Il ritorno di Casanova (3/5)
LETTURE
Oliver Stone, Cercando la luce
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Per approfondimenti qui trovate la più ampia recensione dell'amica Mrs Rosewater.
Vista da fuori, la vita del dottor Charles Alavoine sembra il perfetto coronamento di molti obiettivi borghesi. Una solida posizione sociale, una bella casa, due figlie, una moglie invidiata da tutti. E dunque perchè costui si trova in prigione, da dove sta scrivendo una lettera al giudice incaricato del suo caso? Si intuisce abbia commesso un grave delitto, ma perchè? E chi è la vittima?
Romanzo in forma epistolare scritto da Simenon in pochi giorni, nel periodo post-bellico in cui riparò in America in fuga dalle accuse di collaborazionismo, Lettera al mio giudice, come spesso accade per le opere di questo autore, si rivela ancora oggi al lettore con una modernità quasi sconcertante. Alavoine, il protagonista, racconta di sè al giudice istruttore a condanna emessa, quidi non per scagionarsi, ma per spiegarsi. Tuttavia, prima di arrivare al contesto in cui è maturato il delitto, compie un'analisi lucidamente scientifica della pantomima del suo processo, dove sconfessa risolutamente la retorica prosopopea dei suoi prestigiosi avvocati, che scelgono una linea difensiva da lui disapprovata non in quanto debole ma perchè insincera, non corrispondente ai fatti. Da lì racconta della sua vita, un'esistenza tutto sommato ordinaria nella quale però germogliano semi di alienazione ed infelicità causati da scelte di vita imposte da convenzioni sociali che subisce e che, nel tempo, lo schiacciano.
Alavoine potrebbe essere uno qualunque di noi, che vive la sua vita, fino alla morte, senza nemmeno capire la ragione della sua insoddisfazione, di cosa lo divori dentro, del suo malessere inconscio, e così sicuramente sarebbe, se un incontro casuale, fortuito, non deviasse il corso degli eventi della sua esistenza. Questo evento si chiama Martine, una ragazza debole e insicura, anche lei destinata ad una vita ordinaria, da cui tenta di affrancarsi con atteggiamenti forzati, non coerenti con la sua personalità, che la vedono concedersi ad amanti occasionali, abusi alcolici e comportamenti innaturalmente sregolati.
Tra i due nasce una relazione, ed ecco che, improvvisamente, Alavoine libera il suo personalissimo, represso Mr Hyde. Egli è autenticamente innamorato di Martine, per lei corre dei rischi mai nemmeno immaginati prima, mettendo a repentaglio, per poi sconvolgere, la sua vita borghese, la casa, la moglie, la genitorialità. Ma, e qui sta uno degli aspetti più attuali del romanzo, nel rapporto tra il dottore e la ragazza di provincia, si insinua un veleno: la tossicità di lui che ha scoppi improvvisi di violenza (alcuni passaggi del libro li ho trovati particolarmente dolorosi e indigesti) e di lei che li accetta come inevitabili e, in qualche modo, attraverso distorte elaborazioni mentali frutto di traumi emotivi del passato, meritati.
Nella sua lunga confessione, Alovoine dimostra di essere lucido e presente a sè stesso, comprendendo la gravità dei suoi comportamenti, ma, al tempo stesso, totalmente folle, quando trova delle giustificazioni razionali a quei comportamenti disumani.
P.S. Lettera al mio giudice è stato il mio primo audiolibro. Esperienza nuova e interessante, probabilmente anche grazie alla lettura immersiva di Massimo Popolizio
Dopo una vita di tempo in attesa di trovare una copia fisica di questo film fuori mercato italiano, il primo della trilogia della vendetta di Park Chan-wook - completata da Lady Vendetta e Old Boy - , mi sono rassegnato ad acquistare un dvd estero con sottotitoli in inglese. Ovviamente il giorno dopo aver ricevuto la consegna del disco ho scoperto che la piattaforma Paramaunt + (a cui ho accesso gratuitamente come abbonato Sky), l'ha incluso nella sua programmazione. Pazienza, dopo averlo visto resto ancora più convinto e soddisfatto di averlo a fare bella mostra di sè sullo scaffale, prima degli altri due capitoli.
Park Chan-wook, qui alla quarta prova da regista, comincia meglio a mostrare la sua poetica, il suo stile di narrazione, i suoi temi, la sua attenzione alla realtà che lo circonda. Già perchè Mr Vendetta, come spesso capita nelle pellicole sudcoreane di genere, infarcisce la sua storia di contenuti sociali. Nei primi dieci minuti del film ci mostra infatti il discrimine sociale nel trattamento sanitario, l'emarginazione dei disabili dentro un'emarginazione sociale più ampia che riguarda povertà, emergenza abitativa, sfruttamento lavorativo.
E poi c'è il fulcro attorno al quale ruota la storia, che parte da Ryu, ma che successivamente trova altri protagonisti inizialmente inseriti come personaggi di sfondo. Per le prime due delle canoniche tre parti, Mr Vendetta è un film drammatico con punte di ironia nerissima contrassegnata da colpi di sfortuna del fato non lontani, come plot twist, alle sceneggiature più note dei Coen. Nell'ultima parte del film deflagra invece una violenza sorda, ottusa, inarrestabile. A differenza degli altri due film della trilogia però, qui l'esercizio della vendetta non è esclusiva di un unico character, bensì, fino alla sequenza finale, è ripartita su più personaggi, ad ognuno dei quali non rimane che la rabbia cieca e la violenza sistematica per elaborare il proprio lutto, le proprie ingiustizie. Una vendetta ora improvvisata, ora pianificata, inevitabile o imprevedibile (per la vittima), ma sempre ad alto tasso di sangue e sadismo.
Nel cast, assieme al bravissimo Shin Ha-kyun (Ryu), che avrà un ruolo anche in Lady Vendetta, compare l'attore feticcio di Chan-wook, quel Song Kang-ho (il padre della bimba) che, oltre ad essere presente nell'intera trilogia, ci regalerà da lì a poco interpretazioni formidabili in Memories of murder, The host, Il buono il matto il cattivo, L'impero delle ombre, Snowpiercer, Parasite e A taxi driver.
Un film letteralmente imperdibile (come tutta la trilogia). Impossibile amare il cinema e non innamorarsi di questo regista, questi attori, queste storie.
Paramount+
Al tramonto dell'estate del 1987 arriva nei negozi il singolo che anticipa l'uscita di Tunnel of love. Si tratta di Brilliant disguise, un brano che dal punto di vista musicale non solo non ha niente a che vedere con Born in the USA, ma disconosce tutta la produzione antecedente di Springsteen. L'arrangiamento della ballata è impostato su di un loop che poggia soprattutto sulla nota LA, alternata nelle sue modalità maggiore, seconda e quarta. Sebbene costruita in maniera canonica (strofa/ritornello/bridge) si ha la percezione che la traccia abbia un unico (per me ipnotico, per altri monotono) pattern, dall'inizio alla fine. Il testo anticipa la penombra emotiva di quello che sarà il lavoro completo. Dubbi sull'autenticità dell'amore provato e ricevuto e sospetti di tradimento ne caratterizzano infatti il portato. Sul lato B del singolo l'oscurità si infittisce, con una spettrale Lucky man (outtake che resterà fuori dalla tracklist dell'album), a riecheggiare Nebraska.
Ed eccoci finalmente al "pacchetto completo" di Tunnel of love: dodici tracce che rappresentano (per chi scrive) un malinconico, meraviglioso, controverso viaggio introspettivo negli spazi che intercorrono dentro un rapporto di coppia. Mai prima (e mi ripeto, mai dopo) un disco di Springsteen era stato così monotematico, quasi un concept sul dilemma del sentimento più nobile e affannosamente cercato dall'animo umano, fotografato in una condizione sospesa in cui, neanche fossimo nello splendido film Pixar Inside out, convivono ricerca della felicità, gelosia, momenti di esaltazione, malinconia, fiducia verso il partner ed assenza di essa.
E subito, con Ain't got you, l'incipit del lavoro, veniamo catapultati in questa dimensione di ombre (tante) e luce (poca). Nell'errebì alla Bo Didley, il Bruce fresco di matrimonio con la top model ci dice che ha tutti i beni materiali che un uomo possa desiderare (I got all the fortunes of heaven in diamonds and gold/ I got all the bonds baby that the bank could hold ) ma gli manca l'amore (But the only things I ain't got, baby/ I ain't got you) , quasi che, invece che un neo sposo, a cantare sia uno spasimante non corrisposto. Il testo, sebbene per tematiche rientri in una solida tradizione allegorica propria del rockabilly fifties, è talmente autobiografico nella sua disamina della condizione borghese di Bruce (I got house full of Rembrandt and priceles art (...) / I been around the world and all across the seven seas / Been paid a king's ransom for doin' what comes naturally) da provocare il rigetto "filosofico" dell'amico Little Steven, cui il brano viene fatto ascoltare in anteprima (c'è da dire che l'ex chitarrista della E Steet all'epoca era all'apice del suo afflato artistico di intransigente denuncia politico-sociale al sistema americano), e che gli rimprovera - a mio avviso con eccessiva severità - un inaccettabile imborghesimento.
I due pezzi successivi sono gli unici del lotto che possiamo definire happy love songs. Se per Ain't got you, dal punto di vista stilistico, siamo al cospetto di un ritorno alle origini, alle passioni musicali giovanili di Bruce (non a caso dal vivo verrà proposto in un azzeccatissimo medley con She's the one) per Tougher than the rest è tutta un'altra storia. La batteria di Max Weinberg ha infatti un incedere marziale autoritario, che viene però subito addolcito da una chitarra country honky tonk, e una melodia sinuosa che serve a Bruce per dire alla sua amata If you're looking for love, honey I'm tougher than the rest. Di come il pezzo venga scritto per una donna e diventi poi lo strumento con cui si celebra l'amore per un'altra ho già detto, quindi vado oltre.
Si diceva dei rumors che volevano Bruce pubblicare un disco country, ebbene pur non corrispondendo questo a verità, c'è indubbiamente una fascinazione honky tonk che emerge a differente intensità in due tre brani. Se in Tougher then the rest questa intensità è solo accennata nell'arrangiamento di chitarra, si palesa senza timore in All that heaven will allow (ripresa non a caso dai Mavericks), secondo e ultimo brano in cui emerge l'aspetto più romantico ed esaltante, gioioso della relazione sentimentale. Con When you're alone chiudiamo in bellezza il cerchio country, attraverso un arpeggio che in quell'ambito trova la sua collocazione, un testo e un cantato che non cerca mediazione musicale alcuna. Una country song fatta e finita insomma, scarna e malinconica come da tradizione, in cui il titolo dice tutto. Mi sono sempre stupito che uno come Johnny Cash, che pure ha più volte coverizzato Bruce (Highway patrolman; I'm on fire; Johnny 99, Further on up the road) o uno come Willie Nelson, per la cui voce il pezzo sembra scritto, non abbiano mai pensato di fare propria questa canzone alla Hank Williams.
L'elemento principale, forse l'unico, che rende l'autobiografia Born to run, una lettura importante per farsi strada nella psicologia springstiniana, è la rivelazione di una forma patologica di depressione, ereditata dal padre, di cui Bruce rivela di avere sempre sofferto. Una depressione che, per usare le sue parole, arriva violenta ed improvvisa, implacabile e inarrestabile come un treno in corsa. Nel 1987 non lo sapevamo, e abbiamo pensato che Two faces, da un certo punto di vista una canzone minore, di raccordo, si rifacesse unicamente ai problemi sentimentali fil rouge dell'album. Col senno di poi il pezzo acquisisce un senso enorme, figurandosi come una criptica rivelazione al mondo esterno del male di vivere che attanaglia il Boss quando è giù dal palco. Il testo, da questo punto di vista, è inequivocabile: "Sometimes mister I feel sunny and wild / Lord I love to see my baby smile / Then dark clouds come rollin' by / Two faces have I / One that laughs one that cries /One says hello one says goodbye / One does things I don't understand / Makes me feel like half a man".
Come detto, Tunnel of love è un unicum nella produzione springstiniana. Per certi versi (l'introspezione della maggior parte delle composizioni, l'essenzialità di molti arrangiamenti) guarda a Nebraska, ma per altri, come ad esempio lo sguardo disilluso sulla convenzione sociale del matrimonio e sulla fragilità delle relazioni, si riallaccia ad una parte di composizioni di The river, la title track su tutte (ispirata dalla sorella), che gettavano sulla condizione matrimoniale ombre e incertezze. Stavolta ad interrogarsi sul tema non è un più un giovane uomo che parla delle esperienze altrui, ma un adulto finito che riflette su se stesso, sul proprio, di matrimonio. E se per il mio personalissimo gusto One step up è l'highlight dell'album, c'è un'altra canzone a cui sono legatissimo da sempre, che da sempre ho sentito vibrare nelle mie corde più profonde ed intime. Si tratta di Walk like a man, che viaggia sulle ali leggere della nostalgia, della dolcezza, della malinconia, della purezza del sentimento, mentre celebra il giorno "più bello". Un pezzo che, idealmente, nella mia personale macchina del tempo, ha fatto da ponte al me stesso che nel 1987 si sentiva in uno stato di grazia e che oggi, per ragioni diverse, sente ancora più sue le parole di quel testo.
Ma in fin dei conti l'identificazione con Tunnel of love è solo la manifestazione di un sintomo, una patologia, una relazione non comune con la musica che, per ragioni ignote, non è quello che accompagna la stragrande maggioranza delle persone, attraversate da una fase della vita, quella del passaggio tra adolescenza ed età adulta, nella quale questa arte ha (oppure aveva, non saprei) un ruolo predominante ma decisamente temporaneo, che si conclude e viene quindi accantonato nel giro di un lustro o giù di lì.
Per qualcuno di noi invece, nemmeno il subentrare di oneri e responsabilità connessi alla crescita riesce a scalfire questo rapporto di dipendenza, questa connessione che ci porta, da sempre e ogni giorno che sorge il sole, a dedicare una parte variabile di tempo ad un'immersione fanciullesca in un abisso di note (con o senza parole). Un universo nel quale ognuno ha i suoi luoghi musicali dell'anima nei quali ciclicamente torna e ritorna. Per me Tunnel of love è uno di quelli, sono sicuro che anche tu hai i tuoi, e che li tieni stretti a te come frammenti di sciocca ma irrinunciabile felicità.
Arrivati al quarto capitolo della saga, ormai quello creato da Derek Kolstad (soggetto e sceneggiatura) e Chad Stahelski (regia) è diventato a tutti gli effetti un universo a sè. Il John Wick Cinematic Universe. Se nel primo capitolo, un action-noir tetro e dolente, alcuni elementi erano di sfondo, di complemento, rispetto alla furia vendicativa del vedovo inconsolabile, col passare del tempo (e dei sequel) la Gran Tavola e la stratificata rete gerarchico-infrastrutturale del crimine mondiale assume ruolo di primo piano, e con essa i suoi protagonisti, sui quali si erge la maschera mefistofelica di Ian McShane. A titolo personale preferivo le atmosfere notturne dei primi due capitoli, tant'è che il terzo mi ha lasciato un pò meh, il punto tuttavia è che John Wick si guarda come si guarda(va) un porno: la trama è secondaria rispetto alle coreografie (in questo caso di "gun-fu"). E in tal senso, nel quarto capitolo, c'è da godere, dall'esasperazione delle riprese a plongèe, a richiamare vecchi videogiochi (non inedite ma efficacissime) fino alla lunga parte finale a Parigi con l'incredibile battaglia in mezzo al traffico attorno all'Arco di Trionfo e sulla scalinata di Montmartre, la soddisfazione per gli amanti dell'action di qualità è garantita. Il capitolo doveva essere quello conclusivo ma a fronte della colossale risposta del botteghino probabilmente non sarà così. E occhio ai nuovi personaggi Tracker (Shamier Anderson) e Cain (il mitologico Donnie Yen): ognuno di essi si meriterebbe un bello spin-off.
Aleksej Ivànovic, di professione precettore (colui che si occupava dell'educazione e dell'istruzione all'interno delle famiglie nobili), si trova in Germania, in una località, Roulettenburg (il cui nome dice tutto: è infatti un luogo molto apprezzato per il suo casinò), aggregato alla famiglia di un vecchio generale caduto in disgrazia che ha perduto la moglie ed ora si porta dietro, assieme ai figli, una giovane, bellissima e subdola francese. Aleksej si impone, riuscendoci, di stare lontano dal suo vizio del gioco, è innamorato della figlia maggiore del generale, Polina, per la quale farebbe (e fa) qualunque cosa ella chieda, anche derogare dal suo impegno di astenersi dai tavoli da giuoco. La convivenza forzata (dalla necessità) di queste persone, i loro secondi fini, le difficoltà economiche nascoste dietro la patina dell'alto lignaggio, deflagreranno rumorosamente all'inaspettato arrivo dell'anziana madre del generale, la cui morte tutti anelavano, chi per raccoglierne l'eredità chi, di conseguenza, per vedersi saldati i crediti. Anche l'esistenza di Ivànovic sarà stravolta dall'arrivo della dispotica vecchia.
Dopo I fratelli Karamazov e Delitto e castigo, letti più di vent'anni fa, ho finalmente recuperato questo romanzo breve (se paragonato ai due testè citati) di Dostoevskij, considerato un capolavoro della letteratura russa dell'800, scoprendo, contrariamente a quanto pensavo, che tratta solo parzialmente del vizio del gioco, volgendo altresì il suo focus principale verso una società mitteleuropea decadente, rappresentata da personaggi verso i quali si concentra impietosamente la penna di Dostoevskij, non lesinando giudizi aspri che ci riportano alla memoria i tanti luoghi comuni dell'epoca, basati sulla provenienza o dall'etnia dei popoli (il francese, l'inglese, l'ebreo, il russo) che oggi subirebbero senza dubbio l'accusa di non essere politicamente corretti, ma che appaiono funzionali ad una narrazione il cui equilibrio tra dramma e commedia spesso viene spezzato a vantaggio di quest'ultimo genere, risultando, in più di un passaggio, grottesca ed esilarante.
Ho inaugurato questa rubrica nel 2008. Dire che si tratti un appuntamento senza frequenza fissa è usare un eufemismo, se è vero com'è vero che in quindici anni ho pubblicato solo 17 post, di cui, peraltro, la maggior parte nei primi due. L'aspetto bizzarro della cosa è senza dubbio l'assenza di un album di Springsteen nella lista di quelli trattati, in considerazione del rapporto simbiotico che per molti anni ho avuto con l'artista.
Comunque. Avevo deciso che il primo "springstiniano della vita" avrebbe dovuto essere Born in the USA, non il mio preferito, ma quello che ha l'indubbio merito di aver spalancato all'allora adolescente di periferia un portone - che non si è mai chiuso - sul rocker di Freehold, NJ. Invece, per tutta una serie di ragioni perlopiù strettamente personali, che non starò qui ad approfondire, ho scelto Tunnel of love, probabilmente il lavoro in assoluto più intimo di Bruce.
Cominciamo da lui, The Boss. Uno degli aspetti che faceva dannare i fans di quell'epoca era il rigore, l'etica e la maniacale serietà che egli aveva (aveva) rispetto alla propria produzione. Una pignoleria che lo portava a scrivere e registrare decine e decine di pezzi per disco, da cui ne selezionava i canonici 8-12 da incidere e pubblicare. Questa, soprattutto nei primi tre lustri di carriera, era la regola, e noi lì a chiederci come potevano non essere divulgate tracce meravigliose (o almeno così le ritenevamo, condizionati dal mistero che le avvolgeva e da chi ce le raccontava sulle riviste) che eravamo "obbligati" a cercare affannosamente nei bootleg, manco fossero il sacro Graal.
Nel 1985, con il secondo leg del tour di BITUSA, quello che uscì dagli States per toccare gli stadi soprattutto europei, il mondo intero scoprì Bruce Springsteen. Non era la prima volta che il Boss usciva dal suo Paese (se dovessi credere a tutti quelli che sostengono di averlo visto a Zurigo nel 1981, quello stadio sarebbe dovuto essere grande come due Maracanà di Rio), ma qui le dimensioni delle location scelte per soddisfare l'enorme domanda di biglietti esplosero definitivamente tipo uno a dieci. Il successo nel vecchio continente raggiunse un tale livello che Born in the USA non bastava più a saziarlo e tornarono addirittura in classifica album come Darkness on the edge of town e/o Born to run.
Tornato a casa dopo un anno in giro per mezzo mondo, Springsteen si concentrò sulla sua vita privata. A trentasei anni non aveva una relazione sentimentale stabile. La più nota era stata con la fotografa rock Lynn Goldsmith, ma insomma, fino a quel momento, aveva costantemente anteposto la sua musica a qualunque altro aspetto di vita privata.
Sorprendendo un pò tutti, il rocker della porta accanto, quello che non aveva mai smesso di frequentare il territorio natale fuggendo dunque dalla vita della star, si accasa con una modella (con aspirazioni da attrice), Julianne Philips, di oltre dieci anni più giovane e, assieme a lei, superando la sua proverbiale riservatezza, posa per le maggiori riviste popolari e di gossip. Il matrimonio durerà solo un paio di anni, proprio il tempo che serve al Boss per tornare a pubblicare un album di inediti, a tre di distanza dal precedente clamoroso successo di Born in the USA. E' il 9 ottobre 1987 e nei negozi arriva Tunnel of love, una raccolta di canzoni meravigliosamente contraddittorie che rappresentano la più brutale, spietata, onesta, pubblica terapia di autoanalisi che Springsteen abbia mai fatto (e mai farà).
Basta analizzare i dischi fin a quel momento pubblicati per rendersi conto di come a Springsteen non piacesse restare fermo sulla stessa modalità espressiva, e pur tuttavia, anche con questa consapevolezza, più di un ascoltatore restò spiazzato mettendo per la prima volta la puntina sul vinile di Tunnel of love, per la prepotenza con cui emergeva la volontà di cambiamento di uno Springsteen che, dopo oltre dieci anni (al netto della parentesi di Nebraska) di esaltante, ma anche limitante convivenza con la E Street Band, guardava decisamente altrove.
L'intento di Bruce di affrancarsi da un pattern che l'aveva imprigionato in una gabbia dorata emerge cristallino già solo leggendo i crediti del disco, laddove apprendiamo che il Boss si cimenta in tutti gli strumenti, e i singoli membri della storica band fanno solo occasionalmente capolino nell'esecuzione dei brani, senza peraltro spiccare con il proprio brand stilistico, al punto da poter tranquillamente affermare che se invece di loro a suonare fossero stati dei session men, nessuno se ne sarebbe accordo. Non lo capimmo subito, ma si trattava per la Band di un avviso di sfratto, che si materializzerà subito dopo la fine del tour del 1988.
E il segnale anche simbolicamente più eloquente di questa rivoluzione è rappresentato dall'assenza, nelle dodici composizioni, del sax di Clarence Clemons, fino a quel momento presenza iconografica, irrinunciabile del wall of sound springstiniano, un climax identitario saccheggiato da molti wannabe ottantiani. Il gigante afroamericano è infatti malinconicamente relegato nemmeno in panchina, ma in tribuna, da dove si alza senza stringere tra le mani il suo strumento, per i cori di un'unica canzone (When you're alone). Agli altri non va molto meglio. La maggior parte di ciascuno dei dodici brani presenti sul lavoro vedono infatti la presenza di uno, al massimo due componenti della E Street, e quasi sempre si tratta dei soli Weinberg (batteria) o Danny Federici (tastiere). Un cambiamento che riverbererà anche sul tour mondiale a seguire, con il vecchio gruppo che farà più di un passo indietro sul palco, diviso per la prima volta con una sezione fiati e una batteria di coriste.
Ma lo spleen dello struggimento sentimentale, dei dubbi esistenziali che attraversano Springsteen, solidi fili conduttori dell'album, può essere sintetizzato efficacemente in due momenti che la musica si limitano a lambirla, divisi temporalmente solo da pochi mesi , vale a dire il tempo che intercorre tra ottobre (release del disco) e giugno (pubblicazione di Tougher than the rest, quarto singolo estratto). Con l'arrivo nei negozi, al tramonto del 1987, di Tunnel of love, l'ultima riga della canonica lista dei crediti riporta un minimale, incerto, imbarazzato, maldestro, quasi autoimposto tributo alla neo-moglie ("Thanks Juli"), ma poco dopo, con la diffusione del video di Tougher than the rest, emerge in tutta la sua evidenza il passaggio di mano del cuore del rocker, che si manifesta attraverso un eloquentissimo e quasi erotico scambio di sguardi con Patti Scialfa durante l'esecuzione del pezzo.
Nel frattempo, da questa parte del mondo, io vivevo la mia prima relazione sentimentale importante, avevo finalmente patente e auto (tanto per saldare ulteriormente l'immersione con uno dei temi springstianiani più abusati) e sperimentavo per la prima volta (non l'ultima, ca va sans dire) l'ansia da fanboy per l'attesa di un nuovo lavoro del mio cantante preferito, con tutto ciò che questo comporta: la famelica ricerca di notizie, aggiornamenti (è superfluo ricordare che internet non esisteva), informazioni di qualunque genere sull'album e sulla sua data di uscita. Ricordo per esempio che l'anticipazione più diffusa vedeva Bruce apprestarsi a pubblicare un disco country.
Tunnel of love un disco country tout court non lo era, tuttavia...
Il mito di Elvis Presley, una delle più ingombranti icone pop del novecento, con flash della fanciullezza, l'esplosione nel 1956, le polemiche, il famoso '68 comeback, il declino, la morte.
Il primo atto del film è probabilmente il migliore, con la sceneggiatura che celebra il giusto tributo a tutta la musica nera (soul, gospel, errebì e blues) che Elvis, bianco in un area quasi totalmente afroamericana, ha respirato da fanciullo. E' citato il suo rapporto fraterno con B.B. King, Sister Rosetta Tharpe, Mahalia Jackson e le forti influenze di Blind Lemon Jefferson, Fats Domino e Little Richard. A formare il suo modo per l'epoca incendiario di stare sul palco la frequentazione dei locali per soli neri (all'epoca era ben salda la segregazione razziale) e, strano a dirsi, le chiese. In tutto questo non ci si può esimere dall'apprezzare la caratterizzazione di Austin Butler del King, al netto di un problema: forse per una eccessiva forma di rispetto verso il Mito, Butler offre allo spettatore sostanzialmente sempre la stessa immagine di Presley, nonostante l'originale Elvis fosse, nei settanta, appesantito com'era, la tragicomica controfigura di se stesso.
Probabilmente tutto il budget di trucco e parrucco è stato destinato al personaggio di Tom Hanks, con effetti, a mio avviso, inversamente proporzionali allo sforzo profuso, se, a tratti, si sfiora la comicità involontaria e se il suo colonnello assomiglia al Pinguino di Batman, nella versione di Danny De Vito.
Il giudizio del film oscilla su questi aspetti. Va dall'esaltazione eversiva, quasi punk del primo atto (fino alla "punizione" del servizio militare), alla descrizione di un personaggio troppo monodimensionale (il col. Parker, appunto) fino ad un indigesto e poco credibile melodrammone finale. E' cristallina la volontà di Luhrmann di ricondurre il mito alle sue origini musicali, restituendo così un ruolo centrale a tutta la comunità nera proto rock 'n roll dei primi cinquanta, e in questo l'operazione non solo è riuscita ma sacrosanta. C'è, d'altra parte, una forma di deferenza assolutoria, agiografica, sulla figura, in realtà controversa, del King, che contamina un pò il tutto.
Elvis resta comunque una produzione importante, mai come in questo caso da vedere per farsi una propria opinione personale.
Sky
Compiaciuto atto di autoerotismo sul "modello" della società capitalista USA, Air - La storia del grande salto è intriso di prosopopea americana, delle sue regole, delle sue parole d'ordine (celebrate con enfasi nel decalogo del successo della Nike). Qui almeno c'è una regia (Affleck) e un cast di livello (Damon, Davis, lo stesso Affleck, Bateman con parrucca improponibile, la Davis) che forniscono un'ottima prova, la sceneggiatura scorre e il film ha un ritmo accattivante. Poi, oh, alla fine è sempre la solita storia, sovrapponibile a tante altre già viste (l'ultimo Flamin' hot, su Disney Plus, ad esempio).
Prime Video