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martedì 15 aprile 2025

Hayes and the Heathens, ST (2024)


Quello per Hayes Carll è stato un amore fulminante e intenso, prova ne siano i tanti post pubblicati sull'artista texano dal 2008 in poi (tutti taggati a suo nome) che ti puoi dilettare a trovare sul blog. Devo ammettere però che la piega musicale più recente, intimista, introspettiva, presa da Hayes, pur continuando ad evidenziare un ottimo songwriting, discostandosi dai primi quattro lavori, e in particolar modo dall'apice di Trouble in mind e KMAG YOYO, gli aveva fatto smarrire, almeno alle mie orecchie, quell'elemento distintivo che me l'aveva fatto apprezzare. 
Alla fine del 2024 l'artista è tornato a pubblicare un album coadiuvato dai Band of Heathens un gruppo originario di Austin (una delle scene più vivaci e interessanti della scena texana) attivo, come Carll, da quasi mezzo secolo, che si muove perfettamente a suo agio in tutte le sfumature del genere americana e che trova sul palco la sua collocazione naturale. 

Il risultato è un disco clamorosamente bello e inaspettato, nel quale tutti gli attori si trovano a meraviglia, Hayes recupera l'aspetto più scanzonato e divertente delle sue liriche, come il brano d'apertura, Nobody dies from weed, sulla legalizzazione della maria, dimostra perfettamente (Some folks dies from being dumb / but nobody dies from weed), ma è proprio l'alleanza artistica a funzionare armoniosamente, a giovarsi del suono full band che ci permette di passare, nella modalità più spontanea possibile, dal southern di Any other ways ad una country song di livello (See how they run), ad un blues elettrico sferzante (Nothin' to do with your love), agli highlights dell'album: una sontuosa, in magico equilibrio tra Tom Petty e Bruce Springsteen, Water from the holy (cantata da Ed Jurdi degli Heathens), e una love song ispirata, emozionante, Adeline, intonata da Carll.

Otto pezzi per poco più di mezzora di musica, nella quale si concentra però un elegante sunto di cosa significhi suonare americana di gran classe, nel primo quarto di secolo dei duemila. 
Gioiellino.

lunedì 9 settembre 2019

Hayes Carll, What it is

Risultati immagini per hayes carll what it is cd

A tre anni dall'intimismo di Lovers and leavers, Hayes Carll torna a raccordarsi allo stile dei suoi dischi precedenti, e quindi al compendio di quella sconfinata prateria di generi che nascono dalle montagne dell'old time music discendendo a valle, nell'americana.

Un pò di gossip. A differenza del commento a corredo della recensione di Lovers and leavers, dove lamentavo la cronica assenza di notizie sulla vita privata di Hayes, stavolta qualcosa è emerso. Sono infatti volati gli stracci, o se preferite, parecchia merda è finita nel ventilatore, tra il buon Carll e nientepopodimeno che Steve Earle (mio e, anche se non lo ammetterà mai, suo idolo) a causa di una donna, anche lei cantautrice, Alison Moorer, che ha divorziato da Steve per accasarsi con Hayes.
Cosa centra questa notizia con la recensione di What it is? Tranquilli, non siamo diventati una filiale di Novella 2000, piuttosto la rivelazione dell'affaire è funzionale a spiegare il perchè la Moorer figuri nei crediti del disco in qualità di co-produttrice e co-autrice di tutti i brani.

Hayes torna dunque al suo stile consolidato. Lo fa dopo un opener (None'ya), che invece si raccorda con il mood delicato di Lovers and leavers, ma con un testo tutt'altro che introspettivo. Poi si parte per davvero, prendendo il ritmo con Times like these e da lì in avanti lo scenario cambia.
Che il ragazzo abbia "metabolizzato" la paternità e che sia in un periodo felice della sua vita lo si capisce dal ritorno pieno ai suoi affreschi di personaggi, storie sospese tra finzione e realtà, brandelli di vita vissuta, relazioni umane, oltre che da una naturale propensione all'ironia.
Nascono e si sviluppano così pezzi quali Jesus and Elvis, If I may be so bold o la dylaniana Things you don't wanna know
Stilisticamente parlando il sound si muove agilmente tra folk e country, senza però disdegnare accenni bluegrass (la title track), southern (Beautiful thing) o tributi al blues dei Rolling Stones (Wild pointy finger).
Insomma, un altro centro per un artista che, fino ad oggi, non ha sbagliato un disco.
E scusate se è poco.

martedì 6 settembre 2016

Hayes Carll, Lovers and leavers

 http://www.music-bazaar.com/album-images/vol29/1069/1069743/2935252-big/Lovers-And-Leavers-cover.jpg

Prima ancora di ascoltarlo, è bastato uno sguardo alla copertina del nuovo disco di Hayes Carll per captare la distanza tra l'atmosfera delle nuove composizioni e quanto fin qui inciso dall'artista texano. Laddove, nelle immagini delle precedenti cover, aveva sempre trovato posto la figura dell'artista, che, fosse con l'espressione acerba degli esordi o quella scanzonata di KMAG YOYO , era quasi onomatopeica rispetto ai contenuti ironici, allegorici, hillbilly delle canzoni, con Lovers and leavers a campeggiare è un quadro astratto che privilegia i colori freddi e che comunica immediatamente malinconia.
E infatti bastano i primi arpeggi di Drive, l'opener del disco, per vedere confermate le nostre sensazioni: la traccia che serve ad introdurci nel nuovo lavoro è introspettiva e delicata, interpretata con il solo ausilio di chitarra e voce, così come saranno la maggior parte delle restanti nove composizioni.
 
Carll non è certo un personaggio da prima pagina, per cui non è dato sapere cosa gli possa essere accaduto a livello personale nei cinque anni che separano Lovers and leavers da KMAG YOYO che possa aver così influenzato le sue composizioni. L'unico elemento di vita privata trapelato è la quello relativo alla sua prima paternità, efficacemente documentato in musica da The magic kid, uno dei brani più emozionanti del pattern.
Complessivamente però le liriche mandano segnali contrastanti sullo stato d'animo dell'autore. Se The magic kid scalda il cuore per il non banale testo sul rapporto padre figlio, Good while it lasted, altro highlight dell'album, con rassegnazione riflette invece su una bella storia arrivata al capolinea e You leave alone si spinge addirittura a riflettere con ineluttabilità sull'ultimo viaggio che tutti noi dovremmo affrontare. Ancora, Love is so easy, il pezzo più movimentato e leggero dell'opera, introdotto da tastiere quasi cajun, riporta l'orientamento delle liriche sugli aspetti più spensierati e positivi del rapporto di coppia.
Qualunque sia la ragione emotiva che ha portato il buon vecchio Hayes a modificare il suo stile posizionandolo su un mood così introspettivo ed essenziale, guardando indietro possiamo verificare come altri grandi, ad un certo punto della loro carriera, abbiano compiuto la medisma scelta, lavorando per sottrazione. Per limitarci ai primi che mi sovvengono, l'ha fatto Springsteen con Nebraska, Steve Earle con Train a comin', i R.E.M. con Automatic for the people.
Lungi da me voler affermare che Lovers and leavers sia su quei livelli, ma di certo la suggestione che emerge dal suo ascolto lo colloca senza meno tra i lavori più interessanti dell'anno.

lunedì 7 marzo 2011

Hey ho, here we go KMAG YOYO!


Hayes Carll

Kmag Yoyo (and others american stories)

Lost Higway, 2011




Capita a volta di eccedere nel giudizio sull’opera di un musicista. Succede perchè quel determinato artista, a te, e magari solo a te, regala emozioni intense: pur arrivando da mondi, culture ed esperienze lontane, ti collega a lui un’incredibile empatia. E' il caso, si capisce, del rapporto che da subito ho stabilito con Hayes Carll.


La “nostra” storia è iniziata con un'articolo che parlava dell'ottima label americana Lost Higway e degli artisti che ha sotto contratto (tra gli altri Elvis Costello, Lucinda Williams, Van Morrison, Ryan Adams, Johnny Cash), con particolare riferimento ai due nomi che in prospettiva promettevano meglio per ciò che concerne la tradizione musicale americana : Ryan Bingham e Hayes Carll. Bingham già lo conoscevo, toccava testare Carll. Trouble in mind, il disco del 2008 fu una folgorazione, poterlo vedere dal vivo e anche conoscerlo in un contesto atipico, intimo e familiare una favolosa botta di culo.


A tre anni di distanza ecco il successore, dal titolo, quasi impronunciabile,di Kmag Yoyo. Il significato dell’ acronimo, di quelli tipici da esercito coniati per descrivere ogni tipo di situazione o procedura, indica una delle casistiche operative meno auspicabili, quella in cui il militare se la deve sbrogliare da solo: Kiss My Ass Guy You're On Your Own.


Non ci sono grosse novità dal punto di vista stilistico, forse giusto una dose maggiore di chitarre elettriche e di suono full band, ma il ragazzo (che è per i locali di Houston, chitarra in spalla, da quando aveva vent’anni) ha ulteriormente affinato la prosa, appuntito la matita, aperto l’obiettivo della camera. I testi abbracciano i temi della società americana (i proiettili fischiano nelle strade delle cittadine USA e anche da quelle parti non si arriva a fine mese, è questo che ci dice in Stomp and Holler) le sue contraddizioni, i suoi luoghi comuni, le sue inverosimili bugie ("I overheard Afghanistan is safer than a minivan", canta Hayes in Another like you). In mezzo a tutto questo ci si mette anche tua madre che ti chiede "ma perchè non fai dell'easy listening?!?" (Hard out here). C’è il rock, ci sono le atmosfere folk-swing da Blonde on blonde di Dylan, c’è il pure country, come nella struggente e scarna ballata Chances are. Ora intendiamoci. Anche il country, come il blues, è sofferenza, tormento, vesciche ai piedi e amori travagliati. Non è certo colpa di Hank Williams se oggi il country che va per la maggiore è tutt'altro. All'epoca questo genere e le sue ramificazioni appartenevano a chi lavorava duro nei campi, agli hillbillies, a gente che non aveva niente e nemmeno la prospettiva di arrivare un giorno ad avercelo, qualcosa. E allora Chances are è sì una canzone d'amore, ma di quelle dolorose, destinate ai cuori spezzati che non ne vogliono sapere di smettere di sanguinare. Poi c’è la title-track. Che dire? Dieci anni di guerre americane in medio oriente in quattro minuti di driving rock, ironia e rabbia come uniche armi di sopravvivenza, altro che weapon of mass destruction. Il diciassettenne soldato americano se ne sta, pistola alla mano, in mezzo al deserto di qualche posto sperduto, pensa al padre che l'ha arruolato a diciassette anni perchè lui aveva fatto lo stesso con l'air-force: alla ricerca di pericolo, soldi e amore, aveva trovato solo il divorzio. Dunque il ragazzo se ne sta lì, immobile e terrorizzato a morte anche al solo pensiero di muovere un passo o scappare via e pensa, fanculo, se devo morire quì allora è meglio tirare su un pò di grana con l'eroina. E’ l’inizio di un viaggio tipo Cuore di tenebra, una spirale verso il basso presa però a duecento all’ora.


Another like you è un piccolo gioiello di inestimabile valore. Una sceneggiatura buona per una scena di film di Allen racchiusa in una manciata di minuti. Il pezzo è eseguito in duetto con Cary Ann Hearst. Nello stile riprende i grandi duetti (country, ma non solo) di Johnny e Rosanne Cash, Loretta Lynn o Dolly Parton con decine di diversi partners maschili. Nel romanticismo da strada rimanda al corteggiamento di I never talk to strangers di Tom Waits con Bette Midler, mentre nella corrosiva irriverenza di alcuni passaggi non può che emergere la sfrontatezza di Shane MacGowan e Kirsty MacColl in Fairytale of New York. Le citazioni del testo sarebbero troppe da elencare, in pratica ogni frase è una stoccata micidiale alla politica, alla società, ai due protagonisti dell’incontro.

Siamo a metà disco e c’è già tantissima roba, il texano ha urgenza comunicativa e non ha paura di usarla. Io invece volevo contenere le battute di questo pezzo ma mi sa che non ci riesco. Cribbio, non posso non indugiare almeno su una ballata acustica come Bye bye baby, sulla vita da hobo cantata dentro Bottle in my hand (ospiti Todd Snider e Corb Lund), un blugrass fatto come lo farebbe Steve Earle. E poi guardate, io davvero non so come si possa ascoltare Grateful for Christmas senza commuoversi profondamente. Giuro, per me è impossibile. Con una semplicità disarmante Hayes sfoglia il libro di fotografie delle feste di Natale in famiglia, scorrendo con le dita le foto, prima quelle in bianco e nero di quando era ragazzino, fino ad arrivare a quelle fatte con la digitale dei giorni nostri. Indugia sui particolari, sui parenti che affollano la casa. La testa si riempie di ricordi, gli occhi di lacrime. La chiusura è per Hide me, un’altra ballata (curiosamente le prime due strofe sono identiche alle prime due di Hard out here) ,questa volta puntellata delicatamente da un coro gospel.


Personalmente non ho dubbi. Hayes Carll, per quanto riguarda la tradizione classica americana (si potrebbe parlare di roots), è uno dei migliori songwriter su piazza. Altro che solo un ubriaco con una penna, come si schernisce lui. Il texano sa dosare dolcezza e ironia, scattare fotografie a dodicimila pixels sulla realtà americana, commuovere e divertire. In un modo che nei suoi momenti migliori ricorda il Bob Dylan più corrosivo e ispirato. A sto giro sarebbe bello se venisse in tour con la band al completo (l’ultima volta si esibiva con il solo Scott Davis alla seconda chitarra), ma sarà difficile visti i costi che questo comporterebbe.


Lo so mi sono dilungato, ma come si dice, al cuor non si comanda.

lunedì 5 gennaio 2009

Best 2008

A differenza del 2007, l'anno appena trascorso è stato denso di soddisfazioni musicali.

Riguardando questa lista di dischi prima di postarla, riflettevo sul fatto che contiene almeno due, tre dischi oggettivamente poco significativi, che con ogni probabilità non lasceranno traccia alcuna nella storia del rock. Pazienza, per i capolavori pompati dalle major o per i titoli impossibili delle indie, ci sono altre classifiche ben più prestigiose di questa. Non è vero, come mi ha detto qualcuno, che se ti piace un disco, allora vale. Sono assolutamente consapevole di ascoltare, alle volte, autentica robaccia, ma è la mia robaccia, perciò fanculo.

Sono infine un convinto sostenitore della massima pop: if it makes you happy, it can't be that bad...

L'ordine della lista è abbastanza casuale, gli album sono elencati (più o meno) in ordine cronologico di ascolto.



Davide Van De Sfroos – Pica! 
La scoperta dell’anno, senza ombra di dubbio. Su quanto fossi prevenuto riguardo a questo artista ho già scritto, e dunque non mi ripeto. La passione per questo disco mi ha aperto le porte a tutti quelli che lo hanno preceduto. Li ho trovati buoni, ma non all’altezza di Pica!, lavoro ispirato, poetico e suggestivo. L'arte supera preclusioni e polemiche, e El puunt, Lo sciamano, New Orleans, La ballata del Cimino, Il minatore di Frontale, Il costruttore di motoscafi non si scrivono per caso. 

Caparezza – Le dimensioni del mio caos 
Altra scoperta del 2008. Non ho mai pensato a Caparezza come ad un artista “impegnato”, ma più come ad un cazzaro che aveva azzeccato un paio di rime. Questo ovviamente dimostra quanto poco io ne sapessi, in realtà. Le dimensioni del mio caos è un concept sulla società moderna, sui tanti vizi e le poche virtù di giovani, media, informazione, mercato del lavoro,politica. Non ci resta che ridere, con intelligenza però. 

Flogging Molly - Float
Ancora non mi capacito su come potessi non conoscesse questo gruppo irlandese-americano. Che nasce come figlio bastardo dei Pogues, ma poi alza il volume e il distorsore delle chitarre. Il classico irish whistle va in panchina e viene richiamato poco, la sezione ritmica pesta come negli esordi dei Clash. I testi sono rigorosamente patriottici e pieni d’orgoglio tricolore (quello d’Irlanda, ovviamente). L’esecuzione di Paddy’s lament dal vivo al Musicdrome ha rischiato di uccidermi. Per davvero.

Elio e le Storie Tese - Studentessi 
Quanto mi mancavano gli Elii. Ci siamo persi di vista per colpa mia o loro? Massì, che importanza ha...
L’importante è essersi ritrovati e aver ri-acceso la passione di una volta. Ospiti prestigiosi, musiche e testi ispirsti, e con Parco Sempione hanno scritto la canzone degli anni zero su Milano. E con brani come Ignudi fra i nudisti, Heavy samba, Gargaroz, Suicidio a sorpresa, Single è come se il tempo non fosse mai passato, sei ancora lì a domandarti: "ma come gli vengono in mente certe cose?". 

Marracash - omonimo
Premessa: il personaggio Marracash continua a starmi peso sui coglioni. Ma il disco mi ha fatto divertire non poco, e quindi recupero la “giusta distanza” giornalistica e lo infilo, perché lo merita, nel lotto dei migliori. Tanta attitudine e una grande ospitata dei bravi Cò Sang.

Motley Crue - Saints of Los Angeles
Un disco con ogni probabilità studiato a tavolino nota per nota. Il loro classico sound, quello battezzato con il pessimo Girls girls girls e perfezionato con l’ottimo Dr Feelgood. Il livello di astio del gruppo deve aver raggiunto dimensioni epocali durante le registrazioni, se è vero che subito dopo il disco invece di un tour della band, Vince Neil se ne è andato in giro per il globo (cancellando pure una data prevista in Italia) per i fatti suoi. Face down in the dirt, la title track, The animal in me, Just another phsyco e Goin out swingin' sono roba che dà ancora la merda a numerosi cloni della band che si aggirano per i palchi americani.


Hayes Carll - Trouble in mind 
Un disco piccolo piccolo, per molti versi insignificante, nel panorama della musica (anche country) americana (e figuriamoci per il resto del mondo). Complice un suggestivo concerto, questo album mi è però entrato dentro, con i suoi testi convincenti sempre in bilico tra ironia ( Wild as a turkey, I got a gig, girl downtown ) e ballate per cuori spezzati ( It's a shame, beaumont,a lover like you ). Drunken poets dream e Beaumont sono nella top ten delle canzoni dell’anno. Don’t let me fall è una malinconica ballata alla Ryan Adams e She left me for jesus, beh dice tutto il titolo. 

Hank III - Damn right rebel proud
La recensione completa è due post qui sotto, non vi ammorberò più di tanto. Hank Williams III è riuscito a pubblicare un nuovo disco (e non è cosa da poco, credetemi). Sempre più outlaws, sempre più ubriaco, sempre più libero. The Grand Ole Opry, Me and my friends, Six packs of beer, P.F.F., Candidate for suicide e Stoned and alone sono già nel cuore di tutti i fans.



The Black Angels – directions to see a ghost
Tutti i dischi contenuti in questa classifica finale hanno avuto una media di ascolti piuttosto alta. Tutti, ad eccezione di questo dei Black Angels. Il combo texano è difficile ascoltarlo a manetta. Troppo psichedelico l'impatto, troppo ossessivo il sound. Undici brani, nemmeno un ritornello.
Però dentro Directions to see a ghost (titolo meraviglioso) c'è qualcosa che rimane, una specie di mantra, un seme lasciato lì, che si acconenta di un innaffiatina ogni tanto.



Bob Dylan – Tell tale signs
Ecco, tra tante uscite discografiche suggestive ho rischiato di perdere questa. Il volume otto delle Bootleg series di Dylan. Anche in questo caso le recensione è recente, quindi mi limito a ribadire il concetto che Dylan è dio. Nuff said!



Amadou & Mariam - Welcome to Mali
I puristi dei generi musicali (qualunque genere) non sanno cosa si perdono, non capendo quando un'opera contaminata e impura, rispetto ai rigidi clichè del suo ambito, getta un ponte dall'altra parte, facendosi apprezzare anche da chi, normalmente, è avvezzo a tutt'altri ascolti.
Quelli patiti per la musica etnica, al contrario, sospireranno e alzeranno gli occhi al cielo ascoltando il nuovo lavoro di Amadou & Mariam, duo non vedente del Mali già autore di diversi dischi. "Troppo pop" direbbe qualcuno. Addirittura "troppo rock" ribatterebbe qualcun altro. Ecco perchè è bello non essere integralisti musicali. Ci si può lasciare andare a tanti Ohhhhh di stupore davanti a lavori come questo.

giovedì 16 ottobre 2008

Hayes Carll live in Casnigo

Mi incuriosiscono sempre un po’ taluni ingranaggi organizzativi di eventi musicali, che portano ad esibirsi in Italia artisti stranieri – spesso americani – in amene località isolate dal mondo civile ed estranee a qualunque circuito o scena artistica. Qualche tempo fa, Chiari (BS) ha avuto un ruolo di un certo rilievo per la musica folk-rock d’estrazione “Buscaderiana”, con l’assessorato allo spettacolo ad organizzare numerosi concerti con molti artisti di casa sulla rivista varesina (io ad esempio ci ho visto Steve Earle, Joe Ely, The Molly’s). In queste occasioni gli organizzatori “precettano” la popolazione locale per garantirsi dall’eventuale flop, e quindi è normale vedere gente di mezz’età, con il vestito della domenica, a presenziare “l’evento”, totalmente all’oscuro di cosa andrà a vedere ed ascoltare. Casnigo non fa eccezione, a fronte di qualche (più o meno) giovane in jeans, la maggioranza è in tiro e over 50. Altra anomalia, rispetto alla liturgia classica dei concerti, l’esibizione è prevista per le 17, e quando, dopo aver sbagliato diverse volte la strada, arrivo sul posto, scopro che, alla modica cifra di euro 10, al termine dello show sarà offerto un rinfresco. La location è un circolo ricreativo (“Della Fratellanza”), si entra da un portone anonimo che conduce in un cortile ai cui estremi si trovano bar e teatro.

Davanti alla porta chiusa del teatro una manciata di persone che chiacchiera.Uno di loro si intuisce essere l’organizzatore dell’evento, si lamenta della scarsa partecipazione, difendendo con orgoglio la sua intuizione di portare aies carl in mezzo alle valli (- Uhè, dico, l’ultimo disco ha preso quattro stelle sul Buscadero, neh. Quattro stelle!-) e lamentandosi della difficoltà di “aprire le menti” dei suoi compaesani a musica differente da quella che gira oggi nelle radio, soprattutto senza traini di alcun genere. Il suo è praticamente un monologo, anche molto appassionato, io lo capisco, poverino. Entro nel bar annesso e mi faccio strada tra tavoli da briscola e da biliardo, ordino un caffè corretto sambuca, che da queste parti normale non si prendono nemmeno il disturbo di fartelo,mi giro, lo sorseggio mentre studio la clientela. Noto proprio dietro di me una coppia che gioca a carte, ma a differenza del resto dei presenti,i due parlano inglese. Lui mi sembra di conoscerlo. Scazzato come può esserlo solo un texano trascinato da chissà chi in val seriana, Haeys Carll si sta facendo una scala con un’accompagnatrice italiana. Lì guardo un pò sorpreso, sono perfettamente a loro agio, il clima è disteso e rustico. Nel frattempo hanno aperto il portone del teatro, faccio il biglietto , dò un’occhiata alla sala dove si svolgerà il concerto. E’ un delizioso vecchio teatrino da un centinaio di posti, meravigliosamente ristrutturato. Pregusto un’acustica grandiosa. Piazzo il giubbotto sulla sedia in prima fila ed esco in camicia (me ne pentirò). Hayes si è avvicinato al foyer, sembra un po’ spaesato (e te credo), suppongo che non in molti lo conoscano, per cui vaga indisturbato, e probabilmente un po’ annoiato, di punto in punto.

Vinco ritrosia e timidezza, faccio un veloce ripasso mentale d’inglese e avvicino Hayes. Gli dico che ho già ascoltato il suo ultimo lavoro, Trouble in mind, e che lo trovo, pezzo per pezzo, splendido. Gli chiedo se per caso ha con se dei ciddì, visto che negli stores italiani non è semplice trovarli. Sorride quasi imbarazzato, ringrazia e chiede al suo chitarrista di portarli. Sono due dei tre che ha inciso, io ovviamente li compro entrambi (€10 each) lui me li firma. Siparietto esilarante quando una sciura locale si fa fare l’autografo sul ciddì, e cerca di fare lo spelling del proprio nome (g-i-u-s-y) pronunciando le vocali in italiano e non in inglese, con Carll smarrito che scrive, poi corregge più volte, e infine le consegna una dedica personale con il nome talmente scarabocchiato da risultare illeggibile. Non in molti seguono il nostro esempio, e le due torri di compact disc restano impilate in ordine sul banchetto nel foyer. Si comincia, il posto è pieno per metà, da come buttava temevo potesse andare anche anche peggio, sul palco sono in due con la chitarra, Brad Jones, simpatico guascone con coppola irlandese, alterna la sei corde al mandolino. Ad aprire il set, la delicata Beaumont, seguita dal vibrante folk blues di I got a gig e Wild as a turkey, gli applausi arrivano puntuali, ma un po’ formali, c’è poco entusiasmo. Haynes sembra non riuscire a “rompere il fiato”, biascica qualcosa di incomprensibile rivolto al pubblico (immagino una richiesta) ma nessuno risponde e lui imbarazzato replica con un “ah, ok”. Con il vigoroso southern di Little Rock, piazzato quasi a metà spettacolo la gente si scalda davvero, e comincia a battere le mani, e a volte i piedi, a tempo. Tutti, eccetto il sapientone seduto dietro me, che continua a ripetere alla sua accompagnatrice, probabilmente rea di divertirsi troppo, che , alla fine: - si, vabbeh, usano sempre i soliti 2,3 accordi - . Chiude il set, prima dei bis, un’evocativa e lentissima versione di Bad liver and a broken heart, che fa da perfetto contraltare all’originale su disco,dove è la più potente del lotto.

Hayes e Brad ringraziano e salutano il pubblico. Questa liturgia classica dei live, i saluti e il rientro sul palco per gli encore, nel minuscolo teatrino di Casnigo diventa un po’ ridicola, visto che dal palco i due scendono frontalmente, passano davanti agli spettatori raggiungono il fondo della sala. A questo punto l’organizzatore, che era lì ad attenderli, li rispedisce tosto a suonare. Tra i saluti e il loro ritorno sul palco non è passato nemmeno un minuto. I casnaghesi (?) adesso però sono caldi ed entusiasti, e questo vigore sembra arrivare ai due, belli gasati pure loro. Quando ringraziano e chiedono “Any request?” e capisco che è arrivato il mio momento: sono l’unico in sala che può soddisfare questo classico passaggio dello spettacolo, e butto lì - She left me for jesus!!! -. Questa canzone chiude l’ultimo disco, e racconta di un tizio che viene abbandonato dalla sua bella perché lei ha visto la luce, ha trovato Gesù. E' un gran bel pezzo, ironico e irriverente, in odore di blasfemia, oltre ad avere un ritmo trascinante. Ma l’aspetto migliore della questione è che in quella cattolicissima zona, due texani potessero cantare: "SHE LEFT ME FOR JESUS AND THAT JUST AINT FAIR/ SHE SAYS THAT HES PERFECT HOW COULD I COMPARE /SHE SAYS I SHOULD FIND HIM / AND ILL KNOW PEACE AT LAST / IF I EVER FIND JESUS IM KICKIN HIS ASS". Così è andata ed è stato meraviglioso essere l’unico a cantare questi versi, mentre il resto dei presenti, ignari, si spellava le mani.


A fine concerto non senza una certa soddisfazione,osservo il banchetto dei ciddì di Hayes preso d’assalto dagli indigeni del posto (alla fine i dischi saranno tutti venduti). Visto che ormai io e mr. Carll siamo amiconi, non mi faccio ovviamente mancare la foto ricordo, e il brindisi finale a Valcalepio, pane e salame. Nonostante fossi solo, me ne sono andato a fatica, tra gli ultimi ritardatari. Il viaggio verso casa di Hayes Carll from Houston sarà stato lungo e noioso. Per lui, avvezzo a suonare in posti pieni di strafattoni, con la rete da pollaio a protezione del palco, è stata probabilmente una serata bizzarra. Io ho vissuto invece una bella esperienza, a base di buona musica elargita lontano da ogni tipo di consuetudine del music business e dello star system. Persino il ritorno , in una serata senza luna che rende ancora più suggestivo il panorama delle case illuminate nella valle, sembra speciale.

venerdì 26 settembre 2008

Hayes Carll



Non sempre le grandi passioni più travolgenti sono accese da colpi di fulmine, anzi. In effetti quando ci mettono il loro tempo, conquistandoti giorno dopo giorno, è persino più bello.

La faccio breve, visto che sto parlando di un cantante country folk, e non di una bella gnocca. Il nome è Hayes Carll, e il suo Trouble in mind, se continua ad affascinarmi a questo modo, finisce nella top ten del 2008. Il ragazzo sa scrivere canzoni, lo garantisco. Ha il senso della melodia e del ritornello, e a giudicare dal breve, irresistibile, video a fumetti che trovate in basso, anche quello dell'umorismo. Il disco esce per la magnifica Lost Higway, ma Hayes è al suo terzo lavoro (i primi due, ancora da ascoltare erano indipendenti). Nel suo stile personale richiama Gram Parson (drunk poet's dream, it's a shame); Steve Earle ( girl downtown); Bob Dylan ( Bad liver and a broken heart), ma insomma ha personalità e classe ben definite, che emergono in tutto il loro splendore in ogni singola traccia, non c'è un pezzo debole in questo ciddì. Sono consapevole della scarsa attrattiva che il country (alt, rock, folk, based, honky tonky, hillbilly, outlaws) gode tra i pochi che mi leggono, ma provate ad ascoltare la versione che Carll fa dell'abusata I don't wanna grow up di Tom Waits (crooner country?) e magari, fosse anche solo per questo lavoro e non per tutto il genere, potreste cambiare idea. Ho scoperto tra l'altro, che giusto all'apice della mia infatuazione per Trouble in mind, Hayes è in Italia (domani, il 28 e il 29) tra Lecco, Bergamo e a Milano (Casa 139).

Quando si dice il destino.