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lunedì 8 aprile 2019

John Mellencamp, Other peolple's stuff (2018)

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A metà degli ottanta, anche se era una disputa tutta americana e tuttalpiù riservata a nerd italiani appassionati di blue collar rock (come chi vi scrive), la contesa per il trono di true rocker era tra Springsteen e Mellencamp. Poi entrambi hanno virato. Bruce prima sull'introspezione di Tunnel of love e poi smarrendosi e ritrovandosi, John in maniera più salda anche se meno redditizia, sulle radici popolari della musica a stelle e strisce. 
Negli anni l'ex coguaro ha continuato su questa sua personale ricerca, assumendo il ruolo, pressochè incontrastato, di traghettatore delle tradizioni, che propone amalgamandole al suo inconfondibile sound.
Così i violini e la fisarmonica si armonizzano con le sue ritmiche, i suoi refrain ancora irresistibili, la sua meravigliosa voce che il tempo ha reso ancora più roca e struggente.
Al volgere del 2018, dopo aver pubblicato il non meno che ottimo Sad clowns and hillbillies, Little Bastard licenzia un secondo lavoro, oggetto della presente recensione.
A dirla tutta Other people's stuff non è un disco di canzoni nuove, bensì un patchwork con brani altrui (da qui il titolo) pubblicati nel corso degli anni da Mellencamp sui propri lavori o su vari tribute album.
A differenza dello strepitoso Rough Harvest (1999), le tracce non sono nemmeno re-incise, ma solo selezionate e messe in fila una dietro l'altra.

Con queste premesse, in teoria nemmeno il più accanito fan potrebbe trovare motivi di interesse nell'ascolto di questo lavoro. 
E invece il disco suona come se fosse un'uscita a sè stante, e non una raccolta, in qualche caso ci riporta alla memoria grandi canzoni del passato, come To the river, da Human wheels, Teardrops will fall (di Wilson Pickett) o Stones in my passway (di Robert Johnson) da Trouble no more; in altre si pesca dal nuovo Sad clowns and hillbillies (Mobile blue) o dal già citato Rough harvest, come per il traditional In my time of dying, tuttavia è indubbio che, per quanti conoscono a memoria il repertorio dell'ex Cougar, gli spunti interessanti arrivino dai brani regalati negli anni alle varie compilazioni di tributo, come Dark as a dungeon (resa celebre da Johnny Cash), Wreck of the old 97 (interpretata da Guthrie, Seeger e lo stesso Cash), Eyes on the prize (traditional ripreso anche da Springsteen) e I don't know why I love you di Stevie Wonder.
Stupisce, visto il profilo del lavoro, l'assenza di Wild night di Van Morrison, la cover più famosa di Mellencamp contenuta in Dance naked.

In conclusione Other people's stuff sarà anche un disco prescindibile, ma sfido chiunque ad ascoltarlo restando indifferente.


lunedì 4 marzo 2019

Cody Jinks, Lifers (2018)

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E al decimo anno di carriera discografica Cody Jinks sfornò il capolavoro.
Il settimo disco del texano è un lussuoso compendio di musica americana, con l'aggiunta di uno scatto in avanti in tema di lyrics, aspetto che non è mai stato sottovalutato da Jinks, ma che qui trova davvero il suo apice, collocando l'artista a fianco dei migliori del suo tempo (Sturgill Simpson e Chris Stapleton i primi che mi vengono in mente), ma con molto meno attitudine snob, se capite cosa intendo.
L'album parte forte, e non si ferma più. Holy water è un pezzo rock arioso, entusiasmante nel suo incedere gioioso con protagonisti i soliti splendidi losers senza speranza in cerca di redenzione. Ma siamo solo all'inizio, perchè con Must be the whiskey Cody piazza un'altro pezzaccio che già è entrato nel ristretto lotto dei preferiti dei fans del countryman (i classici Mamma song; Cast no stones; David), un brano che sul refrain chiama spontaneamente il singalong come solo le grandi canzoni sanno fare. 
Anche tutti quelli che aspettano l'artista country alla prova della love song non possono che essere soddisfatti, dal risultato che Cody mette a disposizione nella tracklist: Somewhere between I love you and I'm leavin' possiede infatti le stimmate della perfetta canzone d'amore redneck, con quel lirismo che riesce ad essere al tempo stesso altamente poetico ed arrivare immediatamente al cuore.
Ma siccome Jinks è anche un performer collaudato da anni di concerti (anche) nei locali più malfamati dell'intera bible belt, sa quando arriva il momento di fare baldoria e lo dimostra piazzando nella raccolta due sconquassanti pezzi honky tonk (Big last name e Can't quit enough) che farebbero ballare anche uno scaldabagno, alternati ad un'accorata traccia folk quale è la title track e un paio di cowboy songs che rispondono al nome di Desert wind e Colorado.

Lifers è dunque un disco bellissimo e imprescindibile, che mi ha imposto di utilizzare una pratica, quella della recensione track by track, che non amo molto, alla quale però, dato il livello delle composizioni, ho dovuto cedere.
Il musicista texano, alla soglia dei quarant'anni e dopo una traiettoria artistica invidiabile, riesce a superare in maniera tutt'altro che scontata l'ottimo precedente lavoro I'm not the devil, lanciandosi nell'olimpo dei rappresentanti del true country e dell'americana a tutto tondo.

lunedì 25 febbraio 2019

Springsteen on Broadway (2018)

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Durante la sua più che cinquantennale carriera, Bruce Springsteen si è differenziato da molti dei suoi colleghi per la pervicace ricerca di una relazione col suo pubblico che andasse oltre una, seppur coinvolgente, esecuzione di brani dal vivo. 
Chi, in epoca analogica, si è consumato le orecchie su bootleg che fino alla metà degli ottanta erano l'unica testimonianza dell'attività live dell'artista del New Jersey, è ampiamente abituato ai lunghi spoken che facevano da prologo alle canzoni, o ne costituivano un propellente integrato alla composizione originaria. 
Più tardi se ne trova testimonianza anche sui live ufficiali, a partire dal mitologico Live 1975 - 1985, con l'introduzione a The river imperniata sull'adolescenza di Bruce, sul rapporto con la musica e con il padre.
Ma è stato, a mio avviso, con il tour del 1988, quello partito a seguito della pubblicazione di Tunnel of love, che un Bruce maturo, desideroso di affrancarsi dall'immagine preconfezionata di blu collar rocker, si spinge ancora più in là, cercando di trasmettere ai propri fans un messaggio di collettività, di famiglia, di crescita, attraverso un momento del concerto nel quale Bruce e Clarence Clemons, seduti su una panchina al centro del palco, discutevano del passato e del futuro, con un passaggio sui figli di Big Man (Springsteen sarebbe diventato padre da lì a poco).

Dal 1988 inizia per il boss una lunga iato dall'attività pubblica, nella quale, pur non smettendo mai di scrivere e registrare, si occupa della sua vita privata, e della nascita dei figli, concedendosi delle rare occasioni pubbliche usate come road test delle nuove composizioni.
In questo senso, la partecipazione allo show benefico Christic Institue Benefits è entrata nella memoria collettiva di tanti fan. Per la prima volta (ricordiamoci che Nebraska, disco in solitaria del 1980, non ebbe alcun tour a supporto) uno Springsteen dimesso e quasi introverso, si presenta da solo davanti ad un pubblico affamato della sua energia, chiedendo di non fare chiasso e di non accompagnare la sua esibizione con cori o urla, per poi mettere in fila una trentina di canzoni tra classici e (allora) inediti. 
Bruce voleva esprimere, senza giri di parole, un cambiamento nel suo modo di comunicare: dove c'era adrenalina, festa e sudore voleva ricreare empatia e profondità. Difficile, quando sei una rockstar planetaria, ma non impossibile se hai quel tipo di feroce determinazione.
Negli anni a venire questo desiderio di Springsteen si è riaffacciato ad intermittenza, penso ai tour di The ghost of Tom Joad o a quello, per me ancora più intenso, di Devils and dust, senza che i semi di questa urgenza smettessero di germogliare, accompagnando il trascorrere degli anni.

All'inizio del 2017 il Boss dà alle stampe la propria autobiografia (ne ho parlato qui), ma la sua urgenza comunicativa non è evidentemente soddisfatta, se qualche mese dopo, il 12 ottobre, Bruce si imbarca, per la prima volta, in uno spettacolo a Broadway, nel quale la parte dedicata allo storytelling ha lo stesso spazio, se non addirittura superiore, a quella dedicata alle canzoni. Per i più pignoli e completisti è bene ricordare che già nel 2005, nell'ambito di un programma della rete VH1, Springsteen fece un'operazione analoga, anche se più breve e meno intima e personale. Qui invece l'artista riprende i passi principali della sua autobiografia, partendo dalla sua infanzia e dal rapporto con le due comunità (irlandese e italiana) dei suoi genitori e toccando cronologicamente i punti seminali della sua vita e della sua carriera.
Nel piccolo Walter Kerr Theatre (meno di mille posti) il pubblico ci mette un pò ad entrare nel mood dello spettacolo, le variazioni di tono di Bruce non sempre vengono colte, ma quando l'esibizione entra nel vivo si crea anche la giusta sintonia, e con essa i momenti di ilarità e di commozione. 
Lo stesso Springsteen appare meno disinvolto di quando esegue i suoi canonici concerti, anche se, probabilmente, questa sorta di timidezza diventa un valore aggiunto, dovendo giudicare la sincerità dell'operazione.
Nelle oltre due ore di esibizione trovano spazio i ricordi di infanzia, i luoghi dell'anima, la moglie Patti, che lo accompagna per qualche brano. 
Bruce si accompagna alternando chitarra, armonica e pianoforte, riuscendo ogni volta a far vibrare le vecchie assi del palcoscenico.
La parte emotivamente più intensa è senza dubbio quella in cui Springsteen, rievocando uno degli ultimi momenti col padre, non riesce ad impedire agli occhi di riempirsi di lacrime.
La scaletta prettamente musicale ripercorre la carriera di Springsteen, ma per fortuna non è un greatest hits. Infatti, accanto a classiconi quali Thunder road, Born to run, The promise land, Dancing in the dark o Born in the USA, trovano spazio piccole gemme che rispondono ai titoli di My father's house, The wish oltre ad una canzone che considero tra le migliori  in assoluto di Bruce (pur appartenendo al repertorio dei novanta) e che ogni volta mi infonde dolcezza e malinconia: Long time comin'

Dentro questo spettacolo imperfetto vive la quintessenza della magia di Bruce Springsteen, un uomo e un artista che ha fatto di integrità e di onestà intellettuale le proprie bandiere. Che magari si è lasciato sedurre dal narcisismo tra un trapianto di capelli e un botulino, ma che non ha mai perso quello sguardo di entusiasmo infantile negli occhi, quel rapporto con i fans, quell'esigenza di trasmettere il vero. Sarà anche per questo che lo show, dal mese di programmazione inizialmente previsto, è andato avanti per oltre un anno e 236 repliche. 

Insomma, quest'uomo qui, che a settembre compirà settant'anni, sembra avere ancora molte cose da dire e diverse modalità comunicative per farlo.

lunedì 28 gennaio 2019

Whitey Morgan and the 78's, Hard times and white lines (2018)

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Col tempo la memoria comincia a fare cilecca, e allora ultimamente mi impongo di rileggere le mie vecchie recensioni prima di tornare a scrivere dello stesso artista.
Per fortuna l'ho fatto anche per Whitey Morgan, altrimenti vi avrei propinato paro paro l'incipit di Sonic ranch del 2015. Perciò, se lo desiderate, andate e leggerlo e passiamo oltre.
A 38 anni Eric Allen aka Whitey Morgan, assieme ai suoi ormai consolidati 78's, rappresenta quanto di meglio il country/honky tonk possa esprimere. 
Musica densa, sincera, pregna di vita, emozionante, suonata e interpretata come se da questo dipendesse la sopravvivenza dei musicisti coinvolti.
Insomma, una garanzia granitica confermata ancora una volta quando parte la melodia dimessa, malinconica di Honky tonk hell, che apre l'ultimo lavoro del gruppo: Hard times and white lines.
Le classiche caratteristiche del genere outlaw sono tutte presenti nelle liriche di Morgan, il male di vivere affogato nel whiskey e in qualunque altra sostanza (Bourbon and the blues; Hard to get high), la frustrazione derivante dal non avere un posto dove stare (Around here), le storie d'amore (ovviamente) tormentatissime (What am I supposed to do) e l'autentica passione nel suonare la musica del sud degli states, che sfocia in una cover meravigliosa del classicissimo blues degli ZZ Top Just get paid e di Carryin' on del maestro Dale Watson.
Lunga vita a chi tiene duro in questo modo. Lunga vita a Whitey Morgan.


lunedì 21 gennaio 2019

Van Morrison, The prophet speaks (2018)

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Sfida impossibile per il recensore di Van Morrison. Parlare della sua musica senza riferirsi ad essa ricorrendo alla locuzione "di classe". 
Proviamoci. 
Il settantatreenne artista nordirlandese arriva a quota quaranta dischi in carriera (quarantadue, se consideriamo anche quelli con i Them) in uno stato di forma portentoso.
Non sono tra quelli che appena c'è una nuova release di Van the Man si scapicolla ad ascoltarla o che, a prescindere, si spertica in lodi preventive.
Di fatto, non ascoltavo materiale nuovo di Morrison dai tempi di Down the road (2002), mentre, e non potrebbe essere altrimenti, le pietre miliari del passato ciclicamente fanno capolino nelle mie playlist (devo citarle? Astral week; Moondance; Saint Dominic's preview; la collaborazione coi Chieftains Irish heartbeat;il live It's too late to stop now...).

Non so come il dio della melodia ha voluto che inciampassi in questa sua ultima fatica, ma, ancora una volta, grazie a lui il miracolo della vera musica dell'anima mi ha investito con la sua luce rigenerante.
Dentro The prophet speaks Van Morrison riarrangia otto standards, sommandoli a sei inediti, regalandoci un compendio straordinario di old time music che, a volte anche all'interno dello stesso brano, passa con naturalezza dal blues al jazz al soul all'errebì.
Supportato da una band non meno che straordinaria (nella quale spicca il polistrumentista Joey De Francesco), Van vola altissimo su composizioni, tra gli altri, di John Lee Hooker (Dimples), Solomon Burke (Gotta get off my mind); Sam Cooke (Laughin' and clownin') e Willie Dixon (I love the life I live), oltre a regalarci una manciata di brani nuovi che riportano le lancette dell'orologio indietro di quarant'anni (Got to go where the love is; Ain't gonna moan no more; Spirit will provide). 
E quando parte 5 am Greenwich mean time, con quel celestiale vocalizzo "dan-de-dan-dana" il tempo si ferma, e ovunque tu sia, vorresti che quel momento non finisse mai.

Mamma mia, Van, che classe!
Ups...

mercoledì 16 gennaio 2019

Ghost, Prequelle (2018)

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Il dibattito sull'effettivo valore degli svedesi Ghost è sempre aperto, nonostante dal loro esordio "anonimo e mascherato" del 2010 molte cose siano cambiate, a partire dalla rivelazione delle identità dei componenti della band e dalla causa intentata (e persa) dai primi componenti del combo contro il leader Tobias Forge, motivata da mere questioni economiche.
Per quello che mi riguarda però, con questo Prequelle le discussioni stanno a zero. I Ghost tirano fuori un disco incredibile ed intenso, ricco di sfumature stilistiche, senza steccati musicali, dove l'ambito metal centra più per un certo tipo di immaginario proposto (il look, la copertina del disco) che per contenuti.
Per un disco così vario dovrei riprendere le vecchie abitudini e scrivere una recensione "track by track", tanto il mood è spiazzante canzone dopo canzone. 

L'inizio porta sulle spalle la maggiore eredità del filone hard rock nel quale la band continua ad essere inserita, grazie alla potente ma malinconica Rats che ci introduce nel mondo Ghost. Una volta però chiuso il cancello d'ingresso e mosso qualche passo (Faith)  la strada si rivelerà meno decifrabile e più imprevedibile che mai.
L'album infatti trova il suo picco artistico a partire da metà tracklist, con lo strumentale Miasma, ricco di pathos e suggestioni, e nella cui parte finale esplode inaspettato e meraviglioso un sassofono (strumento assolutamente fuori dal canone metal). A seguire arriva Dance macabre un pezzo, che per quanto sia follemente arioso e debitore di certo AOR di fine settanta (Journey?), già a partire dal titolo induce a pensare che la linea di testo "voglio stare con te sotto la luce della luna" sia un pò più oscura di quanto normalmente sia lecito aspettarsi. 
Per quanto a noi italiani ricordi direttamente l'immortale battuta del film Non ci resta che piangere, Pro memoria è un altro apice del disco, con l'ineluttabilità dei suoi versi (don't you forget about dying / don't you forget about your friends death / don't you forget that you will die) e l'incedere struggente, richiamato successivamente anche dal secondo strumentale Helvetesfonster, avvolge l'ascoltatore in una densa foschia sulfurea.
C'è spazio ancora per una traccia classic rock settantiana (Witch image) che avercene oggigiorno e per la funerea conclusione di Life eternal, altro big one dell'opera.
La finisco qui, aggiungendo solo che nell'edizione deluxe del CD sono presenti due bonus track, la scolastica ma divertente It's a sin dei Pet Shop Boys, e la ben più intensa Avalanche di Leonard Cohen.

Per Bottle of Smoke il dibattito sui Ghost si chiude qui, grazie ad un album che fa quello cui la musica dovrebbe essere deputata: regalare mille suggestioni in maniera trasversale a generi ed etichette, ma sempre ad alto tasso emozionale.

lunedì 7 gennaio 2019

Eminem, Kamikaze (2018)

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Ho sempre pensato che la migliore ispirazione dei rapper bruci più forte di quella degli altri artisti e che, come conseguenza diretta, si esaurisca anche prima. Sono tanti gli esponenti di questo genere che dopo il secondo-terzo album hanno cominciato ad arrancare vivendo del loro fulgido passato prossimo, sfornando lavori insinceri, privi della cattiveria, del veleno di strada che, assieme all'urgenza comunicativa, fungevano da potentissimo propellente iniziale.
Anche Eminem è scivolato in questa spirale. Infatti, nonostante l'affetto dei fan sia rimasto forte e i suoi dischi si siano sempre venduti bene, è indubbio che nei lavori più recenti (soprattutto quelli a cavallo tra gli anni zero e i dieci) la straordinaria verve di Marshall Mathers fosse annacquata tra produzioni troppo pulite e featuring non sempre azzeccati.
E' allora strabiliante come, a pochissimi mesi dal mestiere di Revival (dicembre 2017), ad agosto 2018, questo Kamikaze (album uscito, praticamente a fari spenti) ci restituisca un Eminem in forma smagliante, avvelenato ed ispirato come da tanti anni non lo si sentiva.
Dietro ad una copertina tributo al grandioso Licensed to III dei compianti Beastie Boys, il rapper del Missouri torna a spiegare le vele del suo inconfondibile flow per tredici pezzi e tre quarti d'ora di musica che tolgono il fiato (letteralmente: come nel caso di Lucky you), tengono botta senza annoiare mai con il loro inevitabile carico di dissing (quello contenuto in Not alike, contro il rapper Machine Gun Kelly, ha dato vita ad un botta e risposta in rime che è andato avanti settimane) misoginia e omofobia. 
Ma questo è Eminem e non lo scopriamo oggi.
E comunque io di rap non ne capisco un cazzo.

lunedì 31 dicembre 2018

2018: un consuntivo musicale (niente classifiche)

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Torno a postare sul blog dopo un paio di settimane di inattività causato da un periodo di ferie in cui ho fatto altro (soprattutto girare di casa in casa di parenti a mangiare come non ci fosse un domani, oltre a qualche lavoretto domestico) ma, devo ammetterlo, anche per un calo di stimolo creativo.
E allora il modo migliore per riprendere la penna in mano è affrontare subito quello che, storicamente, è sempre stato un obiettivo per me irrinunciabile, al quale mi approssimavo con una tale solennità da mandarmi in fibrillazione già da novembre e fino alle prime settimane dell'anno nuovo: la classifica dei migliori dischi dell'anno.
Nel 2018 è successo però qualcosa di diverso, ma tutto sommato inevitabile.  
Nell'equazione degli ascolti musica nuova/musica stagionata, si è verificato il sorpasso della seconda sulla prima.
Sarà che alla fine "la questione generazionale" ha prevalso (in questo senso il traguardo dei cinquanta ha un significato non solo simbolico) ma, pur prestando l'orecchio a tante, tante, new releases, non ne ho approfondite (che per me significa ascoltarle per un orizzonte temporale minimo di un paio di settimane) poco più di una ventina, e pertanto non aveva molto senso stabilire il disco dell'anno dentro un lotto così limitato di titoli.

L'avessi fatto, il podio sarebbe probabilmente andato ex aequo a Jack White, con il suo spiazzante Boarding house reach e, anche per un'intensa forma d'affetto, a Lindi Ortega, con l'album della rinascita Liberty.
Scelte queste che però non avrebbero rispecchiato il reale mood degli ascolti, che ha visto una prevalenza metal (ben rappresentata dal sorprendente Firepower dei redivivi Judas Priest) oltre a, anche se nel blog non ne esiste praticamente traccia, molto rap/hip hop dei novanta (NWA, 2pac, Wu Tang Clan, Nas, Eminem), in una gratificante sinergia di influenze col mi figliolo.
Da qui la scelta liberatoria di procedere, per la prima volta, a non stilare la top dell'anno.
Che sia questa la futura linea editoriale, o solo un'opzione estemporanea, solo il tempo lo dirà. 
Intanto, nei prossimi mesi, dovrò misurarmi con l'inizio di un nuovo percorso del mio mestiere. Un percorso che un pò mi spaventa, che aumenta il carico di responsabilità e che potrebbe sottrarmi ulteriore tempo ed energie mentali per scrivere delle mie abituali amenità sul blog. 
Que sera, sera. Per il momento, buon 2019 a tutti!

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martedì 18 dicembre 2018

Bloodbath, The arrow of Satan is drawn

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I Bloodbath sono un superguppo che raccoglie elementi della scena svedese per dare forma e sostanza ad un death-metal decisamente old school.
Contrariamente a quanto succede per molte operazioni di questa natura, i Bloodbath sono attivi da oltre quindici anni, periodo nel quale sono stati sfornati cinque dischi in studio più un paio di, rispettivamente, EP e testimonianze dal vivo.
Ad oggi sono della partita, chitarra e basso dei Katatonia (Anders Nystrom e Jonas Renkse), la batteria degli Opeth (Martin Axenrot), la seconda chitarra, dei Craft (Joakim Karlsson) e il mitologico Nick Holmes dei Paradise Lost alla voce.
Personalmente li avevo approcciati con il precedente Grand morbid funeral del 2014, ma è con questo The arrow of Satan is drawn che ci ho preso veramente gusto.
Potrebbe valere il discorso fatto per il recente I loved you at your darkest dei Behemoth, vale a dire che è l'elemento accessibilità dentro un'opera di metal estremo a fare breccia nel gusto di uno che normalmente bazzica poco il marciume sonoro (e che per il ragionamento inverso lascia indifferenti i fan integralisti del genere), a fare la differenza, tuttavia, anche qualora pezzi quali Deader, Levitator, Fleischmann o Bloodicide (che vede la gradita ospitata di Jeff Walker dei Carcass, John Walker dei Cancer e Karl Willets dei Bolt Thrower) sgorghino più dal mestiere che dall'urgenza comunicativa, il piacere nel suonare e risuonare il disco resta immutato.
Nel giudizio complessivamente positivo rientra anche l'apprezzamento per la copertina, elegante e disturbante al tempo stesso.

lunedì 10 dicembre 2018

U.D.O., Steelfactory

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Se ci fosse una graduatoria dei più improbabili fisici da metal singer, Udo Dirkschneider la vincerebbe a mani basse. Il sessantacinquenne ex frontman degli Accept non è mai ricorso a nessun tipo di intervento estetico per mitigare gli effetti del passare del tempo sulla sua immagine. Basso, tarchiato, con una pancia da birra di tutto rispetto, sembra più un pensionato che ha passato quarant'anni a fare il fabbro ferraio, piuttosto che una rockstar.
Ma forse è proprio questo l'elemento che me lo rende più vicino e simpatico. Al motto di "bando alle ciance e ai look elaborati, if you want heavy metal, you've got it", il buon Dirkschneider assieme alla sua ormai fidata band U.D.O. ha dato da poco alle stampe il suo diciassettesimo album in trent'anni.
E, beh, non serve che mi dilunghi troppo sullo stile di Steelfactory: classici riffoni che vanno giù dritti, ritornelli intonabili anche dopo averli ascoltati mezza volta e nessuna paura di cadere nel kitsch, al punto da inserire, durante il guitar solo di una traccia (Blood on fire), un classico fraseggio da tango di balera.

Insomma, via col lissio. Pardon, col metal.

lunedì 3 dicembre 2018

Salmo, Playlist

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Anche se Bottle of smoke ha tutt'altro orientamento musicale, seguiamo con una certa attenzione la scena rap italiana, soprattutto quella parte che potremmo definire old school e che esula dalle fenomenologie del momento (trap e compagnia bella).
E' pertanto bizzarro essere arrivati solo ora ad approfondire la musica di uno dalla forte personalità come Salmo, che, con Playlist, è arrivato al quinto lavoro in sette anni.

In ritardo o meno, è già un paio di settimane buone che questo album è in alta rotazione nei miei ascolti senza che sia venuto a calare interesse e voglia di metterlo su da capo.
Diciamo che condivido con l'artista sardo (all'anagrafe Maurizio Pisciottu) la critica verso quell'ostentazione dell'eccesso, tema costante dei colleghi di rime cafoni arricchiti, che Salmo mette alla berlina nelle tracce Ricchi e morti e Dispovery channel. 
Tuttavia, oltre questo aspetto, Playlist si è guadagnato la mia attenzione anche in virtù di altre tracce dirette e potenti, quali 90min o Stai zitto (feat. il Fibra nazionale che nel suo pezzo "assolve" la trap sostenendo che "a 18 anni mica scopi se ascolti gli Slayer"). 
Restando nei fenomeni giovanili, totalmente evitabile  il featuring con Sfera Ebbasta, una sorta di coalizione in polemica risposta con la rivista Rolling Stone, che aveva messo un pò artificiosamente l'uno contro l'altro. Il brano in questione (Cabriolet), anche se si sente canticchiare in ogni dove, è a mio avviso debolissimo, soprattutto rispetto alla media del disco.
Verso la fine della tracklist Salmo si toglie anche lo sfizio di inserire Tiè, un breve pezzo strumentale nel quale torna al suo primo amore, la batteria.

Sarebbe facile per me definire Playlist disco rap italiano dell'anno, visto che non ne ho ascoltati altri. 
Mi limito allora ad affermare che con questo album ho appagato la mia personale esigenza del genere, per l'anno 2018.

lunedì 26 novembre 2018

Dee Snider, For the love of metal

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Gli appassionati di metal di lunga data, che, oltre ad ascoltare questo genere, non hanno mai smesso di leggerne le gesta su riviste, libri e, ovviamente, la rete, hanno fatto il callo all'incoerenza dei propri beniamini. 
Non si indignano più se cambiano idea più spesso di quanto si lavino i capelli (per quelli che ancora ne hanno). Niente di scandaloso quindi se il mitologico Dee Snider, dopo aver seppellito i Twisted Sister, e dopo aver dichiarato di volersi affrancare dal metal, abbia rilasciato un disco dal titolo... For the love of metal.
Le perplessità semmai possono emergere dall'ascolto dei brani dell'album, scritto e prodotto da Jamey Jasta degli Hatebreed (in pratica in buon Dee si è limitato a raggiungere gli studi di registrazione per interpretare le dodici tracce), visto il sound pompato e modaiolo delle composizioni, che rimanda, oltre agli stessi Hatebreed, ai Five Finger Death Punch e alla roba che tanto piace alle moderne piattaforme musicali, siano esse televisive o social.
Un lavoro questo nel quale è praticamente impossibile rintracciare l'identità artistica di Snider, annullata in favore di un mood totalmente spersonalizzante. 
Le canzoni possono anche essere piacevoli ad un ascolto distratto, ma, ad eccezione dell'intensa Dead Hearts (love the enemy), il cui testo verte sul bullismo, cantata assieme ad Alissa White-Gluz degli Arch Enemy, si ha sempre l'impressione di trovarsi davanti ad un prodotto usa-e-getta, mentre noi dall'icona Dee Snider ci aspetteremmo sempre qualcosa di più.

giovedì 15 novembre 2018

Cliff Westfall, Baby you win

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Tipo interessante, questo Cliff Westfall. Born and raised in Kentucky, patria del blugrass, quando inizia a suonare si orienta al cowpunk, prima di lasciare la terra del whiskey e trasferirsi a New York, dove finalmente riesce a pubblicare il suo debutto Baby you win.
Cosa aspettarsi da un musicista del sud con precedenti in formazioni punk,  che si sposta nella grande mela e si avvale di un produttore (Bryce Goggin), abituato a lavorare con l'indie dei Pavement e il punk dei Ramones (ma anche con Anthony and the Johnsons)?
La risposta, imprevedibile, è un classicissimo album di honky tonk country, dalle melodie tradizionali e i testi rispettosi della grammatica richiesta, capace di rinverdire un genere tanto popolare quanto sputtanato.
Funziona tutto dentro questo album, dall'approccio vocale di Westfall, alle atmosfere fifties che rimandano a Wayne Hancock, al lavoro chitarristico, pulito e preciso, di Scott Metzger (Shooter Jennings, Phil Lesh), fino alla qualità sopraffina del songwriting, costante nei dodici pezzi della tracklist.
Se la copertina old fashioned ci introduce adeguatamente al mood del disco, i suoni languidi di It hurt her to hurt me ci confermano la cifra stilistica del lavoro, consolidata traccia dopo traccia (Till the right one comes along, una More and more che è lì in attesa di essere ripresa da Raul Malo), con passaggi che sconfinano nell'errebì alla Bo Didley (l'incipit di Off the wagon) e nel country 'n' roll (The end of the line).
Insomma, un debutto che deve far rizzare le antenne a tutti gli amanti del country.

giovedì 8 novembre 2018

Behemoth, I loved you at your darkest

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Non c'è recensione, soprattutto recente, dei Behemoth, che si astenga da una lunga descrizione sulla complessa personalità del carismatico leader Nergal (al secolo Adam Michal Darski, nato nel 1977 a Gdyna, città portuale polacca che si affaccia sul mar baltico). Effettivamente non si può fare a meno di concentrarsi su questo personaggio, che, nonostante sia nato così geograficamente lontano dai riflettori del music business, in quasi un quarto di secolo di attività è riuscito a portare la sua creatura sul podio più alto del metal estremo e la propria immagine ad una visibilità ancora più ampia, praticando una tale diversificazione commerciale da far storcere il naso a tanti puristi del metal. Ha fatto di tutto, Nergal, da un deep endorsement con bibite energetiche (Demon energy), ai biscotti per cani (collegati al brano God = Dog), al giudice del talent The voice polacco, al conseguimento di lauree in storia e latino che lo qualificano come curatore di musei. E' "riuscito" anche, Adam, ad ammalarsi gravemente di leucemia e a guarire solo grazie alla compatibilità con un donatore (evento abbastanza raro).

In tutto questo la sua vena artistica non si è mai affievolita. Undici album dal 1995 ad oggi sono lì a dimostrarlo in un crescendo di consensi inarrestabile che l'hanno visto affrancarsi dal blackened black metal delle origini fino a giungere ad un'ampia contaminazione che è andata di pari passo con l'allargamento della sua fanbase. Se The satanist del 2014 aveva messo abbastanza d'accordo critica (per molti un capolavoro) e pubblico, questo I loved you at your darkest, a partire dal titolo, permeato di poesia, oscurità e in sintonia con le opere di Poe, rischia di far definitivamente deflagrare la popolarità della band. Dico rischia perchè, inevitabilmente, quando i suoni, pur restando ostici, trovano la chiave per allargare la platea di ascoltatori, ecco subito alzarsi il ditino degli integralisti pronti a scagliarsi contro il venduto di turno.

Da parte mia, che ascolto roba marcia a piccole dosi alternandola rigorosamente a mood più solari, questo è un gran bel disco. Nergal non rinuncia al suo spiccato anti clericalismo (vi bastano titoli come il già citato God=Dog - impreziosito da un video "pittorico" -  o Ecclesia diabolica catholica o ancora If crucifixion was not enough?) e nemmeno a violentissimi blast beat in pieno stile black (Angels VIII; Wolves of Siberia), ma il tradizionale monolite distruttivo previsto dal genere è intervallato da break acustici, canti gregoriani, cupi rallentamenti, potenti refrain, cori fanciulleschi. Il tutto all'insegna del gotico e del malsano, ma, e qui sta a mio modo di vedere la grandezza della band, servito dentro una portata accessibile anche a fruitori "normali" (certo, pur sempre avvezzi a sonorità aspre).

Facendo le debite proporzioni, I loved you at your darkest mi ricorda, come operazione, il black album dei Metallica, disco che impose un certo tipo di metal di nicchia (il thrash, per quanto edulcorato) a tutto il mondo. 
E questo per me è un complimento, se fosse facile l'avrebbero già fatto tanti altri.

A gennaio saranno a Milano. Un pensierino è doveroso.

giovedì 1 novembre 2018

MFT settembre ottobre

ASCOLTI

N.W.A., Straight outta Compton
Lindi Ortega, Liberty
Old Crow Medicine Show, Volunteer
The Dead Daisies, Burn it down
Hardcore Superstar, You can't kill my rock 'n roll
Monster Truck, True rockers
Cliff Westfall, Baby you win
Nashville Pussy, Pleased to eat you
Eminem, Kamikaze
Deicide, Overture of blasphemy
Eric Church, Desperate man
Behemoth, I loved you at your darkest
Raven, All systems go!
Anna Calvi, Hunter
Manilla road, Crystal logic
Neneh Cherry, Broken politics
Austin Lucas, Immortal americans
Cody Jinks, Lifers
Wade Bowen, Solid ground
Little Steven, Soulfire live!
The Chieftains, Water from the well
John Carpenter, Anthology: Movie themes 1974/1988
Greta Van Fleet, Anthem of the peaceful army
Tom Morello, The Atlas underground

VISIONI

Scappa! Get out
I trasgressori
Slither
Elle
L'uomo di bronzo (1937)
La fratellanza
La decima vittima
Convoy
Autoreverse
Tower Heist - Colpo ad alto livello
Insospettabili sospetti
Moonwalkers
Get on up!
The code
Il seme della follia
Venom
La furia umana (1949)
Sabotage
Unstoppable - Fuori controllo
Moon
Kingsman, Il cerchio d'oro
The Bourne identity
The Bourne supremacy
The Bourne ultimatum
Effetti collaterali  (S. Soderbergh)
Mad Max - Fury road
Nemico pubblico (1931)
Millennium - Quello che non uccide


Oz, stagioni 3,4
Justified, 4 e 5

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LETTURE

Keith Richards, Life
Roberto Saviano, Zero zero zero
Roberto Saviano, La paranza dei bambini

lunedì 29 ottobre 2018

Nashville Pussy, Pleased to eat you

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I Nashville Pussy hanno imparato bene la lezione dell'immobilismo musicale. E' inutile affannarsi ad evolvere il proprio sound per soddisfare afflati artistici o, come più spesso accade, alla ricerca di maggiori fortune commerciali. Se si riesce ad essere credibili e coerenti e resistere nel tempo, prima o poi le gratificazioni, o perlomeno il rispetto incondizionato, arriveranno.
Ecco perchè questo Pleased to eat you, settimo full lenght di inediti in vent'anni di carriera discografica non contiene novità di rilievo rispetto alla consolidata cifra stilistica della band guidata dalla chitarrista Ruyter Suys e dal marito, il cantante/chitarrista Blaine Cartwright: punk-hard rock, con echi southern e blues.
Come sostengo sempre, a fare la differenza non è lo stile, ma la forza delle canzoni. E qui dentro, come tradizione, di forza ce n'è a pacchi, a partire dall'incipit in stile Motorhead dell'opener She keeps me coming and I keep going back, accompagnata da un video che ricalca quello realizzato dalla band di Lemmy per God save the queen.
Da qui un susseguirsi di tracce adrenaliniche intervallate da rivisitazioni blues (Woke up this morning) o la imprevedibile ma azzeccatissima cover di CCKMP (Cocaine Can I Kill My Pain) di Steve Earle (dall'album I feel alright), vero e proprio apice del disco.

Nessuna novità, nessun rilievo da muovere. Avanti così.

giovedì 25 ottobre 2018

John Corabi, Live 94 - One night in Nashville

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No, il blog non è diventato una fanzine di John Corabi. Tocca premetterlo visto le recenti recensioni dei Dead Daisies (qui, qui e qui) . D'altra parte, un pò la mia particolare vicinanza ai veri losers del rock, un pò un'insana vena compulsiva che ti spinge a non mollare un osso quando l'hai afferrato, mi hanno portato ancora una volta ad affondare il colpo con il cantante/chitarrista di Philadelphia.
L'ennesima occasione è questo disco dal vivo di recente uscita, ma inciso nel 2017 al The Basement di Nashville, nel quale l'ex Scream, per la prima volta, suona, insieme ad una band che nulla ha a che vedere coi Dead Deasies (e di cui fa parte anche il figlio Ian, batterista), l'intero album Motley Crue del 1994 che lo vedeva alla voce al posto dello storico frontman Vince Neil. 
Pare che il buon John covasse da tempo questa rivincita personale, visto che, nonostante le lodi di molta critica che ha considerato quel disco il migliore di sempre dei Crue, la reazione del pubblico fu invece disastrosa, con un tour cancellato dopo poche date per scarsissima prevendita. Corabi invece ha sempre dichiarato di amare quel lavoro, nonostante abbia rappresentato per lui solo un'illusoria occasione di successo.

E si capisce dalla grinta con la quale, quasi un quarto di secolo dopo, propone quell'intera tracklist (con l'aggiunta di 10.000 miles, presente come bonus track solo in alcune particolari edizioni del cd), riservandosi uno spazio (traccia #7) per raccontare il momento in cui ricevette quella telefonata da Tommy Lee che gli cambiò la vita.
Riascoltando si capisce benissimo come queste canzoni non potessero avere nessuna chance con una fanbase come quella dei Crue, allevata a testi misogini e melodie glam metal (io stesso adoro i Crue, ma probabilmente sono di vedute più ampie).
Qui si fa sul serio, hard-rock settantiano con radici blues e derive lisergiche. Peccato che all'epoca non abbiano apprezzato nemmeno i fan del grunge, che in questi elementi ci sguazzavano.
Qui sta tutta la sfiga di Corabi: proporre il genere giusto, al momento giusto ma dentro la band sbagliata. Un inciampo dal quale ha rischiato di non alzarsi più.

E questa, assieme alla sua coerenza artistica, è la ragione per la quale gli si continua a volere un gran bene.

lunedì 8 ottobre 2018

Saxon, con FM e Raven, al Live Club di Trezzo (5 ottobre 2018)

Per essere un concerto riservato a pochi attempati metallari, l'esterno del Live Club di Trezzo regala un colpo d'occhio mica male: lunghe file davanti all'ingresso e bagarini che comprano biglietti (chiaro segnale di sold-out).
Dunque si difendono ancora bene i Saxon, il cui debutto di trentanove anni fa contribuiva alla nascita della mitologica New Wave of British Heavy Metal, e che da allora, tra alti e bassi, non ne hanno mai voluto sapere di mollare.
Ma andiamo per gradi. Entro giusto in tempo per assistere all'esibizione dei Raven, che hanno appena attaccato Destroy all monsters, tratto dal loro ultimo, dodicesimo album, ExtermiNation (2016). 

Devo ammettere che per me è stata una grande opportunità vedere dal vivo questo trio di Newcaslte, da sempre a sgomitare nelle seconde linee del metal, con vendite inesistenti, ma sorretti dal grande affetto di un manipolo di fan e da una encomiabile resistenza. I due membri storici della band si presentano rigorosamente in nero, John Gallagher(basso e voce)  con la sua bella pancia da birra e Mark Gallagher (chitarre) con la sua stazza che sfiora i due metri per, ipotizzo, almeno centocinquanta chili di peso. Non fossero sopra un palco potreste tranquillamente incontrarli in qualunque pub della provincia inglese davanti a qualche dozzina di pinte vuote. Ma on stage si trasformano, soprattutto il chitarrista sfida la sua massa e la forza di gravità con un'insospettabile agilità, non sta fermo un momento, salta, fa il funambolo, si rivolge in continuazione al pubblico, durante i solos si produce nelle classiche smorfie facciali che tanto andavano di moda una vita fa. Alla fine del set (sei pezzi), durante il quale sono stati acclamati a gran voce e sostenuti da pubblico (Hell patrol e On and on sugli scudi), Mark e John salutano stremati, ma, sembrerebbe, anche emozionati e soddisfatti. Gran bella gig in onore di un periodo irrimediabilmente morto e sepolto.



In perfetto orario sulla tabella di marcia, e di questo bisogna complimentarsi, oltre che con la professionalità delle band, anche con la perfetta organizzazione del Live Club, salgono sul palco gli FM, probabilmente il gruppo inglese più americano nella loro proposta AOR. Dovevano esserci gli Y & T in quella posizione del bill, ma un non specificato problema ha provocato, a pochi giorni dal concerto, il cambio tra i due gruppi. Niente di male, gran bel combo anche questi FM, non fosse che vederli dopo i brutti, sporchi e proletari Raven fa un pò specie, con il loro look elegante, lo stile AOR da radio americane anni ottanta, i suoni puliti e gli strumenti che suonano come su disco. Il cantante Steve Overland (una vaga somiglianza con Enrico Bertolino) è a suo agio e rilassato, prende tutte le note con una naturalezza impressionante e la band sciorina i suoi pezzi più noti (That girl, All or nothing, Tough it out), racchiudendoli, all'inizio e alla fine, da due soli pezzi dall'ultimo, eccellente, Atomic generation (Black magic e Killed by love). 
Setlist da nove brani per oltre quarantacinque minuti, e adesso l'attesa per gli headliner si fa frenetica. 



Mi guardo un pò in giro realizzando che questo è probabilmente il concerto con il più bizzarro miscuglio di tipologie di pubblico a cui abbia mai partecipato. Oltre a numerosi coetanei, che si distinguono da lontano per via della zazzera bianca o la crapa pelata, magari bilanciata da sontuosi basettoni,  e che per l'occasione hanno ripescato dal fondo dei cassetti le loro t-shirt nere coi loghi delle più disparate bands, vedo anche numerosi giovani che, come ricorderà Biff, quando i Saxon hanno suonato nel 1980 per la prima volta a Milano non erano nemmeno nati, fino a personaggi fuori tempo massimo, come la coppia di settantenni davanti a me, a pochi metri dal palco, rimasta ferma ed impassibile per tutta la durata del concerto, ma senza cedere di un centimetro dalla posizione.


Alle 21:30 spaccate si spengono le luci e vengono diffuse le note di It's a long way to the top (if you wanna rock and roll) degli AC/DC, cantata a gran voce da un pubblico ormai carico a pallettoni, e poi ecco arrivare la band, con Biff Byford bardato nel suo ormai inconfondibile cappotto di tipo militare. Il pezzo che apre il concerto è Thunderbolt, deputato anche ad introdurre l'ultimo, omonimo, album
Caduto l'ultimo drappo che nascondeva una porzione di palco, fa bella mostra di sè l'immancabile "muro di Marshall" marchiato con l'aquila stilizzata, simbolo degli inglesi.
Si capisce subito che Byford non avrà alcun problema a comandare le operazioni, con una mobilità non certo dinamica, ma del tutto rispettabile, accompagnata da qualche headbanging e, soprattutto, da una voce che non ha perso un grammo della sua potenza e versalità. 
C'è spazio, com'è fisiologico che sia, per i pezzi più recenti (Sacrifice, Battering ram, Nosferatu, Sons of Odin, The secret of flight, Predator, con il bassista Nibbs Carter a fare il controcanto in growling che su disco era di Johan Hegg degli Amon Amarth), ma va da sè che sono le canzoni mitologiche a far tremare le fondamenta del locale: Strong arm of the law, Solid ball of rock, Power and the glory, 747 (Strangers in the night), Princess of the night, oltre alla nuova They played rock and roll, dedicata a Lemmy e ai Motorhead, suonata immediatamente prima di And the bands played on, che invece è l'autocelebrazione dei Saxon stessi. 
Dal vivo la band suona bella potente, con un tiro superiore a quello che emerge dai dischi, lo storico batterista Nigel Glocker spazza via ogni dubbio sulla compatibilità tra la sua età (65 anni) e il ruolo di heavy metal drummer, pestando come un fabbro ferraio, potente e preciso, infilato dentro una batteria enorme, a due casse. E' lui l'unico componente che Biff ogni tanto cerca, ignorando invece del tutto i restanti soci (tra i quali il co-fondatore Paul Quinn, che invece dimostra tutti i 67 anni con una prestazione pulita ma molto poco empatica).
Su Byford che dire? A quasi sessantotto anni sembra aver trovato una seconda giovinezza, la mobilità, come dicevo, è limitata, ma il suo è un modo di stare sul palco che è diventato molto più magnetico, autorevole, quasi sciamanico, il gesto più abusato è quello di allargare le braccia, come per esercitare un controllo totale sul pubblico, oltre a chiamarlo in continuazione al botta e risposta, con un portamento che si è fatto aristocraticamente britishResta il fatto che continui a non risparmiarsi, visto il timing del concerto, tendente alle due ore di esibizione.



Su Wheels of steel però anche il tradizionalista inglese si lascia prendere la mano dalla tecnologia, estraendo dalla tasca il proprio iphone per registrare un brevissimo video destinato al profilo Facebook della band.
Si chiude con Denim and leather, durante la quale i Saxon si fanno lanciare dalle prime file i classicissimi gilet di jeans con le toppe delle band (pare siano tornati di moda) e, una volta indossati, portano alla fine canzone e  show.

E' fatta, il cerchio è chiuso. Sono stato introdotto alla musica metal nei primi ottanta con tre dischi, tutti rigorosamente registrati da amici e compagni di classe su cassetta: Shout at the devil dei Crue, Stay hungry dei Twisted Sister e The eagle has landed, primo live dei Saxon.
Se per i Twisted Sister pare non ci siano più speranze di vederli dal vivo, visto il recente ritiro dalle scene (anche se... mai dire mai nel rock business), dopo i Crue, anche coi Saxon ho pagato il mio debito di riconoscenza per un modo di fare rock che, a quattordici anni, mi ha regalato emozioni talmente indescrivibili da lasciare una scia indelebile per oltre tre decenni.
L'anno prossimo i Saxon saranno di nuovo in Italia per la celebrazione dei loro primi quarant'anni di carriera e non è una previsione azzardata ipotizzare per loro il medesimo bagno di folla e di affetto che gli ha tributato qualche sera fa il Live Club.



giovedì 4 ottobre 2018

Lindi Ortega, Liberty

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Dopo una difficile fase della vita che probabilmente ha rappresentato una sorta di catarsi, Lindi Ortega, tornata nella natia Toronto, torna a fare quello che le riesce meglio, vale a dire esprimersi assecondando le sue influenze, etniche (essendo lei figlia di genitori messicano-irlandesi), e artistiche (l'amore per il country folk). 
E ben vengano allora tutti i peggiori struggimenti esistenziali, se, a dimostrazione della teoria che l'Artista crea le sue cose migliori nei periodi più bui, il risultato è un disco bellissimo, forse il migliore della sua carriera.
La ragazza dai piccoli stivali rossi (Little red boots, titolo del suo debutto su major) , dopo un EP che è servito a rimetterla splendidamente in pista, assembla un 15 tracks nel quale fa confluire, assieme al suo stile ormai consolidato, splendide e sognanti atmosfere western, prendendo in prestito melodie morriconiane (per Through the dust, strumentale diviso in tre parti, all'inizio, a metà e a fine disco) o la lingua spagnola (le struggenti Pablo e Gracias a la vida, classico cileno di Violeta Parra già ripreso da Joan Baez e molte altre, persino Gabriella Ferri).
Ovviamente il core business dell'album è un elegantissimo e delicato country folk, su musica e testi firmati dalla stessa Linda, che confermano i livelli di eccellenza raggiunti come musicista a tutto tondo. Canzoni evocative e profonde, come Afraid of the dark, Til my dyin day, Lovers in love non lascerebbero indifferente nemmeno un frigorifero, e il rock di frontiera Darkness be gone fa faville con il contrasto tra liriche western e musiche ariose sulla strada polverosa consumata prima di lei da Marty Stuart. Bene anche la liason con il pop folk dell'orgogliosa You ain't foolin' me.

Un ritorno che fa la felicità di quanti cercano l'autenticità da una musica tanto sputtanata quanto ancora viva e palpitante, se ad interpretarla c'è gente come Lindi Ortega.

giovedì 27 settembre 2018

The Dead Daisies, Burn it down

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Quando ho saputo che i Dead Daisies avrebbero registrato il nuovo album a Nashville ho temuto fortemente la svolta country. No, non sono impazzito, adoro il country fatto bene, e proprio per questo devo constatare che purtroppo l'approccio di chi viene da altri generi a questo stile è quasi sempre di tipo mainstream. Fortunatamente, nel caso delle Margherite Morte la scelta della location per gli studi di registrazione è stata invece di natura esclusivamente pragmatica: le tariffe più basse e la vicinanza con la casa del produttore Marti Frederiksen hanno giocato un ruolo decisivo nella scelta.
Dal punto di vista più prettamente musicale, c'è da registrare come la band, in passato vero e proprio porto di mare per uno svariato numero di musicisti che ruotavano attorno alla figura di David Lowy (chitarra ritmica ma anche pilota di aerei e CEO di una grossa azienda), si sia cristallizzata con un nucleo di artisti, acquisendone in coesione e autostima.
E che artisti, verrebbe da aggiungere. Il massimo in ambito hard rock melodico: John Corabi alla voce, Doug Aldrich alla chitarra, Marco Mendoza al basso e Deen Castronovo, unico nuovo innesto, alla batteria. Con un parterre così, è difficile confondersi sull'orientamento dello stile musicale, così come sul tiro del disco. E infatti Burn it down pesta giù magnificamente in ambito sleaze/hard rock, in maniera anche più efficace del precedente Make some noise.
Sugli scudi Corabi, che sembra aver sconfitto le sfighe della sua carriera con un elisir di immortalità per la sua fantastica voce, ma è tutto il gruppo a suonare coeso e convinto, da vera band, al punto che Burn it down si potrebbe tranquillamente suonare in modalità random, senza incappare brani deboli o filler. 
Da veri appassionati di rock poi la soluzione che i Dead Daisies propongono  all'eterno conflitto Beatles o Rolling Stones: una cover ciascuno e tutti contenti. 
Per la cronaca il tributo agli Stones (Bitch) si erge prepotentemente su quello ai Beatles (Revolution), grazie al riff granitico di Richards, che qui diventa letteralmente sconquassante.

Ormai una certezza.