lunedì 27 giugno 2016

Sixx:A.m. , Prayers for the damned

 http://cdn.metallus.it/wp-content/uploads/2016/03/Sixx-Am-Prayers-For-The-Damned.jpeg

I Sixx Am nascono con le caratteristiche classiche del side project della rockstar in cerca di nuovi stimoli fuori dai suoi clichè abituali. D'altro canto i tempi morti che hanno scandito la vita dei Motley Crue degli anni zero di tempo libero a disposizione ne hanno regalato a volontà al bassista e fondatore Nikki Sixx. Così nel 2007 pubblica una autobiografia esclusivamente relativa ai suoi anni di dipendenza dall'eroina, affiancandola da una colonna sonora: The heroin diaries. Con lui, alla chitarra, DJ Ashba (ex Guns 'n' Roses) e il vocalist/tuttofare James Michael. 
Come ogni side project che si rispetti, i Sixx Am si concedono lunghe pause rilasciando altri due album in sette anni. Tutto cambia con l'addio alle scene dei Crue, ora Frank Feranna (il buon vecchio Sixx) può dedicarsi a tempo pieno alla sua creatura. 
Cosa che pare fare seriamente, e infatti solo pochi mesi dopo il rompete le righe dalla sua band storica non solo dà alle stampe questo Prayers for the damned Vol I ma annuncia, come si intuisce dal titolo, che entro la fine dell'anno sarà seguito da un altro full lenght.
L'ex bassista dei Crue riesce a confermare la bontà delle release precedenti realizzando un opera di metal mainstream, nell'accezione più trendy del termine,  raggiungendo nel contempo l'obiettivo di tenersi a distanza di sicurezza dal classico sound Crue. 
A completare l'affrancamento dall'ersordio grezzo e malinconico ma autenticamente ispirato di The heroin diaries, la release gode di una produzione pulitissima e impeccabile. Si parte a frusta con un trittico micidiale (Rise; You have come to the right place; I'm sick) nel quale gli onori sono tutti per Michael e DJ Ashba (oltre che per il nuovo drummer Dustin Steinke), come del resto accade per quasi tutto l'album, quasi come se il titolare del brand abbia deciso di tenersi in disparte. Ma la track list tiene botta anche con il resto delle composizioni, come il pezzo che intitola l'opera e con l'ottimo midtempo Belly of the beast, regalando all'ascoltatore anche momenti nei quali la band cerca ispirazioni diverse dal nu metal di riferimento, strizzando l'occhio persino ai Muse con risultati alterni: buoni nel caso di Better man, pessimi nella pasticciata Rise of the melancholy empire. 
Prayers for the damned si dimostra, un pò sorprendentemente, un'opera divertente e coesa, sostenuta dall'ottima verve dei suoi navigati interpreti.

lunedì 20 giugno 2016

Changing of the guard

Da quando, nell'estate del 2012, abbiamo dato ricovero ad una piccola arvicola campestre ferita (per poi restituirla al suo habitat), la presenza dei roditori è diventata una felice abitudine nella nostra casa. Golia è stato il primo criceto russo scelto come animale domestico, alla sua dipartita è stato sostituito da Golia II (per me Spartaco, ma è meglio non vi dica il motivo), che giusto qualche giorno fa ha seguito il suo predecessore nell'aldilà. Neanche il tempo di elaborare il lutto ed ecco arrivare Anselmo (Golia III per il resto della famiglia, che ve lo dico a fare), nome scelto per la scontrosità e i versi gutturali che lancia, che lo fanno somigliare al singer Phil (Anselmo, per l'appunto).
 

                      Spartaco                                                                    Anselmo
 

martedì 31 maggio 2016

Bridge over troubled water

Sabato, mentre svolgevo disciplinatamente il mio turno di pulizie condominiali ramazzando il vialetto con We're not gonna take it dei Twisted Sister negli auricolari, pensavo a come ormai mi siano saltate tutte le attività legate al tempo libero e come, soprattutto, a causa di una (ennesima) fase sindacale complicatissima, quando la sera varco la soglia di casa immediatamente mi affloscio assumendo la consistenza di una medusa dell'Adriatico che tira a campare finchè qualche ragazzino iperattivo non la infilza con un bastone.
Con massima soddisfazione della mia famiglia, come si può immaginare.
Rispetto a questo scenario, è chiaro che l'aggiornamento del blog (il post odierno conclude uno stop di ventisei giorni) paga la sua quota parte di dazio. D'altro canto, anche individuando faticosamente strettissimi slot orari per scrivere qualcosa, state pur certi che quello sarà il preciso momento in cui le parole mi usciranno con la stessa fluidità dell'urina di un anziano con la prostata delle dimensioni di una palla da basket.
 
La tesissima vertenza lavorativa che sto seguendo raggiungerà probabilmente il suo apice nella giornata di domani, una sorta di "all in" sindacale per sbloccare lo stallo della trattativa nella quale, in caso di mancata soluzione, rischiano il posto decine di persone. L'esito di domani determinerà anche la mia condizione dei giorni successivi: se andrà bene passerò il ponte del 2 giugno a casa (facendo la medusa), in caso contrario non c'è festività che tenga e mi aspettano altri giorni di passione.
 
Come sempre mi accade nei momenti di forte stress, il mio cervello attiva automaticamente una cartella di files d'emergenza che mi impone l'ascolto rigoroso ed esclusivo di musica cristallizzata nella memoria, e pertanto ampiamente confortante. Vi risparmio i dettagli, ma qualche giorno fa in Autogrill ho comprato il cofanetto platinum da tre CD di Guccini (contenente ca va san dir anche la canzone Autogrill).
 
Buon ponte a evribadi.


giovedì 5 maggio 2016

Chips vs rice

Come avevo confessato in questo post sul blog gemello, ho sofferto di una vera e propria dipendenza dalle patatine fritte (quelle dei sacchetti). La mia era una droga a tutti gli effetti, se è vero che ne consumavo un pacchettone al giorno, tutti i giorni. E tra la altro la mia preferenza andava a quelle aromatizzate (al pepe rosa, al pomodoro, alla salsa barbecue, al chili, all'aceto) insomma proprio le più nocive. A un certo punto, anche a causa di dolori sospetti all'addome, ho deciso di ridurre complessivamente il junk food, fedele compagno di viaggio della mia vita disordinata e dagli orari impossibili. Così da qualche settimana mi sono dato una regolata (leggera, niente di stravolgente) e, per affrontare la fame nervosa, sono passato dalla mia vecchia droga ad una nuova forma di metadone: le gallette di riso. Sono tristi, sanno di poco e sembra di masticare polistirolo, ma fanno il loro sporco dovere di addomesticare l'appetito e soprattutto non mi fanno stare sveglio la notte col bruciore di stomaco. Sarò fuori dal tunnel?

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lunedì 2 maggio 2016

Primal Fear, Rulebreaker

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Mai presi in considerazione i Primal Fear. La band teutonica, attiva dalla metà dei novanta, è  rappresentante d'eccellenza del classico heavy metal germanico che non è certo la mia priorità in ambito di musica pesante. Rulebreaker è il titolo numero undici della produzione del gruppo ed è stato salutato con grande favore dalla critica di settore, ragione per cui mi sono lasciato convincere a dargli una chance.
Beh, premesso che dentro i solchi di Rulebreaker trovi esattamente quello che ti aspetti, bisogna ammettere che a volte la minestra riscaldata, se preparata con passione e competenza, può rappresentare un piatto che dà conforto. 
Così pezzi come la title track, The end is near, Bullets and tears, The devil in me, al pari dell'unico lento The sky is burning, riescono, seppur nella loro traettoria prevedibile, ad avere dignità e ragion d'essere,  mentre, ad esempio, la lunga suite power metal We walk without fear risulta, almeno alle mie orecchie, eccessivamente indigesta.

Una breve vacanza in lidi metal che di norma non frequento.

giovedì 28 aprile 2016

Signs




Di norma non è che mi servano tutti questi stimoli per attivare i ricettori di memoria e cercare sullo scaffale dischi dimenticati o accantonati, per una ripassatina. Stavolta però le forze occulte hanno congiurato tutte insieme, intercciandosi in pochi giorni su diversi livelli, per farmi tirare giù dalla mensola Bob Marley. Il primo invito mi è arrivato dalle pagine della biografia dei Led Zeppelin da poco recensita, dove si riportava come, durante il tour americano del 1973, la band, nei momenti di riposo dai concerti, faceva girare senza soluzione di continuità sullo stereo Burnin'. Il secondo segnale è giunto attraverso il televisore, attraverso l'episodio 1x8 di Vinyl, la serie co-prodotta da Scorsese e Jagger sull'industria musicale della Grande Mela durante i settanta, in una sequenza in cui vediamo (attori impersonare) i Wailers sul palco del Max's Kansas City sempre nell'anno di grazia '73. Buon ultimo l'incolpevole mio figlio al quale, durante una gita scolastica a Verona, è stato regalato da un venditore ambulante un braccialetto dai tipici colori rasta accompagnato dalla frase: "questo è il braccialetto di Bob Marley!".
Non mi sono dovuto neanche scomodare, è stato come se i ciddì dalla mensola siano spontaneamente venuti a me nella mia selezione preferita, quella cioè che considero la migliore triade di lavori mai prodotta da Marley e soci: Catch a fire; Burnin' e Natty Dread.
Vorrei dilungarmi sulla magia racchiusa in questi solchi, sulle contaminazioni tra reggae e funk, errebì e attitudine rock, amore, religione e militanza politica, ma non è questo lo scopo del post. Magari un'altra volta.

lunedì 25 aprile 2016

Ben Harper and The Innocent Criminals, Call it what it is

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A volte, almeno per il sottoscritto, i giudizi sui dischi vengono condizionati anche dalla voglia che si ha, in quel preciso momento, di ascoltare quel preciso artista. 
Ecco, da questo punto di vista la nuova release di Ben Harper è giunta al momento più opportuno, perchè il desiderio di ascoltare nuovo materiale del musicista californiano era giustappunto molto elevato.
Ero favorevolmente predisposto, dunque? Molto probabilmente sì, ma Harper c'ha messo del suo per incoraggiarmi, rimettendosi insieme  agli storici sodali The Innocent Criminals a nove anni dall'ultima volta e realizzando probabilmente il suo miglior disco full band 
(escludendo quindi le collaborazioni con altri artisti) dai tempi di Diamonds on the inside del 2003 (non il massimo ma la tetralogia di lavori precedenti è inarrivabile).
Call it what it is non sorprende per contenuti stilistici: siamo infatti al cospetto del consueto sfoggio di amore per la buona musica di Harper, che spazia disinvoltamente dal soul al funk al blues al reggae al rock  di matrice rigorosamente vintage. Quello che ritroviamo invece nell'album è il ritorno della migliore ispirazione e da un buon songwriting ad accompagnare le composizioni. 
A molti per esempio non è piaciuta la traccia d'apertura When sex was dirty, che io trovo invece incisiva e accattivante proprio il suo essere rozza e un pò ignorante. Per le stesse ragioni mentre guido vado di headbangin consapevole mentre ascolto Pink ballon, l'unico altro pezzo della raccolta che viaggi su coordinate hard-rock seventies.
Il resto del disco gira su atmosfere più dilatate, che siano convincenti ballate come Deeper and deeper; Dance like fire o Goodbye to you, oppure folk-blues in punta di slide come All that grown o fascinazioni reggae quali Finding our way.
Il punto è che l'insieme delle undici composizioni regge bene l'urto dei ripetuti ascolti e rimette credibilmente in pista un artista che per la verità non si è mai fermato, ma la cui ispirazione serviva probabilmente la spinta del giusto propellente, qui garantito dall'apporto degli Innocent Criminals.

lunedì 18 aprile 2016

Stephen Davis, Il martello degli dei


Stephen Davis pubblica Il martello degli dei nel 1985, a pochi anni dallo split definitivo della band, avvenuto nel 1980 subito dopo la prematura (ma ampiamente annunciata, in considerazione dello stile di vita) dipartita del batterista John Bonham (25/09/1980).
Ancora oggi questo tomo, più volte ristampato e leggermente aggiornato, è considerato tra le testimonianze più autorevoli e attendibili della incredibile storia del dirigibile pesante.
 
Essendo cresciuto musicalmente nel mito degli Zep dei in terra,  l'ho trovato una lettura molto istruttiva e a tratti anche sorprendente, vista la nitida fotografia che Davis riesce a fare degli anni d'oro (1969/1975), quando la band apparteneva esclusivamente a ragazzini in età di high school e riempiva, progressivamente, prima i piccoli clubs e poi gli stadi, ignorata, e spesso vituperata, dai media e dai magazine musicali (la "bibbia del rock" Rolling Stone in primis).
Questo aspetto, e la frustrazione che esso determinava in Page e Plant, è probabilmente l'elemento che più d'altri ho faticato ad elaborare, a fronte della sacra abbacinate aura che circondava il gruppo per quelli che, come la mia generazione, sono arrivati tardi per goderne le gesta.
 
Così come stupisce (anche se non dovrebbe, tutto sommato) il trattamento riservati agli Zeppelin con l'avvento del punk nella seconda metà dei settanta: la band è infatti infilata nel calderone dei gruppi boriosi e inutilmente prolissi, da rottamare in nome delle canzoni da tre accordi suonati male  ma velocemente e dell'urgenza comunicativa delle nuove leve.
Molto più prevedibili (nel senso che non se ne può fare a meno) sono le cronache delle scorribande dei quattro nel corso delle infinite turnè: i televisori che volano giù dalle finestre, le camere d'hotel distrutte, le orge, la coca e l'ero, le liason al limite della pedofilia di un Jimmy Page quasi trentenne che si accompagna con ragazze adolescenti, la violenza del servizio d'ordine della band (guidato dal tour manager Richard Cole che alla fine dei settanta si farà anche un periodo di detenzione a Regina Coeli a Roma, per possesso di droga) e soprattutto, il ruolo centrale del manager Peter Grant, figura anch'essa mitologica nella storia dei Led Zeppelin.
Come spesso mi accade con le biografie musicali, ho accompagnato l'avanzamento della storia con l'ascolto parallelo dei dischi oggetto di analisi. Prima gli Yardbirds quindi, poi gli album dei Led Zeppelin, dall'esordio a Coda, in un crescendo emotivo pienamente soddisfacente che consiglio a tutti i musicofili.

venerdì 8 aprile 2016

Haggard's easin' my misery

Merle Haggard, 06/04/1937 - 06/04/2016

merle-haggard

"And I'm drinkin some George Jones
And a little bit of Coe
Haggard's easin' my misery
And Waylon keepin' me from home
 
Hank's given' me those high times
Cash is gonna singin' low
And I'm here gettin wasted
Just like my country heroes"
 
(Hank III, Country heroes)



martedì 5 aprile 2016

Austin Lucas, Between the moon and the midwest

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Nel mio personalissimo universo di personaggi minori, underdogs, outsiders e losers musicali, Austin Lucas occupa un posto di tutto rispetto. E non potrebbe essere altrimenti, vista la particolarissima storia di questo artista dal faccione rotondo, natio dell'Ohio, che si è però fatto le ossa suonando la musica probabilmente più americana di tutte (il country) nella vecchia Europa, più precisamente in Repubblica Ceca.
Oggi Austin può guardare molte star affermate dall'alto di una gavetta durissima che ha superato la boa dei dieci album, festeggiati con questo Between the moon and the midwest: consueta (in senso positivo) raccolta di perfette melodie, chitarre honky tonk e raffinate armonie vocali.
Perciò è solo momentaneo il disorientamento provocato dall'incipit rumorista della prima traccia Unbroken hearts, che si scioglie subito in un tripudio di chitarre jingle jangle propedeutiche ad accompagnarci dentro le inconfondibili atmosfere ariose dei grandi spazi del midwest, riproposte anche nella successiva Ain't we free.
Sono luoghi armoniosi e sognanti i mondi musicali nei quali ci conduce Lucas, perfettamente a suo agio nel bilanciare ballate movimentate (Wrong side of the dream), e scarni pezzi acustici (William) con trascinanti esempi di country 'n' roll (Call the doctor).
Insomma, una conferma, l'ennesima, della bravura di questo artista così lontano e così vicino alla scena tradizionale del cuore degli USA.


Post precedenti:

AUSTIN LUCAS, A new home in the old world

AUSTIN LUCAS, Stay reckless

giovedì 31 marzo 2016

MFT (Monty's Favorite Tunes), marzo 2016


ASCOLTI

Joe Bonamassa, Blues of desperation
Rolling Stones, Tattoo you
Thin Lizzy, Black Rose
Brian Fallon, Painkillers
Steel Panthers, Live from Lexxi's mom garage
Austin Lucas, Between the moon and the midwest
Led Zeppelin, Physical graffiti
Iggy Pop, Post pop depression
REM, Out of time
Elio e Le Storie Tese, Figgatta de blanc
Venom, Black metal

In arrivo

Sturgill Simpson, A sailor's guide to earth
Hayes Carll, Lovers and leavers

Monografie

Eagles
Dream Theater (1992/2002)

VISIONI

House of cards, 4
In Treatment, 2
Le regole del delitto perfetto, 2
Vinyl
The Walking Dead, 6
The Sopranos, 6

LETTURE

Stephen Davis, Il martello degli dei

martedì 29 marzo 2016

Daredevil, stagione uno


Se sul versante cinematografico si può tranquillamente affermare che la Marvel abbia asfaltato la DC Comics con una scarica di produzioni che neanche un attacco di dissenteria dopo un'indigestione di impepata di cozze avariate, nel campo delle serie televisive la casa di Batman e Superman si è invece mossa bene e in anticipo, prima con il buon successo di Smallville e Lois & Clark, e più di recente con Arrow e The Flash. La multinazionale dell'intrattenimento, creata da Stan Lee ed oggi di proprietà del gruppo Disney, non poteva che rispondere adeguatamente all'offensiva degli eterni rivali e così, dopo aver lanciato The Shield (giunto alla terza stagione), ha cominciato ad occuparsi dei super-eroi, privilegiando ovviamente quelli calati nella realtà urbana, con produzioni quali Agent Carter; Powers; Jessica Jones (lanciate nel 2015) e Luke Cage; Iron Fist; The Defenders (in arrivo nel corso di quest'anno).
Nel 2015, su Netflix, è partita anche la prima di Daredevil (noto in Italia come Devil), super-eroe cieco creato insieme alla prima ondata di characters nei primi sessanta dalla fantasia di Lee e Kirby e dalle matite di Bill Everett, ma che nel corso degli anni ha beneficiato dello stile acido e visionario di Gene Colan e di quello crudo e inconfondibile di Frank Miller.
Proprio nella saga di Hell's Kitchen del disegnatore (e autore), tra gli altri, di 300 e Sin City, trova ispirazione questo Daredevil televisivo (che succede a quello cinematografico del 2003 con protagonista lo stesso Ben Affleck che oggi veste il costume di Batman) che si avvale di un ottimo cast composto da Charlie Cox nel ruolo di Matt Murdock/Devil; Vincent Onofrio nei panni di un tormentato ma spietato Richard Fisk/Kingpin; Rosario Dawson in quelli di una coraggiosa infermiera e David Carradine nel panni dell'insegnante di arti marziali del giovane Murdock.
Per dodici dei tredici episodi complessivi la serie è davvero notevole nel ricreare l'ambientazione decadente e oscura di questo quartiere violento e degradato di New York: trama, dialoghi e personaggi di contorno (da uno spettacolare Elden Henson/Foggy Nelson socio di Murdock ad un Vondie Curtis-Hall/Ben Ulrich che, benché gli venga cambiato il colore della pelle  - da bianca a nera -  rispetto ai fumetti, incarna egregiamente lo spirito del giornalista di denuncia) si avvicinano al paradiso delle trasposizioni da strips a piccolo schermo, salvo poi, nell'ultimo episodio, sbracare clamorosamente nei peggiori cliché del genere.
 
La già annunciata seconda stagione partirà a giorni e si avvarrà  della partecipazione di Elektra (interpretata da Elodie Yung) e, soprattutto, The Punisher (Jon Bernthal, di recente visto di The wolf of Wall Street e Show me a hero, ma che tutti ricordiamo bene come amico/rivale di Rick Grames in The Walking Dead).

lunedì 21 marzo 2016

Resurrection Kings, self titled

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Cosa succede se mettete nello stesso studio di registrazione Vinny Appice (batteria, ex, tra gli altri di Black Sabbath/Heaven and hell e Dio), Craig Goldy (chitarra, ex Dio) Chast West e Sean McNabb (voce e basso, ex Lynch Mob)? Vi concedo un aiutino: non viene fuori un disco di musica elettronica.
I quattro dinosauri del classic hard rock tirano ovviamente fuori un album sapientemente orientato all'adult oriented rock che si dipana attraverso dieci episodi con il solo difetto di essere pubblicati nel 2016 e non nel 1986.
Ma a parte questo trascurabile dettaglio, già dallo sparo del via, rappresentato da Distant prayer, i nostalgici del genere avranno di che gioire grazie ad un'architettura sonora che è come una finta di Robben: tutti sanno che andrà quasi sempre dalla stessa parte (nel caso del calciatore del Bayern a sinistra), e ogni volta il gesto tecnico risulta comunque ubriacante.
Certo, per fare un paragone di luminari del genere ancora in pista, non siamo ai livelli d'eccellenza ad esempio dei Chickenfoot di Sammy Hagar, ma vi garantisco che queste arzille cariatidi sanno il fatto loro e lo dimostrano riversando dagli altoparlanti un sound coeso, pulito e massiccio, unito a composizioni non certo miracolose ma dannatamente efficaci come, oltre all'opener,  Who did you run, Had enough o la conclusiva What you take.

Never surrender.

lunedì 14 marzo 2016

Metallica, Load (1996)

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C'era una collana di albi Marvel dal titolo What if: non era dedicata ad un solo personaggio, ma ospitava a rotazione i diversi eroi della casa editrice. La sua particolarità era quella di partire da uno spunto passato delle storie del super dudes di turno e fargli prendere una piega differente da quella decisa dagli sceneggiatori nelle serie regolari. Essendo fuori dalla rigida continuità Marvel, ovviamente gli autori avevano mano completamente libera, e questo a volte gli permetteva di creare storie meno liturgiche e più coraggiose, originali ed imprevedibili.
I metallica, dopo il successo strabordante del black album del 1991 e dell'infinito tour che l'ha seguito (quattro anni per quasi trecentocinquanta concerti) hanno cominciato a chiedersi da che parte la carriera della band avrebbe dovuto andare. L'evoluzione naturale del brand, che si era affermato in ambito metal come nome tutelare del thrash, ma che aveva esordito con un album che molto doveva al punk rock e che con ...And justice for all aveva esplorato altri lidi musicali, dalle parti del prog, non poteva essere fermata.  
L'operazione allontanamento (quasi) definitivo dalle proprie origini avvenne da ogni punto di vista. Prima ancora che da quello musicale fu tutto quanto atteneva all'aspetto esteriore del business a lanciare segnali abbastanza inequivocabili, già a partire dall'artwork del nuovo disco, con lo storico logo del nome, per la prima volta accantonato in favore di un carattere più anonimo, con giusto un richiamo al passato nella prima e ultima lettera.  All'interno del corposo booklet del CD James, Kirk, Lars e Jason si fanno ritrarre in pose gaudenti e scherzose, manco fossero i Backstreet Boys, così come nel retro di copertina sfoggiano tutti capelli corti, giacche alla moda e camicie variopinte. Anche la copertina del disco abbandona i classici stilemi della band. Quello che all'apparenza sembra un disegno di fiamme su fondo nero è invece un'opera dell'artista Andres Serrano che per realizzarla ha usato sangue di bovino e proprio sperma inseriti  tra due fogli di plexiglass. Avanguardia artistica, insomma.

In tutto questo la musica non ha subito la stessa drastica trasformazione. Load non è certo un album pop, ma piuttosto un esempio di robusto rock con meno grugniti da parte di Hetfield e più influenze blues, più varianti chitarristiche, più melodia (non che sia mai mancata nei dischi dei Tallica) e in generale un atteggiamento più adulto verso le composizioni. 
Così se Ain't my bitch deve ancora molto all'arena sound modello black album e Until it sleeps potrebbe essere uno scarto dello stesso disco, le tracce 2 x 4 e The house Jack builds rendono invece bene il nuovo corso. In questo continuo altalenare tra tentazioni di fare un "black album II" e di spiccare il volo verso nuovi e artisticamente più appaganti lidi, probabilmente la seconda parte del lavoro riserva le maggiori soddisfazioni, con una Poor twisted me rallentata e cattiva, una Mama said delicata e introspettiva, una Thorn within candidamente doom e una Ronnie sorretta da un semplice ma efficace riff blues.
Ad ascoltarlo con maggiore serenita vent'anni dopo la sua pubblicazione, Load non diventa certo un capolavoro, ma di certo recupera più di un punto rispetto alle frettolose e adolescenziali  valutazioni da fan deluso dell'epoca. 
Soprattutto sovviene l'amara considerazione che questi siano stati gli ultimi Metallica genuini, quelli che hanno tentato di crescere e diventare adulti, evolvendo il proprio sound. Già con Reload, dell'anno successivo, cominceranno la retromarcia, fino a ritirarsi del tutto da ogni velleità con l'insincero St Anger e con Death magnetic, per i quali Hetfield ha tolto dalla naftalina il gilerino di pelle con le toppe di bands del sottobosco metal che probabilmente non ascolta più da un secolo, ma che ancora oggi, a cinquantasei anni, porta sui palchi di tutto il mondo.

Insomma, cosa sarebbe successo (what if) se i Metallica avessero avuto l'onestà e l'ardire di proseguire nel loro processo di allontanamento dai clichè del metal purtroppo non lo sapremo mai e la risposta può solo essere materia di suggestive ipotesi di fiction.

lunedì 7 marzo 2016

MFT, gennaio e febbraio 2016

Fino a qualche mese fa questa autocompiacente rubrichetta è stata un appuntamento mensile fisso del blog (il counter segna a tal proposito novantaquattro post, il che significa quasi otto anni di pubblicazioni).
Non c'è una ragione particolare per la quale ho smesso di scriverla e postarla, semplicemente non avevo particolari stimoli per farlo. Nel rimetterla in pista voglio approfittarne per togliermi un peso dalla coscienza. Da quando ho iniziato con questo blog (e a dicembre saranno dieci anni) mi sono dato il rigoroso impegno di non copiare mai da altre fonti. Vale a dire che ogni singola parola che ho scritto in tutti questi anni, interessante o banale che fosse, è stata esclusivamente farina del mio sacco. Unica grande eccezione proprio il titolo di questi post seriali, evidentemente sottratto all'omonima rubrica della rivista Buscadero. Per questa ragione, nel tempo che mi separa da qui al prossimo appuntamento mi sforzerò di trovare un significato diverso e più personale all'acronimo MFT (My Favorite Things). Si accettano suggerimenti.

ASCOLTI

Metallica, Load
Artisti Vari, God don't never change: the songs of Blind Willie Johnson
Spidergawd, III
The Cult, Hidden city
Fat White Family, Songs for our mothers
Resurrection Kings, self titled
Megadeth, Dystopia
Tom Petty, Wildflowers

Monografie:

Led Zeppelin
Eagles
Warren Zevon

VISIONI

House of cards 3
Le regole del delitto perfetto 2
In Treatment 2
Billions
Vinyl
The Walking Dead 6

LETTURE

Stephen Davis, Il martello degli dei





venerdì 4 marzo 2016

lunedì 29 febbraio 2016

Deadpool the movie

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Quando hai poco tempo libero a qualcosa devi rinunciare. Nel mio caso the shorter straw è capitata ai fumetti Marvel, che per lustri ho letto voracemente. Quando torno alla vecchia passione, magari per i viaggi in treno o nei periodi di stacco lavorativo, quasi sempre lo faccio per Deadpool, personaggio minore dei primi novanta che negli ultimi anni è stato ottimamente rilanciato dalla Casa delle Idee. Non sono tanto i poteri a fare la differenza in questo character (il più importante è un fattore di guarigione addirittura più potente di quello di Wolverine) di professione mercenario, ma il tono assolutamente folle delle sue avventure, caratterizzate da una violenza splatter, battute a ripetizione, allusioni più o meno esplicite alla sfera sessuale e tanto sarcasmo su cinema, politica, televisione e, ovviamente, fumetti dei super-eroi.
Con queste premesse non potevo certo perdermi il primo film a lui dedicato, giustamente pubblicizzato come "il super eroe per adulti".
Bene, Deadpool the movie non arretra di un passo rispetto al mood del fumetto, con un ottimo Ryan Reynolds, una raffica di battute micidiali e scene memorabili (vi basti quella di sesso in cui prima Reynolds/Wade sodomizza la fidanzata Morena Baccarin/Vanessa e subito dopo lei...sodomizza lui!), oltre alle ovvie sequenze di azione al fulmicotone (avviate da titoli di testa semplicemente geniali).
Resta fuori dalla trama il folle amore di Deadpool per la Morte, costante delle storie fumettistiche, dove il nostro anela la fine della sua vita e si immagina sovente in situazioni di intimità con la Triste Mietitrice, raffigurata nella più classica delle rappresentazioni, come uno scheletro con una falce. 
A parte questo, ben poco da criticare, se non il doppiaggio dilettantistico dell'X-Man Colosso e del villain Ajax: gli spiccati accenti russo e inglese dei due sono resi in italiano con risultati agghiaccianti.

giovedì 25 febbraio 2016

Trump like them

Negli anni della grande passione politica, dell'antiberlusconismo, che probabilmente era più aggregante delle idee (poche e confuse) del centrosinistra, di quel centrodestra visto come incarnazione di tutto ciò che più detestavo non solo nella politica, ma anche nella vita pubblica, ho sempre sostenuto che gli Stati Uniti, pur a fronte di un'infinità di criticità e contraddizioni, potevano almeno contare su di un tessuto sociale che aveva evidentemente sviluppato i giusti anticorpi per scongiurare l'affermazione di fenomeni populisti e demagogici come quello del Cavaliere.
 
A quanto pare il tempo mi ha dato torto.
In passato ci siamo mangiati il fegato per i vari Reagan, Bush sr e Bush jr, ma oggi la minaccia Donald Trump fa impallidire anche gli aspetti più reazionari di questi ex-presidenti.
Nonostante abbia contro una buona parte dello stesso partito che lo sostiene (i repubblicani), i media, lo star system (posizione forse solo di facciata), addirittura il Papa; nonostante le imbarazzanti gaffe e le agghiaccianti dichiarazioni razziste, sessiste e classiste, quest'uomo pare inarrestabile al punto che si teme asfalti i propri avversari nel supermartedì del prossimo primo marzo (si voterà in quattordici Stati).
Sembra proprio che Trump incarni l'esempio più eclatante del totale imbarbarimento della società civile, della deriva culturale, del definitivo abbandono dell'uso della ragione in favore, non del sentimento, ma del libero sfogo della pancia dell'elettorato.
Eletto o no (si mormora che parte dei Repubblicani potrebbe persino votare la Clinton per evitare questa ipotesi), il timore che l'effetto dello "stile Trump" contagi il resto del mondo occidentale è grande, in considerazione dei preoccupanti bacilli influenzali che già attanagliano l'Europa, attraverso il nazionalismo di buona parte dell'est (ma non solo) e il vincente trend del "dagli all'immigrato" che conosciamo molto bene anche in casa nostra.
 
Di fronte a questo fenomeno, ad una campagna elettorale ignorante, fatta di muri, proiettili imbevuti di sangue di maiale destinati ai musulmani, di atteggiamenti misogini e altre varie amenità, un terrificante sospetto si fa largo: non è che dopo Andreotti, ci faranno rimpiangere anche Berlusconi?

lunedì 22 febbraio 2016

Megadeth, Dystopia


Uno pensa che i Megadeth, dopo gli splendori del primo lustro di attività (1985/1990), fossero rassegnati ad un'inesorabile spirale di mediocrità (dalla quale salvo Endgame, del 2009) ed ecco che invece quel genio incostante e capriccioso di Dave Mustaine se ne esce con un album finalmente degno di cotanta tradizione metal.
Non è dato sapere se la botta di creatività sia dovuta all' ottimo innesto dell'axeman brasiliano Kiko Loureiro (Angra) o del batterista Chris Adler (Lamb of God) che hanno preso rispettivamente il posto di Chris Broderick e Shawn Drover, ma quello che è certo è che il Rosso è riuscito nell'operazione di traghettare il thrash (che lui stesso ha contribuito a creare) nel terzo millennio, con un'opera che sta nella tradizione classica del genere senza risultare mai vetusta.
Di certo il ruolo di Loureiro è centrale nel rilanciare il classico sound Megadeth: non le tirate da sega elettrica dunque (che sono ridotte al minimo sindacale), ma gli intro acustici a creare il giusto climax per le sfuriate elettriche della band, i solo puliti, i duelli chitarristici, il gran lavoro di cucitura tra le diverse sezioni delle composizioni e con gli altri strumenti. Poi ci sono le canzoni, ovviamente. Almeno la metà di quelle incluse nella tracklist (che consta di dieci episodi, più il bonus Foreign policy dei Fear) potrebbe stare a pieno titolo nei dischi più acclamati di Mustaine. Mi riferisco alla deflagrante doppietta iniziale The threat is real e Dystopia, a Death from within, Poisonous shadows, Lying in state e al trascinante strumentale Conquer or die!.
Dystopia è la dimostrazione che si può riproporre uno stile musicale oggettivamente superato (il thrash metal) attualizzandolo senza snaturarlo grazie al contributo di musicisti validi e di una manciata di canzoni solide. Al tempo stesso è una sonante lezione a quanti cercano maldestramente di rifarsi una reputazione rincorrendo il suono dei bei tempi andati, con risultati, ad essere buoni, discutibili (chi ha detto Metallica?).

giovedì 18 febbraio 2016

80 Minuti di Rage Against The Machine

Di recente il grande amore per i Rage Against The Machine è tornato prepotentemente ad attanagliarmi.
E, conoscendomi, quando mi prende così, significa che il momento è propizio per sfornare una bella playlist monografica. Tra l'altro, la band di Morello e De La Rocha non ha mai immesso sul mercato dischi antologici, e quindi quella che segue può essere un ottimo bignami nel caso ci fosse qualche marziano che non li ha mai ascoltati o più verosimilmente per chi vuole riabbracciare i pezzi più significativi dell'intera discografia (incluse le partecipazioni a soundtrack come Higher Learning; The Crow o Godzilla).

1. Bombtrack
2. Killing in the name of
3. Bullet in the head
4. Freedom
5. People of the sun
6. Bulls on parade
7. Vietnow
8. Down rodeo
9. Year of the boomerang (OST Higher Learning)
10. Darkness of greed (OST The Crow)
11. No shelter (OST Godzilla)
12. Testify
13. Guerrilla radio
14. Calm like a bomb
15. Sleep now in the fire
16. Kick out the jam
17. Renegades of funk
18. The ghost of Tom Joad

lunedì 15 febbraio 2016

I migliori dischi del 2015

Visto che viaggio con circa un mese di ritardo sul periodo del canonico consuntivo di fine anno, tralascio ogni premessa e vi rimando a quella che ha fatto da prologo al classificone del 2014: dentro ci trovate spirito e metodologia usati anche per questa compilazione.
Ecco dunque le mie personalissime preferenze per il 2015 da poco terminato.

POSIZIONE NUMERO TRE ( VOTO 7 )

The Sonics, This is the Sonics
Ultimo recensito del 2015 ma di diritto tra i primi della lista. Incendiari.
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Il Teatro degli Orrori, Il Teatro degli Orrori
Tale è la mia devozione, che li premierei anche solo per il fatto di esistere. Necessari.
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Bachi da Pietra, Necroide
Non esiste in Italia un'altra band come i Bachi da Pietra e Necroide ribadisce il concetto. Fuori dagli schemi.
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The Mavericks, Mono
Raul Malo es mi hermano.The Mavericks mi familia.
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POSIZIONE NUMERO DUE (VOTO 7,5)

Thunder, Wonder days
Un ritorno attesissimo che non delude. Lucidamente nostalgici.
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Southside Johnny, Soultime!
Quando Mr. Lyon maneggia il soul insieme ai fidi Asbury Jukes a noi non resta che ascoltare (e godere). Immarcescibile.
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Paradise Lost, The plague within
Atmosfere desolate, riff inquietanti, cantato che alterna clean al growl. Death, doom, gothic al loro meglio. Maestri.
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Warren Haynes featuring Railroad Earth, Ashes and dust
Il primo disco interamente folk dell'ultimo leader del genere jam. Sorprendente.
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POSIZIONE NUMERO UNO ( VOTO 8,5 )

Gang, Sangue e cenere
Nome della band, titolo del disco e anno di uscita. Non credo serva sprecare altre parole. Indispensabili.
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Chris Stapleton, Traveller 
Il movimento real country USA sforna di continuo magnifici losers che emergono dallo status di underdog e catturano la luce di mille riflettori. Saving country music.
 
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Delusioni dell'anno i Blackberry Smoke, il cui live l'anno scorso aveva raggiunto la cima della classifica, ma che con Holding all the roses annacquano eccessivamente il loro sound, e Zac Brown: al cospetto di tanta allure e autorevolezza non può uscirsene con un album impersonale e confuso come Jekyll + Hyde.

giovedì 11 febbraio 2016

The Sonics, This is The Sonics


Dietro l'incendiario ryhthm and blues di This is the sonics ti aspetteresti di trovare un gruppo di giovani e nerboruti neri con il testosterone da fabbro ferraio, e non, come succede in realtà, tre ultrasettantenni bianchi che avevano debuttato qualcosa come cinquant'anni fa (con Here are the Sonics, 1965), lasciando, nello spazio di tre album (oltre al debutto, Boom del 1966 e Introducing, del 1967), un imprinting indelebile su molta musica rock degli anni a venire, attraverso l'influenza trasversale universalmente riconosciuta da gente come Kurt Cobain, Bruce Springsteen, White Stripes, Mudhoney e molti altri.
Con queste premesse, The Sonics non potevano permettersi di sputtanarsi nel nome di una reunion come tante se ne vedono di questi tempi: dovevano, in virtù dell'autorevolezza derivata dai meriti acquisiti sul campo, continuare a dettare la linea a tutto il movimento.
Missione ampiamente compiuta.
Sfido chiunque ascolti per la prima volta le linee vocali di Gerry Roslie (così come il suo lavoro all'organo); i riff slabbrati provenienti dalla chitarra di Larry Parypa e il trascinante lavoro al sax di Rob Lind ad associare il monumentale sound che ti assale in tracce quali I don't need no doctor, Be a woman, The hard way, I got your number, o alla cover di You can't judge a book by the cover (a proposito, al confronto, la pur buona versione proposta dagli Strypes ne esce annichilita) a qualcosa di stantio.
Un disco micidiale, dal tiro potentissimo e dal sound strabordante che mette insieme con invidiabile competenza errebì, garage, jump blues e rock and roll.
Incredibile a dirsi, una delle sorprese più entusiasmanti del 2015. 

lunedì 8 febbraio 2016

Supersuckers, Holdin' the bag


Lo confesso: erano circa una ventina d'anni che non ascoltavo quei fuori di testa dei Supersuckers (precisamente da The sacriliciuous sounds of ) e se mi sono approcciato a questo Holdin' the bag è solo perchè ho addocchiato nella tracklist un duetto con Hayes Carll, uno dei miei musicisti preferiti. Alla fine però, sapete come succede, quando non ti aspetti granchè da un'opera (libro, film, in questo caso disco), spesso ne rimani folgorato. 
Sì perchè in questo lavoro il mitologico Eddie Spaghetti, che da tempo ormai porta sulle sue spalle tutto il peso dello storico brand del gruppo, ha confezionato un suono non acustico, ma sicuramente asciutto, senza fronzoli e senza quelle smargiassate elettriche caratteristica della band ai tempi della Sub Pop. Certo, è nota l'influenza che il country ha sempre avuto nel sound dei SS, ma a differenza del passato, in Holdin' the bag è lasciata libera di scorazzare senza camuffamenti.
 
La tracklist che apre il lavoro è la migliore traduzione sonora della copertina del disco: atmosfere western alla Morricone fanno infatti da preludio ad un pezzo malinconico sulla fine delle relazioni. In questa direzione, ma in un'ottica rancorosa e liberatoria, procede la successiva This life...with you, la canzone che Eddie interpreta con Hayes Carll, adattandosi in pieno al suo stile, sia a livello musicale che di liriche. Il protagonista infatti non si dà pace per aver condiviso la sua vita con l'ex amata e si spertica in lodi di quanto sia tutto migliore se gustato senza di lei. La canzone del secolo per i freschi di separazione.
 
Le composizioni di Holdin' the bag sono tutte lineari e dall'impatto immediato, la strofa porta al ritornello esattamente quando te l'aspetto e il refrain è sempre incisivo, sia quando ci si strugge per amore (I can't cry, secondo duetto, con Lydia Loveless) che quando si spinge un pò il pedale sul country/rockabilly (Jobber-Jabber e Shimmy and shake). Si chiude con la cover della epocale All my rowdy friends di Hank Williams jr, , tanto per ribadire, se ce ne fosse bisogno, le credenziali dell'album.
 
Spero che questo disco, onesto, semplice,diretto, porti un qualche beneficio alla carriera dei Supersuckers, anche alla luce dei gravi problemi di salute che hanno recentemente colpito Eddie Spaghetti (cancro alla gola), rispetto ai quali i fans hanno reagito con delle donazioni arrivate, ad oggi, a circa sessantamila dollari.
Limitandosi alla musica, come detto, Holdin' the bag si è rivelato una piacevolissima sorpresa, e se avesse un sottotitolo sarebbe "songs for drunks, broken hearts and hellraisers".

lunedì 1 febbraio 2016

Il Teatro degli Orrori, Il Teatro degli Orrori


Anche se i lettori di questo spazio sono pochi intimi, e pertanto l'esercizio di scrittura dovrebbe essere scevro da ogni pressione, a volte vengo assalito dall'ansia da prestazione. Scrivere de Il Teatro degli Orrori per esempio mi mette soggezione. Probabilmente perchè fin qui tutti gli album del gruppo, ad eccezione dell'esordio, non recensito, si sono piazzati in cima alle mie scelte dell'anno. Conseguentemente, al momento di trovare le parole per descrivere i contenuti dei nuovi lavori della band le dita sulla tastiera si fanno pesanti e le sinapsi mentali faticano a scattare. 
Tuttavia, ad oltre tre mesi dall'uscita del nuovo disco, è arrivato il momento di provarci.

Il primo elemento che emerge dagli ascolti dell'album eponimo dei TdO è il netto allontanamento dalle atmosfere più cupe e rarefatte che avevano caratterizzato il mood de Il mondo nuovo (e di Obtorto collo, il debutto solista di Capovilla) e il ritorno alla cazzimma più esplosiva degli esordi. In pratica i TdO tornano a pestare giù duro, e per non lasciare spazi a ripensamenti, lo fanno in pratica dalla prima all'ultima traccia. L'altra innovazione riguarda l'ingresso in formazione stabile di Kole Laca, che attraverso il suo lavoro alle tastiere porta un contributo elettronico alla cifra stilistica della band.
Detto delle novità che caratterizzano il lavoro, la filosofia dell'album risponde invece alle tradizioni consolidate del brand Teatro degli Orrori, imperniato dunque sulle liriche del frontman, all'assalto frontale di tutti gli aspetti più controversi della società: dalla politica, al ruolo delle multinazionali, all'ipocrisia dei rapporti interpersonali a quel putrido stagno che è diventato il mondo del lavoro.

D'altro canto, con un inizio come Disinteressati e indifferenti  non c'è pericolo di essere fraintesi: l'obiettivo agganciato dai radar delle liriche è quello di un'ampia fascia di giovani moderni, disillusi e nichilisti, ed è centrato in pieno con risultati deflagranti. Insomma, il Capovilla è tornato, e il suo classico stile tra cantato di pancia e passaggi declamati in stile uomo col megafano  non fà sconti ne prigionieri. 
Così Lavorare stanca mina le certezze sulla cosiddetta dignità del lavorare, soprattutto in considerazione (aggiungo io) delle perdute certezze in merito a diritti e tutele a causa delle leggi introdotte negli ultimi anni di governo di centrosinistra. E allora ben venga uno dei pezzi migliori dell'album, quel Il lungo sonno (lettera aperta al Partito Democratico) che ognuno di noi delusi della politica di sinistra avrebbe voluto scrivere. I versi della canzone ("aspettando che cambiasse il mondo (...) sono cambiato io, e adesso sono di destra") con i riferimenti agli slogan del Piddì ("i diritti dei lavoratori, quelli delle donne, la lotta di classe, cuore di ogni progresso / la fedeltà alle idee, i valori della costituzione / una società più giusta e uguale / non me ne frega più niente / è tutta un'illusione, una beffa, una pantomima") rappresenta come meglio non si potrebbe il pensiero di chi vede, nell'opera del più grande Partito di centrosinistra italiano, la realizzazione di buona parte dei programmi della destra. 
Benzodiazepina, non fosse per l'inequivocabile differenza di atmosfere e periodo storico, sarebbe la degna conclusione di una traiettoria che Renato Carosone aveva tracciato già dai primi anni cinquanta col geniale boogie Piagliate 'na pastiglia e che Capovilla conclude mettendo insieme i mostruosi interessi delle grandi compagnie farmaceutiche e la conclamata ipocondria dell'italico popolo, consumatore seriale di medicinali. 
Convincente anche Sentimenti inconfessabili, nella quale Capovilla sogna il proprio funerale accompagnato dalle ipocrisie tipiche di quelle situazioni, raggiungendo, con i suoi strali, anche il giornalista musicale Federico Guglielmi. Attacco dal mio punto di vista incomprensibile, vista la coerenza della persona, ma che d'altro canto pone Guglielmi nella ristretta cerchia dei giornalisti immortalati dalla musica leggera, anche se, bisogna ammetterlo, non siamo dalle parti del capolavoro L'avvelenata, dove Guccini si scagliava (tra gli altri) contro Bertoncelli.

Certo, l'album non è esattamente un lavoro che scivola via leggero o che si possa ascoltare in sottofondo mentre si fanno i mestieri di casa. E' piuttosto un monolite che reclama piena attenzione e volumi adeguati dell'impianto stereo. L'atteggiamento fuckin' hostile di Pierpaolo rende l'avanzare nell'ascolto simile alla perlustrazione di una foresta la cui vegetazione si fa passo dopo passo sempre più fitta di rovi e rami che ti graffiano la faccia, le braccia e le gambe. E a poco serve il tentativo di maggior leggerezza lasciato alla conclusiva Una giornata al sole (che sembra in tutta onestà una outtake della roba solista di Capovilla).

Il Teatro degli Orrori si sono trovati ad un bivio decisivo della propria carriera, e in questi casi tornare alle origini è sì una scelta scontata ma anche fitta di pericoli. E così il risultato finale dell'album numero quattro della discografia della band sacrifica sull'altare della veemenza sonora il magico equilibrio che ci aveva fatto gridare al miracolo con Dell'impero delle tenebre e A sangue freddo. 
Si tratta, intendiamoci, di un peccato veniale, di un sacrificio che ci consente di avere ancora tra noi una delle formazioni più eccitanti e necessarie di questi interminabili tempi oscuri.