Nel maremagnum delle uscite seriali, dentro il quale è arduo orientarsi e scindere la farina dalla crusca, ogni tanto emergono, inaspettati, dei gioiellini che non hanno la pretesa di fare hype, che sono imperfetti, ma che, vivaddio, parlano con una voce propria. E' il caso di Paradise, serie USA la cui prima stagione è uscita l'anno scorso e che proprio in questi giorni vede la messa in onda della seconda. Una serie che immagina (è uno spoiler, ma minimo, perchè l'elemento viene svelato al termine del primo episodio) un'elite di persone, presidente degli Stati Uniti in testa, che si è salvata da un non specificato cataclisma mondiale avendo creato in largo anticipo una cittadina nascosta tra le montagne e protetta da una cupola che l'ha nascosta agli occhi del mondo esterno. Lo svelamento dei fatti, tra tempo reale e flashback è eccellente, così come le prove fornite dal cast (Sterling K. Brown, Julianne Nicholson, James Mardsen) e, con tutti i limiti delle classiche regole di una serie mainstream (lo sappiamo no, cosa succede al tipico personaggio che dice "domani mattina ti svelerò tutti i segreti"?), anche la tensione ha una sufficiente struttura. Ci sono i buoni e i villain, ma l'approfondimento psicologico, lo struggimento di chi alla fine ammetterà di essere "un mostro" avvicina lo spettatore alle scelte più disumane compiute non solo per preservare l'elite politico-economica del mondo, che comunque resta come forte, attualissima, metafora classista, ma anche per proteggere ciò che resta della propria famiglia, ad ogni costo. Aggiungiamoci un utilizzo emozionalmente subdolo di brani anni 80/90 (il tormentone, ovviamente, è Another day in paradise, sia nella versione originale di Phil Collins che in un'altra solo voce e piano) e otterremo un risultato piacevole, sorprendente, che in qualche modo richiama la serialità ante Netflix.
Disney plus

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