mercoledì 5 settembre 2018

Cinquanta

E va bene, sono cinquanta. Ma, pur restando in tema 1968, preferirei cogliere l'occasione per parlare d'altro. Nel solco pieno della linea editoriale del blog ad esempio, dei miei dischi preferiti tra quelli usciti cinque decadi (o dieci lustri) fa. Mi sembra di gran lunga più interessante rispetto a lamentele varie su acciacchi, ipocondria, speranza di vita, figli adolescenti, etc. etc. 

Aretha Franklin, Aretha in Paris
Durante il mitologico maggio parigino, la giovane Aretha Franklin (recentemente scomparsa) cantava all'Olympia di Parigi nella sua prima tournee europea. Quel concerto sarebbe diventato un disco imperdibile, con una scaletta che allineava, dentro un un repertorio fantastico (Satisfaction degli Stones, Respect di Otis Redding, Night life di Willie Nelson, Natural woman di Carol King, Come back baby di Ray Charles), la rabbia nei neri americani con le tensioni degli studenti francesi.

Van Morrison, Astral weeks
Al secondo album dopo l'uscita dai Them, Van the man apre al massimo il grandangolo dell'ispirazione partorendo un lavoro incredibile, dalle atmosfere folk, jazz, soul, psichedeliche. Senza un brano portante o un singolo killer (come sarà ad esempio per la title track del successivo Moondance) il disco è solido come una quercia, e come quell'albero è ancora lì a guardare tutta la musica e il tempo trascorso con fierezza.

Johnny Cash, At Folsom Prison
La storia la sanno tutti ormai, anche grazie al biopic Quando l'amore brucia l'anima. Nessuno credeva alle potenzialità di un live registrato dentro una prigione. Cash sì. E aveva ragione lui, come tenne a ricordare a tutti con la celeberrima foto con dito medio alzato e ghigno di sfida. At Folsom Prison è un ottovolante di emozioni: gli spoken dell'uomo in black, la sintonia coi detenuti che ridono ed esultano ai passaggi più forti delle crime songs, gli annunci delle guardie. Un pezzo di storia americana.


The Beatles, The Beatles (The white album)
Dicono che il cosiddetto white album più che un disco dei fab four sia un'opera solista, in primis di John e Paul, ma anche di Ringo e George. In effetti questo doppio ellepì (che raccoglieva l'eredità pesantissima di Sgt. Pepper, ma in fondo quanti dischi dei Beatles non raccoglievano le pesanti eredità dei loro predecessori?) non ha nella coerenza stilistica la sua forza. Ma forse è questo l'aspetto che mi ha sempre maggiormento affascinato. Il passaggio da Back in the USSR a Dear prudence, da Ob-La-Di Ob-La-Da a While my guitar gently weep, da Blackbird a Rocky racoon, da Happiness is a warm gun a Why don't we do it in the road? racchiude in sè un'omogeneità disomogenea con pochi pari.
Se questo è il risultato delle tensioni e delle divisioni laceranti in seno al gruppo, come si dice, avercene!

Jimi Hendrix, Electric ladyland
D'accordo il florilegio di uscite postume, ma resta il fatto che, in vita, Hendrix ha registrato tre soli album in studio. Electric Ladyland è l'ultimo di essi, quello che chiudeva una fase artistica, la parola fine sulla formazione a tre degli Experience (insieme a Jimi Noel Redding e Mitch Mitchell), prima che Hendrix acquisisse una maggiore coscienza black, optando per compagni di viaggio con il colore della pelle affine al suo. Electric ladyland è anche il lavoro che l'artista rivendicava con più orgoglio, quello nel quale ha avuto più potere decisionale in fase di registrazione. E infatti si sente, il blues si fa psichedelico, molti pezzi si dilatano, gli effetti dell'assunzione massiccia degli acidi emergono chiaramente nelle composizioni più lisergiche. Per certi versi si può dire, che, nel lotto di questi album, Electric ladyland sia quello che più rappresenta lo spirito del 1968.

The Cream, Wheels of fire
I Cream (Clapton, Bruce, Baker), con quattro dischi in tre anni rivoluzionano il sound blues fondendoci elementi psichedelici e riff feroci, qualcuno dice proto hard rock, per poi deflagrare a causa delle tensioni interne e il caratterino non proprio conciliante di qualche suo membro (Baker). Wheels of fire è il penultimo capitolo della discografia, ma è come se fosse l'epitaffio vero, visto la vacuità del successivo Goodbye. Esce su doppio vinile, con un disco in studio e uno live. Si apre con quella cosa enorme che è White room, e questo basterebbe a cancellare interi repertori di altre band. Il disco live non è da meno, con un incipit quale la versione al fulmicotone di Crossroads, di Robert Johnson.

The Rolling Stones, Beggars Banquet
Nella sua autobiografia, Richards sostiene che Beggars banquet abbia salvato la carriera dei Rolling Stones, bloccata in uno stallo artistico. L'intuizione del "samba-rock" di Symphaty for the devil è qualcosa di geniale ed irripetibile, così come l'immortale copertina del cesso sudicio. E le altre tracce? No expetactions, Street fighting man, Factory girl, Prodigal son. In pratica un greatest hits di inediti!

Adriano Celentano, Azzurro/Una carezza in un pugno
Chiudo con un disco che una volta avrei definito un guilty pleasure, ma che oggi non ho problemi a mettere assieme agli altri. Colpa di mio cugino, di un anno più grande, che da ragazzino adorava il molleggiato e che, mio malgrado, qualcosa mi ha trasmesso. Questo album è un operazione particolarissima, quasi due EP sistemati uno per lato. Lato A per Azzurro e altre cinque tracce, tra le quali Canzone, che segna la fine del sodalizio con Don Backy e apre la stagione delle cause tra i due. Lato B per Una carezza in un pugno, oltre che Buonasera signorina e, diciamolo, la pessima Siamo la coppia più bella del mondo.
Sarà la nostalgia.

E tanti auguri a tutti.


i festeggiati

lunedì 3 settembre 2018

Devildriver, Outlaws 'til the end Vol I

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Devo essere onesto, nonostante calchino da oltre tre lustri i palcoscenici del metal e abbiano all'attivo già otto album, non conoscevo i californiani Devildriver. La curiosità di ascoltare l'ennesima band di groove metal mi è sorta solo ed esclusivamente per via di questo progetto: una raccolta di cover di pezzi country, genere outlaw (in realtà poi non è sempre così), eseguita in collaborazione con altri artisti di ambito metal (componenti dei Lambs of God, dei 36 Crazyfists e dei FEAR), ma soprattutto per l'annunciata ospitata con Hank 3, assente dal mercato discografico da oltre cinque anni, dai palchi da due e risucchiato in un limbo di crisi personale-artistica con pochi precedenti.

Ma bando alle ciance su H3 (se inizio non la finisco più), questo Outlaws 'til the end Vol 1 (non è dato sapere quando ci sarà un Vol 2) si apre proprio con l'epica ballata di Hank Country heroes, dal seminale album Straight to hell. La versione proposta mantiene inalterato nel suo prologo l'inconfondibile arpeggio western originale, per poi scatenarsi nel dovuto clangore metallico.
L'obiettivo dichiarato dei Devildriver non è solo quello di rendere omaggio agli artisti del sottogenere outlaw o di affermare il proprio amore per il country (passione condivisa con molti colleghi metallari), ma occuparsi anche di singoli pezzi sui fuorilegge, sebbene i loro autori non rientrino nel suddetto perimetro stilistico. 
E' così che accanto a riproposizioni riuscite di canzoni e artisti storicamente importanti nell'ambito outlaw, come Whiskey river di Willie Nelson, Ghost riders in the sky di Johnny Cash, If drinkin don't kill me di George Jones e A country boy can survive di Hank Williams jr, lo spettro viene allargato agli  Eagles (Outlaw man), Richard Thompson (Dad's gonna kill me), Dwight Yoakam (A thousend miles from nowhere), che in ambito country è notoriamente orientato al Bakersfield sound e a Buck Owens, e Steve Earle (Copperhead road). 
L'episodio peggiore è senza dubbio la cover di The ride, composizione d'importanza seminale di David Allen Coe, letteralmente seviziata dal rifacimento della band.

Ora, lasciando perdere l'idiosincrasia che ho sviluppato nel tempo per l'abuso da parte dei gruppi metal della batteria triggerata, che gradisco come una colonscopia, il disco di per sè è anche gradevole. Certo, lo dico da appassionato di contry e di outlaw, bisognerebbe capire quanto possa essere apprezzato dall'ascoltatore che ignori le canzoni originali qui celebrate.

giovedì 30 agosto 2018

MFT, luglio agosto 2018

ASCOLTI

Old Crow Medicine Show, Volunteers
Kore Rozzik, Vengeance overdrive
Johnny Bush, The absolute Johnny Bush
Cliff Westfall, Baby you win
DevilDriver, Outlaws 'til the end Vol 1
Lucero, Among the ghosts
NWA, Straight outta Compton
Bokassa, Divide and conquer
Manilla Road, Crystal logic
Willie Nile, Positively Bob
Dee Snider, For the love of metal
Clif Magnes, Lucky dog
Cody Jinks, Lifers
AA.VV. , Atomic Blonde soundtrack
Cowboy Junkies. All that reckoning
Jay Bragg, Honky tonk dream
Fantastic Negrito, Please don't be dead
The Night Flight Orchestra, Sometimes the world ain't enough
Ben Glover, Shorebound
Frankie Goes To Hollywood, Welcome to the pleasuredome
Trampled by turtles, Life is good on the open road


VISIONI

Batman V Superman
Sposami, stupido!
L'anno del dragone
Il camorrista
Figli - Hijos
Ladri di cadaveri - Burke & Hare
Hellboy II, The golden army
Blade Runner 2049
Atomica Bionda
The life of David Gale
The town
Gli sdraiati
Zodiac
Blood diamonds
Una notte da leoni 2
Candyman
Autopsy
Dead draw - Nessun vincitore
La terra dei morti viventi
La fine del mondo (E. Wright)
La talpa (T. Alfredson)
La cosa (J. Carpenter)
Warrior
Now you see me
Ogni cosa è segreta
Sully
8 miles
Straight outta compton
Anarchia - La notte del giudizio
La notte del giudizio - Election day
The departed
Come ti ammazzo il bodyguard
Soldi sporchi
Shutter Island
Uomini si nasce poliziotti si muore
Quella casa nel bosco
Deserto rosso
J. Edgar
Tutte le ore feriscono...l'ultima uccide
The fog (J. Carpenter)
Ant-Man and the Wasp
Bob il giocatore
The end? La fine fuori
Little Odessa
DellaMorte DellAmore
Mistero a Crooked house
Split

Sherlock, stagione 4
Oz, stagione 1

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LETTURE

Keith Richards, Life
Roberto Saviano, Zero zero zero

lunedì 27 agosto 2018

Ant-Man and the Wasp

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Dopo l'ottimo esito del primo film, era inevitabile, per le logiche commerciali dei Marvel Studios, la riproposizione del personaggio di Ant-Man, questa volta in coppia con Wasp (la cui alter ego Hope Van Dyne è interpretata da Evangeline Lilly). 
Questa volta l'improbabile gruppo di eroi formato da Scott Lang (Paul Rudd), agli arresti domiciliari per aver aiutato Captain America e la fazione perdente di super eroi in Civil War, da Hope/Wasp e dal padre Hank Pym si mettono in testa che la moglie di Hank, finita trentanni prima nel regno quantico subatomico (come spiegato nel capitolo precedente), sia ancora viva, e per questo, sebbene in clandestinità, preparano un complesso macchinario per l'operazione di salvataggio. Tentano di impedirgli l'impresa, e di impossessarsi della loro strumentazione, la misteriosa Ghost (Hannah John-Kamen), il malavitoso Sonny (Walton Goggins) e l'F.B.I. .

Non so bene cosa non mi sia piaciuto in particolare di questo film. Dopo aver apprezzato l'esordio di Ant Man sul grande schermo e aver letto buone recensioni del suo sequel sono andato al cinema a botta sicura. E invece, sai quando sei in sala e a un certo punto della proiezione ti sorprendi a guardarti in giro, a sbirciare l'ora e a trovare scomoda la comodissima poltrona di un multisala? Ecco è quello che è successo a me. Forse per le aspettative elevate, forse perchè la pellicola spinge troppo sul canone della commedia (non è da tutti trovare la giusta coerenza tra battute e contesto), forse per l'assenza di un vero e proprio villain o per la prevedibilità del plot, ma qualcosa a sto giro m'è parso non funzionare. E non solo per l'inguardabile toupet del mio idolo Walton Goggins...
Di buono ci sono sostanzialmente tutte le sequenze di inseguimento in auto, tra rimpicciolimenti di macchine e ingigantimenti di Ant-Man che usa un pick up come uno skateboard. 
Passerella d'onore per Michelle Pfeiffer e Laurence Fishburne. 
Nelle sequenze a metà e a fine titoli di coda, il collegamento all'epilogo di Infinite War.

E' tutto.

lunedì 20 agosto 2018

The end? L'inferno fuori

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Tra le ormai classiche uscite cinematografiche ferragostane, il titolo che attendevo con maggiore curiosità era questo The end? L'inferno fuori.
Lo attendevo con impazienza perchè, da appassionato del cinema di genere italiano del passato, saluto ogni titolo che rievoca quel periodo, uscendo dall'appiattimento delle produzioni nostrane, come se fosse dio risceso in terra.
Quindi, per una volta mi ha fatto piacere tutto l'hype che, soprattutto in rete, ha accompagnato la release nelle sale del film e soprattutto sono stato contento, nel mio piccolo, di contribuire, pagando un biglietto, agli sforzi di autori e produttori della pellicola.

La sinossi è presto fatta: Claudio Verona è un manager dispotico, egoista e arrogante di una grande multinazionale che ha sede a Roma. Una mattina resta bloccato nell'ascensore che lo porta al suo ufficio, dove ha in programma un importantissimo meeting di lavoro. Mentre aspetta che i tecnici risolvano il problema, attraverso alcune telefonate alla moglie e una serie di notizie lette sullo smartphone, si rende conto che qualcosa di grave sta succedendo in città. L'ascensore è sempre bloccato, i tecnici, coi i quali era in contatto telefonico, non gli rispondono più e perciò Claudio tenta di fare da solo, aprendo le porte dell'ascensore manualmente. L'operazione gli riesce solo parzialmente, ma lo spazio ricavato non è sufficiente per uscire dalla cabina. Attraverso quel pertugio ha però la visuale di un lungo corridoio di uffici, dove assisterà alla ragione della crisi in corso: per ragioni ignote le persone sono diventate zombie assetati di carne umana. Quella fessura dalla quale non può uscire, tenendolo in trappola, al tempo stesso impedisce agli infetti di entrare e divorarlo.

The end? L'inferno fuori, anche decontestualizzato dal panorama italiano di cui sopra, ma soprattutto contestualizzato allo stallo del nostro cinema, è un ottimo film. Va fatto un enorme plauso al coraggio dimostrato dai produttori (i Manetti Bros attraverso la nuova casa di produzione Mompracem oltre che a Rai Cinema) per aver creduto in questo progetto del regista Daniele Misischia, che ne ha anche curato la sceneggiatura assieme a Cristiano Ciccotti.
Il film, a mio avviso, recupera tutti gli elementi e i sottotesti dei migliori B movie horror, non solo italiani. L'azione si svolge per la maggior parte del tempo dentro i pochi metri quadrati di un ascensore con un solo protagonista, il convincente Alessandro Roja che è obbligato ad un gran lavoro recitativo a livello di linguaggio non verbale e di espressioni del viso e che interagisce solo occasionalmente con altri attori, tra i quali il poliziotto Stefano (Claudio Camilli), mentre di Carolina Crescentini, moglie del protagonista, sentiamo solo la voce che proviene dallo smartphone di Verona.
Il film poi scongiura alla grande il rischio di ripetitività della dinamica della storia, attraverso espedienti registici efficaci, come l'inquadratura dall'interno della tromba dell'ascensore, di esterni della città e di squarci di quanto accade nel corridoio.  Molto suggestivo e, sì, romeriano (lasciatemelo dire, non l'avevo ancora fatto...) il finale, sebbene mi sarei aspettato una conclusione più cattiva (ma si sarebbe rischiato il plagio con l'epilogo de La notte dei morti viventi).

Film bello e importante, da vedere e supportare concretamente per dare un segnale di interesse verso un cinema italiano fuori dagli schemi. 
Ho la sensazione che The end? L'inferno fuori sarà molto rivalutato col tempo, magari anche da parte di quanti oggi lo recensiscono con sufficienza.

lunedì 13 agosto 2018

Willie Nile, Positively Bob (2017)

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Quando si pensa ai grandi loser del rock, gente di talento che non è mai riuscita a raggiungere il successo commerciale che avrebbe meritato, due sono in particolare i nomi che mi sovvengono immediatamente: Elliott Murphy e Willie Nile. 
Quest'ultimo artista nasce a Buffalo nel 1948, ma riesce a debuttare solo nel 1981, con l'album omonimo che contiene la sua canzone simbolo, Vagabond moon. Un altro disco l'anno successivo e poi una lunga iato di dieci anni causata da problemi contrattuali. Poi ancora un lungo periodo di assenza dalle scene e, finalmente, dal 1999 una vera e propria rinascita artistica, che lo porterà ad incidere una decina di dischi in vent'anni.
L'ultimo lavoro è Children of paradise, uscito qualche settimana fa, ma è sul disco dell'anno scorso che si concentra questa recensione.
Come è evidente dal titolo (Positively Bob) Nile ha deciso di cimentarsi con la più semplice e la più insidiosa delle imprese: realizzare un disco di tributo a Bob Dylan. 
Nonostante ciò Willie riesce bene nell'intendimento, mettendo molto di suo dentro le composizioni scelte, e, soprattutto, alternando canzoni mitologiche (Blowin in the wind, che non arriva ad intaccare la epocale versione che ne diede Neil Young sull'imperdibile live Weld, e The times they are a-changin) a piccole perle per intenditori (Every grain of sand e Abandoned love, entrambe outtakes recuperate da dio Bob su Biograph). 
Dieci tracce in totale il cui impatto all'inizio è molto quadrato e roccherroll, del tipo onetwothreefour! ma dalle quali poi emerge il delicato soul di Rainy day women #12 & 35, la ballata in crescendo I want you e la toccante interpretazione di Love minus zero/No limit.

Un disco diretto e senza fronzoli, ma sempre col cuore in mano.



giovedì 9 agosto 2018

Anarchia - La notte del giudizio (2014)

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Sequel dell'ottimo La notte del giudizio, Anarchia sposta la visuale dello spettatore dal microcosmo della casa borghese della famiglia Sandin alle strade di questa generica città americana, nella fascia oraria in cui, il 21 marzo di ogni anno, si svolge l'annuale massacro legalizzato. La violenza diffusa, che nel primo capitolo era limitata allo sfondo della narrazione, qui si prende perciò tutta la scena.
Ovvio che con queste premesse cambino totalmente anche i protagonisti della storia, a differenza del primo film abbiamo infatti tre storylines che si intrecciano: Carmen (Eva Sanchez) con la figlia e un anziano padre malato; Leo (Frank Grillo) un solitario con una missione, e la coppia, in procinto di divorziare, Liz e Shane. Per ragioni diverse tutti questi characters resteranno per strada alla potenziale mercè dei tanti svitati assetati di sangue e dovranno allearsi per cercare di arrivare vivi alle sette del mattino successivo. Intanto qualcuno si sta organizzando, anche militarmente, per opporsi a questo abominio di Stato. 

Date le premesse del primo episodio mi sento di dire che finalmente il regista, autore e sceneggiatore James Del Monaco preme l'acceleratore sul significato politico della narrazione, puntando il dito non solo sul governo (una congrega di esaltati chiamati Nuovi Padri Fondatori), ma anche sui media, che sostengono questo Sfogo annuale sciorinando cifre e dati su come l'iniziativa produca benefici all'America. Nella realtà La Purga, visto che si abbatte esclusivamente sugli strati sociali più deboli che non hanno i mezzi per opporsi alle violenze, serve esclusivamente allo Stato per contenere i costi del welfare ed eliminare le sacche improduttive della società. Del Monaco lo lascia intendere e lo fa dire in maniera esplicita, nel finale, ad un villain generale d'esercito, che si lamenta di come la popolazione non uccida abbastanza e di come, quindi, l'esercito debba incrementare i numeri. 
C'è tutta l'arte cinematografica e la denuncia politico sociale di Carpenter (pensiamo ad Essi vivono, più efficace di mille simposi sulla società consumistica), dentro queste pellicole, ma a mio avviso non mancano rimandi anche ai Guerrieri della notte di Walter Hill, nella fuga disperata del gruppo di protagonisti che hanno nemici ovunque.
Come nel primo capitolo della trilogia (recentemente arricchita da un prequel, uscito al cinema, e da una serie tv che partirà a settembre) ci sono diverse morali che vengono offerte allo spettatore. Una di queste è che le persone che verranno risparmiate dalla furia omicida saranno salvifiche per le vite altrui.

Insomma, un'opera di intrattenimento ben fatta, che si apre a diverse chiavi di lettura nemmeno tanto nascoste, a patto di non essere ottusi trumpiani o leghisti.

lunedì 6 agosto 2018

La fine del mondo (2013)

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Se Kiewsloski aveva la sua trilogia Tre colori, Edgar wright non poteva essergli da meno e con La fine del mondo (The world's end) chiude la sua "trilogia del cornetto". Le pellicole di questa saga sono infatti totalmente indipendenti una dall'altra, ma condividono, ad un certo punto della storia, l'apparizione di un cornetto (sì, proprio il gelato dell'Algida) contraddistinto dall'incartamento di colore diverso (rosso per L'alba dei morti dementi, blu per Hot fuzz e giallo marrone per questo film).

Curiosità a parte, La fine del mondo è un altro centro pieno da parte di Wright. Analogamente a quanto accade per Hot fuzz, la trama iniziale è una sorta di MacGuffin rispetto alla vera direzione del plot. 
Gary King (Simon Pegg), un quarantenne senza arte ne parte, decide di radunare la sua vecchia compagnia per cercare di compiere un'impresa solo sfiorata venticinque anni prima, al termine delle high school: completare il "miglio dorato", un percorso di dodici pub nella cittadina d'origine di Newton Haven (The first post; The old familiar; The famous cock; The cross hands; The good companion; The trusty servant; The two-headed dog; The mermaid; The beehive; The king's head; The hole in the wall e, appunto, The world's end) dentro al quale bere almeno una pinta di birra a pub.
Convinti i riluttanti amici ad unirsi a lui in questa impresa etilica e giunti a Newton Haven, i cinque si troveranno ad affrontare una situazione completamente imprevedibile.

E' impossibile che Wright faccia un film banale o prevedibile. Anche questo The world's end, che comincia come una variazione alcolica del filone delle rimpatriate, portate sullo schermo dai tempi del Grande freddo in avanti, ha un ritmo scatenato, sia nella sua parte più comica, che in quella successiva, che non svelo per preservarvi il gusto della sorpresa nella visione. Come in Hot fuzz, anche qui le citazioni sono innumerevoli, ed è un divertimento aggiunto scovarle, il cast degli attori affiatatissimo, a partire dalla coppia Simon Pegg (che è anche co-autore e co-sceneggiatore del film) Nick Frost, che a livello di intesa viaggia ormai col pilota automatico, per passare a Martin Freeman, magari meno incisivo di altre sue prove, ma ben in parte. 
Insomma anche La fine del mondo, che ho già visto due volte in pochi giorni (uno da solo e uno con la famiglia) senza che abbia perso un grammo del suo valore, non tradisce quelle che ormai sono le aspettative per i lavori di Wright: divertimento, dialoghi irresistibili, situazioni folli e perchè no, quel pò di introspezione ben calibrata.

Alla prossima, che sarà la recensione di Shaun of the dead, già comprato in blu-ray.

giovedì 2 agosto 2018

Nine Inch Nails, Bad witch

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E' un pezzo che i Nine Inch Nails hanno smesso di essere determinanti per la scena musicale che conta. Ma Trent Reznor, che non è mai stato l'artista più prolifico del mondo, basti pensare che nel periodo di massima esposizione della sua creatura, dal 1989 alla fine dei novanta, ha pubblicato solo tre album distanziandoli esattamente cinque anni uno dall'altro, non è certo il tipo che si strugge per la perdita di posizioni cercando disperatamente di rimediare ricalcando il vecchio, confortevole sound. Tutt'altro. Reznor è uno sperimentatore a ciclo continuo, al punto che il suo storico sound, legato all'industrial metal, è diventato ormai solo una suggestione.
Paradossalmente, questo periodo di scarsa esposizione mediatica ha anche rappresentato per i NIN uno dei momenti discografici più prolifici. Infatti, dopo Hesition marks del 2013, la band ha rilasciato tre EP (Remix 2014; Not the actual events del 2016 e Add violence del 2017) e, storia recente, un nuovo full lenght (in realtà il disco non è molto più lungo degli EP che l'hanno preceduto ma nella discografia ufficiale è annoverato tra gli album): questo Bad witch.

Il nono lavoro in trent'anni di musica dei NIN è un raccoglitore delle più disparate ispirazioni e influenze di Reznor. Dagli echi industrial metal delle prime due tracce Shit mirror e Ahead of ourselves, all'elettronica con improvvisazioni avant-garde jazz di Play the goddamend part, all'ambient radicale di I'm not from this world,  fino ai picchi qualitativi del disco, rappresentati da un allucinato tributo ai Depeche Mode (God break down the door) e un rispettoso rimando al David Bowie più elettronico (Over and out).
Insomma, con Bad witch Trent Reznor  (classe 1965) dà libero sfogo a tutte le sue mille contaminazioni, riuscendo comunque sempre a mantenere un'omogeneità di fondo e un forte focus, per un risultato finale che attualizza in maniera convincente la storia dei Nine Inch Nails.

lunedì 30 luglio 2018

La talpa (2011)

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Nell'ampio filone dei film di spionaggio, questo La talpa, del 2011, rischia di essere una delle pellicole più valide dell'ultimo quarto di secolo. Tratto da un romanzo di John Le Carrè (ma esiste qualche film di codesto genere non tratto da un'opera di Le Carrè?) e in precedenza (1979) passato per il piccolo schermo attraverso una serie tv, La talpa (Tinker Tailor Soldier Boy il titolo originale, perfetto, una volta capita la ragione) , inquadra un periodo storico, il 1973, nel quale i Servizi Segreti inglesi sono in grosse difficoltà rispetto all'opera di raccolta di informazioni con l'URSS ma anche nel rapporto di competitiva amicizia con gli States.
E' per questo che viene pensionata la vecchia gestione della sezione del "Circus" (così venivano chiamati in codice i Servizi), rappresentata dal capo chiamato Control (John Hurt) e dal suo braccio destro Smiley (Gary Oldman) in favore di un nuovo gruppo di comando capeggiato da Alleline (Toby Jones). Prima di ritirarsi, Control invia l'esperto agente segreto Jim Prideaux (Mark Strong) in Ungheria, per prendere contatti con un alto militare che vorrebbe passare agli inglesi e che scambierebbe l'ospitalità con informazioni su una presunta talpa in seno al Circus. La missione di Prideaux fallisce, l'agente segreto viene colpito e, anche a seguito della morte di Control, Smiley viene richiamato in servizio per capire chi abbia tradito.

La talpa è senza dubbio un film d'altri tempi. Meravigliosamente lento, lentissimo, realistico fino al cuore della sua essenza. Con twist che arrivano senza fragore, ma quasi fossero inevitabili. Il cast è qualcosa di superlativo: Gray Oldman, da sempre uno dei miei attori preferiti, poi Mark Strong, Tom Hardy (il mio preferito tra le nuove generazioni), Colin Firth, Benedict Cumberbatch, Toby Jones, John Hurt e lo stesso Le Carrè in un piccolo cameo. La regia, la fotografia, la messa in scena grondano suggestione e fascino. La sequenza iniziale, con l'incontro di Prideaux nel bar di Budapest , richiama il tocco di De Palma, che a sua volta si ispirava a Hitchcock. 
Probabilmente per cogliere appieno tutti i dettagli e i meccanismi narrativi del film sarebbe necessaria una seconda e forse anche una terza visione, ma già dal primo contatto, La talpa lascia una traccia indelebile nello spettatore.


giovedì 26 luglio 2018

Bokassa, Divide & conquer (2017)

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Non si è ancora stancato Lars Ulrich di accendere riflettori su band metal poco note ai più. Dopo aver allungato a dismisura la carriera di gruppi del passato come Diamond Head, Budgie, Sweet Savage e Bow Wow, ora il batterista dei Metallica ha messo un razzo nel culo e spedito nella stratosfera quattro debosciati ragazzi norvegesi che hanno scelto di chiamarsi Bokassa (non so se in riferimento al dittatore africano). 
Poco da fare, è bastata una dichiarazione del drummer più famoso del mondo per mettere sulla mappa che conta questo combo, che fino al 2017 aveva all'attivo solo una serie di EP.
Un bravo a Ulrich dunque, perchè la band, che si autodefinisce stoner-punk (qui un'esplicativa intervista in italiano, metallized.it) è tutt'altro che banale.
Divide & conquer ha infatti grande personalità, la giusta attitudine e soprattutto sfoggia influenze molto più varie della classificazione che i Bokassa hanno dato alla loro musica. Si parte infatti con un bel pezzo doom (Impending doom, manco a dirlo) e si chiude con una traccia con più di un riferimento ai midtempos dei Metallica (Immortal space pirate). Nel mezzo tanta attitudine punk hardcore in salsa metal e, nella "serietà" della proposta, una divertente propensione ai titoli parodistici (Walker Texas danger; Crocsodile Dundee; Genocidal tendencies). 

Occhio a questi ragazzi.

lunedì 23 luglio 2018

260 mila chilometri dopo



Dopo undici anni e duecentosessantamila chilometri, sebbene a malincuore, sono stato costretto a pensionare la nostra gloriosa station wagon. L'avevo comprata al tramonto dei trenta, la vendo all'alba dei cinquanta. 
Visto tutto il tempo che passo in auto e i chilometri macinati, la nostra Megane non si è mai limitata ad essere esclusivamente un mezzo per spostarsi dal punto A al punto B, ma sovente ha ricoperto il ruolo da secondo ufficio, bar e ristorante oltre naturalmente ad accompagnare i viaggi di famiglia e le trasferte (sempre meno, per la verità) per i concerti. E a proposito di musica, sulla nuova auto appena acquistata ho scoperto che non usa più installare il lettore cd, ma solo una porta usb per chiavetta/smartphone. E così si interrompe anche la consuetudine che prevedeva la mia macchina essere sempre stracolma di cassette (prima) e compact disc (poi). 
Finisce un'epoca.

giovedì 19 luglio 2018

Atomica bionda (2017)

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Berlino, estate 1989. Soffia il vento del cambiamento e i servizi segreti di mezzo mondo si mobilitano per guadagnare una posizione di vantaggio dall'approssimarsi del nuovo scenario geopolitico. Gran Bretagna, Unione Sovietica, ciò che resta della Germania Est e, naturalmente USA, tra giochi e doppio giochi tipici di queste situazioni, cercano di prevalere gli uni sugli altri.
Lorraine Broughton (Charlize Theron) è una delle migliori spie dei servizi segreti inglesi (MI6), ragion per cui viene inviata a Berlino per recuperare un disertore della Stasi in possesso di una lista di nomi di agenti in incognito presenti sul territorio. La copertura di Lorraine salta appena la donna mette piede fuori dall'aeroporto, e da questo momento in poi la deflagrazione diventerà inarrestabile, sullo sfondo di una Berlino est/ovest, ben fotografata in un momento epocale ed irripetibile.

Sapete perchè Atomica bionda (tratto dalla graphic novel The coldest city) è un action/spy ben riuscito?
1: per la prestazione degli attori, tutti credibili e perfettamente calati nella parte (Charlize Theron magistrale, James McAvoy subdolamente affascinate, John Goodman, per il poco tempo in cui appare, sempre magnetico)
2: per i combattimenti corpo a corpo resi in maniera incredibilmente realistica. A questo punto bisogna puntare un riflettore sul regista David Leitch, dietro la mdp già per John Wick (e che ha rinunciato a quel sequel per concentrarsi su questo progetto). Probabilmente la sua precedente attività di stunt man gli ha conferito una dote particolare nel girare sequenze di lotta, tuttavia Leitch non si limita ad avere una buona mano nelle riprese ipertrofiche, basta guardarsi la trovata scenica del corteo dove, per nascondere due fuggitivi, tutti aprono degli ombrelli neri, per rendersi conto che sotto i muscoli potrebbe celarsi del talento.
3: il plot, tutt'altro che innovativo, ma la buona vecchia ricetta del doppio, triplo gioco ben miscelata
4: la colonna sonora rigorosamente eighties che coniuga grandi hits (Father figure di George Michael, London Calling dei Clash, la cover in inglese di Der Kommissar degli After the fire, 99 Luftballons di Nena) con elementi non banali di new wave inglese (A Flock of Seagulls, Siouxsie and the Banshees, il Bowie meno noto di Cat people) e un bel pezzo industrial metal (Stigmate) frutto della collaborazione tra Marilyn Manson e Tyler Bates.

Un film da vedere e un regista da tenere d'occhio, per ogni appassionate del genere.

lunedì 16 luglio 2018

The Night Flight Orchestra, Amber galactic (2017)

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Superband formata da artisti svedesi provenienti da Soilwork, Mean Streak e ancora da Arch Enemy, Spiritual Beggars, King Diamond, i The Night Flight Orchestra esordiscono nel 2012 con Internal Affair, al quale vengono dati tre seguiti, l'ultimo dei quali, Sometimes the world ain't enough è stato rilasciato nelle scorse settimane.
Voglio però concentrarmi sulla penultima uscita del combo, questo Amber Galactic che me li ha fatti conoscere l'anno scorso.
Nell'ormai sterminato campo della retromania, nel quale ognuno trova uno spazio libero da occupare, i TNFO scelgono un ambito effettivamente poco o nulla ricalcato. Con Amber Galactic infatti, il frontman Bijorn Strid e soci traggono ispirazione da un certo pop metal di natura raffinata ed estremamente radiofonico (se fossimo stati negli anni ottanta...) che, per fare un esempio, non è difficile ricondurre allo scarsamente celebrato periodo Dynasty dei KISS, quando si ascolta un gran pezzo pop metal come l'opener Midnight flyer o addirittura ai Toto della seconda parte degli ottanta per una traccia come Domino.
Refrain incisivi, tastiere, sintetizzatori, grande attenzione al lato catchy della composizione, armonie vocali sempre molto incisive, senza dimenticare la lezione elettrica dell'hard rock dei seventies (il prog rock di Saturn in velvet, Space whisperer), il tutto in salsa "space": i brani sono infatti intervallati da una voce femminile che parla in lingua russa (credo),a ricreare un'atmosfera da viaggi spaziali.
Insomma una band che ha scelto una formula derivativa, ma a suo modo personale, e che la esprime in maniera credibile e convincente. 
Per tutti i nostalgici del rock più melodico targato anni ottanta.


giovedì 12 luglio 2018

Five Finger Death Punch, And justice for none

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I Five Finger Death Punch, dopo aver festeggiato i primi dieci anni di attività con il canonico greatest hits (A decade of destruction, del 2017) tornano a pubblicare un album di inediti a tre anni dall'ultimo lavoro. Se per la raccolta il gruppo di Las Vegas aveva parafrasato i Motley Crue e il loro Decade of deacadence, stavolta scherzano coi santi, tirando in ballo i Metallica di And justice for all per il nuovo lavoro And justice for none.

Va chiarito subito che a livello stilistico o qualitativo non c'è nessun rapporto con quel lavoro dei four horsemen. I 5FDP hanno ormai trovato la loro confortante cifra stilistica in questo groove metal estremamente commerciale, buono per far passare una serata di baldoria a qualche ragazzo di buona famiglia americana, che pensa di fare il figo con roba trasgressiva, cattiva e pericolosa.
Peccato che nessuno di questi aggettivi si adatti a descrivere And justice for none
Parliamo di un album che sarebbe potuto uscire in qualunque momento storico adattandosi a qualunque sottogenere metal, data la sua calcolata prevedibilità: due-tre brani aggressivi, un lento e via così fino alla fine. 
Non bastano sequele infinite di fuck e motherfucker per guadagnarsi la giusta attitudine. C'è più aggressività nella peggiore canzone dei Pantera che nella traccia più riuscita (?) di questo disco.
Disco che peraltro, nella sua edizione deluxe recupera l'unico inedito del precedente best of, alla prima posizione della tracklist (il brano è Trouble), così, per rispetto a quegli sprovveduti che avevano comprato entrambi i CD. 
E che, a questo punto, un pò se la sono anche cercata.

E dire che ai tempi di American capitalist qualcosa mi avevano anche smosso.

lunedì 9 luglio 2018

Baby Driver (2017)

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Procede il mio recupero "random" dell'opera di Edgar Wright. Dopo Hot fuzz, sono riuscito a vedere il folle Scott Pilgrim vs the world (magari ne parlerò) e Baby Driver, oggetto di questa recensione.
L'ultimo film del regista inglese, pur essendo probabilmente il più americano a livello di messa in scena e per sfarzo del cast, conserva l'ormai inconfondibile tocco di Wright, basti pensare che lo spunto per la storia arriva da un video musicale per il brano Blue song dei Mint Royale, girato dallo stesso Edgar.

Miles (Ansel Elgort), detto Baby, nonostante la giovane età è l'autista da rapina più richiesto nel giro. Attraverso il mediatore Doc (Kevin Spacey) le varie bande di criminali si affidano a lui per scappare in sicurezza dopo i colpi. La particolarità di Baby è che, a causa di un trauma che verrà spiegato nel corso del film, il ragazzo indossa sempre degli auricolari attraverso i quali ascolta perennemente musica di qualunque genere. Elemento questo che inizialmente disorienta i banditi che si affidano a lui, ma che poi viene accettato alla luce delle qualità di pilota di Miles. Questo fino a quando al noto rapinatore Buddy (Josh Hamm) e alla sua bella viene affiancato lo psicopatico Leon (Jamie Foxx). Da qui in avanti le cose precipiteranno, fino al cataclismatico finale.

Nella sua prima parte Baby Driver è un autentica festa per gli occhi ma, lasciatemelo dire, soprattutto per le orecchie. La musica infatti è l'autentica protagonista dello svolgimento del plot, in totale connubio con le azioni del protagonista, che sincronizza tutto con le sue particolarissime playlist, al punto di ritardare di qualche secondo l'inizio di una rapina per andare perfettamente a tempo con la composizione che sta ascoltando. Il repertorio scelto dagli autori è di quanto più vasto possa essere, visto che passa agevolmente dal soul all'indie rock, al blues, all'elettronica al classic errebì al rock and roll (ci si può fare un'idea qui).
E' questa, assieme al pazzesco sincrono delle scene d'azione, l'arma vincente di Baby Driver. Un film con qualche punto di debolezza (la parte centrale un pò fiacca) ma che indubbiamente emerge nel fitto panorama di action o heist movie prodotti annualmente negli states e che spesso faticano persino ad arrivare nelle sale.
Bene ha fatto allora Wright ad abbondare il progetto del film su Ant-Man, a cui stava dietro dalla metà degli anni zero, e a concentrarsi su questo progetto a suo modo unico e particolarissimo.

giovedì 5 luglio 2018

R.I.P Il Mucchio selvaggio

Vi ho risparmiato una lunga e melensa tirata sul mio rapporto con la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Di quanto questo giornale sia stato importante per la mia formazione musicale, del legame affettivo con i suoi giornalisti storici, di come il trimestrale Extra, con la sua rubrica i migliori dischi del decennio, abbia contribuito a dare dignità alla mia discografia e di come la notizia, ormai metabolizzata da qualche giorno, della sua chiusura, mi avesse colpito. 
In realtà, dopo un intenso coinvolgimento idealistico che mi aveva spinto ad aderire alla campagna di abbonamenti del 2012 (ci ho anche scritto un post), per impedire che la rivista chiudesse, l'uscita dei miei riferimenti critici (Guglielmi e Cilìa su tutti) e il cambio di direzione editoriale, che ha svoltato verso lidi che non mi appartengono, per me il Mucchio era morto e sepolto da un pezzo.
E' un pò quello che succede quando un personaggio pubblico sparisce dalle scene e tutti si convincono sia passato a miglior vita (un pò come Martin Landau/Bela Lugosi nel film di Tim Burton Ed Wood): quando muore per davvero nessuno quasi ci fa caso. 
E' triste, ma non possiamo farci nulla.

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lunedì 2 luglio 2018

MFT, maggio - giugno 2018

ASCOLTI

The Record Company, All of this life
Jizzy Pearl, All you need is soul
Nine Inch Nails, Bad witch
Erick Strickland, Black and white and blue
David Bowie, Diamond dogs
David Bowie, Young americans
Primordial, Exile amongst the ruins
Judas Priest, Firepower
The Matrix soundtrack
Matrix reload soundtrack
Keith Richards, Talk is cheap
The Rolling Stones, On air
Parker Millsap, Other arrangements
Graveyard, Peace
John Mellencamp, Plain spoken - From the Chicago theatre
Ghost, Prequelle
Brian Fallon, Sleepwalkers
ASG, Survive sunrise
Old Crow Medicine Show, Volunteer
The Glorious Sons, Young beauties and fools
Gaelic Storm, Special reserve
Gaelic Storm, Full irish
Five Finger Death Punch, And justice for none
The Night Flight Orchestra, Sometimes the world ain't enough
Tommy James and the Shondells, The very best


VISIONI

Avengers Infinty War
Criminal (2016)
Rapina a mano armata (S. Kubrick)
Loro 1
Loro 2
John Wick 2
Sherlock Holmes, L'abominevole sposa
Baby driver
Predator
La vendetta di un uomo tranquillo
Prisoners
Strade violente
Sono tornato
Bobby Z  - Il signore della droga
Matrix Trilogia
Grosso guaio a Chinatown
Prometheus
La truffa dei Logan
Cloud Atlas
Alien Covenant
Il pianeta delle scimmie (2001)
L'alba del pianeta delle scimmie
Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie
The war - Il pianeta delle scimmie
Tutta colpa di Freud
A muso duro (Mr Majestyk)
Brubaker
Scott Pilgrim vs the world


LETTURE

Keith Richards, Life


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giovedì 28 giugno 2018

Planet of apes, la trilogia prequel

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Dopo la trilogia di Matrix, torno a parlare di una saga, stavolta molto recente, che mi ha inaspettatamente appassionato. Si tratta di Planet of apes, imperniata sulla genesi della storia conosciuta al grande pubblico grazie all'originale Pianeta delle scimmie, film del 1968 (tratto dal romanzo del 1963 di Pierre Boulle), pellicola epocale zeppa di sottotesti, contraddistinta da uno dei finali più iconografici del cinema. Già all'epoca la storia si sviluppò su ben cinque film (l'ultimo dei quali del 1973), oltre ad una serie tv e un'altra animata. 
Nel 2001 Tim Burton ne gira un rifacimento a mio avviso senza infamia ne lode, ma è con l'intuizione del 2011 di raccontare gli eventi che porteranno al dominio delle scimmie che le cose si fanno veramente interessanti.
Già, perchè è difficile oggigiorno assistere a delle produzioni mirate a fare il botto al box office che riescano tuttavia a conciliare in maniera così convincente qualità, effetti speciali e solida sceneggiatura. 
La storia dello scimpanzè Cesare ("interpretato" in un incredibile motion capture da Andy serkis, prima scelta per questo particolare tipo di recitazione, dopo la prova offerta per il Gollum del Signore degli anelli), che viene risparmiato per pietà dallo scienziato Will Rodman (James Franco) dalla decisione della multinazionale per cui lavora di abbattere tutte le scimmie cavia dopo il fallimento di un esperimento, narrata dai primi vagiti all'epilogo di The war, ha il respiro della grande saga e, a mio avviso, tutte le caratteristiche per diventare un classico che resisterà nel tempo.

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Il lavoro fatto per rendere realistiche le scimmie è qualcosa di così verosimile da risultare stupefacente. L'espressività dei primati, colta nei numerosi primi piani, è da far scappare a gambe levate un esercito di attori cani che affollano le sale d'attesa dei produttori hollywodiani. La storia, come dicevo, è tesa, coerente e verosimile. Le scimmie sono le protagoniste assolute, non è un caso che per ognuno dei tre episodi venga cambiato il cast di attori umani (James Franco nel primo; Jason Clarke con Gary Oldman nel secondo; un cattivissimo Woody Harrelson che si ispira al colonnello Kurtz/Marlon Brando in Apocalypse now nel terzo), mentre si ripropongano, com'è giusto che sia, i veri eroi della trilogia: Cesare e il suo branco.
L'opera ha ovviamente numerose chiavi di lettura: genocidi storici, ingiustizie sociali e significati morali, ma l'aspetto positivo è che riesce a farli cogliere senza risultare mai pretenziosa o paternalistica. 
Le abbondanti sei ore della saga avvincono innanzitutto per la costruzione della narrazione, per la messa in scena, le sequenze di azione e i momenti di introspezione. Il resto viene da sè.

A livello di blockbusters, una trilogia letteralmente imperdibile.

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lunedì 25 giugno 2018

Brian Fallon, Sleepwalkers

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Messi a riposo i Gaslight Anthem , ecco tornare con la seconda prova solista colui che dei GA è il leader: Brian Fallon. 
Il trentottenne di Red Bank (NJ), dopo aver guidato la precedente band ad un esordio (2007) contraddistinto da un'interessante contaminazione tra certa new wave inglese e il blue collar rock americano, ha via via spostato il baricentro dei Gaslight Anthem verso un rock più muscoloso, senza però mai abbandonare una forte vena poetica e una capacità melodica tutt'altro che banale.
Successivamente, nel suo esordio da solista, aveva smussato alcune asperità del suono dei GA, mantenendo comunque un legame molto forte con quell'esperienza, per un risultato più che onorevole.

Tre anni dopo Brian torna con un'altra raccolta di canzoni nelle quali, già dai primi secondi dell'opener If your prayers don't go to heaven, risulta riconoscibilissima la sua personalissima impronta.
Già, perchè Brian Fallon è probabilmente l'ultimo cantore di quel romanticismo da strada che tanto aveva impregnato i primi tre dischi di Springsteen (nel disco i riferimenti al Boss sono naturalmente presenti, ma più concettualmente che stilisticamente). Le sue composizioni sono prevalentemente midtempos, nelle quali schiocchi della dita o mani battute sono la soluzione più spontanea per accompagnarne l'ascolto, e nelle quali i riferimenti a relazioni tormentate, malesseri generazionali, uniti ai costanti, più o meno espliciti, riferimenti alle radici musicali dell'autore (Etta James, titolo della traccia numero quattro, ma anche gli Stones e Elvis Costello) rappresentano una costante. 
Il disco è così, avvolto in una elegante omogeneità che ad un ascoltatore distratto potrebbe suonare come sinonimo di ripetitività e che invece, se lasciata sedimentare, schiude delle piccole perle, con notevoli picchi emotivi quando, nel caso della title track, alla strumentazione tradizionale si aggiunge un'elegante sezione fiati.

Insomma, Sleepwalkers non sarà certo disco dell'anno ma di certo torna a consegnarci un autore che difende con passione il fortino del rock poetico.



giovedì 21 giugno 2018

Judas Priest, Firepower

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Basterebbe confrontare qualche pezzo a caso dagli ultimi tre dischi dei Judas (Angel of retribution; Nostradamus e Reedeemer of souls) con Firepower, per rendersi immediatamente conto della differenza stilistica tra quei lavori e questo. Laddove c'era un suono cupo, oscuro, pessimista, a tratti magmatico, qui ritroviamo, dietro una copertina passatista, il marchio di fabbrica sonoro che ci ha fatto conoscere e amare la band. 
Con Firepower si torna al classicissimo sound chitarristico a due asce, ad un Rob Halford magari meno performante ma sempre convincente, ai refrain che tagliano come lame, ad un brand insomma che risorge quando sembrava ormai irrimediabilmente confinato ai lavori di repertorio.
Difficile scovare oggi un disco che contenga così tanti brani illuminati uno impilato sull'altro, ad ascoltare la title track, Lightning strike, Evil never dies, Never the heroes, Necromancer, Children of the sun e No surrender sembra quasi di trovarsi al cospetto di un greatest hits, tanta è l'eccellenza dei pezzi. 
Ma anche quando si esce dalla comfort zone del combo, con un pezzo più "moderno", oserei dire con sfumature stoner, quale è Lone wolf, i risultati sono comunque apprezzabili.

L'operazione dei Priests di certo ha poco di spontaneo e tanto mestiere, tuttavia non è così semplice decidere a tavolino di tornare ad un sound che incontri il favore dei fan storici e poi mettere in pratica i propri intendimenti riuscendo a sfornare composizioni all'altezza.
Qui il nucleo storico della band, Rob Halford e Ian Hill (voce e basso), classe 1951 oltre a Glen Tipton, classe 1947 (che ha partecipato ai lavori di realizzazione del disco, dovendo però in seguito rinunciare a seguire la band in tour, a causa di un peggioramento del morbo di Parkinson, che lo affligge da tempo), centrano invece in pieno l'obiettivo, a pochi mesi dal cinquantesimo anniversario dalla formazione del gruppo (1969, anche se l'esordio discografico è di cinque anni dopo), con un lavoro che nelle sue quattordici tracce, per un'ora di durata, non annoia mai.

Impossibile chiedere di più, oggi, a questa band. 
Anzi, per dirla tutta il fatto di avere per le mani un lavoro come Firepower è un regalo completamente inaspettato per la categoria dei fan attempati dell'heavy metal alla quale indubbiamente appartengo.

lunedì 18 giugno 2018

La trilogia di Matrix

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Il primo film di Matrix, nel 1999, pur facendo leva su molti elementi di cyberpunk e fantascienza distopica già esplorati da altri, ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nella storia del cinema di genere, creando un linguaggio e delle modalità di ripresa che hanno fatto letteralmente epoca. I suoi due seguiti, girati assieme nel 2004, ma proposti a distanza di qualche mese nelle sale, mi avevano lasciato invece una gran confusione e la sensazione di un pasticcio imbastito solo ed esclusivamente per ragioni commerciali.
E' anche per questa ragione che, approfittando della messa in onda della saga completa su Sky, ho voluto rivederli a breve sequenza uno dall'altro (diciamo che nel giro di una settimana, magari anche spezzettandoli, me li sono fatti tutti), in modo da ricavarne un giudizio più lucido.
Credo di aver fatto bene. Innanzitutto perchè mi sono reso conto che ricordavo ben poco di molte sequenze e quasi nulla del filo narrativo, e poi perchè la saga, vista in maniera organica, acquista notevole coerenza e dignità.
I fratelli Wachowski (nel frattempo diventate sorelle) che, al netto delle accuse di scopiazzature e plagio, hanno ideato, scritto e diretto l'intero progetto, hanno dimostrato di avere le idee chiare portando in scena, assieme ad un'azione innovativa ed adrenalinica (in Matrix Reload la lunga scena di inseguimento in autostrada resta ancora oggi qualcosa di inarrivabile) e tecniche all'avanguardia (i mitologici rallenty chiamati bullet time), tutto un universo composto da filosofie orientali, tute fetish, personaggi enigmatici, characters lascivi (posso dire? Una Bellucci insostenibilmente figa), karma e, soprattutto una coppia di protagonisti principali, Neo (Keanu Reeves) e il suo magnifico doppleganger l'Agente Smith (Hugo Weaving), impossibili da dimenticare.

Insomma, a differenza di altri titoli che hanno sofferto l'invecchiamento, alla trilogia di Matrix il passare del tempo gli fa una pippa.

giovedì 14 giugno 2018

Seek and destroy, Giorgio Costa



Complice un'attesa forzata di diverse ore alla stazione Termini di Roma e un periodo di ennesimo, intenso (ri)ascolto dei primi album dei Metallica, ho acquistato questo volume biografico di Giorgio Costa sulla"epopea" dei Metallica.
Confesso di aver scelto il libro anche per il sigillo di garanzia rappresentato dalla prefazione di Federico Guglielmi, il mio giornalista musicale preferito, nonostante sapessi bene che i Metallica non siano esattamente la sua tazza di tè (elemento questo molto coerentemente ammesso dallo stesso Guglielmi nella presentazione).
Seek and destroy è un volume che scorre via bene, le analisi, gli approfondimenti e le introspezioni di Costa permettono l'emersione di chiavi di lettura anche inedite ed originali (aspetto non banale, parlando di un gruppo la cui opera è stata sviscerata in ogni sua parte) della vita e dei lavori dei four horsemen.
La nota critica all'operazione è a mio avviso connessa all'orizzonte temporale che l'autore ha deciso di coprire. A fronte di una presenza sul mercato di tanti libri che illustrano l'intera carriera dei Tallica, Costa opta infatti per una dinamica molto originale: raccontare nel dettaglio la nascita del gruppo attraverso le gesta dei giovanissimi Ulrich ed Hetfield e dei compagni di viaggio da loro reclutati (Burton, Mustaine ed Hammett), per un periodo di tempo che copre gli esordi fino alla pubblicazione del primo album.
Successivamente, l'autore decide si spostare il racconto venticinque anni in avanti e saldarlo attorno al rapporto, a dire di Costa, salvifico, tra la band e il mitologico produttore Rick Rubin, ingaggiato dopo un lungo periodo di appannamento creativo, per i lavori di incisione di Death Magnetic del 2008.
A fronte di questa sua peculiarità, Seek and destroy si distingue senza dubbio tra la miriade di biografie date alla stampa aventi ad oggetto la storia dei Metallica, ma, e qui sta la critica, avrebbe dovuto essere maggiormente esplicitata dal sottotitolo del libro, invece che "L'epopea dei Metallica", magari "Come Rubin ha salvato i Metallica". Così, per dirne una.

Lettura comunque consigliata, a patto che non si cerchi una biografia tradizionale della band.


lunedì 11 giugno 2018

La truffa dei Logan

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West Virginia, oggi. Jimmy Logan (Channing Tatum) è una promessa mancata del football americano che ormai si arrabatta con un lavoro di fatica e vive in una casa fatiscente, lui e i suoi amici rientrerebbero nella definizione di white trash, americani bianchi che stazionano attorno alla soglia di povertà. La sua ex moglie (Katie Holmes)  è cascata invece bene, accasandosi con un idiota proprietario di diverse concessionarie Ford. Jimmy è molto legato alla figlioletta Sadie e al fratello Clyde (Adam Driver). Entrambi hanno un menomazione fisica: Jimmy zoppica per un infortunio giovanile e Clyde ha perso una mano in Iraq, per questo, e per alcune sfortune capitate in passato alla famiglia Logan, si portano dietro il fardello della "sfortuna dei Logan", dal quale l'unica esentata è la sorella Mellie (Riley Keough). Quando Jimmy viene licenziato dal cantiere in cui lavora, decide di coinvolgere tutti i fratelli in una rapina al Charlotte Motor Speedway, mitico circuito di Nascar americano. Per fare questo, gli serve però un aiuto esterno, che individua nell'esperto di esplosivi Joe Bang (Daniel Craig), detenuto presso un istituto penitenziario, il quale, a sua volta, coinvolge i suoi due fratelli, i redneck Sam e Fish (Brian Gleeson e Jack Quaid).

Steven Soderbergh mancava dal cinema dal 2013 (Effetti collaterali), in questa iato ha girato per la televisione (Dietro i candelabbri e The knick). Con La truffa dei Logan (Logan lucky, il più coerente titolo originale) torna al grande pubblico cercando in qualche modo di replicare la formula di uno suoi più grandi successi, la saga Ocean's eleven. Rispetto alle modalità con il quale è presentato il film (commedia action) ci si trova davanti a qualcosa di diverso. Il ritmo è abbastanza lento, poche le battute, una ricerca di realismo "leggero", ma anche momenti francamente insopportabili (tutte le parti con la piccola Sadie). Il lavoro dovrebbe essere collettivo, ma non tutti gli attori appaiono completamente in parte (primo fra tutti Daniel Craig, non so se penalizzato dal doppiaggio). Alla fine Soderbergh porta a casa il lavoro senza troppa enfasi, grazie anche ad un buon finale a sorpresa. 
Da segnalare, per gli amanti del country, la partecipazione di Dwight Yoakam nella parte del direttore del carcere.

giovedì 7 giugno 2018

Jack White, Boarding house reach



Su una cosa sono d'accordo con l'amico blogger Jumbolo: è difficile farsi un opinione su Jack White, capire se sia un'artista di talento o invece uno che ha semplicemente avuto più fortuna di altri, ugualmente, se non maggiormente dotati. Non sto qui a ricordarne la biografia: i suoi White Stripes avevano colpito gli appassionati con la loro rispettosa contaminazione tra indie e stili classici (blues, errebì, jump blues) resa attraverso una formazione base a due, elettrica e batteria. Poi un susseguirsi di progetti a flusso continuo (Raconteurs, Dead Weather) che più per la qualità dei contenuti (altalenante) si segnalavano per l'urgenza creativa del nostro.
L'esordio solista arriva solo nel 2012 (Blunderbuss), bissato nel 2014 (Lazaretto), entrambi con buoni riscontri commerciali. Personalmente quei dischi li ho ascoltati distrattamente e non sarei in grado di esprimere un giudizio compiuto, al contrario di questo Boarding house reach, la cui realizzazione ha visto Jack sperimentare in totale solitudine con pro-tools e reel-to-reel, suonare vari strumenti (chitarre, organo, piano, batteria, sintetizzatori) oltre che misurarsi nel canonico esercizio di songwriting e interpretazione vocale.
Il risultato finale, lo dico subito, mi ha entusiasmato. 
E per una volta non per ragioni riconducibili alla rappresentazione di un mood classico o retrò, ma per l'esatto contrario. 
Se è infatti vero che la tracklist inizia con due pezzi tra le cose migliori incise dall'artista dopo i White Stripes (il soul di Connected by love e Why walk a dog?, che durante i primi ascolti pensavo fosse una suggestiva cover di What's so funny bout peace, love and understanding?), il motivo del mio apprezzamento è legato alla cifra stilistica complessiva del disco, dentro la quale White non si pone steccati e sperimenta in totale libertà ed indipendenza. 
Dopo il dittico iniziale assistiamo così a composizioni nelle quali l'utilizzo di sample, rdf e mash-up dentro il processo creativo partorisce melodie sghembe, spiazzanti ma, per certi versi, geniali e (almeno per quello che mi riguarda) assolutamente trascinanti. 
Pezzi come Corporation, Hypermisophoniac, Ice station Zebra, Everything you've ever learned o Respect commander  rientrano in una dimensione artistica più vicina all'attitudine hip hop "colto" alla Kendrick Lamar piuttosto che alla tradizione country-rock- blues-rnb patrimonio genetico dall'ex White Stripes. Peraltro, il legame con la moderna black music è suggellato anche dalla presenza di Jay-Z nella traccia Over and over and over.
La chiosa dell'opera, così come la sua apertura, torna al classico, con la ballata What's done is done e Humoresque, arrangiata su una melodia del compositore classico Antonin Dvorak.

Insomma, capisco che per qualcuno Boarding house reach possa essere percepito come uno sterile esercizio di stile da parte di una sopravvalutata rock star. 
Per me è invece un disco sorprendente, libero, coraggioso e stimolante che ha un posto assicurato tra i miei migliori dell'anno.

lunedì 4 giugno 2018

The Rolling Stones, On air (2017)

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On air raccoglie una serie di esibizioni nelle quali dei ventenni Rolling Stones si proposero al pubblico inglese attraverso ospitate in diversi programmi radiofonici della BBC, in un orizzonte temporale che va dal 1963 al 1965.
Il periodo storico è quello dell'intransigente passione per il blues, dell'amore per l'errebì e del trasporto per il rock and roll, come la produzione discografica del gruppo, in quell'epoca, sta fedelmente a testimoniare.
Così come i primi album della band  (il debutto eponimo, England's newest hit makers, 12 X 5, No 2, The Rolling Stones, Now!; Out of our heads, December's children) erano composti essenzialmente da cover, anche le gig radiofoniche qui raccolte riprendono il tributo della band ai propri riferimenti musicali, dacchè 15 tracce su 18 nella versione standard e 28 su 32 in quella deluxe sono cover.
La qualità delle incisioni, eccellente in alcune canzoni, più a bassa fedeltà in altre, non impedisce all'amante della band di entusiasmarsi di fronte all'energia liberata dai giovani virgulti, qui magari meno scaltri di quanto sapranno essere, ma molto più genuini, anche nelle imperfezioni.
La tracklist non ha momenti di appannamento, i nomi tutelari del sound stonesiano ci sono tutti, da Chuck Berry a Bo Diddley, da Muddy Waters a Jimmy Reed, passando per Wilson Pickett e Solomon Burke, e i pochi brani originali del gruppo hanno la certificazione di assoluta eccellenza (Satisfaction, The spider and the fly, The last time, Little by little).
Un recupero lodevole, un disco imprevedibilmente fresco ed eccitante.