The accountant 2 (2,5/5)
FolleMente (2,5/5)
Io sono la fine del mondo (0/5)
Mark Flannigan vive come uno squatter in un appartamento che cade a pezzi, come unica compagnia un gatto. Non è vecchio ma nemmeno giovanissimo. Lo vediamo alzarsi ed allenarsi a casa e per strada, inifine raggiungere una palestra dove lo attende Stevie, il suo allenatore di pugilato. Mark "The Irish" Flannigan aveva infatti toccato l'apice del successo come pugile professionista per poi cadere in una spirale di eccessi ed autodistruzione, fino alla condizione attuale. Faticosamente, la sua rete di conoscenze riesce ad organizzargli un incontro come match in fondo al cartellone al Madison Square Garden, ma prima che la giornata si concluda con il combattimento, Mike deve regolare i conti sospesi con le persone che contano nella sua vita.
Jack Huston, una lunga carriera da attore iniziata da bambino, esordisce dietro la macchina da presa con un classicissimo film sulla caduta e sulla ricerca di redenzione di un (beautiful) loser, dimostrandoci che la forza dirompente del grande cinema magari può non stare sempre in un soggetto geniale o una sceneggiatura "ad orologeria", ma anche nella potenza gentile di una messa in scena semplice, pulita ma dannatamente efficace ed emozionante e nella performance di attori che probabilmente potevano ambire ad un posto più importante nello stardom americano in relazione alle proprie capacità. O semplicemente sono io che ho sempre avuto un debole per Michael Pitt, qui in grado di regalarci un'interpretazione indimenticabile.
Ma dicevo del canovaccio abusato alla base del film. La storia contiene diversi clichè, a partire dalla boxe (a mani basse lo sport più cinematografico) come metafora della vita, un arte nobile che può lavare via, purificare ogni cosa, chiudere un percorso catartico. Mettiamoci poi che Huston non si tiene nel ricorrere allo stimolo lacrimale plurimo (cito per sintesi Jessica, l'ex moglie di Mike, che esegue al piano una versione straziante di Have you ever seen the rain, l'incontro di Mike all'ospizio con il padre interpretato da Joe Pesci) e un finale che tutto è meno che sorprendente, e ci sarebbero tutti gli ingredienti per derubricare il film ad inutile scopiazzatura.
Disponibile su Sky
«L’America che amo, l’America di cui ho scritto e che è stata un faro di speranza e libertà per 250 anni, si trova attualmente nelle mani di un’amministrazione corrotta, incompetente e traditrice. Questa sera chiediamo a tutti coloro che credono nella democrazia e nella parte migliore dell’esperienza americana di opporsi con noi, di far sentire la loro voce contro l’autoritarismo».
Mentre in questi giorni guardo L.A. bruciare a causa, prima delle misure repressive messe in atto dall'amministrazione Trump che è arrivata al punto di arrestare anche lavoratori onesti, inseriti nel contesto sociale americano, portati via in manette fuori dalla scuola dei figli o quando si recano a rinnovare il permesso di soggiorno, e poi per la repressione brutale delle giuste manifestazioni a loro sostegno, penso alla forma di protesta attuata da Bruce Springsteen.
Il "Boss" è senza ombra di dubbio la passione musicale della (mia) vita. Ho iniziato ad ascoltarlo nel 1984 a (sigh!) quindici anni ed è stato capace di attraversare come una potente nave rompighiaccio gli anni e il mutare fisiologico dei miei orientamenti musicali (metal, irish, folk, jazz, country, jam, punk, blues, new wave, blues). L'ho visto in concerto due dozzine di volte, l'ultima nel 2016 ed è difficile spiegare razionalmente la connessione sentimentale che immancabilmente (beh, quasi) si attiva nei confronti di quest'uomo.
Non è solo questo. E' anche che, fino ad oggi, stare dalla parte convenzionalmente ritenuta "liberal", cioè dei diritti e delle tutele per la parte più marginale della popolazione, esprimersi a favore di una sanità inclusiva o di un approccio al tema dei migranti non esclusivamente orientato a diffondere paura per ricavarne consenso, era normale per la stragrande maggioranza di intellettuali, letterati e artisti. Cioè non si pagava un prezzo e tendenzialmente si faceva bella figura. Aborro il termine radical chic, ma insomma, ci siamo capiti.
Per questo penso che nel caso specifico, a scenario drammaticamente mutato e con nazioni normalmente ben radicate nei processi democratici, storicamente quindi predisposte ad assorbire il dissenso, che oggi invece si avvicinano in maniera rapida e preoccupante alla condizione di democrature (in Italia il DL Sicurezza), Springsteen abbia dimostrato, proprio perchè nessuno è intoccabile per Trump, un coraggio non banale. Non mi sovvengono altri big del mondo dello spettacolo che si siano esposti in maniera così radicale. Non l'ha fatto certo Hollywood, sotto attacco presidenziale, che teme ritorsioni mortali, ad eccezione di Robert De Niro. Sarà un caso che siano entrambi più o meno ottuagenari?
Addirittura Bruce, dopo le minacce ha rilanciato, ripetendo ad ogni concerto (e lo fa tutt'ora) i concetti espressi a Manchester e pubblicando un instant EP nel quale, a rafforzare ulteriormente il concetto politico dell'operazione, per la prima volta, isola le introduzioni parlate rispetto alla traccia dei brani, a parer mio per poterle divulgare anche separatamente. Non solo. Ha contestualmente pubblicato una breve storia sui social, nella quale trasmette un parallelo tra il regno del risentimento e dell'odio che oggi risiede alla Casa Bianca, rispetto al passato (lo trovi qui).
Springsteen l'aveva scritta dopo la grave crisi economica che aveva messo in ginocchio le piccole attività commerciali del suo territorio nel New Jersey: decine e decine di negozi, spesso a carattere familiare che avevano resistito a lungo nel tempo, chiusi e abbandonati riducendo interi quartieri in ghost town. Poi c'è stato l'undici settembre e il pezzo è stato usato come grido motivazionale dopo l'attacco terroristico. Oggi il pezzo diventa una preghiera laica ("let's pray", esorta Bruce presentandola) per chiamare la popolazione - c'mon rise up! - ad una rivolta civile, democratica, identitaria. Questo brano dal grande pathos - ho ancora negli occhi il viso fanciullesco, stupito e meravigliato di Springsteen quando a Milano, nel 2003, San Siro quasi viene giù nel singalong - viene presentato così, infliggendo la seconda stilettata all'odierna amministrazione americana:
«Nel mio Paese, provano un piacere sadico nell’infliggere dolore ai lavoratori americani. Stanno smantellando leggi storiche sui diritti civili che avevano portato a una società più giusta e pluralista. Stanno abbandonando i nostri alleati e si schierano dalla parte dei dittatori e contro chi lotta per la libertà. Stanno togliendo fondi alle università che non obbediscono alla loro ideologia. Prendono la gente dalle strade d’America e senza alcun processo la incarcerano. Tutto questo sta succedendo adesso. La maggioranza dei rappresentanti politici non è riuscita a difendere il popolo americano dagli abusi di un presidente inadeguato e di un’amministrazione canaglia. A loro non interessa e non hanno idea di cosa significhi essere davvero americani».
In questa battaglia intrapresa (l'ultima, a 76 anni?) l'uomo ha tutto da perdere - fans trumpiani, inchieste, i Proud Boys alla porta (proprio ieri è stata trucidata un coppia di politici democratici) - e nulla da guadagnare. Pertanto, pur avendo passato da tempo l'era dei fanboy acritico, ammiro e rispetto l'audacia recuperata di quest'uomo. Ciò non significa che tornerò a vederlo in concerto tra qualche giorno a Milano, perchè, per essere un credibile cantore della working class, a Springsteen manca un ultimo tassello: evitare di far pagare biglietti a tre zeri a chi proprio non può permetterseli. Tanto i suoi eredi sono già a posto per le prossime dieci generazioni.
L'EP Land of hope and dreams si può ascoltare su spotify
Girato da Oleg Sentsov, regista ucraino che ha passato guai seri con la Russia per vaghe accuse di terrorismo, Rhino è una sorta di romanzo criminale perlappunto ucraino, che, a differenza di quello di casa nostra, è privo di qualunque indulgenza o ricerca di empatia verso l'ascesa criminale di Serhii Filimonov (l'attore che interpreta il protagonista da cui l'alias del titolo) e dei suoi soci. Notevoli alcune scelte di regia, a partire dal suggestivo incipit nel quale ci viene mostrato il tempo che passa esclusivamente con la mdp che scivola da un ambiente all'altro del rudere di abitazione in cui cresce Rhino assieme alla sua famiglia. Lo scenario è quello di un'indefinita zona rurale ai margini della civiltà conosciuta, popolata da individui alla deriva sotto ogni punto di vista: sociale, morale e umano. Tra baracche e povertà diffusa, le skills che vengono premiate sono quelle del più forte, resiliente e privo di scrupoli. Non c'è epicità nelle azioni del gruppo che Rhino mette assieme, non c'è coraggio nella presa in ostaggio di una famiglia con minacce al bimbo neonato, non c'è onore nel fottersi l'un l'altro. Tuttavia, in una storia cruda, spietata e realistica, Sentsov ha l'intuizione di realizzare un epilogo quasi onirico e spirituale spiazzante ed evocativo, che lascia esterefatti.
I The Murder Capital sono una band irlandese di Dublino, di poco più "giovane" dei conterranei Fontaines D.C. . Come loro si muovono principalmente sui territori della seconda (dopo quella della metà degli anni zero) new wave of post punk. A differenza di loro l'hype intorno alla musica che creano non è ancora partito. Avendone ascoltato il secondo lavoro del 2023 (Gigi's recovery) posso anche capire perchè. Il suono della band due anni fa era forse ancora alla ricerca di una cifra precisa, mi sembra che faticasse a centrare il bersaglio dal punto di vista emotivo.
Blindness, da questo punto vista, è un'altra storia. I ragazzi hanno imparato ad essere più accessibili, se vogliamo anche più scaltri, ruffiani, centrati, riuscendo a bilanciare pronti-via le parti sferraglianti (Moonshot) con quelle propriamente melodiche, darkeggianti, radio friendly ( Words lost meanings) che sì, di qualcosa agli amici Fontaines D.C. è debitore e non è nemmeno l'unico caso (Can't pretend to know), ma d'altro canto la fonte cui si abbeverano entrambe le formazioni è la medesima.
La voce del frontman James MacGovern riesce ad essere, alla bisogna, atonale o estremamente espressiva, comunque sempre in grado di veicolare sentimenti forti, emozionali. Come nel caso della tesa Born into the fight o la struggente Love of Country. Discorso a parte merita Death of a giant, forse, a differenza delle sopracitate, non fra le highlights dell'album, ma letta da molti come un tributo a Shane MacGowan, la cui morte aveva commosso la nuova scena di Dublino, portando ad esempio i TMC a realizzare una cover di I'm a man you don't meet everyday semplicemente incantevole, a dimostrazione di un senso di appartenenza intergenerazionale e di una sensibilità non comuni.
Sensibilità che riverbera in un songwriting con l'orecchio sempre attaccato a terra a cogliere rumori di una società allo sbando, crisi esistenziali, famiglie alla deriva, a cercare una speranza sempre più nascosta tra rabbia, solitudine e disperazione. Un disco che non teme di mostrare le cicatrici, affascinanti e respingenti, dei nostri tempi. Una band che urla e sussurra noi ci siamo, non abbiamo ambizioni di leadership ma un'urgenza comunicativa deflagrante. C'è ancora qualcuno vivo là fuori?
Alain Delambre è un ex manager di azienda dalle medie dimensioni, ma quando si trova nell'età in cui si comincia a pensare alla pensione viene licenziato, e quindi, vicino ai sessanta e con un mutuo da pagare, senza alcun datore di lavoro che lo assuma per le sue competenze, si presta a fare i mestieri più umili. Ma in lui, dopo la depressione, monta una rabbia che fatica a gestire.
Miniserie piuttosto interessante, questa francese Derapages (la traduzione italiana del titolo riprende quella scelta per il romanzo di Pierre Lamaitre, cui la serie è la trasposizione), che, in sei episodi, mantenendo sempre un buon livello di tensione e curiosità, nell'arco della narrazione passa agevolmente da un genere all'altro. Lo scenario costante attiene alla denuncia sociale della condizione del lavoro in Francia, non molto diversa dalla nostra, in cui, se esci dagli ingranaggi delle assunzioni, specialmente ad una certa età, sei obbligato a scelte umilianti, non tanto per la professione svolta - facchino, pulitore - ma per il trattamento tirannico che ricevi dai tuoi capetti. Certo, il j'accuse è di grana grossa e sloganistico, ma pur sempre efficace. Ci sono poi altri elementi: di action, nella puntata che fa da perno a tutta la vicenda, la terza, di prison drama, finanche di legal thriller con connotati crime.
Spesso, davanti a serie televisive composte da pochi episodi mi trovo a pensare, diamine ma con qualche taglio avrebbero potuto tranquillamente farne un film! In questo caso invece l'abito seriale breve veste alla perfezione il progetto, la narrazione non abusa di fill-in o momenti dilatori esclusivamente propedeutici a prolungare timing. A tutto ciò sicuramente contribuisce il fatto che dietro il soggetto (creazione e regia) ci sia un regista come Ziad Doueiri (Oscar per L'insulto), che si muove facendoci dimenticare come il prodotto nasca per essere destinato alla visione (anche, ahimè) su smartphone e tablet.
Ma l'aspetto più prodigioso della serie è l'interpretazione di Eric Cantona, ex fuoriclasse calcistico (Manchester Utd, soprattutto) che ormai da anni si è reinventato attore. Naturalmente non è la prima volta che lo vedo in queste vesti (Il mio amico Eric, The salvation, AKA), ma il ruolo di Alain Delambre, un uomo controverso e sconfitto dalla vita la cui interpretazione deve trasmettere una gamma più vasta di emozioni, credo che lo possa aver consacrato definitivamente. C'è da sottolineare comunque come sia l'intero cast, nei personaggi principali e secondari, a fornire una prova eccellente, segnalo su tutti quella di Gustave Kevern, nei panni del migliore amico del protagonista, e Alex Luz in quelli del mega manager cinico e arrogante.
Attualmente su Netflix, ma dovrebbe uscire a breve dal catalogo. Recuperalo.
Mike Peters era insomma un eroe minore della musica che apprezzo. E proprio per questo, analogamente agli altri nella sua condizione, che ci hanno creduto ma erano destinati dal fato (e da un talento limitato) ad inseguire la fugace attenzione conquistata in età giovanile e mai più acciuffata, ha tutta la mia romantica stima e perché no, riconoscenza per ciò che ha saputo creare nel suo prime.
Prime Video
Il risultato è un disco clamorosamente bello e inaspettato, nel quale tutti gli attori si trovano a meraviglia, Hayes recupera l'aspetto più scanzonato e divertente delle sue liriche, come il brano d'apertura, Nobody dies from weed, sulla legalizzazione della maria, dimostra perfettamente (Some folks dies from being dumb / but nobody dies from weed), ma è proprio l'alleanza artistica a funzionare armoniosamente, a giovarsi del suono full band che ci permette di passare, nella modalità più spontanea possibile, dal southern di Any other ways ad una country song di livello (See how they run), ad un blues elettrico sferzante (Nothin' to do with your love), agli highlights dell'album: una sontuosa, in magico equilibrio tra Tom Petty e Bruce Springsteen, Water from the holy (cantata da Ed Jurdi degli Heathens), e una love song ispirata, emozionante, Adeline, intonata da Carll.
Periferia di Parigi. La nuova giunta comunale vuole trasformare il problema della concentrazione di cittadini immigrati in una zona periferica e degradata della città, in un'opportunità di "riqualificazione" , attraverso l'abbattimento dei palazzi e la costruzione di nuovi, dell'area. Con modalità diverse, singoli individui e associazioni del posto tentano di opporsi alla speculazione.
Chissà da cosa dipenda, nel 2025, la capacità di fare film di denuncia sociale. Ambito nel quale l'Italia ha primeggiato dal dopoguerra fino ai primi ottanta ed oggi ha completamente abdicato. Non basta a giustificare il trend il cambiamento del clima politico/popolare, che di certo è passato dalle lotte di classe, la solidarietà e l'internazionalismo all'individualismo, al nazionalismo, la caccia al responsabile della crisi dei ceti medio bassi, che finisce sempre col mettere nel mirino chi sta peggio di loro. Fosse così, la Francia, che ha un governo di centro destra, con un forza nazionalista estremamente rilevante (il Rassemblement National), non dovrebbe essere in grado di produrre opere come Gli indesiderabili, secondo lungometraggio di Ladj Ly, dopo il debutto de I miserabili.
Anche in questo caso, come nella pellicola precedente, l'occhio del regista si concentra sulle periferie parigine, sulle condizioni in cui vivono e sono stipati gli emigranti di prima e seconda generazione, costretti dentro enormi alveari fatiscenti dove, per far uscire dall'edificio la bara di un defunto, bisogna caricarsela in spalla, giù per infinite rampe di scale, posta l'ineluttabilità di ascensori rotti e mai riparati. A differenza dell'esordio, Gli indesiderabili è un film ancora più amaro, perchè totalmente privo degli elementi action/crime che avevano caratterizzato I Miserabili e perchè sposta i riflettori sul cinismo della politica, sull'arrivismo personale e sul pericolo comportato da uomini piccoli, pavidi e insignificanti a cui è affidato il potere di decidere delle condizioni di vita di migliaia di persone.
"Siamo intergenerazionali". Se ne esce così, Pier Paolo Capovilla, osservando il pubblico illuminato a giorno all'Alcatraz di Milano. In effetti, ad assistere alla reunion della band di alternative rock italiano probabilmente più importante degli anni zero / dieci (quattro album tra il 2007 e il 2015) il range d'età, ad occhio, va dai venti agli over sessanta. Tutti conversi nel medesimo tempo spazio per ricevere un balsamo benefico, antidoto ai tempi disperati che viviamo.
Il Teatro degli Orrori si rimette a suonare dieci anni dopo l'ultimo tour e qualcosa in meno rispetto all'annuncio di scioglimento. Delle nove date previste per il Mai dire mai tour, due vengono annullate ("per cause indipendenti dalla nostra volontà") ma quella di Milano registra se non il tutto esaurito poco ci manca, visto che l'Alcatraz è stipato. Con il canonico ritardo rispetto all'inizio programmato, sul sottofondo di un'ossessiva musica elettronico tribale, esce il Capovilla. Da solo, nel buio dello stage che pallidamente riflette solo il rosso del fondale. E rimane lì, immobile e in solitudine per qualche minuto, mentre il pubblico, impaziente, urla ed incita.
Con l'arrivo sul palco degli altri componenti della band la messa può essere officiata. Non si può che partire con Vita mia (nella quale i tecnici hanno il loro da fare per "pulire" la voce, che risulta slabbrata e subalterna agli strumenti), poi Dio mio seguita da E lei venne, il primo pezzo che fa esplodere la sala.
Guardo il Pier Paolo e mi sembra sereno, felice. Forse un pò stanco, ma può anche essere un impressione dovuta dalla sua postura pubblica che coniuga distacco e passione, un equilibrio non semplice da gestire, comunicativamente.
La band ha un sound poderoso, magmatico, che poggia le sue fondamenta sulla solidità di Francesco Valente alla batteria. E' lui il cuore che pompa sangue nella macchina TdO, un perno su cui fanno leva le affilate tessiture chitarristiche di Gionata Mirai e l'altro pezzo della sezione ritmica, il basso di Giulio Ragno Favero. E' vero che la potenza sviluppata dai power trio (dagli Who ai Motorhead a venire in giù) non può più stupire, ma ricondurre l'apocalisse sonora di questo concerto alle vibrazioni di soli tre strumenti è comunque qualcosa di incredibile.
Il Teatro degli Orrori non è una band che, a differenza di altre, campa grazie alla sua prossimità a organizzazioni politiche (di sinistra) o che cerca la scorciatoia di facili slogan per far saltare i centri sociali. E' qualcosa di inedito, sovversivo, intellettuale e culturalmente diverso. Le liriche di Capovilla denunciano derive e drammi collettivi ma anche privati, individuali. Nella visione di PP la società/Matrix inquina ogni ambito dell'esistenza: ti incanala, ti spinge a forza dentro uno stampo, ti omologa. E l'aspetto più grave è che in molti dentro quello stampo di consumismo e status quo ci stanno proprio bene. O così perlomeno credono.
E' per questo che da un concerto dei TdO, il primo a cui assisto, mi aspettavo una dose maggiore di autenticità rispetto alla media delle esibizioni di altri artisti che eseguono pedissequamente lo stesso soggetto in posti differenti. E invece, da questo punto di vista, un pò di delusione c'è. Passi per la setlist bloccata ed immutabile per tutto il tour, ma anche gli spoken di Capovilla mi sono arrivati liturgici, privi di qualunque improvvisazione. Solo in un'occasione sono andati oltre la burocrazia del rapporto frontman/stage da concerto, nel caso della declamazione di un poema di Majakovskij, ad introdurre il pezzo che porta il nome dell'autore russo. Potere della poesia, I guess.
Dopodichè il repertorio della band può contare su pezzi talmente strepitosi che il solo incipit fa deflagrare l'entusiasmo e la voglia di essere parte di quei salmi, urlando a squarciagola "Teresaaaa!" (Compagna Teresa), "I love you baby, com'era bello far l'amore con te!" (Due), piuttosto che "bugiardi dentro/fuori assassini/vigliacchi in divisa" (A sangue freddo) oppure "sarebbe stato bello invecchiare insieme/la vita ci spinge verso direzioni diverse" (Direzioni diverse), come dentro un antichissimo rito tribale di due ore che ci è rimasto appiccato in forma ancestrale e che lasciamo libero di emergere, deflagrare, prendere il controllo.
Antoine è un "flick" tormentato dalla sua infanzia. Milita nella polizia anti-gang parigina ma periodicamente partecipa a sessioni di combattimento clandestine organizzate da un amico. A causa di una di esse viene allontanato dalla sua brigata e trasferito in una sezione di periferia. Mesi dopo la sua cacciata i membri della sua ex brigata cominciano ad essere uccisi o a sparire. Coinvolto dalla moglie di uno di loro, comincia ad indagare tra diversi ostacoli, anche interni.
Considero Olivier Marchal il più degno erede del polar d'oltralpe, quello che meglio porta avanti, aggiornandola, la forma e la sostanza dei grandi registi del genere come Melville, Giovanni, Clouzot o Becker. Ma questo l'ho già detto e della sua formazione che salda assieme vita privata (ex poliziotto) e arte (scrittore, attore, sceneggiatore, regista) pure. Bastion 36 è il suo nono film, al quale vanno sommate due serie (Braquo e Pax Massilia) e ormai la sua cifra stilistica è immediatamente chiara e riconoscibile. Il forte cameratismo tra gli agenti, ma anche la sfiducia verso le istituzioni, solo orientate all'auto-conservazione e sempre pronte, a seconda dei casi, alla retorica o allo scaricabarile, la corruzione, il tradimento.
Quest'ultima opera, purtroppo distribuita solo in streaming, non fa differenza. La tenuta noir della storia è fedele a Marchal e agli stilemi del noir dall'inizio alla fine, le facce di buoni e cattivi perfette (con un'eccezione, di cui parlerò a breve), la mano cinica del fato a determinare gli eventi, immancabile. Qui il regista girondino compie un passo indietro rispetto al livello di violenza mostrata di consueto e si concentra maggiormente sul plot e sulla progressione ad orologeria degli eventi. Il passo è lento come deve essere, gli ingranaggi girano a dovere e, sebbene forse non arrivi all'eccellenza di altre produzioni di O.V. (36 Quai des Orfèvres, A gang story, L'ultima missione, Bronx) la categoria è sempre superiore.
Se proprio devo trovare un difetto, non mi ha convinto l'interpretazione del lanciato Victor Belmondo (sì, nipote di), nel ruolo del protagonista Antoine Cerda, che mi è sembrata priva del phisique du role necessario: i tratti troppo delicati anche quando appesantiti da occhi gonfi, tagli e cicatrici, la faccia poco adatta ad atmosfere cupe e tragiche. Parere personale che comunque non scalfisce un impianto che funziona e una mano che non tradisce mai, quella di Olivier Marchal.
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