lunedì 25 maggio 2026

Bruce Springsteen, Tracks 2 - The lost albums: CD2/7: Streets of Philadelphia Sessions


Per anni, a partire dai novanta, tra i fans si è favoleggiato di una serie di pezzi inediti di Springsteen registrati con modalità elettroniche (sintetizzatori, loop machine, campionatori). Voci suffragate da indizi che Bruce lasciava qua e là come molliche di pane, da Streets of Philadelphia per il film di Demme, passando da Missing (per 3 giorni per la verità di Penn), a The fuse sull'album The rising ed altre chicche. Una modalità interpretativa vecchia per la musica ma assolutamente nuova per Bruce, che ha sempre girato attorno a generi musicali tradizionali suonati in modalità analogica.

Ecco perchè la pubblicazione di questi lavori, all'interno del progetto Lost Albums, era, per molti versi, quella che più mi incuriosiva. Nella realtà, coerentemente con la filosofia "album che avrebbero potuto uscire", Springsteen, con The Philadelphia Sessions, mette assieme solo le registrazioni del periodo 1992/93 e non la sua intera produzione "elettronica", che è andata sporadicamente avanti, a quanto ne sappiamo, almeno fino ai primi duemila (ne si trovano tracce anche nelle esibizioni dal vivo, in solitaria, del Devil & dust tour del 2005).

Disclaimer: ovviamente anche un disco in modalità elettronica di Springsteen è sempre un disco di Springsteen, cioè non è realistico aspettarsi, per dire, sonorità alla Burial. La struttura dei pezzi di questo album "perduto" asseconda infatti un'altra predisposizione del Boss dei novanta, quello per l'introspezione, i temi legati alle relazioni personali, le ballate acustiche delicate. Questo l'embrione originale, che resta pressochè intatto, a prescindere dall'arrangiamento delle macchine. Lo si capisce da subito, con Blind spot, deputata ad aprire la tracklist, e dal suo incipit di drum-machine e synth che proprio non ce la fanno a rendere meno calda e avvolgente la melodia, anche grazie ad un testo davvero suggestivo ed ispirato.

Questa è un pò la regola generale del disco, che dal punto di vista dell'accompagnamento strumentale risulta un pò ripetitivo, con il sintetizzatore che allunga gli accordi preparando l'entrata della drum machine (o viceversa), prima del cantato. In qualche traccia ci si allontana dalla modalità synth per tornare all'acustico, come Something in the well e The little things, mentre One beautiful mornig, interrompe il flusso introspettivo portando solarità e sonorità che potrebbero tranquillamente essere "full band".

La qualità di testi e melodie a mio avviso è alta, posta la versione, come si diceva, introspettiva di quel periodo di vita del Boss, e dentro questo contesto si capisce meglio il senso di una Secret garden, che quando comparve in qualità di inedito sul primo greatest hits springstiniano nel 1995 aveva spiazzato non poco i fans e che qui è inclusa in versione leggermente alternativa.
In ultima analisi resta da capire se l'utilizzo che in questo album Bruce fa dell'elettronica sia un valore aggiunto o se queste belle canzoni avrebbero potuto perlopiù camminare da sole in modalità "analogica", accompagnate cioè da chitarre, piano e magari da qualche strumento a fiato. 

Comunque sia, The Piladelphia Sessions è un disco riuscito che con un pelo di coraggio in più avrebbe potuto essere tranquillamente pubblicato all'epoca della sua registrazione. Neil Young lo avrebbe fatto, ma è noto come lui abbia sempre anteposto la sua evoluzione musicale, il proprio processo creativo, alle aspettative dei fans. Al netto di Nebraska, Bruce no.

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