mercoledì 23 ottobre 2013
Movielist #2, 1978/1987
giovedì 6 maggio 2021
Ritorno al cinema, parte 3 (+ Nomadland)
Se c'è un argomento, dopo tanti tentativi di lanciare rubriche seriali presto abortiti, che mai avrei voluto diventasse oggetto di post seriali è proprio questo. E invece siamo arrivati alla terza volta in dieci mesi cui mi trovo a celebrare il mio ritorno alla sala (qui e qui i primi due "capitoli") dopo un lockdown. Tra l'altro, a differenza delle riaperture estive, questa volta non tutti i cinema hanno deciso di tornare ad accogliere gli spettatori il 26 aprile, primo giorno di zona gialla, a causa della reticenza dei distributori che, non riponendo fiducia negli spettatori, preferiscono il più rassicurante guadagno garantito dallo streaming. Non ha riaperto per esempio il meraviglioso Arcadia di Melzo (al momento di scrivere ancora chiuso) mentre, per mia fortuna, ha fatto la scelta opposta la catena Anteo, che ha un multisala anche nella mia città e che è ripartito riempiendo tutte le sue sale tra film di repertorio e novità, con i fiori all'occhiello Minari e Nomadland, freschi di Oscar. Ovviamente non mi sono fatto scappare l'occasione di vedere su grande schermo il film della Zhao, che attendevo con trepidazione sin dal suo passaggio a Venezia 2020.
Empire, Nevada è una cittadina che sopravviveva in simbiosi con la locale fabbrica. Con la chiusura dello stabilimento, anche la località si è spenta e progressivamente svuotata. Fern resiste con il marito finchè può, ma, quando anche lui muore, prende una decisione radicale: vivere su di un furgone attrezzato da casa mobile, spostandosi per gli Stati e passando da un lavoro all'altro per avere di che vivere. La donna scoprirà un diverso livello di libertà e, assieme ad esso, un complesso universo di persone che hanno fatto la medesima scelta.
Adattamento cinematografico del libro omonimo di Jessica Bruder, Nomadland è un'opera molto particolare che tocca temi drammatici quali la solitudine, la povertà, l'emarginazione e la deriva sociale, restituendoceli però dentro uno scenario di grande umanità, aiuto solidaristico e dignità, che si intreccia con la scelta consapevole che questa comunità ha compiuto. Simbolo di questa scelta di vita è Fern (Frances McDormand), sempre pronta a dare una mano e a condividere il poco che ha, ma al tempo stesso orgogliosamente aggrappata al suo status di loner che le impedirà di accettare offerte di vita stanziali e finanche la ricostruzione di un percorso sentimentale.
Il film è girato in stile quasi documentaristico, con molto utilizzo della macchina a mano e sicuramente la sensazione di assistere ad un reportage è enfatizzata dalla scelta neorealistica della regista Chloè Zhao di utilizzare, tra gli attori, alcuni reali "nomadi" (Swankie, Linda May, Bob Wells), persone cioè che vivono davvero, quotidianamente, il percorso di fantasia di Fern. La comunità errante qui rappresentata si muove con traiettorie disomogenee ma che seguono sempre la mutevole geografia da Stato a Stato dei lavori stagionali, che si tratti dei picchi natalizi di Amazon (contesto che apre il film), la raccolta delle patate o il lavoro nei fast food. E' dentro i parcheggi, spesso messi a disposizioni dalle multinazionali, nei tempi morti tra un turno e l'altro, che questa popolazione ciclicamente si trova, cementando i rapporti, le amicizie, i momenti conviviali, le feste, ricorrendo finanche al baratto.
Un messaggio autenticamente anti-consumista e anti-capitalista lanciato contro l'America trumpiana che speriamo di esserci lasciati alle spalle.
giovedì 4 maggio 2023
Recensioni capate: Il sol dell'avvenire (2023)
E comunque il finale, sospeso tra C'era una volta... a Hollywood di Tarantino e la chiusura quasi testamentaria del cerchio di una vita (quella di Moretti) nel mondo del cinema, stavolta (a differenza del film precedente) sì, mi ha emozionato.
giovedì 17 giugno 2021
Comedians (2021)
Un gruppo di sei persone, aspiranti comici, si prepara ad affrontare un'audizione dopo aver frequentato un corso serale con Eddie Barni, ex comico di successo dalle idee molto controcorrente rispetto al tipo di comicità mainstream e televisiva. Le convinzioni del gruppo, che Barni ha plasmato sulle sue, vacillano nel momento in cui arriva Celli, anche lui ex comico, ma "inserito nel sistema", in aperto conflitto con le posizioni di Barni.
Il film, completato in meno di un mese, mantiene l'impostazione teatrale, con i monologhi mediamente lunghi degli attori e il frequente ricorso ai piani sequenza, ma riesce ad ottenere un crescendo e una tensione tipici dello strumento cinematografico.
Quanto mai attuale ed opportuna infine, nonostante il testo originale sia dei primi anni settanta, la riflessione su cosa debba essere la comicità, che rapporto debba costruire col pubblico e la funzione sociale che debba esercitare. In un periodo nel quale anche in Italia si è scoperta l'arte dello stand up comedy, con risultati spesso sconsolanti e battute che girano sempre attorno al solito tema (i rapporti tra i due sessi), Comedians spicca in maniera intellettuale, divertente (anche se non è un film "da ride"), provocatoria e stimolante.
E poi, un film italiano che inizia (Rain dogs) e finisce (Downtown train) con due pezzi di Tom Waits è promosso a prescindere.
lunedì 31 ottobre 2022
Di Si vis pacem para bellum (2016) e di Stefano Calvagna
Stefano è un criminale al soldo di un potente uomo d'affari romano in odore di malavita. Per lui svolge ogni tipo di commissione violenta, dal pestare al gambizzare, fino all'omicidio. Per il resto conduce una vita anonima e solitaria, formalmente fa il buttafuori di un locale (dello stesso imprenditore) e frequenta una palestra. Ha un suo contorto senso della giustizia e infatti, durante una delle tante cene solitarie in un ristorante cinese, difende una cameriera dall'aggressività di un gruppo di teppistelli e da quell'episodio nasce con lei una storia destinata a cambiargli il corso della vita.
Una vita, la sua, autenticamente avventurosa iniziata con una formazione americana (New York - Actor's studio - e Los Angeles dove ha girato episodi di Beverly Hills 90210) e proseguita costantemente in trincea, durante la quale ha subito agguati a colpi di pistola, processi e finanche detenzione (con successivo proscioglimento con formula piena) nonchè di stridenti contraddizioni che lo vedono al tempo stesso ultras (della Lazio con orientamento politico affine) ma anche estimatore, come emerge chiaramente nelle sue opere, di neorealismo, Pasolini e Caligari (oltre che di Lenzi, Di Leo e Melville).
Nonostante la fede politica di destra, totalmente opposta alla mia, ho maturato apprezzamento e in qualche modo affetto per il lavoro ostinato, sfrontato, coraggioso e indipendente di Calvagna, oltre ad una condivisione delle sue analisi sul cinema italiano, anestetizzato dai soliti due tre argomenti dei soliti due tre nomi i cui progetti regolarmente ricevono finanziamenti pubblici, mentre chi si arrabatta e riesce miracolosamente a girare, produrre e distribuire (anche nelle sale) un film all'anno viene costantemente tenuto ai margini. Non c'è posizionamento politico in questa considerazione, solo un'amara, necessaria, dolorosa constatazione sullo stato dell'industria (???) del cinema italiano.
Prime video
giovedì 2 luglio 2020
Ritorno al cinema! (+ I miserabili)

lunedì 16 marzo 2026
Vivere e morire a Los Angeles (1985)
La pellicola è illuminata da quella luce particolare riservata ai capolavori, è quasi un miracolo che negli ottanta del ritorno al modello USA del consumismo, delle americanate tronfie, reazionarie e ipertrofiche che sbancavano i botteghini (Rambo 2, Rocky IV, Invasion USA e Commando da noi escono lo stesso anno), insomma dell'"edonismo reganiano", si sia potuto produrre un film così brutale sulla degenerazione del capitalismo (eloquente da questo punto di vista l'incipit con le famose banconote verdi che passano di mano in mano) e sull'assenza di controllo della macchina federale americana.
La storia dietro al film potrebbe a sua volta diventare un film. Il regista William Friedkin accettò di girare con un budget risicatissimo, che si fece bastare con tutta una serie di decisioni rischiose, come ad esempio l'utilizzo di attori all'epoca poco noti e di conseguenza privi di richieste di compenso esose; riducendo al massimo i tempi con il classico "buona la prima!", e infine non chiedendo i permessi formali (un pò come accadeva coi nostri poliziotteschi) per le esterne. Già. La lunga sequenza dell'inseguimento automobilistico, probabilmente assieme a quella de Il braccio violento della legge tra le più memorabili della storia del cinema, realizzata anche su strade in contromano, fu girata senza autorizzazione. Una follia che ci ha regalato incredulità, eccitazione e adrenalina, ma che mise a rischio l'incolumità di troupe e attori.
Il dvd in mio possesso è ricco di extra interessanti tanto quanto il film, per un appassionato di tutto ciò che ruota attorno alla realizzazione di una pellicola. Interviste, ma soprattutto scene tagliate, tra le quali un finale alternativo demenziale (nel vero senso della parola) che per fortuna Friedkin è riuscito ad impedire, con cui Vivere e morire a Los Angeles avrebbe perso tutta la sua oscurità, diventando una pessima commedia buddy movie. E' incredibile le stronzate che possono fare i produttori esecutivi sbagliati.
E invece questo è un enorme noir che collochiamo negli anni ottanta esclusivamente per la colonna sonora dei Wang Chung e il loro sound gonfio di batteria gated reverb che lo zavorra a quel decennio. Per ogni altro aspetto, To live and die in L.A. è un titolo imperdibile, e, come tale, trasversale al tempo, ai generi e alle mode.
giovedì 3 settembre 2020
Ritorno al cinema, parte 2 (+ Tenet)
Detto del valore salvifico per l'intero "sistema cinema" di Tenet, dovrei fare due parole anche su quello artistico, e qui la faccenda si complica. Diciamo che aiuterebbe una seconda visione per assimilare il gran lavoro degli effetti speciali e delle folli scene d'azione, con i personaggi e le esplosioni che agiscono simultaneamente sullo schermo, ma andando qualcuno in avanti e qualcuno indietro, per effetto di una complicatissima teoria sull'entropia del tempo, alla base dello spunto della storia.
Buona visione in sala.

lunedì 28 novembre 2022
Movielist #5 (2008/2012)
C'è stata un'epoca, fino a circa una decina d'anni fa, in cui i blog avevano un ruolo centrale nel dibattito, nella socialità, nella condivisione di idee della rete. Oggi siamo rimasti davvero pochi a continuare ad utilizzare questo tipo di piattaforma, superata e poco performante sugli smartphone, e forse sono l'unico a farlo in forma esclusiva, cioè senza avere altri social (al momento, vuoi per pigrizia o per la mia nota abitudinarietà, continua a piacermi così e non sento il bisogno di "allargarmi"). Tornando a bomba. Tra i tanti "challange" che giravano per queste piattaforme, avevo partecipato, su impulso di un blog, Il cinema spiccio, che nel frattempo è stato chiuso, ad una che proponeva ai partecipanti di compilare una lista con i migliori film di sempre, scegliendone uno per ogni anno, a partire dal proprio di nascita. Io avevo diviso le mie scelte per decenni, con un ultimo post nel 2014, riguardante il periodo 1998/2007 (a margine del post tutti i link). La cosa mi è tornata in mente e ho deciso di dargli un seguito, visto che nel frattempo, ahimè, mi si è aperta un'altra finestra di dieci anni pieni da poter valutare.
Rileggendo le quattro puntate precedenti mi sono accorto che, negli ultimi cinque sei anni, con la ritrovata passione per il cinema, filtrata anche da occhi diversi, non più solo attenti alla storia, ma magari anche agli aspetti tecnici (messa in scena, fotografia, montaggio, regia) , se dovessi riscrivere da capo i miei preferiti, in più di un caso sarebbero diversi da quelli citati e sicuramente sarebbero molte di più le pellicole prese in considerazione. La ragione principale è che ho recuperato molti film all'epoca non visti e diversi di essi sono davvero meritevoli. Niente paura, non replicherò i periodi già coperti, così sono e tali restano, a testimoniare (a me stesso) come approcci, valutazioni e gusti possano cambiare nel tempo. Nel proseguire (solitariamente) nel gioco ho però ho apportato alcune modifiche: 1- il numero dei film da cui attingere, anno per anno, è aumentato in misura esponenziale, per cui i film citati assieme al vincitore in alcuni anni saranno numerosi. Per la stessa ragione divido in due il decennio 2008-2017, in modo da avere due periodi da cinque anni e, a breve, poter postare anche il terzo, senza dover aspettare il 2028, che chissà se sarò ancora qui col mio blogghettino della minchia, totalmente dèmodè.
2008
Ho selezionato abbastanza agevolmente quattordici titoli. Un buon anno, ma ce ne saranno di ben più pregni. Mi sono piaciuti: Bronson; Frost/Nixon; Gran Torino; The hurt locker; Iron Man; The wrestler; Gomorra; Nemico pubblico 1 e 2; Il divo; Giù al nord; Louise Michel. Indeciso per il preferito tra The chaser e Wall-E, e scegliendo di non usare l'ex aequo, lascio prevalere di misura l'agghiacciante pellicola sudcoreana sul capolavoro Disney/Pixar.
2009
Anche in questo caso, al netto di dimenticanze e refusi, lista abbastanza agevole da smazzare, che comprende il mega colossal di Cameron, Avatar (forse ci siamo per il sequel); l'ultimo horror (e ultimo film davvero suo?) di Raimi: Drag me to hell; l'allucinate, distopico, terribile The road; il Loach un pelo più leggero ma sempre denso di contenuti politico/sociali, Il mio amico Eric. I problemi nascono per la palma di migliore, tra i tre titoli che seguono ne scelgo uno solo, ma ciascuno potrebbe occupare, a rotazione, il primo posto: tra Castaway on the moon, Cella 211 e Bastardi senza senza gloria scelgo il secondo, in rappresentanza di un cinema di genere spagnolo che ormai ha da insegnare a tutte le latitudini cinematografiche.
2010
E' l'anno del magnetico ma controverso Inception di Nolan, dell'eccellente ultra violento cinecomics Kick-Ass, dello schizzato Scott Pilgrim vs the world di Wright, di Scorsese (Shutter Island), del primo capitolo di una trilogia che segna il ritorno allo yakuza movie di Kitano (Outrage), del sempre ottimo Polanski (L'uomo nell'ombra) del malinconico, disperato noir hongonkiano The yellow sea, e del tentativo italiano (l'ultimo) di portare sullo schermo la Milano criminale degli anni settanta, da parte di Placido (Vallanzasca - Gli angeli del male a cui ho dedicato due post: qui e qui). Vince, per una volta nettamente, un film visto di recente. Il violento e sadico I saw the devil, anche in questo caso portabandiera di un cinema, quello sudcoreano, che ha portato horror, crime e action ad un altro livello.
2011
Nel 2011 torna ad assalirmi l'indecisione. Undici film, molti dei quali meritevoli del podio. Mi riferisco ad un fiabesco, incantevole Hugo Cabret, ad un Allen smagliante (Midnight in Paris), all'infallibile Olivier Marchal (A gang story), allo spy movie inglese in salsa depalmiana La talpa, all'inquietante Bedtime, ad Animal Kingdom, all'Alba del pianeta delle scimmie, eccellente esordio di una nuova trilogia che dimostra come si possa coniugare cassetta e qualità, fino al "piccolo" italiano I più grandi di tutti , coraggioso nell'avventurarsi fuori dai nostri clichè. Il primo posto se lo giocano Polanski con lo strepitoso Carnage e The raid, uno dei migliori action del ventunesimo secolo (l'altro è il suo sequel), che non è americano ma thailandese. Faccio prevalere di misura Carnage, non fosse altro per lo sconsiderato numero di volte che l'ho visto.
2012
Inizio col Tarantino che ho meno apprezzato in assoluto, per dire che il Tarantino (ai miei occhi) meno convincente è comunque da non perdere: Django unchained. A seguire la corrosiva commedia sulla politica americana Candidato a sorpresa, Zemeckis con uno strepitoso Denzel Washington e un indimenticabile John Goodman (Flight), il rischioso ma centrato Zero Dark Thirty della Bigelow, la dissacrante fotografia di una famiglia radical chic francese (ma potrebbe essere universale) scattata da Cena tra amici, l'irresistibile cinecomic giapponese Thermae Romae e il Cronenberg allegorico, grottesco ma forse anche no di Cosmopolis. A sto giro però l'oro a Loach non lo toglie nessuno. La parte degli angeli è un capolavoro in sapiente equilibrio tra dramma e commedia.
continua...
post precedenti:
lunedì 17 febbraio 2020
The Boys


martedì 21 giugno 2011
Underground

Niente di più sbagliato. Furbo, il signor Volpe (è il titolo originale del romanzo di Roald Dahl da cui è tratto il lungometraggio) è invece una storia che lascia i bambini a bocca aperta e i genitori affascinati. E' realizzata con una tecnica che ha fatto la storia del cinema (d'animazione e non), il passo uno (o stop-motion o frame-by-frame) , ma racconta in chiave modernissima l'arrogante lotta dell'uomo contro la natura e così facendo riesce a far passare un messaggio ecologista con intelligenza e divertimento.
Mr. Fox, una sorta di Lupin volpesco, ha lasciato la sua attività di ladro in seguito ad una promessa fatta alla moglie Felicity. Oggi fa il giornalista mentre lei si occupa della famiglia (Ash un figlio in crisi adolescenziale ed un nipote, Kristofferson, amante delle discipline orientali ed esperto di arti marziali). Nonostante il suo avvocato, il tasso Badger, glielo sconsigli, Fox porta la famiglia a vivere in un grande albero su una collina, esattamente al centro dei territori di tre agguerriti fattori. Questa decisione e il ritorno di Fox sulla strada del crimine provocheranno una serie di cataclismatici eventi a catena.
Lo dico raramente, ma in questo caso davvero il film andrebbe visto in originale per godere appieno dello straordinario cast di attori che hanno prestato la voce ai personaggi. George Clooney (Mr Fox), Meryl Streep (Felicity, la moglie), Bill Murray (il tasso Badger), William Dafoe (Rat, il lurido topo di fogna al soldo degli umani). E ancora Owen Wilson, Adrien Brody, Brian Cox e lo stesso regista Wes Anderson. L'ex Pulp Jarvis Cocker as Petey, contadino suonatore di banjo.
Coloratissimo e consigliatissimo.
martedì 26 maggio 2009
Back in time

Come molti della mia generazione ho cominciato a conoscere Huey e i News all'epoca del primo Ritorno al futuro, grazie, all'eccezionale pop rock di The power of love, anche se già in precedenza, con I wanna a new drug (in odore di plagio a Ghostbusters, il brano) il nostro aveva fatto parlare di se. I due album che contengono queste hit, Sports e Fore, sono ottimi esempi di rock'n'soul'n'pop, con un esaltante (per il sottoscritto) utilizzo di fiati e tastiere che impastano in maniera old fashion il sound della band.
Nel 1988, dopo la botta di successo di Fore!, Huey e i suoi cambiano registro. Si tolgono jeans e stivali e si infilano shorts, hawaiane e infradito. L'album Small world aggiunge il calipso e i ritmi tropicali al sound classico della band. Old Antone e Bobo tempo spezzano con allegria la continuity con la storia musicale del gruppo, la deliziosa Stuck with you la riprende, rinfrescandola. Pur vendendo meno dei precedenti, anche Small world è un successo. L'ultimo. Con il successivo Hard at play la parabola discendente è iniziata. Four chords and several years ago segue la tendenza del precedente. Il nostro prova anche nel cinema, con risultati incerti, e solo nel 2001 torna ad incidere un album, il confortante Plan B.
martedì 16 luglio 2024
Stevie Van Zandt, Memoir - La mia odissea, tra rock e passioni non corrisposte
Se pensiamo alla figura di un comprimario del grande circo del rock che sia "fedele nei secoli" al mitologico frontman, probabilmente il primo nome che ci balenerebbe in mente è quello del chitarrista del New Jersey nato Steven Lento, e poi, nel tempo, diventato Stevie Van Zandt, alias Miami Stevie, alias Little Steven. Il suo ghigno malizioso con il labbro inferiore sporgente, gli occhi insinuanti e la costante bandana colorata, nell'immaginario collettivo sembra trovi posto solo accanto a Bruce Springsteen, sui palchi di tutto il mondo. Giusto?
Sbagliato. Innanzitutto perchè la storia ci racconta di una lunga separazione tra i due, i quasi vent'anni trascorsi dal tour di The River (1980/81) alla reunion della E Street Band (1999), e, soprattutto, perchè Little Steven, in quel periodo ha fatto di tutto eccetto starsene con le mani in mano.
Se a ciò aggiungiamo i Soprano, già così ci sarebbe stato sufficiente materiale per scrivere due libri. In realtà dentro questa autobiografia c'è molto, molto di più, al punto che mi ha folgorato al pari delle migliori tre quattro lette nella mia vita. E ti assicuro che, essendo una mia peculiare passione, ne ho lette a pacchi.
Sì, perchè Stevie racconta di una vita con poco sesso e droga, parecchio rock and roll ma, soprattutto, un'infinita voglia di esplorare, intraprendere, incidere sulle cose, cambiarle, raddrizzare ingiustizie, che siano l'esclusione di un misconosciuto gruppo anni sessanta dalla notorietà fino all'apartheid.
Proprio l'ambito di quell'abominio razziale del Sudafrica rappresenta forse la parte più avventurosa (per l'incolumità del nostro) ed avvincente del libro. Col senno di poi, quel fantastico progetto sfociato nel supergruppo Arists United Against Apartheid fu l'unico, nell'imperante moda delle canzoni benefiche (ricordate Do they know it's christmas e We are the world?), a raggiungere un obiettivo concreto, oltre che di emersione del problema.
Per la canzone manifesto Sun City, testardamente e contro tutti, Stevie contaminò artisti diversissimi tra loro, raggruppando Miles Davis e Bono, Bruce e i Run DMC, Bob Dylan e George Clinton, Herbie Hankock, Joey Ramone, Peter Gabriel, Lou Reed e tanti, tanti altri. Il brano provocò un movimento d'opinione che si abbattè anche contro lo stesso music business (fino a quel momento più di un artista, ad esempio Sinatra e i Queen, andava serenamente a suonare a Sun City fregandosene della condizione della popolazione nera), contribuendo fortemente a fare opinione fino alla caduta del regime e alla liberazione di Mandela (a proposito del quale Stevie riporta giudizi al vetriolo su Paul Simon - peraltro detestato dai gruppi politici sudafricani che si opponevano alla dittatura afrikaner - , che riteneva il leader africano un pericoloso comunista e Whitney Houston, che in un concerto di tributo per la liberazione di Mandela non volle nessun riferimento politico alla sua esibizione. Entrambi passarono poi per paladini della liberazione del Paese africano, ma vabeh).
Una condizione che Steve riassume così: "La maggior parte dei progetti che ho fatto non si sono mai avverati e la maggior parte di ciò che ho realizzato è rimasto praticamente invisibile (...)".
E volendo, non è finita qui, c'è il rapporto fraterno con Springsteen, le produzioni televisive (I Soprano, Lilyhammer), le turnè nell'amata Europa, il suo ruolo di consulente e mediatore ad ampio spettro (cinema, televisione, musica).
Una vera sorpresa insomma, questo Memoir, consigliata a musicofili, cinefili, appassionati di politica e curiosi della vita tout court.
lunedì 7 aprile 2025
La città proibita
mercoledì 5 febbraio 2014
Movielist #4 (1998/2007)
lunedì 28 marzo 2022
Due film (più uno) che segnano il ritorno della macchina propagandistica americana
Questa non è una recensione, piuttosto una semplice riflessione comune a due film molto diversi tra loro, sorprendentemente accumunati da una filosofia che si pensava appartenere al passato . Il primo, Red Sparrow (2018), decorosa pellicola di spionaggio con doppi e tripli giochi tipici del genere, l'altro, A proposito dei Ricardo (2021), buon film che celebra, con una modalità tipicamente americana, un episodio nella vita televisiva degli anni cinquanta degli attori di una serie epocale, I love Lucy. Qual è l'elemento in comune? Beh un ritorno, in un caso molto evidente e irritante, nell'altro più sfumato, alla classica divisione tra impero del bene (USA) e del male (Russia/URSS) attraverso un'ottica propagandistica cui non mi capitava da tempo di assistere.
La dicotomia è sbattuta in faccia senza vergogna in Red Sparrow, storia ambientata ai tempi nostri, dove tutti gli agenti segreti di oltre cortina sono abietti, crudeli e senza scrupoli mentre la controparte ammerigana altruista e nobile d'animo. Vale a dire zero sfumature e assenza di zone d'ombra che accompagnano le produzioni più verosimili sul tema.
A proposito dei Ricardo, ambientato nei cinquanta, nel periodo della caccia alle streghe maccartista, nel quale bastava una parola fuori posto per decretare la fine di un artista, è il classico film divertente di Sorkin: dialoghi scoppiettanti e dinamicità verbale, ma che, con una semplice battuta verso la conclusione del film, messa in bocca al co-protagonista di origini cubane (Desi/Javier Bardem), arriva in sostanza a giustificare la terrificante macchina di distruzione umana del senatore McCartney, perchè gli avversari comunisti, protagonisti della rivoluzione cubana, erano sostanzialmente una manica di selvaggi, assassini senza scrupoli che hanno privato la popolazione dell'isola del proprio benessere. Pertanto, andava bloccata sul nascere e con qualunque mezzo la loro "avanzata" sul suolo americano. Il capitalismo non poteva essere messo in discussione.
A questa doppietta di film potrei aggiungerne un terzo, l'atroce The King's Man - Le origini (co-produzione USA/UK), terzo capitolo-prequel della saga, che, a differenza degli altri due, è anche un film di rara bruttezza la cui "trama", sviluppata in un vomitevole tripudio di computer grafica, ipotizza (certo, in chiave semi seria) complotti e alleanze fantasiose tra Lenin e un'organizzazione segreta prima e con addirittura un giovane Hitler poi, senza farsi mancare, anche qui, messaggi molto poco subliminali atti a dipingere i sovrani russi come governanti buoni e generosi, vittime innocenti dei terribili bolscevichi.
Di certo il cinema hollywoodiano di un certo tipo ha sempre usato la propaganda dell'american way of life come arma da contrapporre ai nemici, ma si pensava che quella fase fosse conclusa. Il fatto che ritorni in maniera così perentoria è, a mio avviso, il tentativo di tornare ad imporre, ad un pubblico giovanile distratto (insomma, non lo dico io, ma alcuni sondaggi, i cui risultati indicano che i più giovani hanno un pò di confusione sui fatti storici del novecento) lo stesso obiettivo di egemonia culturale ipotizzato da Gramsci, indirizzato però al successo dell'altra parte delle barricate.










