lunedì 28 settembre 2026
Recensioni capate: Taverna paradiso (1978)
lunedì 21 settembre 2026
Bruce Springsteen, Tracks 2 - The lost albums, CD 4/7: Somewhere north of Nashville
Gli anni novanta sono stati per Springsteen un decennio particolare. Dopo quasi vent'anni sostanzialmente compressi nella routine tour-album-tour, Bruce, nel 1988, al termine dei concerti di Tunnel of Love, si ferma, scioglie la E Street Band e si dedica alla sua vita personale, di coppia e alla nascente famiglia. Riprendere non è così semplice, ha un pugno di nuove canzoni ma non riesce a dargli forma compiuta, le suona occasionalmente in pubblico (i mitologici Christic shows) in veste acustica per poi pubblicarne alcune nel 1992 nell'album Human touch (Real world, 57 Channels, Soul driver), e lasciarne altre fuori (The wish, When the lights go out saranno recuperate nel primo Tracks), ma in generale l'impressione è di una rockstar che e vive una fase di confusione artistica.
In questi casi il rifugio sicuro è tornare all'introspezione, prima personale e poi musicale. Nasce così, nel 1995 The ghost of Tom Joad, uno dei dischi migliori di Bruce, sicuramente tra i migliori tre degli ultimi trent'anni. Quello che ignoravamo è che il processo creativo che ha portato alla nascita delle canzoni di quell'album ha prodotto un'altra manciata di pezzi, di tutt'altro genere, completamente dissonante rispetto al mood del disco semi acustico che uscì, e decisamente orientato ai fifties, tra rockabilly, honky tonk e country.
Questo album perduto è ora incluso nel progetto Tracks II con il titolo di Somewhere north of Nashville. Assieme a storici componenti della E Street (Federici, Tallent), musicisti che nella Band entreranno (Tyrell, Giordano) e turnisti funzionali al progetto (Marty Rifkin alla pedal steel, Gary Mallaber, drummer già con Van Morrison e Steve Miller), Springsteen incide dodici tracce, di cui nove completamente inedite, due già edite e una che sarà pubblicata in seguito, prima del recupero di questo disco.
La partenza orienta subito l'ascolto: Repo man è un rockabilly trascinante e Tiger rose, un country che guarda al Bakersfield sound. A seguire un lento d'altri tempi, melodia straziante e testo spezzacuore che porta lo scontro di classe tra due amanti rimandando in qualche modo al tema della canzone Darkness on the edge of town.
E' davvero dissonante il parallelismo con The ghost of Tom Joad, laddove avevamo un Bruce dimesso, disilluso, che, lavorando per sottrazione accendeva un potente faro sull'America dei primi novanta, tra esistenze alla deriva, tensioni tra immigrati e locali, povertà diffusa, in questo disco troviamo uno Springsteen divertente e divertito che ci porta in una pista da ballo che sembra uscita da Happy days, tra danze scatenate e lenti con cui approcciare la ragazza dei nostri sogni.
In questo campionario passatista Delivery man potrebbe essere una Open all night 2.0, Detail man un pub rock che farebbe felici i Dr Feelgood e Silver mountain una via di mezzo tra una cowboy song e un traditional irlandese.
Una parola a parte meritano i due recuperi degli anni ottanta. Janey don't you lose heart (originariamente B - side di I'm going down da Born in the USA) è probabilmente la mia canzone "minore" di Springsteen preferita, finisce regolarmente in ogni playlist di Bruce che preparo, non mi stanca mai. Qui nasce a nuova vita, perde quella poppizzazione del rock springstiniano tipica del periodo e acquisisce ariosità, respiro, grazie ad un leggero rallentamento del bpm, un cantato più interpretativo e, soprattutto, al ruolo della pedal steel e degli archi. Un tuffo al cuore.
Anche Stand on it (originariamente nella colonna sonora di Ruthless people, in italiano Per favore ammazzatemi mia moglie, sigh!), ha una piccola trasformazione, resta un bel pezzo rock and roll, ma passa dall'essere un omaggio a Little Richard a riecheggiare Jerry Lee Lewis, per il protagonismo del pianoforte.
Poi c'è la title track, che è un'altro gran bel pezzo anche se, in questo caso, tendo a preferire la versione pubblicata in precedenza su Western stars, che iniziava come pezzo acustico e finiva come una composizione di Morricone, rispetto alla versione più canonica qui presente.
In definitiva un album sorprendentemente divertente, che ci riporta allo Springsteen spensierato di altri tempi, quando tutto ciò che contava era divertirsi, innamorarsi e "al limite, scopare" (cit.).
Le altre recensioni delle lost sessions:
lunedì 14 settembre 2026
Lèo Malet, La vita è uno schifo (1947)
Jean Fraiger, assieme alla sua banda di criminali, effettua una serie di rapine. Lo scopo sarebbe anche nobile, le azioni non sono infatti eseguite per arricchimento personale, ma per aiutare dei minatori in sciopero per conto di una cellula anarco-comunista. Il problema è che Fraiger è un sanguinario e cinico assassino che non si ferma, e non ha intenzione di fermarsi, davanti a nulla.
Scopro Lèo Malet, uno dei più importanti, e nonostante ciò meno conosciuti, autori di noir di tutti i tempi, con quello che è considerato il suo capolavoro, incluso nella Trilogia nera, assieme ad altri due romanzi, Il sole non è per noi e Nodo alle budella.
Ambientato a Parigi nei primi anni quaranta, probabilmente subito dopo la guerra, La vita è uno schifo è una fotografia nitida che cattura un momento di povertà e sfruttamento di un'intera, enorme classe, ma anche di grande solidarietà, di gruppi clandestini che cercano di portare concretamente aiuti ai compagni in difficoltà.
Ma tutto questo resta sullo sfondo, cornice dentro la quale viene narrata la vicenda di Jean Fraiger che, pagina dopo pagina, si rivela essere un sadico omicida completamente privo di senso morale, di scrupoli o di pietà, contraddistinto da un inscalfibile nichilismo. Egli utilizza la "causa" per dare sfogo ai suoi istinti e, quando viene intuita la sua reale natura con il conseguente allontanamento dal gruppo, Jean non fa una piega, continuando le sue attività criminali assieme ad un paio di complici.
Anche in questo caso non è il denaro, a parte il necessario per il suo sostentamento, a motivarlo. A farlo alzare dal letto la mattina è il piacere in qualche modo sessuale che prova nel dare sofferenza e uccidere. Non si parla espressamente di un serial killer, non c'è un pattern che si ripete, ma, di fatto, sia per la natura psicologica degli omicidi che per i traumi di natura sessuale che li alimentano, il campo da gioco è quello.
Alcuni aspetti caratteriali/comportamentali di Fraiger mi portano inevitabilmente ad un parallelo con L'assassino che è in me di Jim Thompson, pubblicato però una decina di anni dopo, nel 1952. Peraltro, come in quel romanzo, anche in La vita è uno schifo, il protagonista soffre di una passione ossessivo compulsiva nei confronti di una donna, in questo caso Gloria, bellissima e perfetta, quasi una dea irraggiungibile. Infatti, quando finalmente Jean riesce a stare con lei, realizza di non esserne all'altezza con quanto di terribile ne consegue in termini di deflagrazione di tutte le sue contraddizioni e, attraverso la diagnosi impietosa (e diciamolo, inverosimile, nei tempi narrativi in cui è maturata), di uno psicologo, che gli somministra una seduta espressa nel corso di una delle sue ultime azioni armi in pugno, trovano spiegazione i suoi atroci comportamenti.
Il sesso come pensiero continuo, martellante, sia in relazione al desiderio che alla repulsione ma anche il timore di non essere in grado di soddisfare le richieste della partner. Non a caso, con un'intuizione coraggiosa visti i tempi, Malet fa proferire al suo villain, una volta scoperto e costretto alla fuga, davanti ad una Gloria inorridita dalle sue azioni venute allo scoperto, non una prevedibile frase da romanzetto rosa: "mi hai mai amato?" ma: "hai goduto?" a chiusura di un cerchio folle e disturbato.
Un noir perfetto: teso, cupo, nichilista e depravato, che si muove in equilibrio tra i mostri creati indifferentemente sia dall'oscurità delle solitudini nelle periferie europee di alcune opere (quelle "stand alone") di Simenon, che dalla luce e i grandi spazi americani di Jim Thompson.
lunedì 7 settembre 2026
The dog stars - Le stelle dopo la fine
Grufolando nella lista di film che compongono la cospicua produzione da regista di Ridley Scott, emerge abbastanza chiaramente la presenza, assieme ai suoi titoli mitologici (I duellanti, Alien, Blade Runner, Thelma e Louise,The martian), a quelli di culto soggettivo (per me Black rain, Prometheus, The counselor, Alien:Covenant, The last duel), ai blockbuster di qualità discutibile (Soldato Jane, Il gladiatore, Hannibal, Il gladiatore 2, House of Gucci), di alcune pellicole uscite quasi a fari spenti, "minori" magari non per la qualità delle stesse (a volte sì) ma per l'assenza di quell'hype promozionale che normalmente ci si aspetta per il lancio di opere di un regista del calibro percepito (almeno a cavallo tra gli ottanta e i novanta) di Ridley Scott. Mi riferisco a titoli come, ad esempio, Chi protegge il testimone, L'albatross, Un'ottima annata, Il genio della truffa. Tutti lavori che nascono da soggetti e sceneggiature altrui cui Scott, per convinzione, esigenze alimentari o abitudini (assecondando quella diceria per cui il regista inglese coltivi una manciata di progetti per volta finalizzando poi non necessariamente quello a cui tiene maggiormente, ma quello che trova i finanziamenti), si è prestato.
Ho gradito anche il "protagonismo" di un aereo, il classico Cessna, quasi fosse un character in carne e ossa, l'unico precedente di questo livello di centralità nella storia che io ricordi è The night flier, del 1997. E sotto questo aspetto mi sembra importante sottolineare che, fino all'incontro con Cima (Margaret Qualley), Hig sembra avere un rapporto emozionale maggiore con il suo cane e il suo Cessna, rispetto a quello che coltiva con l'altro essere umano con cui condivide l'isolamento, il suo compagno di sventura, Bangley.
Poi che dire, quando Hig torna a "casa" con Cima e Jack e trova macerie fumanti, mentre si avvicina al luogo dove lo spettatore è indotto a pensare si trovi il cadavere di Bangley e si fa sempre più vicino l'uso diegetico della musica di The long black veil cantata da Johnny Cash, la scena di Brolin in mutande, incerottato, che balla sinuosamente mentre si cucina qualcosa in padella è uno dei pochi momenti di leggerezza e divertimento che (legittimamente) il film regala (ci metto assieme anche il malinconico/depresso Hig che guarda il culo a Cima, ripreso dal di lei padre).
La pellicola, sebbene narrativamente sia ambientata in Colorado, è stata girata quasi esclusivamente in Italia, potendo avvalersi di paesaggi e panorami mozzafiato catturati in particolar modo tra Abruzzo e Friuli Venezia Giulia, oltre che negli studi di Cinecittà, che hanno ricostruito le città devastate in cui Hig recupera le provviste. Tutte location, quelle naturali e quelle costruite, che hanno assecondato in modo congruo il senso generale di western che accompagna inequivocabilmente il film.
I villain sono dentro la storia, ma quasi fuori fuoco, violenti, selvaggi, distruttori, primitivi, senza volto: volendo si può leggerne la metafora della minaccia principale cui la moderna società occidentale, la nostra, è sottoposta, per ora solo da un punto di vista mediatico e di comunicazione, domani, chissà. Per me va dunque bene che questi selvaggi siano spaventosi ma indefiniti, che non abbiano un boss di riferimento e che non ci sia approfondimento dei loro personaggi, che siano insomma indefiniti, perchè se metafora deve essere, allora lo sia fino in fondo. In questo modo il raccordo con il prevalente mondo di hater distruttivi cui è piena la società è completo.
Il pre-finale nel terminal aeroportuale di Grand Junction imprime una svolta inaspettatamente grottesca, horror, da pellicola di genere di serie B (tutta la sequenza in cui Hig sgancia le bombe è da film ottantiano di Mark L. Lester) e pertanto spiazzante, visto il mood del film fino a quel momento. L'improvvisa curva a gomito narrativa rischia di far deragliare il profilo malinconico della storia ma, per ragioni che trovano una logica solo nella magia del cinema (visto in sala), alla fine il progetto non esce dai binari. L'happy ending che chiude il film è quello che, nel bene e nel male, ci aspettavamo, quindi niente di sorprendente.
Gli aspetti che non mi hanno convinto non sono, a loro volta, esattamente marginali. Conosco poco Jacob Elordi, non credo di aver visto nessuno dei suoi film ne tantomeno Euphoria, prendo atto del fatto che sia uno degli attori più in hype (è anche tra i candidati per il prossimo 007), ma non mi ha per niente convinto nel suo acting, anzi, se devo dire l'ho proprio trovato fuori ruolo. Lo stesso dicasi per Guy Pearce (posto che è sempre un piacere ritrovarlo) poco convincente nel ruolo di padre burbero e, soprattutto, per Margaret Qualley che, all'opposto di Elordi, ho seguito con interesse dai suoi semi esordi nella bellissima serie The leftovers, fino ai giorni nostri con The substance, Drive-away dolls, Kind of kindness e Honey don't!, e che oggi, ai miei occhi, incarna al meglio il glamour e la sensualità della star cinematografica. Ecco lei, che ha una carica sessuale ingrifante e dirompente a partire dallo sguardo, l'ho trovata spaesata e a disagio, costretta in un outfit campestre e in un ruolo come quello di Cima. Alla fine il ruolo più corrispondente all'attore scelto è probabilmente quello di Brolin, ma insomma, lì nel rapporto skills attore/tipologia di character si vince facile.
Aggiungo tra le perplessità lo scarto tra le scene contemplative (piacevoli) e quelle di azione, in particolar modo quelle di massa, che mi sembrano registrare più di un problema, oltre a quello della verosimiglianza.
In conclusione, Ridley la porta a casa? Secondo Bottle of smoke sì, soprattutto se si pensa al suo ultimo ciclo di cinque film piuttosto discutibili (Tutti i soldi del mondo, House of Gucci, Napoleon, Il gladiatore 2), al netto di The last duel che ho davvero amato. Insomma il secondo film migliore degli ultimi dieci anni, pur essendo bel lungi dall'essere un capolavoro. Questo ci dice qualcosa in merito al (inevitabile?) declino dell'ormai quasi novantenne baronetto inglese.
giovedì 3 settembre 2026
My Favorite Things, luglio agosto 2026
Supergirl (2,75/5)





