lunedì 31 ottobre 2022

Di Si vis pacem para bellum (2016) e di Stefano Calvagna

Stefano è un criminale al soldo di un potente uomo d'affari romano in odore di malavita. Per lui svolge ogni tipo di commissione violenta, dal pestare al gambizzare, fino all'omicidio. Per il resto conduce una vita anonima e solitaria, formalmente fa il buttafuori di un locale (dello stesso imprenditore) e frequenta una palestra. Ha un suo contorto senso della giustizia e infatti, durante una delle tante cene solitarie in un ristorante cinese, difende una cameriera dall'aggressività di un gruppo di teppistelli e da quell'episodio nasce con lei una storia destinata a cambiargli il corso della vita.

Scrivo di Si vis pacem para bellum (il noto motto latino se vuoi la pace prepara la guerra) per parlare di un regista italiano che ho scoperto di recente, vero e proprio lupo solitario (come lo definisce il critico Francesco Alò) del cinema italiano, con uno sconfinato amore per il cinema che l'ha portato, sempre in condizioni di micidiali ristrettezze economiche, a girare venti film in vent'anni. 
Una vita, la sua, autenticamente avventurosa iniziata con una formazione americana (New York - Actor's studio - e Los Angeles dove ha girato episodi di Beverly Hills 90210) e proseguita costantemente in trincea, durante la quale ha subito agguati a colpi di pistola, processi e finanche detenzione (con successivo proscioglimento con formula piena) nonchè di stridenti contraddizioni che lo vedono al tempo stesso ultras (della Lazio con orientamento politico affine) ma anche estimatore, come emerge chiaramente nelle sue opere,  di neorealismo, Pasolini e Caligari (oltre che di Lenzi, Di Leo e Melville).

Posto il contesto di assoluta indipendenza artistica e di conseguenti bassi budget, a chi volesse entrare nel suo mondo cinematografico consiglio di non fermarsi ad un unico film, perchè si correrebbe il rischio di valutarne superficialmente solo la povertà dei mezzi, ma di guardarne una manciata, approfittando di Prime Video, che nel suo catalogo ne ospita ben tredici. In questo modo, viaggiando tra i generi (non solo noir, ma anche drammi, commedie e biopic) si riesce ad avere una visione più piena e rotonda dell'opera di Calvagna. 
Io fino ad oggi ne ho visti sette (l'esordio del 2000 Senza paura, Il lupo, Non escludo il ritorno - il biopic sugli ultimi anni di Califano, nel quale recita in un cameo anche Michael Madsen, fan dichiarato di Calvagna - , La fuga, Cattivi e cattivi, Baby gang - con attori non professionisti - e infine la pellicola di questo topic), non tutti riusciti o quadratissimi, spesso "sporchi" ed imperfetti, ma con la costante di una chiara idea di cinema perseguita con tenacia, fame e tensione artistica.

Si vis pacem para bellum è un classico noir metropolitano con i protagonisti cinici e disillusi dalla vita, ma che in fondo non hanno smesso di sperare in un'occasione di riscatto dal disincanto quotidiano. Insomma il motore di tutto il cinema noir americano degli anni quaranta/cinquanta e di quello francese (noir/polar), ma dentro l'ambientazione di una periferia romana sporca, senza senza regole, onore o leggi. 
Nel cast, oltre allo stesso Calvagna nel ruolo del protagonista, da segnalare la presenza di Massimo Bonetti qui al terzo ruolo con il regista dopo Il lupo e Cattivi e cattivi

Nonostante la fede politica di destra, totalmente opposta alla mia, ho maturato apprezzamento e in qualche modo affetto per il lavoro ostinato, sfrontato, coraggioso e indipendente di Calvagna, oltre ad una condivisione delle sue analisi sul cinema italiano, anestetizzato dai soliti due tre argomenti dei soliti due tre nomi i cui progetti regolarmente ricevono finanziamenti pubblici, mentre chi si arrabatta e riesce miracolosamente a girare, produrre e distribuire (anche nelle sale) un film all'anno viene costantemente tenuto ai margini. Non c'è posizionamento politico in questa considerazione, solo un'amara, necessaria, dolorosa constatazione sullo stato dell'industria (???) del cinema italiano.

Prime video

lunedì 24 ottobre 2022

Victoria Mary Clarke e Shane MacGowan, Una pinta con Shane MacGowan


Nel totale disinteresse degli editori italiani verso la biblografia sui Pogues (sono sempre speranzoso che qualcuno si decida a tradurre e pubblicare almeno Here comes everybody, la storia della band scritta dal membro James Fearnley) spicca, anche per una discreta esposizione mediatica, la recente pubblicazione in Italia de Una pinta con Shane MacGowan, che sarebbe anche uscito in prima edizione oltre vent'anni fa, ma, vista la totale lacuna editoriale sui Pogues, non è proprio il caso di cercare il pelo nell'uovo. Come spiega nell'introduzione Victoria Mary Clark, la curatrice del volume nonchè compagna di vita di Shane, il progetto nasce come una canonica biografia, fatto salvo che, una volta sbobinate le centinaia di ore di interviste e dato forma al testo, VMC si è trovata davanti ad un risultato troppo pulitino che strideva rispetto al mood di "spontaneità macgowaiana" delle interviste. Per questa ragione ha cambiato impostazione, ed ha trascritto integralmente il contenuto delle interviste con il marito. Il risultato è sicuramente interessante e, dato il cattivo rapporto di Shane con stampa e critici, ci permette di entrare sostanzialmente per la prima volta nella sua complicatissima testa. 

I primi anni di vita del giovane MacGowan sono rielaborati con nostalgia ed affetto, nonostante un'educazione sui generis, nella quale gli veniva concesso qualunque vizio, incluso quello di bere alcolici e superalcolici in età prescolastica (e insomma, qualche attenuante per le sue tante dipendenze future, forse ce l'ha), ma vissuta felicemente per lo stile di vita da fattoria, i tanti parenti attorno, gli animali, la libertà della campagna. 

La parte che ho trovato più interessante della biografia è quella del periodo punk di Shane, che era al posto giusto (Londra) al momento giusto (1976/77) e che ritiene, non è l'unico, che il movimento punk, quello vero, quello pericoloso per le band e per chi si atteneva ai quei codici di outfit, sia durato giusto una manciata di mesi. E' questo un periodo in cui le risse e le imboscate sono all'ordine del giorno, e Shane impara (e ci spiega) come comportarsi una rissa, come darle e come incassare. 

Il racconto sul periodo Pogues è purtroppo carico di tensioni e di rancore. Verso Elvis Costello, verso gran parte del resto del gruppo, in qualche caso ritenuto anche tecnicamente inadeguato (Jem) e verso la produzione discografica a lui imposta che, dopo If I should fall from grace with god (terzo della discografia), è andata in una direzione contraria a quella desiderata da Shane, che arriva esausto e disinteressato agli ultimi tour. Costanti del racconto dell'irlandese sono digressioni culturali e letterarie, magari non sempre a fuoco, ma che dimostrano il suo cospicuo bagaglio culturale. E' raro trovare memorie di rockstar infarcite di comparazioni tra Joyce, Beckett o Behan. Meno anomalo, ma comunque non così diffuso, è anche l'amore di Shane per ogni tipo di genere musicale, in un range che, oltre a quelli ovvi (punk, traditional, folk) si sposta imprevedibilmente dal soul, al reggae al cajun, giusto per limitarsi a qualche esempio.

Insomma il libro funziona, anche se a tratti si impantana un pò, a mio avviso per l'eccessiva invadenza della curatrice (la Clarke) che interrompe non sempre opportunamente il flusso di coscienza del marito, talvolta anche in maniera irritante ed inutile, quasi nell'inconsapevole intento di mettere sè stessa e non Shane sotto i riflettori. 
Ovvio che, trattandosi dell'unico volume tradotto in italiano su Shane (e, indirettamente, sui Pogues), non sono queste facezie ad impedirmi di consigliarne caldamente la lettura.

lunedì 17 ottobre 2022

Capitano Kòblic (2016)


Argentina 1977. Il capitano della marina argentina Tomas Kòblic è ai comandi, a sua insaputa, di uno dei tanti, tragici, famigerati, voli della morte, in cui gli sgherri della dittatura fascista gettavano in mare i prigionieri politici (ancora vivi) per far sparire i corpi. Sconvolto da tanta atrocità, Kòblic diserta e, per nascondersi alle autorità militari,  si rifugia nella pampa argentina più povera e dimenticata, aiutato da un vecchio amico che possiede una piccola compagnia aeronautica di disinfestazione dei campi.

La ferita della dittatura del generale Videla, il cui colpo di stato organizzato dagli USA di Henry Kissinger mise al potere l'esercito e diede il via a persecuzioni, imprigionamenti, torture, uccisioni e desaparecidos, è, necessariamente, sempre aperta, nel popolo argentino. 
In attesa di vedere il recentissimo Argentina, 1985, ho recuperato questo film di qualche anno fa, che con Argentina, 1985 condivide il protagonista: l'immenso Ricardo Darìn. 
Partendo dai drammatici fatti di quegli anni, il regista Borensztein, ambienta le vicende del protagonista in una classica terra di frontiera, dove il tempo sembra non essere mai passato e non passare mai e dove c'è l'omologo dello sceriffo che ha potere di vita e di morte sulla povera gente. In pratica un western (analogia esplicitata dalla sequenza clou verso la conclusione del film), ma anche, per l'angosciante sensazione del protagonista di non avere vie d'uscita, un noir d'altri tempi. 
Superfluo affermare come Darìn sia perfetto nel ruolo, interpretato per sottrazione, perchè tanto l'attore argentino lo è sempre, impeccabile. Ma convincente lo è pure, nella sua placida perfidia, il villain Velarde, interpretato con misura da Oscar Martìnez. 

Anche se gioca coi generi sopra citati, Borensztein tiene sempre salda la leva del cinema di denuncia, e quando, nel flashback finale, vengono mostrate per intero le vicende che hanno portato Koblìc alla diserzione, deflagra tutto il dramma degli oppositori argentini e, con esso, l'atroce, ottusa, implacabile brutalità dei bastardi agli ordini di Videla.

Il film è consigliato, soprattutto, a chi queste cose ancora non le conosce o, peggio, a chi le ha giustificate nel nome di una democrazia da esportare che nascondeva ben altri obiettivi politico-economici.


Prime Video

lunedì 10 ottobre 2022

Ministri, Giuramenti (2022)


Dopo un EP, Cronaca nera e musica leggera, che nelle intenzioni doveva fotografare una fase creativa di maggiore introspezione e che invece, a seguito di covid e blocco forzato delle attività, è venuto fuori ancora più incazzoso del solito, per i Ministri erano maturi i tempi per il ritorno al formato full lenght, atteso da quattro anni. 
Allora il titolo dell'album era Fidatevi, oggi è Giuramenti, quasi a cercare una totale sintonia fideistico-emozionale con il proprio pubblico. 

Il nucleo storico della band (Davide Autelitano - voce e basso - ; Federico Dragogna - chitarre -  e Michele Esposito - batteria - ) è arrivato alla soglia dei quarant'anni d'età ed è evidente che l'approccio creativo non può e non deve essere quello di venti anni fa, ma ciò che definisce l'onestà intellettuale di un artista è anche la capacità di bilanciare l'impeto giovanile con la riflessione acquisita col passare del tempo, e in questo credo che Giuramenti sia un disco perfettamente riuscito. 
I testi dei nove pezzi (per trentacinque minuti di durata) contenuti nel lavoro sono, come da tradizione, riluttanti inni generazionali che sembra volino lontano, nel surreale, per poi piazzare improvvisa e dolorosa la coltellata nelle carni marcie di un Paese ("arrivi a fine mese / solo se è febbraio" da Numeri) sordo ad ogni richiesta di aiuto del tessuto sociale.
Dal punto di vista stilistico rabbia e rassegnazione si alternano, in una raccolta di canzoni che a mio parere contiene almeno tre pezzi tra i migliori mai incisi dai Ministri (Scatolette; Documentari; Numeri) e che riesce comunque a mantenere, anche nella restante tracklist, il solito livello d'eccellenza cui la band ci ha abituati, in ambito indie italiana.

Siamo in un periodo storico atroce, dopo più di mezzo secolo torniamo a lambire un rischio che pensavamo archiviato per sempre, quello dell'utilizzo di armi atomiche. Gli artisti possono recitare un ruolo prezioso nel prendere posizione e raccontare lo smarrimento di tanti davanti ad una spirale che sembra senza fondo. 
Questo compito, un pò come Guccini che in Eskimo poteva permettersi di cantare  "tu giri adesso con le tette al vento / io ci giravo già vent'anni fa", i Ministri lo svolgono da sempre, visto che attraverso titoli quali  "I soldi sono finiti" e "Tempi bui", tre lustri fa cantavano di uno strisciante disagio generazionale che, nel frattempo, si è fatto esplosivo.
Basterebbe questo, ma non possiamo dimenticare l'instancabile contributo alla musica altra italiana, che non si rassegna ai personaggi preconfezionati perfetti, anche nelle provocazioni, per le prime serate televisive o per Sanremo.
Viva i Ministri!

lunedì 3 ottobre 2022

George Simenon, I fantasmi del cappellaio (1949)


Fine anni quaranta, la cittadina francese di La Rochelle vive nel terrore per la presenza di un assassino che sta uccidendo una dopo l'altra donne anziane. Kachoudas, un sarto immigrato armeno, scopre casualmente un indizio che sembra accusare per gli omicidi seriali il rispettabilissimo e ben inserito cappellaio del paese, Leon Labbè.

I fantasmi del cappellaio è considerato uno dei più importanti libri noir di tutti i tempi. E' un romanzo che esula dal ciclo di storie che Simenon ha scritto con protagonista Maigret e, forse, proprio per questo, lo scrittore francese ha potuto operare in piena libertà e, soprattutto, fuori dai canonici tempi/vincoli delle indagini poliziesche. A dimostrazione di ciò, la tensione che regge la storia non è costruita sul mistero dell'identità dell'assassino che, prima ancora ci si cali nel mood della narrazione, è sostanzialmente svelato a pagina otto. Piuttosto Simenon il meglio lo dà nel raccontare, dalla soggettiva del cappellaio, la quotidianità di due personaggi, Labbè e Kachoudas, teoricamente divisi solo da una stessa strada, al punto che , tende permettendo, riescono a vedere uno nelle stanze dell'altro, vivendo così un pò nella pelle del rispettivo dirimpettaio, ma in realtà separati da una solida barriera sociale.

Questa condizione è descritta efficacemente dall'autore, che si sofferma sulle classi dei due protagonisti: quella del cappellaio, benestante e ben inserito negli ambienti locali, e quella del piccolo sarto, al contrario emarginato e tenuto a debita distanza, anche quando tenta di confondersi tra gli altri avventori al Cafè des colonnes, abituale ritrovo degli uomini del posto.  Una condizione che però, chissà, per Kachoudas potrebbe mutare, grazie alla taglia di ventimila franchi promessa a chi darà indizi concreti alla polizia per debellare la minaccia del serial killer. Una polizia che, a differenza dei settantacinque romanzi con protagonista Maigret, viene tratteggiata come incompetente e, impersonata dal commissario Pigeac, vanesia e ottusa. 

Simenon mostra la psicologia del serial killer con una modalità in netto anticipo su molta letteratura di genere a venire, scavando nell'impulso ad uccidere dell'assassino ben oltre il compimento del suo piano razionale, che, infatti, quando termina gli lascia un senso di vuoto, così come in anticipo sui tempi è la descrizione, anche qui lasciata tra le righe, dell'inconscio desiderio di essere catturato. 

L'edizione di Adelphi che ho letto riserva poi una sorpresa a quanti, come faccio io abitualmente, si immergono nella lettura senza vivisezionare indice o appendici del libro. La narrazione si conclude infatti a "sorpresa" quando mancano una settantina di pagine alla conclusione del volume, lasciandoti di sasso. Il motivo è presto detto: in coda al romanzo l'editore ha aggiunto la prima stesura di Simenon, dal titolo Il piccolo sarto e il cappellaio, molto più breve, che si fa apprezzare per il rovesciamento della prospettiva, da Lubbè a Kachoudas, e per un finale differente. Anzi, un doppio finale, perchè l'autore, evidentemente irrequieto sullo sviluppo della sua storia, ha sviluppato una conclusione alternativa (anch'essa presente in questa edizione). 
Entrambe le conclusioni non valgono comunque quella drammatica e amara, della versione definitiva.

lunedì 26 settembre 2022

Lo squalo (1975)

La cittadina di Amity, su di un'isola al largo di New York, si prepara ad accogliere le consuete ondate di famiglie e turisti per la stagione estiva. Proprio all'approssimarsi della festa nazionale del 4 luglio però una ragazza viene uccisa di notte da uno squalo. Il medico legale, condizionato dal sindaco, afferma si sia trattato dell'elica di una barca e quindi, contro il parere dello sceriffo Brody, non introduce divieti alla balneazione. Da lì a poco anche un ragazzino verrà attaccato mortalmente dalla stessa bestia. A quel punto non è più possibile negare l'evidenza della presenza di un pericoloso predatore marino.

Quando uscì Lo squalo avevo all'incirca sei anni, ma ricordo distintamente i manifesti del film che tappezzavano il mio paese (con ogni probabilità da noi arrivò uno o due anni dopo, in seconda o terza visione) e che lasciavano presagire qualcosa di terrificante. Ovviamente non lo vidi all'epoca, e anche se in seguito ho avuto innumerevoli occasioni per recuperare la visione di questa pellicola, mandata migliaia di volte dalle reti berlusconiane, chissà perchè, non l'ho mai fatto. 

Visto oggi, Lo squalo, appare perlopiù modernissimo, soprattutto per i suoi aspetti sia tecnici, tuttora, a quasi cinquant'anni di distanza, scopiazzatissimi, che di soggetto, visto l'ennesimo ritorno del trend "squalistico" che impazza soprattutto, ma non esclusivamente, nelle produzioni a basso costo. Il film di Spielberg ha tracciato un solco profondo anche nell'aspetto commerciale, strategico di produzioni di questo tipo, si può dire che abbia lanciato la dinamica del filmone mainstream (una volta si sarebbe detto l'americanata) posizionato nelle settimane più importanti della programmazione  dei cinema USA (giugno-luglio). Ma la pellicola, in qualche modo, osa anche su temi etici, anche qui in anticipo sui tempi: l'ingordigia della politica, la sicurezza messa in subordine rispetto al guadagno, e con esso il mantenimento delle posizioni di potere vincolate alla conservazione dello status quo, l'abitudine degli americani a sparare a tutto quello che si muove. 
Per il resto, beh, sequenze e dialoghi che sono entrati nella storia del cinema e del quotidiano ("Ci serve una barca più grossa"), così come la colonna sonora. E tutto questo, a prescindere dal genere (in questo caso puro intrattenimento) è caratteristica riservata ai soli film che hanno fatto la storia del cinema. 

Sky / Netflix

lunedì 19 settembre 2022

Volbeat, Servant of the mind (2021)


Dall'alto dello status di one of my favorite band, ho concesso diverse chance a Servant of the mind, l'ottavo album dei Volbeat, uscito a fine 2021. Al netto della diffidenza verso una copertina bruttina, stile prog rock anni settanta, ogni volta il mio entusiasmo si schiantava contro lo scoglio di Wait a minute my girl, la traccia numero due. In effetti non andavo molto lontano. Tuttavia, anche adesso che il disco sono riuscito ad assimilarlo, continuo a ritenere quel pezzo probabilmente il più brutto mai pubblicato dai danesi. 
E il resto del disco com'è? Mah, la mia impressione è che i Volbeat abbiano perso quella non comune capacità di coniugare orecchiabilità, asprezza dei suoni ed epicità. Ci provano, ma semplicemente non ci riescono più. Il disco è troppo lungo. Le singole tracce sono troppo lunghe. Questo giochetto di relegare il lato più canonicamente metal alle parti strumentali (incipit, bridge e coda) ormai mostra la corda. Dopodichè mentirei se affermassi che qualche canzone non centri il bersaglio lucidando un pò l'argenteria di famiglia (Sacred stones, Shotgun blues, The passenger), ma è davvero poca cosa. 

Se affermi di fare musica metal, anzi di essere un "big fan" del genere, devi fare attenzione a come ti trastulli con l'easy listening, perchè cazzo il rischio di sbracare è dietro l'angolo. I Ghost, per fare un esempio, sono dei maestri in quest'arte, la formazione di Poulsen mi sembra abbia invece deragliato. Speriamo non definitivamente. Poche speranze in questo senso. Un dato su tutti che fotografa l'inversione mainstream della band: prima i featuring si facevano con componenti di Kreator, Napalm Death, Meryful Fate, oggi con la cantante degli Alphabeat, un gruppo dance-pop. E senza neanche passare dal metadone delle Babymetal.
Buone le cover (Wolfbrigade, Cramps, Metallica) dell'edizione speciale. E, forse, questo potenziale metal inespresso fa incazzare ancora di più.

lunedì 12 settembre 2022

The carpenter (2021)

Sam vive guadagnandosi da vivere come carpentiere in un un piccolo paese della bergamasca, nascondendosi da qualcosa del suo passato che tuttavia torna inesorabilmente a cercarlo.

Pellicola indipendente scritta (assieme a Pietro Lovato) e diretta dall'esordiente Steven Renso, The carpenter, in considerazione del tipo di prodotto e del budget ridotto, ha molte frecce al suo arco. Innanzitutto Renso punta tutto sulla tensione crescente, più che sulla violenza (spesso fuori campo) o sull'azione in generale. Una scelta forse dettata dal contenimento dei costi, ma comunque vincente. L'ansia che coinvolge lo spettatore non ha infatti nulla da invidiare a produzione più ricche (anzi!) e tiene in piedi il film in maniera più che eccellente. Anche la perfomance del cast (il protagonista è Davide Gambarini) è, mediamente, oltre il livello della cinematografia indipendente, un paio di personaggi sono davvero azzeccati, come il protagonista e Romolo (interpretato da Pino Torcasio). 

Le location rurali, i boschi, i tornanti di montagna (ripresi anche dal drone) si rivelano un'altra intuizione felice. 
Qualche difetto è presente forse nell'eccessivo affollamento dei personaggi, che richiede uno sforzo di spiegazione della storia a mio avviso evitabile e porta conseguentemente con sè lo scarso approfondimento di alcuni character, così come di alcuni flashback, troppo tirati via.

Per il resto The carpenter è una bella botta di fiducia nel panorama degli indipendenti italiani. Sarei molto curioso di vedere cosa l'ottimo Renso sarebbe in grado di fare con un budget decoroso, anche se non nutro molte speranze in merito, posta la sostanziale indigenza in cui versa il nostro cinema di genere, che fa scopa con il disinteresse dei produttori e di un pubblico disabituato a questi stilemi. 
Spagna e Francia sono geograficamente ad un passo ma oggi, ahimè, cinematograficamente a distanze siderali, pertanto massimo apprezzamento verso chi, con passione, entusiasmo e coraggio rifiuta di rassegnarsi all'ormai grottesco rifugio nel "porto sicuro" della commedia e del dramma, da troppo tempo unici sbocchi del nostro cinema.

Visto su Prime video

giovedì 8 settembre 2022

Crazy Lixx, Loud minority (2007)

Il debutto (seguiranno altri sei album) dei glammers/sleazers svedesi Crazy Lixx  Loud minority, sebbene stilisticamente si inserisca dentro il canonico solco hair metal fine anni ottanta, ha dalla sua quella buona dose di entusiasmo che permette ai due leader, Danny Rexon (voce e chitarra) e Vic Zino (chitarra, nel frattempo fuoriuscito) di mettere assieme undici pezzi (la mia riedizione della Frontiers ha sette tracks in più rispetto alla release originale)  trascinanti che sì, richiamano i Bon Jovi e i Kiss ottantiani, i Crue, i Guns più glam e chi più ne ha più ne metta, ma con onestà intellettuale e gusto. 
Ne deriva che tra una Dr. Hollywood, una Make ends meet, una Death row e una Boneyard gli estimatori del genere possono tornare giovani per una quarantina di minuti. 

 

lunedì 5 settembre 2022

Ministri, Carroponte - Sesto San Giovanni 2 settembre 2022

Raggiungo il Carroponte con qualcosa tipo un mese e mezzo di ritardo, visto che avrei voluto assistere al concerto degli Idle del 14 luglio ma una trasferta di lavoro in Piemonte me l'ha impedito.Stavolta non potevo mancare, troppe volte, per un motivo o un altro, non sono riuscito a vedere uno dei gruppi indipendenti italiani che più amo, i Ministri. Così, alla boia d'un Giuda, scopro del concerto la mattina leggendo le pagine milanesi di Repubblica, ed eccomi ai cancelli del Carroponte.
La prima cosa che noto, mentre il posto va riempendosi, è l'atmosfera molto rilassata, da festa, che satura la location. Si respira forte l'aria di comunità, c'è più di una famiglia con bimbi piccoli a rimorchio (che, con un effetto straniante, a sei anni cantano il repertorio della band), insomma, vibrazioni positive per un vecchio rudere del novecento come il sottoscritto.


Dopo l'esibizione degli opener Gazebo Pinguins, che ho brevemente intercettato, alle 21.30, acclamatissimi, salgono sul palco i nostri. Con le classiche divise che li contraddistinguono, per questo tour di colore bianco, attaccano Mammut (dall'album del 2013, Per un passato migliore), e si capisce immediatamente che c'avevo visto giusto: proprio di festa si tratta, con buona parte dei convenuti probabilmente all'ennesimo concerto dei Ministri ma che reagiscono come se fosse il loro primo. 
L'esibizione di Davide e Fede è da frontmen consumati, alla batteria Michele non è da meno. Componenti aggiunti un secondo chitarrista (il cui strumento, in tutta onestà non ho mai sentito, ma può essere colpa della mia posizione rispetto alle casse) e un tastierista. La setlist, com'è consuetudine verte molto sull'ultimo lavoro della band (Giuramenti) e sull'EP che l'ha preceduto (Cronaca nera e musica leggera), mangiandosi quasi la metà della scaletta. I due leader cercano spesso e volentieri l'interazione con il pubblico (anche per dare modo a Davide, che non si risparmia, di ripigliare fiato), e se non bastasse questa loro predisposizione e il fatto di giocare in casa, stasera c'è un'occasione in più: il quarantesimo compleanno di Federico, ripetutamente celebrato. 


L'ultimo pezzo prima dei bis è Il bel canto, e tutti sanno che sta arrivando il momento del liturgico stage diving di Davide, che infatti si sveste della giacca e degli orpelli, fa fare qualche giro attorno al gomito al cavo del microfono, attacca il pezzo in piedi tra il pubblico, e poi, senza mai smettere di cantare, si fa trasportare dalle fedeli mani della gente, in un momento che devo ammettere risultare più catartico ed emozionante che folle. 
Gli encores sono per i pezzi più amati, scorrono in sequenza Bevo, Spingere, Una palude, Diritto al tetto e Abituarsi alla fine, prima della quale, in modo un pò criptico, la band ringrazia i presenti annunciando che questa sarà l'ultima data per molto tempo a Milano. 

Stasera colmo una mia grave lacuna e vengo ricambiato con un concerto tosto, vibrante, emozionante. Probabilmente qualche anno fa (ehm...diversi anni fa) l'avrei "vissuto" ancora di più, partecipando a pogo e singalong sotto al palco, ma anche così è tanta roba. Non sono un hater dei Maneskin, penso di essere stato oggettivo nella mia analisi al loro ultimo album, tuttavia, e questo sì mi sembra profondamente ingiusto, non è che il rock in Italia non esistesse prima di loro. Per la miseria, se i Maneskin ricevono plausi e prime pagine a profusione, chi ha sulle spalle anni di gavetta durissima, attraversati con tenacia, sudore, passione, fatica, e grandi, grandi canzoni (a differenza di Damiano e pards) si meriterebbe una cazzo di statua equestre. Fategliela, ai Ministri. Tanto sono sicuro si divertirebbero a distruggerla.



Messaggio subliminale

 


giovedì 1 settembre 2022

MFT, luglio e agosto 2022

ASCOLTI

Michael Monroe, I live too fast to die young
Fontaines D.C. , Skinty fia; Dogrel
Def Leppard, Diamond star halos
Liberato, II
Thunder, Dopamine
Lyle Lovett, 12th of june
Red Hot Chili Peppers, Unlimited love
Scorpions, Rock believer
Eddie Vedder, Earthling
Warrior Soul, Out on bail; Cocaine and other good stuff
Old Crow Medicine Show, Paint this town
Black Midi, Schlagenheim; Hell fire
Black Country New Road, Ants from up there
Thundermother, Black and gold
Ben Harper, Bloodline maintenance
Linda Ronstadt, Duets
Dwight Yaokam, dwightyoakamacoustic.net
Jesus Lizard, Down
Oceans Of Slumber, Starlight and ash
H.E.A.T., Force majeure
US3, Greatest hits + remix
Throwing Muses, Anthology
Jestofunk, Love in a black dimension
Amyl and the sniffers, Comfort to me
King Hannah, I'm not sorry I was just being me
Little Simz, Sometimes I might be introvert
Van Morrison, How long has this been going on
Regina Carter, Southern comfort
Willie Watson, Folk singer, vol 1

Playlist

Neil Young
Body Count
Jimi Hendrix
Idle
Hank III
Stan Getz

VISIONI (in grassetto i film visti in sala)

Flic story (3/5)
Top Gun Maverick (2/5)
Kiss Kiss Bang Bang (3,5/5)
Hustle (3/5)
Toc toc (2,5/5)
Chi è senza peccato - The dry (3,25/5)
L'ora più buia (3,25/5)
Good night and good luck (3,5/5)
Joy (2015) (2/5)
Una vita tranquilla (3,25/5)
I segreti della notte (2,5/5)
3/19 (3/5)
Fame chimica (3/5)
I don't feel at home in this world anymore (3/5)
Che: l'argentino (3/5)
Complotto di famiglia (3/5)
La signora delle rose (2,5/5)
Le catene della colpa (5/5)
Limitless (2,5/5)
Black box - La scatola nera (2,75/5)
Spiral - L'eredità di Saw (1/5)
Cry Macho (3/5)
I ragazzi venuti dal Brasile (3,25/5)
Frammenti dal passato - Reminiscence (3/5)
Nope (3,5/5)
Nella mente di Robin Williams (docufilm) (3/5)
La felicità degli altri (2,5/5)
The Carpenter (2021) (3/5)
Munich (3,5/5)
La morte e la fanciulla (4,25/5)
Crimes of the future (4/5)
Sputnik (3,75/5)
Bullet train (3,5/5)
Era mio padre (3,25/5)
Piano di fuga (3,25/5)
Nemico pubblico N1 - Istinto di morte (3,5/5)
Lo squalo (4/5)
Echo boomers (2,75/5)
Shaft (2000) (2/5)
La donna del ritratto (4/5)



















Visioni seriali

The staircase (3/5)
Better call Saul, 6 - seconda parte (3,25/5)
We own this town (3,75/5)
Una squadra - docuserie (3,5/5)
Trainwreck: Woodstock 99 - docuserie (3/5)



LETTURE

Victoria Mary ClarkeUna pinta con Shane MacGowan
James CainFalena
Charles Bukowski, Pulp

lunedì 29 agosto 2022

Amyl and the sniffers, Comfort to me (2021)

Tra tutti gli svariati generi musicali, il punk è l'unico ad aver l'onore di essere periodicamente dato per morto (e peraltro di fottersene). In pochi, nel corso del tempo, si sono sognati di dire che il blues fosse morto, o che lo fossero il jazz o il metal. Vero è che la perentoria affermazione sul punk allude più al "movimento", allo spirito anarchico e ribelle di questa musica, che per i suoi sostenitori più radicali è addirittura durato pochi mesi, nel corso del 1977, piuttosto che alla musica in sè stessa. Tuttavia, anche su questo aspetto la leggenda supera la realtà, visto che molti critici sono piuttosto unanimi nel confutare la tesi della spontaneità scevra da strategie commerciali dei manager musicali delle band. E' noto che anche i gruppi che hanno scatenato conflitti più violenti con lo status quo sociale (e i Sex Pistols lo fecero, oh se lo fecero), avevano comunque dietro un progetto manageriale. Nessun problema per il sottoscritto. Le aziende discografiche lanciavano quello che chiedeva il mercato, ciò non leva un grammo dall'onestà intellettuale e dall'urgenza comunicativa delle prime formazioni.

E, a mio avviso, Amyl and The Sniffers, qui al secondo lavoro, dell'urgenza comunicativa, della spontaneità, del livore necessari al punk ne hanno a pacchi. Sporchi, anarchici, indipendenti, coi testi giusti, questi australiani capitanati da Amy Taylor vanno dritto per dritto, senza pose o particolari sovrastrutture. La strumentazione è quella tipica del genere, basso-chitarra-batteria, con in aggiunta l'abrasiva prestazione vocale della Taylor che deflagra su ogni pezzo, a partire dall'iniziale Guided by angels. E' inutile che io mi soffermi sul fatto che le tredici tracce (per trentacinque minuti di durata) che compongono il lavoro siano tutte frustate che solo sporadicamente superano i tre minuti e che i testi siano coerenti con la filosofia straightahead, che raggiunge l'apice con il fenomenale dichiarazione d'intenti di Don't need a cunt (Like you to love me)

In uno scenario dentro il quale, dal be-bop jazz al black metal, l'industria globale ha saputo, nel tempo, trasformare ogni movimento musicale di rottura in una moda, un disco sudore, vomito, fango e ruggine come questo è una boccata di ossigeno.

lunedì 22 agosto 2022

James Cain, La falena (1948)

La vita, o meglio, le tante vite dalla fanciullezza all'età adulta, di Jack Dillon, americano del Maryland cui le circostanze imporranno di usare i suoi molteplici talenti per sopravvivere ad un periodo tra i più complicati della storia americana: quello a cavallo delle due guerre mondiali.


Da sempre appassionato di letteratura noir classica, quella cioè che copre l'orizzonte temporale tra gli anni trenta e la fine dei cinquanta, non ho mai avuto dubbi su quale fosse il mio scrittore americano preferito. Non il più celebrato, Chandler, e nemmeno Spillane o Hammett, bensì James Cain, i cui romanzi ho sempre trovato più disperati, realistici, e i personaggi senza speranza alcuna di redenzione, rispetto a quelli degli altri. Molti dei suoi titoli sono diventati anche altrettanto imperdibili film noir, tra i più famosi Il postino suona sempre due volte e La morte paga doppio. Ma che Cain fosse uno scrittore ed un intellettuale più profondo, che non si accontentava dello stretto perimetro di un genere l'avevo intuito già con Serenata (1937), dove tratta il tema dell'omosessualità con inaspettato rispetto e modernità. 

In questo La falena, per come Cain fotografa in maniera convincente un periodo, quello successivo alla crisi economica del 1929 e alla successiva great depression che ha rovinato la vita a milioni di famiglie americane, ci sono, almeno in parte, gli stessi semi che germogliarono in Furore, capolavoro di John Steinbeck
Dentro la minuziosa descrizione della vita da homeless di Jack  c'è probabilmente la parte più cruda del libro, quella che maggiormente si allontana dalla definizione di noir. La spiegazione di come persone comuni discendano sempre più nella spirale della povertà, della fame e quindi della disperazione che li conduce prima ad accettare qualunque impiego e poi a delinquere è al tempo stesso sconvolgente ed estremamente naturale, realistica. Anche perchè quando dipinge uno scenario, Cain non si limita ad abbozzarlo, ma a documentarlo fino al più oscuro tecnicismo, come nel caso della parte sull'estrazione petrolifera, il funzionamento dei pozzi e le annesse speculazioni delle banche e delle società finanziarie.

Jack Dillon, come detto nella sinossi, vive molte vite dentro questo romanzo: cantante, atleta di football americano, petroliere, imprenditore alimentare. In quasi ognuna di queste la sua irrequietudine, il suo disagio, la sua costante insoddisfazione lo spingono a rovinare tutto e ripartire da capo e anche quando non lo vorrebbe, chi gli sta vicino intuisce la sua infelicità e decide per lui. 

Ai miei occhi, Jack Dillon è dunque la metafora dell'America, the land of plenty, al tempo stesso vittima e carnefice, che promette tanto ma mantiene poco, e quando lo fa chiede un prezzo non sempre sostenibile. Tuttavia Dillon è anche la falena del titolo, sia dal punto di vista metaforico, il raggiungimento di una posizione sociale rispettabile, agiata, che sembra leggere ogni volta il bluff del protagonista e respingerlo come la lampadina incandescente fa con gli insetti, che da quello reale, con Jack che a un certo punto va a tanto così da un fuoco indomabile, un calore infernale che potrebbe incenerirlo, solo per riprendersi onore, dignità e posto nel mondo.

Per questa ragione, da un romanzo da amare incondizionatamente, in irripetibile equilibrio tra storia, analisi sociale ed avventura, e da un autore che non ha mai avuto timore di scontentare i lettori con finali terribili, non mi aspettavo una conclusione (spoilero, ma è un libro del '48!) happy ending e cuoricini (e anche un pò telefonata) come quella delle ultime dieci-dodici pagine del libro.
Chissà se Cain non avesse in mente altro e invece si sia dovuto piegare alle logiche commerciali imposte degli editori. 
Dopotutto anche i geni devono pagare l'affitto.

lunedì 15 agosto 2022

Top Gun Maverick

 


Oltre trent'anni dopo gli eventi narrati in Top Gun, tornano (quasi) tutti i personaggi della saga, con Maverick che nel frattempo diventa un discolo istruttore e, tra una sessione formativa impossibile e l'altra, trova anche il tempo di salvare il mondo.

Diciamo pure che, da ragazzo, mi sono tranquillamente perso molti degli ipertrofici film-generazionali degli anni ottanta. Uno di essi è stato Top Gun, recentemente recuperato, probabilmente fuori tempo massimo, e alquanto disprezzato. Quindi perchè spendere soldi per vedere al cinema il suo sequel? La risposta è semplice, mi andava di vedere un film "da grande schermo" ed era un pò che non andavo in sala. 

Purtroppo la mia reazione è stata la medesima post visione del titolo originale, a partire dall'incipit carta carbone sulla portaerei, comprensivo di Danger zone di Kenny Loggins, accompagnamento musicale del 1986. Top Gun Mavericks è altro film che celebra l'americanismo più becero, la competitività più sfrenata quale unica via per il successo, la celebrazione del mito militare a stelle e strisce che abbisogna sempre di un nemico tanto potente quanto subdolo e pericoloso per la pace mondiale (quello del film ha armi all'avanguardia e una base militare nei ghiacci...Ma chi sarà? Emoticon pensierosa), ragion per cui "i buoni americani" sono autorizzati ad invadere il suo spazio aereo e distruggerlo. Mamma mia quanti danni sulle giovani menti.

Tom Cruise (deus ex machina del progetto, di cui è anche produttore) è imbarazzante, nel senso che si sforza di apparire più giovane di quando lo era veramente, giovane. La sceneggiatura è originale quanto le campagne elettorali di Berlusconi e quando si arriva alla sequenza gay-friendly con l'inverosimile partita di football americano sul bagnasciuga, quasi quasi ti prende la nostalgia per l'allenamento sulla spiaggia di Rocky con Apollo Creed in Rocky III, che all'epoca faceva ridere, ma al confronto con sta roba è Il settimo sigillo di Bergman. 

Tuttavia gli aspetti che mi sembrano più sconcertanti sono il riscontro al botteghino, il film è stracampione d'incassi all over the world (in Italia, uscito a fine maggio, è ancora nelle sale), e il generalmente favorevole riscontro di critica. 
Mi consolo con il fatto che, grazie a questo successo, le sale cinematografiche abbiano ricevuto un pò di ossigeno, soffocate come sono dalle piattaforme di streaming. 
Io invece, uscito dalla sala avevo solo voglia di invadere la Polonia.

lunedì 8 agosto 2022

Una squadra (docuserie, 2022)



Le gesta sportive della squadra azzurra di tennis composta da Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Antonio Zugarelli che ha raggiunto, negli anni settanta, i migliori risultati sportivi di sempre nell'ambito della coppa Davis.

Nell'anno in cui le celebrazioni della vittoria al Mundial 82 hanno sfrangicato le palle perfino a me, che sono emotivamente legatissimo a quell'evento, esce per Sky questa serie che racconta un'altra storia, per certi versi dimenticata. Attraverso le interviste ai quattro tennisti e ad altri importanti comprimari di quell'epoca, Domenico Procacci, qui regista oltre che produttore, riesce a ricostruire un'intera epoca, un'Italia che non c'è più, riuscendo a bilanciare come raramente mi è capitato di vedere, emozioni e leggerezza. 
Il centro del racconto dovrebbe essere la vittoria dell'unica coppa Davis in bacheca azzurra, conquistata nel 1973 sul suolo cileno brutalizzato dalla dittatura di Pinochet, tuttavia, mano a mano che ci si inoltra nella visione, ci si appassiona in misura superiore all'intera carriera dei quattro, la cui importanza nel tennis tricolore è tutta nei numeri, con quattro finali conquistate sulle sette complessivamente disputate in tutta la storia del torneo (1973,1977, 1979  e 1980), senza contare quelle del capitano non giocatore Nicola Pietrangeli (1960 e 1961) con le quali arriveremmo a sei su sette. 

Ma, come accennavo, la carta vincente della docuserie è rappresentata dalla personalità dei quattro tennisti, che emerge tra ironia, commozione, amarezza, ma anche vanità, indomito spirito di competitività, e financo con qualche battuta feroce nei confronti degli amici/rivali di quel periodo. La star è il romano Panatta, che, tra ammiccamenti, battute e tanto understatement, è perfettamente a suo agio davanti alla camera così come il suo concittadino Bertolucci. Anche il piemontese Barazzutti se la cava senza timidezze, ma la vera sorpresa è Zugarelli, riserva della squadra che raramente assaggia le luci della ribalta e che ha un background molto meno mondano dei due romani. Tonino è quello che più si commuove ricordando l'infanzia in estrema povertà, la via d'uscita dal tennis che però era anche l'unica forma di guadagno, con tutta l'enorme pressione che ne conseguiva, per lui che già da giovanissimo si fece una famiglia. Forse la testimonianza più genuina ed empatica di tutti i protagonisti.

La serie, come da regola, si muove tra interviste registrate per l'occasione ed immagini di repertorio di partite, servizi dell'epoca e pagine dei quotidiani, lasciando anche qui, attraverso la riproposizione di contesti e personaggi di una RAI che fu (Galeazzi, quando faceva il giornalista), un'intensa traccia emotiva in quanti erano bambini negli anni settanta.

Concludo il post tornando alla partita cilena, con tutto quanto la accompagnò, tra chi sosteneva che non si dovesse andare per protestare contro Pinochet (il P.C.I., ovviamente) e chi invece era dell'idea opposta (più o meno tutti gli altri). Nel ricostruire quello scenario, Procacci intervista un giornalista scrittore cileno che, tra i tanti purtroppo avvenuti, racconta un episodio terrificante: la visita della FIFA (l'organo mondiale del calcio) allo stadio di Santiago per verificare che non ci fossero detenuti al suo interno, come la stampa aveva riportato. Ebbene, questi buffoni al soldo del business fecero solo il giro del campo, mentre negli spogliatoi e negli spazi interni migliaia di oppositori politici imprigionati e costretti al silenzio dalla minaccia delle armi vedevano passare codesti alti papaveri sorridenti e compiaciuti che tutto fosse perfettamente in ordine. Alla fine anche il P.C.I. si convinse dell'opportunità di giocare la finale di Davis. A persuaderlo furono proprio gli esuli e gli oppositori cileni, che pensarono di avere così una finestra di visibilità del loro martirio verso il mondo esterno.

In programmazione e on demand su Sky.

lunedì 1 agosto 2022

John Mellencamp, Stricktly a one-eyed jack


Che tipo di rapporto si crea con un artista, quando ascolti le sue composizioni  per qualcosa come più di trentacinque anni, vale a dire, nel mio caso, due terzi della tua vita? 
Chiaro, all'inizio è l'affinità con un genere a farti avvicinare ad un interprete, poi c'è la fase del coinvolgimento totale, gli album mandati a ripetizione, i testi imparati a memoria, i passaggi delle liriche in cui più ti riconosci sottolineati in rosso e magari scritti sul diario di scuola o su qualche muro della stazione mentre aspetti il treno. Poi il tempo passa, i tuoi gusti si modificano, ma per qualche ragione quel riferimento è sempre lì, in agguato. Non c'è la frenesia di una volta nello scartare una sua nuova release, non c'è più la magia di un ascolto speciale, magari di notte con le cuffie, quando il resto della famiglia dorme, ma prima o dopo, all'uscita di un suo nuovo album, sai che gli dedicherai un pò più di attenzione di altri e che, siccome pensi di aver sviluppato un certo giudizio critico, come si fa con le persone a cui tieni, non lesinerai, se pensi sia il caso, critiche. 

Il primo ellepì di Mellencamp che ho comprato è stato Scarecrow (1985), ottimo successo nelle charts americane (quattordici volte platino, che significava quattordici milioni di copie, con il fiocco rosso di tre singoli al numero uno) e fucina di brani che ancora oggi sono tra i più richiesti dai fan. Ci arrivai, ovviamente, sulla scia di Springsteen, cercando altri eroi del blue collar rock (anche se, nel caso dell'ex coguaro, sarebbe meglio parlare di farmer-rock). Ci misi un pò a metabolizzarlo, ricordo che mi entrò molto più sottopelle il successivo The lonesome jubilee, forse anche per il suo intrecciarsi con una fase felice (una delle prime della post-adolescenza e per questo più travolgenti) della mia allora giovane vita. Mellencamp cantava di gente che in periferia ci stava bene ma che non ce la faceva a tirare avanti, a cui la banca portava via la fattoria a causa dei debiti, che amava il rock and roll, il ballo, che subiva piccole grandi ingiustizie: di tutti quegli elementi insomma di cui la vita, tra tragedie e momenti di gioia, è fitta.  Lo stile definitivo di Mellencamp (violini, fisarmoniche, banjio, steel guitar) comincia timidamente a delinearsi, derogando progressivamente al mainstream rock venato di Stones che caratterizza la sua produzione fino Uh-Huh (1983) proprio da Scarecrow. E' da qui che la strumentazione old-music si prenderà sempre più spazio fino a contenere la definitiva cifra stilistica del buon Little Bastard. 

Difficile dire cosa mi aspetti oggi da un nuovo lavoro di JM, dopo che le mie orecchie hanno attraversato in questi anni sostanzialmente tutti i generi musicali, senza badare se fossero considerati alti o bassi, succhiandone avidamente la linfa vitale, nel tentativo di ritrovare le emozioni delle prime volte che sono, per antonomasia, irripetibili. Forse è solo una incapacità mia di affrancarmi dagli artisti che mi hanno formato, oppure abitudinarietà, comfort zone, nostalgia, una voce e un sound che per il cuore assolvono la stessa funzione del detto "sight for sore eyes" per gli occhi. Altro non saprei ipotizzare, ma insomma, non è che ci debba necessariamente essere una spiegazione razionale. L'amore per la musica non lo è.

Sicuramente, al contrario di molti altri, Mellencamp ha dalla sua una grande, financo brutale chiarezza d'intenti. Il suo rifugio nel porto sicuro è nella musica che ama, nel folk rurale, nelle piccole storie, con qualche divagazione che rimanda ai tempi del vecchio coguaro, sapientemente compensata da pennellate jazz. Tutta questa autonomia artistica da sola non è garanzia di qualità, a volte anzi i suoi lavori scivolano nel ripetitivo, brani di un disco si confondono con quelli di un altro e le fotografie delle persone che vivono ai margini si sporcano di paternalismo, però questo ambito gli consente una dignità artistica propria di pochi altri coetanei (mi sovviene Neil Young, più vecchio e anarchico, ma insomma ci siamo capiti). 

E dunque questa sommaria descrizione dell'artista si ritrova nell'ultima fatica (finalmente ci arrivo) Stricktly a one-eyed Jack, rilasciata nei primi giorni di quest'anno e figlia di sessioni necessariamente svolte durante i lockdown. Non che l'effetto delle limitazioni alla vita sociale causate dalla pandemia si avvertano particolarmente nel mood del disco, visto che John riprende perlopiù il solco crepuscolare emerso tra le note dell'ultimo lavoro di inediti, Sad clowns & hillbillies del 2018, e con esso una certa fascinazione per l'approccio al canto di Tom Waits che in  occasione di quella recensione avevamo segnalato.

L'album regala in questo senso piccole grandi suggestioni, raggiungendo a mio parere lo scopo che si prefigge, con alcuni apici davvero emozionanti (la tromba che irrompe malinconica in Gone too soon, l'andamento swing di Driving in the rain, l'atipica - per Mellencamp -  conclusione pianistica di A life full of rain), qualche ruvida, riuscita toccata-e-fuga in ambito rock mellecampiano (Did you say such a thing e Lie to me) e un bell'aggancio allo stile folk di fine ottanta (Sweet honey brown avrebbe potuto tranquillamente stare su Big Daddy). Tutto bene dunque? Non proprio. La tanto attesa collaborazione con Springsteen è arrivata forse fuori tempo massimo, con il Boss che è presente in tre canzoni, in due di esse come corista e chitarrista (le già citate Did you say such a thing e A life full of rain) ed in una, Wasted days, in duetto vocale (con tanto di video). Spiace affermare che il pezzo, assieme a Chasing raimbow, è brutto a livelli di inascoltabilità, fa proprio crollare ogni sospensione dell'incredulità lasciandoti improvvisamente davanti a due vecchi (benestanti) immalinconiti per il tempo che passa che non trovano di meglio da fare che mettere assieme una manciata di concetti retorici e banali. Due pezzi che zavorrano quello che resta comunque un ottimo disco, che ha avuto la forza, ancora una volta, di distogliermi dal monopolio dell'ascolto di benaltri generi musicali.
E forse la ragione della mia lunga storia con John "Cougar" Mellencamp sta tutta qui.

lunedì 25 luglio 2022

Fontaines D.C., Skinty fia

 


I Fontaines D.C. sono ormai una realtà consolidata della new wave of new wave inglese tardo settanta inizio ottanta. Fieramente irlandesi (Skinty Fia - la dannazione del cervo - è il secondo disco - su tre - con un titolo in gaelico, dopo il debutto Dogrel - filastrocca - ), hanno estrinsecato l'amore per la propria terra in due modalità: la prima, all'esordio, da indigeni, quindi con il forte orientamento polemico proprio di chi ama in modo smisurato la sua terra, la seconda, che sta alla base di molte composizioni di questo album, da emigranti in Inghilterra e quindi più malinconico, nostalgico, evocativo. Per rendere plastico il concetto, la distanza e la diffidenza che ancora c'è tra certa Great Britain e, come vengono volgarmente chiamati gli emigranti irlandesi, i Paddies, Skinty Fia si apre con In àr gCroìthe go deo, che prende spunto dalla recente vicenda di una famiglia irish di Coventry alla quale è stato negato di incidere la frase in gaelico titolo della canzone (significa: per sempre nei nostri cuori) sulla tomba di un congiunto, a causa di un pregiudizio che ancora oggi connette l'uso di questa lingua antica con l'IRA e il terrorismo. 

Nella breve storia di questa band qualcosa l'abbiamo imparata: ad esempio che l'open track orienta in qualche modo il mood del disco. Se nel debutto Dogrel era Big a definire le coordinate post punk e strafottenti del lavoro, e in A hero's death lo stesso faceva la malinconica litania new wave I don't belong, qui si sceglie una strada ulteriormente diversa, con un brano che rimanda alla tradizione celtica (lo stesso farà The couple across the way, la traccia numero sette) e che è frutto della nuova vita da migranti dei ragazzi: uno status che cambia le prospettive e addolcisce i ricordi.  L'irlandesità da lontano è celebrata anche nel pop (che una volta avrebbe potuto essere) da classifica di Roman holiday e nel drammatico, accorato j'accuse di I love you
Al netto di questo aspetto, comunque prevalente, Skinty fia, dovendo scegliere da che parte stare tra l'esuberanza del debutto e la freddezza (a tratti) del secondo lavoro, opta per quest'ultimo campo. Così How cold love is, filosoficamente, si intreccia a I don't belong, aggiungendo alla ricetta l'ingrediente della tossicità in taluni rapporti interpersonali e Jackie down the line inserisce con garbo gli Smiths nella lista dei tanti artisti graditi ai ragazzi. 

Questo disco e Dogrel hanno monopolizzato molti dei miei ascolti delle ultime settimane. Lo sai, io sono quello che quando va in fissa con qualcuno diventa anche noioso nella reiterazione degli argomenti, ma era un pezzo che non mi innamoravo in maniera tanto radicale di una band. Di una band, peraltro, così lontana dai miei clichè. 
Spero che la salute e l'ispirazione ce li conservi a lungo.

lunedì 18 luglio 2022

Kiss kiss bang bang (2005)

 



Harry è al punto più basso della gerarchia dei ladri, al punto che è ridotto a rubare il giocattolo richiesto dal nipote per Natale, quando scatta l'allarme del negozio ed è costretto a scappare assieme al suo complice. Ingaggiati in un conflitto a fuoco con la polizia, Harry scappa e finisce per nascondersi in un ufficio dove stanno "provinando" alcuni attori. Lo shock della fuga e della sparatoria lo portano a fornire una prova attoriale tesissima, che lo vede entrare nel giro del cinema hollywoodiano.

Esordio alla regia di Shane Black, Kiss kiss bang bang, rivisto oggi, emerge per il gioiellino di black comedy e sarcasmo che forse non tutti avevamo compreso al momento della sua uscita. C'è davvero tanta roba e messa in scena egregiamente, in questo film: l'intreccio poliziesco, la critica corrosiva alla comunità della mecca del cinema americano, ritmo, azione e battute fulminanti. 
Robert Downey jr, ad un passo dall'incontenibile notorietà scaturita dal ruolo di Tony Stark/Iron Man (e, a proposito, chissà se è stato proprio l'attore a proporre Shane Black per Iron Man 3), è strepitoso nei panni del ladro onesto, moralista e logorroico Harry Lockhart, così come lo sono, nei rispettivi ruoli, Michelle Monaghan (l'aspirante attrice Harmony) e Val Kilmer (il detective privato Perry). 
Downey jr è anche la voce fuori campo che sfonda la quarta parete demolendo i clichè del cinema popolare USA. Non di secondaria importanza la tenuta dell'intreccio puramente crime, che, nonostante il chiaro intento provocatorio del progetto, tiene fino alla fine col fiato sospeso.

Tra Il grande Lebowski, Hollywood party e Vizio di forma

Da riscoprire


lunedì 11 luglio 2022

Lyle Lovett, 12th of june

Questa maledetta abitudine consumistica di incasellare dentro un genere, sopra la mensola di uno scaffale, un'etichetta ad un artista resiste anche alla fine del mercato discografico. Probabilmente perchè anche le piattaforme di streaming devono alimentare quel mostro chiamato algoritmo e orientare gli ascolti degli utenti, non sia mai che si affacci a qualcosa di nuovo o spiazzante o inaspettato. 

Così capita che ancora oggi, dopo che ha ampiamente dimostrato quanto trasversale possa essere la sua musica, Lyle Lovett, sia ancora considerato solamente un artista country. E' probabilmente sfuggito a qualcuno il fatto che da almeno una ventina d'anni il nostro registra e si esibisce coadiuvato da una band da quindici elementi di chiaro stampo jazzistico (la Large Band) e che le sue composizioni sono tutt'uno con jazz, swing, dixieland, old music in generale. 
All'inconsapevole scopo di ribadirlo, Lyle, per il suo comeback album dopo dieci anni dal precedente, compie due mosse: la prima passare ad un etichetta dalla nobile tradizione jazz (la Verve) e la seconda sparare in faccia all'ascoltatore una partenza 100% jazz & swing, attraverso quattro classici del genere (lo strumentale Cookin' at the Continental di Horace Silver; Straighten up and fly right di Nat King Cole; Gee, baby ain't I good to you di Razaf/Redman - molto nota la versione di Billie Holiday -  e Peel me a grape di David Frischberg) e un pezzo scritto di suo pugno, il trascinante e divertentissimo Pants is overrated
In questa parte del disco (5/12 del totale della tracklist) la Large Band maramaldeggia in lungo e in largo, facendo emergere in maniera prepotente l'alchimia che si è ormai creata tra il leader e i musicisti. Nella seconda parte (quanto sarebbe efficace lo stacco temporale di un lato B di un 33 giri) emerge tutto l'afflato old time country, con le melodie alla Gram Parsons sempre ben presenti, e una manciata di pezzi (Her loving man; 12th of june, dedicata - al pari di Pants is overrated - alla recente nascita dei suoi due gemelli) emozionali che lasciano spazio solo in un'occasione (Pig meat man) all'aspetto più ludico, ma sempre ispirato, del talento compositivo di Lyle.

Se cercavamo un'ulteriore prova che le uscite, ormai rarefatte, di Lovett non siano mai banali il sessantacinquenne texano ce le ha fornite, con un altro disco incantevole.

lunedì 4 luglio 2022

I Molti Santi del New Jersey (2021)

 

New Jersey, fine anni sessanta. La mafia italiana agisce da quel lato del fiume Hudson attraverso "Gentleman" Dick Moltisanti e le diramazioni della sua famiglia, su tutti Johnny Soprano. Il sistema patriarcale sul quale di fonda la comunità italo-americana è scolpito nella roccia: gli uomini a svolgere le varie attività (lecite a copertura di quelle illecite) e le donne a casa. Tutti gli uomini sono sposati e hanno una comare (l'amante) fissa, per farci ovviamente le cose che, nella cultura retrograda dell'epoca, non possono/vogliono fare con la moglie, e spesso le consorti (rigorosamente confinate alla gestione di casa e figli) ne sono a conoscenza. Dick ha però diversi problemi: la moglie non riesce a restare incinta, e, allo stesso tempo, il padre torna dall'Italia con una nuova, giovane, moglie, proprio mentre la manovalanza di colore di cui si serve minaccia di ribellarsi.

La conclusione de I Soprano (qui le recensioni delle stagioni 4 , 5 e 6), per molti - me compreso - perfetta, combinata con la prematura scomparsa di James Gandolfini, ha lasciato orfani i fan della serie. Detto che sarebbe stato delittuoso dargli un seguito, HBO e gli autori hanno cominciato a lavorare su di un prequel, che è finalmente uscito l'anno scorso. David Chase ha però concentrato la narrazione non tanto sul padre di Tony Soprano, Johnny, che pur compare (interpretato da Jon Bernthal), ma su Dick Moltisanti, papà di Christopher, personaggio importante, ma secondario del serial. 
La scelta si è rivelata azzeccata, perchè viene introdotto il personaggio controverso e meraviglioso di un gangster che cerca di compensare i suoi scatti di rabbia e la sua crudeltà (mostrata attraverso due-tre scene intense, ed una, in particolare, splatter) con atti di generosità e, soprattutto, con un rapporto di grande affetto nei confronti del nipote adolescente Anthony Soprano (interpretato da Michael Gandolfini, figlio di James), futuro boss, nonchè, ovviamente, perchè Alessandro Nivola sembra nato per il ruolo, tanto lo veste bene. Non mi ha invece del tutto convinto l'idea di usare Ray Liotta (alla sua penultima prova prima della scomparsa) per il doppio ruolo di padre e zio di Dick.

Anche se il film è perfettamente godibile senza aver visto la serie, è chiaro che ai cultori de I Soprano (produzione che ha fatto costume, oltre a rivoluzionare il mezzo televisivo dei "telefilm") questa pellicola apre il cuore per tutta una serie di ragioni. Gli autori portano infatti sullo schermo alcuni episodi raccontati dai vari personaggi durante le sei stagioni della serie ed è gustoso vederli prendere vita. Poi, è chiaro, godere di alcuni personaggi chiave della narrazione da giovani, con decisioni e accadimenti che si raccordano con i loro comportamenti futuri, fa un certo effetto e ci permette di approfondire le ragioni del rancore accumulato da Junior Soprano, i semi dell'infelicità e della depressione di mamma Livia, l'ignorante spietatezza di Pussy, Paulie e, soprattutto, la verità sui capelli di Silvio (che nella serie sarà interpretato da Little Steven e qui da John Magaro). 
Quando poi si arriva alla sequenza finale e parte a tradimento il giro di basso che caratterizza l'open credits theme, Wake up this morning degli Alabama 3, si raggiunge l'estasi. 
Tra l'altro, per come è strutturato il plot, nulla vieta di sognare una "trilogia prequel".

Insomma c'è modo e modo di realizzare un prodotto "fan service". I Molti Santi del New Jersey è il migliore possibile.