepotentemente come sua caratteristica cromosomica.
Original sin ebbe una gestazione infinita, con una lievitazione dei costi che quasi decuplicarono il budget iniziale, ma il disco fu un flop totale, al punto che inizialmente in USA non fu neanche distribuito. Nemmeno in Giappone, che quando si trattava di generi musicali di questa natura c'era gloria per chiunque, ebbe riscontri significativi. In maniera incomprensibile fu un successo in Sudafrica. Il che portò, ovviamente, al naufragio del progetto, che non ebbe alcun seguito.
Per Steinman la vittoria arrivò comunque, anche se postuma. Molti brani dell'album infatti, reincisi da altri artisti, raggiunsero il successo fallito da Original sin. In particolare Celine Dion e Meat Loaf fecero, rispettivamente, di It's all coming back to me now e Good girls go to heaven (Bad girls go everywhere) delle hit da million seller.
E, sì, lo so che ho dei gusti discutibili, ma a me il disco è garbato.
lunedì 23 febbraio 2026
Coroner, Dissonance theory (2025)
Dietro ad una cover funzionale, con la tradizionale colonnina listata a lutto, la musica espressa dentro Dissonance theory, se dal punto di vista stilistico è irrimediabilmente legata al passato (il canovaccio è quello del thrash metal) da quello delle esecuzioni sprizza gioventù da tutti i pori. E l'attacco, dopo il breve preludio di Oxymoron, di Consequence te lo sbatte in faccia con una violenza spettacolare, da headbanging illegale. Tuttavia i Coroner, a mio avviso saggiamente, non confezionano un prodotto che per i suoi tre quarti d'ora di durata non toglie mai il piede dall'acceleratore, ma hanno la sapienza di inserire break acustici, rallentati, sfumature doom (Sacrifical lamb), solos in stile nwobhm. Insomma tutto ciò che serve per rendere un disco di metal estremo godibile anche a chi ad un lavoro di questo genere non chiede solo ottusità e ignoranza. Insomma furia (Symmetry, Renewal), ma anche la suggestione di perfidi midtempoes (The law), per un risultato in perfetto equilibrio, che non cerca a tutti i costi la melodia o il refrain facile ma la pienezza delle composizioni.
Mi unisco al coro, anche per me tra i dischi (non solo metal) del 2025.
giovedì 5 febbraio 2026
My Favorite Things, gennaio '26
Wake up dead man: Knives Out (3,75/5)
No other choices (4/5)
Il club dei delitti del giovedì (2/5)
The mastermind (3,5/5)
lunedì 2 febbraio 2026
Dry Cleaning, Secret love
Tra le primissime uscite di questo neonato 2026 (9 gennaio), il nuovo disco degli inglesi Dry Cleaning era quella che aspettavo con maggiore curiosità. Scoperti qualche anno fa con il precedente lavoro Stumpwork, quando, conquistato dai Fontaines DC, sono andato alla ricerca di nomi attinenti l'ultima generazione di band post punk (assieme a loro Shame, Murder Capital, Squid, Sleaford Mods), i Dry Cleaning mi colpirono per la loro unicità, rappresentata da una forte componente ipnotica resa ancor più efficace da una voce (della singer Florence Shaw) che usa spesso lo spoken e una sezione ritmica (sia analogica che digitale) molto centrale nel sound del gruppo. Poi, vabbeh, anche per le copertine, senza dubbio eccentriche, come puoi vedere anche da quella del precedente lavoro.
Altro segno concreto della crescita di autorevolezza dei Dry Cleaning è testimoniato dalla capacità di attirare nel progetto grandi musicisti e autorevoli produttori, come Cate Le Bon, i Gilla band (arrangiamenti) e Jeff Tweedy (su My soul/half pint, altro pezzone).
I testi si muovono principalmente su stati d'animo, fasi emozionali, ansie e vecchie/nuove apprensioni, ma non fuggono dal contesto terribile di cui siamo testimoni un pò troppo passivi, assumendo una forte posizione politica per la situazione di Gaza (Blood) e, in generale, per questi tempi in cui destra, machismo, presidenti gangster portano un clima di aggressività e violenza ad imporsi nella nostra vita. E allora bene hanno fatto i DC a chiudere il disco con una traccia, Joy, che inizia con "It's a horror land / Destruction / Don't give up / On being sweet" e con le parole, quanto mai inequivocabili di Tom Dowse (chitarre, tastiere, loop machine): “Il problema con l’ascesa della destra ovunque è che è molto difficile non arrabbiarsi e incattivirsi, e questo ti porta a comportarti sempre più come loro, che è esattamente quello che vogliono. Vogliono più divisione, più odio, più sospetto. In questo senso i piccoli gesti di gentilezza possono essere qualcosa di molto profondo e sovversivo. Essere gentili, pensare agli altri.”
L'essenza del post punk: politico, artisticamente anarchico, non per tutti. Difficile che Secret love stia fuori dai migliori del 2026. Anche se è uscito il 9 gennaio.
giovedì 29 gennaio 2026
25 tracce del 2025 (3/3): hard, heavy, aor, glam, black, death... and what's in between
Video allegati ai titoli.
02. Deftones, My mind is a mountain (Private music)
03. Architets, Blackhole (The sky, the earth and all between)





















