lunedì 20 luglio 2026

Litfiba in concerto, quarant'anni di 17 Re - Castello Scaligero di Villafranca di Verona


Quando ho detto ad amici e colleghi che sarei andato a vedere il concerto dei Litfiba ho ricevuto in cambio sopraccigli sollevati, smorfie di disapprovazione e perplessità manifestate a vario titolo, ma tutte accompagnate da espressioni di compatimento. Ho capito allora che nella percezione comune si è completamente perso il ruolo fondamentale di questa band, ai suoi inizi, nell'evoluzione della musica indipendente italiana (in ambito new wave). Sono invece impressi nella memoria le baracconate di Pelù, gli stracci che sono pubblicamente volati tra il frontman e il resto del gruppo (Renzulli in primis) e i tanti (troppi?) comeback tour. Comprensibile, visto che la fase della "trilogia del potere" (delle vittime del potere, come piace precisare alla band)  è durata solo tre anni (1985-1988) mentre tutto il resto, da El diablo in avanti, s'è ne è preso ben oltre trenta. Resta comunque il fatto che i primi tre dischi dei Litfiba, Desaparecido, 17 Re e Litfiba 3, siano qualcosa di enormemente rilevante, sospesi com'erano tra impegno politico, allegoria e sogni dark. 

Quest'anno correva il quarantennale di 17 Re (1986) e la band toscana, assecondando un canovaccio in voga ormai da tempo, da quando cioè il rock è diventato materia per ultracinquantenni malati di nostalgia, ha deciso di portarlo in tour suonando integralmente i suoi sedici brani (più uno, la title track, esclusa dalla tracklist originale e ripubblicata per l'occasione). Ma la particolarità di questo tour è soprattutto quella di aver riunito i componenti originali dei primi Litfiba, quindi, oltre a Pelù e Renzulli, Antonio Aiazzi (tastiere) e il mitologico Gianni Maroccolo (basso). Alla batteria in vece del drummer originale Ringo De Palma (morto nel 1990) uno spettacolare Luca "mitraglia" Martelli (con il gruppo per il tour del 2013, che portò in giro la trilogia, e in studio per l'ultimo album Eutòpia, del 2016).

Questa la premessa. Aggiungo che pur passando il tour vicino casa abbiamo optato per la data di Verona in quanto il Carroponte (la location di Milano) non gestisce benissimo i pienoni, diciamo così. Il Castello Scaligero di Villafranca di Verona viceversa, oltre ad essere una venue suggestiva garantiva anche una capienza più a misura d'uomo (5-6000 posti). La scelta si è rivelata una volta tanto azzeccata e lungimirante, essendo riusciti ad assistere all'intero show a pochi metri dal palco in condizioni ottimali (unica pecca, per chi era distante dallo stage, l'assenza dei maxi schermi).

Il concerto inizia con apprezzabilissima puntualità alle 21.15 sulle note di Febbre, la sola del concerto presentata in versione esclusivamente strumentale, come overture atta a creare il giusto climax per l'ingresso sul palco dello sciamano Pelù, che attacca 17 Re, il pezzo recuperato. Le sue atmosfere funzionano, così come i riferimenti nel testo ai gangster a capo di nazioni importanti e alle conseguenze delle loro scelte folli.  Quando parte Come un dio, la canzone successiva, capisci dal singalong quanto il pubblico sia legato a questo piccolo grande disco che le classifiche non le vide nemmeno da lontano ma che, evidentemente, è impresso a fuoco nella memoria collettiva non solo di chi all'epoca era ragazzo.


Piero Pelù si prende la scena da frontman consumato. Dalla sua, nonostante età e acciacchi - un acufene permanente che lo costringe ad esibirsi con delle vistose cuffie protettive - , una voce che non ha perso di pulizia, intensità e potenza e una presenza magnetica, sciamanica: ormai, nel bene e nel male, suo marchio di fabbrica. Di contro un attitudine al comizio totalmente fuori controllo, che lo porta a dire la sua prima di ogni singola canzone interpretata, con un effetto comizio a mio avviso controproducente: davanti a tanta banalizzazione, retorica e sicumera ti viene da dargli torto anche quando in linea di principio saresti d'accordo con lui. Un'attitudine questa del tutto provinciale, i grandi artisti che vogliono lanciare messaggi politico sociali fanno parlare le canzoni oppure individuano un momento specifico nello spettacolo (uno, perdio!) per uno speech mirato che cattura l'attenzione del pubblico.

Al netto di ciò il concerto fila via bene, la potenza di fuoco della sezione ritmica (con la batteria sugli scudi) mi massacra lo sterno. Piero si fa carico quasi interamente delle parti vocali, visto che il solo Martelli ogni tanto lo doppia alla voce. 
Decidere di eseguire per intero 17 Re non è scelta banale per varie ragioni, ma la più importante è la difficoltà di rendere alcuni brani dal vivo (per dirne una, alla fine delle sessioni di registrazioni dell'album, nel 1986, Maroccolo decise di sostituire le parti di batteria del povero De Palma con una drum machine), ed infatti parte di essi non erano mai stati suonati live prima. Potrei sbagliare ma credo che canzoni come Sulla terra o Tango abbiano preso aria e applausi per la prima volta in quarant'anni. Stando così le cose, si perdona anche l'esecuzione "velocizzata" rispetto al mood originale di buona parte della tracklist dell'album.

Il set si chiude inevitabilmente con la bolgia di Gira nel mio cerchio (che gran pezzo, ancora oggi!) e Resta, forse il più importante rock-anthem italiano assieme a Male di miele degli Afterhours. I bis continuano a cavalcare l'eccitazione del pubblico, alimentata da un scellerato, per noi diversamente giovani, invito al pogo di Pelù, per la tripletta finale La preda, Tex e Cangaceiro. Precedentemente,  un'interpretazione di Santiago, che resta uno degli highlights assoluti del concerto, con il suo focus sugli orrori del Cile di Pinochet assieme alla critica al viaggio di Papa Wojtyla che incontra Pinochet mentre nelle segrete si continuava a torturare e trucidare innocenti. 

Un bel concerto, per tanti aspetti irripetibile. Anche se si percepisce un pò di distanza, di freddezza tra i singoli membri della band è come se i Litfiba avessero bisogno di ritrovare l'approvazione del pubblico attraverso il recupero integrale delle note del loro capolavoro per fare pace con la propria storia, per essere finalmente risolti.



giovedì 16 luglio 2026

Recensioni capate: Dangerous animals (2025)



Dopo l'imperdibile The devil's candy aspettavo con tale impazienza un nuovo lavoro di Sean Byrne da...essermelo perso al cinema.
Buon per me che le opportunità di recupero fornite dalle piattaforme (Prime in qusto caso) ti permettono di espiare la giusta penitenza.
C'è da dire che non capirò mai perchè uno oggettivamente dotato come Byrne abbia dovuto attendere quasi dieci anni (dieci anni!) per girare un altro film, mentre debosciati incapaci lavorino a ritmo incessante, ma tant'è.
Togliamoci il dente: Dangerous animals non è al livello del film precedente e si si presenta sotto molti punti di vista come il classico summer horror, tuttavia ha dei punti di forza. A partire da come sfrutta un'idea semplice ma dannatamente funzionale e divertente, cioè incrociare i generi survivor horror, serial killer e squali assassini. Aggiungiamoci che per il genere è girato da dio e che villain e last girl sono davvero eccellenti. Il carnefice, in particolare, non si dimentica: l'australiano Jai Courtney conferisce al suo personaggio Tucker una forza non scontata, tra pazzia, ferocia e un fascino luciferino. Molto bene anche la "preda" Zaphyr, interpretata da Hassie Harrison, una bellezza sghemba ottima nel ruolo di vittima che non si arrende al suo destino. 
Quando un thriller a tinte gore riesce a trasmetterti la giusta ansia senza ricorrere a banali jump scares e "nonostante" le molte scene clue girate in pieno giorno, significa che funziona, pur non essendo un capolavoro. 
Adesso speriamo solo non ci vogliano altri dieci anni per vedere un nuovo film di Sean Byrne.

Prime video

lunedì 13 luglio 2026

Recensioni capate: Poker face (serie, due stagioni)


Divertente questa idea concepita e in parte diretta dal bravo Rian Johnson (la saga Knives out) che, attraverso la protagonista Charlie Cane (interpretata dalla veterana Natasha Lyonne), già a partire dai titoli di testa, mette in scena un omaggio ai telefilm americani anni sessanta settanta, quelli che ospitavano una guest star diversa per ogni episodio (nel corso delle due stagioni possiamo ammirare tra gli altri Joseph Gordon-Levitt, Nick Nolte, Ellen Barkin, Ron Perlman, Awkwafina, Giancarlo Esposito, Katie Holmes, Haley Joe Osment, Justin Theroux) con un esplicito riferimento al meccanismo narrativo de Il tenente Colombo. La character Charlie ha una dote unica, riesce a capire quando una persona mente. Questo dono, all'inizio sfruttato per fare soldi, la mette spesso nei casini e così, dopo il primo episodio (guest star Adrien Brody) si trova a scappare dalla vendetta dei suoi nemici girando gli States. Il plot consente così di ambientare ogni episodio in uno Stato diverso dove, ovviamente, ci sarà un omicidio su cui ella si troverà ad investigare grazie alla sua capacità. Il personaggio Charlie Cane, il cui potere la porta ad essere scanzonata e diretta, è divertente, e interpretato dalla Lyonne in maniera efficace. Ovvio, non è una di quelle serie da cui pretendere verosimiglianza, bensì da guardare con leggerezza. Almeno fino a quando il giochino comincia a stancare. 

lunedì 6 luglio 2026

Recensioni capate: Carpenter Brut, Leather temple


E' da un pò che volevo buttare giù qualcosa sui Carpenter Brut, anzi su Carpenter Brut, visto che dietro al monicker si cela un solo musicista, il francese Franck Hueso. L'occasione mi viene servita sul classico piatto d'argento con il rilascio dell'ultimo album, Leather temple, terzo full lenght (quarto se si conta una prima raccolta di tre EP), rilasciato dall'artista. 
L'alias scelto da Hueso rende omaggio al mitologico John Carpenter oltre che, a quando pare, ad una sorta di parafrasi di una marca di champagne. 
Il legame più importante è comunque quello con il regista americano, perchè la musica di CB, che si muove su coordinate dark synth in qualche modo rievocative del metal, richiamano espressamente i lavori del maestro Carpenter (sia in termini di film che di soundtrack), così come lasciano emergere clamorosamente un amore per gli horror degli anni ottanta. 
Impossibile, ascoltando tracce come Major threat, non vedersi la fuga disperata della ragazza inseguita dal maniaco di turno, così come non si può non beccarsi una botta di adrenalina fuori tempo massimo con pezzi come The Misfits /The Relebels, Speed or perish o la title track.
Disco da godere tutto d'un fiato nei saliscendi delle sue dieci tracce (ovviamente strumentali) per scarsi quaranta minuti, che ti spettinano tra synth, dark synth, revival disco e electronic-metal.

giovedì 2 luglio 2026

My Favorithe Things, maggio e giugno 2026

ASCOLTI

Mandy, Indiana, URGH
James Chance and the Contortions, Buy
Nuclear Messiah, Black flame
Daphni, Butterfly
The Four Horsemen, Nobody said it was easy
Carpenter Brut, Leather temple
Boards of Canada, Inferno
Social Distortion, Born to kill
Litfiba, 17 Re
Underscores, U
Robyn, Sexistential
Downtown Boys, Public luxury
Olivia Rodrigo, you seem pretty sad for a girl so in love
Ultravox, Vienna
Bruce Springsteen, Faithless

Monografie e Playlist

70's & 80's Funk&Funky
Liars
Wynton Marsalis


VISIONI

The lonely hearts killers (3,75/5)
Esprimi un desiderio (2/5)
Kneecap (4,25/5)
Fuori (3/5)
La camera di consiglio (2,5/5)
Fight or flight (3,25/5)
La verità negata (2018) (2,5/5)
Jarhead (3,5/5)
Ave, Cesare! (3,5/5)
Morte cucina (3,5/5)
La donna della cabina numero 10 (2,25/5)
Getaway! (4,5/5)
Concussion - Zona d'ombra (2,75/5)
Old guy (2/5)
Power - Potere (2,5/5)
Il maestro giardiniere (3,75/5)
Hana e i libri del destino (3,5/5)
Ammazzare stanca (3/5)
Dario Argento Panico (3/5)
Velocità massima (3,25/5)
Missione shelter (1/5)
Pecore sotto copertura (3/5)
Dogs don't wear pants (3,75/5)
Walk the line - Extended version (3,75/5)
Killer Joe (3,75/5)

















Visioni seriali

Esterno notte (3,5/5)
The beef 2 (2,5/5)
Inspira, espira, uccidi, stagione 2 (2/5)

LETTURE

Francois Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock