lunedì 19 ottobre 2026

The long walk

In una versione distopica del presente, la dittatura militare al comando degli USA istituisce annualmente una marcia al cui vincitore andranno desideri esauditi e ricchezze illimitate. Ovviamente, trattandosi di una dittatura sanguinaria, la marcia non è esattamente una competizione sportiva. Si tratta infatti di una gara di resistenza dove i partecipanti, cinquanta volontari selezionati tra milioni di giovani, dovranno camminare senza sosta ne linea di traguardo, alla velocità di almeno tre miglia l'ora (oltre cinque km/h). L'ultimo a restare in piedi vince. Chi rallenta o si ferma, non importa il motivo, viene fucilato seduta stante. Raymond è uno dei partecipanti e ha un piano ben preciso che esula dalla ricompensa economica.

E' un pò un occasione persa questa attesa trasposizione dell'omonimo romanzo di Stephen King (scritto con lo pseudonimo di Richard Bachman in prima edizione nel 1979). Solo un pò perchè la riduzione di Francis Lawrence (tutta la saga di Hunger Games, prequel inclusi) a mio avviso imprime delle forti suggestioni, del tipo che ci ripensi anche giorni dopo aver visto il film. E non è comunque banale riuscire a coinvolgere per quasi due ore lo spettatore riprendendo persone che per tutta la durata della pellicola camminano parlando tra loro. Vero, ci sono le uccisioni a "punteggiare" lo sviluppo della storia ma anch'esse, ad un certo punto, anche per una precisa scelta narrativa, finiscono sullo sfondo.

C'è però una ragione precisa se il film alla fine delude, ed è legata alle aspettative che vengono generate da scelte anche visivamente coraggiose nella prima parte della pellicola, che ti fanno sperare in uno sviluppo che esca dai solchi del già visto. C'è ad esempio un aspetto che nei film non solo mainstream è bandito. Persino nelle commedie demenziali che agiscono su sketch scatologici con continui riferimenti alle feci non viene mai mostrato esplicitamente l'atto della deiezione in sè. Ebbene Lawrence qui ci mostra tutto ed è totalmente giustificato in quanto rispondente ad una banale domanda del pubblico: ma se per giorni e giorni non ti fermi mai (neanche per pisciare, come canta il sommo) come fai con le normali esigenze fisiologiche? La risposta ci doveva essere e si è deciso di mostrarla per ben due volte senza edulcorarla, forse farà ridere (chissà perchè la merda fa ridere anche adulti sviluppati) ma l'ho trovato, come detto, coraggioso in una pellicola commerciale non girata da John Waters. 

Poi però si arriva alle dolenti note. La caratterizzazione dei personaggi, un pugno di ragazzi disperati che si consegna a morte certa preferendola all'agonia del vivere quotidiano di una dittatura totalitaria e spietata, riesce a farti inizialmente empatizzare, soprattutto con la manciata di protagonisti, ma col passare del tempo ti sembra che soprattutto i comprimari manchino del tutto di una caratterizzazione che giustifichi i loro comportamenti (penso soprattutto al character stronzo interpretato da Charlie Plummer o al belloccio cinico Garrett Wareing). La chimica tra i protagonisti Cooper Hoffman (Licorice pizza, Old guy, Artificial - il prossimo Guadagnino -) e David Jonsson (Alien: Romulus e qualche serie) funziona bene a patto di farsi portare dalla storia senza troppi approfondimenti, ma, anche così, il tutto va in frantumi quando, dopo cinque giorni ininterrotti di marcia, con una distanza coperta che è pari a quella tra Milano e Roma, i due perdono ogni credibilità per come vengono mostrati: certo un pò "stanchini", ma non devastati nel fisico e nella psiche, per la tortura psicologica cui hanno partecipato. Da lì ad un finale sbagliato e raffazzonato il passo è breve e segna anche la più grande distanza dalla chiusura del romanzo, che lasciava sgomenti, allucinati e disperati come l'unico superstite. 

Chissà perchè mi è tornato in mente un altro film che, anch'esso attraverso una gara di resistenza, denunciava l'alienazione e l'indifferenza, il cinismo, i guasti del sistema capitalistico e arrivistico degli USA in relazione ai giovani, ma senza usare la carta della distopia. Era Non si uccidono così anche i cavalli? titolo del 1969 di Sydney Pollack, che metteva in scena una verosimile (per i canoni americani), estenuante gara di ballo, con inevitabile e preannunciata tragedia finale. Ma lì, in epoca di nuova Hollywood, a differenza di oggi, si poteva, anzi era quasi obbligatorio, chiudere con un finale abrasivo per lo spettatore.

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