venerdì 1 dicembre 2023

Codladh samh, Shane.

Shane MacGowan è morto. Ha deciso di farlo proprio nel periodo dell'anno in cui, ciclicamente, i Pogues affermano la loro postuma, ironicamente sadica, vittoria sulla società consumistico-capitalistica, grazie all'incomprensibile inclusione di Fairytale of New York in tutte le playlist sparate in ogni dove, da Spotify ai grandi mall. E ogni volta, in mezzo a Dean Martin e Frank Sinatra, ad una Let it snow e una All I want for Christmas is you, sogghigno di soddisfazione quando arrivano i nostri e il testo giunge al punto in cui Shane e Kristy MacColl si scambiano affettuosi auguri, che vanno da "mantenuto, teppista", a "vecchia puttana drogata morente con la siringa nel braccio" per passare a "feccia, verme" e "piccolo frocio da quattro soldi" e concludere con "buon Natale, coglione, prego Dio sia il tuo ultimo".

Questo blog ha il titolo di una canzone dei Pogues, nasce nell'attesa di un loro concerto in trasferta a Brixton. Dunque da un mio legame fortissimo con una band che nel periodo new wave ha portato una contaminazione musicale inedita, per mezzo di un collegamento tra spirito punk e musica tradizionale, riuscendo a creare un volano tra canzoni dimenticate, superate dal tempo, considerate roba da vecchi scorreggioni e la rabbia giovanile degli anni della Thatcher. Un ponte tra una terra martoriata dalla guerra civile e la riscoperta dell'isola smeraldo da parte di milioni di cittadini del mondo (italiani e francesi in testa). 

I Pogues erano una band fortemente politica, in culo ai conservatori inglesi e con una bella manciata di canzoni censurate in Inghilterra (in pratica mezza tracklist di If I should fall from grace with god)  per l'orgoglio con cui affermavano l'identità irlandese, in un periodo in cui l'IRA era attiva e operante. Una band rivoluzionaria e combattente, capitanata da un MacGowan dotato di carisma, allure, di una cultura, l'ho scritto nella recensione di "Una pinta con", che gli permetteva spontanei e frequenti riferimenti al pantheon di scrittori irlandesi, quali i noti James Joyce, l'immancabile Brendan Behan, William Butler Yeats, ma anche altri. Insomma leggi il testo di The sick bed of Cuchulainn e dimmi quanti altri avrebbero potuto scriverlo. 

Quasi ogni canzone degli anni migliori della band (1984/1990), al novanta per cento scritte da Shane, avevano miriadi di spunti politici, culturali, identitari, letterari, poetici, legati alla terra d'origine dei componenti. Shane ci racconta che dopo il terzo album (appunto If I should fall...) non ha più condiviso la direzione stilistica che ha preso la band ma si è trascinato tra assenze, ritardi e condizioni non conciliabili con tour e studi di registrazione. 

Ho avuto l'occasione di vedere i Pogues dal vivo due volte (entrambe documentate sul blog, qui e qui), nell'ambito di tour organizzati fuori tempo massimo (seconda parte anni zero) probabilmente al solo scopo di raggranellare gli ultimi spiccioli possibili, mettendo al centro dell'arena, davanti al pubblico-gladiatore, un MacGowan vittima sacrificale che barcollava, perdeva il filo delle canzoni ed era obbligato ad una pausa nel backstage ogni due-canzoni, ma che, in qualche modo, portava a termine il lavoro.

Il fisico di MacGowan era da tempo minato da patologie certamente riconducibili ad una vita dissoluta segnata da alcolismo e tossicodipendenze. In molti si stupiscono fosse ancora vivo e, al netto del cinismo, c'è da capirli. Gli ultimi segnali al mondo esterno, l'intervista al Guardian e la visita di Springsteen, erano purtroppo indizi estremamente eloquenti sull'approssimarsi dell'arrivo della triste mietitrice.  Eppure, non fosse costretto su una sedia a rotelle a seguito di una brutta caduta, questa pelle dura di irlandese scontroso forse sarebbe ancora qui a dirci di baciargli il culo e noi ad aspettare un suo ultimo disco (di cui parla anche nel memoir scritto assieme alla moglie quasi vent'anni fa), incuranti della mestizia che l'ascolto avrebbe comportato. 

Anche per noi che abbiamo sviluppato un rapporto quasi patologico con la musica, passata la giovinezza si sono diradati i casi in cui, ascoltando una melodia ci si è spalancata un'epifania, siamo stati colpiti dall'equivalente della sindrome di Stendhal per le opere d'arte. A me l'ultima volta in assoluto è successo proprio con una canzone dei Pogues. Non una di quelle più note e celebrate e se è per questo nemmeno una scritta da lui o dal gruppo. Si tratta di And the band played Waltzing Mathilda, una composizione di Eric Bogle attinente uno dei tanti massacri di guerra, nello specifico quello delle truppe australiane mandate come carne da cannone a farsi trucidare a Gallipoli, in Turchia. Il brano chiude il secondo lavoro dei Pogues, Rum, sodomy and the lash e l'interpretazione che ne dà Shane è di quelle memorabili. Così successe che qualche anno fa mi trovavo su qualche vetta verdeggiante della Valsassina, probabilmente dopo una qualche accesa discussione familiare, e, infilate le cuffie e acceso il lettore mp3, mentre camminando lo sguardo si perdeva nel verde dei monti, mi sono fanno inondare dalle note malinconiche e dalle parole cariche di disperazione di questo pezzo, fino alle lacrime. Scelgo lei dunque, anche se, probabilmente, per la vita senza compromessi e per l'irlandesità di Shane MacGowan,  The parting glass,  sarebbe sicuramente un commiato più congruo. 

In ogni caso, finchè funzionerà il camouflage natalizio di Fairytale of New York ad accompagnare il momento di massa più ipocrita dell'anno, l'ultima risata a risuonare rauca e beffarda sarà sempre quella di Shane MacGowan.


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