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mercoledì 23 ottobre 2013

Movielist #2, 1978/1987

Riprendo da dove avevo lasciato la classifica dei film della vita, ricordando che la scelta cade su un titolo per ogni anno, dalla mia nascita ad oggi.
Con il decennio 1978/1987 entriamo in un periodo nel quale il cinema ho cominciato a viverlo "in diretta", con film che sceglievo di andare a vedere su grande schermo, da solo o con gli amici. Un periodo nel quale il breve contenitore "appuntamento al cinema", trasmesso dalla RAI per conto dell'Anica - Agis, sebbene servisse da riempitivo tra un programma di seconda serata e l'altro, mi spalancava le porte di un mondo cinematografico, imperdibile, bellissimo, vasto e tutto da esplorare. Giuro che ancora oggi, nel vedere alcuni film usciti in quel periodo, mi tornano in mente quei brevi lanci televisivi.

1978
Avessi votato in tempo reale, avrei detto Superman, primo film a grosso budget sui super-eroi (non faceva testo che io leggessi i Marvel e che l'uomo d'acciaio fosse il personaggio di punta della DC). Se avessi invece espresso la preferenza ai tempi delle superiori, quando con Il cacciatore tiravo regolarmente l'una di notte, bestemmiando ad ogni pausa pubblicitaria di Rete4, solo per arrivare alla scena della roulette russa,  non avrei avuto dubbi ad assegnare al film di Cimino la palma di migliore. Oggi, a mente fredda, scarto anche Animal house e dico Fuga di mezzanotte di Alan Parker: agghiacciante spirale sulla disumanizzazione di una persona.

1979
C'è Alien e c'è Manhattan. Non posso proprio esimermi dal votare Apocalypse now, sul quale credo sia superflua ogni sinossi. Vorrei invece spezzare una lancia a favore di uno dei film migliori di Renato Pozzetto (con una Fenech da urlo e un Massimo Ranieri indimenticabile): La patata bollente. In un cinema nostrano che prendeva in considerazione i gay solo per restituire al pubblico caricature ridicole, Steno poneva nientedimeno che il problema della loro accettazione in ambito P.C.I, il (mio) partito della tutela dei più deboli, che però sugli omosessuali era ancora piuttosto indietro. Certo, è una commedia e ha più di un limite, ma quanto ha precorso i tempi!
Come dite? Ho lasciato più spazio ad un escluso rispetto al premiato? Deh, non sono proprio capace...

1980
I Blues Brothers, non ho scelta. E sì che in gioco c'erano robette tipo Shining; Toro scatenato  e Vestito per uccidere...

1981
E' l'anno delle ultime commedie dignitose di Sordi (Il marchese del grillo) e Villaggio (Fracchia la belva umana), mentre in ambito americano lasciano il segno Fuga per la vittoria; Blow out; Un lupo mannaro americano a Londra e 1997 Fuga da New York. Ma io ricordo ancora i cinema (di Milano) che venivano giù con l'esordio di Trosi: Ricomincio da tre.

1982
Blade Runner

1983
Ancora Woody Allen, ma non posso proprio esimermi: Zelig è la genialità al potere.  Giusto per non nascondervi niente, in una sala minuscola del mio paese riuscì anche a vedere, da solo (che gli amici si vergognavano) e comunque tenendo le mani ben in vista, La chiave.

1984
Ribadisco un concetto già espresso: le mie scelte cadono sui film che hanno per me un valore non esclusivamente artistico ma anche, anzi sopratutto, personale. Quelli legati magari ad eventi particolari, significativi o semplicemente a ricordi persistenti. Per questo, nell'anno di uscita di C'era una volta in America (film che per inciso possiedo nell'edizione estesa e che ho visto non so neanche io quante volte: l'ultima di sicuro l'altra sera), la mia preferenza va a Strade di fuoco, lavoro marginale di Walter Hill con Diane Lane, Michael Parè e un diabolico Willem Dafoe, in quanto responsabile della mia folgorazione per la musica rock. Non esagero se affermo che, da questo punto di vista, c'è una mia vita prima di Streets of fire, e una dopo. A prescindere dalla qualità (non eccelsa, lo ammetto) dell'opera.



1985
Ho molto amato quel piccolo progetto che risponde al nome di Fuori orario e mi sono entusiasmato con Ritorno al futuro, ma se con l'amico Patrizio, una decina d'anni dopo, ho comprato e seppellito una bottiglia di Dom Perignon da centomila lire, lo dobbiamo esclusivamente a quel gioiellino che risponde al nome di Fandango.

1986
Daunbailò e Regalo di Natale le sorprese dell'anno. Ma il voto va a Platoon, spartiacque dell'ossessione del Vietnam che tornava prepotentemente nella memoria degli americani attraverso le sale cinematografiche.

1987
Full metal jacket. Ancora Vietnam (ma non solo). Si passa però da Oliver Stone a Kubrick. E, beh. Si vede.

continua...

giovedì 6 maggio 2021

Ritorno al cinema, parte 3 (+ Nomadland)

Se c'è un argomento, dopo tanti tentativi di lanciare rubriche seriali presto abortiti, che mai avrei voluto diventasse oggetto di post seriali è proprio questo. E invece siamo arrivati alla terza volta in dieci mesi cui mi trovo a celebrare il mio ritorno alla sala (qui e qui i primi due "capitoli") dopo un lockdown. Tra l'altro, a differenza delle riaperture estive, questa volta non tutti i cinema hanno deciso di tornare ad accogliere gli spettatori il 26 aprile, primo giorno di zona gialla, a causa della reticenza dei distributori che, non riponendo fiducia negli spettatori, preferiscono il più rassicurante guadagno garantito dallo streaming. Non ha riaperto per esempio il meraviglioso Arcadia di Melzo (al momento di scrivere ancora chiuso) mentre, per mia fortuna, ha fatto la scelta opposta la catena Anteo, che ha un multisala anche nella mia città e che è ripartito riempiendo tutte le sue sale tra film di repertorio e novità, con i fiori all'occhiello Minari e Nomadland, freschi di Oscar.  Ovviamente non mi sono fatto scappare l'occasione di vedere su grande schermo il film della Zhao, che attendevo con trepidazione sin dal suo passaggio a Venezia 2020.

Empire, Nevada è una cittadina che sopravviveva in simbiosi con la locale fabbrica. Con la chiusura dello stabilimento, anche la località si è spenta e progressivamente svuotata. Fern resiste con il marito finchè può, ma, quando anche lui muore, prende una decisione radicale: vivere su di un furgone attrezzato da casa mobile, spostandosi per gli Stati e passando da un lavoro all'altro per avere di che vivere. La donna scoprirà un diverso livello di libertà e, assieme ad esso, un complesso universo di persone che hanno fatto la medesima scelta.

Adattamento cinematografico del libro omonimo di Jessica Bruder, Nomadland è un'opera molto particolare che tocca temi drammatici quali la solitudine, la povertà, l'emarginazione e la deriva sociale, restituendoceli però dentro uno scenario di grande umanità, aiuto solidaristico e dignità, che si intreccia con la scelta consapevole che questa comunità ha compiuto. Simbolo di questa scelta di vita è Fern (Frances McDormand), sempre pronta a dare una mano e a condividere il poco che ha, ma al tempo stesso orgogliosamente aggrappata al suo status di loner che le impedirà di accettare offerte di vita stanziali e finanche la ricostruzione di un percorso sentimentale. 

Il film è girato in stile quasi documentaristico, con molto utilizzo della macchina a mano e sicuramente la sensazione di assistere ad un reportage è enfatizzata dalla scelta neorealistica della regista Chloè Zhao di utilizzare, tra gli attori, alcuni reali "nomadi" (Swankie, Linda May, Bob Wells), persone cioè che vivono davvero, quotidianamente, il percorso di fantasia di Fern. La comunità errante qui rappresentata si muove con traiettorie disomogenee ma che seguono sempre la mutevole geografia da Stato a Stato dei lavori stagionali, che si tratti dei picchi natalizi di Amazon (contesto che apre il film), la raccolta delle patate o il lavoro nei fast food. E' dentro i parcheggi, spesso messi a disposizioni dalle multinazionali, nei tempi morti tra un turno e l'altro, che questa popolazione ciclicamente si trova, cementando i rapporti, le amicizie, i momenti conviviali, le feste, ricorrendo finanche al baratto. 

Il grande merito di quest'opera e dello sguardo analitico, ma mai moralistico, della regista, è l'intuizione di svelare al mondo una modalità alternativa di un'american way of life figlia tanto dell'ultima crisi economica quanto erede del nomadismo dei primi pionieri del XIX secolo, con la differenza sostanziale che per i pionieri il nomadismo era una condizione transitoria in attesa di una prospettiva stanziale, mentre per i nuovi itineranti  la scelta, dettata da condizioni disperate, progressivamente diventa, per molti, irrinunciabile. 
Un messaggio autenticamente anti-consumista e anti-capitalista lanciato contro l'America trumpiana che speriamo di esserci lasciati alle spalle.

giovedì 4 maggio 2023

Recensioni capate: Il sol dell'avvenire (2023)


Totalmente deluso dalla realizzazione di Tre piani , sono tornato a vedere un film di Moretti, e l'ho fatto al cinema, fidandomi di chi mi parlava di un ritorno al vecchio "Nanni Cinematic Universe". Premettendo che non sono mai stato un die hard fan del regista romano, ma che ho apprezzato più di un suo film, in qualche caso identificandomi con il militante che portava sullo schermo, confermo il senso della dritta ricevuta, Moretti riposiziona sulla sullo schermo un suo alter ego (non Michele Apicella): un regista in crisi personale e artistica, pieno di dubbi, idiosincrasie e fissazioni. Certo, un prodotto, come si dice oggi, totalmente fan-service, tuttavia non per questo, almeno per uno di solida famiglia comunista, meno riuscito. Nel film dentro il film, cioè la pellicola che il regista protagonista Giovanni gira ambientandola in un circolo romano del P.C.I. nel 1956, si respirano appieno tutti i turbamenti, l'incredulità ma anche la cieca fedeltà al Partito, che realmente investirono i militanti dopo l'invasione dei tank sovietici in Ungheria. Che poi, se vogliamo puntualizzare, ne Il sol dell'avvenire il meta-cinema si spinge ben oltre, arrivando a racchiudere addirittura quattro film o spunti di essi che oscillano dal drammatico al comico (la gag su Netflix sarebbe stata più divertente non ci fosse già stata la quarta stagione di Boris). 
E comunque il finale, sospeso tra C'era una volta... a Hollywood di Tarantino e la chiusura quasi testamentaria del cerchio di una vita (quella di Moretti) nel mondo del cinema, stavolta (a differenza del film precedente) sì, mi ha emozionato. 

giovedì 17 giugno 2021

Comedians (2021)

Un gruppo di sei persone, aspiranti comici, si prepara ad affrontare un'audizione dopo aver frequentato un corso serale con Eddie Barni, ex comico di successo dalle idee molto controcorrente rispetto al tipo di comicità mainstream e televisiva. Le convinzioni del gruppo, che Barni ha plasmato sulle sue, vacillano nel momento in cui arriva Celli, anche lui ex comico, ma "inserito nel sistema", in aperto conflitto con le posizioni di Barni.

Girato nel pieno della scorsa pandemia, sostanzialmente in un ambiente e mezzo (l'aula di una scuola e un piccolo club) a Trieste, Comedians è il ritorno al cinema di Gabriele Salvatores che porta in scena, attualizzandola, una piece teatrale di Trevor Griffiths
Il film, completato in meno di un mese, mantiene l'impostazione teatrale, con i monologhi mediamente lunghi degli attori e il frequente ricorso ai piani sequenza, ma riesce ad ottenere un crescendo e una tensione tipici dello strumento cinematografico. 
Un plauso quindi al regista, non solo per l'indiscussa abilità nella messa in scena ma anche per la scelta del cast, e in particolar modo per le prove di Natalino Balasso (Eddie Barni), Marco "Nick Cave" Bonadei (Sam) e, soprattutto, Giulio Pranno (Giulio Zappa). La prova di questo giovane (22 anni) attore, già con Salvatores in Tutto il mio folle amore,  è stata da qualche parte criticata in quanto eccessivamente carica e sopra le righe, a mio avviso invece è proprio il personaggio (anarchico e anticonformista) a ricercare costantemente la provocazione e l'eccesso e pertanto, in questo, la recitazione di Pranno è perfettamente consona al contesto. 
Adeguate, ma non superlative, anche le prove del duo Ale e Franz (i fratelli Marri) e di Cristian De Sica (Celli), che ogni qual volta si esprime in un ruolo serio sembra alla prova della vita, ma che a me è sembrato in parte ma senza gridare al miracolo.

Quanto mai attuale ed opportuna infine, nonostante il testo originale sia dei primi anni settanta, la riflessione su cosa debba essere la comicità, che rapporto debba costruire col pubblico e la funzione sociale che debba esercitare. In un periodo nel quale anche in Italia si è scoperta l'arte dello stand up comedy, con risultati spesso sconsolanti e battute che girano sempre attorno al solito tema (i rapporti tra i due sessi), Comedians spicca in maniera intellettuale, divertente (anche se non è un film "da ride"), provocatoria e stimolante. 

E poi, un film italiano che inizia (Rain dogs) e finisce (Downtown train) con due pezzi di Tom Waits è promosso a prescindere.


lunedì 31 ottobre 2022

Di Si vis pacem para bellum (2016) e di Stefano Calvagna

Stefano è un criminale al soldo di un potente uomo d'affari romano in odore di malavita. Per lui svolge ogni tipo di commissione violenta, dal pestare al gambizzare, fino all'omicidio. Per il resto conduce una vita anonima e solitaria, formalmente fa il buttafuori di un locale (dello stesso imprenditore) e frequenta una palestra. Ha un suo contorto senso della giustizia e infatti, durante una delle tante cene solitarie in un ristorante cinese, difende una cameriera dall'aggressività di un gruppo di teppistelli e da quell'episodio nasce con lei una storia destinata a cambiargli il corso della vita.

Scrivo di Si vis pacem para bellum (il noto motto latino se vuoi la pace prepara la guerra) per parlare di un regista italiano che ho scoperto di recente, vero e proprio lupo solitario (come lo definisce il critico Francesco Alò) del cinema italiano, con uno sconfinato amore per il cinema che l'ha portato, sempre in condizioni di micidiali ristrettezze economiche, a girare venti film in vent'anni. 
Una vita, la sua, autenticamente avventurosa iniziata con una formazione americana (New York - Actor's studio - e Los Angeles dove ha girato episodi di Beverly Hills 90210) e proseguita costantemente in trincea, durante la quale ha subito agguati a colpi di pistola, processi e finanche detenzione (con successivo proscioglimento con formula piena) nonchè di stridenti contraddizioni che lo vedono al tempo stesso ultras (della Lazio con orientamento politico affine) ma anche estimatore, come emerge chiaramente nelle sue opere,  di neorealismo, Pasolini e Caligari (oltre che di Lenzi, Di Leo e Melville).

Posto il contesto di assoluta indipendenza artistica e di conseguenti bassi budget, a chi volesse entrare nel suo mondo cinematografico consiglio di non fermarsi ad un unico film, perchè si correrebbe il rischio di valutarne superficialmente solo la povertà dei mezzi, ma di guardarne una manciata, approfittando di Prime Video, che nel suo catalogo ne ospita ben tredici. In questo modo, viaggiando tra i generi (non solo noir, ma anche drammi, commedie e biopic) si riesce ad avere una visione più piena e rotonda dell'opera di Calvagna. 
Io fino ad oggi ne ho visti sette (l'esordio del 2000 Senza paura, Il lupo, Non escludo il ritorno - il biopic sugli ultimi anni di Califano, nel quale recita in un cameo anche Michael Madsen, fan dichiarato di Calvagna - , La fuga, Cattivi e cattivi, Baby gang - con attori non professionisti - e infine la pellicola di questo topic), non tutti riusciti o quadratissimi, spesso "sporchi" ed imperfetti, ma con la costante di una chiara idea di cinema perseguita con tenacia, fame e tensione artistica.

Si vis pacem para bellum è un classico noir metropolitano con i protagonisti cinici e disillusi dalla vita, ma che in fondo non hanno smesso di sperare in un'occasione di riscatto dal disincanto quotidiano. Insomma il motore di tutto il cinema noir americano degli anni quaranta/cinquanta e di quello francese (noir/polar), ma dentro l'ambientazione di una periferia romana sporca, senza senza regole, onore o leggi. 
Nel cast, oltre allo stesso Calvagna nel ruolo del protagonista, da segnalare la presenza di Massimo Bonetti qui al terzo ruolo con il regista dopo Il lupo e Cattivi e cattivi

Nonostante la fede politica di destra, totalmente opposta alla mia, ho maturato apprezzamento e in qualche modo affetto per il lavoro ostinato, sfrontato, coraggioso e indipendente di Calvagna, oltre ad una condivisione delle sue analisi sul cinema italiano, anestetizzato dai soliti due tre argomenti dei soliti due tre nomi i cui progetti regolarmente ricevono finanziamenti pubblici, mentre chi si arrabatta e riesce miracolosamente a girare, produrre e distribuire (anche nelle sale) un film all'anno viene costantemente tenuto ai margini. Non c'è posizionamento politico in questa considerazione, solo un'amara, necessaria, dolorosa constatazione sullo stato dell'industria (???) del cinema italiano.

Prime video

giovedì 2 luglio 2020

Ritorno al cinema! (+ I miserabili)

Qualche tempo fa avevo mestamente pubblicato un post nel quale lamentavo la chiusura del bel multisala della mia città. Per pigrizia o semplice dimenticanza non ho più aggiornato il blog su questa vicenda, che è finita bene, dato che la struttura cinematografica è stata poi rilevata da uno dei marchi più autorevoli e seri in questo ambito (quindi non UCI...), che l'ha rilanciata.
Di conseguenza ho ripreso con una certa regolarità a frequentare il cinema, finchè non è arrivato lo stramaledetto coronavirus a fermare tutto.
La novità è che da qualche giorno sono accessibili le arene estive, e da noi c'è uno spazio davvero suggestivo per vedere i film sotto le stelle (come potete vedere qui sotto), e così, ad oltre quattro mesi dall'ultima volta (nella quale se le mie liste non mentono avevo visto il pessimo Birds of prey), sono tornato a sognare su grande schermo.



L'occasione era imperdibile non solo per un aspetto affettivo ma soprattutto perchè il film in programmazione era ben evidenziato nella mia lista di titoli da vedere.
Si tratta de I miserabili, che non è l'ennesima trasposizione del romanzo di Hugo, ma che con quell'opera ha volutamente punti di contatto, non solo per la location in cui si svolge la storia (Montfermeil), ma anche per l'afflato sociale e lo sguardo disincantato sui bambini di strada, trasportato dal XIX al XXI secolo, che la contraddistingue.

La macchina da presa (molto spesso a mano) sta costantemente addosso ai protagonisti di questa storia, da una parte tre poliziotti della BAC (Brigata Anti Criminalità) che pattugliano le strade delle periferie più pericolose di Parigi, quelle della Banlieu 93, dall'altra l'umanità varia, soprattutto ragazzini, che popolano quegli alveari abitativi. Della squadra di agenti fanno parte Chris, poliziotto "cattivo", violento e senza scrupoli; Gwada, storico partner di Chris, di origini africane e di religione musulmana, che cerca di mediare gli eccessi del collega, e Ruiz (interpretato da Damien Bonnard, Dunkirk e L'Ufficiale e la spia)  l'ultimo arrivato, la parte "buona" del gruppo.
Il punto di svolta della storia avviene quando un ragazzino, Issa (interpretato con straordinaria espressività dal piccolo attore Issa Perica) che vive più per strada che in famiglia, ruba un cucciolo di leone da un circo, i cui proprietari minacciano azioni violente contro tutta la comunità nel caso l'animale non fosse ricondotto da loro.
Da qui un'esacaltion di avvenimenti che segneranno per sempre la vita di Issa e di tutti i protagonisti della vicenda, fino al claustrofobico finale.

Film pluripremiato in Francia e candidato all'Oscar, questo I miserabili è sicuramente una produzione valida, che punta i riflettori su un pezzo di società francese con le sue infinite problematiche e le tante contraddizioni, riuscendo (in questo il regista e co-sceneggiatore di origini maliane Ladj Ly è molto efficace) a non prendere quasi mai le parti di una o l'altra fazione. Certo, le denunce sui metodi della polizia sono esplicite (molto bravo in questo senso il poliziotto Chris, interpretato da Alexis Manenti), ma anche l'ipocrisia di chi dovrebbe tutelare la comunità della banlieu e invece tenta di trarne guadagno è resa bene. Chi ne esce meglio è la comunità islamica, Imam ed ex delinquenti che cercano, attraverso gli insegnamenti del Corano, di togliere i ragazzini dalla cattiva strada. 

Insomma, I miserabili di Ly dà l'impressione di voler intrecciare il romanzo di Hugo con I 400 colpi di Truffaut e, inevitabilmente,con L'odio di Kassovitz, riuscendo in qualche modo nella suggestione, ma, per quanto mi riguarda, almeno dopo una singola visione, senza l'esaltazione critica che ho letto in giro.

I Miserabili - Film (2019) - MYmovies.it

lunedì 16 marzo 2026

Vivere e morire a Los Angeles (1985)

 


Chance e Vukovich, due agenti dei servizi segreti americani del nucleo anticontraffazione, sono sulle tracce di un importante falsario di dollari. Il soggetto, tale Masters, è paranoico e senza scrupoli anche quando si tratta di uccidere agenti federali. Infatti succede esattamente questo, con un anziano collega di Chance, freddato brutalmente. L'omicidio priva Chance dei già pochi vincoli etici che aveva, trasformando l'indagine in un fatto personale e trascinando l'agente in una spirale senza ritorno.


Recupero finalmente un film importantissimo, uno dei pochissimi che negli anni ottanta ha tenuto viva la tradizione del noir americano, e che avevo visto - male e in maniera incompleta - in seconda serata ai tempi della scuola superiore (chi ha la mia età si ricorda "I bellissimi di Rete4"), quando, per disciplina scolastica ma quasi sempre per imposizione genitoriale, a un certo punto la televisione dovevi inderogabilmente spegnarla. 
Un film, Vivere e morire a Los Angeles, che, potrei sbagliarmi, da tempo è un pò scomparso non solo dalla programmazione televisiva o dalle piattaforme streaming ma anche dai cataloghi "fisici". Sicchè, appena è tornato disponibile in dvd l'ho acquistato. 
E poterlo vedere come cristo comanda, senza interruzioni e in lingua originale, è stato un vero e proprio godimento. 

La pellicola è illuminata da quella luce particolare riservata ai capolavori, è quasi un miracolo che negli ottanta del ritorno al modello USA del consumismo, delle americanate tronfie, reazionarie e ipertrofiche che sbancavano i botteghini (Rambo 2Rocky IV, Invasion USA e Commando da noi escono lo stesso anno), insomma dell'"edonismo reganiano", si sia potuto produrre un film così brutale sulla degenerazione del capitalismo (eloquente da questo punto di vista l'incipit con le famose banconote verdi che passano di mano in mano) e sull'assenza di controllo della macchina federale americana. 

I protagonisti, un onesto ma privo di senso etico e morale William Petersen e un pavido John Pankow, fanno della cattura del noto falsario William Dafoe, perfetto e luciferino come solo lui sa essere,  una vendetta personale, prima ancora che un'operazione legata ad ordini di servizio. 
All'inizio è il solo Petersen (Chance), moderno cowboy, ad avanzare come un rullo compressore sopra regole e persone e Pankow (Vukovich) a cercare di bilanciare la sua attitudine, ma nel finale Pankow subisce una metamorfosi completa, trasformandosi, sia nei modi che nell'aspetto, nel suo collega, e la sua ultima entrata in scena, davanti alla giovane informatrice - interpretata da Debra Feuer - già sfruttata da Chance, è tragicamente perfetta. Del cast fa parte anche John Turturro, partner di Dafoe, in una parte minore ma al quale Friedkin regala una scena (quella dell'ospedale) che entra nel novero dei (tanti, per la verità) highlights della pellicola.

La storia dietro al film potrebbe a sua volta diventare un film. Il regista William Friedkin accettò di girare con un budget risicatissimo, che si fece bastare con tutta una serie di decisioni rischiose, come ad esempio l'utilizzo di attori all'epoca poco noti e di conseguenza privi di richieste di compenso esose; riducendo al massimo i tempi con il classico "buona la prima!", e infine non chiedendo i permessi formali (un pò come accadeva coi nostri poliziotteschi) per le esterne. Già. La lunga sequenza dell'inseguimento automobilistico, probabilmente assieme a quella de Il braccio violento della legge tra le più memorabili della storia del cinema, realizzata anche su strade in contromano, fu girata senza autorizzazione. Una follia che ci ha regalato incredulità, eccitazione e adrenalina, ma che mise a rischio l'incolumità di troupe e attori.

Il dvd in mio possesso è ricco di extra interessanti tanto quanto il film, per un appassionato di tutto ciò che ruota attorno alla realizzazione di una pellicola. Interviste, ma soprattutto scene tagliate, tra le quali un finale alternativo demenziale (nel vero senso della parola) che per fortuna Friedkin è riuscito ad impedire, con cui Vivere e morire a Los Angeles avrebbe perso tutta la sua oscurità, diventando una pessima commedia buddy movie. E' incredibile le stronzate che possono fare i produttori esecutivi sbagliati.

E invece questo è un enorme noir che collochiamo negli anni ottanta esclusivamente per la colonna sonora dei Wang Chung e il loro sound gonfio di batteria gated reverb che lo zavorra a quel decennio. Per ogni altro aspetto, To live and die in L.A. è un titolo imperdibile, e, come tale, trasversale al tempo, ai generi e alle mode.


giovedì 3 settembre 2020

Ritorno al cinema, parte 2 (+ Tenet)

Qualche settimana fa avevo raccontato il mio entusiasmo nel poter rivedere un film su grande schermo, grazie all'arena allestita nella mia città.
Il 19 agosto invece le sale hanno riaperto per davvero, e si è tornati a respirare quella che per me resta la grande magia della condivisione collettiva di un'opera cinematografica.
Grande merito del rilancio dei film proiettati dove gli compete è di Christopher Nolan, che ha tenacemente rifiutato, a differenza di altri (che certo,  avevano meno potere contrattuale), di diffondere la sua ultima opera, Tenet, attraverso lo streaming. Si è invece limitato a ritardarne di qualche settimana l'uscita, scommettendo sugli spettatori paganti. Azzardo vincente (anche grazie alla pressochè totale assenza di concorrenza di altri titoli nuovi, va detto), se nei primi giorni di programmazione il film ha incassato, solo in Italia, più di due milioni di euro. 

Detto del valore salvifico per l'intero "sistema cinema" di Tenet, dovrei fare due parole anche su quello artistico, e qui la faccenda si complica. Diciamo che aiuterebbe una seconda visione per assimilare il gran lavoro degli effetti speciali e delle folli scene d'azione, con i personaggi e le esplosioni che agiscono simultaneamente sullo schermo, ma andando qualcuno in avanti e qualcuno indietro, per effetto di una complicatissima teoria sull'entropia del tempo, alla base dello spunto della storia.
L'impressione è tuttavia che questa spy story non sia l'opera migliore di Nolan e che il gran lavoro di spiegazione dietro i viaggi nel tempo non equivalga ad un analogo impegno sulle psicologie dei personaggi, tagliate con l'accetta, e sui dialoghi, abbastanza scontati.
Molto buone le interpretazioni di Kenneth Branagh (il villain) e Robert Pattinson (co-protagonista), mentre è fin troppo schematica quella del lanciatissimo John David Washington (figlio di Denzel) novello James Bond nero, reduce dall'invece convincente prova di Blakkklansman.
Di certo si tratta di un film da vedere per apprezzarne regia, montaggio e spettacolarità oltre che per farsi un'idea propria, al netto che, con budget enormemente inferiori a Tenet (costato oltre duecento milioni di dollari), sul tema paradossi temporali, sono stati girati negli ultimi anni dei gioiellini totalmente ignorati, che mi tolgo lo sfizio di segnalare, così, tanto per fare lo snob: Regression (USA, 2015, di Alejandro Amenàbar) e Timecrisis (Spagna, 2007, di Nacho Vigalondo).

Buona visione in sala.


Tenet: ecco il poster italiano del film in uscita il 26 agosto

lunedì 28 novembre 2022

Movielist #5 (2008/2012)

C'è stata un'epoca, fino a circa una decina d'anni fa, in cui i blog avevano un ruolo centrale nel dibattito, nella socialità, nella condivisione di idee della rete. Oggi siamo rimasti davvero pochi a continuare ad utilizzare questo tipo di piattaforma, superata e poco performante sugli smartphone, e forse sono l'unico a farlo in forma esclusiva, cioè senza avere altri social (al momento, vuoi per pigrizia o per la mia nota abitudinarietà, continua a piacermi così e non sento il bisogno di "allargarmi"). Tornando a bomba. Tra i tanti "challange" che giravano per queste piattaforme, avevo partecipato, su impulso di un blog, Il cinema spiccio, che nel frattempo è stato chiuso, ad una che proponeva ai partecipanti di compilare una lista con i migliori film di sempre, scegliendone uno per ogni anno, a partire dal proprio di nascita. Io avevo diviso le mie scelte per decenni, con un ultimo post nel 2014, riguardante il periodo 1998/2007 (a margine del post tutti i link). La cosa mi è tornata in mente e ho deciso di dargli un seguito, visto che nel frattempo, ahimè, mi si è aperta un'altra finestra di dieci anni pieni da poter valutare. 

Rileggendo le quattro puntate precedenti mi sono accorto che, negli ultimi cinque sei anni, con la ritrovata passione per il cinema, filtrata anche da occhi diversi, non più solo attenti alla storia, ma magari anche agli aspetti tecnici (messa in scena, fotografia, montaggio, regia) , se dovessi riscrivere da capo i miei preferiti, in più di un caso sarebbero diversi da quelli citati e sicuramente sarebbero molte di più le pellicole prese in considerazione. La ragione principale è che ho recuperato molti film all'epoca non visti e diversi di essi sono davvero meritevoli. Niente paura, non replicherò i periodi già coperti, così sono e tali restano, a testimoniare (a me stesso) come approcci, valutazioni e gusti possano cambiare nel tempo. Nel proseguire (solitariamente) nel gioco ho però ho apportato alcune modifiche: 1- il numero dei film da cui attingere, anno per anno, è aumentato in misura esponenziale, per cui i film citati assieme al vincitore in alcuni anni saranno numerosi. Per la stessa ragione divido in due il decennio 2008-2017, in modo da avere due periodi da cinque anni e, a breve, poter postare anche il terzo, senza dover aspettare il 2028, che chissà se sarò ancora qui col mio blogghettino della minchia, totalmente dèmodè. 

2008

Ho selezionato abbastanza agevolmente quattordici titoli. Un buon anno, ma ce ne saranno di ben più pregni. Mi sono piaciuti: Bronson; Frost/Nixon; Gran Torino; The hurt locker; Iron Man; The wrestler; Gomorra; Nemico pubblico 1 e 2; Il divo; Giù al nord; Louise Michel. Indeciso per il preferito tra The chaser e Wall-E, e scegliendo di non usare l'ex aequo, lascio prevalere di misura l'agghiacciante pellicola sudcoreana sul capolavoro Disney/Pixar.

2009

Anche in questo caso, al netto di dimenticanze e refusi, lista abbastanza agevole da smazzare, che comprende il mega colossal di Cameron, Avatar (forse ci siamo per il sequel); l'ultimo horror (e ultimo film davvero suo?) di Raimi: Drag me to hell; l'allucinate, distopico, terribile The road; il Loach un pelo più leggero ma sempre denso di contenuti politico/sociali, Il mio amico Eric. I problemi nascono per la palma di migliore, tra i tre titoli che seguono ne scelgo uno solo, ma ciascuno potrebbe occupare, a rotazione, il primo posto: tra Castaway on the moon, Cella 211 e Bastardi senza senza gloria scelgo il secondo, in rappresentanza di un cinema di genere spagnolo che ormai ha da insegnare a tutte le latitudini cinematografiche.

2010

E' l'anno del magnetico ma controverso Inception di Nolan, dell'eccellente ultra violento cinecomics Kick-Ass, dello schizzato Scott Pilgrim vs the world di Wright, di Scorsese (Shutter Island), del primo capitolo di una trilogia che segna il ritorno allo yakuza movie di Kitano (Outrage), del sempre ottimo Polanski (L'uomo nell'ombra) del malinconico, disperato noir hongonkiano The yellow sea, e del tentativo italiano (l'ultimo) di portare sullo schermo la Milano criminale degli anni settanta, da parte di Placido (Vallanzasca - Gli angeli del male a cui ho dedicato due post: qui e qui). Vince, per una volta nettamente, un film visto di recente. Il violento e sadico I saw the devil, anche in questo caso portabandiera di un cinema, quello sudcoreano, che ha portato horror, crime e action ad un altro livello.

2011

Nel 2011 torna ad assalirmi l'indecisione. Undici film, molti dei quali meritevoli del podio. Mi riferisco ad un fiabesco, incantevole Hugo Cabret, ad un Allen smagliante (Midnight in Paris), all'infallibile Olivier Marchal (A gang story), allo spy movie inglese in salsa depalmiana La talpa, all'inquietante Bedtime, ad Animal Kingdom, all'Alba del pianeta delle scimmie, eccellente esordio di una nuova trilogia che dimostra come si possa coniugare cassetta e qualità, fino al "piccolo" italiano I più grandi di tutti coraggioso nell'avventurarsi fuori dai nostri clichè. Il primo posto se lo giocano Polanski con lo strepitoso Carnage e The raid, uno dei migliori action del ventunesimo secolo (l'altro è il suo sequel), che non è americano ma thailandese. Faccio prevalere di misura Carnage, non fosse altro per lo sconsiderato numero di volte che l'ho visto.

2012

Inizio col Tarantino che ho meno apprezzato in assoluto, per dire che il Tarantino (ai miei occhi) meno convincente è comunque da non perdere: Django unchained. A seguire la corrosiva commedia sulla politica americana Candidato a sorpresa, Zemeckis con uno strepitoso Denzel Washington e un indimenticabile John Goodman (Flight), il rischioso ma centrato Zero Dark Thirty della Bigelow, la dissacrante fotografia di una famiglia radical chic francese (ma potrebbe essere universale) scattata da Cena tra amici, l'irresistibile cinecomic giapponese Thermae Romae e il Cronenberg allegorico, grottesco ma forse anche no di Cosmopolis. A sto giro però l'oro a Loach non lo toglie nessuno. La parte degli angeli è un capolavoro in sapiente equilibrio tra dramma e commedia.









continua...

post precedenti:

MOVIELIST #1 (1968/1977)

MOVIELIST#2 (1978/1987)

MOVIELIST#3 (1988/1997)

MOVIELIST#4 (1998/2007)

lunedì 17 febbraio 2020

The Boys

Risultati immagini per the boys serie tv poster

Ho la bozza di un post conservata nell'archivio del blog, nel quale dichiaro non senza un moto d'orgoglio "luddista" di essere uscito dalla spirale delle serie tv e dello streaming, in favore di un ritorno pieno al Cinema.
Non l'ho mai pubblicata perchè mi conosco e so quanto possono essere umorali queste mie "scelte".
Però in linea di massima qualcosa è realmente accaduto nei miei gusti. Raramente le serie riescono ancora ad appassionarmi, credo sia proprio un tema di modalità di racconto, dei tempi morti che, inevitabilmente, si prendono i serial per arrivare al punto, dell'esasperante serialità che spesso svilisce anche le migliori idee, insomma di tutto quello che fa la differenza tra un'opera di un paio d'ore e un prodotto che può trascinarsi per anni.
Ne ho provate diverse, in questo periodo, spesso non sono andato oltre ai primi episodi, raramente concludendo la prima stagione (salvo giusto Fleabag in quanto geniale ed irripetibile). Dopo aver scritto per anni che le serie avevano raggiunto il cinema non sto affermando il contrario, solo ero forse un pò saturo e contestualmente avevo trascurato troppo la settima arte.

Lunga premessa per dire che The Boys rappresenta una gran bella eccezione. Una serie che, pur rispettando tutti i canoni della serialità, e non potrebbe essere altrimenti, visto che è tratta da un fumetto del 2006 tutt'ora in fase di pubblicazione (autore Garth Ennis), innova con irriverenza il genere, andando oltre Watchmen (fumetto che resta un capolavoro inarrivabile, rivoluzionario per l'epoca).
Ma laddove la serie di Alan Moore, pur dentro un'aspra critica sociale politica, continuava a riconoscere una morale, un'etica (magari distorta, in qualche caso fascista) ai suoi super-eroi, per The Boys la storia è completamente diversa.
I Super sono esseri idolatrati dalle masse, recitano sè stessi in mega produzioni cinematografiche, e, solo i migliori di loro, i "Sette, sono gestiti in toto (dall'aspetto social fino al loro affitto a peso d'oro a stati americani i cui capi sono magari in calo di consensi) da una multinazionale, la Vaught.
Ma i Super sono anche esseri lascivi, che frequentano club esclusivi dove si misurano in performance erotiche impensabili per gli umani, nonchè, cosa ben più grave, spregevoli, nel loro totale disprezzo per i "normali" che in realtà non hanno nessun interesse a proteggere. Proprio a causa di queste loro caratteristiche causano innumerevoli "danni collaterali" tra le persone. Danni che vengono accuratamente occultati da media e politica connivente. 

Hugh Campbell (Jack Quaid, figlio di Meg Ryan e Dennis Quaid), ultimo di una serie di umani ad aver subito una tragedia tremenda per colpa di un "super", viene contattato da Billy Butcher, un tizio strambo e misterioso che gli propone un obiettivo impossibile: vendicarsi. Attorno a loro si coagulano altri personaggi, a formare una squadra che più improbabile non si può. Questo è il team di sfigati (fino a un certo punto...) che si contrapporrà alla più potente squadra di super eroi esistente: i Sette.

Componente essenziale nella riuscita della prima stagione è senza dubbio il cast, dal quale emergono con personalità Karl Urban (Billy Butcher, il capo dei Boys); Elisabeth Shue (Madelyne Stillwell, ceo della Vaught); Antony Starr (il protagonista di Banshee è Homelander, il più forte dei super eroi, misto tra Superman e Capitan America) e la scoperta Tomen Kapon (Frenchie, hacker/tuttofare dei Boys), senza dimenticare il cameo del sempre apprezzabile Simon Pegg (padre del protagonista Hughie).

The Boys, come detto, non ha la potenza di Watchmen (il fumetto, intendiamoci!), ma in quanto a ritmo, divertimento, gag, tensione e critica sociale si afferma come prodotto d'eccellenza.
La seconda stagione è stata ultimata e dovrebbe uscire nei primi mesi dell'anno.


Risultato immagini per the boys serie tv"

martedì 21 giugno 2011

Underground



Ecco, questo è un gran bel film per grandi e bambini. E ci voleva, dopo qualche sòla di troppo. Vedendo i trailer di Fantastic Mr. Fox al cinema un paio d'anni fa mi ero fatto l'idea di una palla mostruosa, di un noioso prodotto d'elite, di una pellicola buona per gli aristocratici del grande schermo, quelli che portano i figli a vedere solo film di una cevta qualità.

Niente di più sbagliato. Furbo, il signor Volpe (è il titolo originale del romanzo di Roald Dahl da cui è tratto il lungometraggio) è invece una storia che lascia i bambini a bocca aperta e i genitori affascinati. E' realizzata con una tecnica che ha fatto la storia del cinema (d'animazione e non), il passo uno (o stop-motion o frame-by-frame) , ma racconta in chiave modernissima l'arrogante lotta dell'uomo contro la natura e così facendo riesce a far passare un messaggio ecologista con intelligenza e divertimento.

Mr. Fox, una sorta di Lupin volpesco, ha lasciato la sua attività di ladro in seguito ad una promessa fatta alla moglie Felicity. Oggi fa il giornalista mentre lei si occupa della famiglia (Ash un figlio in crisi adolescenziale ed un nipote, Kristofferson, amante delle discipline orientali ed esperto di arti marziali). Nonostante il suo avvocato, il tasso Badger, glielo sconsigli, Fox porta la famiglia a vivere in un grande albero su una collina, esattamente al centro dei territori di tre agguerriti fattori. Questa decisione e il ritorno di Fox sulla strada del crimine provocheranno una serie di cataclismatici eventi a catena.

Lo dico raramente, ma in questo caso davvero il film andrebbe visto in originale per godere appieno dello straordinario cast di attori che hanno prestato la voce ai personaggi. George Clooney (Mr Fox), Meryl Streep (Felicity, la moglie), Bill Murray (il tasso Badger), William Dafoe (Rat, il lurido topo di fogna al soldo degli umani). E ancora Owen Wilson, Adrien Brody, Brian Cox e lo stesso regista Wes Anderson. L'ex Pulp Jarvis Cocker as Petey, contadino suonatore di banjo.


Coloratissimo e consigliatissimo.



martedì 26 maggio 2009

Back in time


Ho sempre nutrito una grande simpatia per Hugh Anthony Cregg III al secolo Huey Lewis. Considerato da molti, a torto o a ragione, un'artista minore, poco più che un one hit wonder, il buon Hugh Anthony è come un'entusiasta operaio del rock, ci mette impegno e dedizione, lavora duro con il suo gruppo di affezionati colleghi, e il prodotto che sforna con moderazione da quasi sei lustri è come un modello sicuro e affidabile di auto, prodotta da una piccola casa fuori dai giri dei grandi marchi.

Come molti della mia generazione ho cominciato a conoscere Huey e i News all'epoca del primo Ritorno al futuro, grazie, all'eccezionale pop rock di The power of love, anche se già in precedenza, con I wanna a new drug (in odore di plagio a Ghostbusters, il brano) il nostro aveva fatto parlare di se. I due album che contengono queste hit, Sports e Fore, sono ottimi esempi di rock'n'soul'n'pop, con un esaltante (per il sottoscritto) utilizzo di fiati e tastiere che impastano in maniera old fashion il sound della band.

Nel 1988, dopo la botta di successo di Fore!, Huey e i suoi cambiano registro. Si tolgono jeans e stivali e si infilano shorts, hawaiane e infradito. L'album Small world aggiunge il calipso e i ritmi tropicali al sound classico della band. Old Antone e Bobo tempo spezzano con allegria la continuity con la storia musicale del gruppo, la deliziosa Stuck with you la riprende, rinfrescandola. Pur vendendo meno dei precedenti, anche Small world è un successo. L'ultimo. Con il successivo Hard at play la parabola discendente è iniziata. Four chords and several years ago segue la tendenza del precedente. Il nostro prova anche nel cinema, con risultati incerti, e solo nel 2001 torna ad incidere un album, il confortante Plan B.

L'occasione di parlare di questo mio eroe minore è l'ascolto del divertente Live at 25, uscito quattro anni fa (anche in dvd) ma recuperato solo ora.
Un disco "necessario", visto la bravura della band dal vivo, molto divertente e coinvolgente, anche se, volendo trovargli un difetto, avrebbe potuto contenere qualche pezzo in più.

Splendida la jam di quasi nove minuti di I want a new drug/Small world, il resto è praticamente un best of, con il pubblico in visibilio su Power of love, Hip to be square, Doing it all for my babe e Back in time.
Mascella squadrata e sorriso a trentadue denti, Huey è un pò il prototipo simpatico e un pò giuggiolone dell'americano in vacanza, la sua musica è onesta e senza tempo, probabilmente non è mai stata trendy. E' stata la moda musicale che, facendo il suo giro, l'ha resa attuale per qualche stagione. A lui non sembre importare un granchè (o forse sì, chi lo sa?), con cinque dischi di inediti dischi negli ottanta, due nei novanta, uno dal duemila, Huey Lewis se la prende comoda. Lui è sempre in tempo.

martedì 16 luglio 2024

Stevie Van Zandt, Memoir - La mia odissea, tra rock e passioni non corrisposte

 


Se pensiamo alla figura di un comprimario del grande circo del rock che sia "fedele nei secoli" al mitologico frontman, probabilmente il primo nome che ci balenerebbe in mente è quello del chitarrista del New Jersey nato Steven Lento, e poi, nel tempo, diventato Stevie Van Zandt, alias Miami Stevie, alias Little Steven. Il suo ghigno malizioso con il labbro inferiore sporgente, gli occhi insinuanti e la costante bandana colorata, nell'immaginario collettivo sembra trovi posto solo accanto a Bruce Springsteen, sui palchi di tutto il mondo. Giusto?

Sbagliato. Innanzitutto perchè la storia ci racconta di una lunga separazione tra i due, i quasi vent'anni trascorsi dal tour di The River (1980/81) alla reunion della E Street Band (1999), e, soprattutto, perchè Little Steven, in quel periodo ha fatto di tutto eccetto starsene con le mani in mano. 

Personalmente non mi serviva un'autobiografia per scoprire che Stevie ha sempre avuto molto da dire in campo musicale. Questo perchè ho seguito assiduamente le sue produzioni e i suoi concerti (memorabile quello al Rolling Stone di Milano, nel 1987) per tutti gli anni ottanta. Conoscevo anche, ed era una delle ragioni in più per cui lo apprezzavo, il suo forte impegno politico anti establishment repubblicano, contro l'imperialismo americano che si è manifestato per lungo tempo attraverso golpe telecomandati e brutalità delle multinazionali in America Latina, l'avversità alla presidenza Reagan, le iniziative a favore dei nativi americani. 
Se a ciò aggiungiamo i Soprano, già così ci sarebbe stato sufficiente materiale per scrivere due libri. In realtà dentro questa autobiografia c'è molto, molto di più, al punto che mi ha folgorato al pari delle migliori tre quattro lette nella mia vita. E ti assicuro che, essendo una mia peculiare passione, ne ho lette a pacchi.

Sì, perchè Stevie racconta di una vita con poco sesso e droga, parecchio rock and roll ma, soprattutto, un'infinita voglia di esplorare, intraprendere, incidere sulle cose, cambiarle, raddrizzare ingiustizie, che siano l'esclusione di un misconosciuto gruppo anni sessanta dalla notorietà fino all'apartheid. 

Proprio l'ambito di quell'abominio razziale del Sudafrica rappresenta forse la parte più avventurosa (per l'incolumità del nostro) ed avvincente del libro. Col senno di poi, quel fantastico progetto sfociato nel supergruppo Arists United Against Apartheid fu l'unico, nell'imperante moda delle canzoni benefiche (ricordate Do they know it's christmas e We are the world?), a raggiungere un obiettivo concreto, oltre che di emersione del problema. 

Per la canzone manifesto Sun City, testardamente e contro tutti, Stevie contaminò artisti diversissimi tra loro, raggruppando Miles Davis e Bono, Bruce e i Run DMC, Bob Dylan e George Clinton, Herbie Hankock, Joey Ramone, Peter Gabriel, Lou Reed e tanti, tanti altri. Il brano provocò un movimento d'opinione che si abbattè anche contro lo stesso music business (fino a quel momento più di un artista, ad esempio Sinatra e i Queen, andava serenamente a suonare a Sun City fregandosene della condizione della popolazione nera), contribuendo fortemente a fare opinione fino alla caduta del regime e alla liberazione di Mandela (a proposito del quale Stevie riporta giudizi al vetriolo su Paul Simon - peraltro detestato dai gruppi politici sudafricani che si opponevano alla dittatura afrikaner - , che riteneva il leader africano un pericoloso comunista e Whitney Houston, che in un concerto di tributo per la liberazione di Mandela non volle nessun riferimento politico alla sua esibizione. Entrambi passarono poi per paladini della liberazione del Paese africano, ma vabeh).

C'è poi il suo impegno nel veicolare e tributare il giusto riconoscimento a quello che ritiene essere il periodo di "rinascimento" della musica, i cinquanta e i sessanta, le trasmissioni radiofoniche e televisive a tema rock/pop di qualità, la sua etichetta discografica (la Wicked Cool Records, ancora in attività), il ritorno negli anni dieci in sala di registrazione e in tour, il recupero di artisti dimenticati, insomma, le mille imprese quasi sempre rischiate di tasca propria che l'hanno ridotto in costante perdita finanziaria, col suo ultimo obiettivo dichiarato, ironico ma fino a un certo punto, di andare almeno in pari prima di morire.  
Una condizione che Steve riassume così: "La maggior parte dei progetti che ho fatto non si sono mai avverati e la maggior parte di ciò che ho realizzato è rimasto praticamente invisibile (...)". 

E volendo, non è finita qui, c'è il rapporto fraterno con Springsteen, le produzioni televisive (I Soprano, Lilyhammer), le turnè nell'amata Europa, il suo ruolo di consulente e mediatore ad ampio spettro (cinema, televisione, musica). 

Una vera sorpresa insomma, questo Memoir, consigliata a musicofili, cinefili, appassionati di politica e curiosi della vita tout court.

lunedì 7 aprile 2025

La città proibita


La tratta di esseri umani dalla Cina porta un carico di giovani donne destinate, a seconda, al lavoro clandestino, ai massaggi o alla prostituzione. Una di loro però ha un piano diverso con un obiettivo preciso e non è quello di finire vittima del racket.


Ci sono tante ragioni per cui un amante del cinema di genere possa essere felice per un film come
La città proibita, oltre che cautamente ottimista su un ritorno a questa grammatica cinematografica di intrattenimento (noir, horror, fantascienza, thriller, action, western) da parte di un'industria di settore, quella italiana, che in passato tanto ha dato a codesto ambito. Ottimista perchè, dopo l'insperato capolavoro di Andrea Di Stefano (L'ultima notte di amore), dopo i Diabolik (qui e quidei Manetti, dopo Lo chiamavano Jeeg robot e Freaks out di Mainetti (per restare alle produzioni più mainstream, ma molto si è smosso anche a livello di budget contenuti) qualcosa sembra decisamente rinascere. Cauto perchè, purtroppo, il responso del pubblico nostrano, carburante indispensabile della cinematografia di genere, va dal tiepido al freddo. 

La città proibita è una pellicola priva di imperfezioni? Decisamente no. Però Mainetti ha palle come cocomeri e incoscienza da vendere a buttarsi, oggi, in un'impresa folle come un film di arti marziali italiano.
Su come gira, magistralmente, c'è poco da dire e lo stesso vale per la capacità di messa in scena. A tal proposito tutta la sequenza iniziale che si conclude con la fuga dal ristorante cinese della protagonista Yaxi Liu, in cui da un non-luogo di schiavitù nelle viscere della terra, passando per un'anonima sala di ristorante, finiamo per strada, e scopriamo di essere dentro uno dei tanti quartieri multietnici, variopinti e caciaroni, di Roma, l'Esquilino, è qualcosa di notevole.

Come detto, non tutto funziona a dovere, in particolar modo nel secondo atto, nel quale assistiamo all'inizio della relazione tra Marcello (Enrico Borello, perfetto per il ruolo) e Xiao (Yaxi Liu, pescata dalle controfigure/stunt del cinema cinese, brava e intensa) che forse evidenzia la distanza ancora esistente tra il nostro action, acerbo, e quello fatto bene. I villain invece, che in queste produzioni, a mio avviso, devono necessariamente essere sopra le righe come quelli dei fumetti, sono azzeccati. Giallini, che fa Annibale, esponente di certa criminalità romana decaduta (il "Terribile" da anziano, se fosse sopravvissuto?), e tale Shanshan che interpreta il luciferino Mr Wang, con le loro contraddizioni e debolezze (uno l'amore per la famiglia di Marcello, non avendone una sua, l'altro per il figlio che lo ha ripudiato) sono funzionali al tipo di racconto.

Essere riusciti a produrre un film di questo tipo, in Italia, nel 2025, lo vivo con grande orgoglio patriottico. Per questo il giudizio che riconosco alla pellicola è magari superiore al valore oggettivo dell'opera. Accettiamo, o almeno proviamoci, la sfida di chi è più avanti di noi (Francia, Spagna, le inarrivabili Hong Kong e Corea del Sud che girano i combattimenti spesso in piano sequenza) e giochiamocela "rieducando" il pubblico a questo tipo di film fatto in casa. E' una risalita complessa e a grande rischio (soprattutto di abbandono per rinuncia dei produttori) ma non vedo altre strade se non quella di insistere.
Hold on Gabriele, hold on.

mercoledì 5 febbraio 2014

Movielist #4 (1998/2007)

Il decennio che scavalla il novecento inizia come si era concluso il precedente (cioè con una frequentazione assiduo-compulsiva delle sale cinematografiche) concludendosi però con una flessione determinata dal nuovo status di genitore (luglio 2004) e dal conseguente venir meno del tempo da dedicare alle sale cinematografiche. Compenserò in seguito, parzialmente, grazie a dvd e programmazione Sky Cinema. A dicembre 2006 inoltre, inauguro codesto blog e quindi, rispetto alle decadi prese precedentemente in esame, in qualche occasione, mi sono allargato linkando ai titoli dei film citati le mie recensioni di repertorio.



1998
In un'ipotetica semifinale tra American Hystory X, Il grande Lebowski, The Truman Show e l'outsider Cose molto cattive (pellicola nerissima, rigorosamente da recuperare), i primi due titoli vanno in finale e lo psichedelico (è proprio il caso di dirlo!) film dei fratelli Coen, con un leggendario Jeff Bridges, prevale di misura sull'interpretazione più oscura e poliedrica di Edward Norton.

1999
Anche qui è dura scegliere. In lizza per la zona champions ci sono Essere John Malkovich; Fight Club e Il Sesto senso. Tra i "minori" Ghost Dog; L'estate di Kikujiro; Magnolia e Pane e tulipani. Ma ora con ancora più convinzione di allora (sarà l'età...) la mia scelta cade su American beauty.

2000
E' l'anno in cui Aldo Giovanni e Giacomo sfornano la loro pellicola migliore. E, in considerazione della mia passione per il trio, non posso che assegnare al loro Chiedimi se sono felice la palma di film dell'anno. A ruota Alta fedeltà, che riesce a trasportare a Boston e su grande schermo il capolavoro di Hornby senza snaturarne il senso; Quasi famosi di Cameron Crown, che è insieme film di formazione ed epopea di un'ipotetica band rock anni settanta (Led Zeppelin? Creedence?) e, tra i piccoli, menzione d'onore per Denti di Salvatores e Sexy Beast di Jonathan Glazer.

2001
Non so se si tratti di una casuale coincidenza, ma nell'anno che resterà famoso nei secoli a venire per l'11 settembre, i miei film migliori sono quasi esclusivamente di tono leggero. Due film d'animazione strepitosi: Monster and co della Disney/Pixar e Shrek della Dreamworks. L'eccezione è costituita da L'uomo in più, esordio alla regia di Paolo Sorrentino che, con un Toni Servillo non ancora divo, tratteggia in maniera straordinaria due storie parallele ispirate ad Ago Di Bartolomei e Franco Califano. Il prescelto è però una commedia americana: I perfetti innamorati, scoppiettante lezione di metacinema con interpreti (Julia Roberts, Billy Crystal, John Cusak, Catherine Zeta Jones, Stanley Tucci e Christopher Walken) in stato di grazia assoluta.

2002
E' l'anno dello Spider-Man di Sam Raimi. Vi sembrerà ridicolo ma vedere svolazzare in maniera (sufficientemente) realistica il protagonista di fumetti sui quali ho passato una vita mi ha fatto scendere i lucciconi. Ma, detto che esce anche Merry Christmas, il miglior cinepanettone della ditta Boldi/De Sica, mio guilty pleasure per eccellenza, per una volta non ho dubbio alcuno sull'assegnazione dell'onoreficenza: La 25a ora. Visto e rivisto (la prossima visione la dedicherò a Philip Seymore Hoffman, riposi in pace) non perde un'oncia della sua bellezza: probabilmente la mia pellicola preferita dell'intero decennio. Per la serie "e sti gran cazzi", il mio nick arriva proprio da Monty Brogan, il personaggio interpretato da Edward Norton.


2003
La casa dei 1000 corpi di Rob Zombie, horror terrificante (che vedrò in realtà solo nell'estate del 2004) al quale ho assistito con la mia sweet half all'ottavo mese di gravidanza con il risultato che quasi mi sgrava lì, sulle poltrone di un multisala della bassa bergamasca. Citazioni anche per Le invasioni barbariche; Kill Bill 1 (che resiste bene all'usura del tempo); School of rock; Open water e Il posto dell'anima.

2004
La coppia Sorrentino/Servillo fa fragorosamente centro: Le conseguenze dell'amore e non c'è partita. L'onore delle armi a Spider-Man 2 (per me il titolo migliore della trilogia di Raimi); Kill Bill 2; Ladykillers; Spongebob the movie e gli italiani indipendenti Volevo solo dormirle addosso e A/R Andata e ritorno.

2005
Scelgo il Woodie Allen in versione noir di Match Point, anche se la sequenza finale de La casa del diavolo, sequel de La casa dei 1000 corpi, sempre di Rob Zombie, è qualcosa di memorabile. Hanno lasciato il segno anche History of violence; Romanzo criminale e il film d'animazione Dreamworks Madagascar.

2006
Non un'annata da ricordare, almeno per quanto mi riguarda. La sorpresa Slevin, patto criminale; il Bruce Willis disilluso e alcolizzato di Solo due ore e, seppur con tutte le sue imperfezioni, Il caimano di Moretti. Il mio film dell'anno è però This is England.

2007 
L'ho scritto in premessa: dopo la nascita di Stefano ho perso molto terreno rispetto alle uscite dei film. Faccio fatica, in questo senso, a trovare, nel 2007, una pellicola che mi abbia realmente entusiasmato. Mi sono segnato Gone baby gone; Nella valle di Elah; Non è un paese per vecchi (non avessi letto il libro di McCarthy l'avrei anche premiato); La ragazza del lago e il cartoon Disney/Pixar Ratatouille, che alla fine emerge dalla massa per la sua originalità ma anche (e soprattutto) in quanto primissimo film visto al cinema con Stefano.

lunedì 28 marzo 2022

Due film (più uno) che segnano il ritorno della macchina propagandistica americana



Questa non è una recensione, piuttosto una semplice riflessione comune a due film molto diversi tra loro, sorprendentemente accumunati da una filosofia che si pensava appartenere al passato . Il primo, Red Sparrow (2018), decorosa pellicola di spionaggio con doppi e tripli giochi tipici del genere, l'altro, A proposito dei Ricardo (2021), buon film che celebra, con una modalità tipicamente americana, un episodio nella vita televisiva degli anni cinquanta degli attori di una serie epocale, I love Lucy. Qual è l'elemento in comune? Beh un ritorno, in un caso molto evidente e irritante, nell'altro più sfumato, alla classica divisione tra impero del bene (USA) e del male (Russia/URSS) attraverso un'ottica propagandistica cui non mi capitava da tempo di assistere. 

La dicotomia è sbattuta in faccia senza vergogna in Red Sparrow, storia ambientata ai tempi nostri, dove tutti gli agenti segreti di oltre cortina sono abietti, crudeli e senza scrupoli mentre la controparte ammerigana altruista e nobile d'animo. Vale a dire zero sfumature e assenza di zone d'ombra che accompagnano le produzioni più verosimili sul tema. 

A proposito dei Ricardo, ambientato nei cinquanta, nel periodo della caccia alle streghe maccartista, nel quale bastava una parola fuori posto per decretare la fine di un artista, è il classico film divertente di Sorkin: dialoghi scoppiettanti e dinamicità verbale, ma che, con una semplice battuta verso la conclusione del film, messa in bocca al co-protagonista di origini cubane (Desi/Javier Bardem), arriva in sostanza a giustificare la terrificante macchina di distruzione umana del senatore McCartney, perchè gli avversari comunisti, protagonisti della rivoluzione cubana, erano sostanzialmente una manica di selvaggi, assassini senza scrupoli che hanno privato la popolazione dell'isola del proprio benessere. Pertanto, andava bloccata sul nascere e con qualunque mezzo la loro "avanzata" sul suolo americano. Il capitalismo non poteva essere messo in discussione.

A questa doppietta di film potrei aggiungerne un terzo, l'atroce The King's Man - Le origini (co-produzione USA/UK), terzo capitolo-prequel della saga, che, a differenza degli altri due, è anche un film di rara bruttezza la cui "trama", sviluppata in un vomitevole tripudio di computer grafica, ipotizza (certo, in chiave semi seria) complotti e alleanze fantasiose tra Lenin e un'organizzazione segreta prima e con addirittura un giovane Hitler poi, senza farsi mancare, anche qui, messaggi molto poco subliminali atti a dipingere i sovrani russi come governanti buoni e generosi, vittime innocenti dei terribili bolscevichi. 

Quali che siano le ragioni che abbiano portato certa Hollywood (non tutta, ovviamente) a rimettere in strada la macchina propagandistica non è dato sapere. La "minaccia comunista" ormai non esiste più nemmeno nei comizi di Berlusconi. L'invasione dell'Ucraina da parte della Russia è successiva alle produzioni sopra citate. 
Di certo il cinema hollywoodiano di un certo tipo ha sempre usato la propaganda dell'american way of life come arma da contrapporre ai nemici, ma si pensava che quella fase fosse conclusa. Il fatto che ritorni in maniera così perentoria è, a mio avviso, il tentativo di tornare ad imporre, ad un pubblico giovanile distratto (insomma, non lo dico io, ma alcuni sondaggi, i cui risultati indicano che i più giovani hanno un pò di confusione sui fatti storici del novecento) lo stesso obiettivo di egemonia culturale ipotizzato da Gramsci, indirizzato però al successo dell'altra parte delle barricate.

Red sparrow e The King's man sono disponibili su Disney plus
A proposito dei Ricardo è disponibile su Prime Video