lunedì 16 marzo 2026

Vivere e morire a Los Angeles (1985)

 


Chance e Vukovich, due agenti dei servizi segreti americani del nucleo anticontraffazione, sono sulle tracce di un importante falsario di dollari. Il soggetto, tale Masters, è paranoico e senza scrupoli anche quando si tratta di uccidere agenti federali. Infatti succede esattamente questo, con un anziano collega di Chance, freddato brutalmente. L'omicidio priva Chance dei già pochi vincoli etici che aveva, trasformando l'indagine in un fatto personale e trascinando l'agente in una spirale senza ritorno.


Recupero finalmente un film importantissimo, uno dei pochissimi che negli anni ottanta ha tenuto viva la tradizione del noir americano, e che avevo visto - male e in maniera incompleta - in seconda serata ai tempi della scuola superiore (chi ha la mia età si ricorda "I bellissimi di Rete4"), quando, per disciplina scolastica ma quasi sempre per imposizione genitoriale, a un certo punto la televisione dovevi inderogabilmente spegnarla. 
Un film, Vivere e morire a Los Angeles, che, potrei sbagliarmi, da tempo è un pò scomparso non solo dalla programmazione televisiva o dalle piattaforme streaming ma anche dai cataloghi "fisici". Sicchè, appena è tornato disponibile in dvd l'ho acquistato. 
E poterlo vedere come cristo comanda, senza interruzioni e in lingua originale, è stato un vero e proprio godimento. 

La pellicola è illuminata da quella luce particolare riservata ai capolavori, è quasi un miracolo che negli ottanta del ritorno al modello USA del consumismo, delle americanate tronfie, reazionarie e ipertrofiche che sbancavano i botteghini (Rambo 2Rocky IV, Invasion USA e Commando da noi escono lo stesso anno), insomma dell'"edonismo reganiano", si sia potuto produrre un film così brutale sulla degenerazione del capitalismo (eloquente da questo punto di vista l'incipit con le famose banconote verdi che passano di mano in mano) e sull'assenza di controllo della macchina federale americana. 

I protagonisti, un onesto ma privo di senso etico e morale William Petersen e un pavido John Pankow, fanno della cattura del noto falsario William Dafoe, perfetto e luciferino come solo lui sa essere,  una vendetta personale, prima ancora che un'operazione legata ad ordini di servizio. 
All'inizio è il solo Petersen (Chance), moderno cowboy, ad avanzare come un rullo compressore sopra regole e persone e Pankow (Vukovich) a cercare di bilanciare la sua attitudine, ma nel finale Pankow subisce una metamorfosi completa, trasformandosi, sia nei modi che nell'aspetto, nel suo collega, e la sua ultima entrata in scena, davanti alla giovane informatrice - interpretata da Debra Feuer - già sfruttata da Chance, è tragicamente perfetta. Del cast fa parte anche John Turturro, partner di Dafoe, in una parte minore ma al quale Friedkin regala una scena (quella dell'ospedale) che entra nel novero dei (tanti, per la verità) highlights della pellicola.

La storia dietro al film potrebbe a sua volta diventare un film. Il regista William Friedkin accettò di girare con un budget risicatissimo, che si fece bastare con tutta una serie di decisioni rischiose, come ad esempio l'utilizzo di attori all'epoca poco noti e di conseguenza privi di richieste di compenso esose; riducendo al massimo i tempi con il classico "buona la prima!", e infine non chiedendo i permessi formali (un pò come accadeva coi nostri poliziotteschi) per le esterne. Già. La lunga sequenza dell'inseguimento automobilistico, probabilmente assieme a quella de Il braccio violento della legge tra le più memorabili della storia del cinema, realizzata anche su strade in contromano, fu girata senza autorizzazione. Una follia che ci ha regalato incredulità, eccitazione e adrenalina, ma che mise a rischio l'incolumità di troupe e attori.

Il dvd in mio possesso è ricco di extra interessanti tanto quanto il film, per un appassionato di tutto ciò che ruota attorno alla realizzazione di una pellicola. Interviste, ma soprattutto scene tagliate, tra le quali un finale alternativo demenziale (nel vero senso della parola) che per fortuna Friedkin è riuscito ad impedire, con cui Vivere e morire a Los Angeles avrebbe perso tutta la sua oscurità, diventando una pessima commedia buddy movie. E' incredibile le stronzate che possono fare i produttori esecutivi sbagliati.

E invece questo è un enorme noir che collochiamo negli anni ottanta esclusivamente per la colonna sonora dei Wang Chung e il loro sound gonfio di batteria gated reverb che lo zavorra a quel decennio. Per ogni altro aspetto, To live and die in L.A. è un titolo imperdibile, e, come tale, trasversale al tempo, ai generi e alle mode.


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