lunedì 31 marzo 2025

Gli indesiderabili (2023)

Periferia di Parigi. La nuova giunta comunale vuole trasformare il problema della concentrazione di cittadini immigrati in una zona periferica e degradata della città, in un'opportunità di "riqualificazione" , attraverso l'abbattimento dei palazzi e la costruzione di nuovi, dell'area. Con modalità diverse, singoli individui e associazioni del posto tentano di opporsi alla speculazione.

Chissà da cosa dipenda, nel 2025, la capacità di fare film di denuncia sociale. Ambito nel quale l'Italia ha primeggiato dal dopoguerra fino ai primi ottanta ed oggi ha completamente abdicato. Non basta a giustificare il trend il cambiamento del clima politico/popolare, che di certo è passato dalle lotte di classe, la solidarietà e l'internazionalismo all'individualismo, al nazionalismo, la caccia al responsabile della crisi dei ceti medio bassi, che finisce sempre col mettere nel mirino chi sta peggio di loro. Fosse così, la Francia, che ha un governo di centro destra, con un forza nazionalista estremamente rilevante (il Rassemblement National), non dovrebbe essere in grado di produrre opere come Gli indesiderabili, secondo lungometraggio di Ladj Ly, dopo il debutto de I miserabili

Anche in questo caso, come nella pellicola precedente, l'occhio del regista si concentra sulle periferie parigine, sulle condizioni in cui vivono e sono stipati gli emigranti di prima e seconda generazione, costretti dentro enormi alveari fatiscenti dove, per far uscire dall'edificio la bara di un defunto, bisogna caricarsela in spalla, giù per infinite rampe di scale, posta l'ineluttabilità di ascensori rotti e mai riparati. A differenza dell'esordio, Gli indesiderabili è un film ancora più amaro, perchè totalmente privo degli elementi action/crime che avevano caratterizzato I Miserabili e perchè sposta i riflettori sul cinismo della politica, sull'arrivismo personale e sul pericolo comportato da uomini piccoli, pavidi e insignificanti a cui è affidato il potere di decidere delle condizioni di vita di migliaia di persone. 

Un film forse imperfetto, ma che azzecca volti e fisicità di una manciata di protagonisti (i villain, cioè i politici cittadini interpretati da Alexis Manenti e Steve Tientcheu, la tormentata vittima delle mire di gentrificazione della giunta, il bravo Aristote Luyindula) e che in generale sembra quasi neorealista nell'utilizzo dei comprimari, mentre usa la leva della retorica e del posizionamento di parte per trasmettere una condizione diffusa e, neanche l'incapacità della politica di affrontarla, peggio, la non volontà di farlo. 
Tutto il contrario del cinema francese, che tra Stèphane Brizè e Ladj Ly, ci sbatte sui denti cambiamenti della società tanto potenzialmente deflagranti quanto marginali, ai nostri occhi.

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