Visualizzazione post con etichetta sport. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sport. Mostra tutti i post

lunedì 8 agosto 2022

Una squadra (docuserie, 2022)



Le gesta sportive della squadra azzurra di tennis composta da Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Antonio Zugarelli che ha raggiunto, negli anni settanta, i migliori risultati sportivi di sempre nell'ambito della coppa Davis.

Nell'anno in cui le celebrazioni della vittoria al Mundial 82 hanno sfrangicato le palle perfino a me, che sono emotivamente legatissimo a quell'evento, esce per Sky questa serie che racconta un'altra storia, per certi versi dimenticata. Attraverso le interviste ai quattro tennisti e ad altri importanti comprimari di quell'epoca, Domenico Procacci, qui regista oltre che produttore, riesce a ricostruire un'intera epoca, un'Italia che non c'è più, riuscendo a bilanciare come raramente mi è capitato di vedere, emozioni e leggerezza. 
Il centro del racconto dovrebbe essere la vittoria dell'unica coppa Davis in bacheca azzurra, conquistata nel 1973 sul suolo cileno brutalizzato dalla dittatura di Pinochet, tuttavia, mano a mano che ci si inoltra nella visione, ci si appassiona in misura superiore all'intera carriera dei quattro, la cui importanza nel tennis tricolore è tutta nei numeri, con quattro finali conquistate sulle sette complessivamente disputate in tutta la storia del torneo (1973,1977, 1979  e 1980), senza contare quelle del capitano non giocatore Nicola Pietrangeli (1960 e 1961) con le quali arriveremmo a sei su sette. 

Ma, come accennavo, la carta vincente della docuserie è rappresentata dalla personalità dei quattro tennisti, che emerge tra ironia, commozione, amarezza, ma anche vanità, indomito spirito di competitività, e financo con qualche battuta feroce nei confronti degli amici/rivali di quel periodo. La star è il romano Panatta, che, tra ammiccamenti, battute e tanto understatement, è perfettamente a suo agio davanti alla camera così come il suo concittadino Bertolucci. Anche il piemontese Barazzutti se la cava senza timidezze, ma la vera sorpresa è Zugarelli, riserva della squadra che raramente assaggia le luci della ribalta e che ha un background molto meno mondano dei due romani. Tonino è quello che più si commuove ricordando l'infanzia in estrema povertà, la via d'uscita dal tennis che però era anche l'unica forma di guadagno, con tutta l'enorme pressione che ne conseguiva, per lui che già da giovanissimo si fece una famiglia. Forse la testimonianza più genuina ed empatica di tutti i protagonisti.

La serie, come da regola, si muove tra interviste registrate per l'occasione ed immagini di repertorio di partite, servizi dell'epoca e pagine dei quotidiani, lasciando anche qui, attraverso la riproposizione di contesti e personaggi di una RAI che fu (Galeazzi, quando faceva il giornalista), un'intensa traccia emotiva in quanti erano bambini negli anni settanta.

Concludo il post tornando alla partita cilena, con tutto quanto la accompagnò, tra chi sosteneva che non si dovesse andare per protestare contro Pinochet (il P.C.I., ovviamente) e chi invece era dell'idea opposta (più o meno tutti gli altri). Nel ricostruire quello scenario, Procacci intervista un giornalista scrittore cileno che, tra i tanti purtroppo avvenuti, racconta un episodio terrificante: la visita della FIFA (l'organo mondiale del calcio) allo stadio di Santiago per verificare che non ci fossero detenuti al suo interno, come la stampa aveva riportato. Ebbene, questi buffoni al soldo del business fecero solo il giro del campo, mentre negli spogliatoi e negli spazi interni migliaia di oppositori politici imprigionati e costretti al silenzio dalla minaccia delle armi vedevano passare codesti alti papaveri sorridenti e compiaciuti che tutto fosse perfettamente in ordine. Alla fine anche il P.C.I. si convinse dell'opportunità di giocare la finale di Davis. A persuaderlo furono proprio gli esuli e gli oppositori cileni, che pensarono di avere così una finestra di visibilità del loro martirio verso il mondo esterno.

In programmazione e on demand su Sky.

mercoledì 9 aprile 2014

Inter - Udinese, trent'anni dopo

Era l'8 di maggio del 1983, l'Inter disputava l'ultima di campionato al Meazza contro l'Udinese (il torneo si sarebbe definitivamente concluso la domenica successiva, con la trasferta di Catanzaro). L'anno succedeva all'epocale vittoria azzurra al Mundial di Spagna ma il contrappasso per i tifosi della Beneamata era stato una delle tante stagioni anonime della squadra nerazzurra: con lo spogliatoio lacerato dai clan interni, già in inverno eravamo fuori da corsa scudetto e coppa UEFA.
La società, in occasione della conclusione della serie A e vista la disaffezione dei tifosi, decide allora di aprire i cancelli ai ragazzi entro i quattordici anni (al prezzo simbolico di cento lire) per provare a riempire gli spalti e fidelizzare i supporters del futuro. Tra loro, non senza un po' di timore reverenziale, debuttavo anch'io insieme all'amico d'infanzia Giorgio.
Per dire delle piccole magie di questo sport, ancora oggi, a distanza di tre decenni, i ricordi di quella giornata restano indelebili, nonostante l'irrilevanza dell'incontro e la pochezza tecnica della squadra.
Quel giorno, in totale disprezzo alla primavera inoltrata, il pomeriggio era buio e pioveva a dirotto, ed essendo San Siro ancora privo della copertura (e del terzo anello), si assisteva alle partite completamente esposti alle intemperie. Ricordo distintamente che mentre tenevo il braccio all'insù per reggere l'ombrello, quello del mio vicino di posto gocciolava tenacemente, per tutta la durata della partita, all'interno della mia manica, lasciandomi alla fine dei novanta minuti una busta di pioggia condensata all'interno del gomito del giubbetto.
Per quello che riguarda il campo, l'Udinese passò subito in vantaggio con Gerolin, mentre i nostri erano inconcludenti e di norma tendevano a non passarla mai a Juary, il piccolo brasiliano che festeggiava i gol con un balletto attorno alla bandierina del corner, nonostante l'elegante e reiterato invito dagli spalti ("daghela al negheeer!!!") li invitasse a farlo. Così, quando all'inizio del secondo tempo fu proprio lui ad insaccare il pareggio, fummo in molti a pensare si trattasse della giusta punizione all'arroganza di quel manipolo di debosciati. Da lì in avanti le squadre si accontentarono del risultato e il match si trascinò stancamente alla conclusione. Nonostante tutti gli elementi della giornata avrebbero portato una persona normale ad abbandonare questo sport per dedicarsi a qualcosa di più sensato, per un ragazzino di quattordici anni, alla sua prima esperienza alla Scala del calcio , il danno era invece irrimediabilmente fatto e avrebbe prodotto guasti per gli anni a venire.


Non ho potuto evitare di ripensare a quel giorno quando, un paio di settimane fa,  il solito amico intrallazzone mi ha regalato due biglietti ("così vai con tuo figlio") per Inter - Udinese di giovedì 27 marzo, posticipo serale del 31esimo turno infrasettimanale di campionato.
Premesso che a Stefano il calcio interessa quanto potrebbe interessargli una rassegna sul cinema sovietico, al punto che non ha mai seguito una partita per più di tre secondi di fila nemmeno alla televisione, pensavo che rimbalzasse con sdegno la mia proposta, e invece, non solo ha l'ha accettata al volo, ma si è progressivamente caricato d'entusiasmo mano a mano che la data si appropinquava.
Così, verso le 18 di giovedì, con lo zaino pieno di cibarie che nemmeno dovessimo fare la gita di pasquetta fuori porta, eravamo sulla circonvallazione interna di Milano, dopo un tempo biblico bloccati nel traffico stavamo parcheggiando ad una distanza siderale dal Meazza e giusto sull'annuncio delle formazioni prendevamo posto e cominciavamo ad addentare i nostri panini con un occhio alle squadre che entravano sul terreno di gioco.
Dopo pochi minuti è parso evidente che la partita, analogamente a quel giorno di trentuno anni fa, avrebbe oscillato tra l'ammorbante e l'irritante, con l'ulteriore aggravante di non aver prodotto nemmeno un gol (il risultato finale sarà infatti di 0-0), ma Stefano si è comunque appassionato al contesto: la grandiosità dello stadio, il prato verdissimo, i giocatori a pochi metri (eravamo al primo anello sotto i Boys); l'hot dog dei baracchini, i tifosi dell'Inter che a seconda dei momenti passavano dal disfattismo più totale all'esaltazione più inspiegabile. Ad ogni parolaccia che volava poi (e, come potete immaginare non ne volavano poche) mio figlio realizzava non senza soddisfazione che quel luogo era una sorta di zona franca dell'epiteto e questa consapevolezza gli stampava sul viso un sorriso di soddisfatta, sorniona complicità. Non sono mancati scambi con gli altri tifosi: il migliore di tutti se l'è aggiudicato il mio vicino di posto quando, di rimando al mio tentativo di spiegare alla prole che le partite di calcio non erano tutte così noiose, replicava sardonico "Quelle dell'Inter sì".

Avrei voluto che il debutto da interista di Stefano facesse da miccia ad una passione travolgente per il calcio, un pò come per il giovanissimo alter-ego di Hornby in Febbre a 90, che avvenisse al cospetto di una partita esaltante, una vittoria impetuosa, gol a raffica e campioni indimenticabili, ma in fondo il mestiere di interista è quello di avere spesso davanti una squadra mediocre, farcita di giocatori sopravvalutati, che fa soffrire tanto e che porta a lamentarsi in continuazione. 
E allora, che diventi un ultras da stadio o un appassionato di danza classica, è bene che cominci presto ad abituarsi al pane duro che di norma rappresenta il mestiere di tifoso dell'Inter ed inizi a fare scorta di Maalox.

mercoledì 29 febbraio 2012

Interismi



Ho usato raramente questo spazio per parlare della mia passione per il calcio in generale e in particolare per l'Inter, nonostante questa passione sia, per intensità, molto vicina a quella per la musica. Ho sempre trovato la materia di scarso interesse, considerata la sovraesposizione del calcio in ogni dove mediatico / di vita quotidiana e poi, inconsciamente, c'è sempre l'impressione di occuparsi di un argomento intellettualmente inferiore rispetto alle forme d'arte rappresentate da musica, cinema e letteratura (in realtà non è così, c'è gente che parla di calcio in maniera intelligente e senza fanatismi, ma sono oggettivamente l'eccezione e non la regola).



Per questa ragione, e anche perchè non appartengo alla categoria di tifosi interisti cosidetti bauscia, non ho pubblicato post trionfali sui successi della mia squadra (fatto salvo quello per la vittoria della Champions League, ma era dovuto) e in genere ho sentito l'impulso di scrivere più nei periodi di difficoltà che in quelli vincenti. Quale occasione migliore dunque per tornare a disquisire di colori nerazzurri, che questa impressionante striscia di sconfitte consecutive che stiamo infilando da un mese in qua, in casa e in trasferta, in Italia e in Europa?



Lo dico subito: non sono deluso, incazzato o depresso per questa deriva di gioco e risultati. Considero assolutamente normale l'appannamento che coglie un team alla chiusura di un lungo ciclo di vittorie, e quello dell'Inter è stato uno dei più esaltanti di ogni tempo. Non me la prendo particolarmente con la società, con lo staff tecnico, con i giocatori. Certo, qualche errore di valutazione è stato commesso e più di un'incertezza nell'ambito del mercato si è pure registrata, ma il tutto è accentuato dal contesto generale di chiusura fisiologica di un'era. Ho sempre ammirato l'etica di Ranieri e non è un caso se nemmeno a lui sia mai capitato in precedenza di fallire l'obiettivo del risanamento sportivo di un team.


Sono annate così, nelle quali, contrariamente a quelle predestinate al successo, tutto va male, quelli bravi diventano brocchi e quelli mediocri sprofondano. Ad andar bene ci vorrà un lustro, anno più, anno meno, per tornare a vincere, non serve farsi illusioni.



L'unica critica che mi sento di rivolgere alla società è di natura preventiva. Bisognerebbe non farsi prendere dalla frenesia tutta morattiana che porta a fare e disfare ogni singolo anno, perpetrando scelte tecniche contrapposte e incomprensibili, e costruire invece pazientemente la squadra del futuro sui giovani (qualcuno valido in rosa e nei vari prestiti in giro mi sembra ci sia), a partire da subito, visto che mi sembra chiaro che quest'anno falliremo tutti gli obiettivi stagionali e non si capirebbe il senso di insistere con la vecchia guardia, vistosamente in difficoltà.

E la critica dove sta, direte voi? Nella certezza che la dirigenza nerazzurra, così come insegna la storia, farà l'esatto contrario, facendoci rivivere stagioni di interismi (per usare un termine coniato dal tifoso vip Severgnini) che speravamo archiviate.

giovedì 17 novembre 2011

De cat is in de sac

Stavolta non ci sono state sviste arbitrali o furbate di campioni al declino, l'Irlanda ce l'ha fatta e torna finalmente alla fase finale dell'europeo di calcio dopo un quarto di secolo di assenza. La squadra non è composta da fenomeni, per dire le stelle sono Shay Given e Damien Duff (trombati da Mancini al City) e il trentunenne fantasista, con un breve passato anche all'Inter, Robbie Keane. Sapete già dove andrò a parare. Grande merito in questa impresa va ascritto al giovannino nazionale, che è diventato un'icona degli sportivi irlandesi e che nell'ultima conferenza stampa per tenere alta l'attenzione dei suoi a prescindere l'ampio vantaggio maturato in Estonia, ha riproposto uno dei suoi evergreen: non dire gatto...

domenica 29 agosto 2010

Last kiss


Che strano è diventato il calciomercato. E' per via del Fair Play Finanziario imposto da Platini, dicono. Fatto sta che le trattative sono diventate lunghissime, estenuanti, su cifre tra l'altro che qualche anno fa si sarebbero spese senza timore (mi si rizzano i peli della schiena se penso ai trenta milioni sborsati da Moratti per Quaresma).

Allo stesso tempo però, uno come Ibrahimovic, solo l'anno scorso pagato dal Barcellona settanta milioni di euro viene ceduto in prestito al Milan, una diretta concorrente per la Champions, che comincerà a pagarlo a rate nel 2012, per una cifra inferiore di quasi tre volte quella spesa nel 2009 dal club catalano. O la dirigenza milanista è fatta di sopraffini negoziatori o quelli del Barcellona si sono dati alla beneficenza.

A proposito dei blaugrana, Guardiola sarà sicuramente un signore (inteso come persona virtuosa) ma forse qualcuno dovrebbe cominciare a farsi qualche domanda sulle sue abilità da manager, visto che l'anno scorso si è impuntato per la cessione di Eto'o (che era perfettamente funzionale ai meccanismi della squadra ) e per l'acquisto di Ibra (che quei meccanismi perlopiù li ingrippava) facendo spendere cifre cosmiche al suo club, e quest'anno lo ha platealmente scaricato alle condizioni di cui sopra.


E a proposito di Zlatan. E' chiaro che il mio è livore da amante tradito, ma andandosene dall'Inter non aveva dichiarato che non era più stimolato dal campionato Italiano, visto che l'aveva sempre vinto e l'ultimo anno ne era diventato anche capocannoniere? E quell'appassionato bacio alla maglia dell'F.C. Barcellona lo replicherà anche con la maglia rossonera? E soprattutto, farà la fine dei "traditori" Vieri e Ronaldo, che non hanno lasciato traccia, oppure proseguirà il suo impressionante filotto di titoli nazionali consecutivi (nove tra Svezia, Ajax, Juve, Inter e Barca)? E quanti voti prenderà in più il Berlusca, con questa operazione (dopo che aveva ampiamente dichiarato che in tempi di crisi era immorale spendere per il calcio)?

Vabbeh, portate pazienza. Mi passerà...






giovedì 19 agosto 2010

Forme di vita intelligenti nel calcio

Mi sorprende un minuscolo trafiletto su Repubblica:

In Lega Pro la squadra di calcio del Taranto vende a cinquanta centesimi i biglietti per i tifosi della Ternana: "Gli ospiti sono amici" è la motivazione.

Colpito, vado sul sito dell'AS Taranto Calcio e leggo questa nota:

"Ritenendo il calcio, come lo sport in generale, ambasciatore di tutta una terra e avendo preso con orgoglio in carico l’onore e l’onere di rappresentare la dignità e l’orgoglio di questa splendida città, la AS Taranto Calcio intende riproporre per la stagione sportiva 2010/2011 i gesti di concreta amicizia e di fraterna accoglienza riservati ai tifosi ospiti dello scorso anno.

Il progetto calcio di Enzo D’Addario ha tra i suoi principali obiettivi quello di fare del pallone un biglietto da visita per questa splendida terra e un volano per la sua promozione. A tal fine il presidente D’Addario è orgoglioso di accogliere una società dall’indiscusso blasone come la Ternana offrendo ai tifosi rossoverdi la possibilità di acqustare i tagliandi per il Settore Ospiti alla cifra simbolica di 0.50 euro. Ciò con l’auspicio che il rettangolo di gioco possa davvero diventare non solo teatro di un serrato confronto agonistico, ma anche strumento per creare condizioni di scambio culturale e reciproco rispetto tra terre."

Chapeau!

martedì 27 luglio 2010

The end?


Alla fine pare proprio che Mario Balotelli lascerà l'Inter, destinazione Manchester, sponda City, dall'allenatore italiano che l'ha lanciato, Roberto Mancini.
Andassero davvero così le cose, sarebbe una scelta che non condividerei.

Sarà anche vero che le nuove regole UEFA faranno della correttezza dei bilanci un ferreo vincolo per tutte le squadre europee (è notizia recente che il Maiorca è stato estromesso dalla partecipazione in Europa League a causa di un passivo da 60 milioni di euro), però tutta questa nuova smania di vendere da parte di uno come Moratti davvero non la capisco.


E' andata di lusso con la cessione di Ibra (l'affare della vita, ora dicono in molti), e passi per Maicon, che è alla soglia dei trenta, e o lo vendi adesso o te lo tieni per sempre, ma, diamine, cedere un ragazzo di talento come il Balo per "fare cassa" è fuori da ogni logica.
Dopo tutto siamo la stessa società che si è tenuta (a caro prezzo) per una decina di anni una sola irrecuperabile come il signor Alvaro Recoba.


Mi sono chiesto, e con me immagino tanti tifosi nerazzurri, dove stia il problema. Se sia davvero impossibile da gestire per un club come l'effecì Inter il carattere di un ragazzo diciannovenne dalle potenzialità straripanti, o se invece ci sia dell'altro, tipo malintesi reiterati, poca disponibilità alla mediazione, incompatibilità acclamata tra i due soggetti (il calciatore e la società) .

Forse ne sapremo di più a divorzio avvenuto, ma intanto resta una brutta sensazione, un'amarezza di fondo.
L'impressione che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in tutta questa vicenda nella quale si fatica a distinguere tra verità e bugie, tra buoni e cattivi, tra affari finanziari e delusioni affettive.

venerdì 16 luglio 2010

Talk talk

Nel discutere del mondiale appena terminato, uno degli aspetti che abbiamo spesso analizzato, è stato quello della qualità delle telecronache. Nell'occhio del ciclone giornalisti e commentatori, con Salvatore Bagni preso a simbolo del disastro. Vado controcorrente, a me l'ex numero quattro di Inter e Napoli piace nella sua totale, folle, verbosa anarchia, ma probabilmente è una cosa sentimentale mia. E comunque, da quando ricordi, i telecronisti sono sempre stati criticati; mio padre mi raccontava di Carosio, denigrandolo, e personalmente ricordo gli strafalcioni di Martellini e Pizzul.
Aldo Grasso, noto critico televisivo, ha fatto sul Corriere della Sera una breve analisi dello stato di questa particolare arte:




Bar sport Rai

Alla Rai sono da tempo abituati a suonarsela e a contarsela da soli; eppure, questa volta, sarà difficile negare il mezzo disastro della spedizione dei Mondiali in Sudafrica. Con tutta quella gente in allegra trasferta, alla faccia della crisi! Stiamo parlando di telecronache, commenti, notti «mondiali», non di ascolti: roba da filodrammatica, non degna di un Servizio pubblico.

Stiamo parlando dei commenti di Salvatore Bagni, uno che sa tutto di calcio ma che è completamente privo di autorevolezza: le sue osservazioni sono quelle tipiche che si sentono in un qualsiasi Bar Sport della riviera romagnola, le sue contraddizioni si manifestano più veloci di una ripartenza, e certe sue espressioni appaiono degne del rosso diretto (un conto è dire «forza d’inerzia», un conto è dire «inerzia », cioè inattività, passività, tutto il contrario di quello che sta succedendo in campo: «l’inerzia del gioco è ora passata a favore della Spagna »).

Non che i commenti di Fulvio Collovati o Beppe Dossena (l’unico ex torinista con l’aria antipatica) fossero migliori, anzi (domanda interessante: chi l’ha scelti e con quali criteri?). Speriamo solo che i criteri con cui è stata decisa la spedizione sudafricana non siano i soliti vigenti in Rai, cioè politici: però qualcuno dovrebbe dirci cosa ci facevano a Johannesburg Ubaldo Righetti, Carlo Longhi, Daniele Tombolini, Sandro Mazzola, Serse Cosmi e gli irreparabili Marino Bartoletti e Ivan Zazzaroni.

Le liti quotidiane fra Tombolini e Collovati restano fra le cose più stomachevoli che la Rai ha saputo regalarci. Stiamo parlando, ovviamente, anche del triste teatrino inscenato ogni sera a piazza di Siena tra Bisteccone Galeazzi e Maurizio Costanzo. Solo il rispetto per l’età ci impedisce di infierire e accodarci allo stuolo dei maramaldi. Però ci piace sottolineare che in Svizzera hanno trasmesso tutto le partite del Mondiale commentandole sobriamente da studio.

Telecronisti sbagliati anche per Sky

Massimo Mauro è il Salvatore Bagni di Sky, forse peggio. Sky ha investito molto sui Mondiali in Sudafrica. Soprattutto dal punto di vista tecnologico: i cinque canali dedicati all’avvenimento hanno offerto una straordinaria qualità d’immagine, come mai era capitato prima. Lavorando molto sulla tecnologia, Sky ha forse sottovalutato il fattore umano: le telecronache e i commenti, invece di migliorare, denunciano ormai una preoccupante fase involutiva. Urge intervenire. Sto parlando della coppia principe Caressa-Bergomi. Per non ripetere cose già dette, faccio un solo esempio: Beppe Bergomi, durante tutta la partita, si rivolge continuamente al suo compagno: Fabio di qui, Fabio di là. Possibile che non ci sia uno che gli spieghi che le sue pur pregevoli osservazioni acquistano più valore se rivolte al pubblico e non al suo amichetto? Luca Marchegiani e Antonio Di Gennaro sono molto bravi: ma non so se gli accoppiamenti fossero quelli giusti. Marchegiani rende di più con Maurizio Compagnoni, quanto meno ne tempera l’enfasi.

Qualcosa di più mi aspettavo dallo studio: ho la sensazione che ormai a Ilaria D’Amico, chiamata a più alti impegni giornalistici, il calcio cominci a stare stretto. Se in Rai i criteri di scelta sono essenzialmente politici, a Sky si privilegia la geopolitica del calcio padrone (l’inutile Boban per i milanisti, Mauro per gli juventini, ecc.). Così, di fronte agli ottimi commenti di Gianluca Vialli, lo spettatore si deve sorbire la vuvuzela di Mauro, uno che non volendo mai scontentare nessuno finisce per scontentare tutti, persino se stesso.

Un vizio comune ai telecronisti Sky è quello di voler interpretare la psicologia degli arbitri (piuttosto scarsini quelli visti all’opera in Sudafrica): non ha fischiato perché, non ha estratto il cartellino perché... Nelle telecronache, Sky denuncia una sudamericanizzazione, ma siamo in Europa, abbiamo pur sempre una tradizione.

mercoledì 7 luglio 2010

The winter of our discontent

Intervistato in qualità di inviato ai mondiali per la tv olandese, ad Aaron Winter, buon centrocampista di Lazio e Inter negli anni novanta, è stato chiesto un parere sulla sua esperienza di calciatore in Italia, divisa tra buoni risultati in campo e grandi problemi con le frange razziste (cioè quasi tutte) degli stadi nostrani.
L'ex calciatore ha risposto che: "se avessi ora 25 anni non andrei mai a giocare in un paese così tollerante con le sue intolleranze."

Difficile dargli torto. E dire che se già allora le cose andavano male, oggi sono addirittura peggiorate, con un'omologazione pressochè assoluta dell'estrema destra nei gruppi ultras, che hanno annientato quasi totalmente le poche curve di sinistra o comunque non politicizzate che c'erano all'epoca.
D'altro canto quando piove tanto (e siamo da tempo sotto ad un diluvio) è facile che i vermi escano allo scoperto.

venerdì 2 luglio 2010

mercoledì 30 giugno 2010

Tedeschi, gente seria




Come si dice in tedesco "chiamate la protezione animali" ?


Il polpo ha "parlato": vince la Germania

Finora l'animale ha azzeccato tutti i risultati. Ma solo all'ultimo ha scelto il contenitore con la bandiera tedesca

MILANO - Ai quarti di finale tra Argentina e Germania vinceranno i tedeschi. La previsione arriva da una fonte al di sopra di ogni sospetto: il polpo Paul, 2 anni di età, ormai rinomato dato che ha azzeccato il risultato di tutte e quattro le partite giocate dalla squadra di Loew (le vittorie con Inghilterra, Ghana, Australia e la sconfitta con la Serbia). Dall'acquario di Oberhausen, dove vive, Paul ha dato anche questa volta il suo verdetto. (...)

venerdì 25 giugno 2010

La vendetta di San Patrizio


Pensieri in libertà:


1) Dopo la Francia, esce prematuramente dal mondiale anche l'Italia. Cos'hanno in comune queste due nazionali? Entrambe sono arrivate in Sudafrica a spese dell'Irlanda...


2) Qualche dubbio sulle capacità di valutazione tecnica di Lippi ci doveva venire già l'estate scorsa, quando pronosticò la Juventus campione d'Italia (per i non calciofili: i bianconeri sono arrivati settimi).


3) Non ho visto la partita, ma ho fatto un pò di "zapping" radiofonico, e tutte le trasmissioni sportive si affannavano a tranquillizzare gli ascoltatori: "hey, anche se la nazionale è fuori il nostro programma continuerà fino alla finale!". E stica?


4) E a proposito di comunicazione, prevedo grossa crisi per tutti quei prodotti commerciali che hanno puntato la loro strategia di marketing sul mondiale azzurro. A fine partita sembrava una presa per il culo la pubblicità di una finanziaria che se chiamavi ti regalavano subito subito il tricolore per tifare Italia.


5) Mentre tutti gli organi d'informazione sono listati a lutto per l'atroce figura della nazionale, per dimostrare di avere il giusto profilo e requisiti adatti a questo esecutivo, Aldo Brancher raggiunge un record che di sportivo ha poco. Il giorno dopo essere stato nominato ministro (per l'attuazione del federalismo) ha già chiesto l'applicazione del legittimo impedimento in merito al processo che lo vedeva imputato tra un mese nell'udienza del processo per il tentativo di scalata di Antonveneta da parte di Bpi. Cosa centra coi Mondiali? Niente, però con sta gente è meglio non distrarsi troppo.

mercoledì 23 giugno 2010

Meno Brasile, più Goria

Mi dicono che la RAI, che detiene i diritti di meno della metà delle partite del mondiale, ha mandato in Sudafrica un numero superiore di inviati rispetto a Sky, che invece trasmette tutti gli incontri.
Curioso, no?

domenica 20 giugno 2010

D.A.M. 2.0


E' bizzarro questo amore viscerale che nutriamo nei confronti di Diego Armando Maradona. Un tipo che racchiude in se più contraddizioni di quante se ne possano contare in questi giorni di Mondiale dentro lo stato sudafricano.

E' il commissario tecnico più inverosimile che si sia mai visto, lui che agli allenamenti spesso ci mandava la sua borsa mentre i suoi compagni sgambettavano chiedendosi se sarebbe arrivato almeno per la partitella finale. Oggi mi piacerebbe vederlo, mentre chiede ordine e disciplina ai suoi ragazzi.

Non so se se si reputa comunista, ma di certo ha dichiarato più volte il suo grande amore per Fidel Castro, ha la sua effige, insieme a quella di Ernesto Che Guevara, tatuata sul corpo (e che tristezza leggere che Miccoli se li sia fatti tatuare non per convinzione politica ma per emulare Diego), però a Napoli frequentava le ville dei camorristi e ultimamente se ne va in giro vestito come se dovesse recarsi ad un matrimonio dei casalesi (cit).

Continua (giustamente, a parere mio) a sfottere Pelè, ma buisness is buisness, e quindi non ha nessun problema a fare con lui (e Zidane) la pubblicità per il marchio del lusso Louis Vitton.


E' sempre l'argentino più famoso del globo, ma non fa sconti alla repubblica sudamericana, nel ritiro dei mondiali ha ospitato e dato visibilità ("vi darei il nobel") ad una rappresentante delle nonne di Plaza de Mayo, in un momento in cui, da quelle parti hanno silenziosamente iniziato un'opera di rimozione dalla memoria collettiva.


Difficile capire chi sia davvero Diego Armando Maradona, un rivoluzionario, un tossico, un cafone o un furbastro, ma la ragione per la quale gli vogliamo così bene (beh, oltre al fatto che calcisticamente è stato un marziano, ovvio) forse è proprio legata alle sue contraddizoni e alle sue ipocrisie, che lo rendono così fragile e cialtronesco, un pò come, in misura diversa, ci sentiamo anche noi.

giovedì 10 giugno 2010

Let's play Sun City!

Non so se è un problema solo mio e di quelli della mia generazione che, bene o male, si sono sempre interessati di politica nel senso ampio del termine, ma proprio non ce la faccio ad associare i luoghi e le città del Sudafrica ad un contesto di spensieratezza.

Quando sento parlare di Pretoria, Johannesburg, Cape Town quali sedi per le partite di calcio del mondiale, non posso fare a meno di pensare a quando, questi ed altri posti entravano in casa attraverso l'informazione dei giornali o delle tv per tutt'altre motivazioni. Parlo dell'apartheid ovviamente, della detenzione di Mandela, dei crimini contro l'umanità, delle violenze, delle sopraffazioni perpetrate in quella parte di mondo africano fino al termine degli anni ottanta.

L'aggancio mnemonico successivo è più leggero, e riguarda come a metà eighties questo tema fosse stato adottato da tutto lo star system anglosassone quale crociata del momento.
Sulla scia di operazioni benefiche tipo We are the world, fu anche registrato un disco nel quale gli artisti coinvolti dall'allora schieratissimo Little Steven (Bruce Springsteen, Miles Davis, Ruben Blades, Bob Dylan, Herbie Hancock, Ringo Starr con il figlio Zak Starkey, Lou Reed, Run DMC, Peter Gabriel, David Ruffin, Eddie Kendricks, Darlene Love, Bobby Womack, Afrika Bambaataa, Kurtis Blow, Jackson Browne and then-girlfriend Daryl Hannah, U2, George Clinton, Keith Richards, Ronnie Wood, Bonnie Raitt, Hall & Oates, Jimmy Cliff, Gil-Scott Heron, Nona Hendrix, Pete Townshend, Pat Benatar, Joey Ramone) si opponevano non solo al regime di Botha, ma anche a chi, uomini d'affari e sopratutto colleghi, si recavano periodicamente a Sun City, definita la Las Vegas del Sudafrica, per fare delle serate lautamente compensate ad appannaggio esclusivo della ricca borghesia bianca (Frank Sinatra ebbe a dichiarare: "perchè mai non dovrei più suonare a Sun City? Hanno un green stupendo") mentre nei sobborghi i poliziotti intervenivano nelle sommosse sparando ad altezza uomo.

Le rockstar avevano scelto l'acronimo di AUAA (Artist United Against Apartheid) e Sun City, il pezzo trainante del disco, nel ritornello recitava "ain't gonna play Sun City", dove ovviamente play stava per "suonare". Curioso che oggi gli occhi di tutto il mondo siano rivolti proprio lì, per i mondiali del "playing" più seguito del globo, in un paese in cui l'apartheid è stato sconfitto, ma dove permangono giganteschi contrasti e continue contraddizioni.


domenica 30 maggio 2010

Stuck in the mud


(...)Domenica 13 gennaio '80 si doveva giocare Bologna-Juventus. I bianconeri erano in una situazione disastrosa: erano reduci da ben tre sconfitte consecutive, e in classifica stavano scivolando addirittura in zona retrocessione. Il giovedì prima della partita il direttore sportivo del Bologna, Riccardo Sogliano, alla fine dell'allenamento ci radunò tutti negli spogliatoi - titolari e riserve - e ci disse: " Ci siamo messi d'accordo con la Juve per pareggiare la partita di domenica. E' chiaro per tutti?". Nessuno di noi giocatori ebbe niente da obiettare, e Sogliano se ne andòtutto soddisfatto: un favore del genere alla Juve poteva tornare molto comodo al Bologna, in futuro...A quel punto parlò l'allenatore Perani, che ci propose di scommettere sul risultato di quella partita. (...)

Ricordo come fosse ieri, allo stadio comunale imbiancato dalla neve caduta nella notte , i minuti che precedettero l'ingresso in campo. Io ero destinato alla panchina, quando uscii dagli spogliatoi incrociai Trapattoni: gli raccomandai il rispetto dell'accordo, e lui mi disse che potevamo stare tranquilli, che non c'era nessun problema (con Trapattoni avevo giocato nel Milan e nel Varese, sapevo che era una persona seria). I miei compagni, nel sottopasso prima di entrare sul terreno di gioco, fecero lo stesso con alcuni dei giocatori juventini (che quel giorno erano: Zoff, Cuccureddu, Cabrini, Gentile, Brio, Scirea, Causio, Prandelli, Bettega, Tavola e Marocchino), gli dissero che noi avevamo scommesso sul pari; uno di loro rispose: "Noi oggi non abbiamo scommesso, il colpo l'abbiamo già fatto due doemiche fa con l'Ascoli (partita che la Juve perse in casa 2-3, n.d.r.)".



Le combine sui risultati delle partite di calcio ci sono sempre state, Carlo Petrini ne parla come di una cosa che negli spogliatoi è considerata naturale. Una squadra è in difficoltà, l'altra non ha più niente da chiedere, ci si parla, si conviene, ed è fatta. La squadra in difficoltà prima o poi renderà il favore. Una fisiologica conseguenza di questa pratica è il calcio scommesse (il totonero, così come era stato definito nel 1980). Un paio di intrallazzoni con contatti tra i calciatori mette in piedi un organizzazione di scommesse clandestine, per un pò la cosa funziona, ma non sempre i patti con i calciatori vengono rispettati e la coppia di "imprenditori" finisce sul lastrico. I due fanno quasi tenerezza pensando ai mega sistemi di scommesse moderne. Loro, nel 79/80 anticipavano i soldi delle scommesse, perdevano centinaia di milioni, avevano i cravattari alle calcagna e fu solo per uscirne che denunciarono tutto alla magistratura, dando il via al più noto scandalo della serie A italiano. Scandalo, che va detto, si concluse in una farsa a danno di qualche caprio espiatorio, visto che, ad esempio, non furono puniti il Bologna e sopratutto la Juventus, autrici di una clamorosa partita combinata.

Ma non parla solo di partite truccate, Nel fango del dio pallone. Ci racconta quanto siano egoisti, narcisisti e superficiali i calciatori. Di quanto gli importi solo della propria carriera (altro che bandiere...), di quanto attorno a loro giri tutto un mondo che vive solo per compiacerli, dei riti da camerata che a volte sfociano in brutali episodi da branco e infine dal sesso,consumato a profusione con episodi degni della più scontata trama di una produzione pornografica di serie B.

La parte del racconto alla quale Petrini tiene di più è però probabilmente legata al doping, altro aspetto che viene considerato consuetudine, negli spogliatoi che lui ha girato. Beveroni o siringhe che siano, i calciatori si sottoponevano a tutto quello che gli veniva chiesto, un pò per incapacità di rifutare, un pò per interesse personale, per giocare meglio, non sentire la fatica, migliorare la propria immagine/quotazione. Sono molti i morti e i feriti che questa pratica si è lasciata dietro, Carlo Petrini con un tumore al cervello è uno di loro.

Il libro è scritto in maniera molto semplice e lineare, composto da brevi periodi come se fossero post di un blog. L'autore fa chiaramente un resoconto della sua fantastica e tragica vita senza autoindulgenza, è spietato con se stesso, con le sue scelte egoistiche che hanno portato a conseguenza drammatiche anche per i suoi cari più vicini, è lo sfogo di un uomo che dalla vita ha avuto tutto e presto, e che col tempo ha restituito ogni cosa con gli interessi.

Confesso che ho sempre avuto un pò di timore a leggere Nel fango del dio pallone. Qualunque appassionato di calcio sa che questo sport è tutt'altro che pulito, ma forse a molti (me compreso) piace cullarsi nell'illusione che gli scandali passati siano stati solo episodi occasionali e tutto il resto fossero solo chiacchere da bar. Ovviamente non è così, e il fatto che quest'opera, che cita nomi cognomi e fatti, dall'anno della sua uscita a oggi non abbia subìto nemmeno una denuncia la dice lunga sulla coda di paglia che i suoi protagonisti negativi (tra gli altri Lippi, Agroppi, Trapattoni, Bettega, Dossena, Colomba, Moggi) si portano ancora oggi appresso.

Dopo aver letto il libro mi è venuta voglia di saperne di più e ho scovato su youtube questa bella intervista in tre parti a Petrini.
Parte uno, Parte due, Parte tre.

domenica 23 maggio 2010

E venne il giorno


Mi preparo alla partita seguendo i riti scaramantici che, da spetattore televisivo, mi hanno portato fino a Madrid. Rinuncio alle proposte di cena+partita in trasferta fatte da amici e parenti e mi chiudo in casa. La tuta che indosso è quella pesante che ho portato dall'inizio della Champions a settembre, il resto della famiglia mi lascia solo e si rifugia in un'altra stanza. Alle 20.44, dopo una suggestiva coreografia basata sul Flamenco fanno il loro ingresso in campo le squadre. Canticchiavo la musichetta della coppa campioni già da qualche giorno, sentilra sparata al massimo dagli speaker dello stadio Bernabeu mi mette i brividi.

Si parte. La gara è meno bloccata del previsto. Si gioca, e l'Inter comincia in attacco. Poi i tedeschi prendono campo, Robben sembra in forma e mette in difficoltà uno spaesato Chivu. Da lì a poco il controllo della palla è tutto dei biancorossi di Van Gaal. Poi un rinvio di J. Cesar, Milito prende posizione e fa la torre per Sneijder che fa due passi e poi gli restituisce palla. Milito è nel cuore dell'area davanti ai difensori, non tira subito, ma quando lo fa non sbaglia. Uno a zero. Stranamente l'esultanza della squadra non è da finale, solo un paio di giocatori raggiungono il principe per festeggiare. Pochi minuti dopo, su contropiede potermmo già raddoppiare ma Sneijder, servito da Milito calcia in bocca a Butt.

Il secondo tempo si apre con il Bayern che dopo pochi secondi mette un uomo solo davanti al portiere dell'Inter, il tiro è centrale e J. Cesar respinge. Capovolgimento di fronte, un ottimo Pandev calcia di prima una velenosa palombella ma Butt si supera e gli nega il gol.

Il Bayern tiene palla, l'Inter gli lascia l'iniziativa e si chiude nella propria metà campo in attesa di ripartire. A metà del tempo Eto'o vince un contrasto di testa appena fuori dalla sua area di rigore e riparte servendo Milito, che punta l'area, fa un'incredibile finta, dribla un difensore, apre il compasso del destro e piazza la palla nell'angolo. 2 a 0.

I cambi non incidono sulla gara, Robben è isolato, sembra che nessuno tra i bavaresi abbia i numeri per una giocata risolutiva. Finisce la partita. In tanti, tra giocatori e pubblico,piangono a dirotto.E' un emozione indescrivibile. A mente fredda sembra quasi sia stata una partita "facile", già scritta, con il Bayern che ha fatto la partita che l'Inter si aspettava e con i nerazzurri che li hanno lasciati fare, consapevoli della propria forza.

Personalmente non ci credevo più ad una vittoria in questa maledetta competizione. Ero talmente sfiduciato da sviluppare un atteggiamento tipo la volpe e l'uva, dicevo che pensavo più alla seconda stella (e quindi al ventesimo scudetto) che alla Champions. Beh, mentivo.

A rovinare la festa (sennò non sarebbe l'Inter) oltre all'annunciato addio di Mourinho, le parole di uno stratosferico Milito che sostiene di avere offerte da altri club (complimenti Diego, dire che te ne vai - o battere cassa - in mezzo ai compagni e ai tifosi in delirio, dopo essere stato zitto tutto l'anno, è un capolavoro di tempismo pari a quello che hai in area di rigore) e la presenza di Schifani nella foto con la coppa (in questa è coperto, ma in altre si vede chiaramente)...

P.S. Colgo l'occasione per fare autocritica, visto lo scetticismo con il quale avevo accolto Mou.

sabato 1 maggio 2010

Indigestione



I mondiali di calcio che si stanno appropinquando sono quelli che attendo con meno interesse da quando ho iniziato a seguire il calcio. Il che è sorprendente, vista l'attrattiva e il fascino che questa manifestazione ha sempre esercitato nei miei confronti. Certo, permane un pò di curiosità per il luogo della manifestazione (l'Africa, per la prima volta nella storia), ma per il resto disinteresse assoluto. Sarà l'insofferenza che nutro per il team italiano, o per l'overdose di calcio della stagione, o anche perchè a memoria fatico a ricordare l'ultimo mondiale in cui s'è visto calcio divertente (Mexico 86?), fatto sta che tutto l'hype montato ad arte dalle tv (chi ha sky sa di cosa parlo) mi lascia indifferente più o meno come un vegan davanti ad una fiorentina. Stiamo a vedere se tra un mese e mezzo mi tornerà l'appetito...

giovedì 29 aprile 2010

Atterraggio d'emergenza

La soddisfazione non è tanto (non solo) aver raggiunto la qualificazione per la finale della Champions League, che, considerato il fatto che l'Inter l'aspettava da 38 anni è già un risultato gigantesco, ma più che altro per aver scoperto tutti gli altarini del F.C. Barcellona.

Qualche settimana fa quasi ci si vergognava a tifare contro quello che appariva come un club splendido, sotto ogni profilo. Filosofia di crescita dei giovani, talenti in campo, modo di giocare, sorrisi, felicità, signorilità, ottime vibrazioni, cultura dello sport e del fair play, la gioia applicata ad un mondo isterico come quello del calcio. Insomma, una squadra da mondo perfetto, tutto il contrario del muro di antipatia che da tempo Mourinho, mattone dopo mattone, ha eretto attorno all'Inter.

Poi la sconfitta a Milano nella prima partita, le accuse scomposte all'arbitro portoghese che nega un rigore (solare) ai catalani. La carica a pallettoni per la partita di ritorno ("faremo odiare il gioco del calcio ai giocatori dell'Inter"), l'esasperazione dell'ambiente, le magliette con la scritta venderemo cara la pelle, gli spot in televisione sullo stesso tema, calci e sputi all'auto dell'allenatore dell'Inter, decine di tifosi sotto l'albergo della squadra milanese a fare casino tutta notte, addirittura la polizia tributaria da Eto'o (che ha casa in Spagna e ci torna spessissimo) a reclamare presunte imposte del passato, le sceneggiate dei giocatori in campo, con Busquets che viene colto dalle telecamere nella sua patetica sceneggiata alla Mario Merola, gli idranti accesi in campo per rovinare i festeggiamenti finali dei nerazzurri.

A mio avviso il Barcellona ieri ha perso molto più di una qualificazione ad una finale: società, ambiente e squadra sono tornati sulla terra in modo fragoroso, e non è dato ancora conoscere fino in fondo le conseguenze di questo improvviso, inaspettato e brutale schianto.

sabato 10 ottobre 2009

Go Ireland! part 2


Stasera l'Italia gioca a Dublino contro l'Irlanda di Trapattoni, in un Croke Park meravigliosamente sold-out. Avevo già espresso in questo post le mie sensazioni riguardo la nostra nazionale infarcita di arroganti, fighi di legno e destrorsi, ma da allora, se possibile, le cose sono ulteriormente peggiorate.

Lippi è più egocentrico di Berlusconi, tra non molto ci dirà che è il miglior ct della storia italiana, le domande su Cassano (ah che ventata di freschezza, non solo tecnica, rappresenterebbe l'arrivo del talento barese...) l'hanno fatto sbarellare inducendolo a comportamenti (che poi sono i suoi) di altezzosa presunzione nei confronti dei media.

A proposito del fantastico numero dieci della Sampdoria, a mio avviso abbiamo avuto nei giorni scorsi una risposta indiretta alla domanda sulla sua mancata convocazione. E' arrivata da De Rossi, che ha spiegato in pratica che quelli presenti in nazionale segnano di più e sono più forti di Cassano, e che il problema del barese è la presunzione.

Ergo: è il gruppo, non solo l'allenatore, a non volere l'irrequieto Antonio tra le sue fila. La smetteranno adesso i giornalisti di tormentare la squadra? E che cacchio! "Si sono dimenticati che campioni del mondo siamo noi" (l'ha detto Lippi ieri) ?

E il glorioso capitano azzurro Fabio Cannavaro? Chiuso a tempo di record il suo caso di presunto doping. Non voglio insinuare niente, per carità. Ma, a memoria, altri casi analoghi al suo non si sono certo chiusi nel giro di poche ore...


Dall'altra parte c'è una squadra operaia, un pubblico gioioso, un allenatore che di professione sdrammatizza.

Ricordate il bellissimo film di Frears Due sulla strada? Era ambientato ai tempi di Italia 90, i pub erano strapieni (beh diciamo più strapieni del solito...) per le partite dell'Eire. All'attesissimo quarto di finale, proprio contro l'Italia, in molti indossavano una splendida T-shirt con scritto FUCK SCHILLACI. Quanto sarebbe attuale e condivisibile oggi una creazione di questo tipo!

Per il nome del giocatore, beh non c'è che l'imbarazzo della scelta.



P.S. La foto allegata rappresenta un auspicio