lunedì 15 giugno 2026

Getaway! (1972)


Il rapinatore Doc McCoy si trova in carcere e, all'ennesima libertà vigilata rifiutata, decide di offrire le sue "skills" ad un politico corrotto, membro della commissione. A questo scopo invia la moglie, nonchè complice, Carol, a mettere in piedi l'affare. Il politico mantiene l'impegno e in cambio della concessione della libertà "on parole" commissiona a Doc una rapina, imponendogli la manodopera di due delinquenti di fiducia. La rapina finisce nel sangue e Doc e Carol cominciano la loro fuga, resa ancora più complicata dalle verità sulla coppia che emergono nel corso dell'inseguimento.


Prima di ogni altra cosa un doveroso ringraziamento a quelli del canale LA7 Cinema per aver restituito ai telespettatori la possibilità di recuperare film straordinari da tempo persi nella polvere degli archivi dei palinsesti (oltre a Getaway! solo in questo periodo Il cielo sopra Berlino, Brubaker e La famiglia di Scola).

Premesso ciò, cominciamo col dire che Getaway!  è uno di quei film che già in fase di produzione contiene un'anedottistica che da sola potrebbe riempire un libro (Tarantino gli dedica una trentina di pagine nel suo Cinema speculations e trova buono spazio anche nella serie dedicata alla gestazione de Il Padrino, The offer). 
L'unico elemento certo in fase di costruzione del film fu, sin dal giorno uno, il protagonista maschile: McQueen, per il resto, dalla regia, inizialmente affidata a Bogdanovich, al partner femminile, laddove la preferita rispetto alla scelta finale della reduce del successo di Love story Ali MacGraw (all'epoca moglie del capo della Paramount, Robert Evans) era Stella Stevens, (che, in effetti, aveva potenzialmente più physique du ròle), fino all'attore che doveva interpretare il sadico Rudy (il prescelto era Jack Palance, ma non si misero d'accordo sul compenso), la fase di pre produzione fu complessa e articolata. Altro elemento oggi impensabile, ma all'epoca concesso alle grandi star, era il potere di decidere il final cut della pellicola, che fu lasciato, non come sarebbe lecito pensare a Peckinpah, ma a McQueen.

Dal mio punto di vista alla fine tutto è andato al posto giusto (anche per la coppia di attori protagonisti, che lo diventeranno anche nella vita), con il mitologico Sam Peckinpah che confeziona un western moderno cinico, violento, e sporco. D'altro canto il soggetto, sceneggiato da un trentenne Walter Hill, è tratto da un romanzo di Jim Thompson che insomma, non ha mai risparmiato al pubblico la sua dose di violenza ottusa, brutalità e disillusione. Da questo punto di vista il finale, che devia da quello originale del romanzo, è l'unica perplessità che nutro rispetto alla trasposizione (anche se capisco la scelta, visto quello allucinante e cannibalesco del libro).

Andando con ordine. Peckinpah gira un incipit della pellicola strepitoso, a partire dai cervi nella radura fuori dalle mura del carcere che introducono sequenze con raccordi di montaggio improvvisi, pochissimi dialoghi, il sonoro del lavoro dei detenuti sugli orditoi meccanici ossessivo e ipnotico a sormontare le immagini e a scandire le giornate, tutte uguali, all'interno del penitenziario. McQueen recita con sguardo ed espressione e, pur non essendo certo queste doti il suo punto di forza, comunica tutto il disagio di una personalità libera su cui l'oppressione delle sbarre è fisicamente insopportabile. Sembra che da un momento all'altro possa scoppiare un azione violenta e invece, così come era iniziata, questa scena si interrompe, con la visita di Carol/Ali Mac Graw al parlatoio e la richiesta di Doc alla moglie.

Il realismo ereditato dall'opera di Jim Thompson emerge, a tratti, prima che nelle scene d'azione, girate con la consueta maestria (ma d'altro canto, tra ralenty e movimenti di macchina, quelle sono la tazza da tè di Penckinpah), in alcuni frangenti della relazione di coppia McQueen/McGraw, come nel primo momento di intimità, il cui il macho Doc rivela alla moglie tutte le sue insicurezze amatorie dopo tanti anni di prigione oppure, in senso totalmente opposto e assecondando, qui sì, uno stile jimthompsiano "in purezza" , quando Doc la schiaffeggia ripetutamente dopo la rivelazione del suo tradimento, anche se perpetrato a fin bene. Una scena, quest'ultima, che rivela il lato meno cool di un uomo duro, ma anche egoista, con una concezione patriarcale del proprio ruolo nella coppia. Una scena che oggi (giustamente o meno) avrebbe qualche problema a passare, soprattutto in un film che nasce per il grande pubblico.

La prima parte del film è quella in cui il regista si esibisce maggiormente in intuizioni innovatrici, come il flashforward di Doc e Carol che si tuffano vestiti nel fiume, messo in scena come fosse un ricordo, quindi un flashback di Doc stesso. Ma d'altro canto questa era la forza della "nuova Hollywood": una libertà creativa che permetteva di sperimentare anche dentro film pensati dalle produzioni come blockbuster.

Un capitolo a parte merita la storyline dello scagnozzo Rudy, probabilmente la parte del film che maggiormente assorbe l'ossessione di Jim Thompson per i personaggi laidi, violenti e ripugnanti. Rudy, impersonato da Al Lettieri, l'indimenticabile Sollozzo de Il Padrino, cerca di fottere Doc ma viene da lui fottuto. Lasciato per morto, vaga gravemente ferito fino a quando non trova una clinica veterinaria gestita da un medico ordinario e noioso e da sua moglie, invece procace ed esuberante. Dopo  essere stato curato obbliga non solo il marito a guidare per gli States all'inseguimento di McQueen, ma anche ad assistere alle proprie prestazioni sessuali con la di lui moglie (consenziente ed entusiasta), in una serie di sequenze rese disturbanti non solo dal contesto grottesco ma anche da come regge la scena Al: il suo ghigno strafottente, perfido e libidinoso resta nella memoria dello spettatore.

Avendo optato per un lieto fine, le sequenze più desolate e allucinate di Getaway! sono quelle girate nell'enorme discarica desertica, dove Carol e Doc arrivano dopo una fuga dentro un camion dell'immondizia che poteva essere davvero poco credibile e quasi comica, a cui la location lunare, la luce abbacinante e la sensazione di luogo alla fine del mondo (e del loro amore) restituisce invece la drammaturgia necessaria all'opera.

La colonna sonora, anch'essa voluta fortemente da McQueen, è affidata ad un grande della musica di tutti i tempi: Quincy Jones, ed è impostata su uno stile fusion-jazz-funk, molto cool all'epoca anche per l'affermazione della blaxpoitation, personalmente mi permetto di affermare che, vista la cifra complessiva del lavoro e le ambientazioni, ci avrei visto meglio un Ry Cooder o un John Lee Hooker. Ma sono gusti personali e forse la scelta sarebbe stata eccessivamente banale e prevedibile.

Consapevole che la mia opinione, oltre a contare zero non sia unanimamente condivisa, ritengo Getaway! uno dei crime/heist movie più iconici, magistrali e indimenticabili del cinema americano di genere tutto. Poi, che oggettivamente non sia il titolo migliore della filmografia di Peckinpah non fa che rendere evidente quanto questo regista abbia agito sull'immaginario cinematografico di una generazione. E di quelle a venire.

giovedì 11 giugno 2026

Due parole di ricordo su David Allen Coe


Un paio di mesi fa moriva, ottantasettenne, David Allan Coe, la penultima leggenda vivente dell'outlaw country. Ora il testimone passa al novantatreenne Willie Nelson. Ma a differenza di quest'ultimo, Coe la vita del bad guy l'ha incarnata per davvero e fino in fondo, a partire dall'infanzia disagiata, con riformatorio annesso, passando per il carcere vero da giovane uomo e l'uso e l'abuso di alcol e droghe, il tutto prima di scoprire il potere salvifico della musica che però non ha mutato il suo carattere irascibile (ne interrotto le dipendenze). 
Tutto ciò gli ha creato nell'ambiente una "reputazione" che non solo ha influenzato artisti country a pacchi ma l'ha reso anche un riferimento intergenerazionale e trasversale ai generi musicali, tantè che nel 2006 registra Rebel meets rebel, un intero album assieme ai Pantera (ad eccezione di Anselmo), unica volta in cui Darren, Brown e Paul abbiano registrato qualcosa assieme al di fuori del monicker texano. 
Altra differenza dalla modalità "peace and love" di Nelson la sua attitudine costantemente provocatoria e irriverente, che l'ha portato, credo unico a questi livelli, a registrare una serie di canzoni "hot" (Cum stains on the pillow, per dare un esempio della poetica) ovviamente tagliate fuori da qualunque possibilità di diffusione mainstream e raccolte nell'album X - Rated hits

DAC era un personaggio rientrante appieno in un pattern comportamentale a noi alieno, ma abbastanza diffuso in determinate zone degli USA del sud. Faceva parte cioè di quella tipologia di persone rivendicanti un tipo di libertà avulsa da qualunque regola imposta dallo Stato, incluse tasse, diritto a portare armi, limiti di velocità e via dicendo. Cowboy moderni nelle loro intenzioni, in realtà, spesso, teste calde reazionarie per le quali probabilmente Trump è troppo morbido.
Un tizio così non poteva che essere un eroe per Hank 3, che lo include tra i suoi Country heroes, nella meravigliosa canzone omonima e ci incide assieme un singolo (The outlaw ways). Del mio disco oggetto dell'immagine correlata a questo breve post ho già parlato qui (trattasi di raccolta con il meglio della produzione dei primi dieci anni di carriera, i migliori), quindi per una volta non mi dilungo sull'opera, ma sul ricordo di un artista controverso ma autentico, anche nei suoi aspetti meno condivisibili.

lunedì 8 giugno 2026

Un mio disco in dieci righe: Lenny Kravitz, Let the love rule (1989)


Ammettiamolo: Lenny Kravitz ha rotto il cazzo. E non da oggi. Tuttavia non è sempre stato così. Al tempo del suo primo album, nel 1989, ben prima quindi che egli diventasse "l'ambasciatore del rock style", Lenny debuttava con un disco pieno di idee, certo, derivativo dalla black music dei suoi avi, ma animato da una grande urgenza comunicativa. Let love rule manca forse del singolone spaccatutto (qualcuno ha detto Are you gonna go my way?) ma compensa con una grande coesione  tra i brani e un autentico spirito di struggimento sociale in ottica black pride. In questo senso si segnalano Mr Cab driver, Does anybody out even care, Freedom train, la straziante Rosemary, mentre in ambito relazioni a due troviamo ovviamente la title track e I build this garden for us. Se il riferimento dei successivi Mama said e Are you gonna go my way richiama esplicitamente Hendrix, qui il mood è decisamente più smooth, quasi a scomodare Al Green. Nota a margine: ai testi collaborava l'allora moglie Lisa Bonet, in seguito attrice affermata. Un ascolto su cui torno ciclicamente. 

lunedì 1 giugno 2026

Recensioni capate: Morte cucina (2025)


Guardi la locandina di Morte cucina e pensi ad un horror con sconfinamenti comedy. Sbagliato. Questo film thailandese girato da Pan-Ek Ratanaruang ha dentro tanti (forse troppi?) ingredienti (per restare in tema) e alla fine si rivela come una delle cose più bizzarre che mi sia capitato di vedere di recente. 
Se vogliamo collocare la trama in un genere possiamo definirlo un rape and revenge, ma sarebbe decisamente riduttivo. La vendetta della vittima, interpretata da Bella Boonsang, consiste nell'uccidere il suo violentatore, ad anni di distanza, attraverso cibo squisito di cui lui si ingollerà volontariamente, giorno dopo giorno. In questa fase il film si muove tra la promozione gastronomica locale e La grande abbuffata di Ferreri. Il finale vira ulteriormente, e in maniera davvero inaspettata, addirittura sulla necrofilia, con una coda sovrannaturale in linea con alcune credenze religiose thailandesi. 
Non tutto è a fuoco, ma in il regista trova decisamente la strada per imprimere nella memoria la sua opera. 


Sky Primafila