Il quadro rubato (2,5/5)
giovedì 30 aprile 2026
My favorite things, aprile 2026
Il quadro rubato (2,5/5)
lunedì 27 aprile 2026
Paradox, Mysterium (2025)
Ci sono band che nonostante i giudizi universalmente positivi non emergono mai dal semi anonimato. Le ragioni possono essere diverse, ma a mio avviso se c'è un gruppo che le mette assieme un pò tutte, beh, quello risponde al nome di Paradox. Tedeschi della baviera, esordiscono nel 1986 surfando sull'onda thrash metal al massimo del suo arco (è l'anno di Master of puppets...). Dopo alcuni demo riuscirono ad attirare l'attenzione della RoadRunner, etichetta olandese cruciale nella diffusione del metal estremo degli ottanta, che li mette sotto contratto. Una partenza a razzo, che permise loro di incidere un secondo album, dopo il quale però, la band si arenò. Le ragioni? Una line-up instabile, problemi personali del leader Charly Steinhauer (voce e chitarra, ma nel corso del tempo ha suonato quasi tutti gli strumenti), un riscontro di vendite inferiore alle attese e poi, secondo me, la scelta di un monicker, Paradox, poco figo, che non rimanda alla musica suonata, che non trasmette epicità, non fa vendere magliette e che oggi, se lo metti nel motore di ricerca ti restituisce di tutto (vari film, una band inglese, un rapper indiano) prima di arrivare all'oggetto metallico della tua ricerca.
Nonostante ciò, dopo gli anni ottanta, e tra disbanded e reunion, i Paradox tornano nel 2000 e, più o meno regolarmente, in un quarto di secolo rilasciano sette album, tutti ben accolti da critica e fan del thrash e tutti regolarmente ignorati dal ritorno in fatturato del mainstream metal. Eppure ascolti Mysterium e ti chiedi cos'abbia in meno dei dischi recenti di Testament, Anthrax, Megadeth, per non dire Metallica, se ci limitiamo al contenuto musicale e non a tutto quanto ci sta intorno in tema di brand e consumismo musicale. Questo Mysterium non fa eccezione, nove frustate thrash in cui Steinhauer si erge a one man band in senso letterale, suona infatti tutti gli strumenti, ad eccezione della batteria, per il cui utilizzo si avvale dell'elettronica. Non ho l'orecchio da musicista, ma insomma sfido chiunque, ad esempio ascoltando la classica Abyss of pain and fear, a capire che dietro le pelli "sieda" una fredda programmazione invece che un nerboruto e sudato tedescone, per cui questa scelta - immagino obbligata da costi di produzione ridotti - non condiziona l'ascolto di coloro allergici all'utilizzo di modalità elettroniche.
Non è banale suonare un genere ormai schematizzato riuscendo a mettere a terra delle tracce che rispettano il pattern ma che vivono di una vigorosa vita propria, ed è in questo che Chuck, ancora una volta, fa indiscutibilmente centro, grazie a composizioni quali Pile of shame, Fragrance of violence, Kholat o la title track e la decisione di inserire nella tracklist un paio di interludi strumentali a creare una camera di decompressione che si frappone tra la furia dei brani. Un disco, questo Mysterium, che ci riporta clamorosamente indietro di giusto quarant'anni ma che, è abbastanza acclarato, non sposterà di un centimetro lo status di "loser" dei Paradox, consolidandone in compenso quella di cult band metal.
giovedì 23 aprile 2026
(circa) 80 minuti di Sleaford Mods
02. Nudge it
03. Fizzy
04. Megaton
05. Jobseeker
06. Jolly fucker
07. Mork n Mindy
08. Tied up in Nottz
09. Shortcummings
10. Tarantula deadly cargo
11. TCR
12. B.H.S.
lunedì 20 aprile 2026
Recensioni capate: Crime 101 - La strada del crimine (2026)
Il crime americano che ormai non ti aspetti più. Una piacevolissima sorpresa questo film del regista inglese Bart Layton (solo due titoli in oltre dodici anni, The imposter e American animals), che mette in scena, su un racconto di Don Winslow, una rappresentazione che urla il nome di Michael Mann sotto molte latitudini (location, fotografia, riprese notturne, lentezza del plot, recitazione per sottrazione), eccetto il finale, su cui torno a breve. Sono ottimamente diretti i protagonisti per i due ruoli principali, il villain Chris Hemsworth e lo sbirro Mark Ruffalo (unica critica: il personaggio acuto, onesto ma sciatto e ai margini del suo contesto lavorativo forse comincia a stargli stretto e rischia di "marchiarlo"), a cui va aggiunta una Halle Berry in palla come raramente mi è capitato di vedere in passato, un villain villain interpretato da quella faccia da schiaffi di Barry Keoghan e, infine, un Nick Nolte che ha pochissimi take e che viene "dimenticato" dall'epilogo, ma che fa sempre battere il cuore. Un crime movie eccellente che non è però un noir perchè, a mio parere, sbanda sull'ultima curva, quella di una conclusione - SPOILER - inspiegabilmente (soprattutto per il comportamento di Ruffalo nei confronti di Berry) a lieto fine. Ad ogni modo, avercene. Soprattutto in considerazione della brutta piega presa da questo genere nelle produzioni hollywoodiane.
lunedì 13 aprile 2026
I migliori della vita: Southside Johnny and the Asbury Jukes, Better days (1991)
Un anno che è dunque passato alla storia per la qualità della musica espressa e per come questi dischi, purtroppo anche per ragioni tragiche - vedi la sorte di Cobain, 2pac e Mercury - , abbiano condizionato non solo il rock, ma la cultura pop in generale negli anni a venire, fino ad oggi (se ti guardi attorno le T-shirt di Nirvana e 2pac fanno a gara per il soggetto più diffuso tra i millennial).
Ecco, oggi in questa rubrica periodica tratto di un disco che in quella lista nemmeno compare. Un disco di musica "vecchia", pertanto in controtendenza con la primavera musicale dei primi novanta. Il che dimostra, ahimè, quanto fossi conservatore in ambito musicale, non accorgendomi come, tra trip hop, grunge, gangsta rap, evoluzione del metal, albori del big beat, il "rock" stesse subendo una straordinaria metamorfosi. Ma bisogna essere onesti, nell'attesa spasmodica per il nuovo disco di Springsteen (l'ultimo, Tunnel of love, era dell'87) anche queste erano le note su cui mi cullavo, macinavo chilometri, mi emozionavo e cantavo, nel corso di quell'anno (e del '92). E pazienza se, storicamente ed artisticamente, tutti gli altri album del 1991 sopra citati fossero superiori, per distacco, a Better days.
D'altronde che ci vuoi fare, quando subentra quella saldatura tra nostalgia e colonna sonora di una stagione, tra le liriche di un disco (ogni linea di ogni canzone delle liriche) e composizioni musicali sulle quali volano leggere, ma su ali potenti, ricordi di gioventù che il tempo ha trasformato in mito, tu ci devi fare i conti. E siccome in questa rubrichetta mi sembra di aver ribadito a più riprese che i miei dischi della vita non necessariamente (anzi, quasi mai) sono capolavori riconosciuti, faccio esercizio di onestà, la smetto con le stronzate e comincio a parlare di Better days.
Per chi non lo sapesse, John Lyon, aka Southside Johnny, lega la sua nascita musicale allo stesso movimento di Asbury Park, NJ, di Springsteen e Little Steven, con quest'ultimo che all'inizio della carriera gli scrive buona parte del materiale di maggior valore, contribuendo ai titoli più importanti della sua produzione (dal 1976 al 1978: I don't wanna go home, This time it's for real, Hearts of stone) assieme al Bruce nazionale. Il genere praticato è blue eyed soul, errebì, pub rock, classic soul, con Sam Cooke nome tutelare e qualche sgasata sui Dr Feelgood. John chiude il primo lustro di attività, quello contenente i suoi dischi irrinunciabili, con l'imperdibile live Reach out and touch the sky (1981). Successivamente, gli stessi ottanta che vedono la deflagrazione del successo interplanetario del Boss, proiettano Southside e i suoi Jukes nell'irrilevanza, non solo e non tanto di pubblico, quanto proprio d'ispirazione.
Ma ecco che, quando meno te lo aspetti, Johnny ritrova i sodali di un tempo, in primis Little Steven che gli regala otto canzoni, Springsteen che contribuisce con una, e nel 1991 vede la luce Better days, un disco pirotecnico ed ispirato che riporta le lancette indietro di una quindicina d'anni.
Lo si capisce immediatamente con l'opener Coming back, testo da beautiful loser, col protagonista sconfitto dalla vita che cerca una seconda chance, a partire dalla riconquista dell'amata che ha (presumibilmente) abbandonato. E' un classico pezzo di soul bianco, grande attitudine e impatto, cantato congruo e sezione fiati che gliel'ammolla. La traccia d'apertura dentro al concetto album è fondamentale e Southside non la sbaglia.
Una bella differenza rispetto al decennio antecedente, quando John si era sbattuto tra lavori corali con una band che aveva perso dei pezzi, oltre che la componente locale (Asbury) nel monicker e tentativi simil crooning da solista (una strada che riprenderà negli anni dieci), ma con responsi insignificanti al di fuori della cerchia, sempre più ristretta, di die hard fans. Con Better days è tutta un'altra storia, e lo è soprattutto per gli amici che si coagulano attorno al bro ritrovato. La lista è davvero lunga, da Springsteen alla sezione ritmica della E Street, ma anche, per citarne un paio, a Steve Jordan (tour drummer degli Stones) e Jon Bon Jovi.
E' proprio con l'ex capelluto leader dei Bon Jovi che John divide il microfono per il torrido pub rock di I've been working too hard, divertentissima traccia da uscita alcolica del venerdì dopo una settimana di lavoro blue collar, mentre gli amici Bruce e Steve dividono con Johnny le linee vocali della autobiografica It's been a long time, un midtempo sostenuto da tastiere e fiati che funge da reunion in musica di vecchi amici che celebrano con la pinta alzata e tanti sorrisi alcolici la ritrovata unità.
La title track è puro soul, marchio di fabbrica della casa, con il ritornello che celebra quei momenti, spesso illusori, in cui pensi che il peggio sia passato. All the way home, il brano donato da Bruce, arriva all'ultima curva e si tratta di una classica ballata inconfondibilmente springstiniana, che giunge giusto prima del rettilineo finale deputato ad uno scatenato rock and roll: Shake 'em down.
Qualche mese dopo l'uscita del disco Southside Johnny arriva in città (a Milano, al mitico e compianto Rolling Stone), e bagna nel successo di pubblico la ritrovata verve con una performance indimenticabile aperta dall'atteso lancio dei suoi inconfondibili Rayban sulla folla prima di dare inizio a due ore di musica, con versioni di The fever, Having a party e I don't want to go home da far venire giù i muri, come per i New York Dolls nel pilota, girato da Scorsese, della splendida serie Vinyl.
Pur trattandosi di un'artista minore, vissuto (o percepito) sempre "all'ombra di", la sua quota parte di eredità artistica è riuscito ad imprimerla nella storia, in cinquant'anni e oltre trenta dischi. Sarebbe importante che qualcuno gliela riconoscesse finchè ha senso farlo.
giovedì 9 aprile 2026
Recensioni capate: La ballata di un piccolo giocatore (2025)
Scopro questo film per puro caso, spippolando distrattamente su Netflix, e mi stupisco di non averne mai sentito parlare nonostante la sua recente distribuzione (ottobre 2025), ma soprattutto a fronte di un cast notevole, che vede nei ruoli principali Colin Farrell, Tilda Swinton e Fala Chen. Questa storia, ambientata nella mitologica Macao, che solo marginalmente ha a che vedere con la vasta cinematografia sul gioco d'azzardo (in genere poker), è diretta in maniera ammaliante dal regista tedesco Edward Berger (reduce dall'apprezzato Conclave e dal precedente, ottimo, Niente di nuovo sul fronte occidentale) che ha l'umiltà di dirigere assecondando lo stile asiatico per come usa la mdp sulle location, per la capacità di rendere i picchi di ricchezza e gli abissi di dignitosa ma profonda povertà di queli luoghi, per la grande poesia con la quale cattura la pioggia, i rumori, gli umori dei luoghi, nonchè per la gestione dei primi piani ravvicinati, che lambiscono l'effetto fisheye e straniscono per le espressioni grottesche, stralunate, in particolare di Farrell (bravissimo) e Swinton. Il tutto dentro un contesto sospeso tra favola e realtà che rimanda a Wes Anderson. La ballata di un piccolo giocatore (tratto dal romanzo di Lawrence Osborne) è un film bizzarro, che ci mostra un non-luogo di penitenza, di espiazione, di transito di persone e anime, un purgatorio di truffatori, fuggitivi, ladri, assassini e puttane in cerca della redenzione finale. Titolo interessante e forse sottovalutato.
Netflix
lunedì 6 aprile 2026
Recensioni capate: Geese, Getting killed (2025)
Alla fine quella dei Geese si configura come una voce davvero unica nel panorama indie/post-punk. E allora si, vantiamoci di ascoltare i Geese. A patto di farlo davvero. Se lo meritano.
giovedì 2 aprile 2026
My Favorite things, febbraio marzo '26
Inside man: most wanted (2,25/5)







