giovedì 9 luglio 2020

Black tide - Un caso di scomparsa (2018)

Black Tide - Film (2018) - MYmovies.it

Abbiamo fatto tristemente il callo allo stravolgimento dei titoli originali dei film stranieri nella distribuzione italiana, ma il cambio del titolo di un film francese, con un titolo... in inglese è la novità che mancava. E' la seconda volta in poco tempo che mi capita, il precedente era Frères ennemies tradotto con l'inglese Fratelli nemici, ora è la volta di Fleuve noir (fiume nero), tradotto appunto con Black tide (marea nera). Forse gli autori di queste genialate non sanno della solida tradizione di noir / polar francese e pensano che il pubblico sia più attratto da un film se pensa sia americano. Chi lo sa. 

Dopo questa lunga e nerdissima premessa, vado al dunque.
A prescindere dal titolo, questo è un film (tratto dal romanzo Un caso di scomparsa dello scrittore israeliano Dror Mishani) davvero valido, come solo certi europei (o i non-americani, vista la nazionalità dello scrittore del romanzo) sanno fare, affrancandosi con autorevolezza dai modelli d'oltreoceano.
Seguiamo la vicenda di Francois Visconti (Vincent Cassel), comandante di polizia che viene incaricato delle indagini sulla scomparsa di un sedicenne, Dany. Visconti è un poliziotto totalmente allo sbando, alcolista patologico, lasciato dalla moglie, con un figlio coetaneo dello scomparso implicato in piccoli traffici di droga.
Scritta così è una trama già vista tante volte, ma in questo caso a fare la differenza è una trama ad orologeria, la progressione della storia, una sceneggiatura solidissima, un finale sconvolgente, amaro, ma al tempo stesso realistico. A fare la differenza è anche l'interpretazione di Cassel che, con il suo caracollare da sbandato, la faccia sfatta, i capelli sporchi incollati alla fronte, e i vestiti di due misure in più, al netto di qualche passaggio sopra le righe, fornisce un interpretazione indimenticabile. Non gli sono da meno Romain Duris, nel ruolo del sospettato principale e Sandrine Kiberlain, nella parte della madre di Dany.
Dei punti di forza del film ho detto, aggiungo che anche il fato dei due adolescenti, lo scomparso e il figlio di Visconti, che sarebbe stato trattato in maniera ben diversa e paternalistica in altre latitudini, qui trova un epilogo di grande efficacia.

Una perla per appassionati del vero noir.

lunedì 6 luglio 2020

MFT, maggio-giugno 2020

ASCOLTI

Body CountCarnivore
Brian FallonLocal honey
Buju Banton, 'Til Shiloh
Cirith UngolForever black
Code Orange, Underneath
CruachanA celtic legacy
Dead KennedysMilking the sacred cow
DissectionStorm of the light's bane
Hayseed DixieBlast from the grassed
Heaven Shall Burn, Of truth and sacrifice
Hot Country KnightsThe K is silent
Judas PriestPainkiller
Kingdom ComeST, 1989
Lady GagaChromatica
Lucinda WilliamsGood souls better angels
Mark LaneganStraight songs of sorrow
Matt WoodsNatural disasters
Ritmo TribaleLa rivoluzione del giorno prima
Steve Earle and The DukesGhosts of West Virginia
WolfmotherRock 'n' roll baby
Avatarium, The fire I long for
Black FlagDamaged

On the Road With Black Flag: Henry Rollins' 1986 Essay | SPIN


VISIONI

Il promontorio della paura (1962) (4/5)
Un milione di modi per morire nel west (2,5/5)
The irishman (4/5)
The aviator (3,5/5)
Titanium (3/5)
Hell or high water (3,5/5)
The rover (3,5/5)
Deathgasm (3,5/5)
La notte non aspetta (2,5/5)
Bright (2,5/5)
Runner runner (2,5/5)
Ready player one (3,75/5)
Sogno di una notte di mezz'età (2/5)
Il colpo del cane (3/5)
Confessioni di una mente pericolosa (3/5)
Agents secrets (1/5)
Blue ruin (4/5)
Green room (3,5/5)
Smetto quando voglio - Ad honorem (3,5/5)
Re per una notte (4/5)
Ultras (2020) (2,5/5)
Return to sender (2015) (1/5)
The Post (3,5/5)
Un figlio all'improvviso (1,5/5)
In Bruges (3,75/5)
Red (2008) (3,5/5)
La mia vita da vampiro (3,75/5)
These final hours (3,75/5)
Soldado (3,5/5)
La terra dell'abbastanza (3,75/5)
Spenser Confidential (1,5/5)
The road (3,5/5)
Hold the dark (3,5/5)
Cell block 99 - Nessuno può fermarmi (4/5)
Thermae Romae (3,5/5)
Undisputed (3/5)
Run all night - Una notte per sopravvivere (2,75/3)
Kill the irishman (3/5)
The raid 2 (4/5)
44 inch chest (2,75/3)
Time to hunt (3,75/5)
Il tunnel dell'orrore (1981) (3/5)
Fast & Furious - Hobbs & Shaw (2,25/5)
Un uomo qualunque - He was a quiet man (2/5)
Alita - Angelo della vendetta (3,5/5)
Gemini man (2/5)
The vanishing - Il mistero del faro (3/5)
Una sull'altra (3/5)
Triple frontier (2,5/5)
Fratelli nemici - Close enemies (3,5/5)
Q&A - Terzo grado (4/5)
Ubriachi d'amore (2019) (1/5)
I peggiori (3/5)
Promise land (2012) (3,5/5)
C'eravamo tanto amati (5/5)
Rapinatori (3/5)
Da 5 Bloods (2/5)
Black tide - Un caso di scomparsa (4/5)
The factory (2012) (3/5)
Il grande salto (2019) (3/5)
La prima pietra (3/5)
Le verità sospese (2/5)
Un maledetto imbroglio (4/5)
Niente da nascondere (4/5)
Caos (2005) (1,5/5)
I miserabili (3,5/5)
Timecrimes (4/5)
Ormai è fatta! (3/5)
Le mani sulla città (5/5)

Francesco Rosi - Le mani sulla città 1963 | Documentari, Cinematografia,  Città

Visioni seriali

Mindhunter, st. 1 e 2 (3,5/5)

LETTURE

Joseph Heller, Comma 22
Filippo Pagani, Dr Feelgood

giovedì 2 luglio 2020

The factory (2012)

The Factory [DVD] by John Cusack: Amazon.it: Christian Bale ...

Una bella sorpresa, questo The factory. Un thriller/poliziesco con serial killer che inizia come tanti, con un assassino di prostitute che, per una svista, va a rapire proprio la figlia dell'ispettore (John Cusak) incaricato assieme ad una collega (Jennifer Carpenter) delle indagini sugli omicidi. 
Tutto già ampiamente visto. 
Nello sviluppo della trama però il film risale le posizioni della classifica dell'ovvio, per arrivare ad un notevole e amarissimo colpo di scena finale che lo piazza sicuramente tra i thriller più interessanti degli ultimi anni. 
Se non va giudicato un libro dalla copertina, neanche un film dalla sua prima mezz'ora. 
Da recuperare.

Ritorno al cinema! (+ I miserabili)

Qualche tempo fa avevo mestamente pubblicato un post nel quale lamentavo la chiusura del bel multisala della mia città. Per pigrizia o semplice dimenticanza non ho più aggiornato il blog su questa vicenda, che è finita bene, dato che la struttura cinematografica è stata poi rilevata da uno dei marchi più autorevoli e seri in questo ambito (quindi non UCI...), che l'ha rilanciata.
Di conseguenza ho ripreso con una certa regolarità a frequentare il cinema, finchè non è arrivato lo stramaledetto coronavirus a fermare tutto.
La novità è che da qualche giorno sono accessibili le arene estive, e da noi c'è uno spazio davvero suggestivo per vedere i film sotto le stelle (come potete vedere qui sotto), e così, ad oltre quattro mesi dall'ultima volta (nella quale se le mie liste non mentono avevo visto il pessimo Birds of prey), sono tornato a sognare su grande schermo.



L'occasione era imperdibile non solo per un aspetto affettivo ma soprattutto perchè il film in programmazione era ben evidenziato nella mia lista di titoli da vedere.
Si tratta de I miserabili, che non è l'ennesima trasposizione del romanzo di Hugo, ma che con quell'opera ha volutamente punti di contatto, non solo per la location in cui si svolge la storia (Montfermeil), ma anche per l'afflato sociale e lo sguardo disincantato sui bambini di strada, trasportato dal XIX al XXI secolo, che la contraddistingue.

La macchina da presa (molto spesso a mano) sta costantemente addosso ai protagonisti di questa storia, da una parte tre poliziotti della BAC (Brigata Anti Criminalità) che pattugliano le strade delle periferie più pericolose di Parigi, quelle della Banlieu 93, dall'altra l'umanità varia, soprattutto ragazzini, che popolano quegli alveari abitativi. Della squadra di agenti fanno parte Chris, poliziotto "cattivo", violento e senza scrupoli; Gwada, storico partner di Chris, di origini africane e di religione musulmana, che cerca di mediare gli eccessi del collega, e Ruiz (interpretato da Damien Bonnard, Dunkirk e L'Ufficiale e la spia)  l'ultimo arrivato, la parte "buona" del gruppo.
Il punto di svolta della storia avviene quando un ragazzino, Issa (interpretato con straordinaria espressività dal piccolo attore Issa Perica) che vive più per strada che in famiglia, ruba un cucciolo di leone da un circo, i cui proprietari minacciano azioni violente contro tutta la comunità nel caso l'animale non fosse ricondotto da loro.
Da qui un'esacaltion di avvenimenti che segneranno per sempre la vita di Issa e di tutti i protagonisti della vicenda, fino al claustrofobico finale.

Film pluripremiato in Francia e candidato all'Oscar, questo I miserabili è sicuramente una produzione valida, che punta i riflettori su un pezzo di società francese con le sue infinite problematiche e le tante contraddizioni, riuscendo (in questo il regista e co-sceneggiatore di origini maliane Ladj Ly è molto efficace) a non prendere quasi mai le parti di una o l'altra fazione. Certo, le denunce sui metodi della polizia sono esplicite (molto bravo in questo senso il poliziotto Chris, interpretato da Alexis Manenti), ma anche l'ipocrisia di chi dovrebbe tutelare la comunità della banlieu e invece tenta di trarne guadagno è resa bene. Chi ne esce meglio è la comunità islamica, Imam ed ex delinquenti che cercano, attraverso gli insegnamenti del Corano, di togliere i ragazzini dalla cattiva strada. 

Insomma, I miserabili di Ly dà l'impressione di voler intrecciare il romanzo di Hugo con I 400 colpi di Truffaut e, inevitabilmente,con L'odio di Kassovitz, riuscendo in qualche modo nella suggestione, ma, per quanto mi riguarda, almeno dopo una singola visione, senza l'esaltazione critica che ho letto in giro.

I Miserabili - Film (2019) - MYmovies.it

lunedì 29 giugno 2020

Avatarium, The fire I long for (2019)

AVATARIUM - The Fire I Long For

Tra le tante formazioni che si rifanno al classic metal, gli svedesi Avatarium sono forse tra quelle che sono riuscite maggiormente ad imporre un sound riconoscibilissimo e sufficientemente personale. La band, che nasce su impulso del bassista Leif Edling, ex Candlemass, che rimarrà negli Avatarium lo spazio dell'album di debutto, pur mantenendo l'impronta stilistica doom, anche grazie all'inconfondibile contributo della singer Jennie-Ann Smith è riuscita a muovere su territori meno rigidi del genere coniato dai Black Sabbath (sempre presenti comunque, nei fraseggi di chitarra di Marcus Jidell).

The fire I long for (titolo poetico e suggestivo) è il quarto frutto in sei anni del combo, che non cade troppo lontano dal robusto albero del mood che ha contraddistinto i precedenti lavori (soprattutto Hurricanes and halos, del 2017), una costante tensione drammatica, testi molto evocativi, viaggi anche lisergici cuciti tra le chitarre di Jidell e le tastiere di Rickard Nillson. 
Mancano forse i pezzi più lunghi e blues oriented del disco precedente (mi sovvengono Medusa, The sky at the bottom of the sea; When breath turns to air), "compensati" da una maggiore fruibilità dei pezzi, alcuni dotati di potenziale mainstream, come Rubicon; Lay me down; Shake that demon, mentre la title track è forse il brano dotato di maggiore pathos e componente onirica.
Un buon album, che ha forse il limite di non aggiungere molto alla carriera del gruppo, non gli fa compiere un salto commerciale ne è coraggioso a sufficienza per stravolgere quanto fatto finora. Tuttavia, come scritto in premessa, la band ha un suo stile definito ed immediato. 
E di questi tempi non è davvero poco.

giovedì 25 giugno 2020

Da 5 Bloods

Da 5 Bloods dal 12 Giugno su Netflix il film di Spike Lee

Raramente mi sono trovato così in disaccordo con la critica cinematografica in merito al giudizio di un film. Mi è successo con Da 5 Bloods, il nuovo Spike Lee, uscito da poco per Netflix, indiscriminatamente incensato dai recensori e per me al limiti dell'inguardabile.
Il dito del regista americano è rivolto verso la più grande ossessione americana, il Viet Nam, ma indica, questo è evidente, la luna della questione razziale e discriminatoria dei neri americani. Il plus sta sicuramente nell'aver inserito elementi di contrasto alla consueta narrazione della comunità nera, come ad esempio un protagonista afroamericano (Paul/Delroy Lindo) a sua volta trumpiano e intollerante (verso messicani ed asiatici), a far riflettere su come il seme del razzismo continui a germogliare ovunque, analogamente a quello del rancore dei vietnamiti per le crudeltà commesse dall'esercito USA. Se vogliamo parlare degli elementi positivi della pellicola dobbiamo però fermarci qui, perchè per il resto l'impianto filmico è di una bruttezza talmente rara da pensare che l'abbia girata il criceto di Spike, mentre regista faceva trekking nella foresta.

D'accordo, la trama (cinque veterani della guerra in Viet Nam tornano nel Paese asiatico per recuperare una cassa di lingotti d'oro - sic!- e trovare le spoglie del loro amico e leader morto in battaglia) è solo una scusa, un gigantesco MacGuffin, per parlare delle tensioni odierne, però si sarebbe potuta fare la stessa operazione con una storia e una messa in scena degne di tale nome e della storia di Lee.
Evidentemente la verosomiglianza con la realtà non interessava il regista che (SPOILER)  manda cinque settantenni nella giungla, li fa inciampare in centinaia di lingotti d'oro "sepolti" da cinquant'anni sotto due centimetri due di terriccio e lo stesso fa con i resti dell'amico, ritrovati nelle medesime modalità, con ancora la piastrina col nome al collo. Poi li fa saltare su mine inesplose, li piazza in un conflitto a fuoco che è un massacro di americani, vietnamiti e francesi dai quali i superstiti non subiscono conseguenze penali e se ne tornano sorridenti e miliardari in America. 
Le cinque o sei persone che leggono questo blog sanno benissimo il mio posizionamento politico, quindi non devo stare qui ad affermare quanto concordi con lo Spike pensiero, ma, davvero, qualche anno fa il Maestro avrebbe scelto forse metafore più colte di un berretto con lo slogan di Trump ("make America great again", in realtà rubata da un discorso di Reagan) gettato sul cadavere di un nero, per fare denuncia sociale.

Film dal messaggio politico forte e totalmente condivisibile che però si mangia tutto il resto. Peccato.

lunedì 22 giugno 2020

Body Count, Carnivore

BODY COUNT - Carnivore

Da quando, nel 2014, Ice-T, assieme al fido chitarrista Ernie C, ha definitivamente riattaccato la spina al progetto Body Count, sono ben tre gli album usciti in sei anni. D'altro canto Ice-T è un uomo impegnato. Non tanto dalla sua carriera di rapper, sostanzialmente interrotta dal 2006, ma da quella di attore, ben più intensa, nella quale l'artista del New Jersey ha già partecipato a un centinaio tra film e serie TV, dal 1984.
Ma noi ai Body Count siamo particolarmente affezionati, da quel debutto cattivissimo e sboccato scolpito a fuoco nella memoria (io l'ho scoperto un pò in ritardo...) a questo Carnivore, qualcosa è cambiato, ma l'attitudine è sempre quella, si pesta giù sempre duro, nella commistione tra rap e metal più autorevole (e resistente) che c'è in giro.
Si preme play e la title track attacca i vegani come nell'immagine della copertina di Vulgar display of power dei Pantera, cioè con un metaforico pugno in faccia. Il pezzo non è tra i puoi veloci, qualche urlo in growling e tanto spazio ad Ernie C, alla chitarra, ma insomma, Ice-T, come da costume non le manda a dire.
La tracklist di undici pezzi è messa assieme con diverse collaborazioni, una cover ed alcuni recuperi di vecchie tracce del periodo rap. 
Capitolo ospitate: per Point the finger troviamo Riley Gale dei grandi Power Trip e dentro Another level il duetto è con Jamey Jasta degli Hatebreed. 
C'è poi la cover di Ace of spades dei Motorhead, aperta da un breve spoken di ricordo per Lemmy, suonata alla grande con tutti i Motorhead superstiti. L'iniziativa è più che apprezzabile, ma se Ice-T avesse scelto un pezzo meno sputtanato e stra-noto? 
Nei recuperi del periodo rap, sottoposti alla cura Body Count, ci sono l'indimenticabile Colors, pezzo portante del film omonimo del 1988 di Dennis Hopper con Sean Penn e Robert Duvall che per la prima volta portò al grande pubblico la "guerra" di L.A. tra le gang dei Crips e dei Bloods, e addirittura il primo successo di Ice-T, quel 6 in tha morning del 1987 sempre gentilmente dedicato ai ragazzi della LAPD.
I pezzi da headbanging selvaggio (pericoloso per rocker della mia età...) sono sicuramente Another level e  Bum rush.
Tra influenze hardcore-punk, thrash, doom, sludge e passaggi alla Rage Against The Machine, mi sembra che anche questa volta ci sia tutto.
Non il disco dell'anno, ma restate indifferenti, se potete.

giovedì 18 giugno 2020

Vita da vampiro (2014)

Vita da vampiro (2014) - Streaming | FilmTV.it

Dopo Deathgasm, un altro film neozelandese che è già diventato un piccolo grande culto.
Vita da vampiro (in originale What we do in the shadows, con questo titolo è stata lanciato anche uno spin-off sotto forma di serie tv) esce nel 2014, ma da noi arriva direttamente in home video solo quattro anni dopo e, attraverso lo stile mockumentary, racconta la storia di un gruppo di vampiri molto diversi tra loro per età (sarebbe più corretto dire epoche), abitudini, stili di vita e cultura, che condividono una casa a Wellington e che, per un certo periodo di tempo, vengono "seguiti" costantemente da una troupe cinematografica.
La macchina da presa li tallona nel quotidiano (che comprende ovviamente i loro "pasti"), nei loro spostamenti, nelle trasformazioni e nei (difficili) rapporti sociali.
Il film è una delle cose più divertenti viste negli ultimi anni. 
Se dovessi segnalare le sequenze più spassose non basterebbe lo spazio che di norma riservo a questi post, tuttavia cito, per sommi capi: il rapporto con l'umano tuttofare Stu; l'iniziazione ad internet; la masturbazione di Viago dentro la bara; il rapporto di odio/amore con i licantropi e con le altre creature del male; l'incredibile festa tra freaks. 
Ma è davvero l'intera messa in scena a risultare irresistibile, a partire dai racconti autobiografici di presentazione dei vampiri.
I protagonisti principali, Viago e Vladislav (interpretati dai due registi Taika Waititi e Jemaine Clement) sono caratteri che difficilmente dimenticherete nel loro essere al tempo stesso naif, ingenui e, quando serve, spietati, ma sempre nel modo più infantile, spontaneo, aristocratico e naturale possibile.

Imperdibile.

lunedì 15 giugno 2020

Matt Woods, Natural disasters (2019)

Natural Disasters by Matt Woods on Amazon Music - Amazon.com

Doveroso recupero sull'anno appena passato, quello del quarto disco del countryman Matt Woods (lo specifico perchè con lo stesso inflazionato nome esistono almeno un DJ e un bluesman), artista al quale sono legato per motivi che non ricorderò più per evitare di essere inutilmente ripetitivo (ma se proprio volete, trovate tutto qui).
Con Natural disasters Matt Woods prosegue orgoglioso a dipingere sulla sua tela paesaggi di un'America affollata di personaggi alla deriva, intrappolati in una vita che, come nei più realistici film noir, è segnata e senza sbocchi, incastrata dentro lavori di fatica malpagati o impigliata dentro quella piccola criminalità che conduce inevitabilmente al carcere. 
In sintesi Woods è il cantore del sogno spezzato, come racconta lui stesso senza troppi giri di parole in una The dream, la cui strofa, per un particolare corto circuito tra maestro e alunno, è modellata esattamente sul pattern di Johnny 99 di Springsteen, un'altra canzone di disperazione quotidiana nelle provincia USA.

In questo disco però Matt sposta il baricentro del suo stile verso un country rock in cui il prefisso viene oscurato a favore di una maggiore esigenza blue collar, come risulta evidente dal biglietto da visita dell'opener Blue-eyed wanderer.
Si perde insomma un pò di introspezione e si guadagna in termini di impatto, ma il messaggio non cambia. Lo sguardo da street poet del cantautore è ben focalizzato sui mali della provincia, individuando negli ottanta reganiani le cause di questo disastro (Sitcoms) per arrivare, con Cold civil war, all'analisi della situazione attuale (torna lo spettro dell'ex attore presidente: "Dad votes Reagan afraid of the nukes/ Made sure that momma did too/ We grew up watching live on TV/ what fear can make people do").
Natural disasters è, a suo modo, un (altro) disco di denuncia, ma sarebbe un errore pensare ad un mattone inascoltabile, perchè viaggia saldo sui binari di un rock popolare che non rinuncia mai alla melodia e, spesso, al ritornello catchy. Hey, heartbreaker, ad esempio, col suo essere sospesa tra i REM e i Counting Crows, fosse uscita nei novanta sarebbe stata un singolo di sicuro successo radiofonico.
E invece niente, Matt Woods continua a fare dischi belli e ispirati, che escono sottotraccia, ignorati dal pubblico. Speriamo vivamente che non si arrenda, il folk rock americano, soprattutto di questi tristi tempi, ha disperatamente bisogno di uno come lui.

giovedì 11 giugno 2020

Jeremy Saulnier: Blue ruin e Green Room

Torno al recente format "un regista per due film". 
Dopo S.C. Zahler passo ad un altro giovane e molto interessante film director.
Jeremy Saulnier (Virginia, 1976), che di certo abbraccia un campo di interessi non paragonabile a quelli di Zahler, ma che dietro alla macchina da presa e davanti ad foglio bianco dimostra indiscusso talento.
I suoi due film che ho visto in sequenza sono Blue ruin, del 2013 e Green room di due anni successivo, entrambi disponibili sulla piattaforma Amazon Prime.

Blue Ruin (2013) - Streaming | FilmTV.it

Dopo il film a low budget Murder party, molto ben accolto dalla critica ma quasi totalmente ignorato dal pubblico, Saulnier è praticamente rassegnato a dover abdicare da ogni aspirazione di carriera nel cinema. Fortunatamente gli amici e i colleghi lo spronano a non desistere, e in particolar modo l'attore Macon Blair lo incoraggia, non solo dal punto di vista morale ma anche da quello economico ad investire in nuovo film, colpito dall'intensità di una sceneggiatura che il regista gli ha fatto leggere. Nasce così Blue ruin, altro progetto a basso costo, in buona parte finanziato dallo stesso Saulnier e da Macon, al quale viene affidato il ruolo da protagonista.
Assistiamo alla vicenda di Dwight (Macon Blair), talmente sconvolto dall'omicidio dei suoi genitori da essersi ridotto a vivere alla giornata e ad usare come casa la sua vecchissima auto.
Il punto di svolta per la vita di Dwight (e per il film) è la notizia che l'assassino dei genitori sta per essere scarcerato. Questo dona finalmente a Dwight uno scopo, quello di rintracciarlo e ucciderlo, per fare giustizia e trovare una sua serenità. 
Ma se vi aspettate un revenge movie ottuso e fascista siete fuori strada, perchè questo è davvero solo lo spunto iniziale della pellicola (non credo di spoilerare troppo se rivelo che il confronto tra il protagonista e la sua vittima si conclude già nei primi venti minuti di narrazione) che presto si apre ad altri, tragici scenari.

Blue ruin è un'opera che non fa mai pesare allo spettatore la propria limitatezza di mezzi. Saulnier ci mostra la faccia di un'America che gli appassionati di crime conoscono, ma che, per ovvie ragioni, non è quella più nota. Un'America di provincia povera, individualista, violenta e border line, nella quale ognuno rivendica e pratica il proprio diritto ad avere in casa non solo un'arma, ma un vero un arsenale, quasi aspettando con impazienza la possibilità di usarlo, magari per un banale sconfinamento di confine (tema questo che tornerà, forte, nel successivo Green room) in modo da non dover rischiare praticamente nulla con la legge, neanche fossimo ancora nelle terre di confine dell'800 tanto celebrate dalla filmografia western.
Il film ha un passo lento, che segue i tempi del disadattato protagonista, con improvvisi scoppi di violenza, tanto efficaci quanto imprevedibili, rispetto al mood della storia.
I personaggi sono tutti estremamente credibili, così come l'esito dell'odissea di Dwight. Personalmente non ho visto analogie con Hitckock o i Cohen, come altri (ben più titolati di me) hanno fatto, piuttosto, anche qui, nella messa in scena, nei paesaggi, nella sporcizia delle immagini e nella storia, con certo cinema dei settanta che poteva permettersi tempi e modi oggi totalmente  indigesti per la gran massa del pubblico moderno.

Green Room | Recensissimo

Nel 2015 Saulnier scrive e dirige Green room, la storia degli Ain't Rights, una band hardcore punk che si arrabatta in giro per l'Oregon su un furgone scassato per pochi dollari di compenso, in locali di infima categoria, senza riuscire mai ad andare nemmeno in pari, al punto che è sul punto di sciogliersi.
Per riparare all'annullamento di una data prevista, un loro conoscente gli organizza un concerto in un locale sperduto nei boschi di Portland, ritrovo abituale di skinhead, neo-nazisti e suprematisti bianchi. La band è ovviamente perplessa, ma la prospettiva di un buon cachet e la presenza in cartellone di un gruppo noto (i Cowcatcher) li convince a mettersi in viaggio.
Gli Ain't Rights suonano il loro set, vengono regolarmente pagati, ma quando tornano in camerino per recuperare le proprie cose assistono a qualcosa che gli impedirà di lasciare il posto, mettendo a rischio la vita di ognuno dei componenti del gruppo, barricato nel camerino.

Fosse anche un film brutto, questo Green room, basterebbe la scena nella quale gli Ain't Rights decidono di suonare in faccia a decine di nazistoidi Nazi punks fuck off dei Dead Kennedys, per fargli guadagnare pieno rispetto. Così come, per ogni appassionato di musica, la scena dove viene proposto il consueto gioco sull'unica band da portare sull'ipotetica isola deserta, il cui nome cambia radicalmente in condizioni normali piuttosto che in punto di morte. Ma siccome un film in cui si suona in faccia alla feccia nazista quella canzone dei Dead Kennedys non può in alcun modo essere un brutto film, ecco che quelle sequenze  rappresentano solo l'antipasto di un'opera tesa, violenta e angosciante.
Rispetto a Blue ruin, questo lavoro di Saulnier viaggia veloce su un ottovolante adrenalico e con una tensione che non ti molla mai.Qualcuno, dovendo dargli un genere, lo definisce un horror, a me sembra, nonostante, certo, il sangue scorra a fiumi, di essere dalle parti del film d'assedio, Carpenter docet, anche per i riflessi sociali e politici radicati nella rappresentazione.
L'attore feticcio (nonchè amico del cuore) Macon Blair interpreta qui un ruolo secondario, ma importante, quello del gestore del locale con un ruolo incerto nell'organizzazione di suprematisti agli ordini di un misurato ma forse proprio per questo terrificante Patrick Stewart, nei panni di Darcy Banker.
Il ruolo di Darcy è centrale nel film. Infatti nonostante tutto l'odio che possiamo provare per questa gente con le svastiche tatuate sul corpo, dal film risulta evidente come molti di loro siano ragazzi persi, catturati nella rete di un pericoloso affabulatore che ha dato loro una causa e un gruppo nel quale riconoscersi. Bene anche i protagonisti principali Anton Yelchin (nei panni del chitarrista Pat) e Imogen Poots (Amber). Insomma, un ottimo film, meno autoriale ma più divertente di Blue ruin con il quale però condivide sguardo lucido, critico e spietato sulla provincia americana.

Su Netflix è disponibile l'ultimo film del regista, Hold the dark. Conto di recuperarlo.

lunedì 8 giugno 2020

Discovering Elton John (in the seventies)

A Beginners Guide to Elton John | Backseat Mafia

Nei miei primi anni ottanta vagavo senza direzione e soprattutto senza una guida che potesse incanalare la mia insaziabile fame di musica. Col senno di poi, almeno fino al termine del decennio, mi sono perso buona parte della musica che contava, orientandomi, coi pochi soldi a disposizione per acquistare i dischi (uno al mese, non di più, e se sbagliavi titolo te lo tenevi), per fortuna sul metal e sul rock americano, ma anche su molto di quello che passava, attraverso i video musicali, in televisione o alla radio.
Era inevitabile che in questo procedere a tentoni mi conducesse anche dalle parti di Sir Elton John. Il primo approccio fu con l'album Reg Strikes back, del quale mi piacevano i singoli I don't wanna go with you like that e Words in spanish. Da lì all'inevitabile greatest hits il passo fu breve. Poi, per fortuna, arrivarono i novanta e del buon Reginald e di quel pop iper prodotto con l'effetto di batteria gated reverbe non sentii più il bisogno.
Fino all'anno 2019, quando la visione del coloratissimo biopic Rocketman ha riacceso la mia curiosità.
E' grazie a quel film che ho scoperto l'Elton John degli esordi, quando era un'artista eccitante e cool che, grazie alla collaborazione con uno più prolifici parolieri di tutti i tempi, Bernie Taupin, sfornò dieci album nei primi sei anni di carriera, dal 1969 al 1975. Un entertainer dai concerti energici, dove si produceva in esibizioni atletiche, come il famoso salto sul pianoforte immortalato in molte fotografie dell'epoca.

Ecco in quell'irripetibile periodo di ispirazione, più in particolare fino al 1973 con l'apice creativo Goodbye yellow brick road, ho scoperto una vera e propria vena d'oro satura di soul, virtuosismi pianistici imbullonati dentro la tradizione ragtime e honky tonk americana, accenni di blues e di rock and roll, finanche country, ballate piene di pathos.Tutta roba mai entrata in nessuna raccolta di successi. Pazzesco.
Per fare qualche rapido esempio parto dal pezzo cardine del film, cantato anche dall'attore Taron Egerton sui titoli di coda, vale a dire Take me to the pilot, dall'album eponimo del 1970. Un pezzo con un crescendo incredibile, ricolmo di soul e di arroganza, letteralmente irresistibile. Si potrebbe poi passare a Ballad of a well-known gun (Tumbleweed connection, anch'esso 1970), con il suo intro di chitarra nervosa, country-rock, che si apre poi ad un'altra grandiosa melodia soul e un inaspettato, strepitoso, solo di chitarra di Caleb Quaye. Nello stesso lavoro Country comfort, che torna ad accarezzare con classe e leggerezza lo stile country. Taccio su Tiny dancer (Madman across the river, 1971) perchè è criminale non conoscere questa ballata e passo alle tracce contenute nell'album Don't shoot me, I'm only the piano player (1973). Questo disco, sicuramente ricordato per le mega hits Crocodile rock e Daniel, contiene perle di altissimo valore come Elderberry wine; Teacher I need you o Have mercy on the criminal.
Nel capolavoro Goodbye yellow brick road non si può fare a meno di segnalare la lunga opener Funeral for a friend, incredibile esercizio diviso in due movimenti, il primo in stile progressive e il secondo che sfocia in un rocchettone seventies.
Chiudo questa breve carrellata di brani, come si usa dire: esemplificativi ma non assolutamente esaustivi del fantastico periodo preso in esame, che, anche presi singolarmente avrebbero fatto la fortuna di qualunque cantante, con l'album Honky chateau, quello di Rocketman, che porta a casa una incantevole, esplosiva e, suppongo, autobiografica I think I'm going to kill myself e una ballata come Mona Lisas and Mad Hatters.
Ecco, questo è solo un accenno di quello che è stato capace di creare, assieme a Taupin,Elton John in quell'irripetibile periodo. Le mie considerazioni probabilmente suoneranno ovvie per molti, che già conoscevano il primo repertorio del cantante inglese, ma se potessero invece servire anche ad un solo lettore per riscoprire, come è capitato a me, tanta musica eccellente, ecco, mi accontenterei.

giovedì 4 giugno 2020

Il tempo dei cani pazzi (1996)

Il tempo dei cani pazzi (1996) - Trama, Citazioni, Cast e...

Da quando ho iniziato a mettere il voto accanto alla lista dei film visti nei miei consuntivi bimestrali, non è mai capitato che piazzassi ad un titolo un "s.v." (senza voto). 
Siccome l'ho fatto per Il tempo dei cani pazzi, mi sembra giusto spiegarne il motivo.
Questa pellicola, che si inserisce nel filone gangster movie, è semplicemente una delle produzioni più senza senso che abbia mai visto. Talmente sfasata che è difficile pensare sia frutto di incompetenza tecnica, e che, piuttosto, sia stata pensata proprio con questo scopo.
A fronte di un cast lussuoso, tra personaggi principali (Richard Dreyfuss; Gabriel Byrne; Jeff Goldblum; Ellen Barkin; Diane Lane) e camei (Gregory Hines; Burt Reynolds; Richard Pryor; Billy Idol; Paul Anka; Henry Silva), il regista (nonchè sceneggiatore e attore, nel ruolo di Falco) Larry Bishop riesce a mettere insieme un puttanaio senza capo ne coda, una storia incomprensibile, dei dialoghi al livello di The room (considerato il più brutto film della storia del cinema, celebrato da The disaster artist), e infine una regia allucinante, tra carrellate, ralenty e primi piani piazzati letteralmente alla cazzo.
Gli attori appaiono, comprensibilmente, spaesati, incastrati in characters che li obbligano a recitazioni costantemente fuori dalle righe, in un film che sembra una parodia dei gangster movie, ma non sembra rendersene conto.
L'incredulità ti assale e ti chiedi come sia possibile con un budget importante e un cast di questo livello assistere a qualcosa di così sconclusionato e surreale.
E allora ti sovviene che la chiave di lettura possa essere proprio questa, una colossale presa per il culo dello spettatore avvezzo a questo genere cinematografico, diversamente non si spiega il perchè ai tre personaggi principali vengano dati nomi che si distinguono tra loro in pratica solo per la prima consonante (Vic, Mick, Nick). 
In pratica un colossale trip di acido elargito gratuitamente a tutti. 
Una specie di The ring in cui dopo la visione non si muore, ma si viene presi da visioni lisergiche. 
Per questo, un film così, un'esperienza extrasensoriale, non può essere giudicato contenendosi dentro il limitato perimetro di un voto. Gioca in un altro campionato.

lunedì 1 giugno 2020

Biff Byford, School of hard knocks

BIFF BYFORD - School Of Hard Knocks

Anche se sono due (Byford e il chitarrista Paul Quinn) i membri storici dei Saxon presenti dal primo disco del 1979, tre se consideriamo anche Nigel Glocker, con la band dal 1981, è innegabile che ormai l'inossidabile gruppo inglese sia a tutti gli effetti una one man band saldamente nelle mani di Peter Rodney "Biff" Byford.
Pertanto, se il cantante ha sentito l'urgenza di uscire con un disco a proprio nome ad oltre quattro decenni dal suo debutto, avrà avvertito anche l'impellente esigenza di dire cose diverse da quelle espresse con il monicker che l'ha reso famoso, almeno in ambito heavy metal. 
Giusto?
Evidentemente no, perchè, nonostante i primi versi dell'opener Welcome to the show ("I've been waiting for this ever / and now we're here"), non si capisce davvero il senso di un disco che fondamentalmente non si discosta dalla roba dei Saxon.

School of hard knocks dietro una copertina, quella sì molto suggestiva e lontana dalle cover saxoniane, arriva dopo un brutta battuta d'arresto causata da serie complicazioni alla salute di Byford che l'hanno costretto prima ad un'operazione al cuore e poi ad un ovvio periodo di inattività, ma non lascia respirare all'ascoltatore nessuna emozione particolare legata all'eccezionalità del progetto o ai problemi dell'autore.
Il disco muove infatti su sintonie che spostano impercettibilmente il baricentro heavy dei Saxon su di un hard rock comunque molto robusto, con pezzi che, se ascoltati su uno dei recenti dischi della band, non avrebbero dato adito a nessuno di notare la differenza (Welcome to the show; la title track; Worlds collide; Pedal to the metal; Hearts of steel). 
Le poche divagazioni sono da ricercare col lanternino: nel break di genere progressive di The pit and the pendulum e nel trittico finale: la cover di Throw down the sword degli Wishbone Ash (ancora dalle parti del prog), la ballata pop folk You and me (dedicata alla moglie) e forse nella growin ballad classic rock Black and white (anche se il profumo è quello dei Saxon periodo glam).

Non un brutto disco, intendiamoci, ma un'operazione superflua quello probabilmente sì. E dire che tutto ci aspettavamo dal nostro Biff meno che fosse così poco coraggioso nel prendersi una vacanza dai suoi luoghi abituali.

giovedì 28 maggio 2020

Cell block 99 - Nessuno può fermarmi (2017)

Cell Block 99 - Nessuno può fermarmi (2017) - Streaming | FilmTV.it

Non sempre mantengo gli impegni assunti, ma a sto giro sono contento di averlo fatto, perchè con Brawl in a cell block 99 chiudo la breve ma intensa filmografia di S. Craig Zahler (recensita qui) e la chiudo col botto, cioè con la sua pellicola migliore.

Bradley Thomas (Vince Vaughn) ha avuto una giornata di merda. Licenziato a causa della crisi, torna a casa in anticipo e scopre che Lauren, la moglie (Jennifer Carpenter), ha un amante. Dopo un comprensibile scoppio d'ira sfogato sulla macchina di lei, letteralmente scarnificata a mani nude, Brad ritrova la calma, parla con la moglie e decide di dare una svolta alla loro vita, altrimenti senza sbocchi, tornando a fare il corriere della droga per Gil, un suo vecchio boss.
Passa il tempo e va tutto benone, i soldi girano e Lauren è in dolce attesa, fino a quando Gil si mette in affari con i messicani, obbligando Bradley ad un recupero di droga in mare assieme a due sgherri, appunto messicani, di cui il nostro diffida. Come prevedibile la situazione precipita e Bradley viene arrestato. In prigione scoprirà che il tempo da scontare non è il suo principale problema perchè il cartello metterà in atto contro di lui un'ignobile vendetta.
Ma Bradley Thomas non è tipo da starsene a guardare.

L'ho detto in premessa, questo è un filmone. Vince Vaughn fornisce probabilmente la sua migliore prova d'attore, e d'altro canto Zahler si gioca tutte le carte su di lui, standogli sempre appiccicato con la macchina da presa, sfruttando al massimo la sua fisicità e regalandogli un character meraviglioso: un omone calmo, intelligente, inoffensivo, almeno fino a quando non è obbligato a combattere per la vita della propria famiglia. In quel caso si trasforma in un golem dall'incedere lento ma inarrestabile, una figura dolente, drammatica, vendicativa.
Al terzo film di Zahler la mano del regista è ormai riconoscibilissima: narrazione lenta, sensazione costante di angoscia, attesa di una deflagrazione improvvisa e imminente, ultima parte violentissima.
La sequenza iniziale in cui Vaughn vandalizza a mani nude un'auto è qualcosa di sensazionale, mai vista in precedenza. Lì si intuisce tutta la personalità di Thomas, un uomo ferito e umiliato dalla vita che dà sfogo alla sua rabbia devastante senza torcere un capello alla moglie con la quale invece è poi comprensivo e consapevole dei suoi errori di marito.
Si tratta ovviamente solo dell'antipasto, perchè in galera succederà qualcosa che obbligherà Bradley a rivolgere la sua forza contro tutti quelli che gli si frappongono, siano essi secondini o altri carcerati, massacrati a mani nude in scene di lotta crude, realistiche ed efficaci come non è comune vederne.
Il finale del film, splendido, trova poi un equilibrio difficile ma perfetto, tra vendetta, violenza bruta, sentimento e persino poesia.

In un film così, che è davvero un one man show, si segnalano comunque le buone prove attoriali di Jennifer Carpenter (ripescata in un cameo anche in Dragged across concrete) nel ruolo della moglie; un terribile e glaciale Udo Kier, lo sgherro dei messicani,  e Don Johnson, lo spietato direttore della prigione, che in questa fase della carriera, attraverso piccole parti spesso da villain (Django, Watchmen la serie, Knives out, Cold in July, Machete, lo stesso Dragged across concrete, solo per citarne alcune)  sta recuperando grande dignità rispetto ad una carriera che si era arenata in interpretazioni/bancomat (qualcuno ricorda Torno a vivere da solo di Jerry Calà?).

Un gran bel film che (ri)porta il genere a vette altissime.

lunedì 25 maggio 2020

Gotthard, #13

GOTTHARD - #13

Attivi da quasi trent'anni, gli svizzeri (del Canton Ticino) Gotthard sono riusciti a a ritagliarsi un proprio spazio nell'affollato campo di riferimento dell'hard rock, riuscendo a superare momenti di stanca, terribili traumi (la morte dello storico singer Steve Lee) ed arrivando, album dopo album, alla loro opera numero tredici, che, per non sbagliare i conti, hanno titolato proprio #13.
Il cantante Nic Maeder che strilla baad neews apre le danze di questo lavoro, che da subito appare potente e di immediata presa, muovendosi agevolmente nell'ambito hard rock melodico di stampo americano, con limitatissime influenze blues (forse giusto l'intro di Man on a mission).
Per il resto riffoni ad alto contenuto di carboidrati, melodie ineccepibili per il genere, refrain potenti, ottima personalità pur dentro un genere che, per antonomasia, non ha più nulla da dire, solo regalare attimi di divertimento con canzoni fatte bene.
E qui di canzoni ben scritte e ottimamente eseguite, anche grazie alla collaborazione di Francis Rossi degli Status Quo, ne troviamo una buona raccolta: da Every time I die dove riecheggiano i Mr Big, ad una Missteria con sottofondo ritmi arabeggianti, le toste Another last time; No time to cry e l'arena rock di Better than love. In molti hanno trovato inopportuno includere nella tracklist una cover degli ABBA, io, che non ha mai sopportato il gruppo svedese, penso invece che il trattamento a cui i nostri hanno sottoposto la hit S.O.S. sia di tutto rispetto, per come è stata mutata da motivetto pop a power ballad.
La Svizzera che ci piace.

giovedì 21 maggio 2020

Deathgasm (2015)



La Nuova Zelanda non è un Paese per metallari. E infatti Brody, che si trasferisce a Greypoint per essere affidato allo zio dopo che la madre, tossica, finisce in un istituto psichiatrico per aver tentato di spompinare il Babbo Natale di un centro commerciale, è un ragazzo totalmente alienato e bullizzato, in particolar modo dallo stesso cugino che lo ospita.
Incredibilmente però a Greypont c'è anche un negozio di dischi metal, dove Brody incontra il "fratello di metallo" Zakk, che, a differenza sua, è cool, strafottente e pienamente realizzato. Assieme a lui e a due nerdissimi del liceo, metteranno su una band, i Deathgasm, e dopo aver recuperato un antico spartito e averlo suonato attraverso un doom marziale, si troveranno ad invocare, beh i peggio demoni esistenti.

Con i quattro spicci della mancia mensile, il regista, sceneggiatore e soggettista Jason Lei Howden mette su uno spettacolo folle, demenziale e, soprattutto, splatterosissimo.
Un film realizzato con effetti quasi esclusivamente analogici che rievoca il fascino delle pellicole minori degli ottanta, nelle quali, attraverso il lavoro di bravi artigiani, litri di sciroppo d'acero e metri di lattice si portavano sullo schermo mattanze ignoranti e brutali.
Deathgasm è tutto questo, condito però dall'ingrediente aggiunto della musica metal e da tanto umorismo, macabro, ma non solo, come nel caso della battaglia a colpi di cazzi di gomma e dildi o della decapitazione del cugino bullo.
Per il resto bisogna essere pronti ad un florilegio di sangue zampillante, budella che non stanno dove dovrebbero stare, peni mozzati, orbite prive dei propri bulbi oculari, crani spaccati in due e facce fresate.
Il tutto però senza prendersi mai sul serio e sempre fedeli al motto: "death to false metal"!


lunedì 18 maggio 2020

Hayseed Dixie, Blast from the grassed

HAYSEED DIXIE - Blast from the Grassed | 5055869546911

Inevitabili come la ciucca del sabato sera degli allevatori di bestiame del Tennesse (stato che ha dato loro i natali) gli Hayseed Dixie tornano con il sedicesimo lavoro in meno di vent'anni di discografia e stavolta, dietro una copertina modello compilation da cestone all'autogrill, puntano, seppur tra qualche divagazione, al pop degli anni ottanta.
Chi li conosce (e li ama) sa già cosa aspettarsi. Il sound acustico, generato esclusivamente dagli strumenti a corda dei quattro debosciati non prevede grossi stravolgimenti in tema di arrangiamenti dei brani originali. 
Le melodie, i refrain dei pezzi sono tutti lì, riconoscibilissimi già dai primi istanti.

Si parte con uno dei brani, volente o nolente, simbolo di quegli anni, vale a dire Africa dei Toto (di recente riproposta anche dai Weezer) e si entra subito nel mood. Nella parte del disco dedicato a questo periodo musicale trovano poi spazio Take on me; Tainted love; Shout; Sweet dreams are made of this; Eternal flame (il pezzo originale delle Bangles rappresenta un mio enorme guilty pleasure) e la Blue monday dei New Order.
Nella sezione slegata dal decennio da bere trovano posto i Bee Gees (Stayin alive), Elvis (la monumentale Suspicious mind), Simon & Garfunkel (Mrs Robinson), gli Abba di Dancing Queen e ... Taylor Swift (You need to calm down).
Di norma non riporto la lista completa delle canzoni che compongono un album, ma nel caso degli Hayseed parte del gioco è proprio la curiosità di scoprire quali pezzi 'sti debosciati sono andati ad innaffiare di birra e whiskey e quindi ci può stare una sana eccezione alla regola.
Sapete benissimo cosa aspettarvi: divertitevi senza troppe menate.

giovedì 14 maggio 2020

Steven Craig Zahler: Bone tomawakh (2015) e Dragged across concrete (2019)

S. Craig Zahler: «Dragged Across Concrete e il mio rifiuto delle ...

Post irrituale, questo odierno, anche se lo spunto per scriverlo è sgorgato in maniera spontanea. 
Durante la fase uno del lockdown, nel giro di pochi giorni ho visto in breve sequenza due film che hanno lasciato il segno. 
Il primo è un western, Bone tomahawk, il secondo un poliziesco, Dragged across concrete (in italiano Poliziotti al limite - evito ogni commento - ). 
Grande è stata la mia sorpresa quando, nello scorrere le schede delle due pellicole, ho scoperto che entrambe sono frutto del lavoro (sceneggiatura e regia) della stessa persona: S. Craig Zahler. 
Dalla ricerca di informazioni in rete emerge la poliedricità di SCZ che, oltre a cimentarsi nel cinema, è anche romanziere (quattro i  libri fin qui pubblicati) e musicista, con lo pseudonimo di Czar, assieme a due band metal, Charnel Valley (genere black) prima e Realmbuilder (epic) poi, mentre con il suo nome di nascita ha firmato le colonne sonore proprio di questi due titoli.
A prescindere dalla carriera che farà, uno così meritava specifica segnalazione.

Ma passiamo ad una breve recensione dei due film:

Bone Tomahawk - Film (2015) - MYmovies.it

Bone tomahawk ha tutto del western classico: ambientazione, incedere lento, caratterizzazione personaggi. 
Kurt Russell, che ha girato in stretta sequenza a Bone tomahawk The hateful eight di Tarantino, conservando in parte il look di frontiera, è lo sceriffo di Bright Hope, cittadina che, a dispetto del nome, non è nient'altro che un buco sperduto con quattro case sputate sulla terra battuta che vive sulla presenza stagionale dei cercatori d'oro. Una notte, mentre sta medicando un prigioniero, viene rapita Samantha (Lili Simmons), moglie dell'allevatore Arthur (Patrick Wilson), costretto alla parziale immobilità a causa di una grave frattura alla gamba. I colpevoli vengono individuati in una tribù di indiani dediti al cannibalismo che vive in zone impervie ed isolate. Nonostante la menomazione alla gamba Arthur si unisce allo sceriffo e al suo vice Chicory (un immenso Richard Jenkins) e al misterioso avventuriero Brooder (Matthew Fox, irriconoscibile) per la più classica delle spedizioni di salvataggio.

Non bisognerebbe svelare nulla della trama di Bone tomahawk, per non rovinare la sorpresa di un film che per tre quarti è un ottimo western per gli scenari, i characters, l'incedere e gli imprevisti che capitano alla squadra di soccorritori, e poi, nell'ultima sua parte, si trasforma in un horror a tinte gore, la cui visione in alcune sue sequenze risulta quasi insostenibile (almeno per me). 
Insomma, un prodotto estremamente originale, una sceneggiatura che dona ad ogni singolo personaggio forte credibilità, una messa in scena solida e un pugno di attori in ottima forma (Russell, Jenkins, Fox). 

Dragged Across Concrete - Film (2018)

Dragged across concrete  muove invece in territori crime/polizieschi.
Brett (Mel Gibson) ed Anthony (Vince Vaughn) sono sospesi dal servizio per aver usato eccesso di violenza nell'arresto di uno spacciatore messicano. Brett, veterano che non ha mai fatto carriera proprio per i suoi metodi, ma agente integro, ha una situazione familiare delicata (vive in un quartiere povero nel quale la figlia sfiora quotidianamente l'aggressione, e sua moglie è malata di sclerosi) e decide di rischiare tutto, rapinando un delinquente, per regalare ai suoi cari una vita migliore. Nel farlo, coinvolge il suo partner, che sembra accettare solo per non abbandonarlo ai pericoli dell'impresa. 

Dragged across concrete (titolo splendido, by the way) è un poliziesco che si muove su modalità narrative d'altri tempi, da Nuova Hollywood (mi sovviene ad esempio il William Friedkin de Il braccio violento della legge). La storia scorre lenta, realistica, si prende tutto il tempo che nella vita vera serve per fare appostamenti o pedinamenti lunghi giorni e giorni. Lo screenplay scava dentro i personaggi depistando lo spettatore che deve scegliere con chi schierarsi, continuamente spiazzato sull'identità dei buoni e dei cattivi. Persino ad alcuni personaggi che hanno poche sequenze di film viene data, brevemente, storia e dignità (è il caso di Kelly, neomamma ed impiegata in banca, interpretata da Jennifer Carpenter, l'indimenticabile Debra Morgan di Dexter). 
Mel Gibson si cala bene nel ruolo del poliziotto stanco, disilluso, rassegnato, che cerca almeno di salvare la sua famiglia da un destino segnato e che affronta tutte le situazioni assegnando ad esse una percentuale matematica di riuscita. 
Due ore e mezza di film (durata ormai inusuale per un prodotto che non sia un action ad esplosioni continue) che, grazie al coinvolgimento della storia e alla messa in scena di Zahler, scorrono agevolmente, accompagnandoci all'ineluttabile finale, non prima di  uno showdown carico di violenza, sadismo e conseguenze di scelte sbagliate.

Un inaspettato gioiellino crime, un regista da continuare a tenere d'occhio, magari, lo dico a me stesso, recuperando gli altri suoi film, a partire da Cell block 99 del 2017.

lunedì 11 maggio 2020

In This Moment, Mother

Recensione IN THIS MOMENT - 'Mother' - Rock Rebel Magazine

Gli In This Moment tentano il colpo grosso.
Che la dimensione metal cominciasse a stare stretta alla band losangelina della lanciatissima singer Maria Brink era emerso già dagli ultimi lavori, e in particolare da Ritual (2017).
Evidentemente la band, che nasce metalcore, ha fatto tesoro delle critiche ricevute per quell'album e ha operato dei correttivi, ma sempre perseverando sulla strada maestra dell'allargamento della fanbase.
E in questo Mother degli In This Toment degli esordi (e di metal) rimane ben poco.
Un male?
Non necessariamente.
Le quattordici tracce del disco (per circa cinquantacinque minuti di durata) muovono infatti su scenari musicali desolati e oscuri a cui non serve la suggestione del growl (che infatti viene usato in rarissimi casi) o della violenza  musicale per affermarsi nella loro nitida oscurità.
Anche l'annuncio della scelta delle cover, almeno in due casi su tre, aveva lasciato perplessi. Fly like an eagle della Steve Miller Band e, soprattutto, la sputtanatissima We will rock you dei Queen rischiavano di essere un disastro di dimensioni apocalittiche.
L'interpretazione della band è invece post-apocalittica, innovativa e dannatamente efficace, al punto da riconciliare con canzoni ascoltate migliaia di volte. In particolare We will rock you rinasce letteralmente, anche grazie al featuring di Lizzy Hale (Halestorm) e Taylor Momsen (Pretty Reckless).
La terza cover spiazza invece per altre ragioni, trattandosi di Into dust di Mazzy Star, gruppo che occupa tutt'altro scaffale "filosofico" rispetto ai ITM.
The In-Between; Hunting grounds (con Joe Cotela dei nu-metallers Ded); la old style Lay me down e As above, so below rappresentano invece il meglio dei pezzi inediti, per un disco che coniuga sapientemente suggestioni gotiche e refrain catchy, risultando nel suo insieme riuscito e convincente.

giovedì 7 maggio 2020

Benvenuti a Marwen (2019)

Poster Benvenuti a Marwen

Dopo aver subito un brutale pestaggio che gli ha lasciato profonde cicatrici psicofisiche, Mark Hogancamp passa le sue giornate allestendo maestosi set per bambole (modello Barbie, per intenderci) in casa e in giardino, dove vivono avventure ambientate in un ipotetico paese belga (Marwen, che in realtà è la crasi tra il suo nome e quello della sua ex, Wendy) ai tempi della seconda guerra mondiale.
Leader del gruppo di "pupe", come le chiama lui, è l'alter-ego di Mark, una sorta di Big Jim soldato, chiamato Capitan Hogie. Dentro le storie e attraverso i personaggi di questo set perpetuo, Mark fa rivivere a codeste figure di plastica le sue gioe e i suoi traumi, dando ad ognuna di esse nomi e comportamenti delle persone da lui conosciute nella vita reale.

Tratto da una storia vera che era stata raccontata nel documentario del 2010 Marwencol (la differenza tra i due titoli è svelata nel finale) e messa in scena con classe ed eleganza da parte di Robert Zemeckis, Benvenuti a Marwen, attraverso la vicenda di Mark, e dentro una messa in scena che oscilla tra live action e modalità stop motion delle bambole, spiega meglio di un trattato psicologico i ricoveri che la mente umana si crea per rifugiarsi dai traumi più terribili. Le abitudini, le fisse, la ripetitività delle giornate, dentro le quali Mark affoga le sue angosce sono, in forme ovviamente diverse, le stesse che molti di noi utilizziamo. E anche lo sguardo sprezzante di quanti vedono questo uomo bambino come un diverso da disprezzare è il medesimo che, a volte, ci è capitato di subire.
Il film non è un one man show, ma la bravura di Steve Carrell nel dare volto e fisicità sofferta a questo character è tale che davvero non si hanno occhi che per lui e per i demoni interiori che lo dilaniano.

Film semplicemente incantevole, in bilico tra fiaba e quotidiana disperazione.
Un balsamo per l'anima.

lunedì 4 maggio 2020

MFT: marzo aprile 2020 (Coronavirus edition)

ASCOLTI

Accept, Balls to the wall
Huey Lewis and the News, Weather
Anvil, Legal at last
Cattle Decapitation, Death atlas
Albert Cummings, Believe
Ozzy Osbourne, Ordinary man
Pearl Jam, Gigaton
Dr Feelgood, Stupidity
Tesla, Five man London jam
Me and that man, New man, new songs, same shit. Vol 1
Brian Fallon, Local honey
Cripple Bastards, Variante alla morte
King Crimson, In the court of king Crimson
Heaven Shall Burns, Of truth of sacrifice
Hayseed Dixie, Blast from the grassed
Therion, Vovin
Body Count, Carnivore
Greg Dulli, Random desire
Supersuckers, Play that rock and roll
James Taylor, American standards
Rush, Moving pictures
Shakra, Mad world
Logan Ledger, ST
Lucinda Williams, Good souls better angels
The Strokes, The new abnormal
Biff Byford, School of hard knocks
Cirith Ungol, Forever black
Danzig, Danzig sings Elvis
In This Moment, Mother
Corrosion of Comformity, Deliverance
Dissection, Storm of the light's bane
Enrico Ruggeri, Pezzi di vita
Richard & Linda Thompson, I want to see the bright lights tonight


VISIONI

La foresta pietrificata (4/5)
The square (3,5/5)
Terrore dallo spazio (5/5)
Skyscraper (1,5/5)
I figli degli uomini (3,5/5)
Stretch, Guida o muori (3/5)
La porta sul buio, Il tram (film tv) (2,5/5)
Il cacciatore di taglie (1980) (3/5)
Attacco al potere 3 (1,5/5)
Per un pugno di dollari (3,5/5)
Per qualche dollaro in più (4/5)
Scappo a casa (2/5)
American gangster (3/5)
C'era una volta nel west (5/5)
Giù la testa (4/5)
Juliet, naked (3/5)
RocknRolla (2,5/5)
La guerra di Charlie Wilson (2/5)
I predatori di Atlantide (2,5/5)
Cane mangia cane (3,5/5)
Spider-Man - Far from home (2/5)
La proprietà non è più un furto (3,5/5)
Holmes & Watson (2/5)
Sbatti il mostro in prima pagina (3,5/5)
L'uomo dal braccio d'oro (4/5)
Arrivederci professore (1,5/5)
Quattro mosche di velluto grigio (3/5)
Caccia al ladro (3,5/5)
La gang (1951) (2,5/5)
Captive state (3/5)
El camino (3/5)
Gli uomini d'oro (2,5/5)
Ad astra (3,5/5)
The collector (3/5)
Noi (4/5)
Sei donne per l'assassino (4/5)
Bone tomawakh (3,5/5)
Il tempo dei cani pazzi (s.v.)
Festival express (4/5)
Il signor diavolo (3,5/5)
Focus - Niente è come sembra (1,5/5)
Non succede, ma se succede... (2/5)
La banda Baader Meinhof (3/5)
Permette? Alberto Sordi (1/5)
5 è il numero perfetto (4/5)
Benvenuti a Marwen (4/5)
Young americans (2,5/5)
La donna elettrica (3,5/5)
Croce e delizia (1,5/5)
Un uomo tranquillo (3,5/5)
Guns Akimbo (3/5)
Il mio amico Eric (4/5)
Dragged across concrete (4/5)

Il mio amico Eric: la locandina italiana del film di Ken Loach

Visioni Seriali

Broadchurch, st. 1  (4,5/5)
Black Mirror, st.1  (4/5)
Watchmen, st. 1      (5/5)


LETTURE



Joseph Heller, Comma 22
Francois Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock

giovedì 30 aprile 2020

5 è il numero perfetto

5 è il numero perfetto - Film (2019) - MYmovies.it

1972. In una Napoli notturna, oscura, inedita per la costanza con la quale viene flagellata dalla pioggia, si aggira solitario Peppino Lo Cicero (Toni Servillo), apparentemente incurante dell'acqua che scende incessante. Il suo obiettivo è la bottega di un artigiano che in realtà svolge l'attività di armaiolo clandestino. Il suo intento è regalare un revolver al figlio, che, come lui ha fatto in passato, svolge l'attività di killer al soldo della camorra. Da lì a poco il suo piccolo mondo, le sue regole, la sua vita cambieranno per sempre.

Esordio alla regia per l'artista multimediale italiano  (fumetti, sceneggiature, musica, cinema) Igort (Igor Tuveri), già autore e disegnatore della graphic novel da cui è tratto il film.
5 è il numero perfetto è davvero un'operazione inedita e coraggiosa per il nostro cinema. Un film atipico, girato con una abilità non da opera prima, che si colloca con visionaria originalità nel filone noir, da cui prende gli stilemi dell'eroe solitario senza nulla da perdere perchè gli è stata tolta ogni cosa, della voce fuori campo, dell'oscurità notturna che tutto avvolge, plasma e modifica, delle imprese spietate ma al tempo stesso romantiche e disperate.
La messa in scena di Igort è sontuosa, le tante sparatorie pagano in maniera esaltante il debito al cinema d'azione orientale (da John Woo a Kim Ji-woon) con degli artistici, splendidi ciuffi di sangue che lasciano il corpo delle vittime appena i proiettili lo colpiscono.
In questo contesto non ci poteva essere interprete migliore di Toni Servillo, per dare volto e fisicità a Peppino. L'attore de Le conseguenze dell'amore, anche con un naso posticcio che gli squadra il viso, si cala perfettamente in questo personaggio pieno di rimorsi e di rancore che torna a vivere e a reclamare vendetta, inizialmente per il lutto che lo colpisce, ma poi per tornare a sentirsi vivo. 
Ottimo anche Carlo Buccirosso, che, nei panni del compare che accompagna Peppino, Totò o' Macellaio, dimostra ancora una volta, e ormai non dovrebbe neanche più essercene bisogno, la sua poliedricità di interprete.

Insomma un film che è un unicum nel panorama italiano (è passato veramente un secolo dai gioiellini pop di Diabolik di Bava o Kriminal di Lenzi) e che, purtroppo, ma inevitabilmente, in sala hanno visto in pochi. 
Il danno è doppio, perchè il film è valido e perchè se 5 è il numero perfetto avesse avuto il successo che stramerita avrebbe potuto aprire la strada ad un nuovo filone di genere, tutto nostrano. 
Un autentico delitto non sia andata così.

lunedì 27 aprile 2020

Cattle Decapitation, Death Atlas (2019)

CATTLE DECAPITATION – Death Atlas

Nell'affollato panorama death metal i californiani (di San Diego) Cattle Decapitation si sono ritagliati, nel tempo, uno spazio di grande credibilità. Attivi ormai da un quarto di secolo, ambientalisti e animalisti convinti e quindi con testi che rispecchiano queste sensibilità, concentrandosi sulle crudeltà degli esseri umani nei confronti sia del mondo animale che, più generale, dei propri simili (attraverso lo sfruttamento del pianeta, le guerre o i genocidi), in vent'anni di produzione discografica, i CD hanno rilasciato otto album, fra cui l'ultimo, del 2019, Death Atlas, oggetto della presente recensione.

Chi, magari anche il sottoscritto, apprezza le sonorità estreme ma teme un pò la monoliticità e l'ossessiva ripetitività del death, può approcciare con fiducia a questo disco, perchè i Cattle Decapitation riescono a mantenere viva l'attenzione dell'ascoltatore per tutti i cinquantacinque minuti dell'opera, in virtù di una tecnica invidiabile e di una capacità di variare mood da composizione a composizione, sia dal punto di vista della costruzione del pezzo che dall'approccio canoro.
Basterebbe già la prima doppietta (dopo il prologo Antophogenic:end trasmission) The geocide/Be still our bleeding hearts a mettere in tavola le poderose carte stilistiche del combo: dopo un attacco in pieno stile death, blast beat e growling a manetta, si passa infatti all'uso dello scream ed a un ritornello in falsetto. Il tutto senza mai perdere la velocità nell'esecuzione. Un lavoro incredibile a livello interpretativo da parte dello storico cantante Travis Ryan e dei suoi affiatati sodali.

Ad intervallare le composizioni, e quindi ad "alleggerire" ulteriormente l'ascolto, la tracklist prevede un paio di interludi parlati (in aggiunta al prologo) con sottofondo ambient (The great dying I e II) e parlato robotico che imbullona le derive black metal allo stile dei californiani. 
Il commiato è affidato alla lunga, magniloquente title track, che muta pelle strada facendo, con passaggi dal death a suggestioni dark, accompagnate dall'uso baritonale della voce, qui in modalità Nick Cave, fino ad un finale in stile sinfonico, per la degna conclusione di un meraviglioso e forse inarrivabile compendio di metal estremo, che continua a crescere senza stancare anche dopo settimane di ascolti.