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lunedì 13 dicembre 2021

Bob Wayne, Rogue (2021)

Non siamo dalle parti dello stallo di Hank 3, praticamente scomparso da produzione discografica, concerti, vita pubblica e social  dal 2013, ma insomma, per uno come Bob Wayne, che dal 2006 al 2017 aveva pubblicato nove dischi in dieci anni ed è stato costantemente in tour, una iato di quattro anni dall'ultimo Bad hombre è comunque significativa. 

Ricordiamo per chi si fosse sintonizzato solo ora sul blog il profilo del personaggio (tutti i post a lui dedicati sono taggati a destra e in calce a questa recensione), che vive in un camper, ha sposato in pieno la causa hobo/outlaw country, si guadagna da vivere con show e merchandise (del tipo abbastanza reazionario - se volete farvi un'idea... - ), girava con Hank 3 e tra i vari tatuaggi ne ha sul braccio uno bello grosso dei mitologici Neurosis (anche qui, per chi vivesse sulla luna, non fanno country ma metal estremo). L'ho visto una volta dal vivo poco meno di una decina di anni fa, e, data la location a misura d'uomo, ho avuto modo di scambiarci due parole, ricavandone l'impressione di un tizio affabile, ma da non far incazzare. 

Torniamo a bomba, Scrivevo di quanto sia significativo l'orizzonte temporale trascorso dall'ultima release. E' molto significativo anche il mood scelto per il comeback dopo tutto questo tempo: atmosfere scarne su di un sound quasi completamente realizzato da voce e chitarra, testi nei quali caciara e goliardia sono sostituite da temi malinconici, tesi e drammatici. Insomma, fate le debite proporzioni, Bob Wayne ha realizzato il suo personale "Nebraska".

Non si scandalizzino gli sprigsteeniani (pericolosissima categoria della quale faccio parte) nel vedere accostato un capolavoro scolpito nel tempo ad una nuova e misconosciuta opera, perchè brani come la title track che apre il lavoro, Promise land, Daddy, Painpill Kentucky e, soprattutto, Killin' (per chi scrive non solo la migliore del lotto ma anche nella top five assoluta delle canzoni di Wayne), con le loro fotografie sporche di esistenze alla deriva, promesse tradite, rapporti difficili padre-figlio, disillusioni e abbandoni hanno piena dignità di richiamare la poetica dello Springsteen più intimista e sociale. Poi certo, Bob Wayne (ma come del resto Johnny Cash, per tirare un'altra bestemmia di paragone), oltre ad essere un debosciato, ha tutt'altra sensibilità politica rispetto al democratico Boss, per cui la cazzata della ode allo spacciatore che vende droga per mantenere la famiglia (Eu rezo), perlomeno nei termini in cui è scritta, lo allontana irrimediabilmente da ogni nobile paragone. 
La seconda parte del disco si scuote un pò di dosso le atmosfere plumbee (ma estremamente suggestive) della prima, aggiunge qua e là qualche abbellimento strumentale, ripropone uno dei tormentoni del repertorio di Bob (Mack) fino alla chiusura di Heard it all before, dove l'artista riprende la sua vena scanzonata e ironica.

Con Rogue Bob Wayne regala senza dubbio al suo pubblico un disco maturo, una delle sue opere migliori di sempre (i primi cinque pezzi acustici sono un apice creativo), smettendo la maschera dell'irriverenza e rivelandosi finalmente artista compiuto.

A primavera sarà in Italia.

giovedì 26 ottobre 2017

Bob Wayne, Bad hombre


Fidatevi di uno stupido, mai sottovalutare Bob Wayne. Se dopo l'ammorbidimento dei suoni di Back to the camper (digerito solo dopo svariate somministrazioni) e il passo, più spiazzante che falso, rappresentato dall'album di cover Hit the hits (senza considerare il divertissement natalizio che l'ha visto comporre un christmas album clandestino e folle, con i testi delle canzoni delle festività su melodie di notissimi pezzi hard rock), qualcuno poteva pensare che il gigantesco buzzurro dell'Alabama si fosse ammorbidito, beh, Bad hombre è la risposta più fragorosa e sferragliante che Wayne potesse presentare per smentire la tesi.

Ed è sufficiente buttare un occhio ai titoli delle composizioni per capire che la vena di irriducibile fuorilegge è tornata a gonfiarsi, quale preludio ad uno sfogo musicale liberatorio e senza freni.
Niente di strano quindi se i primi versi che ci accompagnano all'ascolto siano quelli quanto mai programmatici di Hell Yeah: "Sono andato via di testa, ho schiantato il camion, ho fumato un po' troppa roba, cazzo, sì!" , che ristabiliscono la giusta distanza tra le liriche reazionarie e lo stile di vita dell'irsuto countryman americano.

Sia ben chiaro che personalmente non condivido nulla della filosofia di questi moderni outlaw, ai quali piacciono armi da fuoco, sballo, violenza e disordine sociale e che se potessero, vorrebbero indietro la confederazione degli stati del sud. Semplicemente il loro country sudicio e fuori dagli schemi è, per i miei parametri, il migliore in giro, e ogni volta non so resistere al suo richiamo. E' come ascoltare i Cannibal Corpse o divertirsi davanti ad un film con le gesta Michael Myers, senza per questo uscire di casa e sterminare persone a destra e a manca (sebbene ultimamente la tentazione sia forte).

Chiusa la breve divagazione si torna a discernere di Bad Hombre, che parte a razzo e, dopo Bandana, un duetto coadiuvato da voce femminile sul tema, tanto per cambiare, dell'omicidio, rilascia una bella doppietta in puro stile Hank III: Still truckin, che sembra una Wild & free parte due e il trascinate blugrass 420 bound. Immancabile anche il pezzo alla Johnny Cash (con un richiamo anche allo Springsteen intimista di Nebraska o Tom Joad), che affiora grazie ad Hangin' tree,  una outlaw song su di un colpo facile andato a puttane.
La chiosa dell'album è lasciata ad una canzone che è nata da diversi colloqui che Wayne ha avuto con reduci americani tornati psicologicamente a pezzi dai presidi militari in Iraq (80 miles to Baghdad) e da Working class musician, l'immancabile pezzo autobiografico che serve per affermare l'orgogliosa diversità di uno che "non ha nemmeno fissa dimora" per il quale la strada è letteralmente casa, visto che vive su di un camper ed è perennemente in tour ovunque nel globo.

Con Wake me up di Aloe Blacc, una delle mie pop song preferite, cover probabilmente rimasta fuori da Hit the hits, siamo ai saluti di un album in cui Bob Wayne torna a fare il Bob Wayne che abbiamo imparato a conoscere, e lo fa mantenendo la barra dritta, avvalendosi di un songwriting ispirato e privo di manicheismi, per un risultato finale assolutamente credibile nel perseverare la traiettoria poetica schizoide e disturbata del suo autore.

lunedì 15 giugno 2015

Bob Wayne, Hits the hits

Eh sì. Sono tempi duri per l'outlaw country e i suoi interpreti più radicali. Prima Hank III posta sul suo sito la notizia che, a fronte della sua decisione di gestire la sua musica in totale autonomia, finchè non raggiungerà il break even legato alla realizzazione e alla distribuzione di Brothers of 4x4 e A fiendish threat, non potrà esporsi in nuove produzioni, poi Bob Wayne decide di dare alle stampe un album di cover di pezzi mainstream intorbidendo pesantemente la sua reputazione di anarcoide musicale.
E' questa una mossa che davvero non mi aspettavo, anche se capisco che vivere di musica oggi sia arduo un po' dappertutto, e farlo con un sottogenere per pochi intimi lo sia ancora di più.
Ed è chiaro che volendo tentare un minimo di rilancio commerciale fare la cosa più spontanea e virtuosa, cioè reincidere canzoni sconosciute ai più (magari dei Neurosis, band il cui monicker è tatuato sull'avambraccio del barbuto singer), non è un'ipotesi praticabile. Molto meglio infilarsi nel solco di un'operazione alla Hayseed Dixie e sperare di ottenere la stessa considerazione dal pubblico.
E allora ecco che sotto una copertina alla Rocky Balboa (effetto chissà quanto voluto) trovano posto tredici tracce, quasi tutte molto note, che spaziano essenzialmente dal rock al pop con incursioni nei repertori di Led Zeppelin, Red Hot Chili Peppers, Guns 'n' Roses, Rolling Stones, Beatles, ma anche Gnars Barkley, Adele, Rihanna e Imagine Dragons.
Ora, non voglio dire che il pub rock di Rock and roll non sia trascinante, così come la versione di Sweet child o' mine aggraziata o l'intuizione di Skyfall sorprendente, ma per contrappeso appaiono totalmente superflue le interpretazioni di Symphaty for the devil, Come together o I shot the sheriff.
Complessivamente si ha la sensazione che il disco si farà sicuramente qualche giro nel lettore, finendo però presto sullo scaffale per lasciare in gola l'amaro sapore del tradimento.

lunedì 25 agosto 2014

Bob Wayne, Back to the camper


Le  aspettative che nutrivo verso questo album, alimentate dal crescente fanatismo sviluppato per Bob Wayne dopo la fulminazione per Till the wheels fall off  e il conseguente effetto domino del concerto dell'estate scorsa e del recupero del lavoro di repertorio del barbuto countryman dell'Alabama, mi hanno un po' guastato i primi approcci a Back to the camper. Sviato anche dalla copertina (cazzara, ma come vedremo fuorviante rispetto ai contenuti) mi aspettavo infatti di essere travolto da un'onda d'urto a base di veloce, divertente e irriverente country punk spruzzato di blugrass, sull'onda dei classici Everything is legal in Alabama, All those one night stand, There ain't no diesel trucks in heaven, Fuck the law, Driven by demons e compagnia bella, e invece, dopo l'inizio scarno e nervoso di Sam Tucker, che rimanda nello stile a 13 truckin' songs e nelle liriche alla rievocazione delle gesta dei  cercatori d'oro di fine ottocento, Wayne si gioca, inaspettatamente, la carta di due ballate consecutive, interpretate entrambe in duetto con la singer Elizabeth Cook. Col senno di poi 20 miles to Juárez e The river sono due pezzi fantastici, giocati sul tema di fughe verso il confine del Messico e della natura selvaggia, ma in prima istanza l'impatto mi ha decisamente disorientato, causandomi per un po' un effetto repulsivo. Pur non essendo l'ordinamento della canzoni della tracklist un capriccio ed esprimendo invece la scelta di un'architettura musicalmente più riflessiva ed evocativa rispetto all'ultimo lavoro, col tempo e la pazienza che si concede solo ai propri beniamini, il lavoro si è procurato la mia attenzione aprendosi una breccia nella mia sensibilità musicale.
Nel contesto complessivo, rispetto al passato si perde qualcosa in spregiudicatezza ed aggressività sonora, ma senza che ciò arrivi mai a scalfire profondità e stile outlaw del songwriting. Pezzi come Dope train (interpretato insieme alla leggenda Red Simspon), Hillbilly heaven, Showdown (originariamente apparso in 13 truckin' songs) sono lì a dimostrare che l'ispirazione di Bob Wayne scorre ancora orgogliosamente fluida. Ancora di più lo fanno Evangeline (presentata in anteprima durante il concerto di Milano dell'anno scorso) e la sorprendente pirate song Granuaile. Non manca nemmeno l'ormai consueto pezzo spietatamente autobiografico, The violent side of me e, in fin dei conti, nemmeno un assaggio di cosa è in grado di fare la band quando accelera un po' le battute (Til I die e I just got out).
Insomma, se dal punto di vista compositivo il percorso di Bob Wayne si arricchisce di una nuova tappa nella quale ritroviamo i classici temi dell'universo wayniano, da quello dello stile registriamo una maggiore attenzione al potenziale commerciale dell'album, esercitato con la massima attenzione a preservare la propria, forte, identità artistica.
Per Bottle of Smoke la missione può dirsi compiuta.


martedì 6 agosto 2013

Bob Wayne, Outlaw Carnie (2011) : una recensione


Outlaw Carnie non è solo un album di Bob Wayne. Il titolo (coniugato al plurale) è il nome del gruppo che da tempo coadiuva il countryman dal vivo, ma sopratutto l'opera rappresenta il lucido manifesto programmatico di un disadattato, che invece di finire sotto un ponte con un ago nel braccio o fare dentro fuori da uno dei penitenziari della bible belt, ha trovato (parziale) salvezza nella musica.
Ma per l'artista il disco significa anche l'approdo ad una label ben organizzata e fatta di appassionati, come la People like you records (PLY). Cosa non scontata, per uno che, fino al 2011, si è sempre gestito da sè, sia per quanto riguarda il management, di cui ha sempre fatto a meno, che per la produzione, professata attraverso home recordings, che per la distribuzione, portata avanti a botte di centinaia di ciddì caricati nel baule dell'auto per essere poi venduti ai concerti. Di quest'ultima consuetudine sono testimone diretto, visto che nel 2009, a Lucerna, dove era aggregato al tour europeo di Hank III, ho visto il Nostro al banchetto del merchandising accogliere i presenti davanti ai suoi cd masterizzati (sugli stessi cd vergini TDK che usiamo anche noi) con tanto di titoli scritti a pennarello. Bene ha fatto allora la PLY a permettere a Bob di re-incidere i suoi brani più rappresentativi, che nel corso degli anni e dei concerti sono stati efficacemente road-tested, dal northwest americano fino a Nashville, e presentarli in una versione più pulita e professionale.

"I always known i wanted to be on the road, no matter what". 

Tra lo scarsissimo materiale reperibile in rete inserendo bob+wayne nei vari motori di ricerca, spicca questa esplicita dichiarazione d'intenti. E allora Outlaw Carnie, se davvero opera di formazione doveva essere, non poteva che iniziare con Road Bound, il cui incipit è eloquente: "I'm a low low down wound up road bound man / Go ahead and chase me sucker, catch me if you can". Non si può certo affermare che la strada, usata come metafora letteraria, sia qualcosa di particolarmente innovativo od originale, ma Wayne ci trasferisce sopra,in maniera credibile, tutto il suo vissuto, creando un immaginario fatto di uomini che come spettri si aggirano per le highway americane in cerca di pace (e divertimento, donne,droghe e guai) dai loro tormenti. Per Wayne l'archetipo di questi personaggi sono i truckers americani, figure che ai nostri occhi suonano un pò folkloristiche, ma che evidentemente a lui forniscono grande fonte di ispirazione, visto il vasto songbook già realizzato su questo tema (non a caso  il suo lavoro di debutto s'intitolava 13 Truckin' songs).
All'apice della produzione camionistica di Bob c'è senza dubbio Mack, la traccia posizionata alla posizione numero tre del disco. "Mackie drove a Peterbuilt in 1973 / He was a truck driver with a wife and kids to feed  (...) / He's a truck-driver / Gun totin / Meth snortin / Blue collar true american hero". Il pezzo utilizza il classico arpeggio honkytonk (se avete presente la chitarra su Ghosts rider in the sky di Cash siete sulla strada giusta), unito ad un controcanto growl oriented. Capirete bene come non sia un caso che in un pezzo che parla di camionisti strafatti ci suoni anche Hank III (alla batteria).

Ma se siete alla ricerca di ulteriori indizi che lascino intravedere la bravura di Wayne come storyteller , Ghost town  fa al caso vostro. Si tratta di una saloon song che potrebbe essere stata ispirata da molta cinematografia da drive-in o da opere come L'alba dei morti viventi o Dal tramonto all'alba. Al tempo stesso, in un rovesciamento di ruoli, potrebbe anche fungere da soggetto per una nuova produzione di celluloide. Il cowboy Wayne e la sua gang arrivano in una cittadina del North Dakota fermamente intenzionati a cacciarsi nei guai, sparano alla luna, giocano a carte, ma quando scoprono un baro e gli sparano dritto in mezzo agli occhi, capiscono che qualcosa non va: "He didn't fall down / Hell, he didn't even start bleeding (...)" poi le cose precipitano: "All the barmaids had turned to demons/ And the whiskey in my glass had turned as cold as ice/ I starterd praying, boys, they start screaming!/ We all got started and running for our life". Alla fine, visto che siamo pur sempre in un pezzo di outlaw country e non in un film di Romero, ai nostri, circondati da terribili demoni zombie assetati di sangue, verrà in soccorso un'improbabile angelo custode: "Out of them came the ghost of Johnny Cash (...) / When that ghost town trying to kill me / The ghost of Johnny Cash saved our lifes".

Ma se dovessimo indicare una sola canzone a rappresentare il way of life del barbudos americano, beh, la scelta non potrebbe che cadere su Love songs suck. Un titolo, un programma. "Non aspettatevi da me che vi canti cose tipo cieli azzurri.... occhi marroni...e vissero tutti felici e contenti... a meno che non mi sia completamente rincoglionito", Spiega per bene l'amico Bob, rinunciando così a tre quarti dell'ispirazione normalmente usata dalla country music da classifica USA. L'ultimo quarto rimanente se lo gioca affermando di non voler nemmeno sentire parlare di nostalgia di casa perchè lui, a differenza degli altri "che vivono dentro le case", sta orgogliosamente in una "John Deer Motor Home" ("parked in Alabama", ha aggiunto al concerto di Milano). "Perciò signore", conclude, "ci vediamo nel parcheggio qua fuori, nella mia Cadillac Limo, se capite ciò che intendo". Che del doman non v'è certezza, è la morale spicciola.

A questo punto permettetemi una breve digressione. Mi sono interrogato a lungo sul mio profondo coinvolgimento con l'arte di questi "fuorilegge" del country USA, visto che le regole che determinano la loro vita sono quantomeno discutibili. Cioè, qui bisognerebbe essere ciechi per non vedere che ci si trova di fronte a dei reazionari veri, mica per finzione di scena. Gente per la quale l'incivile legge chiamata Stand your ground non aveva bisogno di essere notificata, in quanto trovava applicazione da sempre, come ci ricorda simpaticamente uno degli slogan più noti di Bob Wayne.
911 T-Shirt

Questa parte di popolazione americana fa del diritto costituzionale di possedere armi da fuoco, della nostalgia degli Stati Confederati, degli elementi più estremi e pericolosi (per loro stessi ma sopratutto per gli altri) del vivere in libertà, la principale filosofia di vita. E' gente che probabilmente neanche va più a votare, in quanto qualunque candidato esprima il Republican Party alla fine è sempre troppo conciliante rispetto alla loro visione delle cose. E' chiaro che da un punto di vista culturale, io, di sinistra, da sempre non-violento e rispettoso delle regole, dovrei provare nei loro confronti un sentimento di repulsione. Invece succede l'esatto opposto, probabilmente perchè, a parte il discorso puramente musicale, che mi affascina da sempre (datemi un violino e un banjo e mi farete contento), credo che scatti quel tipo di fascinazione letteraria che ti fa leggere d'un fiato alcuni terribili racconti di Lansdale (ambientati peraltro negli stessi schifosi posti cantati da Hank III e soci) e che ti fa tenere il fiato sospeso per i meravigliosi character fascistoidi e violenti delle migliori opere di Ellroy. E' una fuga totale dalla quotidianità, verso scenari tanto improbabili quanto malsani e (per questo) affascinanti.

E allora, tanto che siamo in ambito di argomenti lontani anni luce dal mio vivere, parliamo anche delle droghe. Che si tratti di roba leggera o di sostanze pesanti, questo è un altro tema cardine della produzione wayniana. Se nell'ultimo Till the wheels fall off, in duetto con Hank, Bob decantava i bei momenti passati insieme a eroina, LSD, cocaina e affini, l'highlights di Outlaw Carnie è in questo senso Everythinh's legal in Alabama, un country-swing al fulmicotone eseguito in coabitazione con Wayne Hancock, nel quale ci viene spiegato che è del tutto inutile andare ad Amsterdam, visto che dallo speed alle canne, passando per le pistole, ogni cosa è legale in Alabama. Basta che non farsi beccare dalla pula, ovviamente.

Ma in ultima analisi life's ain't a joke nemmeno per uno come Bob Wayne, e allora è quanto mai opportuno un riavvolgimento del nastro e un ricorso ad atmosfere più introspettive. Blood to dust è la biografia in versi e musica dell'artista, che racconta della sua infanzia passata insieme all'adorata madre (cantante di cover) e alla difficile convivenza con un padre (Bob Wayne sr) violento, al quale, ad un certo punto, lei intima : "Disappear!". Un Bob jr adolescente farà in tempo a rintracciarlo in un bar e guardarlo negli occhi proprio qualche settimana prima che  il "vecchio Bob" se ne vada al creatore con un biglietto di prima classe per l'eroina express. "Ci sono cose nella nostra vita che è meglio dimenticare, ma sono proprio quelle cose a renderci ciò che siamo", filosofeggia Wayne nel refrain, giusto un attimo prima di raccontare che stava per fare la stessa fine paterna, non fosse intervenuta a hand from above a rimetterlo in carreggiata. Una storia come tante, una famiglia spezzata in mezzo a mille altre, ma la bravura dell'artista è di rendere questa vicenda personale unica, palpitante e coinvolgente.

Di tutt'altro tenore è la vicenda racchiusa dentro Gold. E' la storia di un uomo che ha passato "metà della vita da solo e l'altra metà in prigione", che decide di dare una svolta alla sua esistenza attraverso una rapina in una banca ("the plan was fool proof"), peccato solo si scelga come socio/amante una vice sceriffo apparentemente corrotta che fa il doppio gioco. Anche qui siamo della letteratura noir di confine (Crais, Winslow, Ellroy, ancora Lansdale) o del cinema (Tarantino, Rodriguez, Mamet) a stelle strisce. Nella parte finale del pezzo il pathos è tale che sembra di essere insieme al rapinatore, con le orecchie che fischiano per il rumore degli spari e i polmoni pieni dell'acre odore di cordite che satura l'aria, perchè, com'è evidente, il protagonista, secondo il classico clichè dei disperati, non ha alcuna intenzione di tornare dentro ("this time there's no way in hell i'm gettin' caught").

Stilisticamente tutta l'opera deve molto  al country and western, a Johnny Cash, ma anche a David Allan Coe, a Merle Haggard e, ovviamente, a livello di ispirazione, all'amico/mentore Hank Williams 3. Chitarra (acustica ed elettrica) e violino rappresentano la spina dorsale delle composizioni, che si avvalgono comunque del contributo dello straight-up bass, della batteria e, occasionalmente, del banjo.

Ci sarebbe altro da dire. Non mi sono soffermato su pezzi come Driven by demons (la Born to run di Bob Wayne) classicissimo che non manca mai dal vivo, così come Esticata, Reptile, Chatterbox e Work of the devil, ma credo a questo punto di essermi dilungato già troppo. E se non vi ho incuriosito fin qui, non credo che aggiungere altro servirebbe a farvi cambiare opinione.

Concludo allora affermando semplicemente che questo artista, nel panorama musicale real country americano,  è una figura tanto piccola e controversa quanto autentica e interessante. Certo, se doveste incontrarlo casualmente per strada sareste probabilmente indotti a cambiare marciapiede, ma se dovesse venire a suonare nella vostra città commettereste un peccato mortale se non andaste a sentirlo. 

mercoledì 17 luglio 2013

Bob Wayne live al Lo-Fi di Milano

Milano, Alabama 15 luglio 2013


Bizzarro come vanno le cose. Programmi di vedere un concerto con mesi di anticipo e tutto congiura contro per fartelo saltare, poi scopri con un preavviso di pochi giorni che un tuo pupillo suona a Milano e in tempo record riesci ad incastrare perfettamente genitorialità e tempo libero, in modo da potertelo godere. Questa è la premessa al mio concerto di Bob Wayne, illustre componente di quelli che definisco i Big Four dell'independent outlaw country americano (gli altri sono Hank III, Wayne Hancock e Joe Buck), del cui show al Lo-Fi di Milano mi sono avveduto casualmente solo martedì scorso, riuscendo a cogliere l'occasione al volo.

Arrivo al Lo-Fi Club di Milano intorno alle 21:30, cioè l'orario indicato per l'inizio del concerto, il posto è alla fine di una strada senza uscita che corre parallela ai binari della ferrovia (la stazione di Rogoredo è a due passi). Lo spazio è abbastanza piccolo (e questo per i miei parametri è un bene) e c'è davvero pochissima gente, non più di una ventina di persone, che scoprirò poi essere in gran parte componenti delle band italiane di supporto con amici/fidanzate a seguito. Il palco non è molto grande (diciamo che in cinque si sta stretti) ne molto alto (a occhio e croce sfiora il mezzo metro). Come da programma, è allestito anche un barbecue dove si arrostiscono hamburger e porchetta, ma io, che sono arrivato sul posto "già mangiato", lo ignoro e, assecondando le mie abitudini, mi dirigo invece al banchetto del merchandising, dove spendo un quindici euro per il cd Till the wheels fall off, titolo che a suo tempo avevo già consumato (l'avevo piazzato terzo nei migliori del 2012) ma che mi sento obbligato a comprare. Le mie radici democratiche (inteso come partito d'opposizione ai repubblicani USA) mi fanno desistere invece dall'acquisto di una splendida maglietta nella quale Bob imbraccia un fucile sotto la scritta "Bob Wayne doesn't call the 911". 

Sapendo che il concerto si sarebbe svolto all'aperto mi ero premunito portandomi appresso l'Autan d'ordinanza, ma niente avrebbe potuto prepararmi al micidiale assalto di zanzare che con gli altri presenti subisco ininterrottamente fino al calar del sole. In pratica un massacro. Per ammazzare la noia mi prendo una bionda, nemmeno il tempo di assaporarla ed eccolo lì mr Wayne, che fa il soundcheck e suona quasi per intero Till the wheels fall off. Saluto facendo cenno con la birra, canticchio il ritornello, lui ricambia con un gesto della testa.

Al termine delle prove Bob mi raggiunge indicando la mia t-shirt di Hank III, mi saluta, e dopo qualche convenevole ("These mosquitos suck!") si fa un giro col mio Autan. A vederlo da vicino il signor Wayne è un tipo alquanto bislacco, barba lunghissima che lui non manca mai di accarezzare, occhi spiritati, passo incerto, mole che lo fa sembrare un pò goffo, grande simpatia. Per tutto il tempo che lo separa dalla sua gig  (che sarà molto, visto che inizierà quasi a mezzanotte) continuerà ad aggirarsi tra la gente scambiando parole e tirando sberloni sui coppini altrui con la scusa di schiacciare zanzare. Una sagoma d'uomo.

Verso le dieci e mezza attacca il primo gruppo spalla, si tratta degli italiani Iron Mais, che, sulle orme degli Hayseed Dixie, propongo cover di noti pezzi rock reintepretati in salsa blugrass al fulmicotone. Tra le altre, ad assere omaggiate dal trattamento dei ragazzi, Ace of spades dei Motorhead, Enter sandman dei Metallica, Paradise Ciry dei GnR, ma anche Touch me di Samatha Fox (!!!) e El Diablo dei Litfiba, presentata col titolo di "18" per via del ritornello che fa sei,sei,seiiii (diciotto!) e Anarchy in the UK. Un combo divertente, al limite del demenziale, ma di buon intrattenimento.

Diverso il discorso per gli Hell Spet, band bresciana con all'attivo già diversi lavori, che propone un country/psychobilly devastante, orientato alla velocità e ai cambi di tempo. Schierati con una formazione che prevede tre chitarre, batteria, banjo e contrabbasso, i ragazzi pestano giù veramente duro per tutto il loro set, fino al deflagrante finale con i brani Dynamite e Hell Spet. Davvero ammirevoli per il coraggio di portare avanti una proposta così fuori posto sull'italico suolo e meritevoli di platee diverse, magari giù, a sud degli states.

Come anticipavo, è quasi mezzanotte quando giunge il momento degli Outlaw Carnies e del loro leader Bob Wayne, sotto il palco saremo poco più di una cinquantina di persone ma l'omone non si perde d'animo e scarica una bella dose di adrenalina con una partenza pirotecnica: Till the wheels fall off; There's no diesel trucks in heaven e poi Love songs suck e la scatenata Everything's legal in Alabama. Vista l'estrema confidenza venutasi a creare (dopo aver chiaccherato e scherzato con noi per un paio d'ore, volendo il cantante avrebbe potuto chiamarci tutti per nome) e l'assenza di barriere o di distanza minima dal pubblico, il botta e risposta tra noi e lui è una divertente costante della serata (tormentone assoluto l'unica frase in italiano che probabilmente l'americano conosce: "whiskey per tutti! Pago io!" seguita però da un eloquente dito medio alzato che sta per "si, col cazzo").
Sul palco il countryman è accompagnato da chitarra, contrabbasso,batteria e violino ma non dal banjo e questa cosa un pò mi stupisce. Il chitarrista è un vero manico, siamo tutti rapiti dal suo stile e dalla velocità dei suoi solo, mentre l'atteggiamento è molto distaccato e cool, a muoversi infatti sono solo le mani visto che per il resto non solleva nemmeno un sopracciglio per tutta la durata del concerto. Al violino l'unica ragazza che sale le assi del palcoscenico nell'intera serata, le sue parti sono determinanti per il sound della band.



Nel corso della setlist trovano spazio anche due pezzi inediti (uno dal titolo Evangelyne) mentre via via scorrono tutti i classici vecchi e nuovi di Bob: Roadbound, Estacata, Mack, Ghost town, Driven by demons, Lyza, Hunger in my soul, Chatterbox, Cardboard blues.
A un certo punto Wayne, nel ringraziare il pubblico, afferma di essersi sentito a casa nel vedere in giro tizi con le magliette di Johnny Cash e di Hank III (nel farlo indica me, che sono il più a portata d'indice) quindi ci dà notizie sul nuovo album dell'amico ("è quasi pronto") e ci informa che lui "is watchin' over you". Poi parte con Working man, brano originariamente cantato a due voci proprio con Hank e incluso sia in Damn right rebel proud del nipote di Williams sr che in By demons be driven.
Vengo di nuovo salutato con simpatia da Bob sull'attacco di All those one night stand (pezzo che adoro, e non faccio niente per nasconderlo)  ma probabilmente l'highlight della serata è il richiestissimo Fuck the law, anche perchè durante la sua esecuzione, prima del refrain, Wayne ci chiede la traduzione del titolo in italiano (qualcuno suggerisce "vaffanculo alla legge") e così l'omone prosegue cantando il ritornello in italiano e filmando il nostro singalong ("per un dvd sull'european tour", dice ).

Dopo meno di un'ora e mezza di concerto la serata si conclude con Spread my ashes on the highway e Bob che sulla coda del pezzo scende tra il pubblico a seguire con noi l'esecuzione degli Outlaw Carnies. Nessuno si stupisce che a quel punto la serata finisca tutti insieme con foto, autografi e altre chiacchere. Dopo aver ottenuto i miei feticci (foto ricordo e autografo sul cd) saluto con calore the man e mi dirigo alla macchina giusto in tempo per vederlo rifiutare offerte di alcolici (in effetti in tutta la serata l'ho visto bere solo Coke). Capisco voglia tenersi in forma:il suo leg europeo, tra palchetti da fiera di paese e autorevoli stand al Wacken, conterà quarantanove date in cinquantotto giorni (dal 14 giugno all'11 agosto). Normale anche si sia un pò risparmiato in una serata così, ma nonostante questo credo che nessuno spettatore sia rimasto deluso dalla sua performance, dal suo atteggiamento o dalla sua disponibilità. Non lo sono stato certo io che ho avuto dal concerto esattamente quello che chiedevo e forse anche un pò di più. Che siano proprio le serate meno programmate quelle che danno più soddisfazione?




P.S. Le foto non sono granchè a causa dello strumento usato (telefonino) e delle luci sparate fisse sul pubblico...

lunedì 7 gennaio 2013

I migliori dischi del 2012

Che anno musicale è stato il 2012? Beh, molto buono direi. Tanti titoli validi, con il ritorno di protagonisti storici del rock, la scoperta di artisti emergenti e il consolidamento di nomi importanti. Per quello mi riguarda l'anno è stato anche contraddistinto dal ritorno all'ascolto massivo del jazz, genere che avevo accantonato da qualche anno; dal completamento della discografia dei Black Sabbath periodo Ozzy; da tanti concerti segnati a matita sul calendario della cucina e poi regolarmente cancellati ( fatta eccezione per voi-sapete-chi ). Anche a questo giro sono solo riuscito ad avvicinarmi a tutta la musica che avrei voluto ascoltare, ma insomma, con circa un ora e mezzo di tempo al giorno, ho cercato di fare di necessità virtù. 
Nel compilare la classifica che segue ho deciso di escludere due dischi che normalmente vi sarebbero entrati: Around the world di Raul Malo e In Paris dei Pogues, in quanto trattasi in entrambi i casi di album dal vivo contenente materiale di repertorio, al quale ho preferito opere con contenuti inediti. Per i due in ogni caso, una menzione speciale. 
Ricordo a tutti infine il mio criterio di scelta, che è appassionatamente soggettivo e spesso supera in slancio il valore "oggettivo" di opere considerate più imprescindibili. A voi.



10) CORROSION OF COMFORMITY, Omonimo

Unico album della lista che non ho ancora fatto in tempo a recensire (pur essendo uscito a inizio 2012…) ma che, proprio in coda all’anno, mi sta regalando tante soddisfazioni con il suo oscillare elettrico tra il doom dei Sabbath, il thrash e persino lo speed-metal, nel tentativo (riuscito) di dimostrare che i generi possono anche essere considerati superati, ma tanto è la convinzione con cui li si suona che conta. E i Corrosion of Comformity questo lo sanno bene.






Beh, diamine. Non mi sarei mai aspettato di trovarmi ad essere così coinvolto, nella seconda decade del duemila a cantare, “cos i come from Alabama with the banjo on my knees” e invece… Potere dei grandi sciamani dei Crazy Horse guidati dallo spirito sacro di Neil Young e di una manciata di traditional americani (o in qualche modo all’America legati) che, evidentemente, se sollecitati da mani sapienti, hanno ancora molto da dare.








Si citano gli Husker Du, ma questo album di Bob Mould è filtrato anche dalle successive esperienze musicali del cantante/chitarrista ed ha il sapore genuinamente acido del grunge, del power pop e del post punk. Partenza fulminante, qualche calo di tensione, ma nel complesso un gran bel disco









Possibile che quest’uomo non sbagli un disco? O quantomeno, che dissemini costantemente i suoi lavori di note di rilievo, remarks che li rendono sempre, in qualche modo, speciali? O siamo noi ad avere un serio problema di dipendenza dalle sue corde vocali? Il dubbio non è sciolto da Funeral blues, che in compenso però, oltre alla solita classe a pacchi regala anche inaspettati momenti di elegantissimo pop.







Prima di ascoltare i Fine Before You Came, il genere emo-core era per me solo una delle tante definizioni di sottogenere musicali di cui non conoscevo la corrispondenza. Non è bastato Ormai a farmi appassionare a questa corrente rock, ma di certo è servito ad avvilupparmi nelle tele sonore a spirale e nelle fitte liriche della band milanese.







Band davvero particolare, quella dei Titus Andronicus. Ai loro componenti deve piacere parecchio mischiare temi alti e popolari. Depistare. Allestire gli strumenti nelle sale magne dei campus e poi nelle bettole più scalcinate dei docks. Citare i classici e scatenare l’inferno attraverso pezzi che incitano al pogo più devastante. La cosa divertente è che il tutto funziona. La speranza è che si conservino così.










Pop-country-folk-indie-rock. Che senso hanno le definizioni per una band che incrocia così tanti generi e artisti del passato, facendolo sempre con grande classe, senso dell’estetico e gusto per la melodia? Nessuna, appunto. Bisogna giusto saperseli godere.







Il disco country dell’anno e palma del più cantato. Finalmente il talento di Bob Wayne è deflagrato. Liriche rigorosamente outlaw, attitudine autodistruttiva e un duetto con Hank III che ridefinisce il significato del termine toxic twins. E alla fine, spargete le sue ceneri sull’autostrada…











I Mumfords hanno lavorato a lungo sul loro sound, riuscendo a saldargli insieme un songwriting ancora più solido e convincente del debutto, non riuscendo forse nell'impresa di raggiungere i picchi compositivi dell’esordio, ma compensando abilmente con una qualità media complessiva decisamente più alta. Lavoro emozionale.









L’ego di Capovilla esplode in mille frammenti di vetro che si conficcano nelle carni dell’ascoltatore. Artisticamente si gira meno dalle parti degli Shellac e più (ancora di più del passato) da quelle di Pasolini. Un ascolto a tratti difficile, insostenibile. Ma un’opera vera, dove dolore, disperazione e aggressività si armonizzano infine tra loro  respingendoti e attraendoti come il sapore del sangue in bocca dopo un colpo preso in piena faccia al quale, sia ben chiaro, reagisci con un ghigno di sfida.









lunedì 16 luglio 2012

New wave of american country music / 6


Bob Wayne
Till the wheels fall off
People like you Records (2012)



Pittoresco e caciarone Bob Wayne, rientra in pieno nel fenomeno outlaw country più radicale (lontano da Nashville dunque) con tanto di testi espliciti e indole ribelle, anche se riesce a farsi apprezzare per la ricerca di una via indipendente ai dogmi del (sotto)genere. Certo, i modelli di riferimento del presente e del passato sono tutti presenti (da David Allan Coe a Hank III passando per Johnny Cash), ma le esecuzioni suonano fresche ed eccitanti, merito di un songwriting irriverente, di un bel tiro degli strumenti (violino e banjo sugli scudi) ma anche della tonalità della voce che essendo pulita e non, come da copione, nasale, baritonale o impastata (da patata in bocca per intenderci),  inizialmente spiazza un pò ma poi diventa un valore aggiunto del lavoro.

L'album è composto da tredici tracce (più due bonus track) ed è dannatamente divertente. I testi ruotano tutti attorno alla liturgia del divertimento sfrenato correlato da abuso di alcol/droghe e al mito della vita spericolata on the road. Proprio quest'ultimo tema è protagonista della scatenata title track, posta in apertura a mettere subito le cose in chiaro sullo stile di vita del fuorilegge, che ha intenzione di sballarsi senza ritegno "till the wheels fall off this motherfucker!". A seguire There's no diesel trucks in heaven, tra ironia e oroglio, l'immancabile dedica ai camionisti americani, target costante dei musicisti country. All my friends, la traccia numero tre eseguita in duetto con Hank III, è una ballata che rimugina sugli amici di una vita ai quali si è dovuto rinunciare. A scanso di equivoci va chiarito che non si tratta di persone ma di sostanze quali cocaina, eroina e LSD. Get there when i get there invece si sposta dall'altro lato dell'oceano, più precisamente in Irlanda richiamando le ballate dei Waterboys. Continuando ad analizzare le canzoni è d'obbligo una segnalazione almeno per il country-rock'n'roll con tanto di coretti femminili di Devil's son, per la spregiudicatezza punk di Fuck the law (presente anche come bonus track per il mercato della Germania, con il ritornello cantato in tedesco), per l'infuocato blugrass All those one night stand,il disincanto di A pistol and a 100$ bill e la consona conclusione di Spread my ashes on the highway.

Conoscevo superficialmente Bob Wayne (ho anche sfiorato una sua esibizione come opener di Hank) ma i suoi dischi precedenti mi sembravano un pò troppo derivativi. Till the wheels fall off viceversa gli fa fare un bel salto di qualità, al punto che se avessi saputo del recente tour italiano dell'artista ci avrei volentieri fatto un pensierino. Per le soddisfazioni che mi sta fin qui dando Till the wheels fall off potrebbe essere uno degli album dell'anno.

7,5/10