lunedì 5 aprile 2021

It's never late to mend: Accept, Restless and wild (1982)


Altro recupero di un nome storico (in questo caso dell'heavy metal),che ho sempre trascurato. Eppure gli Accept (tedeschi della regione Renania settentrionale-Vestfalia), tutt'ora in attività, sono indiscutibilmente, assieme agli amati Scorpions, il nome di punta della gloria del metal germanico (ma non solo) dei primi anni ottanta. 
Può darsi che la ragione per cui in passato li abbia snobbati risieda nel loro improbabile "outfit" complessivo, dalle kitchissime copertine storiche (ricordate, no, quelle del disco eponimo di debutto, di Breaker o di Balls to the wall?), alla presenza scenica dell'allora frontman, il mitico Udo Dirkschneider, vocalmente strepitoso, ma, diciamo così, un pò improbabile come metal-hero. 

Ma, come ripeto spesso, il tempo può essere galantuomo, e in un periodo in cui sempre più gruppi emergenti riscoprono il sound metal delle origini (The new wave of traditional heavy metal), ho preferito colmare le mie lacune storiche prima di accontentarmi dei lavori nuovi, ma derivativi, dei pronipoti di Iron Maiden & co. 

Restless and wild è il lavoro numero quattro degli Accept, che esordiscono nel 1979, ma che con questo disco definiscono in maniera indelebile il proprio stile, imponendosi anche grazie all'ugola sgraziata ma efficace di Udo. Ugola evidentemente debitrice del timbro di Brian Johnson degli AC/DC, anche se nel dibattito su chi abbia copiato chi, c'è da tenere in considerazione come Udo abbia esordito un anno prima dell'australiano (che se ne esce nel 1980 con quella cosetta di Back in black). Insomma una diatriba degna di quella epica che accompagnò, agli esordi di carriera, Diego Abatantuono e Giorgio Porcaro sulla primogenitura dello slang del terruncello.  Non si può poi esimersi da citare il peso, nella band, del vulcanico talento chitarristico di Wolf Hoffmann.

L'album si apre con uno dei brani più identificativi del genere e attraverso uno stratagemma che verrà sfruttato da molti altri a venire. Approcciandosi per la prima volta al disco, infatti, veniamo accolti da una scricchiolante melodia folk tradizionale tedesca (di quelle da sagra della birra) riprodotta da un vecchio vinile. Dopo pochi secondi però la puntina del giradischi viene brutalmente spostata, producendo quel classico suono che graffia la superfice del vinile, lasciando il posto al terrificante urlo di Udo e dall'attacco, per l'epoca violentissimo (un drumming così impetuoso e veloce non era roba da tutti i giorni), di Fast as a shark, anthem assoluto di un intero movimento musicale, che fece la sua porca figura anche nel film Demoni di Lamberto Bava. Nessun altro pezzo del disco raggiungerà questa velocità di esecuzione, senza tuttavia che vengano a mancare adrenalina ed emozioni, a partire dall'altrettanto anthemica title track. 

Con lo scorrere dei brani emerge chiarissima la capacità della band di realizzare composizioni che oggi verrebbero collocate nell'ambito arena-rock, vale a dire in possesso di refrain perfetti nella loro semplicità da essere ricalcati, dal vivo, con spettacolari singalong (Ahead of the pack; Shake your heads; Flash rockin' man). La voce di Udo conferisce ai brani quell'allure malsana che, in epoca pre-thrash, pre-black e pre-death, probabilmente era un valore aggiunto, mentre l'indomabile ascia di Hoffmann passa con disinvoltura da ipertrofici pattern hard&heavy a raccordi debitori della musica classica (suo secondo grande amore, alle cui rivisitazioni ha dedicato due album solisti). Spuntano, inevitabilmente, apparentamenti coi modelli di riferimento dell'epoca (AC/DC, Saxon), ma la forza dei pezzi conferisce al lavoro una dignitosissima personalità.
Insomma un disco bello tosto e coeso, dal canonico formato dieci tracce per tre quarti d'ora di durata e con una doverosa, epica ed importante conclusione: la mitologica Princess of the dawn, irrinunciabile appuntamento nei concerti della band. 

Da questo disco ho ampliato la retrospettiva sulla band a tutto il primo periodo con Udo, cioè fino al 1986, anno in cui il frontman esce dalla band per poi ritrovarla brevemente (1993/1996) ed abbandonarla di nuovo, stavolta definitivamente, nelle mani di Hoffmann e dedicarsi a tempo pieno alla propria carriera solista.

venerdì 2 aprile 2021

Bronx (2020)

Marsiglia, bande del crimine organizzato e diversi dipartimenti della Polizia (squadra anti gang, narcotici, giudiziaria) si fronteggiano. In ambito criminale, la lotta tra le due principali cosche (corsi e marsigliesi) insanguina la città. Da parte suo, la Polizia, agisce sopra le regole e, spesso, intrattiene rapporti con la controparte mafiosa. Un'irruzione armata dei coschi in un bar sulla spiaggia (che riprende un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1978) lascia a terra morti e feriti e fa da detonatore ad una escalation di eventi che coinvolgerà entrambi gli schieramenti in campo.

Fortunatamente in Europa c'è la Francia a resistere allo strapotere che ormai l'Asia detiene in ambito produzioni noir di altissima qualità. Si tratta molto probabilmente dell'ultimo baluardo, visto che ormai, allargando la geografia del discorso, anche gli States hanno da tempo abdicato dal loro ruolo di leader, non riuscendo ad affrancarsi da produzioni senza nerbo, prevedibili e antitetiche rispetto alle regole auree del noir, che gli USA stessi avevano contribuito ad affermare, tra gli anni quaranta e i cinquanta.

Bronx (non ho inteso la ragione di questo riferimento anglofono del titolo, spero non sia per depistare il potenziale spettatore medio, fatalmente attratto dalle "americanate"), viceversa, le regole del noir, o se preferite, del classico polar, le conosce alla perfezione, anche perchè il regista del film, Olivier Marchal, è un ex-poliziotto e, nella sua produzione precedente (L'ultima missione; A gang story; La truffa perfetta sono tutti titoli imperdibili), aveva messo abbondantemente in chiaro, su pellicola, la sua esperienza nelle forze dell'ordine francesi, mostrandoci una Polizia corrotta, violenta, vendicativa, per la quale non esistono regole, e che quasi sempre rimane impunita. 

La cifra stilistica nelle storie di Marchal è l'assenza assoluta di morale, speranza o pietà, dentro vicende nerissime, contrassegnate da confini inesistenti tra giusto e sbagliato, dove regna una violenza ottusa e atroce, senza speranza alcuna di assoluzione per chi ne è coinvolto, da questa o l'altra parte della barricata, perchè tutti prima o poi commettono uno sbaglio mortale, tutti mentono, tutti sono compromessi.

Questo è quello che ci si aspetta (e che, personalmente, pretendo) da un autentico film noir. E questo è quello che, ancora una volta, con Bronx e grazie alla scelta di un cast non meno che perfetto, il magnifico Olivier Marchal, ci regala.

Bronx è disponibile sulla piattaforma Netflix.


martedì 30 marzo 2021

Bob Dylan, Rough and rowdy ways (2020)


Almeno, e sottolineo
almeno, un capolavoro a decennio. Questa la regola di Bob Dylan nel novecento. Se guardiamo alla sua produzione il conto è presto fatto, a partire dai sessanta, quando, in particolar modo i dischi dal 1963 al 1966 rappresentano spartiacque epocali (parliamo di robetta tipo Freewheelin'; The times they are a-changin'; Bringing it all back home; Highway 61 Revisited e Blonde on blonde), per passare ai settanta (Blood on the tracks; The basement tapes e Desire), gli ottanta (Oh mercy) , e arrivando infine ai novanta (Time out of mind), il Maestro non ha mai derogato alla norma.

Poi è arrivato il ventunesimo secolo, con due buoni lavori che si stagliano sul resto della produzione del periodo, Love & theft e Modern times, un ultimo album di inediti nel 2012 (Tempest), e una serie di raccolte contenenti interpretazioni di altrui composizioni (l'ultima, Triplicate, addirittura in formato  triplo CD). Mancava quindi il picco d'assoluta eccellenza ed erano otto anni che il buon Bob non rilasciava materiale proprio. 
Il fatto che abbia scelto questo disgraziato periodo per colmare in un colpo solo queste due lacune non voglio considerarlo casuale.

Ricordo in maniera indelebile tutti i dettagli del primo ascolto delle canzoni che hanno segnato la mia vita: dove mi trovavo, (eventualmente) con chi, come ho ascoltato il brano, le emozioni che mi ha trasmesso. Bene, nell'hard disc della mia memoria fissa ora occupa un posto di rilievo anche Murder most foul, il comeback di Dylan, ascoltato per la prima volta da youtube alla fine di marzo dello scorso anno, nel periodo fin qui più drammatico della pandemia. Eravamo in lockdown, con le città chiuse e io, dopo una giornata di smart working, ero sul balcone di casa, seduto ad ascoltare in uno stato di semi trance le macchine della polizia che passavano nel quartiere intimando, attraverso l'altoparlante, di stare a casa. E' lì che ho infilato le cuffie dello smartphone e ho premuto per la prima volta l'avvio della riproduzione del video (in realtà un'immagine fissa del volto di John F. Kennedy, la stessa della quarta di copertina del disco) di Murder most foul e, dopo una manciata di minuti (all'incirca quando inizia la lunga strofa inaugurata dal verso "Play  me a song Mr. Wolfman Jack") ho rivolto un pensiero alle entità superiori, ringraziandole, nell'ordine, dell'esistenza di Bob Dylan, di essere vivo e di potermi permettere di emozionarmi ancora, alla mia età, al cospetto di una canzone.

Che poi definire Murder most foul una semplice canzone sarebbe come dire che Furore di John Steinbeck è solo un romanzo. 
Intanto perchè si tratta del brano più lungo mai inciso dal cantautore (quasi diciassette minuti), e poi perchè, dentro questo flusso di coscienza reso attraverso l'inimmaginabile potenza che un filo di voce può sprigionare, vive la sintesi di un artista, della sua visione di un Paese bellissimo e terribile, delle bugie e del sangue su cui è edificato. 
Il rapporto tra questa traccia e l'album Rough and rowdy ways è di armoniosa ma separata convivenza, infatti, nonostante Murder most foul avrebbe potuto tranquillamente stare nel timing complessivo di un CD, aggiungendosi ai cinquantatre minuti della rimanente tracklist, gli è stato riservato un posto di riguardo, come unico brano di un bonus disc aggiuntivo.

Quindi, nel recensire Rough and rowdy ways (che io, in pieno lapsus freudiano ho continuato e continuo a storpiare in Rough and rowdy DAYS), bisogna partire daccapo, con l'opener I contain multitudes, e salutando il ritorno al suntuoso songwriting che ci si aspetta da Dylan, veicolato da un folk-croonering che il nostro veste come un guanto, ma senza che questa cifra stilistica limiti l'orizzonte "americana" del resto dell'album. 
False prophet è infatti un altro splendido connubio testo/melodia che sceglie il blues rurale per esprimersi. E a chi pensa che ottant'anni (da compiere il 24 maggio) siano un'età fuori tempo massimo per comporre una credibile canzone d'amore farei ascoltare una My own version of you, così pregna di poesia e suggestioni da far appendere matita a taccuino ( o, ahimè, ipad) al chiodo a tanti novelli cantautori della minchia.

Il ritrovato stato di forma  di uno degli artisti musicali più influenti del ventesimo secolo sorprende solo alla luce dei recenti lavori, che sembravano delineare nella divulgazione di canzoni tradizionali americane, perlopiù misconosciute e del periodo a cavallo tra gli anni venti e i cinquanta,  il dignitosissimo viatico di una carriera al tramonto. 
Di certo un contributo non secondario alla rinascita compositiva di Dylan l'ha fornita la sua backing band consolidata, quella dei Never Ending Tour, quella di, cito su tutti, Charlie Sexton alla chitarra, che si è avvalsa di recente anche di Matt Chamberlain alla batteria, mentre per Murder must foul i musicisti ospiti (entrambi al piano) chiamati ad impreziosire il tessuto musicale rispondono ai nomi di Benmont Tench (Tom Petty and the Heartbreakers) e Fiona Apple.

Insomma, siamo stati un pò troppo frettolosi a decretare la fine di Dylan. Per chiarirci il concetto l'uomo che più d'ogni altro ha saputo scrivere pagine indelebili della musica moderna ci dona un colpo di coda (a questo punto speriamo non l'ultimo) da lasciare senza fiato.  E chissà se l'evocativo valzer che accompagna I've made up my mind to give myself to you, il blues, stavolta elettrico, tributo ad un grande bluesman del passato Goodbye Jimmy Reed, o i quasi dieci minuti dell'introspettiva ballata Key West (Philopher pirate), possano, nel tempo, affiancarsi se non ai classici immortali, almeno a quelli che arrivano subito dietro.

Insomma, qui il tema non è voler vincere facile parlando bene di qualunque composizione componga Dylan, ma saper riconoscere l'arte. A volte ci si riesce, altre meno. E in questo caso bisognerebbe essere sordi e privi di qualunque forma di umana emozione, per sbagliarsi.



mercoledì 24 marzo 2021

Woody Allen, A proposito di niente

 


A proposito di niente è esattamente come ti aspetteresti un racconto senza rete di Woody Allen, infarcito cioè di autoironia, comicità, cultura (ma non ditelo all'autore, perchè si schernirebbe), basso profilo e un rapporto con la propria arte cinematografica di un'umiltà che spesso manca ai registi che non hanno girato nemmeno mezzo film, ma che se la tirano manco fossero Kubrick. 
Nel corso della narrazione, che procede in ordine cronologico, dall'infanzia nel Bronx (Allen, vero nome Allan Steward Konigberg, è del 1935), passando da successi a fallimenti, l'autore mette sorprendentemente in fila i suoi interessi, il jazz, il baseball, il basket, la letteratura e il cinema, spesso in un ordine che non rispecchia quello che, superficialmente, avremmo immaginato. Così come può sorprendere, a chi non abbia mai approfondito la storia di Allen, scoprire la sua passione per le sfumature più drammatiche degli ambiti letterari e cinematografici, rivelati attraverso manifestazioni di amore assoluto nei confronti di Tennessee Williams, Ingmar Bergman o Vittorio De Sica. Allen parla del suo cinema con disinvoltura, come fosse un lavoro come un altro e sempre trattando con enorme rispetto, riconoscenza e affetto i colleghi (attori, tecnici, sceneggiatori e produttori) con i quali ha lavorato in carriera. Sembra di vederlo poi, in uno dei suoi classici monologhi, quando racconta avventure e disavventure amorose, rapporti con la parentela ebrea, vari aspetti della propria vita privata, il tutto senza mai sbagliare la freddura, la battuta spesso auto-inferta, la citazione, l'ardita metafora. 

Ovviamente Allen non si sottrae quando si arriva al capitolo delle accuse per molestie che Mia Farrow (per la quale ha sempre e solo parole al miele come attrice) gli ha pubblicamente rivolto, anzi, sicuramente coglie l'occasione per mettere in fila gli eventi che hanno portato a quella vicenda, premettendo di volersi astenere da giudizi personali e riportando solo l'oggettività dei fatti. 
Non sono un fanboy di Woody Allen, alla mia età si può dire non lo sia più di nessuno. Non esiste cioè una persona pubblica dell'ambito dello spettacolo, dell'arte o dello sport per la quale mi darei fuoco nella pubblica piazza per solidarietà, in caso di accuse infamanti come quelle rivolte al regista newyorkese, ma sta di fatto che il caso di Woody Allen è abissalmente diverso da quello di altre personalità hollywoodiane coinvolte in scandali sessuali negli ultimi anni. 
Non voglio togliervi il piacere (e l'indignazione) della lettura, ma, questo caso, davvero ha il sapore acre della peggiore delle calunnie si possa riservare ad un essere umano. Mi limiterò a riportare che nonostante Allen sia stato scagionato da qualunque accusa, data l'incredibile insussistenza dei fatti (e nonostante non sia emersa nessun'altra accusa da parte di altre donne, a differenza dei vasi di Pandora scoperchiati dopo la prima denuncia subita da altre star), ad oggi continua a subire l'ostracismo del new Hollywood order che lo tiene ben saldo in cima alle sue liste di proscrizione. 
Anche il rapporto con Soon Yi, casus belli dell'azione della Farrow, che all'epoca della sua emersione mi indignò (pensavo si trattasse della figlia minorenne adottiva di Allen) è richiamato senza censure: Soon Yi era figlia adottiva della sola Farrow e all'epoca dell'inizio della relazione con l'attore-regista era maggiorenne. A dimostrazione della solidità della relazione, la coppia è ancora assieme, quasi vent'anni dopo, e la famiglia ha adottato due bambini.

A differenza di quanti pensano che il  #MeToo sia costituito da un gruppo di esagitate accecate dal desiderio di vendetta, la mia formazione culturale e politica me lo fa ritenere un movimento importante e necessario a riequilibrare la bilancia di tanti anni di ingiustizie, sopraffazioni e soprusi subiti in particolar modo dalle attrici, ma, proprio per la credibilità del movimento, di fronte ad una serie oggettiva di fatti e sentenze che smentiscono la teoria messa in piedi dalla Farrow (che dal libro ne esce umanamente male), il movimento dovrebbe mettersi a difesa della vittima della macchinazione, anche se è un uomo, liberandolo da questa lettera scarlatta, questo ingiusto marchio di infamia che a tutto oggi gli impedisce, di fatto, di girare film, di arruolare attori (che si rifiutano di partecipare ai suoi progetti, magari confessandogli riservatamente di essere certi della sua innocenza ma di temere ritorsioni ed ostracismo del Sistema), di mantenere accordi professionali (Amazon gli ha revocato il contratto per un film e lo stesso ha fatto la casa editrice per il suo libro). 
Un trattamento ingiusto e disumanizzante al pari di quello subito da tante donne dell'industria cinematografica, con l'aggravante che a subirlo è uno dei più importanti cineasti americani di tutti i tempi, al tramonto della sua esistenza, e quindi con poco tempo per riabilitare il proprio nome.

Ma limitarsi a questo tema, benchè sia ovviamente centrale nella vita di Allen, sarebbe ingiusto e depisterebbe i potenziali lettori. A proposito di niente, per gran parte dei suoi contenuti, è soprattutto un imperdibile racconto di vita e di storia del cinema, visto da un'angolazione dissacrante, divertente e profondamente, autenticamente umile. Leggetelo oggi, non aspettate le riabilitazioni postume. Il tempo è galantuomo, ma, come direbbe Woody, a chi interessa essere il più virtuoso del camposanto?

lunedì 22 marzo 2021

Cody Jinks, Red Rocks live (2020)



Con la solennità di una volta, quando il disco dal vivo non era un traguardo banale alla portata di chiunque ma l'importante consuntivo di una carriera, posto sul percorso dell'artista come un punto esclamativo a chiosa di quanto realizzato in precedenza, Cody Jinks, dopo una quindicina d'anni di carriera discografica e nove album, rilascia (in tempi di pandemia e stop ai concerti) il suo primo live album: Red Rocks live.

Partiamo dalla location, che per noi giovani degli anni ottanta è un pò come il Fillmore East per i rocchettari dei settanta. Una location cioè obbligatoria per le star musicali di quel decennio, per le quali la tappa in questa suggestiva arena del Colorado rappresentava una sorta di consacrazione (epocale in questo senso l'EP dal vivo degli U2 Under a blood red sky del 1983 registrato un attimo prima dell'esplosione mondiale che arriverà con The unforgettable fire).

Cody, fatte le debite differenze stilistiche, è, assieme a Sturgill Simpson e Chris Stapleton, il mio countryman preferito tra i mainstream, quelli cioè che riescono cioè a conciliare musica di qualità e successo commerciale (i vari Matt Woods, Bob Wayne e, ovviamente, Hank 3, sporchi e perenni outsiders, giocano in un altro campo da gioco). A differenza degli altri due però, egli è un personaggio che ancora fatica a trovare consensi fuori dagli States. E allora auguriamogli che questo disco possa fare, in questo senso, da apripista.

Red Rocks live è un doppio CD da ventitre canzoni, dal quale è realizzato anche un DVD con la medesima tracklist, ed è un imperdibile excursus che attraversa un'intera carriera discografica, mettendo in mostra un repertorio già invidiabile, con un focus particolare sugli ultimi cinque album. 
Mr Jinks non è uno di molte parole, l'album scorre sostanzialmente senza interlocuzione con il pubblico, alla maniera dylaniana, con le uniche eccezioni rappresentate da qualche botta e risposta nei pochi singalong con l'audience (letteralmente impressionante quello su Must be the whiskey, che potete vedere qui).
E così, nei cento minuti del disco assistiamo ad un'autentico atto di forza della band di Cody, che fa sfoggio del proprio eclettismo sudista, passando con l'eleganza delle tastiere e della slide guitar e con la perfetta, potente geometria di basso e batteria, dal country rock al southern, alle ballate intimiste al rock and roll a qualche honky tonk. La chiusura, nella suggestione dei tagli di luce rossa che rimbalzano dalle montagne circostanti, non può che essere per un'accorata versione di Colorado.

Per chi scrive Red Rocks live è il sugello di una cavalcata musicale sempre più convincente, viceversa, per chi non conosce Cody Jinks, può sicuramente rappresentare un succulento punto di partenza  per la scoperta di un artista imperdibile.

giovedì 18 marzo 2021

Bastardi a mano armata (2021)

Sergio è un criminale italiano in carcere in Algeria. Un giorno riceve la visita di un avvocato, che afferma di agire per conto di un potente uomo d'affari in grado di fargli concedere una sorta di grazia. In cambio, il detenuto, una volta libero, dovrà restituire il favore recuperando qualcosa di valore all'interno di una villa nella periferia laziale. Ovviamente il piano del misterioso business man è tutt'altro, cioè regolare i conti con una dolorosa vicenda del passato.

Gli italiani tornano a fare cinema di genere, e questo, di per sè, è un fatto esclusivamente positivo da incoraggiare e sostenere senza esitazione. Purtroppo però l'entusiasmo non basta a fare di Bastardi a mano armata un buon film, visto che, nella rappresentazione messa in scena dal regista Gabriele Albanesi (ex critico ed autore, a fine anni duemila, di un paio di lungometraggi gore molto apprezzati) poco o nulla funziona. Non funzionano gli attori, partendo da un Fortunato Cerlino eccessivamente caricaturale e agghindato da cosplayer, per passare alla recitazione che dovrebbe essere drammatica e trasmettere angoscia, ma che lascia indifferenti, dei tre attori del nucleo familiare (Càndido/Mazzotta/Campana). Il meno peggio è senza dubbio il protagonista Marco Bocci, che davvero avrebbe la levatura di solido attore action (o di genere) italiano, ma che qui soccombe assieme ad un progetto che non riesce mai a far alzare la tensione e che anzi, in alcune sequenze, sfiora la comicità involontaria, così come fa registrare l'assenza ingiustificata della violenza ignorante che caratterizza gli stilemi di riferimento, appena abbozzata. Cosa si salva? Fanno piacere i riferimenti al maestro Di Leo, che vanno dall'incipit della storia, debitore a Vacanze per un massacro, allo "sfogo" finale di Cerlino, che rimanda a Milano Calibro 9,  così come è ben assestato il colpo di scena relativo al bottino nascosto. Un pò poco, direi, considerando anche l'utilizzo di una canzone, Rebel yell di Billy Idol, mal sfruttata e buttata lì un pò a cazzo sull'ultima sequenza. Stupisce come un regista che aveva lasciato intravedere del talento possa essere entrato così poco in sintonia con un'opera potenzialmente nelle sue corde. 
Non molliamo.

Bastardi a mano armata è disponibile su Amazon Prime Video

lunedì 15 marzo 2021

It's never too late to mend: Radiohead, Kid A (2000)



Ho approcciato la prima volta "l'internèt" ad inizio nuovo millennio, indicativamente nel 2002. Per capirci quando ci si accedeva con il modem 56k che faceva quell'inconfondibile suono all'atto del collegamento, quasi il segnale giungesse da una lontana galassia o da uno di quei film di fantascienza che contribuivano ad alimentare la nostra fantasia da bambini. Ecco, in quel periodo gli utenti dei forum musicali più aperti alle novità ed attenti alle mutazioni della musica rock (a differenza di me) si erano buttati senza rete sul fenomeno Radiohead. Tralasciando la produzione della band nei novanta, culminata con un disco di parziale rottura come OK Computer, i primi anni duemila vedranno gli inglesi imporsi definitivamente con tre titoli quali Kid A, Amnesiac e Hail to the thief in soli quattro anni. Io cercavo di stare al passo, e nonostante il dilagare del p2p, compravo ancora i dischi a scatola chiusa (così feci anche con Kid A, come potete vedere dall'immagine del post che cattura il generoso lavoro di artwork del CD) visto che la curiosità non mi è mai mancata. Tuttavia i Radiohead "me rimbarzaveno" proprio, pertanto presto vi rinunciai per tornare alle mie comfort zone musicali.

Stacco. Qualche mese fa ho messo ordine in una delle mie colossali playlist alloggiate nella chiavetta usb della macchina e, giunto a quella che copre il meglio del ventennio 2000/2020 (una robetta da duecento canzoni), sono inciampato in Everything in its right place
Beh, non so se capita anche ad altri di ascoltare svariate volte qualcosa senza avere particolari feedback, per poi, all'improvviso, avvertire un legame ed una tale voglia di "dipendenza" da quelle note da non poterne più fare a meno. Ecco, Everything in its right place ha rappresentato per me proprio questa sensazione: la scintilla, la chiave per entrare in quel lavoro cerebrale, emotivo, complesso, bellissimo, che risponde al titolo di Kid A.
Ora, sono consapevole che entusiasmarsi oggi per un disco di vent'anni fa, universalmente considerato un capolavoro della musica moderna, non depone a favore della mia credibilità (ma per questo vale sempre l'auto descrizione in alto a destra sotto il mio nickname), ma vi ricordo che il titolo di questa rubrica è pur sempre "non è mai troppo tardi per redimersi", e quindi.

Devo comunque confessare, in buona sostanza (cit.), come l'epifania nei confronti di questo disco mi abbia colpito violenta ed improvvisa non per il bellissimo salmo posto in apertura (Everything in its right place, appunto) che ancora conserva un'architettura "canonica" di canzone pop colto, ne per il post rock di Optimistic o la struggente depressive ballad How to disappear completely
Kid A mi è esploso in testa per quel capolavoro che risponde al titolo di The national anthem, pezzo baciato da quelle botte di ispirazione irripetibili, che travolgono, come l'onda perfetta fa con il surfista, prima l'artista e poi l'ascoltatore. The national anthem inizia con un giro di basso semplice ma ipnotico, sul quale si innesta una melodia cosmico-psichedelica propiziatoria dell'esplosione, improvvisa e dissonante, di fiati free jazz. Un pezzo epocale e totalmente inaspettato, soprattutto se si pensa alle produzioni precedenti della band.
Ovvio, il disco non è solo questo. Gli esperimenti ambient, elettronici, post-tutto (rock, punk, pop) sono la cifra stilistica dell'opera che cartucce da sparare ne ha in ogni traccia (che vogliamo dire dell'inarrivabile multistrato sonoro di Idioteque?), ma che ricava la sua forza dall'incredibile ed irrepetibile equilibrio raggiunto dall'unione di brani diversi che riescono ad armonizzarsi fra loro.

Un disco che, per la totale libertà espressiva con la quale è stato concepito, sembra arrivare direttamente dagli anni settanta, ma che al tempo stesso possiede un mood avanguardistico che lancia il guanto di sfida agli anni zero (allora) appena nati.

giovedì 11 marzo 2021

The General (1998)


Martin Cahill, detto the General, è il criminale ricercato numero uno in Irlanda nel periodo a cavallo tra gli ottanta e i primi novanta. Egli, assieme alla sua gang, è principalmente dedito ai furti, che realizza anche in grande stile grazie ad una mente brillante che gli permette di congegnare piani complessi ed efficaci. Tuttavia Martin, quando necessario, non disdegna anche atti di violenza, come mettere una bomba nell'auto di un esperto forense che potrebbe rappresentare una minaccia nell'ambito di un processo a suo carico, o inchiodare senza pietà ad un tavolo da biliardo le mani di un compare, per testarne la lealtà. Sono però due i suoi comportamenti seriali che determineranno la sua fine: il costante atteggiamento di dileggio nei confronti della Garda (la polizia irlandese) e il rifiuto di scendere a patti con l'IRA, i cui uomini, in quel periodo, permeavano Dublino.

Non conoscevo l'esistenza di questo film di John Boorman (Un tranquillo weekend di paura), scovato grazie ad Amazon Prime Video (nella sua offerta di film di catalogo la piattaforma di Jeff Bezos mi sembra la migliore in circolazione) e goduto dalla prima all'ultima sequenza. Non conoscevo altresì la storia di Cahill, personaggio folkloristico ed incredibile per molti aspetti (nella ultracattolica Irlanda conviveva con due sorelle, da entrambe le quali ebbe dei figli), che aveva l'abitudine compulsiva di nascondere il proprio viso e che, per aver sfidato e provocato più volte e platealmente la Polizia è stato oggetto di un inedito ed abnorme dispiego di agenti (circa ottanta) che lo osservavano,  costantemente appostati attorno alla sua casa  e lo pedinavano standogli appiccicati sia che si muovesse a piedi o in auto, tutti i giorni, ventiquattro ore al giorno per mesi, in disprezzo ad ogni forma di diritto civile di un sospettato, a loro volta schernendolo ed insultandolo in continuazione allo scopo di provocare una reazione utile ad incriminarlo, ed arrivando in questo persino ad introdurre nel suo allevamento di piccioni viaggiatori dei furetti, per ucciderli. 

Il film, girato magistralmente da Boorman (premio per la migliore regia a Cannes 1998) in un bianco e nero pastoso, quasi sgranato, ci offre una fotografia memorabile della Dublino di quegli anni, con l'IRA a governare nell'ombra la città e la Garda, spesso, come nel caso della lotta alla droga o del contrasto alla piccola criminalità, a lasciarla fare. Il protagonista principale, il notissimo caratterista irlandese Brendan Gleeson, ci regala un'interpretazione memorabile, indimenticabile, calandosi come una seconda pelle nelle vesti di un Cahill geniale, irriverente, spregiudicato, ma anche paranoico e spietato. Tutto il cast è nel complesso eccezionale, se proprio vogliamo, paradossalmente, il ruolo meno riuscito, forse perchè sottoutilizzato nonostante le enormi potenzialità di Jon Voight, è quello dell'ispettore di Polizia Ned Kelly. 

Una true crime story perfettamente incasellata in un periodo storico di drammatica transizione per la Repubblica Popolare d'Irlanda. Un film da recuperare ad ogni costo per gli amanti del genere.

The general è disponibile su Amazon Prime Video

lunedì 8 marzo 2021

Chris Stapleton, Starting over (2020)

 


La parabola artistica di Chris Stapleton è ormai storia, sugellata com'è stata dal successo di Traveller (2015), lo straordinario debutto a 37 anni di questo artista del Kentucky arrivato dopo una vita di "back office" a scrivere canzoni per altri. 

La fortuna nello show biz segue modalità misteriose. Abbiamo dovuto aspettare molto perchè Stapleton ci si rivelasse ma oggi siamo al cospetto, probabilmente, del miglior artista di americana della sua generazione. Questo Starting over ce lo dimostra in maniera inequivocabile, laddove ce ne fosse stato ulteriormente bisogno. Le quattordici tracce che compongono il lavoro sono tutte (eccetto Worry be gone, cover di Guy Clark e Joy of my life di John Fogerty) composte da Chris, da solo, o coadiuvato da altre penne (tra le quali spiccano Mike Campbell, chitarra degli Heartbreakers, "Big" Al Anderson, frontman degli storici NRBQ e... Morgane Stapleton, sua moglie e produttrice). 

Il viaggio nel sud degli States comincia con la title track, un country folk intenso e coinvolgente puntellato, come buona parte dei brani della tracklist,  dalle prestigiose tastiere di Benmont Tench degli Heartbreakers, che è solo la prima tappa di un percorso che toccherà tutti gli stili e gli umori di questa parte del mondo. E' infatti uno straordinario tributo allo swamp rock dei padri Creedence Clearwater Revival quello che ascoltiamo con la ispiratissima Devil always made me think twice, mentre è un rock and roll alla maniera texana quello che si sprigiona tra le note di Arkansas. Non possono mancare, e non mancano, le canzoni più intimiste, sull'amore, (con il valzer When I'm with you e con Maggie's song si aggira felice il fantasma di The Band), sull'abbandono e, naturalmente, sulla scimmia dell'alcool (Whiskey sunrise).

Insomma, nè più nè meno, un disco di sontuosa americana. Un'altra volta.

giovedì 4 marzo 2021

Blinded by the light (2019)


Javed (Viveik Kalra) è un immigrato pakistano di seconda generazione che vive con la sua famiglia a Luton, città industriale dell'Inghilterra orientale. La sua è una vita grigia, come la periferia che lo ospita, e difficile, a causa della manifesta ostilità dei locali razzisiti, skinheads e non, e della scarsa comunicazione con il padre, legato alle tradizioni della terra d'origine. Jared adora scrivere e se ne va in giro costantemente con le cuffie del walkman sulle orecchie, orientandosi, siamo nel 1987, al pop commerciale di quel periodo (Pet Shop Boys, Level 42, A-Ha, Human League, etc.) fino a quando, nei corridoi del suo liceo, si imbatte in un altro ragazzo pakistano che gli passa due album in cassetta di Bruce Springsteen (trattasi di Born in the USA e Darkness on the edge of town), artista considerato ormai "vecchio" dalla maggior parte dei coetenei. Javed non lo sa, ma la sua esistenza è ad una svolta.

Ispirato dalla vita del giornalista-documentarista Sarfraz Manzoor, Blinded by the light (regia di Gurinder Chadha, quella di Sognando Beckam) racconta una storia di formazione che, senza essere un capolavoro (nei voti della mia rubrica bimestrale mi sono limitato alla sufficienza piena) ben esprime il peso che un certo tipo di musica, al pari della letteratura e del cinema, aveva nel processo evolutivo di molti adolescenti di, ahimè, diverse generazioni fa. Peso che aumentava in misura proporzionale al disagio sociale in cui si versava, alle discriminazioni e alle umiliazioni subite, alle incomprensioni familiari. Il film mette in scena, mi verrebbe da dire nel solco della tradizione delle pellicole britanniche sugli anni ottanta, una fotografia abbastanza fedele del periodo, sebbene virata su colori tenui. Pur essendo lontani da Loach o da opere come This is England  non mancano i riferimenti alle catastrofiche conseguenze delle politiche del lavoro della Thatcher, della distruzione di più generazioni di lavoratori, delle umiliazioni subite da padri che non riuscivano più a provvedere alla propria famiglia. E cosa c'è di più springstiniano di questo?

Il film oscilla principalmente tra commedia e dramma, con qualche inserto onirico che apre al musical e una buona dose di ironia (una su tutte: Javed scrive testi per un la band "romantic-synth-pop" del suo migliore amico e, quando gli recita un passaggio di una canzone di Springsteen, si sente replicare: è roba tua? Fa schifo, non c'è nemmeno la rima) 

Detto della valutazione oggettiva passiamo ora a quella emotivo-sentimentale. E qui devo confessare che il film mi ha smosso molto, in relazione al processo di pressochè assoluta identificazione con il protagonista, con il quale condivido generazione (nel 1987 ero in quarta superiore), traiettoria emotiva e scoperta salvifica dei testi, forse prima ancora della musica, di Bruce Springsteen. Ne consegue che, vedere in una pellicola, imperfetta e favolistica quanto volete, una versione alternativa di te stesso, accompagnata dalla stessa identica musica, quella brit-pop prima, e del Boss poi, che ascoltavi tu, tentando di affrontare i conflitti della crescita, beh, nel mio caso porta ad un risultato banalmente scontato: fiumi di lacrime (niente di straordinario, visto che mi commuovo anche guardando Masterchef). 

Infine, ma non per ultimo, Blinded by the light è in assoluto il film nel quale si ascolta il maggior numero di canzoni di Springsteen (credo anche più dello splendido serial Show me a hero). Dopo l'accordo saltato all'ultima curva per utilizzare i classici di Bruce per Dietro la maschera (1985) di Bogdanovich (altro livello), qui assistiamo alla beatificazione di un artista e al ruolo salvifico che la sua arte ha rappresentato per tanti ragazzi, travalicando razze, culture e latitudini, in nome dell'universalità del linguaggio del rock and roll.

lunedì 1 marzo 2021

MFT, gennaio e febbraio 2021

 ASCOLTI

Bruce Springsteen, Letter to you
Steve Earle, J.T.
Chris Stapleton, Starting over
Garth Brooks, FUN
Poppy, I disagree
Fontaines D.C., A hero's death
Ryan Adams, Wednensdays
Hatebreed, Weight of the false self
Steve Earle, J.T.
Gang, Ritorno al fuoco
Inoki, Medio Ego
The Dead Daisies, Holy ground
Willie Nelson, To all the girls...
The Hold Steady, Open door policy
Alice Cooper, Detroit stories
The Pretty Reckless, Death by rock and roll
Ella Fitzgerald, Ella sings Cole Porter
Black Mountain, In the future
Kenny Wayne Shepherd, Straigh to you
Bob Dylan, Rough and rowdy ways

VISIONI

1917 (3,5/5)
Mademoiselle (3,75/5)
Sonic (2,75/5)
Judy (3,5/5)
Il processo ai Chicago 7 (3,5/5)
Sound of metal (3,5/5)
Il meglio deve ancora venire (2,75/5)
Motherless Brooklyn (2,75/5)
Gantz - L'inizio (3,5/5)
Locke (4/5)
Kill list (3,5/5)
The hurt locker (4/5)
High life (4/5)
Jackie (3/5)
Annientamento (3,5/5)
The room - La stanza del desiderio (3/5)
Alice e il sindaco (3,5/5)
La belle èpoque (3,5/5)
Il lago delle oche selvatiche (3,75/5)
Favolacce (3/5)
On the job (3,75/5)
City of lies (2,75/5)
L'inganno perfetto (3,5/5)
Che fine ha fatto Bernadette? (3/5)
The invention of lying (2/5)
Amore e guerra ( 3,75/5)
L'isola delle rose (3,5/5)
A land imagined (3,75/5)
Merantau (3,25/5)
Il colpevole (3,5/5)
The VVitch (4,25/5)
Hereditary (4/5)
Le strade del male (3/5)
Legend  (2015) (3,5/5)
Il grande passo (3/5)
Sto pensando di finirla qui (3/5)
Il bacio della pantera (1942) (4/5)
Vendicami (3,75/5)
Bad boys for life (2/5)
Animal Kingdom (3,75/5)
Vahalla rising (4/5)
Blinded by the light (3,25/5)
The hunt (2020) (3,5/5)
Nick mano fredda (4,5/5)
Richard Jewell (3,75/5)
Seberg - Nel mirino (3,75/5)
Hands of stone - Mani di pietra (3,5/5)
I care a lot (2/5)

Visioni seriali

Stranger things, 1 (3,75/5)
Better Call Saul 2 (3,5/5); 3 (3,25/5)

LETTURE

Woody Allen, A proposito di niente
Richard Matheson, Io sono leggenda

giovedì 11 febbraio 2021

Il colpevole (2018)


Copenaghen, sala operativa del soccorso telefonico della polizia. Asger è uno degli agenti incaricato di raccogliere le telefonate che arrivano copiose e di tutti i generi. Il nostro non è entusiasta di ricoprire quel ruolo ed emerge che si trova lì solo in attesa di subire un processo per qualcosa che ha commesso in servizio. Nel corso del suo turno riceve la telefonata di una donna che riesce, fingendo di parlare con la figlioletta e non con la polizia, a fargli capire di essere stata rapita. L'esito di questa vicenda avrà più di una conseguenza inimmaginabile sia per Asger che per Iben (la donna al telefono).

Ogni volta resto basito su come, ad altre latitudini, con una buona idea ed una messa in scena al risparmio, si ottengano risultati straordinari, a differenza dell'Italia dove qualcuno ha avuto il coraggio di incensare Il talento del calabrone, uno dei film più inverosimili, maldestri ed involontariamente comici che mi sia capitato di vedere di recente. Che San Di Leo ci assista, se la rinascita del cinema di genere italiano passa da quelle parti. 
Ho citato quell'obrobrio perchè, volendo, la trama potrebbe avere qualche punto di contatto con questo meraviglioso film danese. Giusto qualche punto, perchè ne Il Colpevole il regista Gustav Moller, al contrario del suo omologo italiano, riesce a creare tensione e angoscia sostanzialmente con un attore, un telefono e una stanza e mezzo senza mai perdere la verosomiglianza degli eventi. Non siamo dalle parti di Locke, appena recensito, ma insomma ci passiamo molto vicino. Il protagonista, interpretato da un Jakob Cedergen che ha la giusta faccia da poliziotto stronzo, non si rende conto fino all'epilogo di come la vicenda che sta gestendo lo coinvolga nel suo inconscio più nascosto, e di come gli permetta, attraverso gli errori di valutazione che commette, di arrivare ad una catarsi liberatoria e purificatrice. 

Dobbiamo avere l'umiltà di prendere esempio da produzioni così.


Il colpevole è disponibile su Amazon Prime Video.


lunedì 8 febbraio 2021

Garth Brooks, FUN


Nel modesto film City of lies, che porta sullo schermo l'indagine sull'omicidio di Notorious B.I.G., c'è una battuta che ben rende cosa abbia rappresentato Garth Brooks nei novanta americani. Un testimone inascoltato dell'attentato al rapper dice al detective che testardamente continua a seguire il caso che la polizia non si è impegnata a cercare l'assassino dei Biggie perchè egli era nero e che sarebbe stato tutta un'altra cosa se il morto fosse stato Garth Brooks. Avrebbe potuto citare un qualunque artista bianco, e invece la citazione della star del country certifica come, in quel periodo, pochi come lui monopolizzavano etere e canali musicali televisivi.
Come già riportato, dopo l'abbuffata di quel decennio, Garth si ritira dalle scene per una decina di anni per tornare a pubblicare regolarmente dischi a partire dal 2014. Qualcosa è però accaduto in quel decennio. La forma dei tempi migliori, non solo quella fisica, è un ricordo sbiadito. Gli album (in particolare Man against machine) sono cupi, lo stile rimbalza confusamente tra vari generi. Niente di inascoltabile, s'intende, però il tiro che l'aveva reso famoso, ricco e popolare risulta disperso. 

Sarà per questa ragione che con l'ultimo disco il buon Garth abbia voluto esplicare già dal titolo il ritorno alla leggerezza dei tempi migliori. 
E FUN mantiene tutte le premesse già dall'ariosa opener country-rock The road I'm on, garanzia della riconversione a quel frizzante honky-tonk suo marchio di fabbrica. Ovvio, non si torna ai fasti di Ropin' the wind oppure The chase, ma in quest'alternanza di gighe (All day long; Dive bar - feat. Blake Shelton - ; Party gras; Easy living) e ballate (Shallow - con la moglie Trisha Yearwood - ; Where the cross don't burn - feat. Charley Pride, che sarebbe morto poco dopo - ; The courage of love), assieme alle altre influenze pop, rock and soul che infiorettano la tracklist fanno, a detta di chi scrive, il disco più divertente che il countryman abbia sfornato da molto tempo. 

Bene così.

giovedì 4 febbraio 2021

Locke (2013)


E' notte, Ivan Locke esce da un impianto industriale e sale sulla sua auto. Una volta partito si collega con il vivavoce al telefono. Deve dire al suo capo che non sarà presente l'indomani mattina per dei lavori di un'importanza enorme (è capocantiere), ma, soprattutto, deve confessare a sua moglie un tradimento ed affrontarne tutte le conseguenze.

Locke è quel tipo di film che rischia di essere "solo" un giocattolo, uno sfoggio di tecnica,un esperimento fine a sè stesso. Invece è un'opera assolutamente compiuta. La sfida che il regista Steven Knight ha lanciato è quella di girare un film in tempo reale, con la macchina da presa che non stacca mai da un'unica ripresa, quella di un uomo alla guida di una BMW la cui vita si sgretola nell'ambito di una notte, anzi delle poche ore che lo separano dalla sua destinazione. 

Perchè un progetto ambizioso di questa natura abbia successo serve, va da sè, l'interprete giusto. E in questo Knight ha avuto il meglio, vale a dire Tom Hardy, a mio modesto parere uno dei migliori attori della sua generazione. Titolo che gli conferisco non solo per le notevoli capacità attoriali ma anche per le scelte sui ruoli che, almeno fino ad un certo punto della sua carriera, ha compiuto (mi sovvengono Bronson, Warrior, La talpa, Mad Max, Legend) che ne hanno affermato versatilità e duttilità. 
In questa pellicola (sorretta da un'ottima sceneggiatura dello stesso Knight), la sua capacità di modulare voce, espressioni e linguaggio non verbale a seconda che parli col suo capo, con il sottoposto che, in maniera riluttante, dovrà sostituirlo, con la moglie, il figlio, la persona fragile che sta raggiungendo, o, ancora, sfoghi tutto il suo rancore verso il padre morto che l'ha abbandonato da piccolo, enfatizzando con orgoglio quanto lui sia diverso, fanno, letteralmente, il film. 

Un'opera magnifica, sicuramente unica, che riesce magicamente nell'obiettivo di innovare e sperimentare, emozionando.


Locke è disponibile su Amazon Prime Video

lunedì 1 febbraio 2021

Poppy, I disagree (2020)


Moriah Rose Pereira, in arte Poppy, è un'artista americana (nata a Boston, cresciuta a Nashville) che si muove trasversalmente a diversi media, in particolar modo tra social e musica. Si fa strada, ancora minorenne (è del 95) agli inizi degli anni dieci su youtube per poi approdare, nel 2017 e 2018, al mondo discografico, con due dischi (Poppy.Computer e Am I a girl?) orientati al cosiddetto bubblegum pop. La svolta stilistica arriverà da lì a breve. Solo quattordici mesi dopo il secondo album (ottobre 2018/gennaio 2020) viene infatti rilasciato I disagree, lavoro che, già dalla copertina, con un rimando estetico ai generi più estremi del metal, lascia intendere il passaggio dall'infanzia artistica alla sua maturità. Che poi, in realtà, la cosa non è così dicotomica, perchè se è vero che I disagree contiene elementi stilistici riconducibili all'universo metal, è altrettanto vero che gli stessi sono frullati assieme a decine di altri generi tra loro anche contraddittori, nel solco della modalità mash-up, solo senza sampler ma con musica suonata e originale.

Più facile capire ascoltandola che a spiegarla. E basterebbe per questo l'opener Concrete, che parte come un pezzo industrial alla Marilyn Manson, per poi passare immediatamente ad uno stacco prog-metal, ad un ritornello adolescenziale J-Pop, ad un break alla Queen, ad altri stacchi di rock pesante, fino ad un epilogo con assolo pulito di chitarra che rimanda a Brian May. Il tutto su un testo non esattamente da gita parrochiale (Bury me six feet deep / Cover me in concrete turn me into a street).
Ah. Uhm. Ok. Ciao Poppy.

A questo punto le opzioni sono due: coinvolgimento totale o rigetto. Bottle of smoke, come già saprete, avendo la redazione (...) del blog inserito il disco nei migliori dell'anno, ha optato visceralmente per la prima. Anche perchè, proseguendo con l'ascolto, le influenze invece di diminuire, se possibile, aumentano, con il ricorso a cambi di ritmo e stacchi progressive, riffoni nu-metal, tirate rap, elettronica e ritornelli squisitamente catchy. Il tutto per una doverosa durata controllata di trentacinque minuti, al netto di una re-issue del disco, con quattro pezzi in più.

Che dire? Io mi ci sono divertito a bestia, complice probabilmente anche una certa stanchezza che m'è emersa dall'ascolto dei soliti pattern pop-rock-metal. Non m'aspetto nulla di particolare dai prossimi lavori di Poppy, per com'è l'artista potrebbe anche tranquillamente tornare al pop o passare al nu soul iper prodotto da classifica. 
Che ci volete fare, alla mia età ci si limita a godere del presente.

giovedì 28 gennaio 2021

I miei film del 2020

Tra i tanti danni creati a molti settori produttivi ed economici del Paese dal Covid, quello subito dalle sale cinematografiche è duplice: oltre all'aspetto più immediato, i mancati incassi derivanti dalla chiusura, è sopraggiunta l'accelerazione di un processo purtroppo già in atto da tempo, quello cioè della trasformazione culturale che sta portando masse di persone a scegliere l'intrattenimento domestico in streaming rispetto alla frequentazione dei cinema. Nuova abitudine questa che aborro al pari della prospettiva di un governo Salvini-Meloni ma che, analogamente al parallelismo politico, sono rassegnato a subire. Ad occhio e croce nel 2020 le sale sono rimaste aperte meno di un semestre, tra inizio anno e slot tra la prima e la seconda ondata del virus. 
Per inciso, durante la parentesi estiva, sono stati davvero pochi i titoli distribuiti, per una (legittima?) preoccupazione dei produttori di "bruciarli" distribuendoli in sale semideserte. Diciamo Tenet e poi il nulla. Molti film sono stati distribuiti direttamente sulle piattaforme, altri, sebbene pronti, provano a resistere all'opzione streaming restando nel limbo in attesa di tempi migliori (blockbusters annunciati come No time to die, l'ultimo 007 con Craig, ma anche i nostrani Diabolik dei Manetti, Freaks out di Mainetti e Supereroi di Genovese). In tutto ciò, è vero, grazie alla distribuzione in streaming sono riuscito a vedere un numero di nuove uscite, una quarantina, superiore alla mia normale media. Va da sè che baratterei senza pensarci metà di questi titoli per un pronto ritorno all'insostituibile esperienza collettiva della sala. 

Nell'indicare ciò che mi è piaciuto di più premetto che potrebbe esserci qualche titolo uscito nella coda del 2019 e che, anche tra i miei preferiti, non ci sono film epocali, piuttosto ottime pellicole che rispondono ai titoli di : Dragged across concrete; Judy; Mank e The lighthouse

Per quanto mi riguarda solo un film si è stagliato sugli altri, raggiungendo livelli di magnificenza, si tratta di Diamanti grezzi, un ormai insperato ritorno delle grandi produzioni USA al noir più puro e spietato, con un Adam Sandler inedito e di straripante bravura.



lunedì 25 gennaio 2021

Bruce Springsteen, Letter to you (2020)



Dopo essersi fatto attendere cinque anni per dare un seguito ad High hopes (2014) Springsteen rilascia due album in due anni. Accantonato lo stile bombastico (da me molto apprezzato) di Western stars, si torna dunque a casa, vale a dire con la E Street Band, vale a dire nella confort zone propria e dei fan. 
Grande entusiasmo ha generato questo ritorno al rock classico del settantunenne (eh sì...) artista americano, soprattutto, m'è parso di notare, dai vari addetti ai lavori che il disco l'hanno ascoltato e recensito in anteprima, raccontandone un semi-capolavoro. Il mio approccio all'album è stato invece molto più freddo, i primi ascolti mi hanno lasciato tutto sommato indifferente, a chiedermi cosa non stessi capendo, rispetto all'entusiasmo che le tracce stavano universalmente generando. 

Le dodici canzoni che compongono la tracklist sono, come da tradizione, tutte composte da Springsteen, l'apporto della E Street Band è attinente, credo, al solo arrangiamento (a tal proposito, Bruce, non sarebbe arrivato il momento di co-intitolare un album di studio alla banda? Quel "featuring" the E Street Band che compare solo sull'adesivo appiccicato sulla copertina, dopo quasi cinquant'anni di sodalizio, è francamente ingeneroso), anche se il marchio di quel sound ruffiano, temprato da milioni di ore passate a suonare assieme, è inconfondibile. E lo è non per le chitarre di Lofgren / Van Zandt, il basso di Tallent o il sax di Clemons (Jake), ma per le tastiere di Roy Bittan e la batteria di Max Weinberg, elementi oggi più che mai imprescindibili a garantire l'autenticazione del "made in E Street". 

Sorvoliamo sulla copertina, ormai mi sono stancato di criticare l'amatorialità con la quale vengono scelte, e concentriamoci sul disco, la cui apertura è deputata all'unico brano acustico della tracklist, l'innocuo One minute you're here, piazzato scaltramente in premessa, in modo da far deflagrare con più efficacia il mid-tempo rock della title track, indubbiamente uno dei pezzi inediti più riusciti del disco. Come suona lo Springsteen rock degli anni venti? Più che richiamare il sound dei vari Magic, Wrecking ball, Working on a dream o High hopes, l'uso quasi honky tonk delle chitarre mi rimanda piuttosto alla produzione dei primi novanta, a pezzi come Lucky town (dal sottovalutato disco omonimo). Sensazione confermata da una manciata di canzoni che considero poco più che filler e che ogni volta fatico a non skippare (spesso mi evito la fatica), e mi riferisco a Rainmaker, The power of prayer o Last man standing, nelle quali a prevalere è un malcelato mestiere. 

E veniamo al punto: se l'album si regge sulle proprie gambe è per il recupero di tre outtakes, amatissime dai fans, ma fin qui mai ufficialmente pubblicate da Bruce (nemmeno nell'imprescindibile cofanetto Tracks): Janey needs a shooter; If I was the priest e Songs to orphans. Tre canzoni meravigliose, in particolare If I was the priest, (che faceva parte del lotto di pezzi presentato alla prima mitologica audizione di Springsteen alla Columbia Records davanti a John Hammond) e Songs to orphans, un viaggio emozionale nel modo di scrivere di un giovanissimo artista che catturava ogni elemento, personaggio, vibrazione, buona o cattiva, proveniente dalla strada riportandolo nei suoi testi, come abbiamo imparato ad apprezzare nei suoi primi due album del 1973, Greetings from Asbury Park e The wild, the innocent, the E street shuffle e, in parte, con Born to run. Dentro l'esecuzione aggiornata di questi tre brani sì che emerge quello che può fare ancora oggi la E Street con uno spartito emozionale. Il timing smette di avere significato, si va oltre i sei minuti, si sfiorano i sette, eppure ne vorresti ancora e ancora, di questo Springsteen qui, che spazza via facile qualche altra composizione decorosa, come il mantra di House of a thousand guitars o lo stadium rock di Ghosts.

Cosa sarebbe stato Letter to you senza l'intuizione di questi tre recuperi, mi sembra scontato, il "solito" disco manieristico di un artista che deve rischiare (Western stars, The Seeger sessions), uscendo dal proprio perimetro di sicurezza per riuscire ad emozionare, perchè la sua ricetta ha già detto tutto quello che di grandioso poteva dire. Sarebbe tuttavia ingeneroso non sottolineare l'impatto anche politico che la personalità di Bruce riverbera ad ogni release. La campagna promozionale del disco, uscito il 23 ottobre, a pochi giorni dalle presidenziali americane (tempismo non casuale), ha permesso all'artista di dire in maniera forte ed inequivocabile cosa ne pensasse di Trump, nella certezza che i suoi giorni da presidente fossero finiti. E vedere, il 20 gennaio, Bruce, davanti ad una Capitol Hill deserta ma pacificata, imbracciare in solitaria la sua chitarra ed intonare Land of hope and dreams per l'elezione di Biden, beh, ti permette di ricordare perchè ami questo artista da quasi quarant'anni a prescindere da quello che, con autocitazionismo e sporadici lampi di ispirazione, riesce ancora a fare. 



giovedì 21 gennaio 2021

La belle époque (2019)


Victor, ultrasessantenne ex-disegnatore professionista, si trova oggi in uno stato di disillusione e depressione, non riconoscendosi nella società moderna, nei suoi cambiamenti tecnologi, civili e politici. La moglie Marianne, di professione psicologa, al contrario, è moderna, entusiasta e ancora affamata di vita, al punto dal non sopportare più l'indolenza del marito. Durante una cena tra amici, presente il figlio della coppia, viene raccontata di una nuova iniziativa imprenditoriale che offre la possibilità di vedere ricostruita nei minimi dettagli l'epoca storica che si desidera vivere (o rivivere), così da poter esserne parte, sebbene per brevi momenti. Grazie ad un'intuizione del figlio e all'amico imprenditore autore dell'iniziativa (che ha un debito di riconoscenza nei confronti di Victor), al vecchio arnese del novecento verrà offerta l'occasione di rivivere il momento più felice della sua vita: il primo incontro con Marianne.

In uno dei campi da gioco in cui il cinema italiano si è tristemente impaludato negli ultimi lustri, quello cioè del tema: crisi generazionale degli "...enni" (a seconda del periodo in cui è girato il film trentenni, quarantenni, cinquantenni e oltre), la Francia, ancora una volta (il caso più recente è stato Cena tra amici) ci rimanda dietro i banchi di scuola per una lezione sull'argomento. Ci insegna come, da uno spunto nostalgico, si giri un film con lucidità, leggerezza, ironia ed emozione. In questo, il cast, guidato dall'eccezionale Daniel Auteuil (Victor), realizza in modo esemplare l'idea del regista e sceneggiatore Nicolas Bedos.
Fanny Ardant (la moglie Marianne), eccentrica e adrenalinica, nonostante le sue settanta primavere mette voglia di spaccare il  mondo, i più giovani Guillaume Canet (l'imprenditore Antoine) e Doria Tillier (l'attrice che "interpreta" Marianne da giovane) sono deliziosamente in parte. E, anche se è del tutto evidente il tifo che la mia generazione fa istintivamente per l'amareggiato Victor ("almeno negli anni settanta avevamo delle certezze: la sinistra era la sinistra e la destra era la destra"), la sceneggiatura mette in scena il suo contraltare perfetto, la coetanea moglie Marianne, che non si arrende, e combatte quotidianamente contro il declino intellettuale e la retromania ("non mi mancano quei giorni, non eravamo poi così liberi. Gli stupratori restavano impuniti, abortire era complicatissimo. E poi mi sembrava di vivere in un enorme posacenere").

Un inaspettato, divertente, intelligente, emozionante, piccolo grande film.

lunedì 18 gennaio 2021

Commenti sonori che questo nefasto 2020 mi lascia in eredità (the post formely know as "i migliori album dell'anno")

Solita premessa sull'irrilevanza statistica del post: questi sono i dischi che mi sono piaciuti nel corso del 2020, ma, come sempre, ho ascoltato poche release nuove, pertanto se qualche utente della rete fosse stato indirizzato qui (evento alquanto improbabile) avendo inserito nel motore di ricerca la stringa "migliori album del 2020" può tranquillamente chiudere la pagina e rivolgere la sua attenzione ad altri risultati, sicuramente più attendibili, della sua ricerca. Mettiamola così: se, in quelle sempre più rare finestre di tempo nelle quali, magari con un Toscano tra le dita e un bicchiere di Irish Mist nella mano, qualcuno mi chiedesse quale musica mi porterò oltre questo disgraziato ventiventi, in premessa risponderei che la mia short list (nella quale, preciso, tutti i titoli sono ad ex aequo) trova sicuramente posto il più importante cantautore vivente, quello che, assieme ai Beatles e ad Elvis, ha cambiato il corso dell'arte (e non solo), e che nel 2020 ci ha regalato un lavoro straordinario, forse ormai insperato. Mi riferisco ovviamente a Bob Dylan, e al suo Rough and rowdy ways (uscito il 19 giugno): disco che reclama dall'ascoltatore attenzione, tempo e pazienza ma che, per liriche e musiche, ammalia e commuove come una vecchia foto consunta rinvenuta dentro un libro che non si apriva da tempo.

Dal nome luminare della old time music ad una giovane artista multimediale, Moriah Rose Perieira, in arte Poppy. Il suo I disagree (uscito giusto un anno fa, il 10 gennaio), titolo strepitoso e copertina black metal, è un frullatore di generi e stili anche antitetici fra loro (pop/j-pop/k-pop/rap/synth/industrial/rock/death/metal/prog/art), assemblati in maniera schizofrenica, per un risultato originale, eccitante e coinvolgente.

I Fontaines D.C. li ho recensiti (A hero's death, 31 luglio) due post sotto, quindi ho poco da aggiungere, se non che il loro è l'album più solenne e magnetico del lotto. 

La sorpresa dell'anno è rappresentata senza tema di smentita da Mothers of all motherfuckers (7 febbraio) dei Green Day, un disco festoso, caciarone e carico di groove, imbullonato alla migliore tradizione garage-rnb. E' piaciuto a pochi, e questo aumenta il piacere del mio lato snob.


Il disco emozionale dell'anno non può che essere il ritorno dell'irresistibile Huey Lewis, sempre coi fidati The News, alle sue più classiche sonorità con l'EP Weather (14 febbraio). 


Con questi cinque dischi avrei anche terminato, non fosse che, analogamente a quanto fatto con il consuntivo dell'anno scorso e gli Swallow The Sun, mi gioco un azzardo, anzi due. Sono alle prime settimane di ascolto, ma  Starting over (13 novembre) di Chris Stapleton e Wednesdays (13 dicembre) di Ryan Adams, mi hanno trasmesso grandiose vibrazioni, che confido saranno dal tempo confermate.

 

Chest'è.


giovedì 14 gennaio 2021

Il processo ai Chicago 7


Nell'estate del 1968 le proteste delle diverse organizzazioni pacifiste americane contro la guerra in Viet-Nam sono al loro culmine. I movimenti più importanti, lo Youth International Party (YIP, cioè gli yippies) e gli Students for a Democratic Society, nonostante il veto delle autorità locali, organizzano una manifestazione, provocatoria ma pacifica, a Chicago, in occasione della convention nazionale del Partito Democratico. Ai leader dei due schieramenti principali, Abbie Hoffman per gli yippie e Tom Hayden per gli studenti, si aggiunge, sebbene con una permanenza poche ore nella città dell'Illinois, il leader delle Black Panther Bobby Seale. A seguito dei disordini che si verificheranno, tutti questi personaggi vengono arrestati e, in seguito, processati. A difenderli, con l'eccezione di Seale, il notissimo legale progressista William Kunstler.

Il processo ai Chicago 7 ha avuto una lunghissima gestazione, visto che la prima idea di portare quei fatti sul grande schermo l'ha coltivata Steven Spielberg nel 2006, già allora affidandosi alla penna del formidabile sceneggiatore e dialoghista (ma non altrettanto eccellente regista) Aaron Sorkin, che poi finirà per curarne proprio la regia, oltre alla sceneggiatura. Non sto a riassumere tutto ciò che ha portato il progetto a slittare di tre lustri, per questo c'è wikipedia

The trial of the Chicago 7 si  inserisce degnamente nella consolidata tradizione del legal thriller americano, portando sotto i riflettori una vicenda molto nota in ambito USA  e un pò meno dalle nostre parti. Già ricordare questa pagina nera della giustizia americana è un punto a suo favore, visto l'acclamato abuso di potere che si è consumato contro i manifestanti, fuori dalla convention, e a danno degli imputati, dentro l'aula di tribunale, nell'ambito della vicenda. E se non sono esattamente una novità l'atteggiamento repressivo e l'uso indiscriminato della forza nei confronti di manifestazioni pacifiche (ma solo quando vengono dalla parte sinistra dello schieramento politico, come ci è stato recentemente confermato dai fatti di Capitol Hill), il trattamento disumano cui è stato sottoposto in tribunale Bobby Seale, leader delle Black Panther, fu qualcosa di atrocemente inedito.

La difficoltà di mettere in scena questi fatti poteva risiedere nel tenere alta la tensione dello spettatore, rispetto ad una vicenda di cui già si conosceva la conclusione. Da questo punto di vista direi che l'ostacolo è stato ben superato, in particolare nella parti di narrazione in cui Sorkin ricorre al montaggio alternato tra tempo corrente e flashback dei disordini, grazie anche all'efficace crescendo musicale della colonna sonora. Bene le prove attoriali fornite da Sacha Baron Cohen, che interpreta in maniera tutto sommato misurata il leader rivoluzionario e idealista degli Yippies, di Eddie Redmayne nelle vesti del giovane politico Tom Hayden ed infine dei due anziani attori Frank Langella e Mark Rylance che interpretano, rispettivamente, il reazionario giudice Julius Hoffman e l'avvocato progressista William Kunstler. 

Il giudizio complessivo su un film drammatico che ha, come da tradizione di Sorkin, anche parti in cui si ride, è positivo ma senza eccellere, per via soprattutto della scelta di inserire, nel terzo atto, un elemento che sembra in qualche modo voler assolvere il violento e inconcepibile operato delle forze dell'ordine e per la sequenza finale del "riscatto" in aula di Hayden, che va archiviata sotto la voce: subdola ruffianata. 


Il processo ai Chicago 7 è disponibile su Netflix.