A fine 1998, forse un pelo fuori tempo massimo, usciva la raccolta di inediti e outtakes più attesa nella storia del rock. Finalmente Springsteen apriva i suoi profondissimi archivi e "regalava" ai suoi fans sessantasei tracce inedite che fino a quel momento, ma solo in piccola parte, gli accoliti erano riusciti a recuperare comprando tutti i 45 giri, le colonne sonore (anche le più infami) e i boolteg in cui erano presenti pezzi mai pubblicati su dischi eponimi del Boss. La raccolta in quattro CD si chiamava Tracks e senza dubbio alcuno esprimeva la meticolosa pazzia di Springsteen che gli faceva lasciare fuori dagli album pubblicati una serie di canzoni che spesso poco o nulla avevano da invidiare al livello medio alto della sua produzione ufficiale. Difatti il tour che ne seguì, con la reunion della E Street Band, fu forse il migliore dopo la leggendaria epoca 73-85. Ma questo è un altro discorso.
Quasi trent'anni dopo, nel 2025, Bruce riapre gli archivi con un volume secondo di quell'operazione, composto addirittura da sette CD (per quelli a cui ancora interessa la dimensione fisica della musica). In maniera secondo me seria e intelligente, l'artista si occupa quasi esclusivamente di periodi successivi a quelli coperti da Tracks, che andavano dal 1972 al 1991. Altra sostanziale differenza dal volume precedente è rappresentata dal fatto che sei dei sette dischi di Tracks II sono album fatti e finiti, che Bruce decise volta per volta di non pubblicare.
Unica eccezione alle due regole, L.A. garage sessions '83, il primo disco in ordine cronologico che ci viene proposto, che copre un periodo già presente nel primo Tracks (il 1983, appunto) e non è un album finito, ma una serie di session temporalmente collocate tra Nebraska e Born in the USA registrate dal Boss in solitudine ma con, diciamo, un'attitudine più roccheroll rispetto a quelle del disco raccontato da Deliver me from nowhere, libro di Zanes e biopic di Scott Cooper.
Il disco si apre, oserei dire finalmente!, con il santo Graal di tutti i fans del Boss, quella Follow that dream goduta sui bootleg e sofferta dal vivo (a causa dell'avarizia di Springsteen nel proporla). Il brano fa parte del repertorio "minore" di Elvis Presley, ma nelle mani di Bruce rinasce dalle sue ceneri, con un'intensità completamente diversa e parte del testo modificato. Un pezzo autenticamente imperdibile, anche se arcinoto, per chi, ahilui, segue il Jersey Devil da decenni.
Altri brani qui presentati in versioni rough, ma già pubblicati come B-sides di singoli o inediti dentro raccolte sono Shut out the light, Johnny bye bye e County fair, mentre My hometown (che chiudeva la tracklist di Born in the USA e faceva parte delle sessions di Nebraska) emerge nella sua ruvida e scarna bellezza primordiale, con uno straniante cantato ai limiti del falsetto.
Volendo evitare una recensione track by track, mi soffermo ancora su alcuni titoli meritevoli, dentro un disco che raccoglie diciotto canzoni dalla qualità altalenante. Il rockabilly di Don't back down on our love o di Don't back down e gli abbozzi pop seventies di Little girl like you o Seven tears sono illuminanti su come Bruce, a condizioni di isolamento analoghe a quelle che lo portarono a concepire e realizzare Nebraska, fosse decisamente uscito da quel periodo artisticamente irripetibile ma umanamente oscuro, dal quale in quest'opera di recupero resistono come testimonianze artistiche le sole Richard Whistle e Fugitive dreams (proposta in due versioni). Sugarland è invece un altro pezzo molto amato e presente su diversi bootleg, in qualche modo, per l'assonanza delle tematiche, fratello minore della leggendaria This hard land , mentre in ambito ballate d'amore e d'abbandono emerge il pop autoriale e malinconico di Unsatisfied heart.

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