giovedì 21 ottobre 2021

Valerio Evangelisti, Il sole dell'avvenire - Vivere lavorando o morire combattendo

Romagna, 1881. Attilio Verardi, ex garibaldino, fa parte di quella vastissima fascia di popolazione che combatte ogni giorno per un posto di lavoro (da operaio o da bracciante) che gli permetta, nella miseria più nera, di mettere qualcosa in tavola e sperare in un domani migliore. In un contesto sociale tumultuoso, popolato da anarchici, rivoluzionari, socialisti di diverse gradazione di rosso, e, dall'altra parte della barricata, una repressione crudele e scientifica delle forze dell'ordine al servizio della protervia dei padroni, l'affiliazione ai movimenti che si propongono di tutelare i poveracci è quasi obbligatoria, ma non priva di conseguenze. 

La mia sinossi del romanzo si concentra su uno dei protagonisti del libro, in realtà l'autore divide la sua opera in tre soggettive, Attilio appunto, la moglie Rosa e il figlio Canzio. Attraverso gli occhi di un uomo, una donna e un ragazzo, Evangelisti ci narra vent'anni di storia italiana, dal punto di osservazione della Romagna, terra attraversata da un attivismo politico fortissimo, contraddistinto, come da sempre nell'ambito della sinistra, da profonde divisioni. Oltre che appassionante, la lettura è un importante remind (per me, per altri potrebbe essere una scoperta) su cosa erano i rapporti di classe nell'Italia post risorgimentale, con i lavoratori che si spaccavano la schiena per compensi che gli permettevano a malapena di sopravvivere, e che erano disponibili a viaggiare ovunque ci fosse una minima prospettiva di lavoro. In questo scenario, Attilio e i suoi sfortunati compagni si spostano dalle bonifiche di Ostia (quelle che di cui i nostalgici attribuiscono il merito al duce) alla Sardegna e fino alla Grecia, in una spirale verso il basso che sembra non avere fine, alla quale si sopravvive esclusivamente grazie ad una solidarietà commovente tra sventurati. Allo stesso tempo vediamo il sadico sfruttamento di braccianti e mezzadri (la famiglia di Rosa), che, oltre ai beni, si vedono privati della dignità, sottoposti come sono a soprusi di ogni genere. Co-protagonisti della narrazione, personaggi realmente esistiti, dai "big" Turati e Costa a figure magari meno note ma che hanno lasciato il loro segno sui libri di storia (e su wikipedia).

Il romanzo fa parte di una trilogia (i capitoli successivi sono Chi ha del ferro ha del pane e Nella notte ci guidano le stelle) che, attraverso il focus sulle generazioni dei protagonisti, copre la storia del Paese fino al 1950 e, se non si fosse capito, lo consiglio caldamente.

giovedì 7 ottobre 2021

Prince, Welcome 2 America

Spulciando un pò il blog, mi sono reso conto di aver parlato quasi nulla di Prince. Eppure c'è stato un periodo abbastanza ampio, diciamo dai primi ottanta ai primi novanta, nel quale l'artista di Minneapolis ha occupato una buona porzione dei miei ascolti. In più, nella comitiva di amici dell'epoca, spesso era l'anello di congiunzione che conciliava i diversi gusti musicali. Piaceva insomma ai fan di Springsteen come a quelli dei Duran Duran, a quelli degli U2 e a chi ascoltava Vasco Rossi. Molti album di quel periodo (ma non Purple rain, con il quale fece il botto in Italia), per motivi squisitamente soggettivi, potrebbero tranquillamente rientrare nella lista dei miei dischi da isola deserta (1999, Around the world in a day, Parade, Sign o' the times, Lovesexy). Da li in avanti mi sono spostato su altro e poi, beh, la storia di Prince è nota, le proteste contro le major, la rinuncia al nome, la bulimia discografica, i dischi finiti e bloccati, gli anni zero un pò in ombra, la morte nel 2016.

Welcome 2 America non è il primo suo disco postumo (il terzo, per la precisione) e, come spesso mi accade, non so esattamente perchè abbia deciso di ascoltarlo, a differenza degli altri, fatto sta che l'ho fatto e ci sono rimasto sopra anche parecchio. L'opera non è il capolavoro che da qualche parte ho letto, probabilmente in qualche giudizio prevalgono i sentimentalismi per l'uomo che non c'è più. La tracklist avrebbe bisogno a mio avviso di una sforbiciata di brani e, inoltre, alcuni pezzi dubito avrebbero visto la luce se Prince fosse ancora tra noi, tuttavia un nucleo di sei - otto pezzi è di assoluto valore. A partire dalla title track, uno spoken che rimanda, nelle modalità e nelle tematiche sociali trattate, alla buonanima di Gil Scott-Heron. Poi abbiamo il classico soul nero princiano di Born 2 die, il power pop di Hot summer, l'hip hop di Check the record, la ballatona a forti tinte erotiche When she comes e la perfetta gemma di chiusura One day we will all B free

Insomma, a giudicare da buona parte di queste canzoni, i cassetti lasciati da Rogers Nelson pare abbondino di roba buona. Purtroppo non è lui a selezionarla e deciderne il rilascio, ed eventualmente anche a metterci mano per correggerne in difetti, pertanto i diamanti vanno un pò separati dalla fuffa, ma anche così i (ritardatari) nostalgici degli anni che furono, dovrebbero trovare pane per i loro denti.

lunedì 4 ottobre 2021

Coyote (2021)

Ben Clemens, integerrimo agente di frontiera americano, va in pensione dopo una vita a respingere i migranti clandestini. Divorziato, conduce una vita sostanzialmente solitaria che era riempita dall'assoluta dedizione che metteva nel lavoro. Conclusa l'esperienza nella "migra" decide di dedicarsi a completare la costruzione di una casa che il collega e amico Javier, morto, aveva iniziato al di là del confine, in Messico. Incolpevolmente, sarà invece vittima delle attenzioni del "cartel".

Lo ammetto, mi ha fatto un enorme piacere rivedere in un progetto che confà alle  sue caratteristiche, Michael Chiklis (non vi devo dire quale sia stato il suo ruolo della vita, vero?) e le aspettative, leggendo in giro giudizi incoraggianti, erano state anche abbastanza alte. Alla fine questa nuova serie, la cui prima stagione consta di sei episodi (una scelta probabilmente dettata dal contenimento dei costi di produzione data l'incognita del responso del pubblico), vive di alti e bassi. Si regge su un buon bilanciamento ritmo/tensione e ha in Chiklis un personaggio tutto sommato credibile, invecchiato e un pò appesantito rispetto ai fasti di dieci/quindici anni fa (beh, un fuscello non lo è mai stato), ma, se i produttori intendevano conferirle un afflato realistico l'obiettivo non è raggiunto e, anche se è apprezzabile il tentativo di far emergere le contraddizioni della morale americana, non si sfugge  dai luoghi comuni e dall'immagine folkloristica dei messicani.

Vedremo se la seconda stagione raddrizzerà un pò il tiro. Per adesso una grande pacca sulle spalle a Michael, ma il voto è una sufficienza stiracchiata.

Disponibile su Sky e Now TV.

mercoledì 29 settembre 2021

Ministri, Cronaca nera e musica leggera (EP, 2021)




Mi ha fatto proprio bene questo prolungato digiuno dalla musica dei Ministri, di cui non ascolto un disco con l'attenzione appropriata da almeno un lustro. Oppure, più semplicemente questo EP è uscito nel momento giusto. 
A prescindere. 
Quanto c'era bisogno della feroce poesia punk dei quattro milanesi in questo tempo devastato e vile (citazione di un altro artista milanese)?

La domanda è retorica. Ce ne era bisogno eccome. Tanto più che la band mette da parte i (legittimi) tentativi di evoluzione del proprio sound, tornando a pestare duro come tanto ci piace. 
Sarà la nostalgia, ma anche a livello di testi ho trovato Cronaca nera e musica leggera molto ispirato, con tante riflessioni corrosive che ben fotografano, ancora una volta, la società attuale. Pensiamo solo come quel passaggio del testo di Bagnini che recita: "niente scenate al centro commerciale" concretizzi in tre parole la quotidiana alienazione. Così come intenerisce, nonostante la violenza sonora, il riferimento a De Andrè dentro Peggio di niente ("improvvisamente ho visto Nina volare"), anche se, dovendo indicare il mio brano preferito vado deciso sull'esaltante title track, che si presta a grandi singalong dal vivo. 
E a proposito di concerti, chissà se sarà la volta buona per vedere i Ministri dal vivo, dopo decine di occasioni perse anche con show ad uno sputo da casa mia. 

Insomma, Cronaca nera e musica leggera è un ritorno breve ma intenso, che conforta e rassicura. Mettiamoci poi che ultimamente reggo molto meglio i dischi brevi (massimo otto tracce) che quelli più corposi, e l'esaltazione è servita.

giovedì 23 settembre 2021

In guerra (2018)


Laurent, operaio e sindacalista dell'azienda Perrin, è a capo della battaglia che si consuma fuori dai cancelli, in tribunale e nei palazzi delle istituzioni e della politica, per impedire ai dirigenti tedeschi di chiudere la filiale dove sono impiegati mille e cento lavoratori francesi.

Poco da dire. Raramente, per non dire mai, mi è capitato di assistere ad un film sulle battaglie sindacali così aderente alla realtà al pari di questo In guerra
La pellicola è l'opera centrale di una trilogia che il regista Stèphane Brizè ha dedicato al mondo del lavoro, i cui restanti film (La legge del mercato, 2015, e il nuovissimo Un autre monde) devo riuscire a recuperare. 
La fotografia che ci restituisce Brizè è nitida e spietata e mi riporta esperienze vissute in prima persona: una multinazionale che non rispetta gli accordi sindacali, delocalizzando, nonostante l'impegno opposto a continuare la produzione a seguito di sacrifici accettati dai lavoratori, l'impotenza della politica (terrificante la sequenza in cui il portavoce del Presidente della Repubblica dice alla delegazione sindacale che la Francia non può immischiarsi con le decisioni delle aziende altrimenti farebbe fuggire gli investitori stranieri), la supponenza e l'arroganza della controparte, e, soprattutto, le divisioni che emergono in seno alle varie forze sindacali con il trascorrere del tempo. E' invece cronaca esclusivamente francese la violenza ai danni dei manager aziendali, che riprende alcuni episodi realmente accaduti da quelle parti.

Lo stile del regista è spesso asciutto, quasi da reportage, con un utilizzo frequente della macchina a mano e dialoghi resi in modo estremamente realistico, come se lo spettatore non fosse sul divano di casa, ma in mezzo a quei lavoratori. Vincente anche l'idea di affiancare all'unico attore professionista, nel ruolo del protagonista Laurent (ispirato alla figura dell'ex sindacalista ed oggi parlamentare Edouard Martin, ed  interpretato con vigore da Vincent Lindon) un gruppo di co-protagonisti, attori non professionisti, che hanno vissuto sulla propria pelle una situazione analoga a quella raccontata. 

Il titolo dice tutto: c'è da tempo in atto una guerra tra le due fazioni che compongono il mondo del lavoro, e quella più debole, una volta si sarebbe definita il proletariato, la sta perdendo. 

Da non perdere.


Visto sui canali di cinema RAI, anche se al momento di scrivere non risulta disponibile su RaiPlay.


lunedì 20 settembre 2021

Mavericks, Play the hits (2019)


Mentre non sono ancora riuscito ad entrare nel mood di En espanol, l'ultimo album in ordine di tempo (2020) per i miei amati Mavericks, scopro per caso che qualche mese prima di quella release è stato da loro pubblicato Play the hits, un disco di cover, sfuggito ai miei radar.

Gli estimatori della band ben sanno quanto a Raul Malo e suoi compagni piaccia allo stesso modo interpretare brani altrui e spaziare tra i generi, passando agevolmente dai Creedence Clearwater Revival (Down on the corner, Hey tonight, Born on the Bayou) ai Bee Gees (How can you mend a broken heart), da Bruce Springsteen (All that heaven will allow) allo standard jazz Blue moon, da Merle Haggard (The bottle let me down; Okie from Muskogee) a Frank Sinatra (Something stupid), i Motley Crue (Dr Feelgood),la musica messicana, cubana, latina in generale, lo swing, il croonering, sempre sull'onda dell'estensione vocale di Malo, una potenza con pochissimi pari in ambito musica "leggera". 

Questa propensione naturale ha ovvio sfogo in Play the hits, che inizia con un paio di country trasformati in tejano, Swingin di John Anderson e Blame it on your heart di Patty Loveless. In mezzo, un altro classicone country: Are you sue Hank done it this way, reso con un possente accompagnamento di fiati soul oriented. Partenza col botto, insomma. Col trascorrere della track list troveranno agevolmente spazio anche le immancabili ballate strappacuore di Malo (Don't you ever get tired (of hurting me) di Ray Price e Before the next teardrop falls di Freddie Fender le più significative), i duetti (Martina McBride su Once upon a time di Marvin Gaye) e un altro tributo ai due re del rock and roll: Springsteen, con una Hungry heart in versione pop jazz, ed Elvis Presley con una Don't be cruel tutta piano e fiati.

Insomma un disco che sta ai Mavericks come un "pisello nel baccello" (cit.). Manca forse l'interpretazione che fa scattare in piedi dallo stupore, ma il medione generale è sempre più che soddisfacente.

P.S. Mentre mi documentavo per questa rece ho scoperto che la band, nel 2018, ha anche pubblicato un album di canzoni natalizie. Ottimo, tornerà buono per le prossime festività


lunedì 13 settembre 2021

Imprevisti digitali (2020)


Tre cinquantenni (Marie, Bertand, Christine) vicini di villetta, affrontano i fallimenti della propria vita e gli insormontabili problemi economici che ne mettono a rischio non solo la proprietà dell'abitazione, ma anche la banale sopravvivenza quotidiana. In tutto ciò, per ragioni diverse, i tre hanno gravi problemi con i social, il mondo del web in generale e le nuove dipendenze del ventunesimo secolo.

Se ci si limita alla locandina, Imprevisti digitali potrebbe apparire come una delle tante innocue commedie che l'industria cinematografica francese sforna a ripetizione. Ma quando si ha a che fare con la coppia di registi/sceneggiatori Benoit Delèpine e Gustave Kerverne (Louise Michel; Mammuth; I feel good) niente è come sembra. 
I due, infatti, portano come di consueto sullo schermo le nevrosi, il mal di vivere, il disallineamento cronico, concentrando questa volta il proprio sguardo su tre analfabeti funzionali, verso i quali nonostante tutto si prova, col trascorrere della narrazione, un profondo affetto. La rappresentazione, attraverso questi character, di uno strato sociale che è uscito velocemente (a causa di un lutto, di un divorzio, della perdita del lavoro) da una condizione di agio che pensava di aver raggiunto e che sfoggiava attraverso lo status borghese della villetta pagata con un pesante indebitamento con la banca, fotografa in maniera spietata le universali contraddizioni del nostro tempo che ha disintegrato le classi sociali, e con esse la forza collettiva in essa custodita.

Utilizzando la leva del sarcasmo e attraverso la lente deformante del grottesco, Delèpin/Kerverne mettono straordinariamente bene a fuoco lo smarrimento di una generazione finita allo sbando proprio quando ha raggiunto l'età in cui, in passato, si raggiungeva la stabilità. Quello del rapporto con internet e i social è allo stesso tempo un tema del film ma anche un mcguffin, che serve ai registi per sfogare ancora una volta la propria vena anarchica, mostrare l'alienazione di ognuno di noi, la lotta impari tra l'uomo e la Macchina. Tuttavia i due registi non perdono la loro vena poetica e sognante, come dimostrano bene gli ultimi istanti del film. 


giovedì 9 settembre 2021

Kaleem Aftab, SpikeLee: Questa è la mia storia e non ne cambio una virgola

Contrariamente alle apparenze, Questa è la mia storia e non ne cambio una virgola non è scritto da Spike Lee. La scelta di far comparire sulla copertina del libro il solo nome del regista americano, e non quello del vero scrittore della bio, Kaleem Aftab, rientra in quelle strategie di vendita antipatiche ed inutili alle quali, evidentemente, le case editrici non sanno rinunciare. Questa cosa mi è stata particolarmente sulle balle, ho comprato il libro pensando di avere tra le mani un certo tipo di opera e invece me ne sono ritrovata un'altra. Probabilmente, vista la mia passione per le biografie e per il cinema, l'avrei comunque scelto, ma perchè prendere per i fondelli i lettori?

Al netto di questo mio sfogo (scusate, ma ce l'avevo qui) la biografia di Lee risulta certamente interessante per qualunque cinefilo. Aftab sceglie la modalità del racconto orale (per intenderci è in stile cronistico e fitta di virgolettati) e chi, come me, cerca in queste opere la descrizione minuziosa di tutto quanto sta dietro al lavoro dell'artista più che i sensazionalismi o le dipendenze (sesso, droga o alcol) troverà piena soddisfazione nell'arco delle oltre cinquecento pagine dell'opera.

I capitoli del libro, infatti, dopo una prima parte dedicata alla giovinezza di Spike, sono suddivisi  per ciascun film diretto dal newyorkese, dagli esordi fino a Inside man (il libro è stato pubblicato nel 2006/2007) e sono fitti di notizie e curiosità dietro alle lavorazioni, i set, la scelta del cast, i finanziamenti, le polemiche. L'autore peraltro si destreggia molto bene nel tratteggiare Lee, non nascondendo le tante contraddizioni etico-morali del regista ed evitando con successo di cadere nell'agiografia, al punto che, alla fine della lettura, mi sono ritrovato a pensare all'uomo con più antipatia di quanta ne avessi prima.  
La stima per i suoi lavori migliori (per i quali purtroppo dobbiamo andare indietro di almeno quindici anni) resta invece inalterata.

lunedì 6 settembre 2021

Fulci, Exhumed information

 


Cominciano ad essere in molti, almeno a livello di underground metal, ad essersi accorti del valore dei nostrani Fulci. I casertani (Fiore alla voce, Dome alla chitarra e Klem al basso - la band è priva di batterista ed usa drum elettronici - ) hanno avuto importanti riscontri internazionali con il precedente full lenght Tropical sun, pertanto le aspettative per questo album superavano di gran lunga quelle per i lavori precedenti. Pur consapevoli di ciò, i ragazzi hanno dimostrato notevole coraggio artistico e volontà di progredire dal loro canonico campo da gioco death, regalando ai fan del cinema horror italiano una graditissima (per me lo è sicuramente) sorpresa musicale. Ma i segnali che la band si volesse aprire a nuovi orizzonti erano già arrivati qualche mese fa, quando i tre misero a disposizione la loro Death by metal alle rime del rapper Metal Carter (qui il video del pezzo). 

Insomma, era tempo di cambiamenti per lo stile dei Fulci, ma la filosofia, il riferimento primario del gruppo restano i medesimi. Infatti, dopo aver omaggiato il Maestro Lucio Fulci realizzando il debutto Opening the hell gates come un'apocrifa "colonna sonora postuma" di Paura nella città dei morti viventi e il successivo Tropical sun perimetrato attorno a Zombi 2, tra i fan (della band e del regista) c'era non poca curiosità di scoprire a quale opera fulciana avrebbero questa volta rivolto la propria attenzione i musicisti. Spiazzando non poco i bookmakers, la scelta è caduta su un film meno noto rispetto ai titoli più iconografici della produzione di Lucio, il penultimo realizzato dal cineasta prima della sua scomparsa: Voci dal profondo del 1991. 

Exhumed information inizia, come di consueto, con un dialogo estratto dal film di riferimento, per poi spalancare le porte ad un brutal death che, questa volta, volendo fare i pignoli, rinuncia agli aspetti slam (considerati più accessibili) del genere. L'apertura è per Voices, che alterna i violenti assalti a cui bene ci ha abituato il combo ad intermezzi doom, sempre accompagnati da un growl estremamente gutturale, per intenderci siamo dalle parti Cannibal Corpse periodo Chris Barnes. L'assalto sonoro accompagnato da tematiche orrorifiche procede senza sbavature per una quindicina di minuti e cinque pezzi, poi arriva la svolta. 
A partire da Glass, la traccia numero sette, siamo infatti spiazzati da una intro di synth che fa da preludio ad un (per me) meraviglioso tema musicale che tributa con gusto e competenza le colonne sonore dei nostri film di genere (giallo/thriller/horror) degli ottanta. Con questo pezzo si apre a tutti gli effetti la seconda, sorprendente parte dell'album: quattro pezzi realizzati assieme al musicista noto come TV-CRIMES, che rievocano appunto quell'inconfondibile mood che faceva da cornice alle tante (all'epoca) nostre produzioni e che a volte terrorizzavano più delle immagini stesse dei film. Queste composizioni, nelle quali la band compie verosimilmente un passo di lato (graffiando però attraverso i riff doom di Fantasma) lasciando il proscenio al tastierista ospite, ci restituiscono un gruppo che dimostra con forza e tenacia l'autenticità del proprio amore per Fulci e per il cinema di genere di quegli anni, oltre ad una verve artistica che impedisce ai musicisti di accontentarsi di quanto fin qui ottenuto. E non era poco. 

Grande rispetto ed ammirazione dunque per la traiettoria artistica di questa band italiana, apprezzabile anche per la decisione di dedicare la release ad alcuni personaggi da poco scomparsi: l'illustratore Enzo Sciotti, straordinario artista che ha realizzato centinaia di manifesti cinematografici, anche per film hollywodiani (qui trovate la lista dei "suoi" film), Camilla Fulci, sfortunata figlia del regista romano, e al mitico Giannetto De Rossi, truccatore ed effettista, la cui arte è universalmente riconosciuta, non solo dalla sua sterminata produzione italiana, ma anche all'estero (Conan, Dune, Rambo 3, Doctor M, Il proiezionista, Asterix e Obelix e molti altri). 

giovedì 2 settembre 2021

MFT luglio e agosto 2021

ASCOLTI

Halsey, If I can't have you, I want power
Danko Jones, Power trio
Ambrose Akinmusire, Where the heart emerges glistening
Turnstile, Glow on
Murubutu, Gli ammutinati del bouncin'
Tedeschi Trucks Band, Layla revisited (Live at Lockn')
Dennis DeYoung, 26 East, Vol 2
Velvet Insane, Rock 'n' roll glitter suit
John Coltrane Quartet, Ballads
Marc Ribot, Songs of resistance 1942/2018
Sturgill Simpson, The ballad of Dood and Juanita
Megadeth, Unplugged in Boston
Wynton Marsalis, Black code
Ministri, Cronaca nera e musica leggera
Prince, Welcome 2 America
Fulci, Exhumed information
The Descendents, 9th and Walnut
Rodney Crowell, Triage
Rev. Peyton's Big Band, Dance songs for hard times
Ryan Adams, Big colors
Bob Wayne, Rogue
Billy F. Gibbons, Hardware
Buckcherry, Hellbound



VISIONI

Quest'estate, in particolare nel mese di agosto, è stata la stagione del recupero di massa di grandi filmoni classici, che in buona parte, nel corso del tempo, avevo anche acquistato, senza tuttavia trovare il tempo per gustarli nelle congrue modalità (cioè nella certezza di vederli dall'inizio alla fine senza interruzioni di sorta). Difficilmente troverete nel blog la recensione di questi capolavori, figuriamoci, mi spaventa solo l'idea di scrivere un banale post di poche righe per opere d'arte che, in più di un caso, sono state sviscerate da libri interamente dedicati ad esse. Tra l'altro la presenza di questi titoli, di certo ampiamente già visti dalla stragrande maggior parte di miei coetanei, giustifica ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, la ragione per la quale ho sostanzialmente mollato le serie tv. Che senso ha perdere ore di vita per l'ennesima stagione di un serial, quando devi ancora vedere una valanga di film epocali? Insomma, ci si dà delle priorità.

Appunti di un venditore di donne (2,75/5)
Two men in town (3,25/5)
Escape plan (2,5/5)
The drug king (3/5)
Io sono nessuno (3/5)
Il quinto potere (2,75/5)
Snowden (3/5)
Black Widow (2,75/5)
Sgominate la gang! (3,75/5)
I girasoli (3,5/5)
Thor - Ragnarock (3/5)
Colombiana (1/5)
La notte del giudizio per sempre (3,5/5)
Prima pagina (4,5/5)
Pandora (1951) (3,5/5)
Lola Darling (3,5/5)
Stranger than paradise (3,5/5)
Ritorno al crimine (2/5)
Brutti sporchi e cattivi (5/5)
The boss level (3,25/5)
City of tiny lights (2/5)
In ordine di sparizione (3,5/5)
Robin Hood (2010) (2,75/5)
Source code (3,5/5)
Jolt (2,25/5)
Uno, nessuno, cento Nino (3,5/5)
Una giornata particolare (5/5)
Old (3/5)
Ribelli (2,5/5)
Il club dei divorziati (2/5)
C'era una volta a L.A. (2,25/5)
The infiltrator (2,5/5)
Suicide Squad - Missione suicida (3,75/5)
Intrigo: morte di uno scrittore (2,5/5)
The Kelly gang (3,25/5)
Cadaveri eccellenti (4/5)
La ballata di Buster Scruggs (3,75/5)
Il dottor Stranamore (5/5)
Breaking news a Yuba County (2/5)
Intrigo: Dead Agnes (1,5/5)
Grisbì (4,5/5)
Thirteen days (2,75/5)
Il sospetto (1941) (3,75/5)
Intrigo: Samaria (2/5)
Blood father (2,75/5)
Gli occhi del testimone (1959) (4/5)
Innocenti bugie (2,75/5)
La fiamma del peccato (5/5)
Ghost world (2001) (4/5)
Enemy (3,5/5)
L'ultimo yakuza (3,5/5)
Il grande sonno (1944) (5/5)
Malcolm X (3,75/5)
Fatman (2,75/5)
Gangster story (5/5)
Lassù qualcuno mi ama (5/5)
Louise Michel (3,75/5)
Crooklyn (3,25/5)
Un mercoledì da leoni (5/5)
Control (2007) (4/5)
La rabbia giovane (5/5)
To be or not to be - Vogliamo vivere! (5/5)
Il mucchio selvaggio (5/5)
The white storm (3,75/5)
Casablanca (5/5)
Corvo Rosso non avrai il mio scalpo ( 5/5)

Visioni seriali

Omicidio a Easttown (3,5/5)
Preacher, 2 (3/5)




LETTURE

Kaleem Aftab, SpikeLee: Questa è la mia storia e non ne cambio una virgola

lunedì 30 agosto 2021

Rev. Peyton's Big Damn Band, Dance songs for hard times


Fate un esperimento. Ascoltate The Reverend Peyton's Big Band e poi provate ad indovinare di quanti elementi si compone la band e quali siano gli strumenti utilizzati. Personalmente sono rimasto basito nello scoprire che gli elementi sono tre e gli strumenti tutti legati al passato, ad una musica rurale ma viva e scalciante. 

Parto da qui per scrivere di questa vera e propria fulminazione musicale che mi ha colpito (non certo senza ritardo, visto che la band è in attività da più di quindici anni) perchè se la musica di Dance songs for hard times, undicesimo album in discografia, è clamorosa, lo stesso si può dire per il backgrounds dei singoli componenti e della loro radicale scelta stilistica. Partiamo dal Reverendo J. Peyton, il leader e frontman, che utilizza solo chitarre particolari, originali o repliche degli anni trenta, ma non disdegna di dedicarsi ad una scatola di sigari adattata a strumento a corde. La moglie Breezy Peyton suona il washboard con impeto punk, indossando guanti da lavoro e ditali. Il batterista Max Senteney (per un periodo dietro le pelli sedeva il fratello del Reverendo) picchia invece su un piccolo set di batteria, "arricchito" da un secchio di plastica. Detta così la Big Damn Band sembrerebbe un'accozzaglia di eccentrici freak, e allora torniamo alla domanda di apertura di questo post. Provate ad ascoltarli!

Si può iniziare come ho fatto io con il loro ultimo lavoro, Dance songs for hard times, undici pezzi nei quali il trio svernicia allegramente la musica dei loro nonni del sud con undici pezzi originali, passando con disinvoltura, ma con enorme gusto e capacità di realizzare melodie irresistibili, dal blues del delta (No tellin', when) al rockabilly stile Blasters (Too cool to dance) al più classico soul/rhythm and blues (Dirty hustlin') al rocchettone (che una volta sarebbe stato mainstream) di Sad songs
Ma se questa band da duecentocinquanta concerti l'anno ha un riferimento "spirituale" , egli è da ricercare nella figura del maestro studente Ry Cooder, la cui influenza permea, a mio avviso, tutto l'album, emergendo distintamente in un pezzo come Crime to be poor.

Disco imperdibile per gli amanti della musica old time americana, se ne avessi l'autorevolezza lo piazzerei di certo tra i migliori del 2021.


giovedì 26 agosto 2021

Ghost world (2001)


Enid e Rebecca sono due adolescenti che hanno appena finito le superiori. Ad unirle una solida amicizia fondata sulla loro particolare visione del mondo, letto con una feroce intelligenza che si traduce, apparentemente, in nichilismo e distacco dai coetanei. Nell'estate dopo il diploma però succede qualcosa, Enid è sempre la stessa, costantemente anarchica e alla ricerca di nuove provocazioni, mentre Rebecca comincia a darsi da fare per la transizione verso l'età adulta. Le due, complice uno scherzo spietato, fanno la conoscenza di Seymour, un uomo maturo, che, a prima vista, appare come il classico emarginato sociale.

Basato su di una graphic novel di Daniel Clowes, Ghost World, del regista Terry Zwigoff, vede il debutto di Scarlet Johansson (allora diciassettenne) in un ruolo da protagonista (è Rebecca) e Tora Birch, reduce dal successo di American beauty, in quello di Enid. Non conosco il fumetto dal quale è tratta la pellicola (leggo che in USA è piuttosto popolare) pertanto non saprei dosare i meriti tra opera originaria e trasposizione, di certo c'è che Ghost world è uno dei film più interessanti sullo smarrimento che attanaglia i ragazzi in un determinato momento della loro esistenza. Zwigoff intreccia questo tema universale col grande nulla che caratterizza certa provincia americana, dove la vita si trascina attorno ai soliti pochi luoghi di ritrovo e dove le ragazze per mantenersi fanno le cameriere, sperando un giorno di poter fuggire, senza accorgersi, in un attimo di essere diventate adulte, aver messo su famiglia e radici. Enid (della quale la Birch fornisce un'interpretazione indimenticabile), quasi inconsapevolmente, per inerzia, rifiuta di crescere, ma in questa sua tenace apatia resta sola, perchè l'amica Rebecca è invece risucchiata nella stessa trappola di tutti gli altri. Nell'ambito della storia riveste un'importanza particolare il personaggio di Seymour, che sembra ritagliato appositamente su Steve Buscemi, un adulto che vive nel passato dei suoi miti della musica dixieland, del blues delle origini e dei suoi preziosi cimeli dell'epoca. Egli sembra una versione cresciuta della stessa Enid che, infatti, dopo un inizio nel quale lo vede come vittima perfetta dei suoi scherzi, crea con lui un forte legame.

Ghost world è un film ingiustamente poco noto, in magico equilibrio tra divertimento e malinconia, che ci regala alcuni character meravigliosi ed indimenticabili. 

lunedì 23 agosto 2021

Dee Snider, Leave a scar

 

Terzo album a proprio nome per Dee Snider, dopo il definitivo scioglimento dei Twisted Sister. Confermato il team artistico di questa fase della carriera del grande Dee, a partire da Jamey Jasta degli Hatebreed alla produzione. Confermato anche il mood del disco, che si muove su territori perlopiù attinenti ad un groove metal molto mainstream. Per fortuna, a differenza del precedessore del 2018, il deludente For the love of metal, questo Leave a scar registra una maggiore compattezza, alcuni pezzi anthemici ben riusciti e persino un paio di episodi old school, che fanno enormemente piacere. 

Mettendo un pò in ordine i pensieri: l'avvio del disco è potentissimo, ma, torno a ribadire, un pò spersonalizzante rispetto alla storia di Snider. Ad ogni modo, pur registrando le marcate analogie con il sound di gruppi come Hellyeah o 5FDP, proprio non ce la si fa a criticare tracce dal tiro di I gotta rock (again); All or nothing more; The reckoning o Down but never out: suoni iperpompati, doppia cassa, trigger a manetta, ma il tutto funziona. 
Certo, sfido chiunque non sappia cosa sta ascoltando a ricondurre la cifra stilistica a Dee Snider (è come se Van Morrison facesse un disco con sonorità alla Beyoncè), ma ci sta che  l'ugola del Queens voglia tentare l'ultimo abbrivio per raggiungere quella notorietà che ha (troppo) brevemente accarezzato quasi quarant'anni fa, ai tempi di Stay Hungry
L'azzardo pare peraltro che abbia pagato, vista l'imponderabile entrata nel disco nella top 20 di Billboard, salutata da uno Snider eccitato come un bambino con un post su twitter

Leave a scar è dunque un lavoro piacevole, il migliore dei tre finora rilasciati (qui l'esordio del 2016) dall'ex singer dei Twisted Sister. Resta il fatto che, ascolto dopo ascolto, i pezzi che preferisco sono quelli più canonicamente legati all'epoca d'oro dell'heavy metal: Open season, Silent battles e Time to choose, in cui il nostro è coadiuvato da George Fisher dei Cannibal Corpse. 

E comunque, voci così compatte e potenti, in questo genere, a sessantasei anni suonati, non è che se ne trovino molte, in giro.

lunedì 16 agosto 2021

The Suicide Squad, Missione suicida

 



Ad gruppo di pericolosissimi super-criminali, rinchiusi nel carcere di Belle Reve, viene proposto un significativo sconto della pena in cambio della partecipazione ad una missione letalmente pericolosa su di un'isola centroamericana, teatro di pericolosi esperimenti scientifici. Tra gli altri, fanno parte di questo raffazzonato team Harley Quinn, Bloodsport, Peacemaker e il Colonnello Flag, unico militare (non villain) della squadra.

In periodi di bulimia da cinecomics, in pochi badano al nome del regista. Voglio dire, sono lontani i tempi di Raimi (Spider-man) o dei Batman di Burton o di Nolan. Se in questo caso i produttori hanno piazzato quello di James Gunn ben presente in alto sulla locandina è perchè sapevano quello che facevano. Al regista de I guardiani della galassia, passato alla DC dopo aver rotto con la Marvel (nel frattempo ha ricucito), bastano infatti pochi minuti di film per far dimenticare quella cloaca purulenta che era il precedente Suicide Squad, regalandoci una pellicola nel quale la sua mano è gioiosamente riconoscibile in ogni scena. 

Un film, che, a partire dai personaggi secondari (Dot-Man; King Shark; l'uomo smontabile; la donnola...) per finire all'improbabile mostrone, non fosse per il mega budget e il cast, potrebbe tranquillamente essere un prodotto Troma, leggendaria casa di produzione di B-movie, dove il nostro Gunn si è fatto le ossa (Tromeo & Juliet). 
Con una "mano" così dietro la mdp, Margot Robbie finalmente non sembra spaesata nei panni della Quinn, Idris Elba (Bloodsport) fa bene il suo, e persino John Cena (Peacemaker), pur rielaborando la recitazione degli ipetrofici action anni ottanta, sembra quasi un attore (ho detto quasi). 
L'altro elemento caratterizzante dello stile Gunn è l'armonizzazione della musica con le immagini. Credo siano pochi, mi sovvengono, con modalità differenti, Refn e Tarantino, i registi ai quali il connubio girato/soundtrack riesca bene quanto a Gunn (guardate la sequenza interrogatorio/fuga di Quinn, con il crescendo di Just a cigolò/I Ain't got nobody di Louis Prima a prendersi la scena).

Poche balle: questo Suicide Squad è divertente, esplosivo ed eccessivo. Un intrattenimento di lusso, insomma e probabilmente il miglior film dell'arrancante universo DC Comics (al netto di Joker, che però aveva un tentativo di taglio autoriale). 

Per chi non si fosse ancora vaccinato, dotarsi di green pass varrebbe la pena anche solo per vederlo al cinema.

lunedì 9 agosto 2021

John Hiatt with The Jerry Douglas Band, Leftover feelings


Alla soglia dei settanta, John Hiatt (classe 1952) incide finalmente un disco con il collega Jerry Douglas (1954). Ad unirli, oltre che una solida amicizia, la comune provenienza degli esordi artistici: Nashville, TN. Ed è proprio in questa mecca della musica (oggi un pò sputtanata) che i due decidono di registrare il proprio album nel mitologico studio B della RCA, dove alla fine dei cinquanta fu forgiato il sound countrybilly per mano di gente come Elvis Presley, Dolly Parton, Roy Orbison, Everly Brothers e molti altri. 

I due compari sono totalmente a loro agio in questo ambito, liberi di spaziare in tutte le sfumature della musica americana popolare. Long black electric cadillac, voce inconfondibile di Hiatt e lap steel guitar di Douglas, suona come i Blasters con la spina degli ampli staccata, ma senza che ciò comprometta un'oncia dell'energia rockabilly. La mitologica dobro guitar di Jerry debutta nella seconda traccia (Mississippi phone boot) per un blues che lascia intravedere neanche da troppo lontano la sagoma di Buddy Guy che fa ciao con la mano. Dopo due soli pezzi è già chiaro che l'album segue sì un mood, ma non un unico genere. E infatti dopo l'incantevole smooth blugrass di All the lilacs in Ohio arrivano I'm in Asheville e Light of the burning sun due folk classici (sempre impreziositi dai ricami di Douglas), il secondo dei quali potrebbe stare comodamente dentro The ghost of Tom Joad di Springsteen. 

Hiatt, in termini commerciali ha avuto pochi alti e molti bassi. Qualitativamente, al contrario, pur non avendo io ascoltato tutti i suoi lavori, mi sembra di poter dire che non abbia mai completamente sbagliato uno dei suoi venticinque dischi, in quasi cinquant'anni di carriera. Questo Leftover feelings conferma la tradizione, piazzandosi probabilmente tra i migliori degli anni zero.

lunedì 2 agosto 2021

Brutti, sporchi e cattivi (1976)


Nello scenario di una squallida baraccopoli alla periferia di Roma seguiamo le vicende della numerosissima famiglia dell'immigrato pugliese, parzialmente invalido, Giacinto, famiglia che vive alla giornata, tra espedienti e sfruttamento delle poche risorse economiche certe (la pensione della nonna). Non esiste coscienza di classe o solidarietà, a prevalere quotidianamente sono gli istinti più bassi, gli egoismi, i rancori, la sopraffazione, la scaltrezza e l'istinto di sopravvivenza.

Brutti, sporchi e cattivi non si limita ad essere un film da vedere obbligatoriamente, per capire tante cose, tra le quali l'incredibile libertà artistica che veniva concessa nei settanta agli autori cinematografici. L'impatto culturale della pellicola è stato talmente vasto da entrare, già con il solo titolo, nell'immaginario collettivo, nel linguaggio, nei nostri modi di dire. 

Scola, probabilmente nella migliore fase della sua carriera (è dell'anno prima l'indimenticabile C'eravamo tanto amati e dell'anno successivo il meraviglioso Una giornata particolare), firma un'opera con pochi precedenti nel nostro cinema mainstream: grottesca, crudele, senza speranza, volgare, con uno sguardo quasi completamente anaffettivo verso i suoi protagonisti, nella quale si ride sì, ma quasi sentendosi in colpa.
Il piano sequenza d'apertura con la macchina da presa che indugia sui corpi che dormono ammassati, uno sopra l'altro, per poi rivolgere il proprio occhio all'esterno, alla baraccopoli, negli ultimi istanti nei quali resterà silenziosa prima che quell'alveare umano riparta con la sua caciara e la sua operosa inoperatività, ci mostrano da subito una delle ragioni per le quali Scola è uno dei più importanti registi che l'Italia abbia mai avuto.

Dentro un'assoluta promiscuità ci viene mostrata una comunità di adulti che vivono come bambini, vale a dire senza filtro alcuno nelle relazioni interpersonali, senza senso di responsabilità, bussola morale o codici etici, al punto di sentirsi liberi di dare sfogo, quando possono, ad ogni pulsione del momento, sentendosi liberi di approfittare sessualmente di chiunque gli capiti a tiro, come succede solo nella dimensione onirica. I bambini veri, d'altro canto, crescono privi di una guida genitoriale, con l'unica accortezza di essere rinchiusi ogni mattina in un recinto improvvisato, nel quale stanno, senza supervisione alcuna, per tutto il tempo nel quale i loro genitori svolgono le proprie attività. Tra le tante contraddizioni di bambini portati a comportarsi da adulti e adulti da bambini, c'è Maria Libera, la ragazzina con gli stivali di gomma gialli, ultimo baluardo di innocenza che, oltre a sfacchinare nella baraccopoli, "sta a servizio" in una famiglia di Roma e che sembra ritrovare la sua fanciullezza solo quando ogni mattina inizia la giornata saltellando spensieratamente, sebbene carica di secchi da riempire d'acqua, sul muretto che delimita la zona.

Giacinto, interpretato in maniera sontuosamente controllata da Nino Manfredi, è il re di questa accolita di debosciati. Non solo in quanto capofamiglia, ma perchè, a causa di un incidente di lavoro, ha ricevuto un risarcimento di un milione di lire, un tesoro che custodisce gelosamente rifiutando di dividerlo coi familiari e nascondendolo ogni giorno in un posto diverso. Giacinto è un ubriacone rancoroso e con i suoi congiunti, che si tratti di figli, nipoti o moglie, si comporta in modo dispotico, scorbutico e violento, ma quando incontra la pasoliniana prostituta Iside (e a proposito, quanta poesia riesce a tirare fuori Scola dalle immagini dell'incontro tra un derelitto e una puttana) sembra redimersi e cercare la pacificazione con la famiglia che, al contrario, decide invece di ucciderlo in una sequenza, quella del pranzo all'aperto, terribile e sublime, per i movimenti della mdp che cattura il connubio tra gli sguardi, le espressioni, il linguaggio non verbale dei convenuti e le musiche di Armando Trovaioli. 

Con l'ultima sequenza di Maria Libera, sulla quale scorrono i titoli di coda, Scola ci toglie anche l'ultimo barlume di speranza, rappresentato dall'innocenza della ragazzina, lasciandoci soli con un epilogo malinconico, crudele ma dannatamente coerente.

lunedì 26 luglio 2021

Downtown Boys; Full communism (LP, 2017) e L'internationale (EP, 2020)


I Downtown Boys sono una punk band americana di Providence, Rhode Island, attiva da una decina d'anni. Nonostante una certa notorietà conquistata a metà anni dieci, personalmente li ho scoperti grazie alla colonna sonora di Miss Marx  della nostra Susanna Nicchiarelli (film consigliatissimo, al pari del precedente Nico, 1988). 
Dietro la produzione del nome tutelare Guy Picciotto dei Fugazi, il leader e fondatore Joey DeFrancesco, attivista sindacale (qui potete vedere il video delle sue geniali dimissioni da un hotel che trattava crudelmente i propri dipendenti,  consegnate con l'accompagnamento di un'intera brass band) e militante convinto per le cause ambientaliste, sociali e anti-sistema, rilancia il genere angry protest songs  dentro la sua cornice più naturale, che, a mio avviso, assieme al folk, resta quella punk. 
La band oltre agli strumenti tradizionali del genere utilizza strutturalmente il sax, e si avvale della grinta vocale della singer Victoria Ruiz (ex collega di Joey nello stesso hotel di cui sopra) su testi che, oltre all'inglese, utilizzano disinvoltamente lo spagnolo. 

Il titolo del loro primo full-lenght, oggetto di questo post, esprime inequivocabilmente l'orientamento politico del gruppo, oltre a rappresentare una provocazione, magari banale per il nostro Paese, ma sempre pericolosa per l'establishment USA, al punto che non mi stupirebbe se qualche agenzia federale avesse già aperto un dossier sui cinque. Tuttavia, pur crogiolandomi nella vicinanza politica alle idee di questi ragazzi, per "start a fire" (citazione non casuale, come vedremo) serve la scintilla del connubio con l'espressione artistica della band. Per fortuna, anche qui, bingo. I dieci pezzi (più una bonus track) per venticinque minuti di durata che compongono Full comunism sono il classico tuffo agostiano dagli scogli nell'acqua gelida: trattieni il fiato, vai sotto, e quando emergi ti senti da dio. Si parte con Wave of history (commento sonoro ad una sequenza indimenticabile di Miss Marx), che mette subito in chiaro le cose e poi giù a rotta di collo con 100% Inheritance tax; Tall boys; Break a few eggs; Monstro; Future police, fino a raggiungere appunto la bonus track, cover di un brano che nasce originariamente come riflessione malinconica sull'emarginazione ma che poi diventa una mega-hit pop. Qui la commiserazione lascia il campo alla ribellione ad una condizione di subalternità sociale ed esplode in tutta la sua grezza rabbia. La canzone è Dancing in the dark di Bruce Springsteen. 

Ma Joey e i ragazzi devono avere una certa vocazione ai guai. Infatti, non contenti di aver dato cotanto titolo ad un disco americano, realizzano, nel 2020 un EP contenente tre versioni dell'epocale inno socialista (in Italia usato anche dal P.C.I.) L'internationale. L'operazione sembra quasi goliardica, infatti il tema viene proposto nelle versioni disco mix; punk mix e ambient mix, intanto però questa composizione, questo inno dei lavoratori di tutto il mondo, che a me commuoverebbe anche se fosse suonata facendo le pernacchie con la mano sotto l'ascella, torna centocinquanta anni dopo la sua prima esecuzione. 

Sarà che ormai mi accontento di poco, ma tanto mi basta, in una fase storica nella quale sono sopiti gli idealismi del novecento, a favore di un capitalismo che gode di una salute di ferro.







venerdì 23 luglio 2021

Lola Darling (1986)

Lola Darling è una donna libera e indipendente. Vive sola in un loft e lavora come artista presso un'agenzia pubblicitaria, anche se la sua caratteristica principale va cercata nell'assoluta disinvoltura delle sue relazioni sentimentali e sessuali, infatti ne intrattiene tre contemporanee, pur nella totale lealtà nei confronti dei partners: ogni suo amante infatti è a conoscenza dell'esistenza degli altri due.

Vero debutto cinematografico di Spike Lee, Lola Darling (l'originale She's gotta have it è molto più coerente con il film, sfiorando quasi la tipologia di titolo dei porno) fu realizzato in pochissimi giorni e con quattro spicci, al punto da costringere il regista a ricorrere non solo ai consueti prestiti da parte della nonna, ma anche a scritturare "pro bono" alcuni familiari (il padre jazzista Bill suona le musiche e recita un cameo, la sorella Joie fa una piccola parte) e sè stesso (nella parte di Mars, uno dei tre uomini di Lola) per completare il cast senza incidere sulle finanze.

Il film, influenzato tra gli altri da Stranger than paradise dell'amico di corsi di cinema Jim Jarmush, mette in scene la vita, libera da ogni convenzione sociale, di Lola (in originale Nola, interpretata da Tracy Camilla Johns), e nel preparare soggetto e sceneggiatura Spike si documenta attraverso le esperienze di coetanee della sua protagonista, sondate attraverso un questionario con domande anche esplicite rivolto ad un gruppo di universitarie. Sebbene la modalità di racconto rimandi non poco alla grammatica cinematografica di Woody Allen, Lola Darling contiene in nuce molte delle forme espressive che caratterizzeranno lo stile del newyorkese nelle opere a venire, a partire dalla fotografia, con l'inizio del sodalizio con Ernest Dickerson, e dalle carrellate su volti di persone comuni.
Il titolo fu molto apprezzato (a fronte di un budget di poche migliaia di dollari guadagnò oltre sette milioni di bigliettoni), soprattutto dalla comunità delle donne nere americane, che, a testimonianza dell'efficacia del preliminare lavoro di indagine di Lee, si riconobbero nella protagonista. 
L'opera nel complesso può apparire acerba in qualche passaggio e con una scena proprio infelice (quella del semi stupro, della quale Spike Lee in seguito si pentì) ma è sicuramente ricca di fascino e pertanto da vedere, per i pochi della mia generazione che ancora non l'abbiano fatto. 

Il film è attualmente disponibile su Netflix e, per i completisti, Lee ha curato anche una serie ad esso ispirata (sulla medesima piattaforma).

martedì 20 luglio 2021

Billie Joe Armstrong, No fun mondays (2020)


Tra i vari danni prodotti dalla pandemia, ci sono anche quelli collaterali dei vari artisti che si sono messi a commercializzare comuni sessioni casalinghe nelle quali hanno interpretato brani ai quali, evidentemente, sono legati. Si tratta di dischi perlopiù prescindibili, che nulla aggiungono alla carriera dei musicisti o alle versioni originali dei pezzi, se non la curiosità di scoprire passioni e a volte guilty pleasure del musicista in questione. 

Non fa eccezione questo Fun mondays, registrato da Billy Joe Armstrong nei mesi dei lockdown assieme ad un manipolo di amici che rispondono ai nomi di Jason White (chitarrista tour member dei Green Day); Chris Dugan (batterista/produttore/ingegnere del suono) e Bill Schneider (bassista/collaboratore dei GD/co-proprietario assieme ad Armstrong di un negozio di strumenti a Oakland), coi quali ha buttato giù quattordici pezzi che spaziano, a volte devo ammettere anche in modo sorprendente, tra stili e generi. 
Per farvi capire meglio cosa intendo la traccia numero uno è I think we're alone now, brano che dall'anno "di nascita", nel 1967, ha avuto diverse interpretazioni, di cui la più recente è quella di Tiffany, mentre l'ultima, all'opposto è di Billy Bragg (A new England). In mezzo si passa ancora ancora dal pop anni ottanta con le Bangles (Manic mondsay) o Kim Wilde (Kids in America) ai semi-sconosciuti irlandesi del nord The Starjets (War stories); mainstream rock con Eric Carmen (That's rock and roll) e anthem dimenticati, come Gimme some truth di John Lennon o la seminale You can't put your arms around a memory di Johnny Thunders. Ma è inutile menare il can per l'aia, il pezzo in assouto più imprevedibile, a detta dell'autore inserito in omaggio ai fans italiani, è un'incredibile Amico di Don Backy (!!!), la cui interpretazione in italiano, con pronuncia da americano in vacanza a Roma, lascia sgomenti (nel bene o nel male decidete voi).

Insomma, non che No fun mondays sia un disco noioso. Solo semplicemente superfluo.

giovedì 15 luglio 2021

La notte del giudizio per sempre (2021)


Otto anni dopo la sconfitta alle presidenziali, i Nuovi Padri Fondatori tornano a vincere le elezioni ed immediatamente ristabiliscono la "giornata nazionale dello sfogo", nell'ambito della quale, per dodici ore, dalle 7 p.m. alle 7 a.m. è possibile compiere qualunque atto criminale, omicidio incluso, senza essere perseguiti dalla legge. Stavolta il riflettore della carneficina legalizzata è concentrato nel Texas del sud, dove molti migranti messicani lavorano per facoltose famiglie americane e dove l'odio razziale è diventato letteralmente incontenibile. Al punto che le dodici ore di sfogo non bastano più.

Probabilmente il franchise targato Blumhouse de PurgeLa notte del giudizio (qui le recensioni dei capitoli uno e due) è, attualmente, la produzione che più riesce a tenere vivo il binomio intrattenimento/sottotesto politico tipico del miglior cinema di genere americano (quello nato tra i settanta e gli ottanta). 
Arrivati al quinto capitolo (di cui un prequel) ed essendo il film sempre stato caratterizzato da dinamiche western, cosa di meglio che spostarsi nei luoghi del vecchio west, con il noto assortimento di magnifiche bellezze e terribili storture? Su soggetto e sceneggiatura del deus ex machina James DeMonaco il regista Everardo Gout, fin qui una solida carriera per le serie tv, mette in scena un film che dubito piacerà ai tanti fans di Trump sparsi per gli States. 
Dentro un plot tutt'altro che privo di difetti, si consuma infatti la rivincita degli sfruttati di sempre, nativi americani e messicani, che fanno il culo a rozzi suprematisti bianchi e nazistoidi vari intenzionati a "restituire l'America agli americani". Dannatamente realistiche molte delle sequenze che mostrano le città prima dello scoccare dell'ora dello sfogo (lo sconto del 40% su tutte le armi), i dibattiti televisivi, i luoghi comuni sugli immigrati, meno efficaci alcune dinamiche relazionali tra i protagonisti (il razzista light si capisce subito che si ravvedrà) e poco coraggio nel gestire i personaggi principali (con il boss dei villain che arriva troppo tardi e dura troppo poco). 

SPOILER 
Carica di sottotesti anche la conclusione, con il Messico che apre le sue frontiere accogliendo caritatevolmente migliaia di texani in fuga dai massacri e il figlio di uno dei protagonisti americani che nasce in terra messicana, libero dal retaggio di morte e massacri dei suoi antenati.
Vista la conclusione distopica del film e in previsione del decennale del primo capitolo della saga, chissà che DeMonaco non accarezzi l'ennesimo sequel sul modello di 1997 Fuga da New York...

lunedì 12 luglio 2021

Helloween, Helloween

Gli Helloween, e il power metal in generale, non sono mai stati la mia tazze di tè. Nemmeno quando (ere geologiche fa) ascoltavo solo hard & heavy. Poi, siccome sono rimasto un tipo curioso e, se congruamente stimolato, aperto ad ogni esperienza musicale, qualcosa col passare degli anni ho recuperato anche di loro (e del power), senza particolare esaltazione ma con qualche contenuto apprezzamento random. 

Ora, al gruppo tedesco è universalmente riconosciuto il merito di aver inventato uno stile e di aver prodotto, tra la metà e la fine degli ottanta tre album seminali per quello specifico sotto genere metal (i titoli sono noti: Walls of Jericho e le due parti di Keeper of the seventh keys). Dopo quella fase la crisi, album pasticciati, il tentativo di tornare alla comfort zone stilistica e, soprattutto, tra l'inizio e la fine degli ottanta e l'inizio del primo lustro dei novanta, gli addii "pesanti" di Michael Kiske, il cantante dei due Keeper, e di Kai Hansen, chitarra e voce co-fondatore della band. Un allontanamento che è durato circa un quarto di secolo e che si è interrotto qualche anno fa con una reunion certificata da un tour di successo e dalla consapevolezza che, in una fase di solida retromania, forse era il caso di accantonare i dissapori e passare all'incasso. Perciò, incoraggiati dall'esito del Pumpkin United Tour, il passo successivo non poteva che essere la pubblicazione di un nuovo disco che mettesse assieme il nucleo superstite della band (che conta i soli Maichel Weikath -  chitarra - e Marcus Grosskopf - basso - quali membri fondatori) assieme ai due transfughi.

Insomma il combo germanico punta tutto sull'effetto nostalgia, e c'è da dire che a sprazzi l'operazione funziona grazie in particolare ad alcune tracce che, pur carezzando subdolamente la pancia dei vecchi fans, risultano decisamente convincenti (Out for the glory; Fear of the fallen; Best time; Down in the dumps), così come sono comunque efficaci i passaggi più orientati all'heavy classico (Mass pollution; Robot king), giù giù fino all'attesa suite finale, unico brano composto da Hansen (Skyfall) che oscilla tra luci ed ombre. Un'operazione che, per quanto studiata a tavolino, risulta abbastanza riuscita considerando come non sia mai semplice autocitarsi restando credibili.

giovedì 8 luglio 2021

Appunti di un venditore di donne (2021)

Milano, 1978. Bravo è un magnaccia che procura donne all'alta società. Ha con le sue ragazze un rapporto di rispetto, lasciandole di libere di accettare o meno un lavoro, così come di smettere quando lo desiderino di prostituirsi. Nasconde a tutti, anche all'amico Daytona e al sodale barman del suo night di appoggio, il proprio passato tragico ed una terribile menomazione subita. Una notte, su richiesta di Daytona che gliela indica, convince una ragazza qualsiasi (Carla) a fare sesso con l'amico in cambio di soldi. Da quel momento inizierà un'escalation di eventi che, nella Milano del 1978, farà convergere sulla strada di Bravo terrorismo, corruzione politica, mafia e il suo passato.

Cerchiamo di riprendere faticosamente possesso del genere, ed in particolare di quello noir attraverso la trasposizione di un romanzo di Giorgio Faletti che passa direttamente sul piccolo schermo. L'operazione (a me) fa sicuramente piacere, ma ciò non basta purtroppo a giustificare moti di esagerato entusiasmo. Sì perchè se Appunti di un venditore di donne si fa ricordare è, a mio sommesso avviso, solo per una ragione, vale a dire la stupefacente interpretazione (molto poco italiana) del misconosciuto Mario Sgueglia nei panni del protagonista Bravo. Sgueglia, che non conoscevo e che, nonostante la non verdissima età (classe 1979),  ha una filmografia, tra cinema e televisione, abbastanza contenuta, fornisce probabilmente la prova della vita grazie alla sua capacità di dare vita ad un personaggio tragico e affascinante, che trasforma un mestiere ripugnante (il protettore) quasi in un'arte virtuosa. 

Purtroppo devo fermarmi qui con gli aspetti positivi della pellicola che, pur godendo di una storia atipica e, teoricamente, di una buona mano in regia (Fabio Resinaro, dietro alla mdp per l'interessante Mine e l'ottimo Dolceroma), non fornisce altri spunti di rilievo. 
Il resto del cast non si avvicina nemmeno al livello del protagonista: Paolo Rossi (Daytona) è impalpabile, a Francesco Montanari viene affidato un ruolo (il barman cieco) totalmente inverosimile, Miriam Dalmazio (Carla) fa del suo meglio senza però convincere appieno e Michele Placido (il politico) è talmente spaesato da sembrare passi di lì per caso. Si salva forse Antonio Gerardi (il boss) ma solo perchè con un ruolo così, dopo aver fatto il Sardo in Romanzo Criminale, inserisce il pilota automatico. 
Da rivedere anche i dialoghi (calligrafici), i costumi (siamo nei settanta!), e le scene d'azione, con l'apice di un inseguimento in auto involontariamente comico, nel quale manca solo che i due protagonisti, tallonati dalla pula, si mettano d'accordo su cosa mangiare a cena. Non fosse già morto, Enzo G. Castellari, ci sarebbe restato secco. 
Comunque sia, meglio un film imperfetto che scommette sulla rinascita del genere in Italia (ma per cortesia, non bestemmiamo paragonandolo a quel gioiello di Soavi che risponde al titolo di Arrivederci amore ciao) piuttosto che l'ennesimo drammone esistenziale con protagonisti i soliti quaranta/cinquant'enni. 
E poi, grazie a questo film, potremmo aver guadagnato un insperato nuovo protagonista del poliziesco nostrano: Mario Sgueglia. Fatelo lavorare!


Il film è in programmazione su Sky

lunedì 5 luglio 2021

Re-Animator (1985)

Il dottor West, a seguito di alcuni esperimenti disapprovati dalla comunità scientifica svizzera, si trasferisce da Zurigo ad una clinica negli Stati Uniti, dove riprende la propria ossessione: mettere a punto un siero in grado di risvegliare i morti. Qui troverà una forte avversione da parte del professor Hill, che aveva tentato, senza riuscirci, di seguire gli insegnamenti del visionario dottor Gruber, già fonte di ispirazione per lo stesso West.

Cult assoluto di quell'intreccio di generi che ha trovato negli anni ottanta la sua stagione più fulgida, e che metteva assieme horror, gotico, commedia, grottesco, pulsioni sessuali e voyerismo, Re - Animator, inarrivabile debutto di Stuart Gordon, coadiuvato dall'amico Brian Yuzna (titolare dell'altrettanto imperdibile Society - The horror) , cattura tutte le coordinate del contorto immaginario dei due registi. Attraverso la scelta di una fotografia che esalta i colori accesi, retaggio delle opere di Mario Bava, e di effetti speciali rigorosamente analogici, Gordon intrattiene, diverte e spaventa con un prodotto che nell'affollato panorama degli ottanta poteva essere definito di serie B, ma che alla luce della povertà dello scenario attuale, che registra la pressochè totale assenza di un convincente connubio infra-generi,  assurge a vero e proprio capolavoro, definizione che è possibile assegnargli alla luce dell'orizzonte temporale trascorso (trentasette anni) dalla sua uscita, che non ha minimamente scalfito, anzi accresciuto, il valore dell'opera.
Il cast principale (Jeffrey Combs; Bruce Abbott e Barbara Crampton) è composto da attori e caratteristi che, al netto di qualche eccezione, ha costruito la propria carriera su film di genere a basso costo, tuttavia in questo film, tratto da un racconto di Lovecraft, l'aderenza al progetto è pressochè totale, con un risultato finale totalmente convincente. 

Re-Animator ha avuto due sequel, Re-Animator 2, del 1991 (dvd già acquistato e in lista d'attesa) e Beyond Re-Animator, del 2003, girati dal sodale Yuzna . 

Segnalo infine che su Amazon è in vendita ad una decina di euro l'edizione a tiratura limitata (tre dvd) della Midnight Factory. Sotto, la mia copia.



giovedì 1 luglio 2021

MFT, maggio giugno 2021

ASCOLTI

Angel, Risen
Billy Gibson, Hardware
Blackberry Smoke, You hear Georgia
Bob Wayne, Rogue
Burial, Untrue
Caparezza, Exuvia
Fear Factory, Aggression continuum
Garbage, Absolute
Helloween, ST 2021
John Hiatt, Leftover feelings
L7, The Slash years
Portal, Arrow
Rise Against, Nowhere generation
Ryan Adams, Big colors
The Band, Rock of ages
Gojira, Fortitude
Oscar Peterson Trio, Night train
Maneskin, Teatro d'ira
Thunder, All the right noises
Def Leppard, Rock of ages
Davide Van De Sfroos, The best of


VISIONI

Kung-fu Jungle ( 3,5/5)
Il regno (SPA, 2018) (3,75/5)
Sweet Virginia ( 3,25/5)
Cold war (HGK, 2012) ( 3,25/5)
Cold eyes (3,5/5)
Confession of pain (3,5/5)
Rifkin's festival (3,5/5)
A dirty carnival (3,75/5)
Fino all'ultimo indizio (3/5)
Captain Marvel (3/5)
Dark night (3/5)
Ferro 3 - La casa vuota (4/5)
The devil's path (JPN, 2014) (3,75/5)
Honest thief (1/5)
Greenland (2/5)
Si vive una volta sola (3/5)
I predatori (3/5)
Jo Pil-ho: L'alba della vendetta (3,75/5)
Galveston (3,75/5)
Bloodshot (2,5/5)
Il selvaggio (4,5/5)
Governance - Il prezzo del potere (3/5)
Un altro giro (3/5)
Fire of conscience  (3,5/5)
La donna alla finestra (3/5)
I figli del fiume giallo (3,75/5)
Shield of straw - Proteggi l'assassino (2/5)
Roubaix - Una luce nell'ombra (3,75/5)
Joint Security Area (3,5/5)
QT8 - Quentin Tarantino (3/5)
Il divin Codino (2/5)
Star Wars - Gli ultimi Jedi (4/5)
Star Wars - L'ascesa di Skywalker (2,5/5)
Prospect (3,5/5)
Facciamola finita (3,25/5)
Wander (2/5)
Rogue One: a Star Wars story (3,75/5)
Shorta (3,5/5)
Il sospetto (2012) (4/5)
Security (2021) (2/5)
Morgan (3,5/5)
Shadows (3,5/5)
Take shelter (3,75/4)
Comedians (3,5/5)
Re-Animator (4,25/5)
Oldboy 4K (4,5/5)
He got game (3,75/5)
Oldboy (USA, 2013) (2,75/5)
In trance (2,75/5)
Rampage (2009) (3,5/5)
Mandibules - Due uomini e una mosca (3/5)
Gorky Park (3/5)
Giustizia privata (2/5)
Il dubbio - Un caso di coscienza (3,75/5)
Una donna promettente (3,25/5)
Rampage - Giustizia capitale (3,25/5)
L'allievo (3,75/5)
20/20 Target criminale (3/5)
Colossal (3,5/5)



P.S. in grassetto i film visti al cinema

Visioni seriali

Speravo de morì prima (2,75/5)
The man in the high castle, 1 (3/5)
Rocco Schiavone, 4 (3/5)
The preacher, 1 (3,75/5)

LETTURE

Spike Lee con Kaleem Aftab, Questa è la mia storia e non ne cambio una virgola