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lunedì 29 maggio 2023

Recensioni capate: The Broken Spokes, Where I went wrong (2021)


A volte sembra basti poco, ma evidentemente così proprio non è, se per ascoltare uno straordinario, genuino honky tonk album bisogna armarsi di santa pazienza e procedere per numerosi, frustranti, tentativi. 
Per fortuna ci sono i Boken Spokes che la tua perseveranza la ripagano per intero, con un ten-tracks sfavillante, dove la distanza qualitativa tra cover classiche (solo due: Driving nails in my coffin' di Enrest Tubb e Honky tonk song di Mel Tillis) e pezzi inediti è azzerata da un songwriting eccelso e un sound che ci ricorda la stretta parentela esistente tra questo stile del country e il rock and roll ma anche tra la redneck music e l'old time di New Orleans (River of blues). 
Un album che letteralmente vola, non solo per la brevità del timing complessivo, ma anche e soprattutto per la non scontata capacità della band di interpretare un genere che ha qualcosa come tre quarti di secolo di storia. 
Irresistibile.

lunedì 19 settembre 2022

Volbeat, Servant of the mind (2021)


Dall'alto dello status di one of my favorite band, ho concesso diverse chance a Servant of the mind, l'ottavo album dei Volbeat, uscito a fine 2021. Al netto della diffidenza verso una copertina bruttina, stile prog rock anni settanta, ogni volta il mio entusiasmo si schiantava contro lo scoglio di Wait a minute my girl, la traccia numero due. In effetti non andavo molto lontano. Tuttavia, anche adesso che il disco sono riuscito ad assimilarlo, continuo a ritenere quel pezzo probabilmente il più brutto mai pubblicato dai danesi. 
E il resto del disco com'è? Mah, la mia impressione è che i Volbeat abbiano perso quella non comune capacità di coniugare orecchiabilità, asprezza dei suoni ed epicità. Ci provano, ma semplicemente non ci riescono più. Il disco è troppo lungo. Le singole tracce sono troppo lunghe. Questo giochetto di relegare il lato più canonicamente metal alle parti strumentali (incipit, bridge e coda) ormai mostra la corda. Dopodichè mentirei se affermassi che qualche canzone non centri il bersaglio lucidando un pò l'argenteria di famiglia (Sacred stones, Shotgun blues, The passenger), ma è davvero poca cosa. 

Se affermi di fare musica metal, anzi di essere un "big fan" del genere, devi fare attenzione a come ti trastulli con l'easy listening, perchè cazzo il rischio di sbracare è dietro l'angolo. I Ghost, per fare un esempio, sono dei maestri in quest'arte, la formazione di Poulsen mi sembra abbia invece deragliato. Speriamo non definitivamente. Poche speranze in questo senso. Un dato su tutti che fotografa l'inversione mainstream della band: prima i featuring si facevano con componenti di Kreator, Napalm Death, Meryful Fate, oggi con la cantante degli Alphabeat, un gruppo dance-pop. E senza neanche passare dal metadone delle Babymetal.
Buone le cover (Wolfbrigade, Cramps, Metallica) dell'edizione speciale. E, forse, questo potenziale metal inespresso fa incazzare ancora di più.

lunedì 29 agosto 2022

Amyl and the sniffers, Comfort to me (2021)

Tra tutti gli svariati generi musicali, il punk è l'unico ad aver l'onore di essere periodicamente dato per morto (e peraltro di fottersene). In pochi, nel corso del tempo, si sono sognati di dire che il blues fosse morto, o che lo fossero il jazz o il metal. Vero è che la perentoria affermazione sul punk allude più al "movimento", allo spirito anarchico e ribelle di questa musica, che per i suoi sostenitori più radicali è addirittura durato pochi mesi, nel corso del 1977, piuttosto che alla musica in sè stessa. Tuttavia, anche su questo aspetto la leggenda supera la realtà, visto che molti critici sono piuttosto unanimi nel confutare la tesi della spontaneità scevra da strategie commerciali dei manager musicali delle band. E' noto che anche i gruppi che hanno scatenato conflitti più violenti con lo status quo sociale (e i Sex Pistols lo fecero, oh se lo fecero), avevano comunque dietro un progetto manageriale. Nessun problema per il sottoscritto. Le aziende discografiche lanciavano quello che chiedeva il mercato, ciò non leva un grammo dall'onestà intellettuale e dall'urgenza comunicativa delle prime formazioni.

E, a mio avviso, Amyl and The Sniffers, qui al secondo lavoro, dell'urgenza comunicativa, della spontaneità, del livore necessari al punk ne hanno a pacchi. Sporchi, anarchici, indipendenti, coi testi giusti, questi australiani capitanati da Amy Taylor vanno dritto per dritto, senza pose o particolari sovrastrutture. La strumentazione è quella tipica del genere, basso-chitarra-batteria, con in aggiunta l'abrasiva prestazione vocale della Taylor che deflagra su ogni pezzo, a partire dall'iniziale Guided by angels. E' inutile che io mi soffermi sul fatto che le tredici tracce (per trentacinque minuti di durata) che compongono il lavoro siano tutte frustate che solo sporadicamente superano i tre minuti e che i testi siano coerenti con la filosofia straightahead, che raggiunge l'apice con il fenomenale dichiarazione d'intenti di Don't need a cunt (Like you to love me)

In uno scenario dentro il quale, dal be-bop jazz al black metal, l'industria globale ha saputo, nel tempo, trasformare ogni movimento musicale di rottura in una moda, un disco sudore, vomito, fango e ruggine come questo è una boccata di ossigeno.

lunedì 27 giugno 2022

Touch, Tomorrow never comes (2021)


I newyorkesi Touch esordiscono col botto nel 1980 sfornando un disco eponimo divenuto nel tempo un cult assoluto tra i fan dell'AOR/Melodic HR. Un secondo album (II, va da sè), pronto nel 1981, resta in naftalina per poi vedere la luce solo nel 1998. Nel frattempo i due leader della band, Mark Mangold (tastiere) e Doug Howard (chitarre), non restano con le mani in mano, costruendosi una carriera non di primissimo piano (American Tears e Drive, she said il primo, Todd Rundgren, tra gli altri, il secondo) ma comunque degna di nota, sempre nel medesimo ambito musicale. 
Capisci bene che non può essere una release banale quella che vede la line-up originale riformarsi, oltre quarant'anni dopo, per dare un seguito a quel notevole debutto. 

Tomorrow never comes inizia -  title track e Let it come - esattamente nel modo in cui te l'aspetti, rock melodico fatto da dio, com'era normale (per quelli bravi) realizzarlo agli albori degli ottanta, con i settanta ancora sui polpastrelli della dita, e prima che il genere, per un breve periodo, diventasse mainstram. 
Però, proprio quando hai sintonizzato le tue orecchie su quel mood da comfort zone, ecco che arriva Swan song, un prog/pomp di quasi otto minuti alla maniera dei Queen (e di tanti altri, nei settanta). E' l'inequivocabile segnale che i Touch non vogliono darsi steccati. Dopo tutto questo tempo, e senza l'assillo di vendere dischi (come chiunque altro), vogliono godersela fino in fondo e prenderla come viene. 
E viene bene direi, se si passa dal pop di Trippin'over shadows al rockabilly di Lil bit of rock and roll (con un gustoso assolo di piano del leader Mangold), passando per l'hard rock seventies di Fire and ice, giù giù per dodici tracce fino alla conclusiva Run for your life
Sorpresa: siamo tutti lì ad attendere una ballatona, componente "doverosa" in un disco di melodic rock, che non arriverà mai. 
Forse perchè questo album vola più in alto di un banale disco di melodic rock.

giovedì 5 maggio 2022

Gov't Mule, Heavy load blues (2021)

 

Arrivati al ventesimo album e dopo un flirt interminabile, i Gov't Mule celebrano la loro unione con il blues. La musica del diavolo infatti aveva sempre innervato muscoli e ossa della band, ma non aveva mai avuto l'onore esclusivo dei riflettori, spartendosi la scena con il soul, il rhythm and blues, il folk, il southern e il rock, da sempre cibo dell'anima degli onnivori sudisti.

La tracklist di Heavy load blues è (non) equamente suddivisa - 60/40 -  tra classici e pezzi inediti. Le due tipologie sono comunque del tutto indistinguibili, grazie alla qualità dei pezzi firmati dal leader Warren Haynes e alla scelta di interpretare standard poco noti al grande pubblico. 
Il pezzo forse più conosciuto è piazzato subito, in apertura di disco, e si tratta di Blues before sunrise di Elmore James, proposto nel suggestivo stile grezzo originale. 
Ci sarà poi spazio per il blues elettrico infarcito di soul alla BB King (Hole in my soul; Wake up dead), le immancabili ballate cariche di pathos e disperazione (Love is a mean old world; Heavy load; l'allure di errebì di Ain't no love in the heart of the city, le liaison tra blues e rock and roll (Snatch it back and hold it; Last clean shirt). 
Sugli scudi ovviamente la Gibson di Haynes che tesse e ricama come se non avesse fatto altro per tutta la vita (e in effetti...), ma il sound GM non sarebbe ciò che conosciamo senza la maestosità delle tastiere di Danny Louis, che a volte si nascondono umilmente, altre si prendono con arroganza la scena, come nell'apoteosi jam di nove minuti di I asked for water (She gave me gasoline). 

Che ti piaccia o meno il blues, fossi in te un giro tra queste note me lo farei. 

I Gov't Mule saranno quest'estate in Italia.

giovedì 17 marzo 2022

AAVV, The Metallica Blacklist (2021) recensione 2/2


Qui la prima parte della recensione

Il terzo CD del tributo ai Metallica si apre con quattro versioni di una delle tracce più iconiche del Black album: Wherever I may roam. Purtoppo, lo affermo subito, le interpretazioni offerte dal rapper colombiano J Balvin, dal duo inglese di musica elettronica Chase & Status, dai The Neptunes (Pharrell Williams e Chad Ugo) e dal giovane countryman Jon Pardi non vanno oltre il livello di proposta gradevole, ma del tutto innocua. 

Meglio, molto meglio le tre versioni di Don't tread on me, tutte meritevoli di segnalazione, a partire dall'unione tra questa canzone e Nothing else matters , chiamata Don't tread on else matters ad opera dal produttore francese di musica elettronica Sebastian, che propone, per il primo pezzo, un funky/disco che può richiamare nella base ritmica Another one bites the dust dei Queen, e per il classico lentaccio un suggestivo accompagnamento da colonna sonora orchestrale. A seguire la versione della band alt-rock americana (dall'Alaska) Portugal.The man assieme al bassista/cantante dei Red Fang, Aaron Beam, che propongono un'interpretazione nervosa, elettrica, molto convincente. Insomma, il livello per Don't tread on me è alto, ma la partita se l'aggiudicano i Volbeat che trasformano il pezzo dei Metallica in un brano del proprio repertorio, ricordandoci la ragione per cui, nemmeno tanti anni fa, ci siamo innamorati del sound extreme metal/country/rockabilly di questo combo danese. 
Anche la doppietta di Through the never è baciata da una ottima dose di ispirazione, grazie al gruppo folk metal mongolo The Hu, che offre una versione ignorante quanto serve, e alla cantante errebì nigeriana Tomi Owò, che, al contrario, ci regala una elegante pop song, con una sferzata elettrica finale.

Ora, io posso anche capire tutto il narcisismo e la megalomania che sta dietro a questa operazione commerciale, però alla fine sempre di musica parliamo, e come tale è prodotta per essere ascoltata, no? Allora qualcuno dovrebbe spiegarmi come sia possibile essere sottoposti ad una sorta di cura Ludovico in modalità audio con dodici versioni dodici (suddivise tra terzo e il quarto CD) della stessa merdosissima canzone, senza perdere completamente la propria sanità mentale. 
Eh sì, sto parlando di Nothing else matters. Evito il track by track, o meglio artist by artist, i curiosi possono leggere i crediti dell'immagine sopra, dalla traccia trentacinque alla quarantasei. Mi limito ad affermare che in questo mare di melassa non riesco a salvare nemmeno la classe di Dave Gahan (in versione Soulsavers), che magari in un contesto diverso sarebbe anche emersa, oppure le improvvisazioni pianistiche alla Keith Jarrett di Igor Levit. Invece accendo un cero ai santi del roccherroll per i My Morning Jacket che della ballata propongono un'irresistibile, sbarazzina versione sixties sospesa tra tra le Ronettes di Be my baby e lo Springsteen di Hungry heart, e per Chris Stapleton, che impone il suo brand stilistico allungando il pezzo fino ed oltre gli otto minuti, di cui la metà composti da una goduriosa jam country/southern. 

Dopo la mattanza rappresentata da più di un'ora di versioni di Nothing else matters (ormai solo a scriverne il titolo sono colto da malore) quello che viene dopo è una boccata di aria fresca e rigenerante. Anche perchè siamo arrivati alla coda del disco, con le canzoni meno celebrate, e probabilmente meno commerciali del Black album. A dimostrazione di questo status, è solo una, ma molto riuscita, la cover di Of wolf and man, presentata dai folkers Goodnight, Texas. Per The god that failed, uno dei miei brani preferiti del disco originale, sono proposte due versioni, suonate dagli Idles e da Imelda May. Anche qui, in entrambi i casi obiettivo centrato, in particolare per i post-tutto inglesi, che si appropriano con arroganza della canzone, modellandola in modo da indossarla perfettamente. Arrivati a My friend of misery (tre versioni) esplode incontenibile tutto il mio entusiasmo, grazie all'interpretazione del sassofonista Kamasi Washington che ci porta in una prima parte del pezzo su terreni jazzy per poi esplodere, nel bridge, in un caotico, affascinante free che ti fa dimenticare tutte le Nothing else matters del mondo. Brividi. Chiudono Rodrigo y Gabriela che fanno, prendere o lasciare, i Rodrigo y Gabriela su The struggle within.

Il giudizio finale, anche in relazione a ciò che avrebbe potuto essere, mi sembra appena sufficiente. Chiara la volontà di agire fuori dal perimetro metal (come se i Metallica non fossero già "trasversali" al genere), ma allora serviva più coraggio, invece di insistere quasi esclusivamente sui mercati discografici latin e hip hop. Poi, se devo dire la mia, avrei amato una sezione del tributo riservata ai grandi del metal, sia in ambito thrash contemporaneo ai Four Horseman (Megadeth, Anthrax, Testament, Slayer) che nwobhm (Maiden, Priest, Saxon, Venom, etc.) che alle nuove leve. 
Ma vabbeh, chest'è.

Best tracks:

5) Wherever I may roam: J Balvin
6) Don't tread on me; Volbeat
7) Through the never: Tomi Owò
8)  Nothing else matters: My Morning Jacket; Chris Stapleton
9) Of wolf and man: Goodnight, Texas
10) The god that failed: Idles
11)  My friend of misery: Kamasi Washington
12) The struggle within: Rodrigo y Gabriela

giovedì 10 marzo 2022

AAVV, The Metallica blacklist (2021) recensione 1/2


Un pò megalomani, dopo il raggiungimento del successo planetario, i Metallica lo sono sempre stati. Basti pensare a come decisero di pubblicare l'attesissimo disco live celebrativo, a valle dell'incontenibile entusiasmo scaturito dalla pubblicazione del Black Album (1991) e del relativo, lunghissimo, tour mondiale, quando optarono più che per un cofanetto, per un vero e proprio baule, contenente tre cd o cassette e tre VHS, oltre a memorabilia varia, per un prezzo non esattamente alla portata di tutti. Oggi, nell'ambito delle celebrazioni dei trent'anni di un disco (sempre il Black album) contestato dai vecchi fan, ma che, dato di fatto, ha sdoganato il metal estremo al grande pubblico, i Tallica "se la cavano" con un monumentale tribute album composto da quattro CD, che ospita cinquantatre versioni, per altrettanti artisti, delle dodici tracce originariamente previste sul disco del 1991. Non è la primissima volta che si realizza un tributo non genericamente dedicato alla produzione di una band/artista ma ad una sua opera singola (ad esempio ricordo l'omaggio a Nebraska di Springsteen), ma è senza dubbio senza precedenti la portata di questa operazione. Nel ricordare che la metà dei proventi dalla vendita dell'opera sarà devoluta in beneficienza, concludo andando al punto, cioè alla modalità con cui ho deciso di recensire un lavoro così particolare, suddividendo la mia analisi in due parti, iniziando con i primi due CD, contenenti un totale di venticinque versioni di Enter Sandman, Sad but true, Holier than thou e The unforgiven

Enter Sandman, probabilmente il pezzo che ha fatto da grimaldello al successo mainstream del disco e della band, anche grazie all'altissima rotazione del video, era probabilmente il più scivoloso da riprendere. E infatti gli artisti e le band che ci si cimentano non riescono, se non a tratti, a trovare una chiave particolarmente originale per presentarlo. Ne vengono fuori quindi copie pressochè fedeli all'originale per Mac DeMarco, Rina Sawayama e, purtroppo, per i Weezer, da cui viceversa mi aspettavo molto. Nel mezzo si piazza il colombiano Juanes, che propone una versione sincopata del pezzo, e sul podio ci vanno la godibilissima cover pop-metal di Alessia Cara assieme alla band messicana dei The Warning e quella dei Ghost, che però a mio avviso perdono un'occasione, in quanto partono con un mood molto gotico, solo piano e voce, per poi riprendere sostanzialmente il pattern originale. Avessero realizzato l'intero brano come la prima strofa/ritornello, a mio avviso sarebbe stato un centro clamoroso. 

Dalla traccia sette alla tredici (sette versioni) troviamo Sad but true. E qui si viaggia subito alla grande con le prime tre interpretazioni proposte da parte di Sam Fender, che regala una suggestiva perla acustica (dal vivo, ma non si sente) alla Roy Orbison; Jason Isbell and the 400 Unit, che propongono un irresistibile southern rock, con tanto di slide e voglia di ubriacarsi di bourbon, e infine la meraviglia dei Mexican Institute of Sound, che, come consuetudine, creano una osmosi tra il brano orginale, la musica tradizione messicana e l'hip hop, per un risultato godereccio e divertentissimo, che ti porta ad alzare il volume di una tacca, poi di un'altra e di un'altra ancora. Chiudono la sezione di reintrepretazioni di Sad but true le versioni feroci ma senza sussulti dei Royal Blood e dei White Reaper, mentre emerge maggiormente la personalità degli interpreti nelle versioni di St. Vincent e dei coreani YB. 

Aprono la tracklist del secondo CD, e le cinque interpretazioni di Holier than thou, gli scozzesi Biffy Clyro, band alternative rock che del brano fornisce una versione sicuramente personale ma che mi sembra resti un pò a metà del guado. Magari sarà apprezzata dai loro fan. Molto buone, dritto per dritto, le botte punk degli australiani The chats e hardcore punk del supergruppo degli Off! che regalano interpretazioni oneste e in linea con la filosofia originaria dei Tallica. Entusiasmante per passione ed energia la prova di Corey Taylor (Slipknot): niente di particolarmente originale ma attitudine a strafottere, con la sezione ritmica che nella seconda parte della canzone asfalta tutto. 

E' il turno della prima ballata del disco, The unforgiven, proposta in ben sette versioni. Aprono gli stilosi Cage the Elephant con un'interpretazione che ammicca al pop più elegante. A seguire un duo indiano: Vishal Dadlani e Divine, che alternano cantato in inglese a rap in indiano. Proposta particolare. Molto virata alla melodia la cover del duo americano di indie rock Diet Cig, mentre torniamo al rap metal con venature ragamuffin per Flatbush Zombies & DJ Scratch. Evocativa anche se sull'orlo del baratro del kistch la versione latin pop delle Ha*Ash, mentre il meglio arriva in coda: la scarna, emozionante, suggestiva interpretazione di Moses Sumney sbaraglia decisamente la concorrenza, che, a differenza dell'artista ghanese/americano, su questo brano non offre nessuna reinterpretazione che fa saltare sulla sedia.

Best tracks:

1) Enter Sandman: Alessia Cara and The Warning; Ghost
2) Sad but true: Sam Fender; Jason Isbell & The 400 Unit; Mexican Institute of Sound
3) Holier than thou: The Chats; Corey Taylor
4) The unforgiven: Moses Sumney


1/2 - continua

lunedì 28 febbraio 2022

Smith/Kotzen, ST (2021)

Due asce. Una, Adrian Smith, ha fatto la storia della musica heavy metal, visto che è negli Iron Maiden quasi dall'inizio (Killers, secondo album del 1981). L'altro, Richie Kotzen, pur essendo un nome noto, e nonostante l'ottimo approccio stilistico blues oriented , mai è riuscito ad imporsi al livello del primo, forse per il suo status di "freelance" (dopo una prima cacciata dai Poison, ha alternato progetti solisti alla militanza in altre band, su tutte i Mr Big dei primi duemila e The Winery Dogs). Non mi è chiaro come i due abbiano deciso di collaborare, la certezza è però che, per una volta, due sono i nomi che campeggiano sul disco e, sostanzialmente, due sono i musicisti coinvolti nelle registrazioni di tutti gli strumenti. Infatti, al netto di qualche eccezione (l'altro Maiden Nico McBrain alla batteria su Solar fire e tale Tal Bergman, sempre dietro le pelli, sulle ultime tre tracce), Smith e Kotzen si dividono voce, chitarre, basso e drums in tutti i nove brani di cui si compone il disco. 

Restava da capire chi dei due artisti avesse condizionato maggiomente l'altro. Beh, non vi è dubbio alcuno che questo self titled di debutto sia totalmente schierato dalla parte di un hard rock di matrice settantiana, con una forte matrice blues e marcate aperture melodiche: in sostanza la tazza di tè di Richie Kotzen. In ogni caso Smith si cala con entusiasmo in questo mood, mettendo a disposizione il suo indiscusso talento chitarristico e facendosi apprezzare anche come cantante. Tracciate le coordinate stilistiche, e quindi avendo un'idea di cosa ci riserva l'ascolto, si parte e si rimane subito conquistati prima dalle grandi melodie dei due pezzi d'apertura Taking my chances e Running, talmente belli che sembra di conoscerli da sempre, e poi, via via che ci si inoltra nell'ascolto, dai sontuosi duelli chitarristici (Scars, Glory road, You don't know me). I riferimenti sono facili: la mach III dei Deep Purple, Whitesnake, Bad Company, ma anche, verso la coda dell'album, e soprattutto in 'Til tomorrow, qualcosa dei Soundgarden più mainstream. 

Nulla da eccepire, proprio un gran bel disco.

lunedì 21 febbraio 2022

Agent Steel, No other godz before me (2021)


Premessa autobiografica. Com'è ormai universalmente riconosciuto, la prima metà degli anni ottanta è stata l'epoca più straordinaria e coinvolgente della musica metal. Certo, negli anni successivi è arrivata altra roba eccitante, la velocità di esecuzione dei pezzi si è quintuplicata, il metal è diventato mainstream eccetera eccetera. Però il primo lustro degli eighties ha rappresentato qualcosa di impareggiabile, una scossa (come ciclicamente capitano) della musica popolare, la nascita di un movimento, una cultura ancora oggi fortemente radicati. Il contraltare era che ascoltare (anche) l'heavy metal in quell'epoca, consultare le riviste specializzate che cominciavano a nascere, ed essere al contempo squattrinati era un vero tormento, laddove si leggeva di miriadi di band "grandiose" a cui, con la possibilità di comprare al massimo un disco al mese (non necessariamente di genere HM), e in assenza di "amici di metallo" in grado di rifornirci di cassette registrate, non era possibile avere accesso. 

Tra i combo cui avrei voluto dare una chance vanno annoverati gli Agent Steel, autori di due ottimi dischi speed/thrash tra l'85 e l'87 (Skeptics apocalypse e Unstoppable force), poi vittime di una lunga iato seguita da una prima reunion, senza il cantante originale (tre album, tra il 99 e il 2007), quindi ancora un inabissamento, e finalmente, grazie ad un contratto con la piccola ma effervescente etichetta inglese Dissonance Productions, l'ultimo comeback, stavolta per merito di  John Cyriis, il cantante brasiliano protagonista dei lavori ottantiani. E anche qui ce ne sarebbe da scrivere sul soggetto, un fanatico di fantascienza ed extraterrestri, al punto da avere, in passato, dichiarato di essere sopravvissuto ad un rapimento alieno.

Cyriis per l'occasione mette in piedi una formazione che sembra tanto l'incipit di una barzelletta, con un bassista giapponese (Shuchi Oni), una sezione di chitarre bulgaro (Nikolay Atanosov)/brasiliana (Vinicius Carvalho), e un batterista danese (Rasmus Kijaer). Il risultato di un così ardito patchwork? Una goduria! No other godz before  beneficia di una produzione semplice e di un suono vintage ed esaltante, sezione ritmica e chitarre da sturbo per tutti gli undici brani della tracklist (comprensivi di un intro e un outro) per una proposta speed/thrash che travalica i confini del tempo. E la voce? Beh la voce è profondamente divisiva. In un primo momento la fissa di Cyriis per il raggiungimento di ottave che tentano di arrivare là dove osano le aquile sfiora in qualche caso il comico involontario, poi con i successivi ascolti te ne fai una ragione, arrivando quasi a fartela piacere (quasi!). 
Il disco è il classico caso in cui il lavoro è un unicum da cui non è semplice estrapolare singoli pezzi, ma penso di non sbagliare se individuo in Crypts of galactic damnations, nella title track, in Sonata cosmica e Outer space connection gli episodi migliori.

Per vecchi e nuovi metallari.

lunedì 14 febbraio 2022

Mike and the Moonpies, One to grow on (2021)


Arrivati al giro di boa dei dieci anni di produzione discografica (sei album di inediti, un live e un album tributo a Gary Stewart), Mike and the Moonpies hanno raggiunto ormai una confidenza stilistica tale da permettersi di spaziare in lungo e in largo nei generi che affluiscono nell'americana, ma, al tempo stesso, di scrivere grandi canzoni country, riconnettendosi alla tradizione del brand. 
Il quintetto originario di Austin, Texas, non molla di un centimetro, e dopo quel gioiellino di Cheap silver and solid country gold si ripete con questo One to grow on, cui basta l'opener Paycheck to paycheck, un travolgente honky tonk, per attirare l'ascoltatore nella rete e tenercelo per le nove tracce e i trentadue minuti dell'opera. 

Il country, il folk degli stati americani del sud, fino, come detto, all'americana, si sa, si fonda su temi esistenziali, relazioni burrascose, stati di solitudine, malinconia, derive personali, il tutto annaffiato da riferimenti al bere e alla frequentazione di honky tonk bar (pensateci, ormai solo le canzoni di questo genere citano ancora, negli anni 20, il jukebox), tuttavia, dentro questa narrazione, i MATM spiccano per suggestione e senso delle liriche, e, pur oscillando tra introspezione (la bellissima Growin' pains; Rainy day) e spensieratezza (Hour on the hour; Social drinkers), mantengono una costante di evocativa malinconia, un disagio del vivere che sembra non avere soluzione. 
Una capacità non comune nell'affollato panorama country americano che, a mio avviso, posiziona la band sul podio delle migliori degli ultimi anni.


giovedì 10 febbraio 2022

KK's Priest, Sermons of the sinner (2021)

 


Una decina di anni dopo l'uscita dai Judas Priest (formazione con la quale era dall'esordio Rocka-Rolla del 1974) e l'inevitabile codazzo di carte bollate quando la band oppose un rifiuto alla sua richiesta di rientrare nei ranghi, KK Downing esordisce settantenne con un progetto a suo nome. Nel farlo pesca, o, come vedremo, ci prova, a piene mani da musicisti che dalla formazione di Birmingham sono transitati. Per cui alla voce troviamo l'affidabile Tim Ripper Owens (nei JP per un paio di album nella seconda metà dei novanta, all'epoca dell'uscita di Rob Halford), mentre alla batteria la scelta iniziale era caduta su Les Binks (dietro le pelli per gli epici Stained class, Killing machine e il tour da cui è stato estrapolato lo strepitoso documento live Unleash in the East), per poi dover ripiegare su Sean Elg (Nihilist, Cage) a causa di problemi di salute del vecchio Judas. 
Alla basso e alla seconda chitarra invece musicisti fuori dal giro JP, anche se in qualche modo un collegamento con i Preti di Giuda persiste, avendo la seconda chitarra A.J. Mills militato in una band, Hostile, che vedeva tra i componenti il figlio di Ian Hill, storico bassista proprio della band di British steel.

Espletate le doverose premesse, passiamo al disco. 
In un'epoca di prepotente ritorno al sound dei primi ottanta, chiamato senza troppa originalità New Wave of Traditional Heavy Metal, con centinaia di nuove band che tentano tra alterne fortune di rifarsi a quella golden age, ci sta che chi quel suono l'ha forgiato (a detta di molti, e io condivido, furono i Judas Priest e non i Black Sabbath ad inventare l'heavy metal - pensate solo al ruolo della doppia chitarra - ) reclami un suo spazio. 
Sermons of the sinner vive quindi delle luci e delle ombre di un'operazione revivalista. Il tiro di alcuni pezzi è indubbiamente buono, come per il trittico d'apertura (dopo una breve introduzione parlata) Hellfire thunderbolt, Sermons of the sinner e Sacerodte y diablo, nel quale, a differenza di altri pareri recuperati in giro, a me non dispiacciono gli acuti di Owens, che trovo congrui alla cifra stilistica proposta. A livello di temi trattati dalle liriche si va da un oscuro occultismo ad un orgoglioso senso di appartenenza metallaro di stampo manowariano (Metal through and through, Brothers of the road, Wild and free). Anche stilisticamente emergono analogie con i Manowar oltre ovviamente alle immancabili assonanze con il gruppo madre (culminate nella conclusiva Return of the sentinel, che riprende The sentinel da Defenders of the faith, disco del 1984). I KK's Priest insomma girano bene, grazie alla potente sezione ritmica e alle sapienti cuciture chitarristiche, mentre risultano stucchevoli (e kitsch) i persistenti cori che ammiccano ai singalong da concerto. 
Le ombre dell'opera stanno tutte nell'esasperazione del "niente di nuovo sotto il sole", costante che senza dubbio contraddistingue il novanta per cento dei dischi di genere (e non solo), ma qui davvero persistente.

Ad ogni modo, anche se poco, io mi ci sono anche divertito. Sarà l'età.

lunedì 31 gennaio 2022

Gang, Ritorno al fuoco (2021)


Partiamo da un aspetto che ben fotografa l'incontenibile affetto dei fans nei confronti dei fratelli Severini: per la realizzazione di Ritorno al fuoco (titolo mutuato da un saggio di Gary Snyder) i Gang sono ricorsi per la terza volta (dopo Sangue e cenere e Calibro 77) al crowfounding. Ebbene lo strabiliante risultato ottenuto ha proiettato questa band, da anni fuori da qualsivoglia riflettore mediatico, a conseguire il record italiano di fondi raccolti (in ambito musicale), quasi settantremila euro (garantiti da millecinquecento donatori) che Marino ha così commentato: "grazie a così tanti co-produttori abbiamo a disposizione le risorse necessarie per realizzare un disco di gran qualità, che nessuna etichetta indipendente o casa discografica ci avrebbe messo a disposizione. E questo crea di conseguenza le condizioni per lavorare completamente in libertà, senza alcuna costrizione dettata da regole del mercato e del profitto, nemiche di ogni creatività". Una passione incontenibile, quella dei follower dei marchigiani, che il gruppo ha riversato pienamente negli undici brani, dieci inediti e una cover, che compongono il disco. 

Come spesso accade per ogni nuovo lavoro dei Gang, non basterebbero dieci post per analizzare gli spunti letterari, le profonde riflessioni politiche e sociali che caratterizzano la scrittura dei brani. Me la cavo rimandando quanti volessero approfondire a questa bella intervista a Marino pubblicata su duels.it. 
Tornando invece alla parte artistica, quando Severini parla di disco di gran qualità lo fa con cognizione di causa. Dietro alla produzione dell'opera, infatti, ci sono ancora la competenza e la passione di Jono Manson, che tesse la tela musicale con preziosi fili di americana, coadiuvato da un gruppo di musicisti che, complessivamente, supera i trenta elementi - di cui fino a dieci/quindici impiegati in alcuni singoli brani - , a dar vita ad un sound pieno, arioso e trascinante, prepotentemente esplicitato nella traccia d'apertura. 

Da un punto di vista filosofico, con La banda Bellini i Gang continuano la propria ostinata divulgazione di nuovi banditi senza tempo, cioè di personaggi che anarchicamente hanno rifiutato di seguire la strada nella quale la società voleva ingabbiarli  ("nessuno di loro è iscritto a Statale / e all'Innocenti non vogliono crepare"). In questo caso ad essere decantate in uno strepitoso tripudio di fiati, violini, banjo e fisarmonica sono le gesta di una banda che ha agito nella Milano dei settanta, protagonista di un romanzo di Marco Philopat. Anche grazie ad un ritornello irresistibile che si chiude con uno "scion scion" di morriconiana memoria, siamo al cospetto di uno dei migliori brani di sempre dei Gang. Al termine dell'ascolto dell'album, di canzoni di questo livello, ne annovereremo altre. 

E' chiaro che la cifra stilistica della band non può e non potrà mai esulare dall'accendere potenti (ma sempre poetici) riflettori su attualità, politica e diseguaglianze, ricordando ai più distratti conflitti dimenticati, come quello del Kashmir (Azadi), celebrando tentativi di instaurare governi laici, liberi e ispirati a valori socialisti (Rojava libero) dentro dittature liberticide (la Siria, in questo caso), ma anche regalare un "inno alla gioia" dedicato a Pepe Mujica, ex presidente dell'Uruguay (Pepe), o di rievocare un massacro dimenticato subìto da undici italiani rinchiusi in prigione e lì linciati da migliaia di persone, a New Orleans nel 1891 (Dago),  così come quotidiane tragedie italiane (Concetta) e, infine, scatenandosi in un'inebriante e festosa dedica mariachi a Mimmo Lucano, con quella bellezza che è Un treno per Riace, una canzone che è baciata dalla migliore ispirazione e che omaggia De Gregori in un paio di passaggi (non serve che indichi quali, basta ascoltarla), anche se il vero tributo al cantautore romano arriverà più in là nella tracklist.

Tuttavia, come mi sembra di aver già scritto, ciò che distingue i Gang dai tanti gruppi "combattenti" loro contemporanei è una sensibilità e una capacità di scrittura che li pone se non ai livelli dei più grandi, di poco sotto. Una sensibilità che, sarà la non più giovanissima età, li porta a comporre canzoni d'amore mature e non banali, come Amami se hai il coraggio, un pezzo autenticamente emozionate. Una composizione che traccia un solco incolmabile tra chi pensa che bastino quattro slogan giusti per chiudere un pezzo e chi sa essere di poesia e di lotta senza snaturarsi mai. 

Tornando a De Gregori, dopo aver registrato per Calibro 77 una scatenata versione di Cercando un altro Egitto, i Gang rivolgono la propria attenzione al repertorio ottantiano (Scacchi e Tarocchi) del cantautore romano. 
Con la cover, struggente ed evocativa, di A Pà, oltre all'omaggio musicale si consegna all'ascoltatore anche un ricordo speciale e doloroso, visto che il brano fu dedicato a Pier Paolo Pasolini.

Insomma, siamo testimoni dell'ennesima rinascita di una delle più importanti band italiane, che sembra aver trovato in questi anni devastati e vili nuova forza, vigore e ispirazione artistica. 

lunedì 10 gennaio 2022

John Mellencamp, The good samaritan tour 2000 (2021)


Nell'estate del 2000, John Mellencamp assunse un'iniziativa più unica che rara, nello show business del suo livello: senza concordare nulla con le autorità, quindi in assenza di qualsivoglia permesso, e senza annunci ai fans, improvvisò una decina di veri e propri concerti acustici nelle strade, nelle piazze, nei parchi di alcune città americane, sorprendendo e deliziando le decine/centinaia di fortunati passanti che si fermarono a vederlo. Gli show furono ovviamente realizzati in modalità unplugged (due chitarre acustiche più quella dello stesso Mellencamp, un violino e una fisa) ed è lo stesso cantautore, al termine di Smalltown, la traccia uno, a spiegare il senso dell'operazione ("giveback" l'affetto e l'amore ricevuto dai fans). 

L'anno prima (il 1999), John era tornato alle sue radici con un album, Rough harvest, nel quale riprendeva alcuni suoi brani di repertorio ed interpretava una manciata di cover. L'operazione, fatta da altri, sarebbe risultata una mera operazione commerciale magari dovuta alla major per ragioni contrattuali, l'artista dell'Indiana invece, ci regalò un disco tra i migliori di una decade ancora di alto livello (Human wheels, Dance naked, il self titled, Mr happy go luck). Bene, lo spirito roots di Rough harvest permea completamente questi show, che suonano in maniera splendida, appassionata e coinvolgente attraverso una scaletta che per nove dodicesimi è composta da cover. Gli unici tre pezzi del repertorio del "coguaro" sono infatti deputati ad aprire (Smalltown, con un verso modificato in una citazione alla moglie), a chiudere (Pink houses) e a inframezzare (Key West intermezzo) la gig.

Per il resto, sulle ali dell'inconfondibile voce "ruggine e terra" di John, si viaggia tra folk, blues e rock and roll omaggiando Dylan (All along the watchtower e una fantastica versione del traditional In my time of dying), Woody Guthrie (Oklahoma hills), gli Stones (The spider and the fly, Street fighting man), Manfred Mann (Captain Bobby Stout), Jerry Hahn Brotherhood (Early bird cafè) e persino Donovan (Hey Gyp) e Rod Stewart (Cut across shorty). Nonostante l'improvvisazione degli spettacoli e la limitatezza dei mezzi tecnici questo disco dal vivo ha una caratteristica che ormai si è persa nelle megalomani registrazioni di concerti riviste e corrette in fase di post produzione: ti immerge completamento nel momento, sembra davvero di essere lì ad assistere all'esibizione della band. Una vera fortuna che Mellencamp (nella cui discografia manca colpevolmente un disco dal vivo celebrativo dell'intera carriera o del periodo a lui più favorevole, tra gli ottanta e i novanta) abbia deciso di pubblicare questi nastri.

Certo, appare davvero imprevedibile, e non è la prima volta, la personalità di questo personaggio, capace di farsi aspettare quasi trent'anni dai suoi fans italiani per poi concedersi in modo rapido e bizzoso (qui il post sul concerto incriminato) e, al tempo stesso, "regalare" una decina di show meravigliosi ad una manciata di inconsapevoli, fortunati e non paganti spettatori improvvisati.

A giorni (21 gennaio) uscirà il suo nuovo disco (Strictly a one-eyed Jack), con una collaborazione che negli ottanta avrebbe fatto tremare l'industria discografica americana fino alle fondamenta, e che oggi passa invece sostanzialmente inosservata. Delle dodici canzoni che comporranno l'album, tre saranno infatti eseguite assieme a Bruce Springsteen. Staremo a vedere.

P.S. A corredo del Good samaritan tour è stato realizzato un mediometraggio che si può vedere gratuitamente su youtube a questo link

lunedì 13 dicembre 2021

Bob Wayne, Rogue (2021)

Non siamo dalle parti dello stallo di Hank 3, praticamente scomparso da produzione discografica, concerti, vita pubblica e social  dal 2013, ma insomma, per uno come Bob Wayne, che dal 2006 al 2017 aveva pubblicato nove dischi in dieci anni ed è stato costantemente in tour, una iato di quattro anni dall'ultimo Bad hombre è comunque significativa. 

Ricordiamo per chi si fosse sintonizzato solo ora sul blog il profilo del personaggio (tutti i post a lui dedicati sono taggati a destra e in calce a questa recensione), che vive in un camper, ha sposato in pieno la causa hobo/outlaw country, si guadagna da vivere con show e merchandise (del tipo abbastanza reazionario - se volete farvi un'idea... - ), girava con Hank 3 e tra i vari tatuaggi ne ha sul braccio uno bello grosso dei mitologici Neurosis (anche qui, per chi vivesse sulla luna, non fanno country ma metal estremo). L'ho visto una volta dal vivo poco meno di una decina di anni fa, e, data la location a misura d'uomo, ho avuto modo di scambiarci due parole, ricavandone l'impressione di un tizio affabile, ma da non far incazzare. 

Torniamo a bomba, Scrivevo di quanto sia significativo l'orizzonte temporale trascorso dall'ultima release. E' molto significativo anche il mood scelto per il comeback dopo tutto questo tempo: atmosfere scarne su di un sound quasi completamente realizzato da voce e chitarra, testi nei quali caciara e goliardia sono sostituite da temi malinconici, tesi e drammatici. Insomma, fate le debite proporzioni, Bob Wayne ha realizzato il suo personale "Nebraska".

Non si scandalizzino gli sprigsteeniani (pericolosissima categoria della quale faccio parte) nel vedere accostato un capolavoro scolpito nel tempo ad una nuova e misconosciuta opera, perchè brani come la title track che apre il lavoro, Promise land, Daddy, Painpill Kentucky e, soprattutto, Killin' (per chi scrive non solo la migliore del lotto ma anche nella top five assoluta delle canzoni di Wayne), con le loro fotografie sporche di esistenze alla deriva, promesse tradite, rapporti difficili padre-figlio, disillusioni e abbandoni hanno piena dignità di richiamare la poetica dello Springsteen più intimista e sociale. Poi certo, Bob Wayne (ma come del resto Johnny Cash, per tirare un'altra bestemmia di paragone), oltre ad essere un debosciato, ha tutt'altra sensibilità politica rispetto al democratico Boss, per cui la cazzata della ode allo spacciatore che vende droga per mantenere la famiglia (Eu rezo), perlomeno nei termini in cui è scritta, lo allontana irrimediabilmente da ogni nobile paragone. 
La seconda parte del disco si scuote un pò di dosso le atmosfere plumbee (ma estremamente suggestive) della prima, aggiunge qua e là qualche abbellimento strumentale, ripropone uno dei tormentoni del repertorio di Bob (Mack) fino alla chiusura di Heard it all before, dove l'artista riprende la sua vena scanzonata e ironica.

Con Rogue Bob Wayne regala senza dubbio al suo pubblico un disco maturo, una delle sue opere migliori di sempre (i primi cinque pezzi acustici sono un apice creativo), smettendo la maschera dell'irriverenza e rivelandosi finalmente artista compiuto.

A primavera sarà in Italia.

lunedì 8 novembre 2021

Bokassa, Molotov rocktail

Dopo un esordio che ha goduto nientedimeno che dell'endorsement di Lars Ulrich (Divide and conquer, 2017) e un "attesissimo" secondo album passato piuttosto inosservato (Crismson riders, 2019) , i norvegesi Bokassa, rispettando la regola autoimposta dei due anni di tempo tra un disco e l'altro, pubblicano il nuovo lavoro: Molotov Rocktail.

A sto giro la band abbandona quasi completamente l'afflato più propriamente thrash/stoner/metal, per concentrarsi su un sound che spazia tra le diverse incarnazioni del punk (pop-hardcore-straight) e il cosiddetto scandinavian rock degli anni novanta (Turbonegro su tutti). 
Lo si capisce quasi subito, dopo un breve prologo strumentale (Freelude), quando parte la scanzonata So long, idiots che si candida ad essere la dedica dell'anno verso quanti non ci stanno propriamente simpatici. Altrettanto corrosiva (e provocatoria) la successiva Pitchfork'r'us, con cantato alla Lemmy ed improvviso coro fanciullesco. 
Con lo scorrere dei brani si fa apprezzare la buona propensione dei norvegesi alle armonie, con incursioni nel groove metal mainstream e chorus quasi arena rock (Low and Behold; Burn it all), fino alla zampata finale del lungo Immortal space pirate 3 -  Too old for this shit, un bel "doomone" che resta l'unica sortita nel metal tradizionale. 
Molto bella, infine, la copertina "da vinile" riecheggiante il mitologico  Heavy metal (il film a cartoni animati del 1981).

Insomma, un disco che, come sempre più spesso ci capita, non sposta nulla nella storia della musica, ma che ha almeno dalla sua spontaneità e divertimento.

giovedì 7 ottobre 2021

Prince, Welcome 2 America

Spulciando un pò il blog, mi sono reso conto di aver parlato quasi nulla di Prince. Eppure c'è stato un periodo abbastanza ampio, diciamo dai primi ottanta ai primi novanta, nel quale l'artista di Minneapolis ha occupato una buona porzione dei miei ascolti. In più, nella comitiva di amici dell'epoca, spesso era l'anello di congiunzione che conciliava i diversi gusti musicali. Piaceva insomma ai fan di Springsteen come a quelli dei Duran Duran, a quelli degli U2 e a chi ascoltava Vasco Rossi. Molti album di quel periodo (ma non Purple rain, con il quale fece il botto in Italia), per motivi squisitamente soggettivi, potrebbero tranquillamente rientrare nella lista dei miei dischi da isola deserta (1999, Around the world in a day, Parade, Sign o' the times, Lovesexy). Da li in avanti mi sono spostato su altro e poi, beh, la storia di Prince è nota, le proteste contro le major, la rinuncia al nome, la bulimia discografica, i dischi finiti e bloccati, gli anni zero un pò in ombra, la morte nel 2016.

Welcome 2 America non è il primo suo disco postumo (il terzo, per la precisione) e, come spesso mi accade, non so esattamente perchè abbia deciso di ascoltarlo, a differenza degli altri, fatto sta che l'ho fatto e ci sono rimasto sopra anche parecchio. L'opera non è il capolavoro che da qualche parte ho letto, probabilmente in qualche giudizio prevalgono i sentimentalismi per l'uomo che non c'è più. La tracklist avrebbe bisogno a mio avviso di una sforbiciata di brani e, inoltre, alcuni pezzi dubito avrebbero visto la luce se Prince fosse ancora tra noi, tuttavia un nucleo di sei - otto pezzi è di assoluto valore. A partire dalla title track, uno spoken che rimanda, nelle modalità e nelle tematiche sociali trattate, alla buonanima di Gil Scott-Heron. Poi abbiamo il classico soul nero princiano di Born 2 die, il power pop di Hot summer, l'hip hop di Check the record, la ballatona a forti tinte erotiche When she comes e la perfetta gemma di chiusura One day we will all B free

Insomma, a giudicare da buona parte di queste canzoni, i cassetti lasciati da Rogers Nelson pare abbondino di roba buona. Purtroppo non è lui a selezionarla e deciderne il rilascio, ed eventualmente anche a metterci mano per correggerne in difetti, pertanto i diamanti vanno un pò separati dalla fuffa, ma anche così i (ritardatari) nostalgici degli anni che furono, dovrebbero trovare pane per i loro denti.

mercoledì 29 settembre 2021

Ministri, Cronaca nera e musica leggera (EP, 2021)




Mi ha fatto proprio bene questo prolungato digiuno dalla musica dei Ministri, di cui non ascolto un disco con l'attenzione appropriata da almeno un lustro. Oppure, più semplicemente questo EP è uscito nel momento giusto. 
A prescindere. 
Quanto c'era bisogno della feroce poesia punk dei quattro milanesi in questo tempo devastato e vile (citazione di un altro artista milanese)?

La domanda è retorica. Ce ne era bisogno eccome. Tanto più che la band mette da parte i (legittimi) tentativi di evoluzione del proprio sound, tornando a pestare duro come tanto ci piace. 
Sarà la nostalgia, ma anche a livello di testi ho trovato Cronaca nera e musica leggera molto ispirato, con tante riflessioni corrosive che ben fotografano, ancora una volta, la società attuale. Pensiamo solo come quel passaggio del testo di Bagnini che recita: "niente scenate al centro commerciale" concretizzi in tre parole la quotidiana alienazione. Così come intenerisce, nonostante la violenza sonora, il riferimento a De Andrè dentro Peggio di niente ("improvvisamente ho visto Nina volare"), anche se, dovendo indicare il mio brano preferito vado deciso sull'esaltante title track, che si presta a grandi singalong dal vivo. 
E a proposito di concerti, chissà se sarà la volta buona per vedere i Ministri dal vivo, dopo decine di occasioni perse anche con show ad uno sputo da casa mia. 

Insomma, Cronaca nera e musica leggera è un ritorno breve ma intenso, che conforta e rassicura. Mettiamoci poi che ultimamente reggo molto meglio i dischi brevi (massimo otto tracce) che quelli più corposi, e l'esaltazione è servita.

lunedì 6 settembre 2021

Fulci, Exhumed information

 


Cominciano ad essere in molti, almeno a livello di underground metal, ad essersi accorti del valore dei nostrani Fulci. I casertani (Fiore alla voce, Dome alla chitarra e Klem al basso - la band è priva di batterista ed usa drum elettronici - ) hanno avuto importanti riscontri internazionali con il precedente full lenght Tropical sun, pertanto le aspettative per questo album superavano di gran lunga quelle per i lavori precedenti. Pur consapevoli di ciò, i ragazzi hanno dimostrato notevole coraggio artistico e volontà di progredire dal loro canonico campo da gioco death, regalando ai fan del cinema horror italiano una graditissima (per me lo è sicuramente) sorpresa musicale. Ma i segnali che la band si volesse aprire a nuovi orizzonti erano già arrivati qualche mese fa, quando i tre misero a disposizione la loro Death by metal alle rime del rapper Metal Carter (qui il video del pezzo). 

Insomma, era tempo di cambiamenti per lo stile dei Fulci, ma la filosofia, il riferimento primario del gruppo restano i medesimi. Infatti, dopo aver omaggiato il Maestro Lucio Fulci realizzando il debutto Opening the hell gates come un'apocrifa "colonna sonora postuma" di Paura nella città dei morti viventi e il successivo Tropical sun perimetrato attorno a Zombi 2, tra i fan (della band e del regista) c'era non poca curiosità di scoprire a quale opera fulciana avrebbero questa volta rivolto la propria attenzione i musicisti. Spiazzando non poco i bookmakers, la scelta è caduta su un film meno noto rispetto ai titoli più iconografici della produzione di Lucio, il penultimo realizzato dal cineasta prima della sua scomparsa: Voci dal profondo del 1991. 

Exhumed information inizia, come di consueto, con un dialogo estratto dal film di riferimento, per poi spalancare le porte ad un brutal death che, questa volta, volendo fare i pignoli, rinuncia agli aspetti slam (considerati più accessibili) del genere. L'apertura è per Voices, che alterna i violenti assalti a cui bene ci ha abituato il combo ad intermezzi doom, sempre accompagnati da un growl estremamente gutturale, per intenderci siamo dalle parti Cannibal Corpse periodo Chris Barnes. L'assalto sonoro accompagnato da tematiche orrorifiche procede senza sbavature per una quindicina di minuti e cinque pezzi, poi arriva la svolta. 
A partire da Glass, la traccia numero sette, siamo infatti spiazzati da una intro di synth che fa da preludio ad un (per me) meraviglioso tema musicale che tributa con gusto e competenza le colonne sonore dei nostri film di genere (giallo/thriller/horror) degli ottanta. Con questo pezzo si apre a tutti gli effetti la seconda, sorprendente parte dell'album: quattro pezzi realizzati assieme al musicista noto come TV-CRIMES, che rievocano appunto quell'inconfondibile mood che faceva da cornice alle tante (all'epoca) nostre produzioni e che a volte terrorizzavano più delle immagini stesse dei film. Queste composizioni, nelle quali la band compie verosimilmente un passo di lato (graffiando però attraverso i riff doom di Fantasma) lasciando il proscenio al tastierista ospite, ci restituiscono un gruppo che dimostra con forza e tenacia l'autenticità del proprio amore per Fulci e per il cinema di genere di quegli anni, oltre ad una verve artistica che impedisce ai musicisti di accontentarsi di quanto fin qui ottenuto. E non era poco. 

Grande rispetto ed ammirazione dunque per la traiettoria artistica di questa band italiana, apprezzabile anche per la decisione di dedicare la release ad alcuni personaggi da poco scomparsi: l'illustratore Enzo Sciotti, straordinario artista che ha realizzato centinaia di manifesti cinematografici, anche per film hollywodiani (qui trovate la lista dei "suoi" film), Camilla Fulci, sfortunata figlia del regista romano, e al mitico Giannetto De Rossi, truccatore ed effettista, la cui arte è universalmente riconosciuta, non solo dalla sua sterminata produzione italiana, ma anche all'estero (Conan, Dune, Rambo 3, Doctor M, Il proiezionista, Asterix e Obelix e molti altri). 

lunedì 30 agosto 2021

Rev. Peyton's Big Damn Band, Dance songs for hard times


Fate un esperimento. Ascoltate The Reverend Peyton's Big Band e poi provate ad indovinare di quanti elementi si compone la band e quali siano gli strumenti utilizzati. Personalmente sono rimasto basito nello scoprire che gli elementi sono tre e gli strumenti tutti legati al passato, ad una musica rurale ma viva e scalciante. 

Parto da qui per scrivere di questa vera e propria fulminazione musicale che mi ha colpito (non certo senza ritardo, visto che la band è in attività da più di quindici anni) perchè se la musica di Dance songs for hard times, undicesimo album in discografia, è clamorosa, lo stesso si può dire per il backgrounds dei singoli componenti e della loro radicale scelta stilistica. Partiamo dal Reverendo J. Peyton, il leader e frontman, che utilizza solo chitarre particolari, originali o repliche degli anni trenta, ma non disdegna di dedicarsi ad una scatola di sigari adattata a strumento a corde. La moglie Breezy Peyton suona il washboard con impeto punk, indossando guanti da lavoro e ditali. Il batterista Max Senteney (per un periodo dietro le pelli sedeva il fratello del Reverendo) picchia invece su un piccolo set di batteria, "arricchito" da un secchio di plastica. Detta così la Big Damn Band sembrerebbe un'accozzaglia di eccentrici freak, e allora torniamo alla domanda di apertura di questo post. Provate ad ascoltarli!

Si può iniziare come ho fatto io con il loro ultimo lavoro, Dance songs for hard times, undici pezzi nei quali il trio svernicia allegramente la musica dei loro nonni del sud con undici pezzi originali, passando con disinvoltura, ma con enorme gusto e capacità di realizzare melodie irresistibili, dal blues del delta (No tellin', when) al rockabilly stile Blasters (Too cool to dance) al più classico soul/rhythm and blues (Dirty hustlin') al rocchettone (che una volta sarebbe stato mainstream) di Sad songs
Ma se questa band da duecentocinquanta concerti l'anno ha un riferimento "spirituale" , egli è da ricercare nella figura del maestro studente Ry Cooder, la cui influenza permea, a mio avviso, tutto l'album, emergendo distintamente in un pezzo come Crime to be poor.

Disco imperdibile per gli amanti della musica old time americana, se ne avessi l'autorevolezza lo piazzerei di certo tra i migliori del 2021.


lunedì 23 agosto 2021

Dee Snider, Leave a scar

 

Terzo album a proprio nome per Dee Snider, dopo il definitivo scioglimento dei Twisted Sister. Confermato il team artistico di questa fase della carriera del grande Dee, a partire da Jamey Jasta degli Hatebreed alla produzione. Confermato anche il mood del disco, che si muove su territori perlopiù attinenti ad un groove metal molto mainstream. Per fortuna, a differenza del precedessore del 2018, il deludente For the love of metal, questo Leave a scar registra una maggiore compattezza, alcuni pezzi anthemici ben riusciti e persino un paio di episodi old school, che fanno enormemente piacere. 

Mettendo un pò in ordine i pensieri: l'avvio del disco è potentissimo, ma, torno a ribadire, un pò spersonalizzante rispetto alla storia di Snider. Ad ogni modo, pur registrando le marcate analogie con il sound di gruppi come Hellyeah o 5FDP, proprio non ce la si fa a criticare tracce dal tiro di I gotta rock (again); All or nothing more; The reckoning o Down but never out: suoni iperpompati, doppia cassa, trigger a manetta, ma il tutto funziona. 
Certo, sfido chiunque non sappia cosa sta ascoltando a ricondurre la cifra stilistica a Dee Snider (è come se Van Morrison facesse un disco con sonorità alla Beyoncè), ma ci sta che  l'ugola del Queens voglia tentare l'ultimo abbrivio per raggiungere quella notorietà che ha (troppo) brevemente accarezzato quasi quarant'anni fa, ai tempi di Stay Hungry
L'azzardo pare peraltro che abbia pagato, vista l'imponderabile entrata nel disco nella top 20 di Billboard, salutata da uno Snider eccitato come un bambino con un post su twitter

Leave a scar è dunque un lavoro piacevole, il migliore dei tre finora rilasciati (qui l'esordio del 2016) dall'ex singer dei Twisted Sister. Resta il fatto che, ascolto dopo ascolto, i pezzi che preferisco sono quelli più canonicamente legati all'epoca d'oro dell'heavy metal: Open season, Silent battles e Time to choose, in cui il nostro è coadiuvato da George Fisher dei Cannibal Corpse. 

E comunque, voci così compatte e potenti, in questo genere, a sessantasei anni suonati, non è che se ne trovino molte, in giro.