lunedì 17 febbraio 2020

The Boys

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Ho la bozza di un post conservata nell'archivio del blog, nel quale dichiaro non senza un moto d'orgoglio "luddista" di essere uscito dalla spirale delle serie tv e dello streaming, in favore di un ritorno pieno al Cinema.
Non l'ho mai pubblicata perchè mi conosco e so quanto possono essere umorali queste mie "scelte".
Però in linea di massima qualcosa è realmente accaduto nei miei gusti. Raramente le serie riescono ancora ad appassionarmi, credo sia proprio un tema di modalità di racconto, dei tempi morti che, inevitabilmente, si prendono i serial per arrivare al punto, dell'esasperante serialità che spesso svilisce anche le migliori idee, insomma di tutto quello che fa la differenza tra un'opera di un paio d'ore e un prodotto che può trascinarsi per anni.
Ne ho provate diverse, in questo periodo, spesso non sono andato oltre ai primi episodi, raramente concludendo la prima stagione (salvo giusto Fleabag in quanto geniale ed irripetibile). Dopo aver scritto per anni che le serie avevano raggiunto il cinema non sto affermando il contrario, solo ero forse un pò saturo e contestualmente avevo trascurato troppo la settima arte.

Lunga premessa per dire che The Boys rappresenta una gran bella eccezione. Una serie che, pur rispettando tutti i canoni della serialità, e non potrebbe essere altrimenti, visto che è tratta da un fumetto del 2006 tutt'ora in fase di pubblicazione (autore Garth Ennis), innova con irriverenza il genere, andando oltre Watchmen (fumetto che resta un capolavoro inarrivabile, rivoluzionario per l'epoca).
Ma laddove la serie di Alan Moore, pur dentro un'aspra critica sociale politica, continuava a riconoscere una morale, un'etica (magari distorta, in qualche caso fascista) ai suoi super-eroi, per The Boys la storia è completamente diversa.
I Super sono esseri idolatrati dalle masse, recitano sè stessi in mega produzioni cinematografiche, e, solo i migliori di loro, i "Sette, sono gestiti in toto (dall'aspetto social fino al loro affitto a peso d'oro a stati americani i cui capi sono magari in calo di consensi) da una multinazionale, la Vaught.
Ma i Super sono anche esseri lascivi, che frequentano club esclusivi dove si misurano in performance erotiche impensabili per gli umani, nonchè, cosa ben più grave, spregevoli, nel loro totale disprezzo per i "normali" che in realtà non hanno nessun interesse a proteggere. Proprio a causa di queste loro caratteristiche causano innumerevoli "danni collaterali" tra le persone. Danni che vengono accuratamente occultati da media e politica connivente. 

Hugh Campbell (Jack Quaid, figlio di Meg Ryan e Dennis Quaid), ultimo di una serie di umani ad aver subito una tragedia tremenda per colpa di un "super", viene contattato da Billy Butcher, un tizio strambo e misterioso che gli propone un obiettivo impossibile: vendicarsi. Attorno a loro si coagulano altri personaggi, a formare una squadra che più improbabile non si può. Questo è il team di sfigati (fino a un certo punto...) che si contrapporrà alla più potente squadra di super eroi esistente: i Sette.

Componente essenziale nella riuscita della prima stagione è senza dubbio il cast, dal quale emergono con personalità Karl Urban (Billy Butcher, il capo dei Boys); Elisabeth Shue (Madelyne Stillwell, ceo della Vaught); Antony Starr (il protagonista di Banshee è Homelander, il più forte dei super eroi, misto tra Superman e Capitan America) e la scoperta Tomen Kapon (Frenchie, hacker/tuttofare dei Boys), senza dimenticare il cameo del sempre apprezzabile Simon Pegg (padre del protagonista Hughie).

The Boys, come detto, non ha la potenza di Watchmen (il fumetto, intendiamoci!), ma in quanto a ritmo, divertimento, gag, tensione e critica sociale si afferma come prodotto d'eccellenza.
La seconda stagione è stata ultimata e dovrebbe uscire nei primi mesi dell'anno.


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lunedì 10 febbraio 2020

Swallow The Sun, When a shadow is forced into the light (2019)

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Sebbene io cerchi di tenermi al passo coi tempi, seguendo diverse tendenze di ambito metal, nella realtà sono ben pochi gli album dei generi più estremi che riesca veramente ad approfondire. Lo voglio premettere perchè quello che per me è un gran bel disco, per altri, più avvezzi a queste latitudini musicali, magari è un'opera come tante.

Gli Swallow the sun sono un gruppo finlandese attivo da una ventina d'anni, con sette album all'attivo, indicativamente posti sulla mensola del death/melodic-death metal.
Ecco, per quanto riguarda quest'ultimo When a shadow is forced into the light giustappunto di indicazione di massima si tratta, perchè le suggestioni che nascono dal suo ascolto si irradiano davvero in più direzioni, ma sempre all'insegna di una costante, struggente tristezza derivante dalla morte dopo lunga malattia di Aleah Stanbridge, compagna del leader (nonchè chitarrista e compositore di testi e musiche) degli STS, Juha Raivio.
A lei è implicitamente dedicata l'opera, le cui composizioni utilizzano perlopiù linee vocali  clean, con qualche eccezione congrua e opportunamente inserita, come per la title track che apre il disco. Un pezzo dall'impatto emotivo sconvolgente dal ritornello cantato proprio in screaming, a legare assieme dramma e teatralità della composizione.
Lo ammetto, è praticamente bastata questa canzone a farmi innamorare dell'album, tuttavia proseguendo con l'ascolto ho avuto modo di immergermi completamente in atmosfere gotiche, nebbiose, dark, che mi hanno fatto viaggiare con la mente conducendomi a  suggestioni estranee al metal, come Nick Cave, Bauhaus, certa new wave, addirittura retrogusti opachi di synth pop.
Ma la forza di When a shadow is forced into the light è la forza dei grandi album di musica di nicchia che trovano il linguaggio universale per uscire dal proprio recinto e rivolgersi a tutti, indistintamente, grazie ad un prezioso equilibrio tra complessità delle trame ed accessibilità delle melodie, che fanno di tracce come Firelights; Upon the water; Stone wings, Clouds on your side (l'unica canzone della tracklist composta assieme ad Aleah Stanbridge) o la conclusiva Never left, preziose gemme che straziano il cuore e al tempo stesso lo curano. 

No, non avevo sbagliato ad inserire questo disco, last minute, nei migliori del 2019.

lunedì 3 febbraio 2020

Sorry, we missed you

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Si torna di nuovo a scuola di cinema impegnato per farci spiegare da Ken Loach, l'unico che riesce (o forse l'unico a cui lo fanno fare) ad accendere i riflettori sulle condizioni del lavoro, anche del nuovo lavoro, in queste nuove metropoli ipermoderne, liquide, tecnologiche, "smart", ma che quando si tratta di sfruttare i lavoratori continuano imperterrite a copiare i modelli di cento anni fa.
Il titolo del film dice già molto, riportando la frase che compare sugli avvisi che i corrieri lasciano per avvisarci che sono passati con il nostro pacco quando non ci trovano a casa, e quindi lasciando intendere che si parla del nuovo lavoro del "driver", cioè di quel lavoratore incastrato in un ruolo tra subordinato (perchè lavoro per conto terzi) ed autonomo (perchè proprietario del mezzo), così da riuscire nel capolavoro capitalista di accumulare tutti gli svantaggi di entrambe le condizioni.

Ma, siccome quando si parla di Ken Loach, le cose non sono mai solo ed esclusivamente come sembrano, ecco allora che dentro la famiglia proletaria di Newcastle del "driver" Rick Turner (Kris Hitchen), oltre alla moglie Abbie (Debbie Honeywood), non meno sfruttata del marito nel suo lavoro di badante/infermiera a ore, emerge la storia del "problematico" figlio adolescente Seb (Rhys Stone, bravissimo).
E così ci vuole un ottuagenario (e lo storico sceneggiatore Paul Laverty) per spiegare a tanti genitori che si trovano nella condizione di Rick cosa passa per la testa di un quindicenne, gli sbalzi d'umore, l'indifferenza che diventa improvvisamente allegria, l'incomunicabilità che, a volte, si scioglie in un attimo. Oltre a questo il fallimento dell'istituzione scolastica, coi ragazzi che sembrano davvero privi di qualunque rete di protezione, mostrati attraverso il fato dell'amica di Seb.

Davanti ad un (ennesimo) film così, si perdona a Loach anche qualche eccessivo ricorso alla commozione facile dello spettatore (presente! colpito e affondato), che distoglie dall'implacabile lucida analisi della società. 
Analisi che, come sempre, è inglese nella location, ma universale nella sostanza (e nel messaggio).

lunedì 27 gennaio 2020

Rocketman (2019)

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Aprivo la recensione di Bohemian rhapsody affermando come il canovaccio dei biopic fosse sempre lo stesso e che stava dunque alla produzione, alla regia e agli attori trovare un modo per sollevarlo dallo scontato.
Se portavo il film sui Queen ad esempio negativo, indico convintamente Rocketman, il film biografico su Elton John, come benchmark d'eccellenza.
Qui infatti la regia di Dexter Fletcher (che guarda caso, seppur non accreditato, aveva portato a compimento proprio Bohemian rhapsody dopo il licenziamento di Bryan Singer), il montaggio di Chris Dickens (tra gli altri L'alba dei morti dementi; Hot fuzz; The millionare; Solo: A Star Wars story) e la prova attoriale di Taron Egerton (Elton John) sono strepitose.

Devo premettere che Elton John mi piace "il giusto", nel senso che credo che sia impossibile per un amante della musica tutta non incappare in buona parte del suo incredibile songbook, anche se l'artista ha probabilmente smesso di essere significativo dopo i settanta.
Viceversa, di norma, non sopporto i musical.
Capirete bene che un film su una rockstar non certo in cima ai miei gusti, che viene messo in scena attraverso il genere musical non partiva esattamente con i migliori auspici.
E invece grande è stata la sorpresa nell'assistere ad un film dal ritmo eccezionale; colorato, onirico, emozionante e credibile, nella sua rappresentazione eccessiva.

Di Rocketman ti innamori già dalle prime sequenze, con Egerton/Elton, che percorre, inizialmente fuori fuoco, il corridoio di un centro di riabilitazione con un vistoso costume rosso di scena da diavolo alato, per poi irrompere in una sala, dove si sta tenendo una classica seduta di gruppo, e cominciare il suo racconto.
Da quel momento non ci si ferma più. Elton, durante la seduta, si spoglia progressivamente dell'abito di scena, e nel farlo, si toglie metaforicamente di dosso anche tutti i suoi fardelli emotivi, mentre assistiamo alle tappe della sua vita contrassegnate da coreografie meravigliose e musicate dai suoi pezzi.
E' qui che regia e montaggio danno il meglio di sè, come su Saturday night's alright for fighting suonata al pub, in cui c'è il passaggio dalla fanciullezza all'età adulta, oppure sul frenetico montaggio del periodo di maggior esposizione di Elton John, che viene mostrato attraverso un vorticare della camera e dei diversi costumi di scena del rocketman.
Ovviamente grande spazio è lasciato al rapporto fraterno tra l'artista e il suo paroliere Bernie Taupin (Jamie "Billy Elliot" Bell), così come la relazione con il suo cinico manager/amante John Reid (Richard "Robb Stark" Madden) e con i suoi anaffettivi genitori.

Le mie aspettative stavano a zero, ma questo è davvero un film da non perdere.

giovedì 23 gennaio 2020

Bohemian rhapsody (2018)

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Le biografie dei musicisti, specialmente quelli rock, seguono quasi tutte uno schema a tappe ben definito: 1. infanzia problematica/anaffettiva/conflittuale con la famiglia della futura rockstar; 2. formazione artistica; 3. successo; 4. abuso di qualunque sostanza;  5. crisi artistica, in genere coincidente con l'arrivo di un disturbatore esterno (manager cattivo o amante perfido, i più gettonati);  6. redenzione umana/spirituale; 7. ritorno al successo.

Quindi, cosa differenzia un biopic dall'altro?
Molto banalmente direi sceneggiatura, messa in scena, performance attoriali, capacità di suggestionare lo spettatore.
Se è davvero così, a mio modesto parere Bohemian rhapsody toppa clamorosamente in tutto.

Chiariamo subito che io, a differenza di molti appassionati di rock verace, non disprezzo i Queen. Senza addentrarmi in disquisizioni critiche li ritengo rilevanti per la scena, di loro ho apprezzato una manciata di dischi (Sheer heart attack; A night at the opera; A day at the races; News of the world; Innuendo) e credo sia una delle formazioni che più ha subito eccessi di sopravvalutazione e, allo stesso tempo, sottovalutazione.

Il film tuttavia mi è arrivato posticcio già a partire dalla tanto celebrata interpretazione di Rami Malek/Freddie Mercury, che ho trovato inguardabile. 
Il resumè di Mercury e della band, sebbene in un contesto chiaramente celebrativo, eccede poi in maniera ipercalorica nell'agiografico, alcune sequenze sono talmente poco credibili da sfociare nel parodistico (Freddy sotto la pioggia, verso la fine della pellicola) e, davvero, la scelta di riproporre tutto il set del Live Aid rifatto da questi cosplay  è una delle scene più irritanti ed insopportabili che abbia mai visto (e doveva essere il climax del film!).

Capisco che possa essere piaciuto magari alle nuove generazioni che hanno così scoperto i Queen, ma che abbia fatto incetta di premi (4 Oscar, tra cui il miglior attore per Malek che, tra gli altri, ha battuto Christian Bale e Viggo Mortensen... mica Bombolo e Jimmy il Fenomeno) per me è l'ennesima dimostrazione di quanto quei premi ormai non rispondano più ad un criterio seriamente meritocratico.

Ma se ve piace così...

lunedì 20 gennaio 2020

I miei migliori film del 2019

Quest'anno, in maniera imprevedibile ed anche un pò incredibile, sono riuscito a vedere un buon numero di film nuovi (circa venticinque), molti dei quali in sala.
E siccome, a differenza della lista dei migliori dischi, diversi di essi non sono riuscito a recensirli, ne approfitto per descriverli brevemente ed assecondare la mia passione per le classifiche, stabilendo i cinque che mi sono piaciuti maggiormente.
Vale il discorso fatto per ogni lista che compilo: non ho competenze critiche di nessun tipo, solo un'incontenibile passione. Ergo, classifica soggettivissima.

Prima di passare alla lista, lasciatemi esprimere tutta la mia delusione per non essere riuscito a "cogliere l'attimo" (tre sere di programmazione in pochissime sale) e vedere The Irishman al cinema. 
Grazie Netflix, per aver permesso a Scorsese di realizzare il suo film.
Fanculo Netflix per avere poi imposto il sostanziale esilio dalle sale. 
Resisto alla tentazione di vederlo su piccolo schermo e spero in un Oscar e in una re-distribuzione, come accadde per Roma di Cuaròn.
Purtroppo oggi la settima arte sopravvive su queste contraddizioni.

I miei preferiti del 2019, in graduatoria dal quinto al primo:


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Il film ha spaccato in due la critica, personalmente avevo espresso più d'una perplessità sulle ultime produzioni Marvel, ma questa saga (aperta da Avengers Infinity War) mi ha letteralmente deliziato.

4) Joker

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Altro film di ambito supereroistico, ma tutt'altra "tazza di tè". Facendo lo snob con gli amici, affermavo la mia allergia ai film di cui tutti, dal pizzicarolo alla fanatica di Un posto al sole, parlano bene. Però c'è poco da fare. La divisione cinematografica della DC Comics per la prima volta dopo i Batman di Burton e i primi due di Nolan, raggiunge e supera quella della Marvel.
Phoenix qui è all'ennesima interpretazione epocale (non che in Her, Vizio di forma o The master non fosse già stato maestoso). Il suo Arthur Fleck pre-trasfigurazione in Joker, che ha attacchi isterici di riso con gli occhi che restano tristi, è fenomenale. Il corpo (realmente) sgraziato dell'attore ha qui la sua sublimazione.


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Nell'anno del grande successo dei biopic musicali, tra lo stucchevole Bohemian Rhapsody sui Queen (lo so, è della fine 2018 ma non interrompetemi), il sorpendente Rocket Man su Elton John, il pulitino The Dirt sui Motley Crue, premio convintamente questo film, che non ha raggiunto le sale italiane ed è stato contestatissimo dalla fanbase del black metal. 
Siccome nella recensione sono stato sanguinosamente prolisso, non aggiungo altro e, se proprio vi volete male, vi rimando a quella.



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Vi avverto, questo è un film per il quale torno fanboy passando alle vie di fatto contro i suoi detrattori, soprattutto se esordiscono con l'affermazione: "mah, è un film minore di Tarantino...". 
Il resto l'ho scritto in recensione.


FILM DELL'ANNO PER BOTTLE OF SMOKE

1) Parasite

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Chissà se, grazie a questo ennesimo capolavoro di Bong Joon-ho, il pubblico comincerà finalmente a riconoscere al cinema coreano (e asiatico tutto) l'attenzione che, almeno da un quarto di secolo, merita in ogni genere cinematografico: action, commedia, dramma, critica sociale, noir e horror. Generi che, guarda caso, ritroviamo tutti in Parasite, dentro una storia incredibile e geniale che temo solo sarà brutalizzata da qualche remake hollywoodiano dalla scontata morale americana.


P.S. : Un grazie ad Alessandro, senza il quale questa classifica non sarebbe stata la stessa.

lunedì 13 gennaio 2020

I miei migliori dischi del 2019

Quest'anno la faccio davvero breve, risparmiandovi le consuete considerazioni (èunaclassificasoggettova; ormaiascoltopiùrobavecchiachenuova; iverimiglioridell'annolitrovatealtrove; lamusicamodernanonabitaqui; leuscitedel2019probabilmentefiniròdiascoltarlenel2029)e, come Ron Jeremy, vado immediatamente al sodo.
Il duemiladiciannove non è stato affatto male, tant'è che dall'enorme ed umanamente ingestibile turbo-produzione discografica sono riuscito a selezionare un numero di titoli minimamente sufficiente a giustificare una rubrica su cui campeggia l'ambizioso titolo che vedete in cima al post.
I titoli selezionati sono otto (più uno), con un album che si staglia sugli altri e non poteva essere altrimenti, vista la frequenza d'ascolto decisamente d'altri tempi con la quale l'ho fatto girare.
Per gli amanti delle curiosità, è la prima volta da quando c'è il blog che le nuove uscite di Volbeat e Hayes Carll (entrambe buone, anche se con diverse sfumature) non finiscono nei tips dell'anno.



I miei migliori del 2019 (in ordine rigorosamente alfabetico; cliccando sul titolo dell'album sarete indirizzati alla mia recensione; cliccando sulla canzone...alla canzone)





(una canzone: You look good in neon)





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Steve Earle, Guy  (una canzone: Desperados waiting for a train)



più uno:

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Swallow the sun, When a shadow is forced into the light (una canzone: When a shadow is forced into the light)
Questo è un album che, nonostante sia uscito a gennaio 2019, ho scoperto solo nelle ultime settimane, e che quindi non ha il requisito di un giudizio basato sulla longevità dell'ascolto. Però mi ha letteralmente ammaliato e quindi me la rischio e lo inserisco come aggiunta dell'ultimo momento. Spero a breve di riuscire anche a recensirlo.


Album dell'anno

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E anche quest'anno ce lo semo levato dalle palle.


giovedì 9 gennaio 2020

MFT, novembre / dicembre 2019

ASCOLTI

Who, The Who
Fontaines D.C. , Dogrel
Cody Jinks, After the fire
Black Star Riders, Another state of grace
Big Thief, UFOF/Two hands
Purple Mountains, ST
Avatarium, The fire I long for
Marracash, Persona
Hazemaze, Hymns of the damned
AA.VV., Note di viaggio
Tony Iommi, Iommi
Wives, So removed
Badflower, Ok, I'm sick
IAM, L'ècole du micro d'argent
Wilderun, Veil of imagination
3teeth, Metawar
Alcest, Spiritual instinct
Massimo Priviero, Sulla strada
Reba McEntire, Stronger than the truth
Moon Tooth, Crux
Northlane, Alien
Cattle Decapitation, Death alias
Asomvel, World shaker
Mike and the Moonpies, Cheap silver and solid country gold
Swallow the sun, When a shadow is forced into the light
Marilyn Manson, Portrait of an american family
Eurythmics, Greatest hits (1991)

VISIONI

Spider-man, Un nuovo universo (4/5)
La bambola assassina 2 (3/5)
La bambola assassina 3 (2/5)
The crew (UK) (3,5/5)
Vampires (Carpenter) (3,5/5)
A casa tutti bene (2/5)
Dolceroma (3,5/5)
La banda di Eddie (3/5)
L'uomo che uccise Hitler e poi il Bigfoot (3,5/5)
Capricorn one (3,5/5)
Terminator - Destino oscuro (3/5)
Rampart (3,5/5)
Cuore selvaggio (4/5)
Quarto potere (5/5)
Cop car (3/5)
10 giorni senza mamma (2/5)
Cocaine - La vera storia di White Boy Rick (3/5)
Red (2010 - 3/5)
Molly's game (2,5/5)
Cena con delitto - Knives out (4/5)
L'immortale (1,5/5)
Molly's game (2,5/5)
The party (3,5/5)
Cleaner (2/5)
Sud (2,5/5)
Non sono un assassino (1/5)
31 (3/5)
Old man and the gun (3,5/5)
La versione di Barney (3/5)
Vitelloni allo sbaraglio (1,5/5)
Punisher, War zone (2,5/5)
Atmosfera zero (3,5/5)
I tre volti della paura (4,5/5)

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VISIONI SERIALI

The Boys
Peaky Blinders (1)

LETTURE

Graham Greene, Un americano tranquillo
Vladimir Nabokov, Lolita


lunedì 6 gennaio 2020

Mike and the Moonpies, Cheap silver and solid country gold

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La prima sensazione, immediata, violenta, che mi ha assalito già dalle prime note di Cheap silver and solid country gold è stata quella di Billy Joel che si era messo a fare country. E come sapete io adoro Billy Joel. Ma era solo l'inizio, perchè intensificando gli ascolti, gli accostamenti illustri sarebbero decisamente aumentati.

Un passo indietro. I texani Mike and the Moonpies (il Mike del monicker  fa di cognome Harmeier) esordiscono discograficamente nel 2010, e quindi con Cheap silver and solid country gold concludono una fitta prima decade di carriera con cinque album di studio e un live.
Con questo disco la band, indiscutibilmente country, irradia il proprio stile verso un croonering di classe, un'invidiabile ed irresistibile coolness, un implacabile gusto per la melodia.
Billy Joel si diceva, ma scorrendo i titoli ti accorgi che questi usano i violini alla maniera di Frank Sinatra (London homesick blues) e non è l'unica situazione in cui sovviene The Voice (vedi alla traccia Young in love), per poi, con Fast as lightning, l'unico brano veloce della raccolta, fare country & western alla maniera di Elvis.
Un disco incantevole che vola in un attimo, e non solo per la tracklist breve di soli otto pezzi, ma per l'elevata qualità media delle composizioni e l'assoluta assenza di filler.
Un disco dal quale è difficile eleggere un titolo sugli altri.
Io ci provo lo stesso e dico You look good in neon, ma probabilmente se me lo chiedeste tra qualche settimana potrei cambiare opinione.

E anche per quest'anno Bottle of smoke ha il suo disco country preferito.

lunedì 30 dicembre 2019

Bruce Springsteen, Western stars



E' mia ferma convinzione che lo Springsteen degli ultimi scarsi quindici anni abbia musicalmente vivacchiato, con l'ispirazione che si accendeva ad intermittenza come una vecchia lampadina della cantina che per pigrizia non ti decidi a sostituire. 
Credo altresì che dischi davvero brutti non ne abbia mai fatti (se volete, qui trovate le recensioni di Magic; Working on a dream; Wrecking ball; High hopes), ma, dopo il riuscitissimo esperimento irish-folk di We shall overcome (forse il migliore Bruce degli anni zero assieme a The rising), l'impressione forte è sempre stata quella di album raccogliticci, senza un preciso filo conduttore, con pezzi più che dignitosi (qui ho provato a mettere insieme il meglio del periodo 2007-2014) abbinati a tracce che in passato avrebbero rappresentato oneste B-sides.

Paradossalmente, il succitato periodo è stato anche quello più ingolfato di uscite, quattro in sette anni, come non accadeva dagli esordi dei settanta, senza contare le  riedizioni espanso-celebrative di Born to run, Darkness on the edge of town e The river, i tour con annesse copiose pubblicazioni di dischi dal vivo, l'autobiografia e un anno di repliche a Broadway del suo spettacolo più intimo. Insomma, l'uomo non è rimasto mai troppo fermo, eccezion fatta per la pubblicazione di inediti, rispetto ai quali Springsteen ha fatto passare cinque anni per decidersi a sfornare il successore di High hopes (2014).

Successore che s'intitola Western stars ed esce a metà giugno e, sì,  io ne sto parlando negli ultimissimi giorni dell'anno, oltre sei mesi dopo.
La ragione va oltre l'attenzione speciale che ancora oggi metto nel recensire i lavori di Bruce, ed attiene invece alla lenta sedimentazione dell'opera, partita piano, in maniera quasi respingente e poi letteralmente esplosa a livelli e frequenze d'ascolto mai più raggiunte dai tempi del tributo a Pete Seeger.

Si, perchè con questo disco improvvisamente Springsteen ritrova sè stesso, un credibile storytelling e quel fil rouge che lega assieme le composizioni, rappresentando l'unicità dell'opera-album, a differenza delle raccolte di pezzi coagulati artificialmente, senza la necessaria alchimia. 
Tornano le storie dello Springsteen che abbiamo imparato ad amare, i suoi personaggi, i meravigliosi losers impigliati nella fitta ragnatela che permette di intravvedere da lontano il Sogno Americano, ma che, è certo, impedisce ai più di toccarlo, di raggiungerlo (Drive fast (The stuntman); Hitch hiker; The wayfarer ).

Del mood musicale ne sono state scritte davvero di tutti i colori, a me sembra molto semplice, e cioè che Western stars sia essenzialmente costruito in buona parte sul classico ed inconfondibile folk springstiniano, con il valore aggiunto di qualche riuscito innesto di orchestrazioni più sinfoniche e "cinematiche" nelle quali rieccheggia Roy Orbison (There goes my miracle), e forse Marty Stuart, ed altre dove emerge il tipico timbro dell'ormai fido produttore Ron Aiello (Tucson train).

Di certo a me sembra che mai (negli ultimi anni) come in questo caso si torni ai massimi livelli in quanto a liriche, con capolavori nascosti come Stones, grandi pezzi come Hello sunshine (difficile non ritrovarci il rapporto con la sua depressione); Drive fast, Somewhere out of Nashville, che svettano dentro una media complessiva comunque d'eccellenza.
A tutto ciò si aggiunga l'incredibile maturazione raggiunta dalla voce di quest'uomo, elemento che molti danno per scontato ma che scontato non è, per capire che siamo davvero in presenza di un disco speciale.

Tutt'altro discorso è la parte definiamola commerciale dell'operazione nuovodiscodispringsteen, a partire dalla decisione, tristemente ricorrente, di ristampare il cd a pochi mesi dall'uscita, con la scusa dell'integrazione con un disco dal vivo (in questo caso soundtrack del film documentario) nel tentativo di "imporre" ai fans completisti il doppio acquisto.  Non esente da critiche anche il look posticcio di un "Boss" fotografato nel deserto, agghindato da cowboy in pose molto, troppo, perentorie, per finire con l'ennesima scelta poco convincente e a tratti inspiegabile dell'immagine per la copertina del disco. Quanto sarebbe stata più efficace, psichedelica e misteriosa la foto del sole che deforma i contorni dei joushua tree presente sulla quarta di copertina del booklet del cd (la posto qui sotto)? D'altro canto per quanto concerne questi aspetti (immagine e copertine dei dischi) davvero il buon Bruce non ne azzecca una da tempo immemore. 
Ce ne faremo una ragione, soprattutto in questo caso, si tratta di elementi del tutto marginali.

Ciò che davvero, davvero, conta è che Western stars rappresenta, finalmente, il gran bel disco che aspettavi da tempo. L'album del ritorno di un artista che quest'anno ha compiuto settanta anni e, se vogliamo essere onesti, non ci sono molti altri (quasi) coetanei, dall'inarrivabile Dylan a Neil Young, che a quest'età abbiano rilasciato dischi così intensi, credibili ed ispirati (forse giusto l'ultimo Bowie).

Insomma, credeteci o no, Springsteen nel 2019 ci ha regalato un album da ricordare.



lunedì 23 dicembre 2019

Who, The Who

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Ogni giorno il ventre gravido di quel che resta dell'industria musicale partorisce band che continuano a clonare Beatles, Black Sabbath, Stones o Led Zeppelin. Per qualche ragione non c'è traccia di giovani virgulti che si vogliano caricare sulle spalle il mito degli Who. Probabilmente perchè questa band è la meno incasellabile nell'ambito di quelle che hanno fatto la storia della nostra musica. Certo, alcuni elementi del suo brand sono immediatamente riconoscibili: i power chords, i tappeti di keyboards, gli irresistibili refrain. Tuttavia gli Who sono anche molto altro, ed è forse questa difficoltà ad allontanare ipotetici emuli.
Di certo la band non è mai stata prolifica, se le uscite totali contano dodici lavori, di cui dieci tra il 1965 e il 1981 e due negli ultimi trentotto anni.

Basterebbe questo a segnare con un cerchietto rosso sul calendario ogni release date, ma in realtà l'evento non è caratterizzato solo dall'uscita del disco ma dalla sua (sorprendente?) qualità.
Della formazione che conoscevamo sono rimasti i due leader storici, Townshend e Daltrey, giacchè il mitologico batterista Keith Moon ci lasciò nel lontano 1978 e il bassista John Entwistle nel più recente 2012, ma l'impatto che i due sanno ricreare riporta comunque l'orologio indietro nel tempo, e i sodali lo sanno, se è vero che l'opener All this music must fade è one hundred per cent Who, con le inconfondibili schitarrate di Pete e le sue implacabili lyrics nelle quali, il settantaquattrenne del Middlesex riesce ancora ad irradiare strafottenza come solo lui può fare ("I don't care / I know you're gonna hate this song").

Dal canto suo Roger Daltrey, che probabilmente dal vivo qualche difficoltà ha cominciato a palesarla, in studio fa ancora la sua porca figura, voce formidabile, classe e autorevolezza a vagonate.

Tornando alla tracklist, sorprendente è il taglio radicalmente politico di Ball and chain, classico blues in Who style, che punta il dito sulle fragorose ingiustizie dei prigionieri detenuti dagli americani a Guantanamo ("Still guilty with no charge", recita il testo). 
Seguono una coppia di grandi inediti che nascono con le stimmate del classicone, I don't wanna get wise e Detour.
Il disco poi cala forse un pò, ma contrariamente saremmo stati davanti ad un capolavoro fuori tempo massimo, con una prevalenza di midtempos dai quali comunque si fanno valere Break the news e la conclusiva (per l'edizione standard dell'album) She rocked my world.

Gli Who sono ancora tra noi. Unici e inimitati.

lunedì 16 dicembre 2019

Iggy Pop, Free

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Quando mi trovo davanti all'opera di un icona come Iggy Pop (mi rifiuto con sdegno di richiamare il suo curriculum) che rilascia un disco oscuro, crepuscolare, suggestivo come non mai, dove un sax o una tromba fragili e sofferti si dividono equamente i riflettori con la la voce segnata da mille battaglie del sacro Iguana, non posso che arrendermi già dopo pochi secondi di ascolto.

A tre anni dal successo di critica e pubblico (e non accadeva da tempo) di Post pop depression, album creato in coabitazione con Josh Homme, il settantaduenne nato James Newell Osterberg jr si concede un disco da lui stesso definito come "una riflessione sull'estenuante vita post tour" nel quale imbarca atmosfere che richiamano Nick Cave, Leonard Cohen, Johnny Cash (periodo Unearthed), ma anche suggestioni dell'amico di sempre David Bowie, in versione ultimi anni, sfornando un lavoro che è limitativo definire notturno. In realtà Free è la materia stessa di cui è composta la notte.

Dopo una manciata di pezzi (Loves missing; Sonali; James Bond) posti nella prima parte, che utilizzano una struttura canzone canonica, la tracklist si avventura in territori jazzati davvero più "free", nei quali trovano spazio prima brani sperimentali come Glow in the dark o Page ai quali seguono una composizione che Lou Reed scrisse nel 1970 (We are the people) e che Iggy non canta, ma declama, così come fa per la traccia successiva, Do not go gentle into that good night, da un testo di Dylan Thomas e per la conclusiva The dawn, straniante e suggestiva, che della traccia precedente appare come la naturale prosecuzione.

Poco più di mezzora di musica magnetica e ammaliante, che andrebbe rigorosamente sentita attraverso le cuffie, per non perdere nemmeno una nota o un passaggio, oppure, va da sè, in auto, quando fuori è calato il buio e il più rispettoso dei silenzi. 
Brividi.

giovedì 12 dicembre 2019

L'immortale

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SPOILERO, MA TANTO SAPETE GIA'

Bastano i primi minuti de L'immortale per cancellare in un attimo tutta la credibilità di un prodotto televisivo, stiamo parlando ovviamente di Gomorra, di cui il film è uno spin-off, faticosamente costruita e rivendicata dagli autori nel corso degli anni ("Ciro non può resuscitare perchè noi mostriamo la realtà, e nella realtà della camorra si muore") e tramutarla in un Dallas qualunque (la serie tv americana protagonista di un grottesco come back).
E comunque, se non bastasse doversi bere un sopravvissuto prima ad un colpo di pistola al cuore sparato con l'arma appoggiata al petto e poi ad una discreta permanenza sott'acqua, ci si deve sorbire quasi due ore di film imbarazzanti, quasi una parodia della serie madre.
Plot prevedibile dalla prima all'ultima sequenza, recitazioni al minimo sindacale (nel caso dei russi e dei lettoni anche sotto), regia (dello stesso D'amore) che scimmiotta, senza prenderlo quasi mai, lo stile di Sollima. 
Si salva giusto la fotografia, anche se i quartieri poveri della Napoli anni ottanta e la desolazione di Riga facilitano il lavoro.

Per un attimo ho davvero sperato che al termine del film ci rivelassero che si trattava solo di un sogno fatto da Cirù in punto di morte. 
E invece è tutto vero: L'immortale è il peggiore episodio di Gomorra mai trasmesso. 

P.S. Se, cercando questo film vi doveste imbattere nell'omonimo gangster movie francese del 2010, il mio consiglio è di non andare oltre e guardarvi quello, di ben altra pasta. 

lunedì 9 dicembre 2019

Cena con delitto - Knives out

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Una vecchia e nobile magione in periferia. L'anziano capofamiglia, scrittore di enorme successo, trovato sgozzato nel suo studio con modalità che fanno pensare al suicidio. Una famiglia allargata di viziati e sanguisughe della fortuna creata dal padre che viene interrogata dalla polizia e da un famoso detective privato.
Cena con delitto (banalissima traduzione dell'originale, centrato titolo, Knives out) riprende e aggiorna la classicissima tradizione del whodunit (chi l'ha fatto?) letterario e cinematografico, e lo fa con un cast strepitoso che comprende Cristopher Plummer (il morto, cioè Harlan Thrombey); Jamie Lee Curtis e Michael Shannon (i figli); Chris Evans (il nipote); Don Johnson (un genero), ma soprattutto la protagonista Ana De Armas (la giovane infermiera privata del vecchio, immigrata) e il fantastico Daniel Craig, l'investigatore privato, ingaggiato da uno dei componenti della famiglia.

Knives out, nonostante nei trailer si dia molto spazio al lato comico della pellicola, non è una parodia, piuttosto un riuscitissimo tributo al genere classico, che viene richiamato in continuazione e in ogni sua applicazione: dalla televisione che trasmette La signora in giallo, alle citazioni del gioco da tavolo Cluedo, ai meccanismi narrativi classici di Agatha Christie, fino ad una citazione apparentemente fuori luogo de Il trono di spade (una sedia con alle spalle dei coltelli ornamentali disposti a cerchio, come nel trono del famoso serial).
Il film funziona nelle sue parti leggere, nel meccanismo giallo (a metà sembra tutto perfettamente spiegato e invece...) e, ovviamente, nelle parti attoriali con i protagonisti che fanno a gara di bravura, senza disdegnare addirittura di avventurarsi nella critica alla politica anti immigrati di Trump, attraverso un dialogo dannatamente verosimile di una famiglia borghese americana che si divide tra radical chic e repubblicani.

Insomma, una bella e inaspettata sorpresa sotto l'albero di celluloide.

mercoledì 4 dicembre 2019

I migliori della vita: Francesco Guccini, Quello che non...(1990)

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So già cosa potrebbe pensare il fan medio di Francesco Guccini: "ma con tutti i capolavori incisi nei settanta, come può essere "migliore della vita" un disco onestissimo, ma non seminale, che salutava i novanta?"
E' molto semplice, cari amici. Provate voi a crescere, sin dalla tenera età di quattro-cinque anni con componenti della famiglia che fanno girare senza soluzione di continuità canzoni terribili su fatali incidenti in autostrada (Canzone per un'amica); macchinisti ferrovieri che si schiantano (La locomotiva, ca va sans dire), che descrivono interventi di aborto (Piccola storia ignobile), morti per parto (Venezia), o irradiano malinconie struggenti di vecchi soli (Il pensionato, Amerigo) ed appassionarvi a questo cantautore.
E allora Quello che non... arriva per me al momento giusto, all'età giusta, dopo un girovagare musicale vario (e in qualche caso avariato), grazie ad un impatto stilistico importante, pieno, lontano da quello scarno, folk, degli esordi e ricco di sonorità anche country rock, blues o cadenzate.
Quello che non... vive per me in particolare su due momenti scolpiti nella roccia del tempo, uno è rappresentato dalla prima canzone in scaletta, che riprende il titolo mentre l'altro è Canzone delle domande consuete.
Un passo indietro. Guccini arriva ad incidere questo disco a tre anni dall'ottimo (ma è difficile individuare un disco oggettivamente brutto, nella sua discografia) Signora Bovary (Scirocco è qualcosa di incantevole) ad aprire una decade (imprevedibilmente?) ricchissima di soddisfazioni, che regalerà al suo fedele pubblico una manciata di nuovi classiconi (Don Chisciotte; Canzone per Silvia; Cirano; Quattro stracci; Vorrei). 
La squadra di musicisti è quella storica (Tavolazzi; Bandini; Tempera; Biondini) che qui viene lasciata ulteriormente libera di spaziare (anche col tango, nel pezzo Tango per due) a tutto vantaggio della cifra stilistica e della godibilità complessiva dell'opera.
A livello compositivo da segnalare il ritorno della collaborazione con Lolli su Ballando con una sconosciuta e con Lucio Dalla, con il quale aveva scritto Emilia, inizialmente pubblicata sull'album Dalla/Morandi dell'88 e qui recuperata da Guccini.
Il disco si mantiene sul solito invidiabile livello compositivo, con alcuni picchi che ancora oggi danno i brividi. Mi riferisco, tornandoci su, alla title-track, cadenzata da un ritmo che ci porta dalle parti del west americano: armonica che soffia come il vento del deserto, chitarra leggera e batteria che non si risparmia, adagiate su un testo esistenziale che viaggia al tempo stesso leggero e profondissimo. 
Ma mi riferisco anche a Canzone delle domande consuete, che è l'ennesimo trattato sui rapporti uomo-donna e sulla vita di coppia, decantato al tempo stesso con realismo, poesia e senza infingimenti o ipocrisie. 
Ci sarebbero poi Cencio, che va ad aggiungersi alla folta schiera di personaggi creati dalla penna del Maestro e Le ragazze della notte, malinconica fotografia di una giovinezza squallidamente offerta ad un potere che, forse, è anche malaffare.
Insomma, l'ennesimo disco imperdibile di Guccini, con un quid in più, rappresentato da un valore sentimentale e "storiografico" che appartiene solo a me.

Senza considerare infine che, grazie a questo passepartout musicale, ho potuto andare a ritroso, superando i "traumi infantili" e riappropriandomi dell'opera omnia gucciniana, che ancora oggi è mia fedele e costante compagna nel faticoso viaggio della vita.

lunedì 25 novembre 2019

La banda di Eddie (Eddie and the Cruisers), 1983

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Ecco un film che non sono riuscito a vedere all'epoca della sua uscita e che volevo recuperare da tempo.
New Jersey, primi anni sessanta,  Eddie (Michael Parè) e la sua band, i Cruisers, riescono a costruirsi una buon seguito di fans grazie al loro rock-soul energico e trascinante. Quando al gruppo si unisce anche Frank (Tom Berenger), il complesso ha una svolta, i testi si fanno più articolati e poetici, e la musica fa altrettanto. Ma proprio nel momento della verità, con un nuovo album registrato, Eddie apparentemente muore (il corpo non si trova) in un incidente automobilistico e i nastri del disco scompaiono. Vent'anni dopo la giornalista di una testata televisiva vuole riaprire il caso, tentare di recuperare i nastri e provare a dimostrare che Eddie è ancora vivo.

La banda di Eddie, pur vivendo di una messa in scena irrimediabilmente anni ottanta e pertanto un pò datata, e pur non essendo un capolavoro, ha più di una freccia al proprio arco e "rischia" suo malgrado, col tempo, di assurgere a piccolo culto.
La storia, tratta da un romanzo dello scrittore P.F. Kluge, poggia sulle spalle del duo Tom Parè, al semi esordio, davvero perfetto nella parte della rockstar tormentata, e Tom Berenger. 
Musicalmente il suono dei brani è forgiato sul mood che ha reso celebri Springsteen e Bob Seger. Da rimarcare come John Cafferty, un onesto clone dei due artisti testè citati, autore ed interprete originale della colonna sonora, non volesse all'inizio "cedere" i suoi brani all'Eddie del film, salvo poi ricredersi, visto che il soundtrack di Eddie and the Cruisers è rimasto il suo unico e più grande successo.
Interessante anche riflettere su come, in qualche modo, la pellicola abbia anticipato la grande moda dei revival tour, soprattutto quelli nei quali, delle band che portano in giro la passata gloria, è rimasto magari un unico componente originale (qualche esempio? Dai Creedence ai Dire Straits, senza mai dimenticare la vergogna di questi Queen).

Il film ha avuto anche un seguito, fortemente voluto dal solo Parè, e girato senza alcun attore del cast originale, eccetto "il bassista" Matthew Laurance, che curioso a dirsi, anche nella storia del film è l'unico che porta avanti la band negli anni ottanta, dopo la morte di Eddie.

Da non sottovalutare.

lunedì 18 novembre 2019

Royal Republic, Club Majestic

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Dal 2010 ad oggi gli svedesi Royal Republic non sono certo rimasti fossilizzati a guardarsi l'ombelico mentre continuavano a macinare il loro alternative hard rock di buona fattura, ma inevitabilmente derivativo (Hives, Hellacopters). 
Hanno invece indossato giacche con paillettes e lustrini e, con questo ultimo Club Majesty, sono scesi in pista da ballo a proporre un tamarrissimo concentrato di disco-rock.
E' così, pochi cazzi. 
Ce lo chiariscono subito con la doppietta iniziale Fireman & dancer (qui il video) e Can't fight the disco.
C'è da dire che l'ibrido è riuscitissimo, la liason tra i power chords delle chitarre rocchettone coi ritmi da dance floor e la voce da crooner alla Tom Jones del singer Adam Grahn (Blunt force trauma) fanno faville per un kitsch voluto, perseverato e ottenuto dalla prima all'ultima nota.

Meno di trentacinque minuti di divertimento sfrenato da consumare col volume più alto consentito.



lunedì 11 novembre 2019

Little Steven, Summer of sorcery

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Una carriera musicale del tutto particolare, quella di Little Steven. Ogni springsteeniano che si rispetti conosce bene il ruolo cardine che Mr. Lento ha avuto nella forgiatura del maestoso ed epico suono della E Street Band, nonchè della sua tecnica, mai fine a sè stessa, come chitarrista.
La sua produzione personale è invece meno nota e molto discontinua (l'avevo brevemente riassunta qui), ma oggi, con la E Street a riposo, dopo aver interrotto una iato di oltre tre lustri ed essere tornato nel 2017 con l'eccellente Soulfire, ecco che il chitarrista/cantante/attore, rilascia un nuovo album: Summer of sorcery.

E se con Soulfire aveva riaffermato con autorevolezza le proprie radici musicali (soul, blues, rock), andando anche al recupero di alcune delle sue tante gemme distribuite nel tempo, con Summer of sorcery si spinge oltre, aprendo senza più limiti il proprio spettro musicale.
Con i sei minuti della prima traccia, Communion, l'accelerazione si avverte in maniera inequivocabile, attraverso un paio di cambi di tempo e di mood davvero spiazzanti, all'interno della stessa canzone.

Insomma, è un Little Steven che non pone vincoli alla propria ispirazione, quello alla plancia di comando, probabilmente consapevole del fatto che non è dalle vendite del disco che sfamerà la sua famiglia, non scende a compromessi commerciali e tira dritto per la sua strada, come dimostrato chiaramente in un pezzo dalle sonorità latine, inequivocabilmente chiamato Party mambo! .
Superato lo smarrimento iniziale, non si vuole più scendere da questa giostra, che regala soul d'autore quali Love again (che rieccheggia I don't want to go home) o Soul power twist, che si inchina per l'ennesima volta alla incommensurabile grandezza di Sam Cooke.
Ottimo anche il recupero di Education, un pezzo presente nel sottovalutato album di funk elettronico Revolution, del 1989.

Nell'ascoltare il disco non può che scattare immediato il collegamento con il recente film documentario Asbury Park - Lotta, Redenzione, Rock and Roll, rispetto alla cui produzione Miami Steve ha dato un importante contributo, nel quale emerge in maniera cristallina lo sconfinato amore per la musica di Bruce, Steve e il resto di quella generazione di giovani, che passavano intere giornate e nottate ad avvicendarsi sui palchi dei clubs suonando di tutto, in jam sessions che sembravano non finire mai.
Oltre cinquant'anni dopo, lo spirito di quei giorni è tutto in questo disco, non ho dubbi al riguardo, nel caso ne avessi sarebbero spazzati via dalla chiusura blues tiratissima di I visit the blues, e, soprattutto, negli otto minuti del pezzo più E Street Band degli ultimi venticinque anni, quel Summer of sorcery che chiude coi botti l'album.

Summer of sorcery è insomma una commovente espressione di amore sconfinato, trasversale ed inesauribile per la musica. E in pochi, oggi, hanno l'autorevolezza di farsene carico a pieno titolo come Little Steven.

giovedì 7 novembre 2019

MFT, settembre - ottobre 2019

ASCOLTI

Royal Republic, Royal majesty
Dinosaur Pile-Up, Celebrity mansions
Satan Takes A Holiday, A new sensation
DSA Commando, Le brigate della morte
Crazy Lixx, Forever wild
Elizabeth Colour Wheel, Pink Palm
Bruce Springsteen, Western stars
Volbeat, Rewind, replay, rebound
Randy Rogers Band, Hellbent
Waterboys, Where the action is
Eagles of Death Metal, Presents boots electric performing the best songs we never wrote
Little Steven and the Disceples of soul, Summer of sorcery
L.A. Guns, The devil you know
Airbourne, Boneshaker
Alter Bridge, Walk the sky
Angel Olsen, All mirrors
Wilco, Ode to joy
Cody Jinks, After the fire
Crashdiet, Rust
Darkthrone, Old star
Dirty Honey, st (EP)
Iggy Pop, Free
Imsomnium, Heart like a grave
Mark Lanegan Band, Somebody's knocking
Matt Woods, Natural disaster
Mayhem, Daemon
Michael Kwanuka, st
Michael Monroe, One man gang
Nick Cave and the Bad Seeds, Ghosteen
Nile, Vile nilotic rites
North Mississippi Allstars, Up and rolling
AA.VV., Once upon a time in Hollywood (Soundtrack)
Phil Campbell, Old lions still roar
Sentenced, Down
Slash 'n' Snakepit, It's five 'o clock somewhere
Steel Panther, Heavy metal rules
Sturgill Simpson, Sound and fury
Tom Keifer, Rise
Van Morrison, Three chords and the truth


VISIONI

Quando alice ruppe lo specchio (3/5)
Un gatto nel cervello (2/5)
11.6 The french job (3/5)
Halloween - The beginning (3,5/5)
Indagine ad alto rischio (1,5/5)
Piccolo Cesare (4/5)
Il cecchino (3/5)
Venere in pelliccia (Polanski) (4/5)
Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni (3/5)
C'era una volta a Hollywood (4/5)
Green book (4/5)
Game night (2/5)
Sonatine (4/5)
The raid (4/5)
Dark City (3/5)
La befana vien di notte (2/5)
Il trucido e lo sbirro (3/5)
Rambo, Last blood (3/5)
Modalità aereo (0,5/5)
The disaster artist (3,5/5)
La terza madre (2/5)
Sotto shock (3/5)
Moglie e marito (2/5)
Joker (4/5)
La paranza dei bambini (3,5/5)
Vendetta dal futuro (2,5/5)
Dogman (4/5)
Trafficanti (3/5)
Lords of chaos (3,5/5)
The Predator (3/5)
Notti magiche (3/5)
L'odore della notte (4/5)

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Visioni Seriali

Sneaky Pete
City on the hill
Fleabag 1,2
1994
Rocco Schiavone 3
Goliath 1

LETTURE

Roberto Costantini, Tu sei il male
Graham Greene, L'americano tranquillo