lunedì 16 agosto 2021

The Suicide Squad, Missione suicida

 



Ad gruppo di pericolosissimi super-criminali, rinchiusi nel carcere di Belle Reve, viene proposto un significativo sconto della pena in cambio della partecipazione ad una missione letalmente pericolosa su di un'isola centroamericana, teatro di pericolosi esperimenti scientifici. Tra gli altri, fanno parte di questo raffazzonato team Harley Quinn, Bloodsport, Peacemaker e il Colonnello Flag, unico militare (non villain) della squadra.

In periodi di bulimia da cinecomics, in pochi badano al nome del regista. Voglio dire, sono lontani i tempi di Raimi (Spider-man) o dei Batman di Burton o di Nolan. Se in questo caso i produttori hanno piazzato quello di James Gunn ben presente in alto sulla locandina è perchè sapevano quello che facevano. Al regista de I guardiani della galassia, passato alla DC dopo aver rotto con la Marvel (nel frattempo ha ricucito), bastano infatti pochi minuti di film per far dimenticare quella cloaca purulenta che era il precedente Suicide Squad, regalandoci una pellicola nel quale la sua mano è gioiosamente riconoscibile in ogni scena. 

Un film, che, a partire dai personaggi secondari (Dot-Man; King Shark; l'uomo smontabile; la donnola...) per finire all'improbabile mostrone, non fosse per il mega budget e il cast, potrebbe tranquillamente essere un prodotto Troma, leggendaria casa di produzione di B-movie, dove il nostro Gunn si è fatto le ossa (Tromeo & Juliet). 
Con una "mano" così dietro la mdp, Margot Robbie finalmente non sembra spaesata nei panni della Quinn, Idris Elba (Bloodsport) fa bene il suo, e persino John Cena (Peacemaker), pur rielaborando la recitazione degli ipetrofici action anni ottanta, sembra quasi un attore (ho detto quasi). 
L'altro elemento caratterizzante dello stile Gunn è l'armonizzazione della musica con le immagini. Credo siano pochi, mi sovvengono, con modalità differenti, Refn e Tarantino, i registi ai quali il connubio girato/soundtrack riesca bene quanto a Gunn (guardate la sequenza interrogatorio/fuga di Quinn, con il crescendo di Just a cigolò/I Ain't got nobody di Louis Prima a prendersi la scena).

Poche balle: questo Suicide Squad è divertente, esplosivo ed eccessivo. Un intrattenimento di lusso, insomma e probabilmente il miglior film dell'arrancante universo DC Comics (al netto di Joker, che però aveva un tentativo di taglio autoriale). 

Per chi non si fosse ancora vaccinato, dotarsi di green pass varrebbe la pena anche solo per vederlo al cinema.

lunedì 9 agosto 2021

John Hiatt with The Jerry Douglas Band, Leftover feelings


Alla soglia dei settanta, John Hiatt (classe 1952) incide finalmente un disco con il collega Jerry Douglas (1954). Ad unirli, oltre che una solida amicizia, la comune provenienza degli esordi artistici: Nashville, TN. Ed è proprio in questa mecca della musica (oggi un pò sputtanata) che i due decidono di registrare il proprio album nel mitologico studio B della RCA, dove alla fine dei cinquanta fu forgiato il sound countrybilly per mano di gente come Elvis Presley, Dolly Parton, Roy Orbison, Everly Brothers e molti altri. 

I due compari sono totalmente a loro agio in questo ambito, liberi di spaziare in tutte le sfumature della musica americana popolare. Long black electric cadillac, voce inconfondibile di Hiatt e lap steel guitar di Douglas, suona come i Blasters con la spina degli ampli staccata, ma senza che ciò comprometta un'oncia dell'energia rockabilly. La mitologica dobro guitar di Jerry debutta nella seconda traccia (Mississippi phone boot) per un blues che lascia intravedere neanche da troppo lontano la sagoma di Buddy Guy che fa ciao con la mano. Dopo due soli pezzi è già chiaro che l'album segue sì un mood, ma non un unico genere. E infatti dopo l'incantevole smooth blugrass di All the lilacs in Ohio arrivano I'm in Asheville e Light of the burning sun due folk classici (sempre impreziositi dai ricami di Douglas), il secondo dei quali potrebbe stare comodamente dentro The ghost of Tom Joad di Springsteen. 

Hiatt, in termini commerciali ha avuto pochi alti e molti bassi. Qualitativamente, al contrario, pur non avendo io ascoltato tutti i suoi lavori, mi sembra di poter dire che non abbia mai completamente sbagliato uno dei suoi venticinque dischi, in quasi cinquant'anni di carriera. Questo Leftover feelings conferma la tradizione, piazzandosi probabilmente tra i migliori degli anni zero.

lunedì 2 agosto 2021

Brutti, sporchi e cattivi (1976)


Nello scenario di una squallida baraccopoli alla periferia di Roma seguiamo le vicende della numerosissima famiglia dell'immigrato pugliese, parzialmente invalido, Giacinto, famiglia che vive alla giornata, tra espedienti e sfruttamento delle poche risorse economiche certe (la pensione della nonna). Non esiste coscienza di classe o solidarietà, a prevalere quotidianamente sono gli istinti più bassi, gli egoismi, i rancori, la sopraffazione, la scaltrezza e l'istinto di sopravvivenza.

Brutti, sporchi e cattivi non si limita ad essere un film da vedere obbligatoriamente, per capire tante cose, tra le quali l'incredibile libertà artistica che veniva concessa nei settanta agli autori cinematografici. L'impatto culturale della pellicola è stato talmente vasto da entrare, già con il solo titolo, nell'immaginario collettivo, nel linguaggio, nei nostri modi di dire. 

Scola, probabilmente nella migliore fase della sua carriera (è dell'anno prima l'indimenticabile C'eravamo tanto amati e dell'anno successivo il meraviglioso Una giornata particolare), firma un'opera con pochi precedenti nel nostro cinema mainstream: grottesca, crudele, senza speranza, volgare, con uno sguardo quasi completamente anaffettivo verso i suoi protagonisti, nella quale si ride sì, ma quasi sentendosi in colpa.
Il piano sequenza d'apertura con la macchina da presa che indugia sui corpi che dormono ammassati, uno sopra l'altro, per poi rivolgere il proprio occhio all'esterno, alla baraccopoli, negli ultimi istanti nei quali resterà silenziosa prima che quell'alveare umano riparta con la sua caciara e la sua operosa inoperatività, ci mostrano da subito una delle ragioni per le quali Scola è uno dei più importanti registi che l'Italia abbia mai avuto.

Dentro un'assoluta promiscuità ci viene mostrata una comunità di adulti che vivono come bambini, vale a dire senza filtro alcuno nelle relazioni interpersonali, senza senso di responsabilità, bussola morale o codici etici, al punto di sentirsi liberi di dare sfogo, quando possono, ad ogni pulsione del momento, sentendosi liberi di approfittare sessualmente di chiunque gli capiti a tiro, come succede solo nella dimensione onirica. I bambini veri, d'altro canto, crescono privi di una guida genitoriale, con l'unica accortezza di essere rinchiusi ogni mattina in un recinto improvvisato, nel quale stanno, senza supervisione alcuna, per tutto il tempo nel quale i loro genitori svolgono le proprie attività. Tra le tante contraddizioni di bambini portati a comportarsi da adulti e adulti da bambini, c'è Maria Libera, la ragazzina con gli stivali di gomma gialli, ultimo baluardo di innocenza che, oltre a sfacchinare nella baraccopoli, "sta a servizio" in una famiglia di Roma e che sembra ritrovare la sua fanciullezza solo quando ogni mattina inizia la giornata saltellando spensieratamente, sebbene carica di secchi da riempire d'acqua, sul muretto che delimita la zona.

Giacinto, interpretato in maniera sontuosamente controllata da Nino Manfredi, è il re di questa accolita di debosciati. Non solo in quanto capofamiglia, ma perchè, a causa di un incidente di lavoro, ha ricevuto un risarcimento di un milione di lire, un tesoro che custodisce gelosamente rifiutando di dividerlo coi familiari e nascondendolo ogni giorno in un posto diverso. Giacinto è un ubriacone rancoroso e con i suoi congiunti, che si tratti di figli, nipoti o moglie, si comporta in modo dispotico, scorbutico e violento, ma quando incontra la pasoliniana prostituta Iside (e a proposito, quanta poesia riesce a tirare fuori Scola dalle immagini dell'incontro tra un derelitto e una puttana) sembra redimersi e cercare la pacificazione con la famiglia che, al contrario, decide invece di ucciderlo in una sequenza, quella del pranzo all'aperto, terribile e sublime, per i movimenti della mdp che cattura il connubio tra gli sguardi, le espressioni, il linguaggio non verbale dei convenuti e le musiche di Armando Trovaioli. 

Con l'ultima sequenza di Maria Libera, sulla quale scorrono i titoli di coda, Scola ci toglie anche l'ultimo barlume di speranza, rappresentato dall'innocenza della ragazzina, lasciandoci soli con un epilogo malinconico, crudele ma dannatamente coerente.

lunedì 26 luglio 2021

Downtown Boys; Full communism (LP, 2017) e L'internationale (EP, 2020)


I Downtown Boys sono una punk band americana di Providence, Rhode Island, attiva da una decina d'anni. Nonostante una certa notorietà conquistata a metà anni dieci, personalmente li ho scoperti grazie alla colonna sonora di Miss Marx  della nostra Susanna Nicchiarelli (film consigliatissimo, al pari del precedente Nico, 1988). 
Dietro la produzione del nome tutelare Guy Picciotto dei Fugazi, il leader e fondatore Joey DeFrancesco, attivista sindacale (qui potete vedere il video delle sue geniali dimissioni da un hotel che trattava crudelmente i propri dipendenti,  consegnate con l'accompagnamento di un'intera brass band) e militante convinto per le cause ambientaliste, sociali e anti-sistema, rilancia il genere angry protest songs  dentro la sua cornice più naturale, che, a mio avviso, assieme al folk, resta quella punk. 
La band oltre agli strumenti tradizionali del genere utilizza strutturalmente il sax, e si avvale della grinta vocale della singer Victoria Ruiz (ex collega di Joey nello stesso hotel di cui sopra) su testi che, oltre all'inglese, utilizzano disinvoltamente lo spagnolo. 

Il titolo del loro primo full-lenght, oggetto di questo post, esprime inequivocabilmente l'orientamento politico del gruppo, oltre a rappresentare una provocazione, magari banale per il nostro Paese, ma sempre pericolosa per l'establishment USA, al punto che non mi stupirebbe se qualche agenzia federale avesse già aperto un dossier sui cinque. Tuttavia, pur crogiolandomi nella vicinanza politica alle idee di questi ragazzi, per "start a fire" (citazione non casuale, come vedremo) serve la scintilla del connubio con l'espressione artistica della band. Per fortuna, anche qui, bingo. I dieci pezzi (più una bonus track) per venticinque minuti di durata che compongono Full comunism sono il classico tuffo agostiano dagli scogli nell'acqua gelida: trattieni il fiato, vai sotto, e quando emergi ti senti da dio. Si parte con Wave of history (commento sonoro ad una sequenza indimenticabile di Miss Marx), che mette subito in chiaro le cose e poi giù a rotta di collo con 100% Inheritance tax; Tall boys; Break a few eggs; Monstro; Future police, fino a raggiungere appunto la bonus track, cover di un brano che nasce originariamente come riflessione malinconica sull'emarginazione ma che poi diventa una mega-hit pop. Qui la commiserazione lascia il campo alla ribellione ad una condizione di subalternità sociale ed esplode in tutta la sua grezza rabbia. La canzone è Dancing in the dark di Bruce Springsteen. 

Ma Joey e i ragazzi devono avere una certa vocazione ai guai. Infatti, non contenti di aver dato cotanto titolo ad un disco americano, realizzano, nel 2020 un EP contenente tre versioni dell'epocale inno socialista (in Italia usato anche dal P.C.I.) L'internationale. L'operazione sembra quasi goliardica, infatti il tema viene proposto nelle versioni disco mix; punk mix e ambient mix, intanto però questa composizione, questo inno dei lavoratori di tutto il mondo, che a me commuoverebbe anche se fosse suonata facendo le pernacchie con la mano sotto l'ascella, torna centocinquanta anni dopo la sua prima esecuzione. 

Sarà che ormai mi accontento di poco, ma tanto mi basta, in una fase storica nella quale sono sopiti gli idealismi del novecento, a favore di un capitalismo che gode di una salute di ferro.







venerdì 23 luglio 2021

Lola Darling (1986)

Lola Darling è una donna libera e indipendente. Vive sola in un loft e lavora come artista presso un'agenzia pubblicitaria, anche se la sua caratteristica principale va cercata nell'assoluta disinvoltura delle sue relazioni sentimentali e sessuali, infatti ne intrattiene tre contemporanee, pur nella totale lealtà nei confronti dei partners: ogni suo amante infatti è a conoscenza dell'esistenza degli altri due.

Vero debutto cinematografico di Spike Lee, Lola Darling (l'originale She's gotta have it è molto più coerente con il film, sfiorando quasi la tipologia di titolo dei porno) fu realizzato in pochissimi giorni e con quattro spicci, al punto da costringere il regista a ricorrere non solo ai consueti prestiti da parte della nonna, ma anche a scritturare "pro bono" alcuni familiari (il padre jazzista Bill suona le musiche e recita un cameo, la sorella Joie fa una piccola parte) e sè stesso (nella parte di Mars, uno dei tre uomini di Lola) per completare il cast senza incidere sulle finanze.

Il film, influenzato tra gli altri da Stranger than paradise dell'amico di corsi di cinema Jim Jarmush, mette in scene la vita, libera da ogni convenzione sociale, di Lola (in originale Nola, interpretata da Tracy Camilla Johns), e nel preparare soggetto e sceneggiatura Spike si documenta attraverso le esperienze di coetanee della sua protagonista, sondate attraverso un questionario con domande anche esplicite rivolto ad un gruppo di universitarie. Sebbene la modalità di racconto rimandi non poco alla grammatica cinematografica di Woody Allen, Lola Darling contiene in nuce molte delle forme espressive che caratterizzeranno lo stile del newyorkese nelle opere a venire, a partire dalla fotografia, con l'inizio del sodalizio con Ernest Dickerson, e dalle carrellate su volti di persone comuni.
Il titolo fu molto apprezzato (a fronte di un budget di poche migliaia di dollari guadagnò oltre sette milioni di bigliettoni), soprattutto dalla comunità delle donne nere americane, che, a testimonianza dell'efficacia del preliminare lavoro di indagine di Lee, si riconobbero nella protagonista. 
L'opera nel complesso può apparire acerba in qualche passaggio e con una scena proprio infelice (quella del semi stupro, della quale Spike Lee in seguito si pentì) ma è sicuramente ricca di fascino e pertanto da vedere, per i pochi della mia generazione che ancora non l'abbiano fatto. 

Il film è attualmente disponibile su Netflix e, per i completisti, Lee ha curato anche una serie ad esso ispirata (sulla medesima piattaforma).

martedì 20 luglio 2021

Billie Joe Armstrong, No fun mondays (2020)


Tra i vari danni prodotti dalla pandemia, ci sono anche quelli collaterali dei vari artisti che si sono messi a commercializzare comuni sessioni casalinghe nelle quali hanno interpretato brani ai quali, evidentemente, sono legati. Si tratta di dischi perlopiù prescindibili, che nulla aggiungono alla carriera dei musicisti o alle versioni originali dei pezzi, se non la curiosità di scoprire passioni e a volte guilty pleasure del musicista in questione. 

Non fa eccezione questo Fun mondays, registrato da Billy Joe Armstrong nei mesi dei lockdown assieme ad un manipolo di amici che rispondono ai nomi di Jason White (chitarrista tour member dei Green Day); Chris Dugan (batterista/produttore/ingegnere del suono) e Bill Schneider (bassista/collaboratore dei GD/co-proprietario assieme ad Armstrong di un negozio di strumenti a Oakland), coi quali ha buttato giù quattordici pezzi che spaziano, a volte devo ammettere anche in modo sorprendente, tra stili e generi. 
Per farvi capire meglio cosa intendo la traccia numero uno è I think we're alone now, brano che dall'anno "di nascita", nel 1967, ha avuto diverse interpretazioni, di cui la più recente è quella di Tiffany, mentre l'ultima, all'opposto è di Billy Bragg (A new England). In mezzo si passa ancora ancora dal pop anni ottanta con le Bangles (Manic mondsay) o Kim Wilde (Kids in America) ai semi-sconosciuti irlandesi del nord The Starjets (War stories); mainstream rock con Eric Carmen (That's rock and roll) e anthem dimenticati, come Gimme some truth di John Lennon o la seminale You can't put your arms around a memory di Johnny Thunders. Ma è inutile menare il can per l'aia, il pezzo in assouto più imprevedibile, a detta dell'autore inserito in omaggio ai fans italiani, è un'incredibile Amico di Don Backy (!!!), la cui interpretazione in italiano, con pronuncia da americano in vacanza a Roma, lascia sgomenti (nel bene o nel male decidete voi).

Insomma, non che No fun mondays sia un disco noioso. Solo semplicemente superfluo.

giovedì 15 luglio 2021

La notte del giudizio per sempre (2021)


Otto anni dopo la sconfitta alle presidenziali, i Nuovi Padri Fondatori tornano a vincere le elezioni ed immediatamente ristabiliscono la "giornata nazionale dello sfogo", nell'ambito della quale, per dodici ore, dalle 7 p.m. alle 7 a.m. è possibile compiere qualunque atto criminale, omicidio incluso, senza essere perseguiti dalla legge. Stavolta il riflettore della carneficina legalizzata è concentrato nel Texas del sud, dove molti migranti messicani lavorano per facoltose famiglie americane e dove l'odio razziale è diventato letteralmente incontenibile. Al punto che le dodici ore di sfogo non bastano più.

Probabilmente il franchise targato Blumhouse de Purge - La notte del giudizio (qui le recensioni dei capitoli uno e due) è, attualmente, la produzione che più riesce a tenere vivo il binomio intrattenimento/sottotesto politico tipico del miglior cinema di genere americano (quello nato tra i settanta e gli ottanta). 
Arrivati al quinto capitolo (di cui un prequel) ed essendo il film sempre stato caratterizzato da dinamiche western, cosa di meglio che spostarsi nei luoghi del vecchio west, con il noto assortimento di magnifiche bellezze e terribili storture? Su soggetto e sceneggiatura del deus ex machina James DeMonaco il regista Everardo Gout, fin qui una solida carriera per le serie tv, mette in scena un film che dubito piacerà ai tanti fans di Trump sparsi per gli States. 
Dentro un plot tutt'altro che privo di difetti, si consuma infatti la rivincita degli sfruttati di sempre, nativi americani e messicani, che fanno il culo a rozzi suprematisti bianchi e nazistoidi vari intenzionati a "restituire l'America agli americani". Dannatamente realistiche molte delle sequenze che mostrano le città prima dello scoccare dell'ora dello sfogo (lo sconto del 40% su tutte le armi), i dibattiti televisivi, i luoghi comuni sugli immigrati, meno efficaci alcune dinamiche relazionali tra i protagonisti (il razzista light si capisce subito che si ravvedrà) e poco coraggio nel gestire i personaggi principali (con il boss dei villain che arriva troppo tardi e dura troppo poco). 

SPOILER 
Carica di sottotesti anche la conclusione, con il Messico che apre le sue frontiere accogliendo caritatevolmente migliaia di texani in fuga dai massacri e il figlio di uno dei protagonisti americani che nasce in terra messicana, libero dal retaggio di morte e massacri dei suoi antenati.
Vista la conclusione distopica del film e in previsione del decennale del primo capitolo della saga, chissà che DeMonaco non accarezzi l'ennesimo sequel sul modello di 1997 Fuga da New York...

lunedì 12 luglio 2021

Helloween, Helloween

Gli Helloween, e il power metal in generale, non sono mai stati la mia tazze di tè. Nemmeno quando (ere geologiche fa) ascoltavo solo hard & heavy. Poi, siccome sono rimasto un tipo curioso e, se congruamente stimolato, aperto ad ogni esperienza musicale, qualcosa col passare degli anni ho recuperato anche di loro (e del power), senza particolare esaltazione ma con qualche contenuto apprezzamento random. 

Ora, al gruppo tedesco è universalmente riconosciuto il merito di aver inventato uno stile e di aver prodotto, tra la metà e la fine degli ottanta tre album seminali per quello specifico sotto genere metal (i titoli sono noti: Walls of Jericho e le due parti di Keeper of the seventh keys). Dopo quella fase la crisi, album pasticciati, il tentativo di tornare alla comfort zone stilistica e, soprattutto, tra l'inizio e la fine degli ottanta e l'inizio del primo lustro dei novanta, gli addii "pesanti" di Michael Kiske, il cantante dei due Keeper, e di Kai Hansen, chitarra e voce co-fondatore della band. Un allontanamento che è durato circa un quarto di secolo e che si è interrotto qualche anno fa con una reunion certificata da un tour di successo e dalla consapevolezza che, in una fase di solida retromania, forse era il caso di accantonare i dissapori e passare all'incasso. Perciò, incoraggiati dall'esito del Pumpkin United Tour, il passo successivo non poteva che essere la pubblicazione di un nuovo disco che mettesse assieme il nucleo superstite della band (che conta i soli Maichel Weikath -  chitarra - e Marcus Grosskopf - basso - quali membri fondatori) assieme ai due transfughi.

Insomma il combo germanico punta tutto sull'effetto nostalgia, e c'è da dire che a sprazzi l'operazione funziona grazie in particolare ad alcune tracce che, pur carezzando subdolamente la pancia dei vecchi fans, risultano decisamente convincenti (Out for the glory; Fear of the fallen; Best time; Down in the dumps), così come sono comunque efficaci i passaggi più orientati all'heavy classico (Mass pollution; Robot king), giù giù fino all'attesa suite finale, unico brano composto da Hansen (Skyfall) che oscilla tra luci ed ombre. Un'operazione che, per quanto studiata a tavolino, risulta abbastanza riuscita considerando come non sia mai semplice autocitarsi restando credibili.

giovedì 8 luglio 2021

Appunti di un venditore di donne (2021)

Milano, 1978. Bravo è un magnaccia che procura donne all'alta società. Ha con le sue ragazze un rapporto di rispetto, lasciandole di libere di accettare o meno un lavoro, così come di smettere quando lo desiderino di prostituirsi. Nasconde a tutti, anche all'amico Daytona e al sodale barman del suo night di appoggio, il proprio passato tragico ed una terribile menomazione subita. Una notte, su richiesta di Daytona che gliela indica, convince una ragazza qualsiasi (Carla) a fare sesso con l'amico in cambio di soldi. Da quel momento inizierà un'escalation di eventi che, nella Milano del 1978, farà convergere sulla strada di Bravo terrorismo, corruzione politica, mafia e il suo passato.

Cerchiamo di riprendere faticosamente possesso del genere, ed in particolare di quello noir attraverso la trasposizione di un romanzo di Giorgio Faletti che passa direttamente sul piccolo schermo. L'operazione (a me) fa sicuramente piacere, ma ciò non basta purtroppo a giustificare moti di esagerato entusiasmo. Sì perchè se Appunti di un venditore di donne si fa ricordare è, a mio sommesso avviso, solo per una ragione, vale a dire la stupefacente interpretazione (molto poco italiana) del misconosciuto Mario Sgueglia nei panni del protagonista Bravo. Sgueglia, che non conoscevo e che, nonostante la non verdissima età (classe 1979),  ha una filmografia, tra cinema e televisione, abbastanza contenuta, fornisce probabilmente la prova della vita grazie alla sua capacità di dare vita ad un personaggio tragico e affascinante, che trasforma un mestiere ripugnante (il protettore) quasi in un'arte virtuosa. 

Purtroppo devo fermarmi qui con gli aspetti positivi della pellicola che, pur godendo di una storia atipica e, teoricamente, di una buona mano in regia (Fabio Resinaro, dietro alla mdp per l'interessante Mine e l'ottimo Dolceroma), non fornisce altri spunti di rilievo. 
Il resto del cast non si avvicina nemmeno al livello del protagonista: Paolo Rossi (Daytona) è impalpabile, a Francesco Montanari viene affidato un ruolo (il barman cieco) totalmente inverosimile, Miriam Dalmazio (Carla) fa del suo meglio senza però convincere appieno e Michele Placido (il politico) è talmente spaesato da sembrare passi di lì per caso. Si salva forse Antonio Gerardi (il boss) ma solo perchè con un ruolo così, dopo aver fatto il Sardo in Romanzo Criminale, inserisce il pilota automatico. 
Da rivedere anche i dialoghi (calligrafici), i costumi (siamo nei settanta!), e le scene d'azione, con l'apice di un inseguimento in auto involontariamente comico, nel quale manca solo che i due protagonisti, tallonati dalla pula, si mettano d'accordo su cosa mangiare a cena. Non fosse già morto, Enzo G. Castellari, ci sarebbe restato secco. 
Comunque sia, meglio un film imperfetto che scommette sulla rinascita del genere in Italia (ma per cortesia, non bestemmiamo paragonandolo a quel gioiello di Soavi che risponde al titolo di Arrivederci amore ciao) piuttosto che l'ennesimo drammone esistenziale con protagonisti i soliti quaranta/cinquant'enni. 
E poi, grazie a questo film, potremmo aver guadagnato un insperato nuovo protagonista del poliziesco nostrano: Mario Sgueglia. Fatelo lavorare!


Il film è in programmazione su Sky

lunedì 5 luglio 2021

Re-Animator (1985)

Il dottor West, a seguito di alcuni esperimenti disapprovati dalla comunità scientifica svizzera, si trasferisce da Zurigo ad una clinica negli Stati Uniti, dove riprende la propria ossessione: mettere a punto un siero in grado di risvegliare i morti. Qui troverà una forte avversione da parte del professor Hill, che aveva tentato, senza riuscirci, di seguire gli insegnamenti del visionario dottor Gruber, già fonte di ispirazione per lo stesso West.

Cult assoluto di quell'intreccio di generi che ha trovato negli anni ottanta la sua stagione più fulgida, e che metteva assieme horror, gotico, commedia, grottesco, pulsioni sessuali e voyerismo, Re - Animator, inarrivabile debutto di Stuart Gordon, coadiuvato dall'amico Brian Yuzna (titolare dell'altrettanto imperdibile Society - The horror) , cattura tutte le coordinate del contorto immaginario dei due registi. Attraverso la scelta di una fotografia che esalta i colori accesi, retaggio delle opere di Mario Bava, e di effetti speciali rigorosamente analogici, Gordon intrattiene, diverte e spaventa con un prodotto che nell'affollato panorama degli ottanta poteva essere definito di serie B, ma che alla luce della povertà dello scenario attuale, che registra la pressochè totale assenza di un convincente connubio infra-generi,  assurge a vero e proprio capolavoro, definizione che è possibile assegnargli alla luce dell'orizzonte temporale trascorso (trentasette anni) dalla sua uscita, che non ha minimamente scalfito, anzi accresciuto, il valore dell'opera.
Il cast principale (Jeffrey Combs; Bruce Abbott e Barbara Crampton) è composto da attori e caratteristi che, al netto di qualche eccezione, ha costruito la propria carriera su film di genere a basso costo, tuttavia in questo film, tratto da un racconto di Lovecraft, l'aderenza al progetto è pressochè totale, con un risultato finale totalmente convincente. 

Re-Animator ha avuto due sequel, Re-Animator 2, del 1991 (dvd già acquistato e in lista d'attesa) e Beyond Re-Animator, del 2003, girati dal sodale Yuzna . 

Segnalo infine che su Amazon è in vendita ad una decina di euro l'edizione a tiratura limitata (tre dvd) della Midnight Factory. Sotto, la mia copia.



giovedì 1 luglio 2021

MFT, maggio giugno 2021

ASCOLTI

Angel, Risen
Billy Gibson, Hardware
Blackberry Smoke, You hear Georgia
Bob Wayne, Rogue
Burial, Untrue
Caparezza, Exuvia
Fear Factory, Aggression continuum
Garbage, Absolute
Helloween, ST 2021
John Hiatt, Leftover feelings
L7, The Slash years
Portal, Arrow
Rise Against, Nowhere generation
Ryan Adams, Big colors
The Band, Rock of ages
Gojira, Fortitude
Oscar Peterson Trio, Night train
Maneskin, Teatro d'ira
Thunder, All the right noises
Def Leppard, Rock of ages
Davide Van De Sfroos, The best of


VISIONI

Kung-fu Jungle ( 3,5/5)
Il regno (SPA, 2018) (3,75/5)
Sweet Virginia ( 3,25/5)
Cold war (HGK, 2012) ( 3,25/5)
Cold eyes (3,5/5)
Confession of pain (3,5/5)
Rifkin's festival (3,5/5)
A dirty carnival (3,75/5)
Fino all'ultimo indizio (3/5)
Captain Marvel (3/5)
Dark night (3/5)
Ferro 3 - La casa vuota (4/5)
The devil's path (JPN, 2014) (3,75/5)
Honest thief (1/5)
Greenland (2/5)
Si vive una volta sola (3/5)
I predatori (3/5)
Jo Pil-ho: L'alba della vendetta (3,75/5)
Galveston (3,75/5)
Bloodshot (2,5/5)
Il selvaggio (4,5/5)
Governance - Il prezzo del potere (3/5)
Un altro giro (3/5)
Fire of conscience  (3,5/5)
La donna alla finestra (3/5)
I figli del fiume giallo (3,75/5)
Shield of straw - Proteggi l'assassino (2/5)
Roubaix - Una luce nell'ombra (3,75/5)
Joint Security Area (3,5/5)
QT8 - Quentin Tarantino (3/5)
Il divin Codino (2/5)
Star Wars - Gli ultimi Jedi (4/5)
Star Wars - L'ascesa di Skywalker (2,5/5)
Prospect (3,5/5)
Facciamola finita (3,25/5)
Wander (2/5)
Rogue One: a Star Wars story (3,75/5)
Shorta (3,5/5)
Il sospetto (2012) (4/5)
Security (2021) (2/5)
Morgan (3,5/5)
Shadows (3,5/5)
Take shelter (3,75/4)
Comedians (3,5/5)
Re-Animator (4,25/5)
Oldboy 4K (4,5/5)
He got game (3,75/5)
Oldboy (USA, 2013) (2,75/5)
In trance (2,75/5)
Rampage (2009) (3,5/5)
Mandibules - Due uomini e una mosca (3/5)
Gorky Park (3/5)
Giustizia privata (2/5)
Il dubbio - Un caso di coscienza (3,75/5)
Una donna promettente (3,25/5)
Rampage - Giustizia capitale (3,25/5)
L'allievo (3,75/5)
20/20 Target criminale (3/5)
Colossal (3,5/5)



P.S. in grassetto i film visti al cinema

Visioni seriali

Speravo de morì prima (2,75/5)
The man in the high castle, 1 (3/5)
Rocco Schiavone, 4 (3/5)
The preacher, 1 (3,75/5)

LETTURE

Spike Lee con Kaleem Aftab, Questa è la mia storia e non ne cambio una virgola

martedì 22 giugno 2021

Thunder, All the right noises


Strabilianti Thunder. La band londinese battezza il trentaduesimo anno di attività con un album che attesta uno stato di forma impressionante. La carriera discografica dei nostri si può sostanzialmente dividere in due sezioni: la prima, dagli esordi (con Backstreet symphony, del 1989), quando proponeva un ottimo melodic hard rock tutto sommato in linea con il mainstream hard & heavy imperante, accompagnato però da una non comune autenticità nelle esibizioni dal vivo (probabilmente l'ho già raccontato: li ho visti aprire per gli Extreme nel 1992 e mi entusiasmarono in maniera nettamente superiore rispetto agli allora lanciatissimi americani), fase questa che si interruppe nel 2008 con la band in quella che sembrava essere una definitiva traiettoria calante. 
Invece, dopo una iato di circa sette anni, nella quale i due leader, Bowes alla voce e Morley all'ascia, hanno continuato in coppia a registrare dischi e fare concerti, il grande ritorno con Wonder days e, in soli sei anni, una serie complessiva di quattro album in studio (tutti recensiti sul blog sotto il tag "Thunder") e svariati dal vivo, nonchè, elemento più importante, un'inarrestabile crescita qualitativa che probabilmente trova il suo apice proprio con questo All the right noises.

Oramai l'autostima e la consapevolezza acquisita dal gruppo gli permette una tale libertà compositiva da, pur muovendo dall'hard rock di stampo britannico, non porsi steccati stilistici dentro al proprio agire artistico. 
E' così che le sontuose cornici dei cori femminili di matrice soul, le tastiere, le atmosfere squisitamente acustiche, abbinate all'ugola di Danny Bowes che, sembra una frase fatta, ma davvero migliora col tempo, ci consegnano un disco di musica "vecchia" di una bellezza abbacinante. 
Cosa non è, per scendere nella declinazione dei brani, Last one out turn off the lights, opener del disco? Una goduriosa restaurazione dei riff del Led Zeppelin che tramortisce in abbinata ad una sezione cori che avrebbe fatto godere Wilson Pickett. Un vero e proprio insperato portento musicale che, stilisticamente, in qualche modo fa scopa con la conclusiva She's a millionairess. 
In mezzo altre nove canzoni (per una tracklist totale di undici pezzi, per quarantotto minuti) che spaziano armoniosamente dall'evocativa Destruction (contenente la linea di testo del titolo: They're making all the right noises / But they don't really know), da lasciar sedimentare e crescere di ascolto in ascolto, alla classica Thunder-ballad I'll be the one, al rock and roll party You're gonna be my girl giù giù fino alla "motivazionale" Don't forget to live before you die. 
Come di consueto, dentro un disco che non vuole certo essere politico, i Thunder perseverano nel non trascurare i temi sociali, che qui regalano cittadinanza e parole a chi si è trovato (improvvisamente?) ai margini della società e non capisce nemmeno chi incolpare, attraverso la magnifica The smoking gun. 
Di Bowes ho detto, cosa aggiungere della chitarra di Morley? Precisa, scientifica, emozionante e mai "sborona", vera e propria architrave del sound della band.

Capisco bene che oggi la musica vada da un'altra parte, ma chi dice di amare il rock classico e non si fionda su questo lavoro dovrebbe far pace con sè stesso.

giovedì 17 giugno 2021

Comedians (2021)

Un gruppo di sei persone, aspiranti comici, si prepara ad affrontare un'audizione dopo aver frequentato un corso serale con Eddie Barni, ex comico di successo dalle idee molto controcorrente rispetto al tipo di comicità mainstream e televisiva. Le convinzioni del gruppo, che Barni ha plasmato sulle sue, vacillano nel momento in cui arriva Celli, anche lui ex comico, ma "inserito nel sistema", in aperto conflitto con le posizioni di Barni.

Girato nel pieno della scorsa pandemia, sostanzialmente in un ambiente e mezzo (l'aula di una scuola e un piccolo club) a Trieste, Comedians è il ritorno al cinema di Gabriele Salvatores che porta in scena, attualizzandola, una piece teatrale di Trevor Griffiths. 
Il film, completato in meno di un mese, mantiene l'impostazione teatrale, con i monologhi mediamente lunghi degli attori e il frequente ricorso ai piani sequenza, ma riesce ad ottenere un crescendo e una tensione tipici dello strumento cinematografico. 
Un plauso quindi al regista, non solo per l'indiscussa abilità nella messa in scena ma anche per la scelta del cast, e in particolar modo per le prove di Natalino Balasso (Eddie Barni), Marco "Nick Cave" Bonadei (Sam) e, soprattutto, Giulio Pranno (Giulio Zappa). La prova di questo giovane (22 anni) attore, già con Salvatores in Tutto il mio folle amore,  è stata da qualche parte criticata in quanto eccessivamente carica e sopra le righe, a mio avviso invece è proprio il personaggio (anarchico e anticonformista) a ricercare costantemente la provocazione e l'eccesso e pertanto, in questo, la recitazione di Pranno è perfettamente consona al contesto. 
Adeguate, ma non superlative, anche le prove del duo Ale e Franz (i fratelli Marri) e di Cristian De Sica (Celli), che ogni qual volta si esprime in un ruolo serio sembra alla prova della vita, ma che a me è sembrato in parte ma senza gridare al miracolo.

Quanto mai attuale ed opportuna infine, nonostante il testo originale sia dei primi anni settanta, la riflessione su cosa debba essere la comicità, che rapporto debba costruire col pubblico e la funzione sociale che debba esercitare. In un periodo nel quale anche in Italia si è scoperta l'arte dello stand up comedy, con risultati spesso sconsolanti e battute che girano sempre attorno al solito tema (i rapporti tra i due sessi), Comedians spicca in maniera intellettuale, divertente (anche se non è un film "da ride"), provocatoria e stimolante. 

E poi, un film italiano che inizia (Rain dogs) e finisce (Downtown train) con due pezzi di Tom Waits è promosso a prescindere.


lunedì 14 giugno 2021

Maneskin, Teatro d'ira vol I



Lo strano caso dei Maneskin. Uno dei fenomeni musicali che più genera paranoie nella critica, al punto da sembrare colta dalla sindrome morettiana (Ecce bombo), per cui, parafrasando: "mi si noterà di più se ne parlo bene o se ne parlo male"? Comunque, mai come in questo caso l'importante è parlarne. 
Strano caso, anche perchè raramente si è visto l'armamentario di tutto quello che è convenzionalmente considerato rock in Italia (da Vasco ad Agnelli passando per Pelù) prodursi in endorsement così sfacciati a favore di questi quattro ragazzi, contrapponendosi ai salotti buoni, e a quelli dei social, che invece, tendenzialmente, li stroncano.

Chi invece li attendeva senza pregiudizi alla prova del secondo lavoro, dopo il botto di Sanremo e dell'Eurofestival grazie al brano Zitti e buoni, probabilmente dovrà attendere ancora un pò. Questo Teatro d'ira vol.1 infatti non scioglie i dubbi sul reale valore del gruppo, che, quando scende dal palco (la dimensione dove evidentemente è più a suo agio dimostrando effettivamente un'attitudine e una maturità "molto poco italiana" che va ben oltre la giovane età dei componenti, in particolar modo per il frontman, Damiano) ha evidenti problemi di scrittura e creazione complessiva delle composizioni. Infatti, tolto il singolo trionfatore delle manifestazioni di cui sopra, un ottimo pezzo glam-rock, ruffiano ma ruvido, e poco altro (Coraline), il livello cala paurosamente, tra pezzi che magari vorrebbero essere punk ma appaiono scolastici (I wanna be your slave) e pattern vocali che flirtano in maniera poco convincente con il rap (Lividi sui gomiti), con un utilizzo forzato, insincero (almeno per un matusa come me) di epiteti e slang giovanilistici vari. Certo, ci sono i chitarroni e, soprattutto a queste latitudini, di questi tempi, i chitarroni fanno sempre piacere (soprattutto in ambito mainstream), nella speranza che tornino a fare "tendenza", però, ecco, senza voler fare gli snob a tutti i costi che si scandalizzano perchè i Maneskin arrivano dai talent e non si sono "sudati" la ribalta, consiglierei alla band di trovarsi songwriter e produttori artistici che gli consentano il definitivo salto di qualità.

giovedì 10 giugno 2021

Un altro giro (2020)

Gentofte, Danimarca. Quattro amici, colleghi insegnanti delle superiori, diversi tra loro, ma tutti disillusi e resi cinici dalla vita sia dal punto vita personale/sociale che da quello professionale, vengono affascinati dalla teoria di uno psicologo relativa al presunto deficit alcolico dello 0,05% dell'organismo umano, deficit che inficerebbe prestazioni e umore di ciascuno e che, pertanto, andrebbe compensato. I quattro decidono di sperimentare su sè stessi la teoria, cominciando ad assumere dosi minime quotidiane di alcol, con risultati, almeno inizialmente, estremamente efficaci.

Un altro giro, di Thomas Vinterberg (co-firmatario, assieme a Von Trier del progetto Dogma 95 e autore di alcune opere rilevanti, come Festen e Il sospetto) è un film che ha creato una vasta hype, e non solo per la vittoria ai recenti Oscar. Molto ho letto e quasi sempre in termini positivi su quest'opera, al punto che, essendo invece io uscito dalla sala (sì, dalla sala!) un pò perplesso, a posteriori ho maturato la convinzione che forse dovrei rivederlo per farmi un'idea più compiuta. Nondimeno provo a scrivere la mia impressione.
Il tema toccato, quello dell'uso e dell'abuso di alcol, è estremamente delicato e, anche se leggo in giro che in realtà si tratta di una metafora o che l'argomento è trattato senza ipocrisia o buonismo (non sia mai essere buonisti in questa fase storica, un virus peggio del covid!), a me qualche dubbio sovviene, a partire dalle sequenze che fanno da prologo al film, con una folle gara alcolica che a quanto pare i giovani del luogo sono soliti compiere, fino all'atto prefinale dell'esame del ragazzo insicuro che viene superato brillantemente - piccolo spoiler - grazie a generosi sorsi di vodka. 
Insomma, in una società nella quale si abbassa sempre più l'età in cui i giovani cominciano a trangugiare superalcolici, forse (e sottolineo forse) non proprio l'esempio da trasmettere. 
Anticipo la replica che potrei ricevere per questa critica: l'arte non deve (necessariamente) essere educativa, altrimenti cancelleremmo dalla storia tante espressioni artistiche radicali, trasgressive e anarchiche. L'argomento è sicuramente un punto a favore degli estimatori de Un altro giro, anche se, ne sono sicuro, i loro entusiasmi sono molto condizionati  dall'immancabile grande interpretazione di Mads Mikkelsen e dalla straordinaria forza del connubio musica/immagini della sequenza finale, che resta, quella sì, impressa a fuoco nella memoria.

lunedì 7 giugno 2021

Loretta Lynn, Still woman enough

 


Mi soffermo doverosamente, non avendolo mai fatto in precedenza, su una delle ultime leggende del country popolare (l'altra è Willie Nelson) ancora in vita. Loretta Lynn, classe 1932, ha avuto un'esistenza avventurosa, al punto da essere portata sul grande schermo con un film del 1980 (La ragazza di Nashville) che fece vincere un Oscar a Sissy Spacek proprio per l'interpretazione della Lynn.

La cantante nativa del Kentucky, caratterizzata nell'outfit con onnipresenti abiti colorati modello vecchio West, arriva alla soglia dei novant'anni con il suo quarantaseiesimo album ed è sempre grande l'attenzione che le riserva lo stardom nashvilliano.Infatti, come accade regolarmente almeno negli ultimi vent'anni (Van Lear Rose del 2004 fu prodotto da Jack White) anche quest'ultimo Still woman enough è infarcito di ospitate.

Lo schema dell'album riprende la formula "a geometria variabile" ormai consolidata, presentando un mix di brani di repertorio assieme a tracce inedite. Il titolo stesso dell'opera, che è anche la canzone che apre la tracklist, featuring Reba McEntire e Carrie Underwood,  è una sorta di replica a You ain't woman enough, canzone (anch'essa ripresa in coda a questo disco) e album che Loretta pubblicò nel 1966. Non credo serva mi dilunghi più di tanto sullo stile del disco: country classico, immortale, suonato da una lista di tre pagine dei migliori session men di Nashville. Tra le sette canzoni ripescate e reinterpretate dal repertorio della Lynn (il lotto di tredici pezzi si completa con un traditional e quattro inediti) spicca una versione totalmente spoken di Coal miner's daughter, forse il pezzo più identificativo della storia di questa vera e propria leggenda americana.

lunedì 31 maggio 2021

Preacher, stagione uno (2016)

 


Jesse Custer è il pastore demotivato, depresso, alcolizzato, rassegnato all'assenza di fedeli e tormentato da un passato tragico, di una scalcagnata parrocchia di Annville, Texas.  Una serie di eventi più o meno razionali (il ritorno dal passato di Tulip, la sua pericolosissima donna; l'arrivo di Cassidy, un vampiro centenario di origini irlandesi; la sua...ehm... possessione da parte di una misteriosa entità) stravolgeranno la sua routine. Tutto attorno Annville, una città non meno folle di un girone dell'inferno.

Violento, grottesco, ripugnante, comico, surreale, disturbante, blasfemo, sovrannaturale, geniale, intelligente come ogni parto della mente del mitologico Garth Ennis, Preacher, trasporta in maniera quanto più fedele possibile le atmosfere del fumetto da cui è tratto, regalandoci una serie memorabile (almeno la stagione uno, vedremo le successive). 
Sono diverse le ragioni della riuscita di questa produzione, a partire, certo, dal materiale originale a disposizione (una serie durata sessantasei numeri dal 1995 al 2000), ma anche il coinvolgimento di Seth Rogen, un cast azzeccato e soprattutto un lotto di personaggi, tra principali e secondari, "buoni" e "villains" (le virgolette sono d'obbligo, credetemi), straordinario. E quando in un prodotto audiovisivo si azzeccano i characters si è già a metà dell'opera. 
Dominic Cooper è il protagonista principale e, sebbene se la cavi egregiamente, paradossalmente non è quello che più resta in mente, superato da Joe Gilgun (il vampiro Cassidy), da Ruth Negga (Tulip), dall'indimenticabile coppia di "agenti del governo" Deblanc e Fiore (interpretati da Anatol Yusef e Tom Brooke), dall'antagonista Odin Quincannon (Jackie Earle Haley) e infine dal dolcissimo ma inguardabile, Eugene "arsface" Root (Ian Colletti), un adolescente con al centro della faccia, in pratica un buco del culo. 

Ci vuole abilità ad usare tutti gli strumenti più estremi del genere per far passare messaggi forti di critica sociale, politica e religiosa, ma qui la coppia Ennis/Rogen compie davvero un lavoro superbo, tenendo per le palle lo spettatore tra ettolitri di sangue e un politicamente scorretto mai fine a sè stesso. La serie credo si sia conclusa, come scritto, dopo quattro stagioni. Nella speranza che non cali vorrei proprio gustarle centellinandole.

lunedì 24 maggio 2021

Captain Marvel (2019)

Vers è una agente altamente addestrata delle forze intergalattiche dell'impero Kree. A seguito di una battaglia nello spazio con gli acerrimi nemici, i mutaforma Skrull, Vers precipita sulla terra nel periodo storico dei primi anni novanta, dove attira l'interesse del neoformato Shield e dei giovani agenti Fury e Coulson. Attraverso l'esperienza terrestre, Vers conoscerà il suo passato e capirà il potenziale pressochè illimitato del suo potere.

Torno a vedere un film del Marvel cinematic universe dopo la conclusione della saga Infinity war/Endgame (anche se cronologicamente andrebbe inserito esattamente nel mezzo tra i due capitoli) e torno moderatamente a divertirmi, dopo le delusioni di Black Panther (che però ai più è piaciuto) e Venom. La coppia di registi Anna Boden/Ryan Fleck cerca di ricreare la formula vincente action/comedy dei Guardiani della galassia di Gunn, onestamente non riuscendo a raggiungere quelle vette. Tuttavia il ritmo è buono, Brie Larson nei panni dell'eroina è efficace, il ringiovanimento al computer di Samuel L. Jackson (Fury) convincente, l'intreccio tra leggerezza e tensione ben bilanciato almeno per tre quarti del film (che nel finale sbraca nell'ovvio). Non banale nemmeno il messaggio "politico" veicolato, con i terroristi designati che forse sono vittime e gli eroi in realtà crudeli imperialisti. 
Resta la considerazione che questo personaggio sarà difficile da gestire in maniera interessante, visto il suo bagaglio di di super-poteri,  forse superiore persino a Superman. 

lunedì 17 maggio 2021

Steve Earle, J.T.

Dopo Townes (Van Zandt) e Guy (Clark) , Steve Earle giunge al terzo disco di di cover monografiche, celebrative di artisti importanti per la sua crescita di songwriter e di uomo. Stavolta purtroppo il soggetto a cui Steve "ruba" il repertorio è il figlio Justin Townes e la ragione dell'operazione la più tragica si possa immaginare, vale a dire la sua morte. Non torno sul tormentato rapporto padre figlio che ha caratterizzato la relazione tra i due (ne avevo scritto qui) e non oso dare interpretazioni psicoanalitiche sul senso di colpa di Earle Sr rispetto a questa tragedia, mi limito a prendere atto, oltre alle motivazioni emotive, di quelle sia pragmatiche (sostenere attraverso i proventi delle vendite del disco la vedova e la figlia di JT) che artistiche (una sincera ammirazione per il lavoro del figlio) che hanno portato Steve, in tempi rapidissimi, solo quattro mesi dalla dipartita, a dare alle stampe questo lavoro. 

L'album è composto da undici tracce, dieci delle quali provenienti dal repertorio di Justin Townes e una originale, scritta per l'occasione. Delle dieci reinterpretazioni, ben quattro provengono da The good life, l'esordio full-lenght del 2008 di Earle Jr (si tratta di Lone Pine hill; Turn out my lights; Ain't glad I'm leaving; Far away in another town), mentre le rimanenti sei sono scelte singole da altri album, a partire dall'EP di debutto (Yuma, 2007) fino a The saint of lost causes, ultima opera pubblicata da JT.
Steve approccia il lavoro con lo stesso metodo dei precedenti album tributo, lascia cioè intatta la struttura delle singole canzoni (dopotutto, come nel caso di Van Zandt e di Clark, la tazza stilistica di tè è la medesima) "limitandosi" a farle diventare sue, attraverso arrangiamenti che le impreziosiscono e che sono affini al suo mood rurale degli ultimi quindici anni circa. Il perfetto esempio a questo approccio arriva già con la traccia d'apertura, laddove infatti I don't care era una perfetta hillbilly busker song, ci si trova per le mani un purissimo blugrass degli Appalachi, senza che il nuovo arrangiamento renda nemmeno per un istante irriconoscibile il pezzo originario. D'altro canto il materiale selezionato da Steve dal (numeroso) repertorio del figlio è tutto di ottima qualità e sposa, come due parti di una stessa mela, il lavoro paterno. Possiamo sostenere che, mentre Justin Townes aveva creato delle pietre grezze di cui si intuiva il valore, il padre le ha lavorate, sgrezzandole e facendo venire alla luce tutte le loro sfumature attraverso arrangiamenti più elaborati. Diventano così Earle's instant classics la ballata da drifter di Far away in another town, l'orgoglio operaio di They killed John Henry e l'hillbilly rock and roll di Champagne corolla. 
The saint of lost causes, rispetto alla versione originale, sprofonda ulteriormente nella malinconia e nella disperazione e, ad ascoltarlo così, il testo sembra scritto su misura per Steve.

Chiude la forse un pò retorica ma comunque sincera , struggente e dolorosa Last words, esplicitamente dedicata al figlio e alla sua dipartita.

giovedì 13 maggio 2021

Rifkin's Festival


La coppia americana composta dall'anziano critico cinematografico ed ex insegnante di settima arte, Mort Rifkin, e la più giovane moglie, manager cinematografica, Sue, è a San Sebastian, in Spagna, per seguire il locale festival cinematografico. Sue è lì per lavoro in quanto rappresenta un regista francese in forte ascesa, mentre Mort, che non esercita più l'attività di critico, segue la moglie per il sospetto che lei abbia una tresca proprio con il regista francese.

Sono particolarmente felice che Woody Allen sia riuscito, nonostante il feroce e bieco ostracismo del cinema americano (sulle cui cause mi sono sufficientemente espresso qui), e grazie all'imperituro affetto dell'Europa, a portare a termine il suo cinquantesimo film da regista (in cinquantacinque anni). Lo sono poi doppiamente perchè sono riuscito a vederlo in sala.

Rifkin's Festival è un film che, anche ad occhi chiusi, limitandosi ai dialoghi (ma anche al contrario, senza audio e limitandosi alle immagini), rientra inequivocabilmente nell'ambito della cifra stilistica e filosofica di Allen. Questa volta le caratteristiche tipiche di Woody (eccentricità, nevrosi, insicurezza, cinismo) sono impersonate efficacemente dal noto caratterista Wallace Shawn (Mort), mentre la controparte solare, giovane, intraprendente, passionale della moglie è affidata a Gina Gershon. La narrazione, mostrata attraverso le suggestive immagini della cittadina basca ed enfatizzate dalla fotografia di Vittorio Storaro, prende spunto dal matrimonio ormai logoro dei due, ma in realtà, tra le altre cose, posiziona in maniera netta il pensiero del regista su taluni "fenomeni" del cinema moderno e, per antitesi, sul suo amore verso i classici di quest'arte. Allen compie la scelta di manifestare la sua passione per la grande epopea del cinema del passato, in particolar modo quello europeo, attraverso i sogni (in bianco e nero) del suo alter-ego Mort, che, a volte in tono ironico, altre didascalico, si trova proiettato in prima persona dentro capolavori come Quarto potere, Jules e Jim, Il settimo sigillo, 8 1/2 , Fino all'ultimo respiro ed altri (qui la lista completa delle pellicole rievocate).

Non il migliore film di Allen, ma una pellicola deliziosa che ancora una volta fa riflettere con leggerezza su grandi temi esistenziali, sul valore del cinema e su "stronzate tipo la famiglia a cui ci affidiamo per dare un senso alla nostra esistenza", con il valore aggiunto di un breve ma indimenticabile cameo di Chistoph Waltz, cui va riconosciuto il coraggio e la scelta controcorrente di fare ciò che terrorizza gli altri grandi nomi di Hollywood: partecipare ad un film di Woody Allen nel 2020.

lunedì 10 maggio 2021

Saxon, Inspirations

Siamo a maggio e non avevo ancora recensito un disco del 2021. So di dare un dispiacere alle mie folte legioni di lettori, ma è altamente improbabile che con il ritardo accumulato possa uscire, a fine anno, il consueto consuntivo sui migliori dischi. Va beh, ce ne faremo una ragione.

Ma torniamo a noi e a questo focus sul ventitreesimo album dei miei amati Saxon, che, a quarantadue anni dal loro esordio, offrono al proprio pubblico la prima  raccolta interamente composta di cover. Ecco, la recensione rischia di essere davvero sintetica e mi brucio subito il giudizio finale: siamo di fronte probabilmente al prodotto più sciatto e svogliato della carriera degli inglesi. 
Perchè Biff, realizzare un disco così? D'accordo la pretesa di tributare un riconoscimento agli eroi di gioventù, ma non si potevano compiere scelte diverse a partire dalla selezione delle canzoni, evitando di mettere in fila con piglio scolastico una serie di "greatest hits" al pari di una cover band alle prime armi, con risultati tra il superfluo e l'imbarazzante (Immigrant song dei Led Zeppelin, Hold the line dei Toto)? Perchè non sforzarsi di individuare nel repertorio dei Deep Purple o dei Rolling Stones qualche pezzo meno sputtanato di Speed king e di Paint it black da far conoscere ai propri fan più giovani? 
Perchè pubblicare una performance come questa, senza guizzi e con versioni che richiamano quelle originali, ma suonate peggio?
A fine ottanta i Saxon avevano avuto l'ultimo scampolo di notorietà fuori dalla platea metal con la cover di Ride like the wind di Christopher Cross, ecco, l'esempio di quella intelligente intuizione è stato completamente dimenticato da Byford e soci, che si sono andati ad impelagare in un'operazione priva di ispirazione (altro che "inspirations"), senza alcun contenuto artistico e che, ovviamente, non ha raggiunto alcun risultato commerciale.

Se volete conoscere le canzoni delle altre band tributate nel disco cercate su wikipedia, per quanto mi riguarda ho dedicato già troppe parole a questa ciofeca.

giovedì 6 maggio 2021

Ritorno al cinema, parte 3 (+ Nomadland)

Se c'è un argomento, dopo tanti tentativi di lanciare rubriche seriali presto abortiti, che mai avrei voluto diventasse oggetto di post seriali è proprio questo. E invece siamo arrivati alla terza volta in dieci mesi cui mi trovo a celebrare il mio ritorno alla sala (qui e qui i primi due "capitoli") dopo un lockdown. Tra l'altro, a differenza delle riaperture estive, questa volta non tutti i cinema hanno deciso di tornare ad accogliere gli spettatori il 26 aprile, primo giorno di zona gialla, a causa della reticenza dei distributori che, non riponendo fiducia negli spettatori, preferiscono il più rassicurante guadagno garantito dallo streaming. Non ha riaperto per esempio il meraviglioso Arcadia di Melzo (al momento di scrivere ancora chiuso) mentre, per mia fortuna, ha fatto la scelta opposta la catena Anteo, che ha un multisala anche nella mia città e che è ripartito riempiendo tutte le sue sale tra film di repertorio e novità, con i fiori all'occhiello Minari e Nomadland, freschi di Oscar.  Ovviamente non mi sono fatto scappare l'occasione di vedere su grande schermo il film della Zhao, che attendevo con trepidazione sin dal suo passaggio a Venezia 2020.

Empire, Nevada è una cittadina che sopravviveva in simbiosi con la locale fabbrica. Con la chiusura dello stabilimento, anche la località si è spenta e progressivamente svuotata. Fern resiste con il marito finchè può, ma, quando anche lui muore, prende una decisione radicale: vivere su di un furgone attrezzato da casa mobile, spostandosi per gli Stati e passando da un lavoro all'altro per avere di che vivere. La donna scoprirà un diverso livello di libertà e, assieme ad esso, un complesso universo di persone che hanno fatto la medesima scelta.

Adattamento cinematografico del libro omonimo di Jessica Bruder, Nomadland è un'opera molto particolare che tocca temi drammatici quali la solitudine, la povertà, l'emarginazione e la deriva sociale, restituendoceli però dentro uno scenario di grande umanità, aiuto solidaristico e dignità, che si intreccia con la scelta consapevole che questa comunità ha compiuto. Simbolo di questa scelta di vita è Fern (Frances McDormand), sempre pronta a dare una mano e a condividere il poco che ha, ma al tempo stesso orgogliosamente aggrappata al suo status di loner che le impedirà di accettare offerte di vita stanziali e finanche la ricostruzione di un percorso sentimentale. 

Il film è girato in stile quasi documentaristico, con molto utilizzo della macchina a mano e sicuramente la sensazione di assistere ad un reportage è enfatizzata dalla scelta neorealistica della regista Chloè Zhao di utilizzare, tra gli attori, alcuni reali "nomadi" (Swankie, Linda May, Bob Wells), persone cioè che vivono davvero, quotidianamente, il percorso di fantasia di Fern. La comunità errante qui rappresentata si muove con traiettorie disomogenee ma che seguono sempre la mutevole geografia da Stato a Stato dei lavori stagionali, che si tratti dei picchi natalizi di Amazon (contesto che apre il film), la raccolta delle patate o il lavoro nei fast food. E' dentro i parcheggi, spesso messi a disposizioni dalle multinazionali, nei tempi morti tra un turno e l'altro, che questa popolazione ciclicamente si trova, cementando i rapporti, le amicizie, i momenti conviviali, le feste, ricorrendo finanche al baratto. 

Il grande merito di quest'opera e dello sguardo analitico, ma mai moralistico, della regista, è l'intuizione di svelare al mondo una modalità alternativa di un'american way of life figlia tanto dell'ultima crisi economica quanto erede del nomadismo dei primi pionieri del XIX secolo, con la differenza sostanziale che per i pionieri il nomadismo era una condizione transitoria in attesa di una prospettiva stanziale, mentre per i nuovi itineranti  la scelta, dettata da condizioni disperate, progressivamente diventa, per molti, irrinunciabile. 
Un messaggio autenticamente anti-consumista e anti-capitalista lanciato contro l'America trumpiana che speriamo di esserci lasciati alle spalle.

lunedì 3 maggio 2021

MFT, marzo aprile 2021

ASCOLTI

Ryan Adams, Wednesdays
Hatebreed, Weight of the false self
Steve Earle, J.T.
Bob Dylan, Rough and rowdy ways
Billie Joe Armstrong, No fun mondays
Mariachi El Bronx, Musica muerta vol. 1
Garland Jeffreys, Escape artist
Great Big Sea, XX
Maneskin, Teatro D'ira
Vinnie Vincent Invasion, ST 1986
Joe Strummer, Assembly
Cathal Coughlan, Song of co-Aklan
Rob Leines, Blood, sweat and beers
Sister, Stand up, forward, march!
Shane MacGowan, The snake e Crock of gold
Saxon, Inspirations
Thunder, All the right noises
Atrocity, Werk 80
Riot City, Burn the night
Eyehategod, A history of nomadic behavior
Alice Cooper, Detroit stories
Helloween, Keeper of the seventh keys, part 2
Cannibal Corpse, Violence Unimagined
Nick Waterhouse, Promenade blues
Reo Speedwagon, The hits
Rob Leines, Blood sweat and beers
Dropkick Murphys, Turn up that dial
Royal Blood, Typhoons
Gojira, Fortitude
Liquid Tension Experiment, 3
Downtown Boys, Full communism
Offspring, Let the bad times roll
Greta Van Fleet, The battle at the garden's gate
Smith Kotzen, S/T
Hope Dunbar, Sweetheartland
Cheap Trick, In another world
Eric Church, Heart
Eric Church, &
Eric Church, Soul


Playlist/Monografie

The Pogues
Metal 80/89
Accept 80/86

VISIONI

La spirale della vendetta (2,5/5)
Nancy (3,25/5)
The General (4/5)
La mia banda suona il pop (1,5/5)
The Lincoln lawyer (2/5)
Capone (2,75/5)
State of play (2,75/5)
Man on fire - Il fuoco della vendetta (2,75/5)
La meccanica delle ombre (3/5)
Bastardi a mano armata (2,5/5)
True story (3/5)
The signal (3,25/5)
I bambini di Cold Rock (3,5/5)
Anna (2,25/5)
The void (3,5/5)
Nico, 1988 (4/5)
Night hunter (2/5)
Zack Snyder's Justice League (2,75/5)
Eva (3,5/5)
Bronx (Rogue City) (4/5)
The foreigner (3,25/5)
13 peccati (3,25/5)
Asher (2,75/5)
Delitti perfetti (The legend of Barney Thompon) 3,75/5
L'uomo invisibile (3/5)
Firestorm (3,75/5)
Star Wars: Il risveglio della forza (3/5)
Calibro 9 (3/5)
Election 2 (4/5)
Shin Godzilla (3,5/5)
Bushwick (3,5/5)
Bubba Ho-Tep (3,5/5)
Inheritance (2,25/5)
Antebellum (3,75/5)
Detroit (4/5)
Starred up - Il ribelle ( 3,75/5)
L'uomo dai mille volti (3,5/5)
Transsiberian (3,5/5)
Miss Marx (3,75/5)
La resistenza dell'aria (3,5/5)
Tutti i soldi del mondo (3/5)
Oscar insanguinato (3,5/5)
Into the ashes (3/5)
Foxcatcher (3,5/5)
Star Trek (2009) (3,5/5)
Star Trek - Into darkness (3,75/5)
The head hunter (3,5/5)
Lady Vendetta (4/5)
La cura dal benessere (3,75/5)
Siberia (2018) (2/5)
Suspiria (2018) ( 3,75/5)
L'occhio che uccide (1960) (4,5/5)
Night in paradise (3,5/5)
Senza rimorso (2/5)
Nomadland (3,75/5)

Visioni seriali

Better call Saul: 4 (3/5); 5 (3,5/5)
Peaky Blinders: 2 (2,75); 3 (2,5/5); 4 (2,5/5)
Ozark: 2 (3,25/5); 3 (3,25/5)

LETTURE

James Fearnley, Here comes everybody: The story of the Pogues