lunedì 4 novembre 2019

Volbeat con Baroness e Danko Jones, Milano, 14 ottobre 2019

Ultimamente ogni concerto a cui assisto (sempre pochissimi, per la verità) in posizione eretta finisce per lasciarmi con la schiena a pezzi e la medesima considerazione: "sono troppo vecchio per queste cose".
Salvo poi, il giorno seguente, riprendere a sbavare come un adolescente davanti alla pagina dei tour aperta sul pc. 

Questa volta, assieme agli amici coetanei (chi più chi meno...) Filippo e Alessandro, si converge al Fabrique di Milano per la seconda visione degli amati Volbeat, sei anni dopo l'esaltante prima al Live Club di Trezzo (qui e qui).

Ormai ho recepito che l'orario di inizio delle gig spacca il secondo e quindi arrivo qualche minuto prima delle sette, giusto in tempo per Danko Jones, che attacca preciso preciso.
Il senso della sua esibizione è racchiuso già nei primi secondi di I gotta rock, estratta dal nuovo Rock supreme: sudore, anthem rock e coinvolgimento del pubblico.
Nonostante un'inquietante somiglianza col comico Cacioppo, il nostro Danko è la perfetta quintessenza del frontman rock, teatrale e ammiccante come da copione, con in più dalla sua una buona dose di simpatia che non non fa mai male.
Purtroppo ha a disposizione solo mezzora, nella quale la band comprime sette pezzi, con le stagionate First date, Had enough e la più recente Little rock and roll sugli scudi.



Pausa per il cambio di palco e per rintracciare i sodali, giusto due chiacchere di rispettivo aggiornamento e si parte con la seconda esibizione, ancora una volta in perfetto orario.

I Baroness, stilisticamente parlando, in una serata da rock ipercalorico un tanto al chilo, rappresentano un pò gli intrusi della serata.
Infatti la band di Savannah, Georgia, si discosta totalmente sia dalla proposta degli opener che da quella degli headliner, con una proposta di alternative metal costruita su lunghe parti strumentali, poche concessioni al singalong e una tecnica individuale decisamente superiore.
Anche dal punto di vista dell'outfit, i Baroness manifestano tutta la loro differenza dalle regole del tipico intrattenitore metal, con il solo leader John Baizley (costantemente impegnato in un rapporto onanistico con la pedaliera), agghindato in stile punk/metal (concordo con l'amico Filo che ha individuato una forte somiglianza con Nick Olivieri), mentre il resto dei presenti sul palco, compresa la bella e brava chitarrista Gina Gleason, avrebbero potuto benissimo essere scambiati per studenti del college impegnati in un saggio di musica.



Non tragga in inganno questa mia descrizione, l'ora di concerto concessa ai quattro musicisti è stata coinvolgente e suggestiva, solo, per quanto mi concerne, con una modalità di partecipazione più  estatica che sguaiata.
Una quindicina di pezzi per loro, dalla quale estraggo le mie favorite Throw me an anchor, Shock me, Take my bones away, tutte concentrate nella parte finale del set.

Tra tanti dubbi, qualche luce e più d'una ombra in ambito di nuova release è il momento dei Volbeat, che, dopo la canonica intro dei Motorhead (Born to raise hell) e la nuova intro di Nick Cave (Red right hand) raggiungono le proprie posizioni sullo stage.
Si inizia male, con un pezzo debole e di certo non in possesso del tiro necessario per aprire un concerto dei Volbeat, vale a dire The everlasting, tratto, ovviamente, dall'ultima fatica Rewind, Replay, Rebound.
Poi ci si risolleva un pò (Pelvis on fire, Doc Holliday, Lola Montez, Sad man's tongue) , pur tuttavia senza che il modo di stare sul palco di Poulsen riesca ad accendermi, troppo troppo "da compitino": freddo, distaccato e privo di entusiasmo. Lo stesso Caggiano, quasi completamente immobile, è difficile da ricondurre alle origini, che erano quelle dei palchi incendiati dal thrash-metal con i mitologici Anthrax, sebbene del periodo anni zero.

Con Danko Jones su Black rose

Ovviamente è un problema solo mio, che ricordo ben altro rapporto col pubblico nel concerto di sei anni fa, perchè invece i convenuti non si fanno menate e sembrano divertirsi.
Il meglio, ca va sans dire, arriva in coda, con alcuni pezzi finalmente incendiari che, nonostante il mal di schiena, mi spingo anche ad accompagnare con qualche timido e sgraziato saltello (Seal the deal, The devil's bleeding crown; Pool of booze, Die to live, Still counting).

Con uno spaesato figlio di Caggiano

I Volbeat mi lasciano insomma una sgradevole sensazione di esibizione formale, priva di autentici picchi di entusiasmo o di quel coinvolgimento emotivo (anche il sing-along di Ring of fire ad introdurre Sad man's tongue mi è apparso quasi dovuto, controvoglia) attraverso il quale i bravi performer riescono a fare credere al pubblico di ogni location di aver costruito con loro un rapporto unico, irripetibile e privilegiato.

Saluti e baci

Resta il piacere sempre autentico di aver rivisto gli amici Filo e, più fugacemente, Ale, coi quali ci si incontrerà sicuramente al prossimo concerto (ma non dei Volbeat), perchè, passato il mal di schiena, è un attimo ricominciare a credersi sedicenne.

lunedì 28 ottobre 2019

Lords of Chaos (2018)


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Oslo, seconda metà degli ottanta, un gruppo di ragazzi cerca il proprio posto nel mondo attraverso l'ascolto massivo di musica metal estrema e, soprattutto, attraverso un atteggiamento oppositivo caratterizzato da una professione di satanismo intrecciata a filosofie naturaliste e dottrine pagane.
Capitanati dal più intraprendente di loro, tale Øystein Aarseth, aka Euronymous, i ragazzi cominciano ad improvvisare la loro musica attraverso una band chiamata Mayhem, e quando trovano il cantante giusto nello svedese Per Yngve Ohlin, detto Dead, sembra che tutto cominci a girare nel verso giusto. Peccato che Dead, vittima di abusi da bambino, soffra di una gravissima forma di depressione che lo conduce inevitabilmente al suicidio.
Ma i Mayhem, che hanno costruito un'immagine di satanisti e di cultori della morte, non possono certo fermarsi di fronte a questa tragedia, anzi in qualche modo ne traggono vantaggio, mettendo sulla copertina di un loro album le foto di Dead con il cranio aperto dopo la fucilata che l'ha ucciso e alimentando voci di cannibalismo post mortem.
All'allegra combriccola, che nel frattempo ha aperto l'Helvet, un negozio di dischi "a tema", che funziona da ritrovo per tutti i blacksters locali, si unisce Kristian Vikernes, un ragazzino goffo e introverso che da tempo ronzava attorno alla band, ma che dalla quale era stato in precedenza allontanato a causa dei suoi gusti musicali, pur sempre metal, ma troppo morbidi.
L'insediamento di Kristian porterà ad un "livello superiore" i comportamenti anti-sociali/satanici/criminali del gruppo, forzando azioni concrete in luogo di quella che era solo un'immagine pubblica del gruppo, fino alle conseguenze più tragiche e drammatiche.

Questo film meriterebbe due recensioni distinte. Una per il valore in sè della pellicola. Un'altra per la sua verosomiglianza coi fatti trattati, i famigerati crimini commessi dal cosiddetto black circle norvegese, nei primi anni novanta. Da questo punto di vista la pellicola è stata stroncata pressochè unanimemente dai die hard fan del black metal, d'altro canto anche il libro da cui è tratto, scritto da Moynihan e Didrik Søderlind, non fu esente da critiche. 

Ma dicevamo del film.

La scelta di storytelling del regista Akerlund premia il personaggio di Aarseth/Euronymous (interpretato in maniera convincente da Rory Culkin, fratello del noto Macaulay di Mamma, ho perso l'aereo, e per uno strano cortocircuito, somigliante in modo impressionante a Fenriz dei Darkthrone), dipingendolo come un bravo guaglione che usa in maniera innocua e al solo fine di un sano spirito di ribellione giovanile, coniugato con la volontà di provocare ed ottenere visibilità per i Mayhem e per la sua carriera di discografico, gli elementi esoterici, l'anti clericalismo o il satanismo, ma che non torce un capello a nessuno, nemmeno agli animali che invece il sodale Dead uccide appena ne ha occasione.
La macchina da presa sta quindi molto addosso a questo character, non lesinando primi piani che Culkin gestisce con molta espressività.

Il doppelganger cinematografico di Euronymous è Kristian (Emory Cohen), aka Varg, aka Burzum, aka Count Grishnack, che, a differenza di Aarseth, si intuisce essere caratterialmente complicato, represso ed insicuro, ma al tempo stesso senza remore morali ne scrupolo alcuno.
Varg appare come un perfetto personaggio di un film dei fratelli Coen, caratterizzato cioè da quel mix di stupidità, goffaggine e crudeltà, tipico dei characters che abbiamo imparato ad amare con Fargo (film e serie), Blood simple o Ladykillers.
Ad ogni modo il rapporto tra i due è esplorato in maniera abbastanza chiara. Euronymous è refrattario alla catena di crimini commessi e fomentati da Varg, ma non può sottrarsi al contesto macabro che lui stesso ha creato, pena la perdita di "reputazione" e l'estromissione dal circolo.

Attorno a loro ruotano altri personaggi, il più importante dei quali è senza dubbio Dead,interpretato da Jack Kilmer (figlio di Val), che si lega profondamente con Euronymous, il cui ricordo continua a tormentare Aarseth attraverso incubi e visioni.
Diverso lo spazio dato a Faust (batterista degli Emperor), il quale emerge dal gruppo solo quando uccide un uomo che tenta di adescarlo, mentre del tutto estranei ai crimini sono Necrobutcher e Hellhammer, rispettivamente bassista e batterista di quella formazione dei Mayhem.

Il film, inteso come opera di finzione, funziona bene, con una buona la messa in scena ed un ritmo coinvolgente, di certo aiuta il background del regista che aveva fatto parte per un breve periodo della formazione dei Bathory, altro gruppo seminale di metal estremo che, a detta di molti, è il vero progenitore del black.
La prima parte di Lord of Chaos cerca di spiegare, sebbene in maniera sintetica, lo spirito di questo sottogenere musicale, e, anche nel proseguo, ad un occhio esperto i riferimenti "storici" sono davvero molti, dal mitologico mercato clandestino dei tape traders, all'odio per qualunque altro genere metal (persino i fondamentali Morbid Angel, in quanto death, sono definiti posers), passando per l'ammirazione per i Venom, e via discorrendo.

Il crescendo degli avvenimenti, dal rancore covato dai due protagonisti, alla volontà di rivaleggiare con i crimini commessi dagli altri membri del circolo, alla paura di essere espulsi da quella famiglia disfunzionale, all'ansia di primeggiare ed essere riconosciuti dalla comunità, dai media e dall'opinione pubblica, sono resi in maniera efficace, considerato che si parla di ragazzi in qualche caso nemmeno ventenni.
Ad un livello di sottotesto emerge anche un'assenza del tutto nordica delle famiglie, i genitori di questi giovani sono, non a caso, sempre fuori campo o sfocati, si sentono le loro voci salutare i figli che escono o per chiamarli a tavola, sono loro, i padri e le madri, che si fanno carico dell'affitto del negozio di dischi di Aarsteh o del debutto discografico di Burzum, senza accorgersi minimamente di come i loro figli stiano infrangendo le barriere tra il pensiero e l'azione.  

Ma il film mostra anche un agghiacciante realismo nei suoi momenti più efferati, cioè nei due omicidi: le vittime dei carnefici Faust e Varg muoiono dopo un vero e proprio martirio, colpite più volte, in un spazio di tempo angosciante ed interminabile.
E, purtroppo, sulle ricostruzioni dei delitti non può esserci spazio per polemiche o interpretazioni di sorta, esse rispecchiano infatti fedelmente lo svolgimento dei fatti, come ricostruito dalle indagini e, nel caso della morte di Euronymous, come raccontato, senza il minimo accenno di pentimento, anzi con auto compiacimento, da parte dello stesso Varg, nel film documentario Until the light take us (il che aprirebbe un enorme dibattito sull'efficacia erga omnes del modello penale nordico, che prevede, a scopo riabilitativo, un massimo di pena detentiva di circa vent'anni, indicativamente la stessa condanna inflitta al terrorista nero Breivik che, in Norvegia, sterminò settantasette persone).

Ma Lords of chaos possiede anche una chiave di lettura in qualche modo leggera, ironica, a partire dalla voce narrante di Euronymous, usata nella modalità genialmente introdotta a suo tempo da Viale del tramonto, e che, nelle ultimissime sequenze prima dei titoli di coda, si contrappone, in maniera davvero inaspettata al mood del racconto.

Tornando per un momento alla realtà dei fatti, è interessante notare come tutta la scena black norvegese si sia schierata contro il film, proseguendo una tradizione che la vede opporsi a qualunque "revival" di quegli anni, a prescindere che sia veicolato da libri, interviste o documentari, nonostante, tutto sommato, un'importante esposizione potrebbe contribuire, in termini pubblicitari, al rilancio di band che sono ancora in giro. 
E invece, non so se per un integralismo radicale o per una pervicace ricerca del basso profilo, un film che parla di black metal, a causa dell'ostracismo della scena, non ha potuto utilizzare le musiche originali delle formazioni più importanti del genere, infatti, l'attuale formazione dei Mayhem, protagonista della storia, ha negato i diritti alla produzione, seguita a ruota dai Darkthrone e da Burzum. Poi certo, Varg si è fatto ancora una volta riconoscere, criticando anche la scelta "etnica" dell'attore individuato per interpretarlo (di origini ebree), ma nel suo caso non c'è nemmeno da prestargli più di tanta attenzione, nazistello del cazzo.
Ovviamente è stata criticatissima anche la scelta di affidare ai Sigur Ros, che col metal non centrano nulla (anche se ci sarebbe da fare un lungo discorso sull'ambient black), la scelta del soundtrack, che è caduta su Dio, Accept, Sarcofago, Tormentor, Bathory, Grotesque, Cathedral, oltre agli stessi Sigur Ros.

Personalmente ho trovato Lord of chaos un film che evita con bravura le trappole potenzialmente disseminate dentro un'operazione come questa. 
Compie delle scelte, romanza la vita del protagonista scelto (Euronymous) in maniera forse discutibile, ma descrive gli eventi, tra fatti oggettivi e leggende tramandate, così come sono andati, o perlomeno come li abbiamo imparati a conoscere. 
D'altro canto il regista ammette subito i limiti della verosomiglianza, quando, all'inizio del film, compare sullo schermo l'avviso: based on truth...lies... and what really happened. Come dire: non c'è nessuno al mondo, nemmeno i superstiti a quegli eventi che potrebbe mettere scientificamente in fila tutto ciò che è accaduto, senza che qualcun altro alzi il dito e dica che si tratta di un mucchio di stronzate.
In questo scenario la pellicola passa da una ricostruzione maniacale fin nel più piccolo dettaglio di alcuni aspetti della storia (la casa nei boschi dove si suicida Dead, l'Helvet) a qualche scivolone sentimentale, forse inevitabile visto il profilo mainstream della produzione.

Per quanto mi riguarda il giudizio è positivo, rafforzato anche da un termometro emotivo. Infatti quando un film mi trasmette qualcosa, nei giorni successivi alla visione continuo a tornarci con la mente.  
E, con tutte le sue imperfezioni e i suoi difetti, con Lords of chaos mi è successo proprio questo, al punto da non escludere una seconda visione a breve.

lunedì 14 ottobre 2019

Dinosaur Pile-Up, Celebrity mansions

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Altra rilevante scoperta di un anno estremamente proficuo, questi Dinosaur Pile-Up, band di Leeds, UK, che, in barba ai miei tempi di carotaggio, è attiva da una decina di anni con quattro album all'attivo, di cui Celebrity mansions è l'ultimo.
La cover del disco rimanda l'immagine di un gruppo di allegri cazzoni e la percezione non è del tutto errata, anche se questa definizione andrebbe estesa e completata:  si tratta infatti di un gruppo di allegri cazzoni con una capacità fuori dal comune di mettere insieme riff e parole, dotati di un radar musicale affollato da una pletora di influenze.

Ci vuole davvero poco per innamorarsi dei DP-U. Basta che parta il primo pezzo del disco, che, a dire la verità, conquista già da titolo, Thrash metal cassette, ma che poi stende definitivamente per tiro e incipit del testo:  "Thrash metal on the stereo / Sixteen hours a day / Yeah, drivin' on a shitheap splitter / We got to get to LA".
A questo punto l'ottovolante è partito e non c'è più modo di scendere, cioè di premere stop sul lettore. 
Back foot è infatti un'altra mazzata che impone anche ai corpi più agè, sgraziati e fuori forma di raggiungere un pit immaginario e pogare come non ci fosse un domani.

Non mi sono soffermato sul genere musicale proposto dai Dinosaur Pile-Up (a proposito, la formazione è un classico power trio capitanato dal chitarrista/cantante/leader/frontman Matt Bigland, unico componente originale, più basso e batteria ) e non vorrei si pensasse ad un disco "banalmente" (e lo dico con tutto il mio noto affetto per il genere) metal. 
Quelli bravi li definiscono alternative-rock, ma in realtà le influenze del gruppo sono davvero svariate e trasversali. 
Ascoltando e riascoltando Celebrity mansions quella che emerge è piuttosto una spiccatissima sensibilità nineties, quando, soprattutto nelle prima metà di quegli anni, la parola d'ordine era contaminare stili e generi.
Non solo grunge quindi (tuttavia, quanto avrebbe spaccato nel 1993 un pezzo come Round the bend?), ma Foo Fighters (Pouring gasoline, altro anthem, o Black Limousine), e anche, nell'attitudine, Red Hot Chilli Peppers, poi Faith No More (la title track), Smashing Pumkins, il punk (Stupid heavy-metal broken hearted loser punk) e il power pop dei Weezer (K West).

Un disco enorme, fonte di inesauribile divertimento. 
Da questo punto di vista, senza esitazione alcuna, il migliore dell'anno.
Consigliato a palla di cannone. 

giovedì 10 ottobre 2019

Rambo - Last Blood

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La mia idea di cinema di genere è che debba sempre avere una quota parte di assenza di pudore. E' un anticorpo naturale di quel cinema popolare, necessario a compensare la carenza di affetto da parte della critica colta.
E' solo così che esso può trovare il coraggio, nel 2019, di far uscire nelle sale il quinto episodio di una saga, quella di John Rambo, legata così saldamente agli anni ottanta, che nemmeno Reagan, la Milano da bere, le spalline sotto la giacca o i capelli cotonati.

Dunque, John Rambo, al termine degli eventi narrati nell'ultimo film del 2008, si è ritirato in un ranch in Arizona, dove oggi alleva cavalli assieme ad una vecchia donna ed una ragazzina (Yvette Monreal) che si intuisce essere una sorta di figlia adottiva.
Bene, questa ragazzina, ovviamente non ascoltando i consigli della donna (sua zia?) e di cotanto patrigno, decide di recarsi nei peggiori bassifondi messicani a cercare il padre che l'ha abbandonata. 
Ovviamente finirà in cattivissime mani e la sua sorte scatenerà la vendetta e la rabbia (soprattutto la rabbia) del vecchio soldato.

Chiariamolo subito, molto nel film: situazioni, dialoghi, personaggi di contorno, sembrano scritti negli anni ottanta e, quindi, fastidiosamente fuori tempo massimo, a partire dall'inutile ed irritante prologo/filler, con Stallone/Rambo eroe a cavallo dentro una tempesta.
Però, a un certo punto tutto cambia.

Succede quando John Rambo si accanisce all'arma bianca contro la sua prima vittima, uno del cartello che aveva adescato la figlia adottiva per consegnarla al cartello, colpendolo prima al torace ed infilando poi le dita nella ferita per farsi dare le informazioni richieste.
Si passa poi ad un brutale assalto a colpi di martello che fracassa teste e ossa dei malcapitati gangster con generosissimi fiotti di sangue ad imbrattare le pareti. Il tutto in previsione dell'attesa mattanza finale.

Il film resta quindi nel cinema di genere, ma vira dall'action puro ad un semi slasher violento e liberatorio (per Rambo), e così farà fino alla fine, con lo showdown tra il nostro e l'esercito del cartello messicano, che si consuma (remore forse delle tattiche vietcong contro gli americani) nei tunnel costruiti da John sotto la sua fattoria, per una lunga sequenza davvero avvincente, ipercinetica e violentissima, rigogliosamente accompagnata da Five to one dei Doors ( la canzone dal famoso verso "No one here gets out alive"), sparata da Rambo a tutto volume per confondere il nemico, in ossequio ad un'altra nota tattica di battaglia.

Insomma, Rambo Last blood chiede allo spettatore un enorme sforzo di sospensione dell'incredulità (come quando assistiamo ad un pestaggio ai danni di un settantenne che prende in cinque minuti più legnate di chiunque altro in tutta la sua esistenza e qualche giorno dopo è in piena forma), ma in cambio intrattiene e diverte, riconciliando con il franchise e senza bruciarsi nessun ponte, visto il finale subdolamente aperto.

lunedì 7 ottobre 2019

Randy Rogers Band, Hellbent

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Una quindicina d'anni di attività per il texano Randy Rogers e la sua band, al debutto sulle pagine virtuali di Bottle of smoke con il disco numero otto: Hellbent.

Con la RRB siamo nell'ambito di un country-rock sopraffino e di una formazione che, essendo insieme da sempre, fa respirare all'ascoltatore tutta la propria  grande sintonia, grazie alla quale il leader Randy può esprimersi su livelli d'eccellenza, disegnando liriche su temi che calzano il genere come un guanto (amore/abbandoni/alcol-unico-rimedio-universale), imbullonate su melodie dalla grande presa ed efficacia.
Lo si capisce subito, dalla partenza di Drinkin' money, che sulle prime mi ha riportato alla memoria lo Springsteen di brani come Better days o Lucky town, e, più in generale il country rock di quel periodo (primi novanta) fatto apposta per deflagrare dal vivo.
Provare per credere tre pezzi anthemici come I'll never get over you, Comal line e Fire in the hole, talmente trascinanti da spostare le montagne. 
D'altro canto non c'è da meravigliarsi che le composizioni di Hellbent nascano come se fossero già road tested, da sempre quella concertistica è la vocazione primaria della Randy Rogers Band, sin dal suo esordio discografico del 2010, proprio con un album dal vivo (Live at Cheatham Street Warehouse).
Ma, per fugare ogni dubbio, garantisco che la band sa anche essere estremamente emozionale, attraverso l'utilizzo quel tipo di poesia applicata alla semplicità della vita quotidiana e all'esistenza della gente comune, tipica del lato malinconico del country. 
In questo ambito Anchors away, You me and the bottle e, soprattutto, quel mezzo capolavoro che risponde al titolo di Wine in a coffee cup, potrebbero fare scuola.
Insomma, dentro Hellbent  non c'è spazio per canzoni fuori posto o filler.

Potete anche continuare ad ignorare musicisti come la Randy Rogers Band, non saprete mai quello che vi state perdendo.

lunedì 30 settembre 2019

George V. Higgins, Gli amici di Eddie Coyle

Copertina del libro Gli amici di Eddie Coyle di George V. Higgins

Nell'episodio conclusivo della sesta ed ultima stagione di Justified, il protagonista Rayland Givens (Timothy Oliphant), nel'atto di liberare la scrivania dell'ufficio, estrae dal cassetto la copia consunta di un libro in edizione tascabile, soffermandosi a commentare di come l'abbia letto innumerevoli volte e in che misura quel romanzo gli abbia dato un'infinità di dritte sul proprio lavoro di US marshall.
L'inquadratura si sofferma sulla copertina. 
Incuriosito, blocco il fotogramma per leggere il titolo: George V. Higgins, The friends of Eddie Coyle.
Decido di cercarlo. Non è reperibilissimo, ma fortunatamente mi viene in soccorso la biblioteca civica, il dio della letteratura l'abbia sempre in gloria.

Dalla quarta di copertina capisco il link con Justified, infatti viene citato Elmore Leonard (creatore dei romanzi su Rayland Givens e consulente della serie) che, alla domanda su quali libri metterebbe in un'ipotetica classifica dei suoi dieci noir preferiti, risponde che in ciascuna delle dieci posizioni collocherebbe The friends of Eddie Coyle. 
Sempre in quarta emerge anche il fanatismo di Quentin Tarantino per il libro, una passione che lo ha indiscutibilmente ispirato per la costruzione dei dialoghi dei suoi film, inducendolo altresì a dare al titolo di un suo film e alla sua protagonista (lo strepitoso Jackie Brown), il nome di un personaggio della storia di Higgins (ma noi sappiamo che titolo e nome del personaggio di Pam Grier sono anche un tributo al culto della blaxpotation Foxy Brown).

Diamine! Cosa ci sarà mai dentro questo tascabile di nemmeno centosettanta pagine, suddivise in quindici capitoli brevi?
Semplice. Dei dialoghi che, considerando la data di prima uscita del libro, il 1972, hanno rivoluzionato il modo di raccontare il genere crime.
La trama parte da Eddie Coyle, delinquente di scarso valore che attende una condanna certa ad un periodo di reclusione per il furto di un camion. Per evitare che questo avvenga tenta il doppio gioco: da una parte continua a muoversi nel sottobosco criminale, tra boss mafiosi e contrabbandieri d'armi, e dall'altra cerca di fornire informazioni all'FBI in cambio di una "buona parola" al giudice dell'incombente processo.
Ma il personaggio Coyle è solo una traccia, uno spunto dal quale si irradiano altri caratteri e situazioni che relegano il protagonista del titolo in secondo, se non addirittura terzo piano.

L'opera di Higgins (che ha avuto nel 1973 un'immediata trasposizione cinematografica con Robert Mitchum e la regia di Peter Yates), all'epoca procuratore distrettuale del Massachusetts, ha portato il crime novel verso un'innovazione dalla portata così radicale da sentirne ancora oggi l'eco. 
Ne deriva che la lettura de Gli amici di Eddie Coyle risulta, oltre che avvincente e divertente, attualissima.

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giovedì 26 settembre 2019

C'era una volta a... Hollywood

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A giudicare dalle recensioni di questa ultima fatica di Tarantino, ho l'impressione che più di un critico, a cui evidentemente il regista non è mai andato a genio, non aspettasse altro che poter far deflagrare tutto il proprio disprezzo. 
Difficile spiegare altrimenti alcuni giudizi feroci, cattivi e francamente esagerati come quello di qualcuno che ha definito la pellicola "il giocattolo costoso di un bambino viziato".


Capisco invece lo spiazzamento dello spettatore medio, perché per certi versi, C'era una volta a... Hollywood è il meno tarantiniano dei film di Tarantino. Mancano del tutto ad esempio i classici dialoghi "fuori contesto" che, a partire da Le iene, rappresentano il marchio di fabbrica di Quentin, così come un certo tipo di trama che qui, ad un occhio pigro, pare non porti a nulla. 

Allo stesso tempo però C'era una volta a... Hollywood è un film totalmente tarantiniano. 
A partire dalla volontà del regista di portare sul grande schermo il suo incontenibile amore per un certo cinema minore e per certa fiction della sua giovinezza, che sfocia nella rappresentazione di un mondo dove finte produzioni si intrecciano con quelle reali, attraverso un montaggio alternato (di Fred Raskin, qui alla terza collaborazione con QT) che nessuno si è degnato di definire magistrale. Per non parlare della scelta dei pezzi della colonna sonora, con la solita prevalenza di composizioni poco note, e della sontuosa modalità con la quale essi accompagnano le immagini.

Concettualmente sembra che con C'era una volta a... Hollywood Tarantino abbia preso alcuni degli elementi dei suoi ultimi film e li abbia espansi fino al limite, al tempo stesso comprimendone altri al minimo sindacale, così tutta la parte di "contorno" che precede l'attesa esplosione finale si prende oltre due ore di proiezione, mentre l'inevitabile sfoggio di ultra-violenza si scatena in pochi (non per questo meno strepitosi) minuti.
Personalmente ho trovato C'era una volta a... Hollywood un gran bel film, con una coppia di attori (Di Caprio e Pitt) affiatati e in forma, la solita pletora di star al servizio del Maestro (Al Pacino, Kurt Russell, Timothy Oliphant, Bruce Dern, Daniel Lewis,  Michael Madsen, Luke Perry - qui alla sua ultima interpretazione - ), una messa in scena che avercene e un grandioso McGuffin sulle gesta di Charles Manson che ha depistato con successo sopratutto i media.

Se devo spendere una critica, è davvero inspiegabile il sotto utilizzo di una delle migliori attrici oggi in circolazione, quella Margot Robbie costretta "dentro" una Sharon Tate impalpabile e superficiale.

Che dire invece dell'omaggio a due tra i registi italiani meno "recuperati" dalla storia (almeno rispetto a Bava, Fulci, Di Leo o Lenzi), come Corbucci e Margheriti? Pura emozione. E nella parabola artistica di un Jack Dalton (Di Caprio) dimenticato dagli studios che si ricicla nel cinema di genere italiano c'è la storia di tanti attori americani del passato e di un cinema, quello italiano, che è stato immenso e che ora non si raccapezza più, tra la mancanza di produttori competenti, piattaforme in streaming e lo svuotamento delle sale.

Il finale poi, malinconico, delicato e toccante, ti inchioda sulla poltrona con un sorriso triste dipinto in volto. 


Dite quello che vi pare, ma per me questo è IL Cinema.


lunedì 23 settembre 2019

Volbeat, Rewind, Replay, Rebound

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Volendo mantenere la "giusta distanza" critica, i dischi degli ultimi Volbeat andrebbero recensiti dopo pochi ascolti, quando le orecchie sono vergini  e hai bene chiaro in testa cosa funziona e cosa no. Se invece commetti l'errore di dargli più tempo di sedimentazione, finisci inevitabilmente invischiato nelle spire delle melodie assassine create da Micahel Poulsen (ad oggi senza dubbio uno dei migliori, in questo campo) vedendo fuggire ogni spirito critico.
Metto subito le mani avanti per giustificare il fatto che questa sarà una recensione molto dibattuta, tra il "tradimento" della filosofia musicale dei vecchi Volbeat, per i quali fu colpo di fulmine, e questi nuovi, più mainstream, ma subdolamente seducenti.

Giusto per stabilire un perimetro di ragionamento sulla vita del gruppo, la mia impressione è che il loro apice creativo, il lavoro con il quale sono stati più in grado di bilanciare le due anime che contraddistinguono la band, melodia e furore, è stato Outlaw gentlemen & shady ladies, album del 2013, quinto in meno di dieci anni di storia, nei quali i Volbeat hanno imbullonato il proprio stile personale.
Dal successivo Seal the deal & let's boogie le cose cominciano a cambiare, le asperità si smussano, l'equilibrio si sbilancia decisamente verso la ricerca ossessiva del refrain e del catching, non senza qualche passo falso.
Ecco, la prima parte della mia recensione a quel lavoro, nella quale lamentavo questa sorta di imborghesimento, potrebbe essere ripresa paro paro per questo ultimo Rewind, Replay,  Rebound, solo inspessendo ancora di più il concetto.

I Volbeat del 2019 sono diventati uno dei prodotti più redditizi del music business del rock, ed in virtù di questo aspetto hanno guadagnato spazi e luoghi di esposizione inimmaginabili solo qualche anno fa. Certo, dello status di grande band hanno purtroppo ereditato anche le cattive abitudini, come quella di escludere da interviste e promozioni i media che hanno avuto l'ardire di scrivere recensioni negative, scatenando, come conseguenza legittima di una nazione attenta a questi aspetti, il boicottaggio dell'intera stampa danese (potete leggere il dettaglio qui).
Ciò nonostante per Rewind, Replay, Rebound è stato creato l'hype dei grandi eventi, con molti dei brani anticipati attraverso dei video, interviste a pioggia e via discorrendo.

Poi finalmente arriva la data della release e la copertina irradia immediatamente un'ulteriore rottura con il passato, attraverso la rinuncia alle immagini iconografiche e ai meravigliosi disegni fin qui realizzati per tutta la discografia della band, abbandonati in vece di un'idea loffia e già ampiamente sfruttata da altri (gli ultimi a memoria mia sono stati i Thunder di Wonder days), cioè rappresentare se stessi come ragazzini (spunto ripreso anche dal video di Cheapside sloggers).

A questo punto ci attendeva l'ultima verifica, la più importante, relativa alla qualità delle composizioni: quattordici nell'edizione standard del disco, per una durata complessiva che accarezza l'ora.
Last day under the sun ci accoglie dentro la nuova creazione Volbeat con uno stile onomatopeico del titolo, chitarre ariose e ritornello solare ripetuto come un mantra che dà subito l'imprinting del disco.
La successiva Pelvis on fire è invece lo schema sul quale sono costruite altre composizioni dell'album (Rewind the exit, The everlasting), con un bell'attacco finalmente metal che resiste però solo una manciata di secondi, per aprirsi ad un pattern molto più fruibile, nel quale, nello specifico della traccia, si riprende una rivisitazione di vintage rock and roll già battuta nel vecchio repertorio, ai tempi di Sad man's tongue o 16 dollars.
Inoltrandoci nell'ascolto viene sostanzialmente confermata l'impressione iniziale, il disco suona davvero bene, sia dal punto di vista tecnico che dell'alternanza dei brani, si vede che ci sono produzione e arrangiamenti importanti, qualche brano emerge prepotentemente (Die to live con Neil Fallon dei Clutch; Sorry sack of bones; Cheapside sloggers con Nick Holt, ascia di Exodus/Slayer; i 37 secondi di Parasite; Maybe I believe), ma in tutta questa pulizia la componente cazzimma pare definitivamente evaporata, e con essa ogni fascinazione country.
Anche la tracklist appare forse eccessivamente lunga e volendo si sarebbero potuti tagliare almeno un paio di brani (mi sovvengono la scolastica When we were kids e la conclusiva 7:24, che richiama l'ora nella quale è nata la prima figlia di Michael - si sa, la paternità causa sui rocker più danni della grandine - ).

La logica conclusione di questa recensione dovrebbe essere una stroncatura, tuttavia non riesco a parlare in termini esclusivamente negativi di Rewind, Replay, Rebound, un pò perchè provo per la formazione capitanata da Poulsen / Caggiano un'innata simpatia, e poi perchè, e qui torno al dilemma iniziale, questo disco l'ho ascoltato e lo sto ascoltando davvero tanto e alcune sue composizioni continuano a rimbalzarmi in testa in qualunque momento della giornata, ad alimentare un cortocircuito tra cuore e cervello che stavolta vi restituisco, irrisolto.

lunedì 16 settembre 2019

Crazy Lixx, Forever wild

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Svedesi di Malmoe, i Crazy Lixx sono tra i nomi di punta dell'attuale panorama glam metal. Attivi da una dozzina di anni, sono stabilmente inseriti nella squadra dell'orgoglio italiano New Frontiers, label notoriamente specializzata nel rock/metal melodico.
Forever wild è il loro sesto lavoro che li colloca decisamente nell'ambito di un pulitissimo hair metal ottantiano, più che, volendo spaccare il capello di un macro genere, dello sleaze.
I pezzi richiamano pertanto Warrant, i Poison di Open up... , i Bon Jovi di 7800° Farhrenheit o i Motley Crue di Theatre of pain, giusto per approssimare delle coordinate del passato, ma senza trascurare i rimandi agli attuali (e compatrioti) H.E.A.T. .
Si facciano avanti senza timore quindi i nostalgici di quel sound (presente!) perchè nelle undici composizioni che compongono la tracklist troveranno pane per i loro denti.
L'album infatti tira quando c'è da tirare (Wicked, Break out, Silent thunder, (She's wearing) Yesterday face, Terminal velocity), si raccorda con il più classico AOR americano (Eagle) e, ovviamente, non trascura il lentaccio spaccacuore (Love don't live here anymore). 

Un disco senza filler e senza momenti deboli. Bene così, perchè un conto è ispirarsi chiaramente a pattern ormai inconfondibili, ma tutt'altro paio di maniche è poi essere in grado di realizzare dischi con Canzoni credibili, in buon equilibrio tra l'essere derivative e sufficientemente personali. 
Ecco, da questo punto di vista i Crazy Lixx (il cantante/chitarrista Danny Rexon e il batterista Joel Cirera unici componenti rimasti della formazione originale) il lavoro lo portano a casa in maniera convincente e senza sbavature.

giovedì 12 settembre 2019

MFT, luglio e agosto 2019

ASCOLTI


Lizzo, Cuz I love you
Slipknot, We are not your kind
Volbeat, Rewind, replay, rebound
Matt Woods, Natural disaster
Shane Smiths and the Saints, Hail Mary
Bullet, Live
Little Steven and the Disceples of Soul, Summer of sorcery
Possessed, Revelations of oblivion
Allegaeon, Apoptosis
Josh Ritter, Fevere breaks
Hank Von Hell, Egomania
Bruce Springsteen, Western stars
Fulci, Tropical sun
Warrior Soul, Rock 'n' roll disease
Bokassa, Crimson riders
The Raconteurs, Help us stranger
Massimo Volume, Il nuotatore
Darkthrone, Old star
Hollywood Vampires, Rise
Hayes Carll, What it is
The Waterboys, Where the action is
2pac, All eyez on me
Aaron Watson, Red Bandana
Bryan Adams, Ultimate
Crazy Lixx, Forever wild
Gorilla, Treecreeper
Herbie Hancock, Head hunter
Johnny Paycheck, The soul and the edge
Pino Daniele, Passa 'o tiempo e che fà
Royal Republic, Royal majesty
Satan takes a holiday, A new sensation
Randy Rogers Band, Hellbent


VISIONI



Da questo MFT, in considerazione del fatto che riesco a recensire solo una piccolissima parte dei film che vedo, ho deciso di aggiungere un voto ai titoli elencati. Il voto, oltre ad esprimere, ca va sans dire, un giudizio esclusivamente personale, non vuole essere preso troppo sul serio, piuttosto, come del resto l'intero blog, si tratta solo di un divertissement.

Figli di Annibale (3,5/5)
L'alba dei morti dementi (4/5)
Blakkklansman (3,5/5)
Gotti, il primo padrino (0/5)
Sette sconosciuti a El Royale (4/5)
Zombi 2 (4,5/5)
Train to Busan (4/5)
Notorious - L'amante perduta (5/5)
Vice - L'uomo nell'ombra (3/5)
Repo Men (2/5)
Jupiter - Il destino dell'universo (3/5)
Il mistero del falco (1941) (4/5)
Murder mystery (2,5/5)
Lo spietato (1/5)
Predestination (4/5)
Serenity - L'isola dell'inganno (1/5)
Io sono Tempesta (0,5/5)
Pusher - L'inizio (3,5/5)
Parto col folle (1,5/5)
Leatherface (3,5/5)
Non aprite quella porta (1974) (5/5)
Un nemico che ti vuole bene (1/5)
Halloween (2018) (3/5)
Metti la nonna in freezer (0,5/5)
La cosa (2011) (2,5/5)
Mia moglie per finta (2/5)
Above ground - Segreti sepolti (0/5)
Manhattan nocturne (3/5)
L'uomo nell'ombra (Ghost writer) (3,5/5)
L'erba del vicino (4/5)
Cattive compagnie (2,5/5)
L'ultima missione (MR73) (3/5)
Revenge (4/5)
Blackhat (3,5/5)
Giallo (1,5/5)
Anatomia di un delitto (4/5)
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Visioni seriali

Justified, 6
Suburra, 2
Too old to die young

LETTURE

Dario Argento, Paura

George V. Higgins, Gli amici di Eddie Coyle

lunedì 9 settembre 2019

Hayes Carll, What it is

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A tre anni dall'intimismo di Lovers and leavers, Hayes Carll torna a raccordarsi allo stile dei suoi dischi precedenti, e quindi al compendio di quella sconfinata prateria di generi che nascono dalle montagne dell'old time music discendendo a valle, nell'americana.

Un pò di gossip. A differenza del commento a corredo della recensione di Lovers and leavers, dove lamentavo la cronica assenza di notizie sulla vita privata di Hayes, stavolta qualcosa è emerso. Sono infatti volati gli stracci, o se preferite, parecchia merda è finita nel ventilatore, tra il buon Carll e nientepopodimeno che Steve Earle (mio e, anche se non lo ammetterà mai, suo idolo) a causa di una donna, anche lei cantautrice, Alison Moorer, che ha divorziato da Steve per accasarsi con Hayes.
Cosa centra questa notizia con la recensione di What it is? Tranquilli, non siamo diventati una filiale di Novella 2000, piuttosto la rivelazione dell'affaire è funzionale a spiegare il perchè la Moorer figuri nei crediti del disco in qualità di co-produttrice e co-autrice di tutti i brani.

Hayes torna dunque al suo stile consolidato. Lo fa dopo un opener (None'ya), che invece si raccorda con il mood delicato di Lovers and leavers, ma con un testo tutt'altro che introspettivo. Poi si parte per davvero, prendendo il ritmo con Times like these e da lì in avanti lo scenario cambia.
Che il ragazzo abbia "metabolizzato" la paternità e che sia in un periodo felice della sua vita lo si capisce dal ritorno pieno ai suoi affreschi di personaggi, storie sospese tra finzione e realtà, brandelli di vita vissuta, relazioni umane, oltre che da una naturale propensione all'ironia.
Nascono e si sviluppano così pezzi quali Jesus and Elvis, If I may be so bold o la dylaniana Things you don't wanna know. 
Stilisticamente parlando il sound si muove agilmente tra folk e country, senza però disdegnare accenni bluegrass (la title track), southern (Beautiful thing) o tributi al blues dei Rolling Stones (Wild pointy finger).
Insomma, un altro centro per un artista che, fino ad oggi, non ha sbagliato un disco.
E scusate se è poco.

lunedì 2 settembre 2019

Warrior Soul, Rock 'n' roll disease

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Lo strano caso dei Warrior Soul. Una band che per il tempo di un lustro e cinque album (1990-1994) ha detto veramente tantitssimo ma è stata poco ascoltata (in termini di esito commerciale). Forse perchè, nel periodo in cui il metal ammainava la sua bandiera a favore del grunge, i WS proponevano un offerta difficilmente incasellabile in questo o quello schieramento. 
Il combo del leader e frontman Kory Clarke infatti, si muoveva sulle coordinate di un suono duro, potente, con le elettriche in primissimo piano, ma al tempo stesso dentro un mood onirico, acido, ipnotico. La grandezza della band stava anche nella capacità di coniugare pezzi dirompenti (l'inno assoluto Punk and belligerant) a divagazioni che giocavano con lisergici echi seventies e testi di matrice hardcore, impregnati di denuncia.
Rassegnati al destino avverso, i Warrior Soul si sciolgono nella seconda parte dei novanta, per poi tornare una decina di anni dopo e riprendere faticosamente produzione discografica e attività concertistica. Oggi non sono più la band che erano, a tutti gli effetti il gruppo è l'espressione artistica del solo Clarke, e anche musicalmente l'asse si è decisamente spostato.

In questo scenario viene rilasciato Rock 'n' roll disease, stilisticamente una sorta di Back on the lash (disco del 2017) volume 2, dal quale riprende il tiro che definirei classic hard rock e la durata ridotta (una mezz'ora di musica).
Questa reincarnazione dei Warrior Soul, sebbene li veda proporre un sound in gran parte debitore di AC/DC e Motorhead, non fa perdere alla band un grammo della stima e del riconoscimento per tutto quanto fatto in passato. Inoltre le tracce sono davvero trascinanti come ormai gli AC/DC non riescono più ad essere (Up the dose, Rock 'n' roll disease, Going mental), la voce di Kory è meravigliosamente incatramata e, infine, in un paio di episodi (Melt down e War ride children) la formazione si ricorda e ci ricorda cosa era in grado di fare un quarto di secolo fa.

Il dito medio della copertina è per tutti quelli che non se li sono mai cagati.

lunedì 26 agosto 2019

Dario Argento, Paura (2014)

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Dopo diciannove film per il grande schermo e sei per il piccolo, qualche anno fa Dario Argento decide che è il momento di raccontare sè stesso.
Così, nel 2014 esce per Einaudi Paura, prima autobiografia del regista italiano, che arriva dopo un numero incalcolabile di libri sulla sua arte, scritti da altri, negli ultimi quarant'anni.

Dopo una doverosa premessa sulla sua infanzia (in cui cresce nello studio fotografico delle dive, gestito dalla madre) e la sua formazione artistica, personale e politica (il ruolo sempre più ampio nella testata di sinistra Paese Sera, la "fuga" a Parigi, il suo dichiararsi alla famiglia di fede comunista) finalmente Argento, anche grazie ad un padre inserito negli ambienti cinematografici, riesce a realizzarsi nella settima arte, arrivando a collaborare con un giovane Bernardo Bertolucci e lavorando con Sergio Leone (sceneggiatura di C'era una volta il west).
Dopo una decina di script, ha un'idea, basata molto sulla forma del racconto, sul suo aspetto visivo, più che sulla storia, che presto diventa una sceneggiatura. A differenza delle altre però, questo lavoro Dario non vuole "appaltarlo" a nessuno, ma girarlo da sè.
A seguito di tanti no ricevuti dai produttori gli viene incontro il padre, che riesce a fargli ottenere un contratto per girare il film, a patto di non sforare per nessun motivo tempi e budget di realizzazione.
Il giovane Argento riesce nell'obiettivo, ma il risultato finale è osteggiato dal produttore e anche dal padre, che pur sostenendolo pienamente, gli chiede di apportare delle modifiche.
Dario si impunta, non vuole toccare nulla di quel prodotto che sente come un figlio. E' stremato dalla lavorazione, l'esperienza l'ha talmente provato dal non voler più dirigere un film in vita sua, ma quella pellicola non si tocca, deve andare in sala così.
Alla fine il regista la spunta e ottiene un successo strepitoso.
Il film era L'uccello dalle piume di cristallo.

Da quel momento parte la carriera di regista di Dario Argento, che si dipanerà per oltre quattro decadi e titoli noti in tutto il globo (Profondo rosso, Suspiria, Inferno, Opera, Phenomena) con grandi riconoscimenti soprattutto all'estero e la costante amarezza del regista, che si sente perennemente profeta in patria, data la scarsa considerazione della critica italiana per il cinema di genere, l'horror su tutto. Parallelamente si snoda la vita privata di Dario, gli amori (due matrimoni), l'amore per le figlie Fiore e Asia, i problemi finanziari, una brevissima detenzione, le fobie, la liason con droghe leggere, l'intenso rapporto con il padre.

Paura non è una autobiografia che spicca dal punto di vista letterario, il libro è estremamente scorrevole ma non certo epocale, in alcuni passaggi le considerazioni del regista appaiono davvero schematiche, elementari.
Spesso però su queste pagine mi sono lamentato di altre biografie per il poco spazio che l'autore lasciava alla genesi dei suoi lavori, al racconto della loro realizzazione, alle difficoltà incontrate, alle intuizioni, insomma alle cose che rendono felice un fan adulto, ma dell'età mentale di un adolescente.
Ebbene, dentro Paura ho trovato davvero pane per i miei denti, ogni film del maestro è sezionato e raccontato dallo spunto iniziale all'esito del botteghino e questo, nonostante alcuni passaggi fossero già noti, è probabilmente l'aspetto del libro che ho maggiormente apprezzato.


lunedì 19 agosto 2019

Justified, dalla stagione 3 alla conclusiva 6

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Rayland Givens (Timothy Oliphant) prosegue la sua battaglia contro il crimine nella contea di Harlan, assieme al gruppo di Marshall capitanati da Art Mullen (Nick searcy) e ai colleghi Rachel (Erica Tazel) e Tim (Jacob Pitts). Nell'eterna contesa tra bene e male, Rayland se la vede con buzzurri e criminali di mezza tacca, ma anche con gli esponenti della dixie mafia, che ciclicamente mandano i loro capetti in quell'angolo del Kentucky, dove è sempre presente l'emissario Wynn Duffy (Jere Burns). Senza mai dimenticare Boyd Crowder (Walton Goggins), amico d'infanzia di Givens nonchè suo autentito doppelganger che, tra alterne fortune, rappresenta la minaccia costante del territorio.
Probabilmente una sinossi così superficiale potrebbe non invogliare alla visione di questa serie della Fox, conclusasi nel 2016 alla sesta stagione. E allora, in fase di commento, aggiungerò che questa è una delle serie crime più divertente degli ultimi anni.

Come scrivevo nella recensione delle prime due stagioni, la forza del serial non sta tanto nelle storie, comunque godibili, visto che sono tratte da racconti di Elmore Leonard, e nemmeno in un particolare lato dark o di estremo realismo dei plot (per intenderci, non siamo dalle parti di The Wire o The Shield), ma da una caratterizzazione talmente avvincente di ogni singolo personaggio, da non temere confronti con nessuna altra produzione di analogo genere.
Timothy Oliphand, che ha (irrimediabilmente?) legato la sua carriera al marshall Rayland Givens, continua imperterrito ad avanzare con lo Stetson sempre calato in testa, come se fosse un estensione del suo corpo, e con la mano appoggiata sulla cintura, sempre pronta ad estrarre. Ma questa è solo una componente, a mio avviso nemmeno la più importante, della ricetta vincente di Justified.

I veri trionfatori della serie sono quasi tutti villain, dal padre di Rayland, Arlo (Raymond J Barry) alle famiglie del posto ( i Crowder, i Bennett, i Crow) in guerra una contro l'altra, in una faida che dura da sempre. Poi ci sono i contributi di caratteristi e guest star straordinariamente in ruolo, che sono durati lo spazio di una stagione o magari anche di una sola puntata (Michael Rapaport; Carla Gugino; Mikelty Williamson; Jeff Fahey; Rob Lowe e un meraviglioso Sam Elliott).
Ma sul podio più alto staziona Walton Goggins, che, con Boyd Crowder (dopo Shane Vendrell di The Shield) dà vita ad un criminale affascinante, scaltro e spietato, tanto pronto a togliere la vita altrui quanto loquace, affabulatore e persuasivo, che si prende la scena, stagione dopo stagione e che solo nella conclusione della final season, attraverso un colloquio con una sua vittima (che incarna a mio avviso lo spettatore medio affascinato dal male) mette le cose definitivamente in chiaro sulla sua personalità.
Un gradino sotto nella mia personale classifica colloco l'intrallazzone Wynn Duffy, interpretato da un Jere Burns perfetto nella parte di un criminale in giacca e cravatta imperturbabile e resistente a qualunque situazione avversa, mai impreparato a qualunque twist e dal piano B sempre a portata di mano.

Ma chissà se una popolazione così ampia e convincente di personaggi avrebbe avuto lo stesso successo in un territorio diverso dalla contea di Harlan. Un territorio che un tempo era noto per le sue miniere (famoso fu un lungo sciopero "risolto" dall'apparizione del country outlaw hero Johnny Paycheck), dove lavorava praticamente tutta la popolazione maschile ed ora scenario povero e desolato, nel quale hillbillies e redneck si trascinano in giro, da un bar all'altro, da una droga ad un'altra, senza nessuna possibilità di redenzione.
Ad Harlan tutti bevono bourbon come se fosse un bicchiere di acqua ghiacciata in una giornata di luglio. Tutti girano armati. Tutti hanno un piano per svoltare. Quasi tutti finiscono ammazzati o in galera, ricordando in questo i perdenti cronici, ma non per questo meno pericolosi, portati sullo schermo dai Coen.

Justified è un grande affresco di questa umanità, da vedere rigorosamente in lingua originale, per godere del meraviglioso accento di quelle parti, una cantilena dolce e pigra, che allunga le vocali e impasta le parole (non fosse per questo basterebbe la voce originale di Sam Elliott a giustificare lo sforzo ai meno avvezzi ai sottotitoli).

Ci mancherà.

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lunedì 12 agosto 2019

Gotti, il primo padrino (2017)

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Dopo una gestazione embrionale durata anni, con progetti che hanno via via interessato registi come Barry Levinson e Nick Cassavetes, ed attori come Al Pacino, Joe Pesci e Chazz Palmintieri, il film basato sulle "gesta" del noto mafioso John Gotti viene realizzato nel 2017 con la regia di Kevin Connolly e con John Travolta nel ruolo principale.

La faccio breve: questo film è una ciofeca sotto ogni punto di vista, ma in particolare per la modalità agiografica di tratteggiare la figura di Gotti, che ne esce quasi come un moderno Robin Hood, mentre le forze dell'ordine fanno, quando va bene, da carta da parati, e quando va male da aguzzini.
Manca cioè del tutto quel minimo punto di equilibrio morale necessario quando si raccontano storie di criminali, al punto che sembra un film prodotto e girato dai mafiosi stessi: Gotti ha un cuore d'oro, ama la sua famiglia, uccide solo altri criminali, aiuta le vecchiette con la spesa, etc. etc. 
Per non parlare di quel debosciato del figlio (Junior), fatto passare da vittima del sistema.
Comparto tecnico e messa in scena da film televisivo di basso livello, recitazione di Travolta talmente sopra le righe da risultare quasi folkloristica. 
Cosa si salva? Forse trucco e parrucco.

Statene alla larga come dalla peste.

lunedì 5 agosto 2019

I migliori della vita: Bryan Adams, Reckless (1984)

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Potenza di uno spot fatto bene. Il recente commercial della DHL , che utilizza Bryan Adams e il suo brano Summer of 69 per celebrare i cinquant'anni dalla nascita del gigante logistico americano, mi ha portato in un batter d'occhio indietro di oltre trent'anni, quando i miei ascolti erano monotematicamente orientati al blu collar rock, dentro al quale il canadese Bryan Adams aveva un posto di rilievo.
Così ne approfitto anche per ribadire il profilo di questi post celebrativi, che non riguardano necessariamente capolavori assoluti della musica, ma molto più semplicemente dischi ai quali sono legato, anche solo da un legame affettivo, che può prescindere, e di certo prescinde, dal valore oggettivo dell'opera.

Nel caso di specie, Reckless è un album di rock mainstream che inanella un numero impressionante di anthem, tanto da configurarsi alla stregua di un greatest hits di inediti,
e basta leggere la tracklist per capirlo. 
Ma sull'analisi delle canzoni ci torno, prima c'è da considerare come il successo dell'album fu tutto, meno che frutto del caso o di un colpo di fortuna, se è vero che Adams ci lavorò per mesi, facendo e disfacendo più volte (come nel caso di Run to you, oltre un anno di gestazione, o di Summer of 69), a dimostrazione di una costante insoddisfazione, propria dei grandi artisti.

Rimettere su il vinile oggi è un vero e proprio tuffo nel mio passato. Non ho comprato il disco in tempo reale (1984), ma solo qualche anno dopo la sua uscita, tuttavia le sue note accompagnano un periodo della mia giovinezza felice, spensierato e inebriante, che le canzoni del disco ben riannodano.
A partire da One night love affair, midtempo d'apertura di grande fascino, con la voce squisitamente roca di Bryan messa nelle migliori condizioni per fare breccia immediata nel cuore dell'ascoltatore.
Da lì comincia un viaggio che ti impediva di estrarre la cassetta dall'autoradio (se non per cambiare verso) per tutti i trentotto minuti di durata del disco, attraverso un viaggio che, per il lato A del vinile si manteneva su un mood più midtempos, non lontano dalle atmosfere AOR tanto in voga in quel periodo, enfatizzate al loro massimo dall'unico lento del lotto, quell'Heaven presenza fissa di qualunque compilation di ballate che abbiamo preparato speranzosi negli ottanta, oltre che per i singoli Run to you e Somebody, ma che aspettava il lato B per darci dentro davvero, a partire dall'anthem autobiografico Summer of 69 e attraverso la canzone manifesto Kids wanna rock e il duetto con Tina Turner It's only love, per avviarsi alla conclusione senza mai prendere fiato con il rock 'n' roll di Long gone e l'ultima sferzata, appena venata di southern, rappresentata da Ain't gonna cry.

Insomma, Reckless è l'indiscussa pietra miliare di un certo tipo di rock, commerciale, effimero, per molti forse anche vecchio (e non vintage), ma che a me smuove ancora molto. Perchè, come si dice, al cuore non si comanda...