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giovedì 23 maggio 2019

Fulci, Opening the hell gates (2015 - 2019)

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Lo ammetto: sono sempre stato prevenuto rispetto alla musica metal fatta in Italia. So che sbaglio e che ci sono e ci sono state tante, tantissime band nostrane (il metallo è uno dei generi più suonati, anche da noi) di valore, a volte persino superiore ai colleghi americani o europei. 
A volte per andare oltre questi preconcetti mi serve uno stimolo, una scintilla, una suggestione.
In questo caso la suggestione arriva dal monicker di questa band italiana, che ha scelto di chiamarsi come il regista italiano di culto Lucio Fulci, cineasta dalla produzione sterminata, ma di cui ovviamente tutti nel mondo ricordano e celebrano gli horror.
Per la formazione campana (di Caserta) il riferimento al regista è un'ispirazione a tutto tondo, se è vero che i temi sviluppati nei suoi dischi (un EP prima di questo full-lenght, aggiunto in coda alla title track dell'album) si ispirano alle pellicole più famose di Fulci.
Infatti, Opening the hell gates altro non è che un tributo musicale a Paura nella città dei morti viventi, film del 1980, primo titolo della Trilogia della morte, comprendente anche L'aldilà e Quella villa accanto al cimitero.

Vista l'ispirazione, lo stile musicale proposto non può che essere un death-metal con tendenze slam, dentro al quale confluiscono anche parti di dialoghi dai film fulciani, ben amalgamati con l'assalto brutale dei pezzi. Il disco, sebbene debitore dei nomi tutelari del settore, è ottimamente suonato e prodotto, l'impatto dei pezzi è inquietante e devastante esattamente come deve essere, ma il lavoro, probabilmente anche per la sua brevità (le tracce non superano mai i tre minuti, per un timing totale sotto i venticinque minuti di musica), coinvolge ed appassiona, spronandoci a rimetterlo ogni volta da capo per godere delle sue atmosfere malsane, i suoi riff, anche rallentati in odore di doom, i suoi midtempos, la sua autenticità artistica.
L'album è stato ultimato nel 2015 ma si è reso disponibile solo nelle scorse settimane, tant'è che i Fulci, nel frattempo cresciuti come impatto ed impegnati in un tour negli States, hanno già pronto un nuovo lavoro, Tropical sun, in uscita a giorni ed ispirato dal lavoro più fortunato del Maestro: Zombi 2.

Che dire? Ricredersi non è mai stato così divertente.

lunedì 15 febbraio 2016

I migliori dischi del 2015

Visto che viaggio con circa un mese di ritardo sul periodo del canonico consuntivo di fine anno, tralascio ogni premessa e vi rimando a quella che ha fatto da prologo al classificone del 2014: dentro ci trovate spirito e metodologia usati anche per questa compilazione.
Ecco dunque le mie personalissime preferenze per il 2015 da poco terminato.

POSIZIONE NUMERO TRE ( VOTO 7 )

The Sonics, This is the Sonics
Ultimo recensito del 2015 ma di diritto tra i primi della lista. Incendiari.
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Il Teatro degli Orrori, Il Teatro degli Orrori
Tale è la mia devozione, che li premierei anche solo per il fatto di esistere. Necessari.
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Bachi da Pietra, Necroide
Non esiste in Italia un'altra band come i Bachi da Pietra e Necroide ribadisce il concetto. Fuori dagli schemi.
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The Mavericks, Mono
Raul Malo es mi hermano.The Mavericks mi familia.
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POSIZIONE NUMERO DUE (VOTO 7,5)

Thunder, Wonder days
Un ritorno attesissimo che non delude. Lucidamente nostalgici.
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Southside Johnny, Soultime!
Quando Mr. Lyon maneggia il soul insieme ai fidi Asbury Jukes a noi non resta che ascoltare (e godere). Immarcescibile.
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Paradise Lost, The plague within
Atmosfere desolate, riff inquietanti, cantato che alterna clean al growl. Death, doom, gothic al loro meglio. Maestri.
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Warren Haynes featuring Railroad Earth, Ashes and dust
Il primo disco interamente folk dell'ultimo leader del genere jam. Sorprendente.
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POSIZIONE NUMERO UNO ( VOTO 8,5 )

Gang, Sangue e cenere
Nome della band, titolo del disco e anno di uscita. Non credo serva sprecare altre parole. Indispensabili.
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Chris Stapleton, Traveller 
Il movimento real country USA sforna di continuo magnifici losers che emergono dallo status di underdog e catturano la luce di mille riflettori. Saving country music.
 
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Delusioni dell'anno i Blackberry Smoke, il cui live l'anno scorso aveva raggiunto la cima della classifica, ma che con Holding all the roses annacquano eccessivamente il loro sound, e Zac Brown: al cospetto di tanta allure e autorevolezza non può uscirsene con un album impersonale e confuso come Jekyll + Hyde.

giovedì 11 febbraio 2016

The Sonics, This is The Sonics


Dietro l'incendiario ryhthm and blues di This is the sonics ti aspetteresti di trovare un gruppo di giovani e nerboruti neri con il testosterone da fabbro ferraio, e non, come succede in realtà, tre ultrasettantenni bianchi che avevano debuttato qualcosa come cinquant'anni fa (con Here are the Sonics, 1965), lasciando, nello spazio di tre album (oltre al debutto, Boom del 1966 e Introducing, del 1967), un imprinting indelebile su molta musica rock degli anni a venire, attraverso l'influenza trasversale universalmente riconosciuta da gente come Kurt Cobain, Bruce Springsteen, White Stripes, Mudhoney e molti altri.
Con queste premesse, The Sonics non potevano permettersi di sputtanarsi nel nome di una reunion come tante se ne vedono di questi tempi: dovevano, in virtù dell'autorevolezza derivata dai meriti acquisiti sul campo, continuare a dettare la linea a tutto il movimento.
Missione ampiamente compiuta.
Sfido chiunque ascolti per la prima volta le linee vocali di Gerry Roslie (così come il suo lavoro all'organo); i riff slabbrati provenienti dalla chitarra di Larry Parypa e il trascinante lavoro al sax di Rob Lind ad associare il monumentale sound che ti assale in tracce quali I don't need no doctor, Be a woman, The hard way, I got your number, o alla cover di You can't judge a book by the cover (a proposito, al confronto, la pur buona versione proposta dagli Strypes ne esce annichilita) a qualcosa di stantio.
Un disco micidiale, dal tiro potentissimo e dal sound strabordante che mette insieme con invidiabile competenza errebì, garage, jump blues e rock and roll.
Incredibile a dirsi, una delle sorprese più entusiasmanti del 2015. 

lunedì 8 febbraio 2016

Supersuckers, Holdin' the bag


Lo confesso: erano circa una ventina d'anni che non ascoltavo quei fuori di testa dei Supersuckers (precisamente da The sacriliciuous sounds of ) e se mi sono approcciato a questo Holdin' the bag è solo perchè ho addocchiato nella tracklist un duetto con Hayes Carll, uno dei miei musicisti preferiti. Alla fine però, sapete come succede, quando non ti aspetti granchè da un'opera (libro, film, in questo caso disco), spesso ne rimani folgorato. 
Sì perchè in questo lavoro il mitologico Eddie Spaghetti, che da tempo ormai porta sulle sue spalle tutto il peso dello storico brand del gruppo, ha confezionato un suono non acustico, ma sicuramente asciutto, senza fronzoli e senza quelle smargiassate elettriche caratteristica della band ai tempi della Sub Pop. Certo, è nota l'influenza che il country ha sempre avuto nel sound dei SS, ma a differenza del passato, in Holdin' the bag è lasciata libera di scorazzare senza camuffamenti.
 
La tracklist che apre il lavoro è la migliore traduzione sonora della copertina del disco: atmosfere western alla Morricone fanno infatti da preludio ad un pezzo malinconico sulla fine delle relazioni. In questa direzione, ma in un'ottica rancorosa e liberatoria, procede la successiva This life...with you, la canzone che Eddie interpreta con Hayes Carll, adattandosi in pieno al suo stile, sia a livello musicale che di liriche. Il protagonista infatti non si dà pace per aver condiviso la sua vita con l'ex amata e si spertica in lodi di quanto sia tutto migliore se gustato senza di lei. La canzone del secolo per i freschi di separazione.
 
Le composizioni di Holdin' the bag sono tutte lineari e dall'impatto immediato, la strofa porta al ritornello esattamente quando te l'aspetto e il refrain è sempre incisivo, sia quando ci si strugge per amore (I can't cry, secondo duetto, con Lydia Loveless) che quando si spinge un pò il pedale sul country/rockabilly (Jobber-Jabber e Shimmy and shake). Si chiude con la cover della epocale All my rowdy friends di Hank Williams jr, , tanto per ribadire, se ce ne fosse bisogno, le credenziali dell'album.
 
Spero che questo disco, onesto, semplice,diretto, porti un qualche beneficio alla carriera dei Supersuckers, anche alla luce dei gravi problemi di salute che hanno recentemente colpito Eddie Spaghetti (cancro alla gola), rispetto ai quali i fans hanno reagito con delle donazioni arrivate, ad oggi, a circa sessantamila dollari.
Limitandosi alla musica, come detto, Holdin' the bag si è rivelato una piacevolissima sorpresa, e se avesse un sottotitolo sarebbe "songs for drunks, broken hearts and hellraisers".

lunedì 1 febbraio 2016

Il Teatro degli Orrori, Il Teatro degli Orrori


Anche se i lettori di questo spazio sono pochi intimi, e pertanto l'esercizio di scrittura dovrebbe essere scevro da ogni pressione, a volte vengo assalito dall'ansia da prestazione. Scrivere de Il Teatro degli Orrori per esempio mi mette soggezione. Probabilmente perchè fin qui tutti gli album del gruppo, ad eccezione dell'esordio, non recensito, si sono piazzati in cima alle mie scelte dell'anno. Conseguentemente, al momento di trovare le parole per descrivere i contenuti dei nuovi lavori della band le dita sulla tastiera si fanno pesanti e le sinapsi mentali faticano a scattare. 
Tuttavia, ad oltre tre mesi dall'uscita del nuovo disco, è arrivato il momento di provarci.

Il primo elemento che emerge dagli ascolti dell'album eponimo dei TdO è il netto allontanamento dalle atmosfere più cupe e rarefatte che avevano caratterizzato il mood de Il mondo nuovo (e di Obtorto collo, il debutto solista di Capovilla) e il ritorno alla cazzimma più esplosiva degli esordi. In pratica i TdO tornano a pestare giù duro, e per non lasciare spazi a ripensamenti, lo fanno in pratica dalla prima all'ultima traccia. L'altra innovazione riguarda l'ingresso in formazione stabile di Kole Laca, che attraverso il suo lavoro alle tastiere porta un contributo elettronico alla cifra stilistica della band.
Detto delle novità che caratterizzano il lavoro, la filosofia dell'album risponde invece alle tradizioni consolidate del brand Teatro degli Orrori, imperniato dunque sulle liriche del frontman, all'assalto frontale di tutti gli aspetti più controversi della società: dalla politica, al ruolo delle multinazionali, all'ipocrisia dei rapporti interpersonali a quel putrido stagno che è diventato il mondo del lavoro.

D'altro canto, con un inizio come Disinteressati e indifferenti  non c'è pericolo di essere fraintesi: l'obiettivo agganciato dai radar delle liriche è quello di un'ampia fascia di giovani moderni, disillusi e nichilisti, ed è centrato in pieno con risultati deflagranti. Insomma, il Capovilla è tornato, e il suo classico stile tra cantato di pancia e passaggi declamati in stile uomo col megafano  non fà sconti ne prigionieri. 
Così Lavorare stanca mina le certezze sulla cosiddetta dignità del lavorare, soprattutto in considerazione (aggiungo io) delle perdute certezze in merito a diritti e tutele a causa delle leggi introdotte negli ultimi anni di governo di centrosinistra. E allora ben venga uno dei pezzi migliori dell'album, quel Il lungo sonno (lettera aperta al Partito Democratico) che ognuno di noi delusi della politica di sinistra avrebbe voluto scrivere. I versi della canzone ("aspettando che cambiasse il mondo (...) sono cambiato io, e adesso sono di destra") con i riferimenti agli slogan del Piddì ("i diritti dei lavoratori, quelli delle donne, la lotta di classe, cuore di ogni progresso / la fedeltà alle idee, i valori della costituzione / una società più giusta e uguale / non me ne frega più niente / è tutta un'illusione, una beffa, una pantomima") rappresenta come meglio non si potrebbe il pensiero di chi vede, nell'opera del più grande Partito di centrosinistra italiano, la realizzazione di buona parte dei programmi della destra. 
Benzodiazepina, non fosse per l'inequivocabile differenza di atmosfere e periodo storico, sarebbe la degna conclusione di una traiettoria che Renato Carosone aveva tracciato già dai primi anni cinquanta col geniale boogie Piagliate 'na pastiglia e che Capovilla conclude mettendo insieme i mostruosi interessi delle grandi compagnie farmaceutiche e la conclamata ipocondria dell'italico popolo, consumatore seriale di medicinali. 
Convincente anche Sentimenti inconfessabili, nella quale Capovilla sogna il proprio funerale accompagnato dalle ipocrisie tipiche di quelle situazioni, raggiungendo, con i suoi strali, anche il giornalista musicale Federico Guglielmi. Attacco dal mio punto di vista incomprensibile, vista la coerenza della persona, ma che d'altro canto pone Guglielmi nella ristretta cerchia dei giornalisti immortalati dalla musica leggera, anche se, bisogna ammetterlo, non siamo dalle parti del capolavoro L'avvelenata, dove Guccini si scagliava (tra gli altri) contro Bertoncelli.

Certo, l'album non è esattamente un lavoro che scivola via leggero o che si possa ascoltare in sottofondo mentre si fanno i mestieri di casa. E' piuttosto un monolite che reclama piena attenzione e volumi adeguati dell'impianto stereo. L'atteggiamento fuckin' hostile di Pierpaolo rende l'avanzare nell'ascolto simile alla perlustrazione di una foresta la cui vegetazione si fa passo dopo passo sempre più fitta di rovi e rami che ti graffiano la faccia, le braccia e le gambe. E a poco serve il tentativo di maggior leggerezza lasciato alla conclusiva Una giornata al sole (che sembra in tutta onestà una outtake della roba solista di Capovilla).

Il Teatro degli Orrori si sono trovati ad un bivio decisivo della propria carriera, e in questi casi tornare alle origini è sì una scelta scontata ma anche fitta di pericoli. E così il risultato finale dell'album numero quattro della discografia della band sacrifica sull'altare della veemenza sonora il magico equilibrio che ci aveva fatto gridare al miracolo con Dell'impero delle tenebre e A sangue freddo. 
Si tratta, intendiamoci, di un peccato veniale, di un sacrificio che ci consente di avere ancora tra noi una delle formazioni più eccitanti e necessarie di questi interminabili tempi oscuri.

lunedì 25 gennaio 2016

Whitey Morgan and the 78's, Sonic ranch


Basterebbe ascoltare Whitey Morgan and the 78's per avere un'idea su quale sia, per il sottoscritto, il significato di true country music. Innanzitutto partiamo dal sound: siamo dalle parti dell'interpretazione elettrica del country, riportata all'audience con una strumentazione (slide guitar e tastiere in prima linea) che potrebbe in qualunque momento far switchare il suono verso un rovente southern rock. E poi i testi, imperniati rigorosamente sulla vita dei losers, dei drifters, dei personaggi sempre ai margini della società. 
Insomma Whitey Morgan, all'anagrafe Eric Allen, nel corso degli anni (Sonic ranch è il suo terzo album) ha cominciato a spintonare mica male per farsi largo nell'affollatissimo panorama della redneck music americana.
Di certo oltre alla mia attenzione ha catturato anche quella della critica più attenta ed esigente, che ha collocato i suoi lavori nel ristretto lotto dei più interessanti tra quelli usciti negli ultimi anni.
Non fa eccezione, anzi, permette all'artista di fare un ennesimo passo in avanti, Sonic Ranch, dove, in dieci canzoni e meno di quaranta minuti, Morgan riesce ad esprimere al meglio il suo talento nel solco dei grandi del passato, con riferimenti a Waylon Jennings, George Jones e Hank Williams jr, la cui monumentale All my rowdy friends è citata nella prima traccia Me and the whiskey, propedeutica ad illustrare in maniera inequivocabile il mood del disco, che si muove tra midtempo e ballate, tutti contaminati dallo stesso intreccio tra malessere esistenziale e tignoso orgoglio sudista.
I titoli delle composizioni dicono già molto (Lowdown on backstreets; Waitin round to die; Still drunk, still crazy, still blue) ma entrare nella rete delle melodie che accompagnano i loro testi resta comunque un viaggio affascinante e dunque tutt'altro che scontato.

Nuovi country heroes crescono.

lunedì 18 gennaio 2016

Bachi da Pietra, Necroide


La folgorazione sulla via dei Bachi da Pietra è arrivata relativamente tardi, ma è stata sconquassante. Infatti, nonostante il gruppo (in realtà un duo, composto da Giovanni Succi a voce, chitarra, basso e Bruno Dorella alla batteria/percussioni) sia attivo dal 2005, solo con Quintale, la release del 2013, è entrato nel radar dei miei ascolti. Lo ha fatto però sfondando la porta principale: conquistandosi il podio dei migliori dischi dell'anno e diventando l'oggetto delle mie sfrenate raccomandazioni all'ascolto.

L'atteso ritorno dei Bachi è stato diluito in due fasi: l'uscita di Necroide (a settembre) è stata infatti anticipata di qualche mese dalla pubblicazione dell'EP Habemus Baco, composto da tre pezzi esclusi dal full lenght finale, probabilmente per poca assonanza con il mood del lavoro e per un approccio stilistico definito da qualcuno più commerciale rispetto alla storia della band. In effetti la title track dell'EP, che dal vivo potrebbe diventare un discreto anthem autocelebrativo e Tutta la vita sono quanto di più ascoltabile inciso finora dai BDP, viceversa Amiamo la guerra (trasposizione in musica dell'omonima poesia di Giovanni Papini) rientra di diritto nel solco artistico di Succi e Dorella. 

Necroide già dal titolo rivolge inequivocabilmente la sua attenzione a tematiche macabre e oscure. Non una novità per il gruppo che sin dagli esordi si è occupato di argomenti di questa natura, a prescindere dal vestito sonoro usato per accompagnarli. Laddove eravamo infatti in presenza  di un blues spettrale, minimale, oggi, in parte, le liriche vengono accompagnate anche da strappi e accelerazioni riconducibili al death metal. Al death quindi più che al black, nonostante quest'ultimo sia chiamato in causa dal pezzo di apertura Black metal il mio folk, che punta l'indice contro il campionario di brutale banalità delle band che praticavano questo genere nei primi anni novanta.
Chiariamo però subito che Necroide può essere considerato un album di metal estremo solo da un profano del genere, non solo per l'eterogeneità delle singole tracce, che spaziano su diversi spettri sonori tenendo come denominatore comune un hard rock di matrice blues, ma anche per la personalità autoctona che emerge nei pezzi che si rifanno a quelle sonorità più estreme. 

Scorrendo la tracklist si passa infatti agevolmente da un pezzo come Fascite necroide, che per titolo e testo farebbe la felicità dei Carcass e per sonorità quella degli Obituary, a Slayer and the family stone, geniale e caustica digressione sulla scocciature di dover morire, ad Apocalinsect, per il quale Succi utilizza un effetto voce robotico nel solco della dance anni ottanta.
Questo scollegamento stilistico dei pezzi è, paradossalmente, il collante più forte che tiene insieme il tutto. Non è da chiunque comprendere nello stesso album una canzone come Feccia rozza, assalto sonoro eseguito utilizzando la tecnica vocale growl,  e splendide ballate elettriche caratterizzate da una struggente nostalgia, come Virus del male, suggestiva rievocazione dei primi frastuoni giovanili articolati in una rock band. Eppure dentro Necroide tutto questo funziona ed è funzionale al progetto, e il gruppo si permette persino un eccellente pezzo doom come Cofani funebri.

Meno immediato del suo predecessore, Necroide ha avuto bisogno di più ascolti per imporsi alla mia attenzione, ma, col tempo, la sua ascesa è  stata progressiva e inarrestabile, grazie al traino di una manciata di canzoni che, per profondità di songwriting ed intuizioni sonore, sarebbe delittuoso lasciare confinata agli appassionati della musica indipendente italiana.

lunedì 11 gennaio 2016

Gang, Sangue e cenere


Quindici anni di attesa tra la pubblicazione di un album di inediti e l'altro sono un'eternità. Soprattutto se si parla di una band che, attorno al nucleo dei fratelli Severini, non si è mai sciolta e non ha mai interrotto la sua attività live. Per la verità non ha mai nemmeno smesso di incidere album, seguendo però la strada delle registrazioni dal vivo, delle reinterpretazioni dei propri classici, magari assieme ad altri gruppi con i quali condivide affinità politiche, oppure insistendo nella riproposizione di canzoni che hanno fatto la storia italiana come La rossa primavera, che da queste parti è stato giudicato il miglior disco del 2011. L'ultima manciata di canzoni nuove, i Gang le avevano pubblicate nel 2000, dentro lo sferragliante Controverso, disco che si è portato dietro una scia di conflitti anche giudiziari con la Wea che ha, di fatto, chiuso al gruppo le porte dell'industria musicale.

Non è solo per questo, ma soprattutto per la volontà di non scendere a compromessi e conservare la propria indipendenza, che i Severini hanno deciso di affidarsi al crowdfunding per produrre il nuovo lavoro. La risposta dei fans è stata incredibile, se è vero che i contributi arrivati a Marino e Sandro hanno sfiorato il mille per cento del target inizialmente ipotizzato.
Il risultato di tutto questo enorme feedback affettivo è Sangue e cenere, un undici tracce che, dietro una copertina che richiama i Basement tapes di Dylan & The Band, si avvale dell'ispirazione compositiva dei tempi migliori, filtrata dall'esperienza e da uno sguardo più consapevole, coniugati all'immancabile carattere combattivo, oltre che, musicalmente parlando, della produzione artistica di Jono Manson che dagli USA ha lavorato al sound caldo e robusto coadiuvato da un nutrito manipolo di musicisti locali.

I temi dell'album sono quelli da sempre cari a Marino, le diseguaglianze sociali, la resistenza, i lati oscuri della storia italiana, ma anche i rapporti umani, la famiglia, gli affetti, la casa, i valori autentici.
I primi tre pezzi del disco, tra malinconia, denuncia sociale e impettita rievocazione storica, rappresentano un ottimo sunto di questi temi. Nel dettaglio, la title track è una ballata agrodolce che mette in evidenza, oltre ad un bel testo introspettivo, la profondità del suono del combo allargato; Non finisce qui, una delle canzoni migliori dell'intera raccolta, traccia invece una parabola umana che parte dell'immigrazione e termina con la morte da lavoro. E' cantata con Marino che impersona il figlio di un operaio ucciso dall'esposizione all'amianto e non può non ricordare i sacrifici dei nostri genitori, che hanno lasciato una vita semplice ma senza prospettive, per costruire un futuro migliore alla propria famiglia lontano dalla terra natìa. Alle barricate, il cui testo rievoca i fatti di Parma del 1922, si impone dal primo ascolto come un classico moderno che spaccherà in due i concerti dei Gang.

A livello di onestà intellettuale la band vola su livelli irraggiungibili da quasi qualunque altro artista, l'integrità anche politica del gruppo ci fa dunque perdonare pezzi come Fausto e Iaio, dall'elevato valore civile, ma un pò troppo retorici nelle liriche e nello sviluppo. Viceversa, per un vecchio cuore comunista pieno di dubbi e incertezze come il sottoscritto, un brano come Nino (riferito ad Antonio Gramsci) tocca le giuste leve emotive e riaccende idealmente un faro, ad illuminare il percorso di questi tempi oscuri. 
Si chiude in uno straordinario crescendo con una canzone dedicata a Moreno Gabriele Locatelli (Più forte della morte è l'amore) e la suggestiva Mia figlia ha le ali leggere, anche se il pirotecnico commiato è senza dubbio rappresentato da Nel mio giardino, infuocato errebì nel quale la macchina da guerra di organo e sezione fiati apparecchiati da Manson dà il proprio straordinario meglio.

Bentornati Marino e Sandro. Davanti ad un disco così c'è da accendere un cero a qualche entità laica superiore pregando che siate tornati per restare.



mercoledì 23 dicembre 2015

Vintage Trouble, 1 Hopeful Rd.

1 Hopeful Rd. - Vintage Trouble.png
 
 
Okay. Quando un gruppo semi sconosciuto ha la possibilità di aprire, davanti a decine di migliaia di persone, i concerti di Rolling Stones, The Who, Dave Matthews Band e AC/DC, alla mia veneranda età la prima cosa che mi viene da pensare non è "quanto sono bravi!" ma "chi li raccomanda?".
Il dubbio rimane ascoltandoli perché, stante l'autorevolezza vocale del singer e frontman Ty Taylor, l'impressione che si tratti di un prodotto accuratamente confezionato per i nostalgici di un certo tipo di suono (vintage, appunto) è penetrante e fastidioso.
Dopodiché la band si destreggia bene tra soul, classic errebì, rhythm and blues e rock 'n' blues, offrendo canzoni tanto gradevoli quanto ruffiane, buone come sottofondo in una cena tra amici (modello Il grande freddo per intenderci) ma, temo, altrettanto effimere.
Comunque un pezzo come l'opener Run like the river riesce ad essere suggestivo, così come Angel City, California trascinante,  Another man's words dolcemente introspettivo e la stonesiana Strike your light accattivante.
Un bignamino rhythm and blues figlio di questi maledetti tempi di ascolti usa e getta.

lunedì 21 dicembre 2015

Saxon, Battering ram

Saxon Battering Ram.jpg
 
Cinque dischi in otto anni. Da The inner sanctum del 2007, i Saxon non hanno mai mancato l'appuntamento biennale con una nuova release. E visto che Sacrifice era stato pubblicato nel 2013, ecco che i tempi per Battering ram erano maturi.
I fan del combo (tra i quali posso tranquillamente annoverarmi), saldamente capitanato un ottimo Biff Byford sanno già cosa aspettarsi e difficilmente verranno traditi.
Però è evidente come sia dannatamente difficile stupire quando la proposta musicale è così monotematica come quella della band britannica. Se Call to arms e il già citato Sacrifice riuscivano a tenere alta la media per la maggior parte della tracklist, arrivando addirittura a proporre un buon numero di brani che non sfigurano con il glorioso passato, qui i filler cominciano a prendersi la scena rispetto ai brani potenzialmente tramandabili ai posteri.
Questi ultimi sono riassumibili nel midtempo Queen of hearts, Stand your ground, Top of the world e la riflessiva Kingdom of the cross, che per una volta vede i Saxon occuparsi dell'aspetto meno epico delle guerre: quello dei tanti sacrifici umani lascito della prima guerra mondiale. 
In qualità di voce narrante è graditissima nel pezzo la presenza di David Bower (frontman degli Hell, band attiva dai primi ottanta ma che è riuscita ad incidere il suo primo lavoro solo nel 2011).
E comunque 'sti cazzi, il signor Byford, che tra qualche settimana compirà sessantaquattro anni, si conferma una delle poche ugole superstiti della nwobhm che ancora ci sta dentro alla grande.

giovedì 17 dicembre 2015

Girlschool, Guilty as sin


Ricordate le riot grrrl? Si trattava di un movimento che molti leggono in relazione al grunge (siamo quindi nei primi novanta) e che portò un buon numero di all female bands agli onori della cronaca grazie ad una proposta musicale aggressiva, in genere baricentrata su un suono aspro di chitarra, una semplice ma perentoria sezione ritmica basso/batteria e testi all'insegna della cazzimma. Un decennio prima, con la musica hard and heavy che aveva appena scoperto le grandi platee, era più difficile imbattersi in gruppi di fanciulle che venissero presi sul serio in un mondo che più maschile e misogino non si poteva.
Tra le poche eccezioni le Girlschool. Inglesi, grandi amiche dei Motorhead (con inusuale eleganza Lemmy ha solo lasciato intendere una relazione con la singer Enid Williams), hanno raggiunto un buon successo commerciale solo con l'album Hit and run (1981, reinciso nel 2011), ma non hanno mai smesso di incidere musica arrivando all'invidiabile cifra di una dozzina di lavori distribuiti in sette lustri.
Oggi sono in tour con un claudicante Lemmy (oltre che con i Saxon), e pubblicano Guilty as sin, un lavoro senza particolare guizzi di fantasia (e come potrebbe esserlo?), ma con tanta attitudine e una buona manciata di killer tracks, a partire dal trittico di apertura che mette subito sull'attenti l'ascoltatore più distratto (Come the revolution; Take it like a band; Guilty as sin) posizionandosi in fin dei conti non lontanissimo dai lavori delle Hole, L7 o Babes in Toyland implicitamente citate in premessa. 
Chiaramente non possono mancare i riferimenti ai Motorhead, come la punkeggiante Night before, mentre non vanno oltre un piacevole stupore iniziale  l'interpretazione di Staying alive (sì proprio quella) e il pop metal stile Kiss più bolsi Everybody loves (saturday night).
E alla faccia dei tanti macho borchiati che provano a fare il botto con gli immancabili lenti in falsetto, queste quattro cazzutissime inglesi in dodici brani non ci piazzano nemmeno una ballata, come il maestro Lemmy insegna.
Mucho respeto.

lunedì 14 dicembre 2015

Darlene Love, Introducing Darlene Love


Dopo quello di Southside Johnny, ecco un altro nuovo disco soul / rhytm and blues interpretato da una vecchia conoscenza. A dispetto del titolo (Introducing Darlene Love) infatti, Darlene (all'anagrafe di cognome fa Wright) è sulla piazza da tempo, se è vero che ha visto i natali nel 1941 e ha iniziato a pubblicare dischi nel 1963 nella squadra di soul singer alla quale si affidava Phil Spector (vista la stagione non posso non rimarcare che la trovate anche nell'imperdibile A Christmas gift for you).
La cantante (e attrice) è da tempo nei radar di Springsteen e Little Steven, ma solo oggi il bandanato chitarrista (e attore) italo-americano è riuscito nel sogno di produrle un album, contribuendo sostanziosamente attraverso il suo inconfondibile imprinting musicale e con brani propri (la trascinante apertura Among the belivers arriva dal misconosciuto capolavoro Voice of America che Miami Steve registrò insieme ai Disciples of soul nel 1983 e Last time, più o meno dello stesso periodo ma scritta per Gary U.S. Bonds) e portando regali da parte degli amici, come l'inedito springstiniano Just another lonely mile. 
Il risultato è un album che parla, oltre che agli appassionati di black music d'annata, a tutti i nostalgici dei primi lavori solisti di Van Zandt, del periodo soul di Springsteen (1975/77) e in generale del wall of sound della E Street Band originale con incantevoli sconfinamenti nel gospel ( l'uno-due conclusivo Marvelous e Jesus is the rock).
Con queste premesse, non potevo lasciar correre.


lunedì 7 dicembre 2015

MFT, ottobre e novembre 2015

ASCOLTI

Sono uno che musicalmente si fa enormemente influenzare dai gusti delle persone che ha attorno. Mettetemi nella stessa stanza con con un melomane e nel giro di pochi giorni diventerò un irriducibile appassionato di opera lirica (per citare un genere che non sono mai riuscito ad approfondire). Per cui un mese di corso (legato ad una nuova attività lavorativa) assieme a due colleghi che non frequentavo da tempo, uno appassionato di metal melodico e l'altro di heavy classico non poteva che lasciare un segno profondo nei miei ascolti. Ne deriva che nelle ultime settimane l'airplay personale è stato molto orientato a gruppi come Toto, Harem Scarem, Riot, Lynch Mob; Girlschool e Viciuos Rumors. Per il resto proseguono gli ascolti di Gang e Teatro degli Orrori; Warren Zevon e Darlene Love; Joe Ely e Grandpa's Cough Medicine. Sulle recensioni ho accumulato un ritardo che difficilmente colmerò in tempo per la pubblicazione dei migliori dischi dell'anno. Per cui le cose sono due: o ritarderò la classifica finale o ci infilerò degli album non recensiti.

LETTURE

Anche se mi sono un pò arenato, sono sulla violentissima e realista epopea western di Corman McCarthy narrata in Meridiano di sangue.

VISIONI

Tanta, tanta roba. Ho finalmente iniziato In Treatment, poi The Walking Dead (6); Homeland (5); The leftover (2); Daredevil; Show me a hero. E infine, beh, l'ultima stagione di The Wire.

lunedì 30 novembre 2015

Lucero, All a man should do


Ecco, i Lucero riescono ad incarnare quel lato leggero ma non superficiale, tosto ma con leggerezza, del genere americana. Lo ribadiscono, qualora ce ne fosse bisogno, con quest'ultimo All a man should do, uscito a fine estate a suggellare quindici anni di carriera e una decina di dischi all'attivo.
La band del cantante chitarrista Ben Nichols, che ha probabilmente raggiunto l'apice della produzione nel 2009 con 1372 Overton Park, non riposa sugli allora e sforna un ten tracks carico di tutte le influenze che hanno fatto dei Lucero una realtà immediatamente riconoscibile nell'ampio panorama del genere trattato. 
E così ci basta Baby don't you want me, la traccia d'apertura, per rimanere intrappolati nel calore delle loro melodie e nei ganci killer dei loro refrain. Va ancora meglio con il secondo pezzo nel quale omaggiano il mondo di un grandissimo e sfortunato artista: Went looking for Warren Zevon's Los Angeles è un tributo sincero che solo un vero fan avrebbe potuto comporre, per come va a pescare con disinvoltura nei titoli del repertorio di Zevon, utilizzandoli nelle liriche del pezzo. Sicuramente uno degli highlits dell'album.
Se qualcuno, controllando la scheda della band su wikipedia, dovesse chiedersi come mai, tra gli stili indicativi del gruppo è citato anche il punk, sappia che non si tratta propriamente di un refuso. L'attitudine più aggressiva della band non si traduce in pezzi sguaiati eseguiti con la chitarra scordata, ma sicuramente nell'approccio irriverente di un brano come Can't you hear her howl o nelle liriche del country They called her killer.
I'm in love with a girl, un pezzo alla Steve Earle periodo Transcendental blues, è la title track mascherata che conduce per mano alla conclusiva My girl and me in 93, che suona come se dietro alla batteria e al piano fossero seduti MaxWeinberg e Roy Bittan.

Non è un caso se Matt Woods, nel suo splendido disco dell'anno scorso, dedicando una canzone ai Lucero abbia compiuto un'operazione che di norma si riserva ai grandi. Nichols e i suoi sodali si sono guadagnati, se non spaventosi ritorni economici, almeno quel tipo di inarrivabile rispetto.

venerdì 27 novembre 2015

Goatsnake, Black age blues


Anche se sono in giro da una ventina di anni, scopro solo ora i Goatsnake. Va bene, a mia scusante posso portare il fatto che la band, dopo la doppietta di album del 1999 e del 2000 abbia interrotto l'attività per riprenderla solo con la recente pubblicazione di questo Black age blues.
La spina dorsale del gruppo è costituita da due pezzi da novanta dell'indie che conta, il cantante Peter Stahl che, all'apice delle sue diverse esperienze è stato infatti il singer di quegli Scream nei quali ha militato anche Dave Grohl e il chitarrista Greg Anderson, altro irrequieto della musica più ostica, che ha misurato le sue capacità anche nei Sunn O))).
Non mi sarei mai imbattuto in questo disco se non avessi, negli ultimi tempi, ripreso a leggere riviste metal, e devo dire che sarebbe stato un vero peccato, perché il ritorno dei Goatsnake è autorevole e carismatico. A dispetto delle banalizzazioni utili a definire un sottogenere, il combo losangelino (nato dalle ceneri degli Obsessed) rende onore al titolo dell'album, proponendo un disco che del blues ha sicuramente le atmosfere, proposte però così come erano state rese dai primissimi album dei Black Sabbath, quelli perlappunto più impregnati della musica che ha dannato l'anima di Robert Johnson. Quindi sì, parliamo di doom della specie che prediligo, vale a dire riff cadenzati perfetti per un headbanging consapevole, come nella suggestiva opener Another river to cross.
Ma lo stile vocale di Stahl si apre ad altre suggestioni: molto nitida ad esempio è la sua similitudine con l'ugula di Ian Astbury dei Cult (provate la title track) e, come diretta conseguenza, a tratti emergono assonanze perfino con l'inconfondibile timbrica di Jim Morrison (Coffe and whiskey) che contribuisce a rompere gli argini con la psichedelia sixties.
Anche gli amanti del genere stoner possono avere il loro momento di gloria, grazie ad un'imperiosa Grandpa Jones, prima che il doom torni a reclamare lo scettro della cifra stilistica del disco con la conclusiva A Killing blues.
 
Insomma, un lavoro dove la componente retrò si coniuga alla perfezione con atmosfere profondamente sciamaniche, per un risultato impeccabile.

lunedì 12 ottobre 2015

Chris Stapleton, Traveller

E poi arriva uno come Chris Stapleton, che alla soglia dei quarant'anni, dopo essersi affermato come songwriter di successo in ambito country (per gente del calibro di George Strait; Kenny Chesney; Tim McGraw; Brad Paisley; Sheryll Crow) e un breve periodo nella blugrass band degli SteelDrivers, decide finalmente di tenere per se una manciata di composizioni e tentare il debutto personale.

Il risultato di questa svolta si chiama Traveller, quattordici tracce per oltre un'ora di country- folk caldo, onesto, appassionato, malinconico ed evocativo.
I temi toccati dal songwriting di Stapleton si baricentrano attorno ad abbandono, solitudine, derive esistenziali, il ricorso all'alcol come unica strategia di uscita dai più insopportabili dolori dell'anima. Temi ampiamente abusati in musica e clichè ancora più diffusi nel country. Ma l'artista di Lexington, Kentucky elude senza sforzo ogni possibile trappola derivativa mettendosi a nudo come solo i grandi sanno fare.

Si comincia con la title track e siamo già conquistati. Traveller è la perfetta country song: mainstream ma senza il prefisso pop, semplice nel suo andamento ma al tempo stesso con tutte le caratteristiche per restare a lungo e divenire un evergreen. Con la successiva Fire away siamo già stilisticamente da un'altra parte, con un pezzo che si gioca la carta del pathos e del coinvolgimento viscerale, attraverso un urlo straziante che ci strappa dalle confortanti atmosfere sulle quali ci aveva cullato l'apertura, giusto per mettere in chiaro che l'ascolto dell'album non sarà un viaggio ovattato.
Le liriche del disco sono tutte composte da Chris (da solo o coadiuvato), ad eccezione di Was it 26, di Don Sampson, e Tennessee whiskey, straordinaria intuizione ripescata da repertorio di Dean Dillon e Linda Hargrove, e resa in maniera talmente convincente da divenire immediatamente una degli highlight del lavoro, complici le analogie letterarie tra donna amata e i migliori distillati, cui fa riferimento il testo (You're as smooth as Tennessee whiskey / You're as sweet as strawberry wine / You're as warm as a glass of brandy / And honey, I saty stoned on your love every time).
 
Il lato oscuro dell'album è invece rappresentato da una manciata di canzoni che poco hanno di mainstream e di commerciale e molto invece della vita border line tipica del genere outlaw, ma più in generale dell'autentica disperazione delle persone sole. Da questo punto di vista pezzi come Nobody to blame, Daddy doesn't pray anymore, Might as well get stoned e soprattutto l'accoppiata The devil named music e Sometimes I cry rendono patetico ogni nostro meccanismo difensivo a controllo delle emozioni.

Questa è la materia di cui è fatto Traveller. Un album che per semplicità potete inquadrare nel genere true country, ma che possiede nel DNA ogni gene che compone quel filamento sonoro, difficile da definire ma immediato da cogliere, che caratterizza il sud degli Stati Uniti. 
Lo ascolto ormai da mesi, e quando lo rimetto nel lettore dopo aver frastornato le mie orecchie con ogni tipo di schifezza, nel momento stesso in cui partono le prime note di Traveller mi sento come se fossi a casa.



Nella foto, insieme al cd, cameo di Golia II, detto Spartaco.

giovedì 1 ottobre 2015

MFT, settembre 2015

ASCOLTI

The Sword, High country
Lindi Ortega *, Faded gloryville
Buddy Guy, Born to play guitar
Warren Haynes, Ashes and dust
Jason Isbell, Something more than free
Chris Stapleton, Traveler
Southside Johnny, Soultime!
Motorhead, Bad magic
Bachi da Pietra, Necroide
Grandpa's Cough Medicine, 180 proof
Lucero, All a man should do
Los Texmaniacs, Americano Groove
Goatsnake, Black age blues
Buddy Guy, Born to play guitar
Los Lobos, Gates of gold
Richard Hawley, Hollow meadows
Darlene Love, Introducing Darlene Love
Dave & Phil Alvin, Lost Time
Slayer, Repentless
Lucinda Williams, Down where the spirits meets the bone
The Legendary Shack Shakers, The southern surreal
J.J. Cale, The best
Joe Ely, Panhandle ramble

*

VISIONI

Mad Men, stagione 7 - parte II
The newsroom, stagione 2
Justified, stagione 4

LETTURE

Eric Clapton, autobiografia

lunedì 28 settembre 2015

Warren Haynes featuring Railroad Earth, Ashes and dust


Lo ammetto, sono tra quelli che si è stupito dell'indirizzo folk di Ashes & dust, ultimo lavoro di quell'anima irrequieta che risponde al nome di Warren Hanyes. Accantonati gli Allman Brothers Band e, per il momento i Gov't Mule, il talentuoso chitarrista non ha pensato nemmeno per un attimo di prendersi una pausa dall'attività musicale, dando invece nuovo impulso alla carriera solista. Ora, tutti sanno che Warren è un onnivoro musicale, uno che, per dire, dal vivo con i muli passa agevolmente dai Black Sabbath a Prince e che la sua ultima produzione solista aveva un'impronta soul (Man in motion, 2011), ma, per qualche strana ragione, nessuno aveva considerato che potesse avere anche un'anima profondamente rurale.
Ci pensa lo stesso Haynes a spiegare le ragioni di questa scelta, nelle note scritte di proprio pugno all'interno del booklet del cd, dove si concentra sui primi anni della sua formazione musicale, quando era adolescente e bazzicava i locali della zona di Asheville, nella natia North Carolina, dove, perlappunto, il folk (così come il blues) era di casa. E' in questo contesto che sente per la prima volta brani quali Glory road, Coal tattoo e Stranded in self-pity, che sono tra gli highligths di questo disco.
Ma il leader dei Gov't Mule, per raccordarsi degnamente con la sua primissima fulminazione musicale, ha scelto di non fare questo viaggio da solo o accompagnato da anonimi sidemen. Ha deciso invece di condividere il processo creativo di sviluppo delle sue idee, delle sue canzoni (alcune riposte per anni in un cassetto), insieme ad una formazione strutturata e dalla storia ben radicata: i Railroad Earth (quindici anni di attività e sette album all'attivo) che, non fosse per la presenza della batteria, sarebbe a tutti gli effetti una string band.

E l'importanza dei Railroads si sente eccome, non solo perchè si dividono con Haynes i titoli sulla copertina del disco, ma in virtù della profonda impronta che lasciano sul mood dell'opera. Il violino, che marchia a fuoco Is it me or you, la traccia di apertura di Ashes & dust, diventa ad esempio l'elemento distintivo di quasi tutto l'album adagiandosi su liriche che si occupano di temi sempre attuali nelle zone più depresse degli states: disoccupazione, salari da fame, esistenze ai margini della società, relazioni difficili. La già citata Coal tattoo è in questo senso esemplificativa, stesa su un tappeto sonoro che rimanda al Mellencamp di Big daddy, la canzone di Billy Edd Wheeler sembra scritta in questi tempi di interminabile crisi economica, e non quarant'anni fa. 
Se ho citato Mellencamp e sto per citare Springsteen (New year's eve ricorda molto nell'andamento Dry lighting, da The ghost of TJ) non è perchè Ashes & dust abbia un sound che debba qualcosa ad altri, ingombranti colleghi, ma perchè la fonte alla quale ha scelto di abbeverarsi Haynes è la medesima, non solo musicalmente ma anche dal punto di vista delle storie raccontate, dalla quale hanno tratto linfa i due grandi del rock americano.

E' questa la vecchia/nuova tradizione sonora dentro alla quale si infila Ashes & dust, riuscendo ad armonizzare vecchie canzoni dimenticate insieme a struggenti composizioni inedite, come la splendida Company man, o, ancora,  inaspettate cover come Gold dust woman dei Fleetwood Mac, interpretata insieme alla singer di americana Grace Potter. La propensione jam di Warren emerge verso il finale, attraverso le note Spots of time (scritta insieme a Phil Lesh dei Grateful Dead), mentre l'impronta Gov't Mule è liberata nelle conclusive  Halleluja boulevard e Word on the wind.
L'album satura quasi per intero gli ottanta minuti consentiti dal supporto digitale ma, credetemi o no, sarà per l'umore malinconico di questi ultimi mesi, non lo accorcerei nemmeno di un minuto. Così come non rinuncerei al bonus cd contenente quattro pezzi in versione demo/acustica e uno (Hallelujah boulevard) in versione live.

L'ho fatta un pò lunga. Chiudo allora limitandomi a posizionare pleonasticamente Ashes & dust tra le assolute eccellenze del 2015 e lasciando ogni commiato direttamente alle parole del suo autore.

"All the songs here represent special memories to me, and I am very excited to have finally recorded a collection, hopefully the first in a series, of these types of songs that have been a big part of my musical spirit for my whole life."
W.H.




lunedì 14 settembre 2015

Southside Johnny & The Asbury Jukes, Soultime!


Musicalmente parlando, quello della nostalgia per il passato è sicuramente uno dei temi ricorrenti del blog. E se parliamo di passato, pochi artisti appaiono demodè al pari di Southside Johnny, l'archetipo dell'outsider, dell'underdog che rimane tale, del loser che il successo l'ha sempre e solo sfiorato con la punta delle dita senza mai riuscire ad afferrarlo.
Benché il suo periodo migliore sia racchiuso negli anni dal 1976 (l'irrinunciabile I don't wanna go home) al 1981 (l'essenziale Live: Reach up and touch the sky) e alla collaborazione con Springsteen  e Little Steven, John Lyon (vero nome del musicista) è riuscito anche successivamente a scaldare i cuori dei suoi seguaci con lavori che avrebbero meritato ben altra fortuna, come ad esempio lo straripante Better days del 1991. Sempre fuori dalla luce dei riflettori, con o senza i sodali Asbury Jukes, Southside è stato costante nelle sue uscite a ritmo di una ogni due-tre anni, senza considerare i numerosi live. Per questo il lustro trascorso da Pills and ammo mi è sembrato un'eternità.
 
Soultime! giustifica però pienamente l'attesa, visto che ci consegna un artista tirato a lucido e undici episodi di una bellezza abbacinante, bagnati nell'oro liquido  dei tempi migliori. Il titolo dice tutto (ma anche no): se la partenza è infatti da cardiopalma con tre pezzi che riprendono la migliore tradizione soul della ditta di casa e una Don't waste my time che in un mondo giusto scalerebbe le classifiche dei singoli, la prosecuzione della tracklist riesce nell'impresa di non abbassare di un millimetro l'asticella della qualità complessiva, spostando orizzontalmente il mood verso un elegantissimo errebì bianco alla Style Council (Looking for a good time) e un brano che pesca a piene mani dalla blaxpotation e da un tipo come Bobby Womack (Walking on a thin line), passando per la toccante love song "adulta" Words fails me. Insomma una festa. E come ogni festa vintage che si rispetti, alla fine arrivano i lenti. E che lenti. Dal mosso con brio I'm not that loney alla ballad con bolla papale The heart always know, Johnny tira fuori il crooner che ha dentro, non lasciando scampo al nostro cuore di burro.
 
Un disco travolgente e inaspettato che celebra i sessantacinque anni di un'artista testardamente attaccato alla voglia di creare musica, nonostante il resto del mondo tenti ostinatamente di marginalizzarlo. Nella short list dei migliori dell'anno.
 

giovedì 3 settembre 2015

Orchid, Sign of the witch (EP)


Io lo chiamo effetto Audio 2. Sapete no, quel duo italiano che ha costruito le proprie fortune su una formula che copiava pedissequamente lo stile vocale e musicale di Battisti?
Certo, in quel caso si trattava di una trovata che aveva anche nell'eccezionalità dell'idea il suo punto forte, mentre per quanto concerne i Black Sabbath servirebbero le pagine gialle per citare tutte le band che li hanno presi a riferimento, soprattutto relativamente all'era Ozzy Osbourne. 
Gli Orchid (from San Francisco, attivi dal 2007), ora che gli Sword hanno deviato in maniera decisa dal sound sabbatiano, sono probabilmente gli epigoni più credibili di quel pattern che, a detta di molti, nel 1969 ha dato orgine all'heavy metal.
Questo Sing of the witch è un EP di quattro tracce che succede agli album Capricorn del 2011 e The mouths of madness del 2013 e già dalla cover mette in chiaro le intenzioni del combo, richiamando in maniera sfacciata la copertina del primo Greatest Hits del gruppo di Birmingham.
E' chiaro che un primo giudizio su operazioni di questa natura non può che essere critico, ma andando oltre l'aspetto più superficiale delle analisi, bisogna ammettere che non è esattamente semplice elaborare canzoni che suonino autentiche come gemme nascoste della premiata ditta Iommi/Butler/Osbourne al pari di  Helicopters, la open track, e Strange Winds, il brano conclusivo del disco. Entrambi i pezzi sono assolutamente convincenti nello spostare le lancette indietro nel tempo, ricreando un'atmosfera in bilico tra suggestioni oniriche e scenari inquietanti. 
Insomma, al netto di tutto, avercene di band derivative come gli Orchid.