24 Hour people è un mockumentary, girato da Michael Winterbotton, regista inglese discontinuo ma dalla ormai corposa carriera, su uno dei movimenti musicale/sociale/di costume più folle della storia, il "madchester". Nato e sviluppatosi a Manchester, città proletaria e industriale, fino a quel momento fuori dalle mappe dei luoghi che contavano e di richiamo solo per la squadra di calcio dello United, il movimento madchester vede come deus ex machina il giornalista televisivo Tony Wilson (qui interpretato da Steve Coogan), che alterna i suoi impegni da anchorman a quelli di scopritore - con un ottimo fiuto - di nuove band. Il suo intuito ha portato ad incidere i seminali Joy Division, i successivi New Order, nonchè i meno noti ma filologicamente importanti A Certan Ratio e Durutti Column.
Anche se la band non più importante ma legata a doppio filo a quel movimento, alla club culture, alle pasticche, allo sballo senza controllo era incontrovertibilmente quella degli Happy Mondays (suo il brano che dà titolo al film), gruppo totalmente fuori controllo che manderà in bancarotta la Factory Records di Wilson e con essa i due locali simbolo del movimento, il Factory e l'Hacienda.
Gli Happy Mondays giravano attorno ai due fratelli Ryder: Shaun (voce) e Paul (basso), due personaggi che, se non avessero avuto un briciolo di creatività, sarebbero senza dubbio finiti tra pub, microcriminalità e curve hooligans per il resto della loro vita. La band è talmente costantemente strafatta che l'entourage di Wilson individua l'unico luogo sul pianeta privo di eroina dove mandarli a registrare il nuovo album (Yes please! del 1992, seguito del fortunato Pills 'n' thrills and bellyaches del 1990), ovvero le Barbados. Vero, niente eroina. Ma tanto tanto crack, di cui ovviamente Shaun diventa dipendente al punto da dissipare tutte le centocinquantamila sterline stanziate per la registrazione del disco. E senza neppure riuscire a registrarlo, il disco!
Il film gira necessariamente attorno a queste figure: Tony Wilson, Ian Curtis (di cui va recuperato lo struggente biopic Control, di Corbijn) e Shaun Ryder (per chiudere il cerchio del rinascimento musicale della città andrebbero necessariamente citati gli Stone Roses, di un'altra scuderia) ed è un'efficace, incredibile istantanea di un movimento che, pur durando meno di un lustro tra gli ottanta e i novanta, ha lasciato una traccia indelebile, nella società, che, come un pifferaio lisergico, fece convergere su Manchester migliaia di giovani desiderosi di sballarsi e ballare senza freni, e nella musica, grazie alla messa in comunicazione di due filosofie che prima di allora si tenevano a debita distanza: rock e club culture. I germogli di questo innesto saranno propedeutici a quel decennio di grandissima contaminazione che è stato quello dei novanta, confluendo nel genere cosiddetto Big Beat (Chemical Brothers, Prodigy, etc.) da lì a qualche anno a venire.
Winterbottom questo lo cattura bene, realizzando un film magari imperfetto ma con un buon cast (oltre a Coogan cito Paddy Considine e Sean Harris), diversi cameo dei veri protagonisti della scena (beh, quelli ancora in vita durante la lavorazione), ma soprattutto pieno di ritmo, dannatamente divertente e da tutto da scoprire, per chi ignora i folli fatti di quel tempo e quel luogo.

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