lunedì 27 marzo 2023

Dead for a dollar (2022)

Il cacciatore di taglie Max Borlund è ingaggiato da un ricco proprietario terriero con ambizioni politiche per riportare a casa la moglie Rachel, a suo dire rapita da un nero, disertore dell'esercito americano. Borlund, che prende molto sul serio il suo lavoro, si mette sulle tracce della donna, coadiuvato da un militare, ex compagno del rapitore. Parallelamente, dopo un periodo di reclusione di cui proprio Borlund è responsabile, esce di prigione il vendicativo Joe Cribbens.

Walter Hill torna (e già questa è un'ottima notizia!) al western, genere che ha contribuito prima a rilanciare negli anni ottanta con l'imprescindibile I cavalieri dalle lunghe ombre e, successivamente, a ribadire con il più meditativo Geronimo e infine con Wild Bill. In verità possiamo dire che il pattern di Hill sia sempre stato quello dell'epica western, anche nei suoi crime urbani (Johnny il bello), nei suoi action più riusciti (Strade di fuoco, i due 48 Ore, Danko, I trasgressori, Ancora vivo) o nelle sue scorribande nelle periferie più nascoste dell'american dream (I guerrieri della palude silenziosa), per cui resta nella sua comfort zone.

Da grandissimo fan del maestro, incurante dell'inevitabile scorrere del tempo (quest'anno le primavere sono 81), ogni sua nuova produzione mi provoca eccitazione. In questo caso poi, il cast suntuoso (Christoph Walts, William Dafoe e Rachel Brosnahan) mi faceva davvero sperare (avevo molto apprezzato Nemesi, del 2016) per il meglio. Ahimè, il destino cui sono stati relegati i registi nati dal movimento della "nuova Hollywood" e che si sono poi affermati, anche commercialmente, negli anni ottanta (oltre a lui John Landis, Carpenter, Brian De Palma - il cui recente Domino è stato letteralmente brutalizzato da tagli di montaggio che hanno portato il regista a disconoscere l'opera -  Coppola, per citare ovviamente quelli ancora in vita) è quello di essere costretti, se vogliono lavorare, a smazzersela con budget ignobilmente bassi, irrispettosi della storia e del contributo dato al Cinema da questi Maestri.

Qui sta il problema del film. Per contenere i costi gli esterni sono ridotti al minimo, gli interni sono quello che sono, l'uso del digitale è insopportabile, addirittura rumors dal set segnalano problemi legati alla sicurezza degli stuntmen. E non c'è niente da fare, nonostante il mestiere di Hill tutto questo risulta un ostacolo evidente. Manca la sporcizia, sembra tutto clamorosamente finto, la fotografia è fredda (per tacere delle sequenze con la pellicola virata al color seppia nei quali sembra di assistere ad una soap brasiliana) e di questa assoluta povertà di mezzi ne risente anche la recitazione dei big del cast, spaesati (soprattutto Dafoe, irriconoscibile) e mai credibili, al netto della Brosnahan, che è l'unica a, mio avviso, a salvarsi. 

Un vero peccato, perchè la storia, manco a dirlo un classicissimo western plot che richiama i grandi miti (Un dollaro d'onore su tutti), con i protagonisti "intrappolati" dagli eventi in una cittadina sperduta (del Messico) ad attendere il loro destino, avrebbe potuto essere un altro colpo andato a segno da parte di Hill.

C'è da rimarcare tuttavia come, anche in questa condizioni "ingiocabili",  il Maestro, almeno per il sottoscritto, non scenda mai sotto la sufficienza.


Noleggiabile su Sky e Prime.

giovedì 23 marzo 2023

Playlist sciuè sciuè 3 (more new than old)

01 Avatarium, A love like ours
02 Broken Spokes, Driving nails in my coffin'
03 IAM, Dangeroux
04 Thunder, Big pink supermoon
05 Orbital, Satan
06 Neil Young, Everyboy's know this is nowhere
07 Fever Ray, Even it out
08 Sumerlands, Dreamkiller
09 Lee Fields, Sentimental fool
10 Pere Ubu, Modern dance
11 Rattlesnake Milk, .38 Special
12 Mac Miller, So it goes
13 Host, Tomorrow's sky
14 Tove Lo, I'm to blame
15 Riverside, I'm done with you
16 Radiohead, The national anthem
17 Kabaka Pyramid, The kalling
18 Eladio Carriòn, Hellcat
19 The Troops of Doom, Altar of delusion
20 A.A. Williams, Lovesong

lunedì 20 marzo 2023

Thunder, Dopamine (2022)

Difficile scrivere qualcosa di nuovo sui Thunder, il rischio di ripetersi (qui ho taggato i miei precedenti post sul gruppo) è dietro l'angolo e, d'altro canto, di riempire un post con un pedissequo track to track proprio non mi va. Provo a trasferire allora delle suggestioni, partendo da una mia abitudine: ogni volta che esce un nuovo album degli inglesi (Dopamine è il tredicesimo in studio dal 1990 ed è stato pubblicato ad aprile dell'anno scorso) lo inserisco nella rotazione degli ascolti e lì giace per tutto il tempo che serve, nella certezza che prima o poi arriverà il momento giusto per assaporarlo.

Inesorabilmente, il suo tempo è giunto qualche settimana fa riuscendo nel non banale compito di sorprendermi (ancora!)nella sua eccellente costanza qualitativa. Stavolta i Thunder si sono allargati, regalandoci sedici pezzi su due CD (nonostante per il timing di un'ora abbondante sarebbe abbastato anche un unico disco ma, posto che il prezzo è pressochè identico alla release singola e che in pochi ormai comprano il supporto fisico, mi piace pensare che la scelta sia "filosofica", cioè connessa alla volontà di spezzare l'ascolto -  e più avanti cercherò di spiegare perchè io alla fine concordi con la scelta - ).

Pronti via ci ritroviamo con la band che ben conosciamo, energica, asciutta, precisa: le chitarre chirurgiche di Morley e la voce splendidamente pulita e british di Bowes sembrano incapaci di invecchiare. One day we'll be free again, Even if it takes a lifetime e Black nascono con le stimmate dell'hard rock classico venuto su dal blues e dal classic errebì. Chi pensa sia banale scrivere pezzi così, inediti ma indissolubilmente legati ai fasti del passato ci provi lui, a comporli con la cadenza e la qualità di questa band. Lo aspetto al varco. 

Spesso quando ci si trova davanti ad un opera pensata su due dischi, c'è il rischio di trovarsi le ultime tracce un pò scariche. Nel caso di Dopamine invece, e qui il senso dello stacco da un disco all'altro, la seconda parte della tracklist se non oggettivamente superiore, di certo è quella che più mi ha appassionato e coinvolto, a partire da una Big pink supermoon che si prende il suo tempo e ci regala un sinuoso stacco di sax, per passare al midtempo I don't believe the world, al lento Is anybody out there e la conclusiva No smoke without fire.

Copertina brutta e inspiegabile, quello sì. Per il resto sedici tracce che brillano di luce propria, nessun filler, una grande, grande band di british hard rock. Ma che te lo dico a fare? Tanto continuerai a sottovalutarla.

giovedì 16 marzo 2023

Recensioni capate: Rosalìa, Motomami (2022)



A volte, raramente, mi avventuro fuori dalla mia comfort zone musicale di vecchio arnese del novecento. Lo faccio quando qualcosa o qualcuno attira la mia attenzione, ergendosi sopra le molteplici proposte musicali giovanili. Mi è successo di recente con Motomami, il terzo album di Rosalìa, artista (che pensavo messicana o latinoamericana) catalana. 
Il suo è un melting pot di generi ed influenze che, per dare delle coordinate, al netto delle evidenti differenze stilistiche, mi ha ricordato M.I.A., solo che qui le connessioni con hip-hop e modern errebì non si "contaminano" con la musica indiana ma con quella latina, (reggaeton, bachata) e tradizionale andalusa (flamenco). 
Il risultato, grazie anche alla grande empatia che l'artista trasmette, forse anche per i contenuti estremamente personali del lavoro, al ritmo di tracce come La fama; Saoko; Chicken Teriyaki; Despechà (nell'edizione deluxe); Candy o Bizcochito, è,  al tempo stesso,  divertente e riflessivo, estroverso e introspettivo. Insomma coinvolgente. Persino per uno come me.

lunedì 13 marzo 2023

Nido di vipere (2022)



Un'elegante borsa Louis Vuitton viene infilata a fatica nell'armadietto di un centro massaggi e saune. Al termine della giornata, Joong-Man, l'addetto alla pulizia del posto, nel controllare eventuali oggetti dimenticati, la rinviene. Curioso, il lavoratore apre la cerniera, facendo una scoperta sorprendente: la borsa è piena zeppa di banconote. Il ligio addetto custodisce il bagaglio nel magazzino assieme ad altri effetti personali dimenticati e va a casa. Joong-Man è in una situazione economicamente incerta, la moglie ha problemi di salute, l'anziana madre ha la demenza senile e lui non può pagare la retta universitaria della figlia. Al culmine della disperazione, dopo che viene licenziato dalla sauna per due soli ritardi, peraltro giustificati dai suoi vari casini, prende la decisione di appropriarsi del denaro, ignaro di quanti siano quelli che lo stanno cercando e quanto dannatamente pericolosi siano.

Grande successo in Corea del Sud nel 2020 e arrivato in Italia due anni dopo, Nido di vipere, debutto cinematografico del regista Kim Yong-hoon (ovviamente niente a che spartire col dittatore della Corea del nord, la cui pronuncia occidentale del nome è identica) è davvero un gioiello di film che intreccia armoniosamente il Kubrick di Rapina a mano armata e il Tarantino di Jackie Brown con gli yakuza movie, la violenza e il sadismo dei crime movie asiatici, il black humor e il grottesco, senza rinunciare - come consuetudine - ad una spietata fotografia della condizione sociale dei ceti meno abbienti in Corea. 

Film corale, con tre storylines principali, collegate a loro volta alle traiettorie di altri personaggi. In meno di due ore di durata Yong-hoon riesce a tratteggiare efficacemente tutti i suoi character, amandoli allo stesso modo, sia i cattivi che i meno cattivi (buoni buoni, come spesso succede nel cinema di queste latitudini non ce ne sono), tra colpi di scena, twist of fate e doppi finali. Un crime a tutto tondo, violento, spietato e apparentemente senza speranza, che si muove però, magicamente, su ali leggere.

Uno dei film dell'anno.

giovedì 9 marzo 2023

Recensioni capate: Siccità (2022)

Il tema della progressiva riduzione dei ghiacciai e, di conseguenza, dei bacini idrici necessari al normale sviluppo delle colture ma anche alla vita quotidiana, è enorme, e probabilmente se ne parla meno, in termini di emergenza prioritaria, di quanto se ne dovrebbe fare. Più che opportuna e apprezzabile dunque l'idea di Virzì (autore anche del soggetto e co-sceneggiatore) di realizzare un film la cui protagonista è proprio lei, la siccità. Nonostante però la pellicola sia realizzata in maniera efficace in quanto a comparto tecnico, effetti speciali e fotografia (tutta saturata al giallo - forse anche troppo? - per rendere angosciante la situazione di afa e sete), al film manca una resa complessiva convincente, un adeguato sviluppo dei personaggi, insomma quell'amalgama complicata da raggiungere (a meno che non ti chiami Robert Altman) quando realizzi un film corale, con storylines plurime che viaggiano parallele per poi intrecciarsi. Così, nonostante un cast importante (Orlando, Mastandrea, Ragno, Marchioni, Bellucci e altri) il risulto appare dimenticabile. Dell'argomento a titolo del film faremmo invece bene a ricordarcene.

lunedì 6 marzo 2023

Zeal & Ardor, S/T (2022)


La contaminazione con generi inizialmente impensabili se non ha salvato il metal gli ha sicuramente allungato la vita. Rap, funk, ambient, jazz, folk, solo per limitarsi agli innesti più noti, hanno trasportato la musica convenzionalmente creata da Black Sabbath e Judas Priest in una nuova dimensione. Certo, avere il coraggio di miscelare suggestioni agli antipodi non è garanzia di successo e anzi, a volte si rischia il ridicolo involontario. 
Non è questo il caso dello svizzero/statunitense Manuel Gagneux, leader degli Zeal & Ardor, che, avvalendosi di una combo flessibile di quattro - sei musicisti, e dentro una traiettoria di liriche caratterizzate da un preciso impegno sociale (a favore del movimenti che sostengono gli afroamericani) arriva al terzo full-lenght in otto anni operando una contaminazione pericolosa, ma posso, dirlo, fruttuosa, tra il gospel e il metal estremo.

Questo per sintetizzare l'aspetto più particolare di un disco che tuttavia regala belle suggestioni anche in ambito folk, ambient/black e industrial. Si percepisce chiaramente, nell'ascolto delle quattordici tracce, per tre quarti d'ora di musica, che compongono il self titled, il lavoro, le limature, la cura nella stesura e nella realizzazione delle composizioni. Solo così si passa da un gospel-industrial (Zeal&Ardor), all'alternanza tra linee vocali clean, screaming e growling ( solo a titolo esemplicativo: Death to the holy; Feed the machine), a esplosioni di batteria "triggerata", a pezzi western (Golden liar), di nuovo all'ambient/black (Emersion). Un vero e proprio viaggio dunque, che riesce a rendere omogeneo il continuo switch tra generi, sia da una traccia all'altra, che nell'ambito dello stesso pezzo. Una modalità che di certo non inventa Gagneux, ma che sicuramente l'artista maneggia con non banale perizia.

Sicuramente uno dei dischi da rimarcare dello scorso anno, una band da tenere d'occhio e un ringraziamento ad Ale per avergli dato ampio spazio, facilitandomene la conoscenza.

giovedì 2 marzo 2023

Meine Lieblingsdinge, Gennaio Febbraio 2023

ASCOLTI

Messa, Close
Zeal & Ardor, S/T
Scorpions, Rock believer
Steve Earle, Jerry Jeff
Ozzy Osbourne, Patient n. 9
Cats in Space, Kickstart the sun
The Delines, The sea drift
Flogging Molly, Anthem
Rattlesnake Milk, Chicken fried snake
Rosalìa, Motomami
Charles Lloyd Trios, Chapel
Obituary, Dying of everything
Thunder, Dopamine
Absent in Body, Plague god
The Troops of Doom, Antichrist reborn
Iggy Pop, Every loser
Ginger Wildheart & the Sinners, S/T
Lee Fields, Sentimental fool
Dewolff, Love, death & in between
Candlemass, Epicus doomicus metallicus
Jeff Beck Group, Truth
Elvis Costello, The boy named if
Broken Spokes, When I went wrong
A.A. Williams, Songs from isolation
Riot City, Electric elite

Mono & Playlist

U2
Ryan Adams 2000/2010
Red Hot Chili Peppers
Lucinda Williams



VISIONI

Intrusion (2/5)
Windfall (2,5/5)
Il ritratto del duca (3,25/5)
Big eyes (2,75/5)
Quando Dio imparò a scrivere (3/5)
Calibre (3/5)
Amsterdam (3/5)
The judge (2/5)
Brother (2000) (4/5)
Strategia di una rapina (3,5/5)
Ambulance (2,25/5)
Come ti ammazzo il bodyguard 2 (1/5)
Argentina, 1985 (4/5)
L'eredità della vipera (3,25/5)
I ragazzi della 56a strada (3,5/5)
Un giorno per sbaglio (2,75/5)
L'uomo dalle due ombre (3/5)
Siccità (2,75/5)
Decision to leave (4,5/5)
Licorice pizza (3,75/5)
Everything everywhere all at once (3,75/5)
Thor Love and Thunder (2/5)
L'avversario (3,5/5)
Bussano alla porta (3,75/5)
Domani è oggi (2,5/5)
Black Panther - Wakanda forever (2,5/5)
The killer (2022) (3,5/5)
Avvertimento (2,5/5)
I senza nome (4/5)
Gli spiriti dell'isola (4/5)
Al massimo ribasso (3,5/5)
Toilet (2,5/5)
Una perfetta via di fuga (2,75/5)
Hesher è stato qui (3/5)
The outfit (3,5/5)
Iris (3/5)
Non così vicino (2,5/5)
La stranezza (3,5/5)
Nameless - Entità nascosta (3,5/5)
Yakuza princess (2,75/5)
Io sono l'abisso (3/5)
Matrix Resurrection (4/5)
Nido di vipere (4/5)
La casa di Jack (5/5)














In grassetto i film visti al cinema

Visioni seriali

The undoing (2,5/5)
The bad guy (3/5)
Call my agent Italia (3,25/5)

LETTURE

Chris Offutt, Nelle terre di nessuno

lunedì 27 febbraio 2023

Edward Bunker, Educazione di una canaglia (2000)

Edward Heward Bunker nasce a Los Angeles tra le due guerre, nel 1933. Di carattere ribelle fin da piccolo, dopo il divorzio dei genitori viene affidato al padre che però non riesce a gestirlo e che, al culmine di una serie di atti vandalici compiti dal bambino, lo affida ai servizi sociali. Qui, Eddie, non ancora adolescente, passa da collegi a scuole militari a riformatori, in un crescendo di atti criminali che, a questo punto inevitabilmente, lo condurranno nelle più famigerate prigioni americane (San Quintino) con qualche tappa anche in manicomio. Il suo destino sembra dunque segnato. A salvarlo Louize Fazenda Wallis, ex stella del cinema muto e moglie del potente produttore cinematografico Hal B. Wallis, conosciuta da Bunker nell'ambito della filantropia soprattutto orientata al recupero di giovani sfortunati della donna, e, in misura ancora superiore, lo sconfinato amore per la letteratura.

Questo libro giace sulla mia libreria da quasi un quarto di secolo. Anzi, sarebbe meglio dire sulle librerie delle tre case che ho cambiato in tutto questo tempo. L'ho finalmente ripreso e, anche se sarei bugiardo a sostenere che l'ho divorato, sono riuscito a completarne la lettura. 

Bunker, dentro il suo racconto autobiografico, ci offre inevitabilmente lo spaccato dell'America (soprattutto la California, ma non solo) a cavallo tra gli anni quaranta e settanta, periodo nel quale Eddie passò più tempo rinchiuso che libero. 
Il giovane Edward Bunker rivela sin dall'inizio il suo carattere ribelle e il suo rifiuto di qualunque autorità. Per questo, e per i suoi improvvisi scatti di violenza, pagherà il suo conto con servizi sociali e giustizia, a volte anche attraverso modalità disumane, figlie del tempo. Nell'autobio ovviamente si parla molto di ambienti carcerari, ed è stupefacente di come Eddie si ricordi nei minimi particolari di luoghi, dettagli e persone dopo così tanto tempo, ma anche della natura umana, di industria cinematografica, di puttane, ladri, papponi, spacciatori e genitori inadeguati. 
Tuttavia il grande sottotesto è il potere salvifico della letteratura: Bunker infatti sin da bambino divora libri su libri e presto (nei sessanta) prova a cimentarsi con la scrittura, riuscendo a completare ben sei romanzi prima che una casa editrice decida di pubblicarlo (Come una bestia feroce, 1973). 
Con il suo ultimo rilascio da San Quintino comincia la sua nuova vita di scrittore a tempo pieno, consulente cinematografico e attore caratterista (lo ricordiamo tutti come Mr Blue in Le iene di Tarantino, ma dal 1980 al 2005, anno della sua morte, mise in fila ruoli per una ventina di film). 
Una vita avventurosa insomma, nel bene e nel male, in qualche modo, tipicamente americana.

giovedì 23 febbraio 2023

Recensioni capate: Al massimo ribasso (2017)


Ci sono due modi per raccontare le piaghe della società: puoi fare film rigorosi, magari anche ben riusciti, che guarderanno esclusivamente i più sensibili al tema, o puoi fare come (tra gli altri) John Carpenter, che in Essi vivono svela l'inganno del capitalismo americano per mezzo di un action fantascientifico. Il regista Riccardo Iacopino (pochi film al suo attivo, ma sempre dalla parte giusta) sceglie la seconda e, nonostante la ristrettezza di mezzi (parte del film è stato finanziato grazie ad un crowdfunding), fa centro. Al massimo ribasso accende sì un riflettore sulla pratica di appalti e subappalti che, oltre ad essere indegni di un Paese civile, sono anche una delle fonti di sussistenza delle mafie, ma lo fa con un racconto totalmente noir (l'antieroe disilluso messo di fronte alla possibilità di riscatto), su uno spunto sovrannaturale. Molto poggia sulle spalle del bravo Matteo Carlomagno (Diego, il protagonista), ma location, fotografia e direzione degli attori sono notevoli. Da segnalare un cameo di Luciana Littizzietto.

Raiplay

lunedì 20 febbraio 2023

Simple Minds, Direction of the heart (2022)

Era impossibile, per chi negli anni ottanta viveva la musica mainstream, non incappare nei Simple Minds. Nel mio caso, a differenza di altre band che sarebbero divenute colossali (U2) o che si sarebbero drammaticamente eclissate (Big Country), con la band di Jim Kerr non si venne a creare un legame ombelicale, diciamo tuttavia che nel periodo di maggior visibilità commerciale del gruppo, quel lustro allargato in cui cronologicamente si posizionavano Once upon a time; Street fighting years e Real life (e non quindi la fase precedente e più nobile della band), una loro nuova uscita era qualcosa a cui prestavo attenzione. Poi, non essendo appunto per me imprescindibili, sono passato ad altro.

Gli scozzesi invece, pur attraverso cambi di formazione e abbandoni (ad oggi gli unici membri originali sono, oltre a Kerr, il chitarrista Charlie Burchill), tra alti e bassi non hanno mai mollato il colpo. Per dire, negli anni zero, quando in pochi se li filavano, hanno rilasciato sette album. Come dicevo, per me il discorso è diverso, infatti sono tornato ad accorgermi di loro casualmente e solo in occasione di quest'ultimo disco uscito lo scorso ottobre, che però, devo ammettere, mi ha invischiato nella sua tela di melodie subdolamente catchy.

Direction of the heart è un tuffo pieno in quella stagione ottantiana che, dopo aver preso slancio dalla new wave, entrava nella fase del grande consenso di massa. Epic pop con ritornelli da cantare a pieni polmoni ma sempre eleganti, che andavano ad intasare le programmazioni radiofoniche. 
I Simple Minds a quanto pare sono rimasti lì (è un complimento). 
Provare per credere l'enfasi barocca dell'opener Vision thing, i rimandi al pop celtico di Street fighting years nell'attacco di Solstice kiss, la compostezza dandy di First you jump e la dance di qualità di Human traffic (featuring Russell Mael degli Sparks). 
Un disco insomma che ti si appiccica addosso al punto che diventa complicato scrollarselo, principalmente perchè non vuoi davvero farlo.

Comfort music.

giovedì 16 febbraio 2023

Recensioni capate: Amsterdam (2022)


Davanti al cast sontuoso riportato nella locandina, ad un soggetto con implicazioni politico-sociali e chiari rimandi all'America attuale dei reduci in post traumatic stress e ad  un regista (David O. Russell) che non è un fenomeno e non ha mai girato capolavori, ma che il suo insomma lo porta a casa (Three kings, The fighter, Il lato positivo, American Hustle), cosa può andare storto? 
Purtroppo diverse cose. A partire dalla deficitaria direzione degli attori per passare all'ardito bilanciamento tra commedia, grottesco, dramma e poliziesco, per finire con un plot che si attorciglia eccessivamente e, solo parzialmente, nel finale, si sbroglia. 
Non un brutto film (3/5), ma viste le premesse... 
E poi perchè Christian Bale recita come Al Pacino?

Su Disney plus

lunedì 13 febbraio 2023

Bruce Springsteen, Only the strong survive (2022)

Ho sempre pensato che tutto sommato fosse curioso che Bruce Springsteen sia considerato l'icona del blue collar rock americano, laddove è vero che si "guadagna" questa investitura con una tripletta di dischi irripetibili (Darkness on the edge of town; The river e Born in the USA), ma è abbastanza noto come il cuore del Boss abbia sempre palpitato per altri generi, ad esempio il folk (ampiamente omaggiato, sia negli album d'esordio del 1973, che in Nebraska e The Ghost of Tom Joad, senza considerare le innumerevoli perle distribuite sostanzialmente in ogni suo disco), l'errebì e il soul. In quest'ultimo caso però, l'autentica passione di Bruce per tali generi non è mai deflagrata in un disco monotematico. Sarebbe molto probabilmente accaduto se l'artista non fosse stato costretto, dalle note beghe legali con il primo produttore Mike Appel, al fermo di ogni attività dal 1975 fino al 1978. In quel periodo infatti l'afflato verso il soul è fortissimo e si traduce, con la complicità di Little Steven, nella collaborazione prima con Southside Johnny, al quale vengono regalati parte dei brani che confluiscono nei primi tre, imperdibili lavori (I don't want to go home; This time it's for real; Hearts of stone) e, qualche anno dopo, nella stessa generosa operazione con Dedication di Gary US Bonds. 

Ma le sliding doors della carriera di Springsteen, come sappiamo, lo hanno portato altrove, ad incidere, a valle di quelle beghe legali, un disco (forse il suo migliore) di rock intriso di rabbia e disillusione (Darkness on the edge of town) che lo ha orientato ai lavori del decennio successivo (al netto, come si diceva, dell'unicum Nebraska). Da lì in avanti la strada di Bruce e della black music dei sessanta si divarica, al netto di qualche eccezione: si pensi alla sezione di fiati nel tour del 1988 di Tunnel of love, e alcuni pezzi (Soul driver; Roll of the dice; Man's job; Real man; I wish I were blind) nell'altalenante Human touch che, con un diverso arrangiamento ed interpreti differenti (il disco fu registrato utilizzando session men, avendo Bruce deciso di mettere a riposo la E Street), sarebbero stati perfetti per il primo disco soul/errebì del Boss (che infatti, si portò, nelle due legs 1992 e 1993 del tour, un cantante soul, Bobby King, come seconda voce). 

Il tutto per dire che quando è arrivato l'annuncio di un album quasi interamente composto da cover di pezzi soul/rnb anni sessanta (Nightshift dei Commodores è del 1985), ogni singolo appassionato di Springsteen ha pensato: ci siamo, Bruce ci regalerà di certo una perla di inestimabile valore, come fece nel 2006 con le Seeger Sessions (che il sottoscritto ritiene, assieme a The ghost of Tom Joad, l'unico disco veramente indispensabile del Boss negli ultimi trent'anni). Purtroppo, come il Paris Saint Germain insegna, non basta mettere assieme il meglio per centrare il risultato desiderato e, infatti, Only the strong survive suona come un progetto battezzato dai migliori auspici e pur tuttavia non riuscito.

Siamo d'accordo, la voce di Springsteen migliora miracolosamente disco dopo disco e queste sonorità sono quanto di meglio per officiarla. Posto ciò iniziano i problemi, il più evidente dei quali è l'assenza di una vera band a sostenerlo, laddove, al netto di sezione fiati e cori, la maggior parte degli strumenti è suonata dallo stesso Bruce e dal produttore Ron Aniello. Non so quanto sia loro o degli arrangiamenti la responsabilità della resa finale, fatto sta che il suono è piatto e compresso, la sezione ritmica basso batteria è quasi sempre irrilevante (in un disco soul!) e a volte si ha l'impressione che la voce si appoggi su basi preregistrate (tipo karaoke). Insomma, la capacità di Bruce di dilatare i brani, appropriandosene in tutto e per tutto, quella meraviglia emotiva che ci strappava il cuore in tracce come Land of hope and dreams, esplicito tributo a certo soul sixties impegnato o le mitologiche, torrenziali versioni live di Quarter to three, del Detroit medley, di Shout degli Isley brothers è clamorosamente assente (ingiustificata). E di certo non aiuta la scelta di chiudere sostanzialmente tutti i brani (si "salva" solo, ma sarà stato un caso, Forgot to be your lover) attraverso il fader, cioè smorzandoli fino al silenzio, invece che alternare questa modalità all'interruzione all'unisono, modello interpretazione dal vivo.

Anche andando ai singoli brani, riesco forse a salvarne giusto un paio (The sun ain't gonna shine anymore - in odore di Western stars e Do I love you (Indeed i do)), tra interpretazioni piacevoli ma anonime (Nightshift - pezzo che nella versione originale adoro - ; Western Union man, What becomes of the brokenhearted) e rivisitazioni scialbe, come quella di I forgot to be your lover, che fanno rimpiangere l'interpretazione, tamarra sì, ma perlomeno non didascalica, di Billy Idol. E ho detto tutto. 

Ma forse l'aspetto che più mi ha deluso dentro l'operazione Only the strong survive è la sensazione di un disco "soul" registrato senza passione, senza "anima", quasi un compitino svolto con la sicumera derivante dalla presunzione che il combinato disposto tra la garanzia della qualità dei pezzi e l'autorevolezza vocale di Springsteen fossero sufficienti a portare a casa il risultato. Purtroppo stavolta non è così.

Dopodichè, siccome il disco è generalmente piaciuto, parafrasando la scusa che utilizzavano le ragazze che periodicamente mi lasciavano, la colpa è sicuramente mia, non di Springsteen. 

giovedì 9 febbraio 2023

Recensioni capate: Argentina 1985 (2022)


Il film di Santiago Mitre, di cui vidi l'ottimo Il presidente, verte sul primo processo istruito contro le atrocità commesse in Argentina durante la dittatura dei generali (1976/1983), che presero il potere attraverso un colpo di Stato (orchestrato, finanziato e appoggiato dagli USA attraverso l'operazione Condor). Le decine di migliaia di vittime furono soggetti collegati alla sinistra politica e al sindacato, ma anche persone comuni, che vennero sequestrate, torturate e spesso uccise e fatte sparire. Erano uomini, donne (anche in stato di gravidanza), ragazzini. 
Il film è talmente pedagogico che andrebbe proiettato nelle scuole (con questo governo la vedo dura), ma, volendo trovargli un difetto, lascia intendere che in qualche modo i protagonisti (il giudice Strassera e il suo team) abbiano sconfitto il male.   In realtà - SPOILER, MA E' STORIA - Videla, il maggior responsabile dei crimini commessi, nonostante una condanna all'ergastolo, rimase in carcere meno di cinque anni giacchè, nel 1990, il presidente Menem gli concesse l'amnistia e solo molto dopo, quando ormai era vecchio (morì nel 2013), il generale tornò per brevi periodi dietro le sbarre. 
Detto che Ricardo Darìn andrebbe preservato come patrimonio dell'umanità, Argentina 1985 (4/5) è da vedere come base di partenza per tutti coloro che non conoscono la vicenda argentina (e del Brasile, del Paraguay, del Cile, della Bolivia, dell'Uruguay).
Sullo stesso argomento, ma con una luce diversa, più periferica, e sempre con uno strepitoso Darìn, Capitano Kòblic.

Su Prime

lunedì 6 febbraio 2023

Eddie Vedder, Earthling (2022)


Fino a qui la discografia solista di Eddie Vedder (il soundtrack di Into the wild; Ukulele songs) in qualche modo si era sempre tenuta a rispettosa distanza dai Pearl Jam, tendendo a privilegiare la componente artistica più intimista di Vedder. Con Earthling il frontman dell'Illinois decide di scrollarsi di dosso questo eccessivo senso di lealtà verso i compagni di viaggio di una vita e confeziona un album che veleggia sicuro sulle onde del mainstream rock .

Accompagnato da musicisti d'eccellenza (Chad Smith e Josh Klighoffer, rispettivamente batterista ed ex chitarrista dei RHCP, nonchè Benmont Tench degli Heartbreakers di Tom Petty), lungo una tracklist di dodici pezzi, Vedder ci spiega la sua concezione di rock buono per tutte le stagioni. E lo fa, inevitabilmente, attraverso pezzi più o meno riusciti, echi dei Pearl Jam e tracce che invece se ne affrancano totalmente. 
La partenza risponde a questa seconda categoria ed è sicuramente spiazzante: si fatica a ricondurre pezzi come Invincible e Power of right (che comunque crescono con l'ascolto) allo stesso cantante che conoscevamo. Poi però arriva Long way, che è uno straordinario, commovente tributo a Tom Petty e il bilanciamento tra passato (dei PJ) e presente artistico di Eddie trova un suo magico equilibrio. 

Il produttore iper trendy Andrew Watt (Justin Bieber, Miles Cyrus, Post Malone, 5 Seconds of Summer, ma anche Ozzy e l'ultimo Iggy Pop) persegue in maniera evidente l'obiettivo alta rotazione su Virgin Radio e pertanto chiama a raccolta per un featuring - che risulta più folkloristico che sostanziale - big del passato come Elton John (il duetto su Picture è forse l'interpretazione meno riuscita, più fuori dalle corde di Vedder), Stevie Wonder (armonica sul divertente Try) e nientepopodimeno che Ringo Starr per (l'inevitabilmente) beatlesiana Mr Mills. Manca solo Springsteen, ma ci sarebbe stato benone su The dark.

Il disco mi sembra faccia emergere un aspetto inedito del cinquantottenne frontman dei Pearl Jam, più divertente e rilassato, che riesce comunque ad arrivare alla tensione del gruppo madre con una manciata di brani che male non sarebbero stati, nella produzione PJ degli anni zero (Brother the cloudFallout today; The haves; Good and evil; Rose of Jericho). C'è vita oltre i Pearl Jam? Se ci addentriamo nell'interpretazione della conclusiva On my way, Vedder sembrerebbe orientarsi ad una risposta affermativa.

Di sicuro non il disco dell'anno, ma abbiamo assistito a tramonti artistici ben peggiori.

lunedì 30 gennaio 2023

The menu (2022)

Julian Slowik è uno degli chef più esclusivi e ricercati del mondo. Le liste d'attesa per sedersi al tavolo del suo esclusivo ristorante (che è l'unica costruzione su di una piccola isola) sono infinite, per non parlare dei costi. La sua cucina è dunque esclusivo appannaggio di vip e miliardari. Tyler non appartiene a queste categorie, ma è un fanatico di alta cucina e riesce a prenotare un tavolo per se stesso e un'accompagnatrice, ferocemente intenzionato ad assaporare ogni singolo grammo di quelle prelibatezze. Ma il mega chef ha ben altri piani per i suoi commensali.

Vero è che, dopo il successo di programmi come Masterchef, da allenatori della nazionale siamo diventati tutti chef, e che l'arte culinaria si è presa uno spazio popolare impensabile fino a non molti anni fa. Ne consegue che anche il cinema, con modalità differenti, abbia acceso un grosso faro su questo ambito. The menu se ne occupa tuttavia in un maniera originale, in modalità grottesca con tinte ironicamente horror, mettendo alla berlina sia i fanatici radicali dei piatti esclusivi che i VIP, i critici e gli straricchi annoiati, che se ne fregherebbero anche della sofisticatezza delle pietanze, ma devono rispondere alle stringenti regole dello status quo.

E pur tuttavia, il film è anche, decisamente, altro. Il regista Mike Mylod (non esattamente un esordiente, ma con solo tre film - di cui due comici/demenziali - al suo attivo), riesce a confezionare un'opera che coglie nel segno di un cinema che intrattiene facendo pensare. Lo fa aiutato da un bel cast: la protagonista, ormai prezzemolino, Anya Taylor Joy, il bravissimo Nicholas Hoult, ma anche John Leguizamo e Janet McTeer. Discorso a parte merita Ralph Fiennes, attore per cui ho perso la testa ai tempi di Strange days e che purtroppo non ha avuto in seguito una carriera di pari livello, che in questo ruolo glaciale appare finalmente perfetto e totalmente a suo agio. I suoi improvvisi battiti di mano, visti al cinema, hanno fatto sussultare la sala, ed ancora oggi, a distanza di mesi dalla visione, danno l'impressione di poter diventare una sequenza, sebbene di un piccolo film, che resterà di culto.

Insomma a me il film è piaciuto molto, è la classica pellicola che ha molteplici piani di lettura ma che può anche divertire per quello più immediato e fruibile, grazie al livello di messa in scena, montaggio e ritmo, o per il suo messaggio più forte: la ricerca della felicità perduta. 

lunedì 23 gennaio 2023

Il ritratto del Duca

Kempton Bunton è un pensionato inglese della periferia di Newcastle, nell'Inghilterra operaia degli anni sessanta. Idealista e sognatore, scrive drammi a sfondo sociale e cerca di coinvolgere tutti nelle sue battaglie a favore dei più deboli. Lilya, la moglie, sta a servizio in una famiglia aristocratica, un figlio vive in casa con loro, mentre il maggiore è fuori di casa. La famiglia ha subìto nel passato un terribile lutto: la morte dell'unica figlia all'età di diciotto anni. Lilya malsopporta le attitudini creativo-rivoluzionarie del marito e quindi stringe con lui un patto: Kempton farà un ultimo tentativo di farsi ascoltare dal parlamento inglese, e se non ci riuscirà, egli dovrà porre fine ad ogni velleità. Nei due giorni in cui il marito tenterà di persuadere l'elite politica inglese a Londra succederà però qualcosa che cambierà drasticamente la situazione della famiglia.

Sullo spunto di una storia vera, il regista Roger Michell (i cui più rilevanti riscontri commerciali risalgono a vent'anni fa con Nothing Hill ed Ipotesi di reato) mette in scena una commedia con sprazzi di dramma che vede nei due protagonisti principali, Jim Broadbent (Kempton) ed Helen Mirren (Lilya), i mattatori dell'opera. Il film ha il ritmo giusto, il classico british humor e fino a qui sarebbe archiviabile sotto la voce "carino". 

Non fosse che Il ritratto del Duca ha l'abilità di toccare dei temi quali anarchia, socialismo e lo strisciante razzismo dell'epoca, non banalissimi quando si tratta di un film commerciale e, siccome a pensar male si fa peccato ma spesso ci si prende, deve essere stata questa la vera ragione per cui la censura americana ha imposto ad una pellicola leggera e divertente un divieto di visione ai diciassette anni (!!!) per presunte scene contenenti "linguaggio inappropriato e sessualità", laddove la sessualità si risolve in un'unica scena, perfettamente coerente con la narrazione, di un amplesso consumato con i due amanti vestiti di tutto punto. Siamo d'accordo invece sul rischio che correrebbero le giovani menti americane nel sentir parlare di collettività, solidarietà e "io sono voi e voi siete me". 

In ultima analisi, probabilmente, il film mi è piaciuto più del suo reale valore anche perchè Kempton (un misurato e spassoso Jim Broadbent) mi ha ricordato mio padre quando si metteva a discutere con il droghiere sulla disonestà dei prezzi esposti e io gli chiedevo che ragione ci fosse per fare caciara quando sarebbe bastato andare da un'altra parte. Ogni volta lui rispondeva che era invece necessario farsi sentire, mettere il disonesto di fronte alle sue responsabilità, non lasciare cadere la cosa. Ed era così per ogni questione, ovviamente a partire da quelle più serie. 

La forza dirompente de Il ritratto duca sta tutta qui: un buon film di genere che fa passare un messaggio politico forte con misura, sentimento e leggiadria.

lunedì 16 gennaio 2023

Dropkick Murphys, This machine still kills fascists (2022)


Nonostante lo sconfinato amore per i Pogues (titolo e primi post di questo blog sono dedicati proprio a loro) ho sempre faticato ad appassionarmi ai gruppi che stilisticamente venivano a loro associati. Il caso più clamoroso di questa distanza è proprio verso i Dropkick Murphys, forse i più noti "eredi" della band di Shane MacGowan, al cui ascolto mi sono diligentemente applicato senza tuttavia riuscire ad raggiungere mai l'epifania necessaria, nonostante la chiara appartenenza al vasto bacino combat-folk della band americana, e pertanto continuando a "rispettare da lontano" questi debosciati from Boston.

This machine still kills fascists cambia tutto. La band, temporaneamente orfana del cantante Al Barr (assente per accudire la madre malata), si dedica ad un disco prevalentemente acustico, che viaggia tra atmosfere traditional irish, country e protest songs, e lo fa grazie alla collaborazione con Nora Guthrie (figlia del leggendario Woodie), che gli ha messo a disposizione il vasto repertorio di scritti e canzoni inedite del padre. Se pensiamo che in passato anche i Wilco assieme a Billy Bragg avevano fatto la stessa operazione con ben due album, Mermaid avenue I e II del 1998 e del 2000, cominciamo ad avere un'idea della profondità dell'eredità artistica inedita (oltre a quella edita) lasciata dall'imprescindibile Guthrie. In questo caso il cordone ombelicale è talmente solido, il posizionamento politico talmente netto, da indurre i DM a riprendere, nel titolo del disco, la celebre scritta che Guthrie aveva impresso sulla sua chitarra e che mostrava sempre a favore di fotografi. 

In un parallelo con le moderne crisi sociali, i Dropkick Murphys ci proiettano idealmente nella Great Depression americana, quando, a causa del Wall Street Crash e dei cambiamenti climatici (le tempeste di sabbia che colpirono varie aree rurali degli States) milioni di americani del midwest (chiamati con disprezzo oakies) emigrarono verso ovest alla ricerca di una vita migliore e trovarono invece sfruttamento, disperazione e violenza, spesso perpetrata dalla Polizia, al soldo del capitale invece che al servizio della gente comune. 

L'incipit del disco omaggia come meglio non si potrebbe, sia in ambito stilistico (il "boom chicka boom") che lirico (una classicissima prison song) l'uomo in nero Johnny Cash cui questa Two 6's upside down sarebbe piaciuta tanto quanto a me. Quando un disco raggiunge il suo scopo ha la capacità di immergerti immediatamente nel suo mood e This machine still kills fascist esercita questa capacità, a patto ovviamente in essere in sintonia con i generi presi a riferimento. In questo modo si può godere della marziale Ten times more, così come dell'incantevole irish ballad Never git drunk no more, che, grazie alle atmosfere e al featuring di Nikki Lane, parrebbe uscita direttamente da The rum, the sodomy and the leash dei Pogues. Altra ospitata che va a pescare nel pantheon country di qualità è The last one, che vede il featuring di Evan Felker, leader dei Turnpike Troubadours, mentre per Dig a hole viene "resuscitata" proprio la voce di Woodie Guthrie che si accompagna a quella di Ken Casey. Non posso infine tributare tutto il mio entusiasmo per All you fonies, pezzo dal forte orgoglio operaio che afferma il ruolo del sindacato nella difesa della classe più debole.

This machine still kills fascists probabilmente, dal punto di vista stilistico, resterà un episodio a se stante, nella lunga storia dei Dropkick Murpyhs, ma davvero a chi importa? Arrivo a dire che, in questi tempi di trumpismi, post-berlusconismi e postfascimi di governo, di un disco così si avvertiva l'urgenza anche solo per il titolo, capirete quindi la mia gratitudine nel constatarne anche lo spessore musicale, che raccorda il contributo del folk alla causa della lotta di classe di quasi cento anni fa con quelle di oggi.

lunedì 9 gennaio 2023

Avatar 2 - La via dell'acqua


Molti anni dopo la vittoria nella battaglia contro gli uomini e la loro cacciata da Pandora, Jack Sully, che aveva rinunciato al suo involucro umano scegliendo definitivamente l'aspetto Na'vi, ha messo su famiglia con Netyri, dalla quale ha avuto tre figli. Ma gli umani non hanno rinunciato a sfruttare le potenzialità di Pandora e anzi ora pensano di trasferirci i terrestri a causa del deteriorarsi della terra. A questo scopo i militari impiantano i ricordi e le attività cerebrali del colonnello Quaritch in un potente corpo Na'vi, mandandolo con un manipolo di soldati su Pandora per pianificare un secondo, decisivo, assalto.


Ci sono voluti undici anni perchè Cameron ci regalasse il seguito di uno dei blockbuster più stupefacenti e visionari della storia dell'intrattenimento. Non è una novità per il cineasta americano, visto che per mandare il primo Avatar nei cinema intercorsero ben dodici anni dal precedente Titanic.
Cameron è uno dei (pochi, ormai) registi che più rappresenta per le major garanzia di successo commerciale e tuttavia si prende tempi tipici dei cinema d'autore, in una contraddizione probabilmente unica nel panorama di questo business. 
Colpiti come un pò tutti siamo da incontrollabile bulimia da prodotti audiovisivi (tra serie e film gli appassionati si sparano potenzialmente migliaia di titoli l'anno) c'era il rischio di aver perso magia e sensazioni del primo capitolo di Avatar e quindi, magari, di snobbarne il seguito. I numeri dicono che, fortunatamente, così non è stato e, personalmente, posso confermare che le immagini sono talmente coinvolgenti ed immersive da avere la sensazione che non sia passato un giorno da quando la freccia scagliata da Netyri si è conficcata nel petto di Quaritch, uccidendo il suo corpo umano.

Ma la magia di questo nuovo capitolo è soprattutto legata all'ampia parte del film che si svolge sopra e sotto il mare. Si sa, il filo rosso che lega Cameron all'oceano è solidissimo e di lunga data (Abyss, Titanic) e qui il sessantottenne raggiunge con le immagini di questo elemento un apice di verosimiglianza inarrivabile. Tutte le sequenze subacque, anche grazie al 3D, sono sbalorditive e finanche emozionanti, in particolar modo quelle che vedono protagoniste i giganteschi e meravigliosi Tulkun (enormi ceatacei dotati di sviluppata intelligenza e sensibilità) e insomma basterebbero queste parti per certificare l'elevatissimo rango di intrattenimento di qualità di questo film.

Al netto di una sceneggiatura da molti criticata per la sua semplicità (ma diciamocelo, quanti sono i canovacci narrativi dei film in generale, quattro o cinque? Avatar 2 sta dentro uno di essi) Cameron infila una serie di messaggi stavolta precisi e senza possibilità di fraintendimento. Infatti, dentro l'immaginaria popolazione di Pandora che vive in completa simbiosi e interdipendenza con la natura e gli animali, molto assimilabile ai nativi americani, vive il forte messaggio ambientalista del regista che fa riecheggiare lo scientifico sterminio perpetrato dai suoi eredi anglosassoni. Dentro la spietata e crudele caccia ai pacifici Tulkun per estrarre dal loro cervello una sorta di siero della giovinezza, di nuovo, c'è la denuncia sulla presunta superiorità dell'uomo che per il proprio tornaconto non si cura del dolore e dei danni che provoca a specie, diverse dalla sua, essenziali all'ecosistema. Ma Cameron prende di petto anche la questione razzista, e lo fa nella maniera meno banale, puntando cioè sulle discriminazione tra i Na'Vi stessi (i figli di Sully sono "meticci" e hanno mani umane, a differenza dei nativi che hanno quattro dita), rinfacciando (io penso) agli afroamericani il razzismo che spesso emerge tra loro nelle discriminazioni tra chi è black e chi è brown. 

E poi Avatar 2 è un'opera che si prende tutto il tempo che serve, con uno sguardo quasi anni settanta. Anche su questo aspetto molte critiche per la sua durata (oltre tre ore). Ma senza gli approfondimenti sul territorio dei Metkayna, senza la spiegazione dei loro rapporti con i Tulkun, senza le tensioni tra Jack e il figlio adolescente e la nascita dell'amicizia tra egli e il Tulkun reietto, l'atteso scontro finale sarebbe stato ben altra, più banale, cosa. Fortunatamente Cameron è uno degli ultimi registi ad essersi guadagnato sul campo (cioè al botteghino) il diritto al final cut, quindi se vuoi la meraviglia di questo spettacolo ti prendi il pacchetto completo.

Quando si analizza Avatar mi piacerebbe infine si riflettesse sul fatto che parliamo di un film creato su un soggetto e personaggi basati su di uno spunto originale, contrariamente alla dinamica corrente degli ultimi venti, venticinque anni, che vede trasportare su grande e piccolo schermo qualunque opera (fumetti, libri, saghe, videogiochi) già edita, e quindi nota, teoricamente a minor rischio di flop. Gli ultimi soggetti originali quali sono stati? Guerre Stellari? Alien? Terminator? Non mi sembra sia un argomento di poco conto, nel giudizio complessivo su di un progetto, che un film emerga dallo smarmellamento Marvel-DC-Harry Potter-trasposizioni di libri young adult.

Va da sè che, se c'è un film da vedere al cinema, assecondando le "regole imposte", vale a dire il (da me) detestato 3D e relativi (da me) detestatissimi occhialini, beh, quello è Avatar. Prova l'esperienza e capirai perchè. Dopodichè in sala ci si imbatte anche in branchi di giovani che probabilmente avrebbero preferito stare a casa a smanettare il telefonino mentre sul tablet girava una qualsiasi serie, visto il loro continuo e irritante viavai dentro-fuori la sala per buona parte della proiezione e l'attenzione prestata al proprio smartphone invece che alle meraviglie sullo schermo.

Apposto. Che il film m'è piaciuto l'ho detto. La mia parte da sociopatico l'ho fatta. Possiamo chiuderla qui.

giovedì 5 gennaio 2023

Playlist sciuè sciuè (tra passato e presente ma molto d'atmosfera)

01. The Delines, Little Earl
02. Mastodon, Had it all
03. Ambrose Akinmusire, A blooming bloodfruit in a hoodie
04. The Hanging Stars, Weep and whisper
05. The Teskey Brothers, Rain
06. The Stranglers, Strange little girl
07. George Michael, Older
08. Falkenbach, Eweroun
09. Norah Jones, Steer your way
10. Red Hot Chili Peppers, I could have lied
11. Dropkick Murphys, Never git drunk no more
12. Little Simz, Woman
13. Zeal & Ardor, Golden liar
14. U2, Every breaking wave
15. Tash Sultana, Crop circles
16. Ithaca, Hold, be hold

lunedì 2 gennaio 2023

Mis Cosas Favoritas: novembre dicembre 2022

ASCOLTI

Sanhedrin, Lights on
Pusha T, It's almost dry
Tyler Childers, Can I take my hounds to heaven?
Ithaca, They fear us
Carpenter Brut, Leather terror
An abstract illusion, Woe
David Townsend, Lightwork
Rattlesnake milk, Chicken fried snake
Zeal and Ardor, S/T
Bruce Springsteen, Only the strong survive
Dropkick Murphys, This guitar still kills fascists
Marracash, Noi, loro gli altri 
Messa, Close
Ashley McBryde, Presents Lindeville
Soul Glo, Diaspora problems
Teskey Brothers, Run home slow
Lorna Shore, Pain remains
Tash Sultana, Terra Firma
The Offering, Seeing the elephant
Midnight Rider, Beyond the blood red horizon
John Mellencamp, Scarecrow (2022 remix)
Gogol Bordello, Solidaritine
Simple Minds, Direction of the heart
Goat, Oh death
Francesco Guccini, Canzoni da intorto
Lee Fields, Sentimental fool
Neil Young, World record
Nikki Lane, Denim & diamonds
Jean Michele Jarre, Oxymore
Poison, Hollyweird
The White Buffalo, Year of the dark horse
Idles, Joy as an act of resistance
Mastodon, Hushed and grim
Avatarium, Death, where is your sting
Rosalìa, Motomami
Nova Twins, Supernova
Wet Leg, S/T
Riot City, Electric elite
Bruce Springsteen, Nebraska
Bruce Springsteen, The ghost of Tom Joad
Meat Loaf (R.I.P.), Bat out of hell















Mono e playlist

Mastodon
Vektor
AA/VV, Punk e dintorni 1976/1980
Queensryche
Sam Fender
The Soulsavers
Tom Waits
Mark Lanegan (R.I.P.)













VISIONI

Solo Dio perdona (4/5)
Come un padre (docufilm) (3/5)
The trip (2021) (3,75/5)
Il mammone (2,25/5)
Perchè un assassinio (3,5/5)
Le streghe son tornate (2013) (3,75/5)
La ira de dios (2/5)
La padrina - Parigi ha una nuova regina (3/5)
No exit (2022) (3/5)
Italia 82 - Una storia azzurra (2/5)
Overdose (3,5/5)
The menu (3,75/5)
The Batman (3/5)
Battle Royale (4,25/5)
Black phone (3/5)
La legge del mercato (3,5/5)
Hunger games (3/5)
Hunger games - La ragazza di fuoco (3/5)
7 Donne e un mistero (1/5)
Uno di noi (2020) (3/5)
Una notte violenta e silenziosa (3/5) 
Un altro mondo (3,5/5)
L'ipnotista (2018) (2,75/5)
Goodnight mommy (2022) (2,75/5)
Il grande giorno (2,5/5)
Natale a tutti i costi (2,25/5)
Glass Onion - Knives out (2,75/5)
Avatar - La via dell'acqua (3,75/5)
Hunger Games - Il canto della rivolta, parte 1 (2,75/3)
Hunger Games - Il canto della rivolta, parte 2 (3/5)
I came by (2,75/5)

Visioni seriali

Pistol (3,5/5)
Gangs of London, 2 (4/5)
Boris, 4 (3,25/5)
The White Lotus, 2 (2,5/5)

LETTURE

Ray Bradbury, Cronache marziane

domenica 25 dicembre 2022

Una notte violenta e silenziosa (2022)

Un Babbo Natale, tra i tanti in giro nel periodo delle feste, si aggrappa stancamente al bancone di un bar mentre sorseggia senza convinzione una birra annacquata emettendo qualche rutto. Uno scambio di battute con un "collega" e poi riprende a lavorare. C'è però una piccola differenza tra lui e gli altri. Lui è quello vero. E pur essendo demotivato e del tutto disinteressato al suo ruolo, continua a girare case e lasciare regali. E' proprio mentre si trova in una casa di milionari, isolata dalle altre, dopo l'ennesimo cicchetto, che si addormenta profondamente fino a quando dei forti rumori lo svegliano di soprassalto. Intrappolato in uno scenario di guerriglia, dovrà tornare a vestire i  panni del violento guerriero che fu.

Davvero, quando si dice il caso. Qualche settimana dopo aver visto The trip su Netflix vado al cinema per questo Una notte violenta e silenziosa e solo con il consueto approfondimento post-visione scopro che dietro la mdp c'è lo stesso regista, Tommy Wirkola, del violento showdown norvegese. E in effetti, ormai, la mano del regista è riconoscibilissima attraverso la messa in scena di una violenza esagerata, grottesca, splatter e, va da se, divertentissima. 
E se è così, indubbiamente il merito va attribuito per larga parte al protagonista David Harbour, una vita da caratterista fino all'exploit di Stranger things e finalmente anche il giusto riconoscimento del cinema (ruoli importanti in Black Widow - con un personaggio "parente" di questo Santa Claus - e No sudden move). Al contrario il villain  John Leguizamo mi è parso davvero appesantito e fuori giri, senza comunque che questo abbia inficiato sul divertimento complessivo nel film.

Insomma, avevamo già cinematograficamente assistito alle gesta di babbinatale ladri, assassini, sconci e pervertiti, ma mai uno che, utilizzi uno spietato bagno di sangue per riconciliare anche i più cinici al vero significato del Natale. 

Altro che i cinepanettoni, questo è il miglior digestivo post pranzi/cenoni delle feste. E pazienza se non toccherete più un candy cane in vita vostra.

Al cinema. 

lunedì 19 dicembre 2022

Little Steven, Revolution (1989)

Nonostante per Little Steven valga la metafora di una vita da mediano, la sua produzione discografica non ha nulla da invidiare ai top player. Soul, rhythm and blues, classic rock, reggae, latin, imbullonati negli anni ottanta con un piglio da "protest song" caustico nei confronti degli USA e della loro politica imperialista. A chiudere quel decennio arriva, inaspettata, la svolta stilistica con Revolution, album votato ad un funk elettronico debitore di Prince, ricco di campionamenti (la strato di Steve, e in generale ogni traccia di strumento tradizionale, compare solo in un brano, Discipline) che è un manifesto politico devastante nei confronti del Sistema americano. Ogni singola traccia oltre a tirare altre badilate in faccia all'establishment USA, affronta temi quali l'alienazione, la deriva dell'informazione, la religione. Spiccano la title track, Where do we go from here, Leonard Peltier, Education, Liberation theology, ma data la particolare natura, il progetto va preso in blocco. Un lavoro che alle mie orecchie suona più convincente oggi che trent'anni fa. Di sicuro il disco che un certo Boss ha accarezzato (qua e là ci sono tracce del petting di Bruce con l'elettronica) ma non ha avuto il coraggio di fare. 

lunedì 12 dicembre 2022

Gangs of London, stagioni 1(2020) e 2 (2022)



Londra è (era?) la capitale europea della finanza, ma anche il cuore pulsante di speculatori, associazioni criminali internazionali e traffici sporchi di ogni tipo. Il tutto, a chi ci si arrischia, promette potere e ricchezza oltre qualunque immaginazione. In questo scenario, il delicato equilibrio tra le varie "cupole" della città viene rotto dall'omicidio di Finn Wallace, capo dell'omonima famiglia, che tiene le fila tra i clan e gestisce in esclusiva i rapporti con gli "investitori", in cima alla piramide di tutti gli affari, leciti ed illeciti, della City. Con il passaggio dei poteri al figlio di Finn, Sean, considerato non all'altezza del padre, oltre che un istintivo e un violento, l'equilibrio si spezza e si scatena la lotta per il potere dentro e fuori la famiglia Wallace.

Non mi ha conquistato immediatamente, Gangs of London, anzi devo ammettere che i primi episodi mi sono sembrati eccessivamente iperbolici, quasi da videogioco, il che può andare bene per determinati generi ma, pensavo, non per il crime. 
Col trascorrere degli episodi e, soprattutto con un finale di stagione (la prima) vertiginoso, mi sono completamente ricreduto e ho cominciato a sperare in una seconda stagione, che si è fatta attendere un paio d'anni, ma che alla fine ha ripagato ogni giorno di attesa, facendo deflagrare la storia in un bagno di sangue ancora più grande, in un ulteriore saldatura con i temi shakespeariani di famiglia e vendetta, e colpi di scena a ripetizione. 

Sono tante le influenze della serie, di sicuro anche quelle con le prime stagioni della nostra Gomorra, ma più guardavo Gangs of London e più ci vedevo analogie con i gangster movie asiatici attraverso scelte narrativo-stilistiche quali un'ultra-violenza che sfocia nel sadismo e, su tutto, l'assenza di una dicotomia assoluta tra bene e male: ogni spettatore sceglie per chi tifare tra i tanti personaggi che affollano la storia, nella consapevolezza che sono comunque, per ragioni diverse, tutti marci e corrotti, se non dalla fame di potere, da quella di rivalsa personale o vendetta. Quando finalmente ho dato una scorsa agli autori dietro al soggetto, la mia percezione ha trovato clamoroso riscontro: dietro al progetto (saltuariamente anche dietro la mdp) c'è infatti il mitico Gareth Evans, deus ex machina della saga thailandese The Raid, due film che rappresentano la migliore sintesi oggi possibile dell'action movie. 

Il cast, al netto del grandissimo irlandese Colm Meaney (Finn Wallace) e di Michelle Fairley (la moglie Marion, ce la  ricordiamo come miss Stark nel Trono di spade), è ottimamente composto di volti (a me) poco noti e caratteristi che fanno tutti un figurone, con una menzione d'onore per Sean Wallace, l'erede al trono, per cui il casting ha trovato la faccia perfetta in Joe Cole (Peaky Blinders).

Quando una serie crime, una gangster story, è costruita e messa in scena in maniera così avvincente, tesa, angosciante (guarda l'episodio 2X6 e poi ne riparliamo) e violenta, anche colpi di scena discutibili, come quello cardine della stagione due, trovano una loro giustificazione e sono quasi coerenti, hanno ragion d'essere nel contesto generale. Impossibile poi, non tornare fanboy ed attendere con impazienza la terza stagione dopo il cliffhanger che chiude la due.

Per gli orfani di quando Gomorra era una grande serie, per gli amanti del crime, dell'action, dell'horror/splatter e degli yakuza movie, una serie da non perdere per nessuna ragione al mondo.

Su Sky e Now




lunedì 5 dicembre 2022

Eric Clapton, 461 Boulevard (1974)

Ah! I dischi post-rehab delle rockstar! La ricorrente narrazione della sobrietà, del ritorno alla natura e alle cose semplici, financo al lavoro manuale (sebbene il tentativo di sfuggirgli sia stata la ragione primaria per cui, da giovani, avevano imbracciato uno strumento). Il ritorno di Eric Clapton nel 1974, dopo una iato di quattro anni infarcita di eroina e junk food, ebbe perlomeno due vantaggi: 1) fa giurisprudenza per tutti i comeback post stravizi a venire e, soprattutto, 2) contiene grande musica. Dieci pezzi, per gli allora canonici tre quarti d'ora di durata, di cui solo tre originali e composti da Slowhand, tra il midtempo e il lento (Give me strenght; Get ready e Let it grow), dopodichè: una partenza al fulmicotone (il traditional Motherless children, rivoltato come un calzino), omaggi blues a Wille Dixon (I can't hold out) e Robert Johnson (Ready rollin' man). Ultimo ma non ultimo la cover di un emergente artista jamaicano che proprio non convinceva Eric, ma che su insistenza dei producer fu inserita, e che, ovviamente, divenne uno dei più grandi successi del disco. Si trattava di I shot the sheriff di Bob Marley.

Nella foto l'edizione deluxe doppio cd del 2004