lunedì 31 agosto 2026

Robyn, Sexistential

Quando ti appassioni ad un genere fino a quel momento inesplorato può capitare di imbattersi in artisti che sapevi essere di lungo corso ma di cui disconoscevi esattamente la longevità. E' il caso della svedese Robyn, oltre la boa dei trent'anni di produzioni (nonostante non abbia nemmeno toccato i cinquanta d'età), visto che esordisce nel 1995 e che arriva quest'anno al nono lavoro di studio, dopo un'attesa di otto anni dal precedente Honey

Siamo in ambito musicale electro-pop/dance/synth con ambizioni mainstream: un grande gusto per la melodia, ritornelli catchy, ma con una non banale dignità di base, se capisci cosa intendo, e un volo ad uccello sui diversi sottogeneri elettronici a sigillare un patchwork funzionale. Come da tradizione consolidata della singer, anche Sexistential è un disco breve, nove tracce per meno di mezz'ora di durata, inaugurate dalla ammaliante Really real, un pezzo con tempo driving beat e umori synth pop con sfumature eighties, che si sviluppa tra leggiadria e tematiche quanto mai reali, come la vulnerabilità di gregge di quest'epoca.

Dopamine è il singolo che ha lanciato l'album, un'altra caramella dolcissima che racchiude un ripieno più impegnativo per le nostre papille gustative, attraverso un testo che prende di mira le ossessioni della società di "spiegare ogni emozione attraverso la misurazione scientifica, la tecnologia e la biologia".

Robyn ha le idee chiare sul pop, normalmente un'artista comunica attraverso la propria arte, ma la svedese non si tira indietro quando le viene chiesta una definizione della sua visione del pop del terzo millennio: "(...) deve avere un'intenzione dietro, è reale, non ti vuole manipolare, non ti vuole convincere di qualcosa. Allo stesso tempo deve essere stratificato, lavorare su più livelli.". Ed è quello che lei sa fare bene, coadiuvata da una nutrita squadra di collaboratori, come nel caso del "reboot" di Blow my mind, un brano già presente in un suo album del 2002 (Don't stop the music), che viaggia su sinuose modalità synth-pop, completamente reinventato rispetto alla versione precedente.

Se qua e là riecheggia Madonna non è solo perchè l'artista americana continua ad essere un punto di riferimento per il pop, ma piuttosto perchè la stessa Robyn l'ha influenzata, posta la continua ricerca di suoni disco pop attuali che la Ciccone mette da sempre in atto. Come caso di specie possiamo citare la conclusiva Into the sun, ma non è l'unico esempio. Diversamente, ma sempre in ambito ottantiano, It don't mean a thing potrebbe essere appartenere ad una delle ragazze (Sheila E, Jill Jones, etc.) della crew di Prince. 

Ma quando un'artista che si propone di "eccitare" e di far ballare con la sua musica la propria audience riesce a parlare, come descritto sopra, anche di tematiche più profonde e con la title track, rappando su una base house, racconta di femminilità, di vera libertà sessuale, di autodeterminazione e della sua inseminazione artificiale ("il mio medico mi ha detto: senti Robyn, quale sarebbe il tuo donatore ideale? Beh, Adam Driver mi ha sempre un pò eccitato")  in modalità totalmente punk , beh per quello che mi riguarda è promossa nel team dei musici che vanno oltre la ricerca di massivi streaming e proiettano sul pubblico un'urgenza comunicativa.

Un altro disco significativo di questo 2026, per usare le parole di Robyn, un album "semplice, minimalista, ma al tempo stesso complesso e dettagliato." 
Ecco.



lunedì 24 agosto 2026

Giuseppe Genna, Catrame (1999)



Lo confesso, erano mesi che non riuscivo a finire un libro, ciclicamente mi toccano periodi così. Tentativi tanti, seguiti da altrettanti abbandoni. In questi casi mi sblocco solo tornando alle origini delle mie passioni letterarie. E così puntualmente è stato, grazie a Giuseppe Genna, probabilmente il mio autore italiano preferito, taggato nel blog con otto post. Tempo fa al Libraccio avevo trovato un monumentale volume contenente cinque suoi romanzi (due di essi, Nel nome di Ishmael e Le teste - già li possedevo, ma pazienza) e agosto si è rivelato il mese buono per affrontarlo.

Catrame è il romanzo breve che segna il debutto di Genna e del suo alter ego Guido Lopez, l'ispettore della questura di Milano protagonista di sei opere, l'ultima appena pubblicata, dello scrittore milanese. E' un debutto importante, che, nonostante le poco più di cento pagine di racconto, marchia a fuoco uno stile, certo debitore di Ellroy nell'intreccio e nella metrica nonchè erede di Scerbanenco per le atmosfere, ma che spicca  nel panorama noir italiano come una lama nel buio.

Il romanzo rivela subito le ossessioni del suo autore: il complottismo (Soros, Prodi, Draghi...), il deep state in cui si prendono le decisioni vere, l'infanzia brutalizzata e la pedofilia. Tutti questi temi avranno un ruolo centrale nel successivo Nel nome di Ishmael, in cui Genna ipotizza massonici sacrifici di bambini associati ai grandi delitti politici della storia. 
Tutti argomenti della destra radicale che negli ultimi anni, anche a causa dell'influenza USA dei MAGA (la teoria QAnon etc.) e del ruolo dei social che l'hanno diffusa, si è amplificata in maniera impensabile rispetto a ossessioni di piccoli gruppi politici estremisti  e di cui ovviamente penso tutto il male possibile, ma che non mi tolgono il piacere della lettura, soprattutto laddove queste teorie sono uno spunto narrativo ma restano marginali rispetto al protagonismo assoluto di una Milano mostrata nel suo status di cloaca putrescente.

Genna ci accompagna infatti nei meandri di una città lercia, degradata, amorale, perversa e nichilista. Dentro quartieri della cintura sud-est della città in cui si consuma un ampio spettro di attività criminali - dal gioco d'azzardo al traffico di essere umani -  all'interno di cantine maleodoranti cui si arriva attraversando dedali simili a gironi infernali, dalla superfice della città giù fino alle viscere dei palazzoni popolari, in un autentico precipitare nel vizio e nella perdizione.
In questo scenario comincia narrativamente a muoversi il personaggio Guido Lopez, il miglior ispettore della questura di Milano, "attenzionato" però da superiori e servizi per il suo istinto ad indagare anche oltre gli ordini ricevuti e per la sua attitudine a a collegare puntini (che altri non vedono) e comprendere "the big picture".

Credo che, anche in questa epoca in cui quasi qualunque personaggio letterario poliziesco di autori italiani (De Cataldo, Carofiglio, Manzini, De Giovanni, Carlotto, Veltroni per citare solo i primi che mi sovvengono) finisce per avere una serie tv dedicata, l'ottimo Lopez abbia zero possibilità di essere trasposto, a meno di una lavaggio a novanta gradi dei contenuti delle sue storie per accarezzare il grande pubblico che richiede il lieto fine, o fatto salvo l'interesse di una piattaforma coraggiosa. Spiace per il conto in banca di Genna ma, viceversa, per i lettori è una grande fortuna non vedere normalizzato un contesto di romanzi così poco indulgente con il nazional popolare e, diciamolo usando una citazione, così poco italiano.



lunedì 17 agosto 2026

Il mio disco dell'estate: Mariachi El Bronx, ST (2026)


Cosa ci può essere di più estivo di un tormentone trap italiano? Semplice, un bel disco di musica tradizionale messicana. Meglio se suonato con la consueta sfacciataggine da una band americana (Los Angeles) che nasce punk/hardcore con il nome di The Bronx (2003), ma che, ad un certo punto, decide di crearsi un alias parallelo, Mariachi El Bronx appunto, testè giunto al quinto capitolo della sua storia. 
Come consuetudine radicata, anche questo album del 2026 è senza titolo e prosegue la tradizione della festa mariachi surfata con rispetto e deferenza, a partire dall'utilizzo degli strumenti tipici (tromba, chitarrone, violino, vihuela) che si riversano in dodici tracce per una cinquantina di minuti di durata. Almeno una mezza dozzina i pezzi memorabili, a partire da Bandaleros, una delle mie canzoni dell'anno, per proseguire con Forgive or forget, Songbird, Fools gold, El borracho, Tie you down
Un inno festoso all'integrazione e all'american melting pot da suonare orgogliosamente a tutto volume.

lunedì 10 agosto 2026

Spider - Man: Brand new day

Dopo la conclusione degli eventi del multiverso (Spider-Man: No way home), l'amichevole ragno di quartiere è diventato un punto di riferimento per la comunità newyorkese e per la polizia stessa, con cui collabora proficuamente. Peter Parker viceversa, è un giovane uomo solo, dato che i suoi amici e la sua ex compagna MJ non hanno ricordi di lui ed egli non trova il coraggio di riavvicinarsi a loro. Nel frattempo una nuova minaccia mentalista arriva su New York con l'obiettivo di impossessarsi di qualcosa custodito nella fortezza del Damage Control, l'agenzia che si occupa di limitare i danni dei conflitti generati da super esseri nella città. 

Qualche giorno fa, dopo tanti anni, avevo rivisto Spider-Man 2 di Sam Raimi, uno dei migliori cinecomic di sempre. Ed ero pregiudizialmente intenzionato ad aprire la recensione del nuovo, attesissimo, film sull'aracnide umano sospirando nostalgicamente su come le prime pellicole sugli eroi mascherati fossero solide e ben strutturate a dispetto delle attuali. Il che è del tutto oggettivo, ma devo ammettere che, abbastanza imprevedibilmente, Spider-Man: Brand new day mi impone di smussare la verve passatista grazie ad un bel salto in avanti in termini di costruzione filmica rispetto ai tre titoli precedenti del franchise (fare di peggio in effetti era difficile).

Infatti, pur mantenendo la produzione la scelta di registi intercambiabili e poco autorevoli (è il turno di Destin Daniel Cretton, già dietro la mdp per Shang - Chi, non esattamente un capolavoro), stavolta l'approccio cambia, speriamo per una sopraggiunta consapevolezza dello sprofondo in cui la Marvel è precipitata nelle pellicole post Avengers: Endgame. Trova infatti più spazio l'introspezione, un minimo di approfondimento dei personaggi, un decoroso equilibrio tra dramma e comedy, così come tra narrazione e scene action. Sembra il minimo sindacale, ma, per come è stato gestito negli ultimi cinque anni il MCU, è quasi un miracolo.
Poi, è chiaro che parliamo di materiale proveniente da un fumetto nazional popolare, con tutto ciò che ne consegue in termini di superficialità, dialoghi e situazioni. Ma quello va in premessa.

Convincente anche la scelta di eludere l'obbligo del super villain dell'ampio pantheon di nemici di Spidey e di individuare invece un plot attraverso il quale introdurre un personaggio che dovrebbe fare da apripista al ritorno nella famiglia cinematografica Marvel degli X-Men (con l'acquisizione da parte di Disney della 20th Century Fox). Così i nemici pescati dalle polverose pagine del fumetto classico sono di medio basso livello, ma divertenti, come Scorpion, per il quale Michael Mando ha la faccia perfetta, e i ninja de La Mano. 

Anche Tom Holland, su cui non infierisco, riesce ad essere un pelo più convincente del solito. Efficace la scelta di Sadie Sink per il ruolo di antagonista, mentre ho come avuto l'impressione che Zendaya proiettasse su MJ la sua acquisita aura di primo firmamento dello stardom hollywoodiano. Aggiungo che, essendo io un fan di Jon Bernthal, ho particolarmente gradito la presenza di Punisher come spalla "ignorante" del Ragno, auspicando che la botta di popolarità convinca quelli del MCU a dedicargli un film da protagonista, dopo la discreta vita seriale già in archivio. Funzionale l'uso della CGI e le sequenze in cui la città di New York assume il ruolo di protagonista della storia.

Come mia abitudine, ho visto il film senza portarmi avanti con la sua trama e perciò, quando la storia ha cominciato a virare su una metamorfosi  del metabolismo e del corpo di Peter (con una simpatica citazione del primo capitolo di Spider-Man di Raimi) ho sperato in un plot twist che riprendesse quello della mitologica spash page conclusiva del racconto del comic numero 100 di The amazing Spider-Man, quando Petey, a seguito dell'assunzione di pozioni e intrugli vari per perdere i poteri, si trova... con un paio di braccia in più per fianco. Sarebbe stato divertente, ma va sicuramente ed insperatamente bene così (3,25/5).



giovedì 6 agosto 2026

Recensioni capate: Underscores, U


No, non posto una recensione fuori dalla mia consueta tazza di tè per compensarne tante a oggetto old time music, è proprio che questa stagione (della vita) sta sommando agli ascolti radicati nel tempo un (fin qui) imprevedibile interesse per tutto ciò che è musicalmente "elettronico". 
Ne consegue che le mie ricerche in rete adesso indagano le releases di questa natura, con la tara sui sottogeneri che ovviamente da buon neofita mi tocca scontare (è come cercare consigli sui dischi metal, il range potrebbe andare dai Bon Jovi ai Cannibal Corpse). L'aspetto eccitante della cosa, per uno come me ancora mosso da grande curiosità,  è aver trovato un nuovo ambito da esplorare, quando pensavo ormai di averli esauriti tutti. 
Nello specifico del post: dietro all'alias Underscores si cela April Harper Grey (nata Devon Karpf), ventiseienne di San Francisco che, dopo una serie di EP e singoli, debutta su full-lenght nel 2021. U è il suo terzo album. Con o senza l'ausilio dell'autotune, dentro il disco convivono tutta una serie di filosofie musicali, si va dalla EDM (Electronic Dance Music) di Tell me (U want it) all'hyperpop/drill di Music passando per la House di Hollywood Forever, l'electro-pop di Innuendo (I get U), il passo trance di Do it, fino al pop "in purezza" del lento (unico della tracklist) Lovefield
Divertente, scatenato, coinvolgente. Uno dei miei dischi dell'anno. Chi l'avrebbe mai detto. 

lunedì 3 agosto 2026

Un mio disco in poche righe: Killer Joe, Scene of the crime (1991)


Per la premessa si potrebbe prendere paro paro quella che ho scritto per Better Days di Southside Johnny, in relazione all'alba di un decennio musicale (i novanta) pregno di innovazione che lasciava poco spazio al vecchiume (in pratica tutto il contrario di oggi). 
Ora. E' altamente probabile che un disco così sarebbe stato fuori dal tempo in qualunque epoca, in considerazione del suo oscillare tra blues, pop-rock, soul & errebì, swing, croonering e boogie woogie. Tuttavia, o proprio per questo, Scene of the crime conserva a distanza di anni il suo fascino old school. Dietro al nickname Killer Joe (personaggio springstiniano di Spirit in the night) si cela Joe Delia, ingaggiato da Max Weinberg, qui in veste di produttore oltre che di batterista, che, anche con l'ausilio degli amici di sempre, gli cuce addosso un vestito per tutte le stagioni, con esiti di ottimo intrattenimento evergreen. Per questi canonici tre quarti d'ora di musica, tra brani inediti (tre), cover (Kinks, Coasters, il boss) e traditional (Ray Charles, Albert King, Henry Mancini) accorrono svariati ospiti: da quelli scontati (Southside Johnny, Bruce, Little Steven, Jon Bon Jovi) agli inaspettati, come i Beach Boys, Phoebe Snow e Brandford Marsalis. L'evocativa signature track, la strumentale Summer on signal hill, li raccoglie all'unisono. Per la cronaca, non è con questo disco che Joe Delia s'è pagato le bollette, a quello ha pensato la sua attività di compositore di colonne sonore, attraverso un duraturo sodalizio con Abel Ferrara, con il quale ha lavorato per buona parte dei suoi film, a partire da quelli più noti, dalla fine dei settanta ad oggi.