lunedì 14 settembre 2026

Lèo Malet, La vita è uno schifo (1947)

Jean Fraiger, assieme alla sua banda di criminali, effettua una serie di rapine. Lo scopo sarebbe anche nobile, le azioni non sono infatti eseguite per arricchimento personale, ma per aiutare dei minatori in sciopero per conto di una cellula anarco-comunista. Il problema è che Fraiger è un sanguinario e cinico assassino che non si ferma, e non ha intenzione di fermarsi, davanti a nulla.

Scopro Lèo Malet, uno dei più importanti, e nonostante ciò meno conosciuti, autori di noir di tutti i tempi, con quello che è considerato il suo capolavoro, incluso nella Trilogia nera, assieme ad altri due romanzi, Il sole non è per noi e Nodo alle budella.

Ambientato a Parigi nei primi anni quaranta, probabilmente subito dopo la guerra, La vita è uno schifo è una fotografia nitida che cattura un momento di povertà e sfruttamento di un'intera, enorme classe, ma anche di grande solidarietà, di gruppi clandestini che cercano di portare concretamente aiuti ai compagni in difficoltà. 

Ma tutto questo resta sullo sfondo, cornice dentro la quale viene narrata la vicenda di Jean Fraiger che, pagina dopo pagina, si rivela essere un sadico omicida completamente privo di senso morale, di scrupoli o di pietà, contraddistinto da un inscalfibile nichilismo. Egli utilizza la "causa" per dare sfogo ai suoi istinti e, quando viene intuita la sua reale natura con il conseguente allontanamento dal gruppo, Jean non fa una piega, continuando le sue attività criminali assieme ad un paio di complici.

Anche in questo caso non è il denaro, a parte il necessario per il suo sostentamento, a motivarlo. A farlo alzare dal letto la mattina è il piacere in qualche modo sessuale che prova nel dare sofferenza e uccidere. Non si parla espressamente di un serial killer, non c'è un pattern che si ripete, ma, di fatto, sia per la natura psicologica degli omicidi che per i traumi di natura sessuale che li alimentano, il campo da gioco è quello.

Alcuni aspetti caratteriali/comportamentali di Fraiger mi portano inevitabilmente ad un parallelo con L'assassino che è in me di Jim Thompson, pubblicato però una decina di anni dopo, nel 1952. Peraltro, come in quel romanzo, anche in La vita è uno schifo, il protagonista soffre di una passione ossessivo compulsiva nei confronti di una donna, in questo caso Gloria, bellissima e perfetta, quasi una dea irraggiungibile. Infatti, quando finalmente Jean riesce a stare con lei, realizza di non esserne all'altezza con quanto di terribile ne consegue in termini di deflagrazione di tutte le sue contraddizioni e, attraverso la diagnosi impietosa (e diciamolo, inverosimile, nei tempi narrativi in cui è maturata), di uno psicologo, che gli somministra una seduta espressa nel corso di una delle sue ultime azioni armi in pugno, trovano spiegazione i suoi atroci comportamenti.

Il sesso come pensiero continuo, martellante, sia in relazione al desiderio che alla repulsione ma anche il timore di non essere in grado di soddisfare le richieste della partner. Non a caso, con un'intuizione coraggiosa visti i tempi, Malet fa proferire al suo villain, una volta scoperto e costretto alla fuga, davanti ad una Gloria inorridita dalle sue azioni venute allo scoperto, non una prevedibile frase da romanzetto rosa: "mi hai mai amato?" ma: "hai goduto?" a chiusura di un cerchio folle e disturbato.

Un noir perfetto: teso, cupo, nichilista e depravato, che si muove in equilibrio tra i mostri creati indifferentemente sia dall'oscurità delle solitudini nelle periferie europee di alcune opere (quelle "stand alone") di Simenon, che dalla luce e i grandi spazi americani di Jim Thompson. 



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