lunedì 29 aprile 2019

Ammore e malavita (2017)

Locandina italiana Ammore e malavita


Sopravvissuto all'agguato di un clan rivale, Don Vincenzo Strozzalone (Carlo Buccirosso) si lascia convincere dalla moglie Maria (Claudia Gerini), a fingersi morto per cambiare identità e vita, lontano, in qualche paese esotico.
Le cose si complicano quando l'infermiera Fatima (Serena Rossi) scopre casualmente che in realtà il boss è vivo e in convalescenza presso l'ospedale in cui lei lavora.
L'infermiera è condannata a morte dal boss, che manda ad ucciderla il suo uomo più fidato, Ciro (Giampaolo Morelli), che però, al momento di premere il grilletto, realizza che Fatima altri non è che il suo grande amore di gioventù, abbandonato per intraprendere la carriera criminale dopo l'uccisione del padre.

Come spesso amano fare, i Manetti mischiano le carte dei generi cinematografici lasciando lo spettatore senza punti di riferimento confortevoli. 
Cominciamo col dire che Ammore e malavita è un musical, imperniato perlopiù sul genere melodico napoletano. Ma se, come me, detestate questo genere (il musical, non la canzone napoletana), dategli comunque una chance, perchè, per una volta, le canzoni e le coreografie che interrompono il flusso degli eventi si armonizzano magnificamente con il contesto.
Tolta quest'unica definizione stilistica, il film si muove tra diversi canoni: inizia come una commedia del paradosso, letteralmente geniali in questo senso le scene in cui il sosia di Don Vincenzo, ucciso solo per essere sostituito a lui nelle funzioni funebri, comincia a cantare dall'interno della bara mentre viene portato a spalla fuori dalla chiesa, oppure l'idea del tour guidato, organizzato per turisti americani, a Scampia nei luoghi "dove è stato girato Gomorra".
Ma Ammore e malavita è anche altro. E' un drammone sentimentale, ma anche un omaggio ai poliziotteschi nostrani. E' una "crime story" ed è anche un "action" non banale (vedi i rallenty delle pallottole modello Matrix), grazie alla tecnica  eccelsa dei registi italiani, che emerge in maniera chiara.
Gli attori e i caratteristi fanno la loro porca figura. Sugli scudi una fantastica Gerini, un sempre affidabile Buccirosso, ma, soprattutto, ottime prove sono fornite da Raiz degli Almamegretta (Rosario, il partner di Ciro) e il cantante Franco Ricciardi (Gennaro, il "luogotenente" del boss), le cui parti cantate sono, anche per pathos, le più convincenti.

Un film intelligente, stratificato e divertente che ancora una volta mette in luce il talento e la creatività dei Manetti nel reinventare la tradizione cinematografica italiana, donandogli freschezza, colore e dinamicità.

martedì 23 aprile 2019

Tesla, Shock

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Parafrasando quello spot di una banca, i Tesla erano una band differente.
A partire dal nome. Infatti, nel periodo d'oro del glam metal (seconda metà degli ottanta) con i nomi delle band infarciti di X e Z, questi cinque ragazzi di Sacramento, California scelsero, sconsigliatissimi, il cognome dell'inventore serbo/americano Nikola Tesla.
E poi perchè, ed è l'aspetto che più conta, nella distanza con quel metal leggero ed effimero preceduto dal prefisso "hair" si misurava tutto lo stile musicale del combo. Tecnico eppure mainstream, accattivante ma profondo. 
Da non dimenticare tra l'altro che i Tesla avviarono (inconsapevolmente?) la moda degli show unplugged su MTV con il loro, leggendario, Five man acoustical jam del 1990.

Come stanno i Tesla nel 2019? Benino, grazie.
Hanno perso a mio avviso quell'unicità degli anni d'oro (dal 1986 al 1991 l'inarrivabile trittico Mechanical resonance, The great radio controversy, Psychotic supper), ma, con questo Shock, sono ancora in grado di farsi riconoscere, grazie soprattutto al timbro vocale di Jeff Keith e le linee di chitarra di Frank Hannon, nonostante la produzione affidata al chitarrista dei Def Leppard Phil Collen, com'è facilmente prevedibile, conferisca al lavoro una patina estremamente easy listening.
E' in questo senso assolutamente spiazzante la title track, un tuffo nelle sonorità più pop metal di "quegli anni", nella quale il trademark defleppardiano emerge in maniera prepotente. Il resto della tracklist non è tuttavia così compromesso, nel sound. 
Certo, emergono reminiscenze degli Aerosmith (You won't take me alive; Love is a fire), dei "Van Hagar" (Taste like) o di nuovo dei Def Leppard (The mission), ma senza mai cancellare del tutto l'identità dei Tesla che alla fine comunque viene fuori, inconfondibile, in un pezzo come Tied to the tracks.

Un album divertente che raggiunge la sufficienza piena, d'altro canto è dura per tutti mantenere trent'anni dopo la qualità di quando si era giovani e innovativi.

giovedì 18 aprile 2019

Fitness da fifties

La sera stessa in cui mollavo il calcetto, dopo un quarto di secolo passato a calcare i terreni sintetici, assumevo la perentoria decisione di iscrivermi subitissimamente, la mattina successiva, in palestra.
Con giusto un pelino di ritardo, un anno dopo, eccomi varcare il tornello della palestra vicino casa.
L'ultima volta che avevo sollevato un manubrio circondato da gente sudata e sbuffante ricordo che ascoltavo in cuffia, ovviamente con il Walkman Sony, un disco appena uscito di un gruppo emergente:erano i Nirvana di Nevermind. Per dire.

Tutto sommato l'ambiente della palestra in quasi tre decenni  non è poi così cambiato. I soliti fanatici/fanatiche, persone comuni, outfit rivedibili assieme a roba pro, giovani, giovanissimi, falsi giovani e qualche cariatide di ambo i sessi.
Se proprio vogliamo, rispetto a trent'anni fa, la novità ovvia è rappresentata dallo smartphone, che ho visto molti tenere sullo "schermo" della cyclette o del tapis roulant per guardare i video durante l'attività fisica.
La prima sessione è stata molto soft (il tizio che mi ha preparato la prima scheda ha subito avuto pietà del mio stato fisico), ma nonostante ciò, al termine dell'oretta di fitness, avevo braccia, gambe e addominali anestetizzati. 
In pratica mi sono sentito come Neo, in Matrix, quando scopre di avere muscoli talmente inutilizzati da non conoscerne nemmeno l'esistenza.

Però dai, si tiene duro.

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lunedì 15 aprile 2019

Deicide, Overtures of blasphemy

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Quanto mi faceva paura Glen Benton quando ero un ragazzetto! 
In un periodo in cui il metal estremo (death-black) era circondato da un'aurea satanica davvero oscura e spaventosa, questo tizio che si era tatuato una croce rovesciata sulla fronte mi appariva come un autentico fanatico del demonio.
Trent'anni dopo, ora che il death metal non spaventa più nessuno, i suoi interpreti storici fanno tenerezza e il buon Glen si è pagato un'operazione di chirurgia plastica per rimuovere quell'obrobrio inciso sulla fronte, possiamo tranquillamente concentrarci solo sull'aspetto musicale dei Deicide.
Overtures of blasphemy è il dodicesimo album della band di Tampa, Florida. Esce a cinque anni di distanza dal precedente In the minds of evil e, come spesso accade quando membri storici escono polemicamente da una band per formarne un'altra (parliamo dei fratelli Hoffman), i superstiti (oltre a Benton il batterista Asheim) vanno al recupero di una confort zone musicale che coincide con un ritorno ad un mood aggressivo e ad una rinnovata cazzimma.
Overtures of blasphemy rientra perfettamente nello schema. Death metal classico e godibilissimo da sparare al massimo quando hai le balle in giostra, testi rigorosamente anti cristiani e, musicalmente parlando, evidenti influenze dal doom (l'attacco dell'opener One with Satan) e dal thrash (su tutte, Excommunicated).
Fin qui, il lavoro death più divertente dell'anno.



lunedì 8 aprile 2019

John Mellencamp, Other peolple's stuff (2018)

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A metà degli ottanta, anche se era una disputa tutta americana e tuttalpiù riservata a nerd italiani appassionati di blue collar rock (come chi vi scrive), la contesa per il trono di true rocker era tra Springsteen e Mellencamp. Poi entrambi hanno virato. Bruce prima sull'introspezione di Tunnel of love e poi smarrendosi e ritrovandosi, John in maniera più salda anche se meno redditizia, sulle radici popolari della musica a stelle e strisce. 
Negli anni l'ex coguaro ha continuato su questa sua personale ricerca, assumendo il ruolo, pressochè incontrastato, di traghettatore delle tradizioni, che propone amalgamandole al suo inconfondibile sound.
Così i violini e la fisarmonica si armonizzano con le sue ritmiche, i suoi refrain ancora irresistibili, la sua meravigliosa voce che il tempo ha reso ancora più roca e struggente.
Al volgere del 2018, dopo aver pubblicato il non meno che ottimo Sad clowns and hillbillies, Little Bastard licenzia un secondo lavoro, oggetto della presente recensione.
A dirla tutta Other people's stuff non è un disco di canzoni nuove, bensì un patchwork con brani altrui (da qui il titolo) pubblicati nel corso degli anni da Mellencamp sui propri lavori o su vari tribute album.
A differenza dello strepitoso Rough Harvest (1999), le tracce non sono nemmeno re-incise, ma solo selezionate e messe in fila una dietro l'altra.

Con queste premesse, in teoria nemmeno il più accanito fan potrebbe trovare motivi di interesse nell'ascolto di questo lavoro. 
E invece il disco suona come se fosse un'uscita a sè stante, e non una raccolta, in qualche caso ci riporta alla memoria grandi canzoni del passato, come To the river, da Human wheels, Teardrops will fall (di Wilson Pickett) o Stones in my passway (di Robert Johnson) da Trouble no more; in altre si pesca dal nuovo Sad clowns and hillbillies (Mobile blue) o dal già citato Rough harvest, come per il traditional In my time of dying, tuttavia è indubbio che, per quanti conoscono a memoria il repertorio dell'ex Cougar, gli spunti interessanti arrivino dai brani regalati negli anni alle varie compilazioni di tributo, come Dark as a dungeon (resa celebre da Johnny Cash), Wreck of the old 97 (interpretata da Guthrie, Seeger e lo stesso Cash), Eyes on the prize (traditional ripreso anche da Springsteen) e I don't know why I love you di Stevie Wonder.
Stupisce, visto il profilo del lavoro, l'assenza di Wild night di Van Morrison, la cover più famosa di Mellencamp contenuta in Dance naked.

In conclusione Other people's stuff sarà anche un disco prescindibile, ma sfido chiunque ad ascoltarlo restando indifferente.


lunedì 1 aprile 2019

Thunder, Please remain seated

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Ecco un altro disco convenzionale, banale nella sua idea, ma che tuttavia si è rivelato longevo ed emozionante.
I Thunder, di recente tornati alla ribalta con una doppietta di ottimi lavori (Wonder days e Rip it up), celebrano i trent'anni dalla loro nascita con un disco acustico, nel quale rivisitano una dozzina di proprie composizioni, opportunamente scelte anche dal repertorio dei pezzi meno famosi.
Non una novità per i Thunder (ed in particolare per il frontman Danny Bowes) proporre musica con la spina degli ampli staccata, ma Please remain seated è la prima occasione per dare finalmente a questa forma di presentazione dei brani una visibilità propria. 

D'altro canto alla band non mancano certo i mezzi tecnici per performance di alto livello qualunque modalità espressiva decida di utilizzare e Bigger than both of us , che apre l'album, lo dimostra, prima di tutto perchè recupera un ottimo brano che, per le precedenti modalità di pubblicazione era passato in sordina (la canzone era inserita nel bonus cd della riedizione del masterpiece Laughing on judgement day, uscita nel 2009), e poi perchè la canzone, in questa versione, è ricca di swing e di sfumature old time.
La bravura dei musicisti sta nel riuscire a trasfigurare completamente il mood delle composizioni originali, come avviene per esempio per Girl's going out of their head, che da anthem rock si trasforma in un delicato smooth jazz con un ruolo trainante di contrabbasso e piano.
Che gli vuoi dire a questi? Cosa vuoi dire a due ballate "anema e core" come I'm dreaming again e, soprattutto, Loser oppure all'immancabile Low life in high places, proposta con l'arricchimento del fraseggio di una tromba e di un possente coro di voci di natura classica?

L'album è rilasciato in versione cd singolo, con dodici tracce, e in versione de luxe, con un disco aggiuntivo contenente altre sette canzoni, tra le quali il manifesto della band, Higher ground, Like a satellite e lo struggente blues acustico Robert Johnson's tombstone.
Chiaramente la versione estesa del lavoro è la più completa, ma il mio personalissimo consiglio è quella di approcciare a prescindere questo lavoro, sia che già conosciate i Thunder, sia che li approcciaste per la prima volta. 
Sarebbe lo stimolo migliore per andare a riscoprire una grande band di hard rock di stampo britannico.

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lunedì 25 marzo 2019

Tyla's Dogs D'amour, In vino veritas

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Non è che il mondo si fermi e suonino le fanfare quando esce un nuovo disco dei Dogs D'amour, però questi debosciati riescono sempre a catturare l'attenzione di un manipolo di nostalgici dotati di pazienza da monaco tibetano, che non si scoraggiano quindi a dover attendere lustri su lustri per ascoltare materiale nuovo.
E di pazienza qui ce n'è voluta davvero tanta, se l'ultimo full lenght della band è datato 2005 (Let sleeping dogs...) e l'unico cenno di vita in questo orizzonte temporale è stato contrassegnato dal pur ottimo EP Cyber recordings del 2013.
E' da tempo ormai che il gruppo, inteso in senso letterale, non c'è più, con il solo il buon Tyla (al secolo Timothy Taylor) a tirare la baracca.
Perciò, per la release di In vino veritas il frontman deve aver deciso di rendere ancora più evidente la cosa, abbinando il proprio nome allo storico monicker.
Cambia poco: prima di abbandonarsi agli epici midtempos che hanno fatto la fortuna dei DDA, l'album parte con "111" una traccia che è una frustata da cattedra universitaria dello sleaze-metal.
Poi ci si assesta nella confort zone di Tyla, con una serie di pezzi che non si vergognano (per fortuna!) di rallentare il ritmo, flirtare con il pop (Empire; Everything to me) o di abusare magnificamente del contributo del sax (Black confetti; Bottle of red; In vino veritas), per poi tornare al blues (Fuck off devil; Monster) e quindi chiudere il cerchio tornando al glam (Chicago Typewrter; Movie star).
Insomma, una festa per quei pochi che hanno amato i Dogs D'amour e, a quanto pare, niente di che per tutto il resto del mondo.

Perchè è dannatamente vera la massima che cantava il buon Hank 3: "Not everybody's likes us, but we drive some folks wild".

P.S. La release è stata accompagnata da un album di cover a tiratura limitata intitolato In musica veritas.

lunedì 18 marzo 2019

Rival Sons, Feral roots

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Rival Sons...Rival Sons... 
Quante volte gli amici blogger Ale e Filippo mi hanno decantato le lodi di questa band...
Ma io niente! Qualche ascolto distratto e controvoglia, che aveva la stessa possibilità di accendere una scintilla di quella che si otterrebbe sfregando due legnetti sotto il diluvio.
Questa volta invece, chi lo sa, forse era semplicemente arrivato il momento. 
Fatto sta che appena licenziato Feral roots (si parla di fine gennaio) l'ho messo sotto e ancora oggi resta tra i miei ascolti top.
La band californiana (Long Beach) si inserisce indubbiamente nel filone retro rock che tanto ci piace e che tanto ci fa storcere il naso, ma lo fa con una consapevolezza dei propri mezzi ed una cassetta degli attrezzi (sound + songwriting) per i quali ogni polemica sta a zero.
E' vero, come molti hanno fatto notare, che Feral roots parte a razzo con un pezzo ruffiano ed irresistibile (Do your worst), ma è altrettanto vero che il bello arriva scorrendo la tracklist, con l'apice massimo che a mio modestissimo parere ti si schianta contro nella tripletta delineata dalle traccie numero quattro, Look away, cinque, Feral roots, e sei, Too bad.
Dentro il mood sfrontato e arrogante dei RS ci sento tanto rock del passato, magari non necessariamente nei pattern copia carbone, ma sicuramente a livello dell'impatto emotivo di gruppi quali Rolling Stones, Led Zeppelin, Black Crowes, Bad Company, ma anche Black Keys di El Camino (Sugar on the bone è in questo senso inequivocabile).

Uno dei dischi del 2019? 
Pur essendo solo a Marzo, io azzardo un sì convinto.

lunedì 11 marzo 2019

Under the skin (2013)

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Qualche anno fa leggevo Sotto la pelle, un romanzo anomalo e inquietante di Michel Faber. Tempo dopo la stessa amica che mi aveva fatto dono del libro pensa bene di raddoppiare, e regalarmi anche il dvd dell'adattamento cinematografico.

Il film, diretto e co-sceneggiato da Jonathan Glazer (regista che si afferma con i videoclip: Massive Attack; Blur; Radiohead tra gli altri), ha una lunghissima gestazione che inizia subito dopo le riprese di quel gioiellino che risponde al titolo di Sexy Beast - L'ultimo colpo della bestia del 2000, ha potuto contare su un buon budget (13 milioni di dollari) ma è stato un colossale flop al botteghino. La ragione è presto detta, Under the skin è un film ancora più ostico del libro, che già lasciava al lettore diverse chiavi di lettura, ma che almeno spiegava cosa c'era dietro l'operato di questa ragazza misteriosa che andava alla ricerca di persone sole da far salire sul suo furgone.
Glazer invece azzera ogni tipo di spiegazione, eliminando quasi totalmente trama e dialoghi e giocando la sua rappresentazione sui silenzi, sulle espressioni, sulla suggestione malinconica dei paesaggi urbani o periferici di Glasgow, su una fotografia opaca, fredda e inospitale. A questo scopo è efficace l'idea di girare alcuni dialoghi con le persone agganciate dalla ragazza (Scarlett Johansson) attraverso una camera nascosta, quindi a loro insaputa.
Ne deriva che la pellicola è tutt'altro che agevole da vedere, se non si è letto il libro da cui è tratta è veramente complicato venirne a capo con una sola visione. 

Tuttavia ritengo di poter affermare che Under the skin sia un film riuscito, magnetico ed affascinante, che parla della natura umana attraverso le esperienze di chi umano non è ma che, a un certo punto, vorrebbe disperatamente esserlo, forse per far parte di qualcosa, invece che essere isolato in un mondo straniero.
La protagonista (che nel film non ha nome, ma nel libro si chiamava Isserly), da fredda cacciatrice si trasforma in qualcosa di diverso, comincia a voler comprendere l'animo umano, le sue dinamiche personali e collettive, fino ad un finale (diversissimo dal romanzo), nel quale affronta le conseguenze tragiche della sua volontà di evolversi.
Dal punto di vista visivo, il film, oltre alle caratteristiche di cui ho indicativamente parlato, è davvero audace, tutte le sequenze che mostrano il destino delle persone catturate sono atrocemente oniriche, con lo schermo invaso da un nero opprimente, e restano impresse nella memoria in maniera indelebile, così come l'incipit viceversa virato al bianco, ma non per questo meno inquietante.

Un film troppo presto dimenticato, che a mio avviso ha tutte le carte in regola per essere ampiamente rivalutato nel corso degli anni.

lunedì 4 marzo 2019

Cody Jinks, Lifers (2018)

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E al decimo anno di carriera discografica Cody Jinks sfornò il capolavoro.
Il settimo disco del texano è un lussuoso compendio di musica americana, con l'aggiunta di uno scatto in avanti in tema di lyrics, aspetto che non è mai stato sottovalutato da Jinks, ma che qui trova davvero il suo apice, collocando l'artista a fianco dei migliori del suo tempo (Sturgill Simpson e Chris Stapleton i primi che mi vengono in mente), ma con molto meno attitudine snob, se capite cosa intendo.
L'album parte forte, e non si ferma più. Holy water è un pezzo rock arioso, entusiasmante nel suo incedere gioioso con protagonisti i soliti splendidi losers senza speranza in cerca di redenzione. Ma siamo solo all'inizio, perchè con Must be the whiskey Cody piazza un'altro pezzaccio che già è entrato nel ristretto lotto dei preferiti dei fans del countryman (i classici Mamma song; Cast no stones; David), un brano che sul refrain chiama spontaneamente il singalong come solo le grandi canzoni sanno fare. 
Anche tutti quelli che aspettano l'artista country alla prova della love song non possono che essere soddisfatti, dal risultato che Cody mette a disposizione nella tracklist: Somewhere between I love you and I'm leavin' possiede infatti le stimmate della perfetta canzone d'amore redneck, con quel lirismo che riesce ad essere al tempo stesso altamente poetico ed arrivare immediatamente al cuore.
Ma siccome Jinks è anche un performer collaudato da anni di concerti (anche) nei locali più malfamati dell'intera bible belt, sa quando arriva il momento di fare baldoria e lo dimostra piazzando nella raccolta due sconquassanti pezzi honky tonk (Big last name e Can't quit enough) che farebbero ballare anche uno scaldabagno, alternati ad un'accorata traccia folk quale è la title track e un paio di cowboy songs che rispondono al nome di Desert wind e Colorado.

Lifers è dunque un disco bellissimo e imprescindibile, che mi ha imposto di utilizzare una pratica, quella della recensione track by track, che non amo molto, alla quale però, dato il livello delle composizioni, ho dovuto cedere.
Il musicista texano, alla soglia dei quarant'anni e dopo una traiettoria artistica invidiabile, riesce a superare in maniera tutt'altro che scontata l'ottimo precedente lavoro I'm not the devil, lanciandosi nell'olimpo dei rappresentanti del true country e dell'americana a tutto tondo.

giovedì 28 febbraio 2019

More Free Tips, gennaio - febbraio 2019

ASCOLTI

Van Morrison, The prophet speak
Mark Lanegan and Duke Garwood, With animals
Satan, Cruel magic
Ghost, Prequelle
Whitey Morgan and the 78's, Hard times and white lines
Cody Jinks, Lifers
Tyla's Dogs D'Amour, In vino veritas
Thunder, Please remain seated
Arch Enemy, Covered in blood
Hayes Carll, What it is
Rival Sons, Feral roots
Robert Ellis, Texas piano man
Walter Trout, Survivor blues
Madrugada, The best of
Selvans, Faunalia
John Mellecamp, Other people's stuff
The Struts, Young and dangerous
Southside Johnny, Detour ahead the music of  Billie Holiday

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VISIONI

C'est la vie
Tre manifesti a Ebbing, Missouri
La ruota delle meraviglie
Puoi baciare lo sposo
Non ci resta che il crimine
Noi e la Giulia
Suburbicon
Glass
Vizio di forma
Amnèsia
Blow up
Zombie (Dawn of the dead)
Tomb Raider
The Eichmann Show
Il corriere
Borg McEnroe
Free fire
L'altro volto della speranza
La la land
Her
Le belve
Under the skin

VISIONI SERIALI

Seven seconds
Narcos S2, S3
Escape from Dannemora
True detective S3

LETTURE

Paul Auster, 4 3 2 1


lunedì 25 febbraio 2019

Springsteen on Broadway (2018)

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Durante la sua più che cinquantennale carriera, Bruce Springsteen si è differenziato da molti dei suoi colleghi per la pervicace ricerca di una relazione col suo pubblico che andasse oltre una, seppur coinvolgente, esecuzione di brani dal vivo. 
Chi, in epoca analogica, si è consumato le orecchie su bootleg che fino alla metà degli ottanta erano l'unica testimonianza dell'attività live dell'artista del New Jersey, è ampiamente abituato ai lunghi spoken che facevano da prologo alle canzoni, o ne costituivano un propellente integrato alla composizione originaria. 
Più tardi se ne trova testimonianza anche sui live ufficiali, a partire dal mitologico Live 1975 - 1985, con l'introduzione a The river imperniata sull'adolescenza di Bruce, sul rapporto con la musica e con il padre.
Ma è stato, a mio avviso, con il tour del 1988, quello partito a seguito della pubblicazione di Tunnel of love, che un Bruce maturo, desideroso di affrancarsi dall'immagine preconfezionata di blu collar rocker, si spinge ancora più in là, cercando di trasmettere ai propri fans un messaggio di collettività, di famiglia, di crescita, attraverso un momento del concerto nel quale Bruce e Clarence Clemons, seduti su una panchina al centro del palco, discutevano del passato e del futuro, con un passaggio sui figli di Big Man (Springsteen sarebbe diventato padre da lì a poco).

Dal 1988 inizia per il boss una lunga iato dall'attività pubblica, nella quale, pur non smettendo mai di scrivere e registrare, si occupa della sua vita privata, e della nascita dei figli, concedendosi delle rare occasioni pubbliche usate come road test delle nuove composizioni.
In questo senso, la partecipazione allo show benefico Christic Institue Benefits è entrata nella memoria collettiva di tanti fan. Per la prima volta (ricordiamoci che Nebraska, disco in solitaria del 1980, non ebbe alcun tour a supporto) uno Springsteen dimesso e quasi introverso, si presenta da solo davanti ad un pubblico affamato della sua energia, chiedendo di non fare chiasso e di non accompagnare la sua esibizione con cori o urla, per poi mettere in fila una trentina di canzoni tra classici e (allora) inediti. 
Bruce voleva esprimere, senza giri di parole, un cambiamento nel suo modo di comunicare: dove c'era adrenalina, festa e sudore voleva ricreare empatia e profondità. Difficile, quando sei una rockstar planetaria, ma non impossibile se hai quel tipo di feroce determinazione.
Negli anni a venire questo desiderio di Springsteen si è riaffacciato ad intermittenza, penso ai tour di The ghost of Tom Joad o a quello, per me ancora più intenso, di Devils and dust, senza che i semi di questa urgenza smettessero di germogliare, accompagnando il trascorrere degli anni.

All'inizio del 2017 il Boss dà alle stampe la propria autobiografia (ne ho parlato qui), ma la sua urgenza comunicativa non è evidentemente soddisfatta, se qualche mese dopo, il 12 ottobre, Bruce si imbarca, per la prima volta, in uno spettacolo a Broadway, nel quale la parte dedicata allo storytelling ha lo stesso spazio, se non addirittura superiore, a quella dedicata alle canzoni. Per i più pignoli e completisti è bene ricordare che già nel 2005, nell'ambito di un programma della rete VH1, Springsteen fece un'operazione analoga, anche se più breve e meno intima e personale. Qui invece l'artista riprende i passi principali della sua autobiografia, partendo dalla sua infanzia e dal rapporto con le due comunità (irlandese e italiana) dei suoi genitori e toccando cronologicamente i punti seminali della sua vita e della sua carriera.
Nel piccolo Walter Kerr Theatre (meno di mille posti) il pubblico ci mette un pò ad entrare nel mood dello spettacolo, le variazioni di tono di Bruce non sempre vengono colte, ma quando l'esibizione entra nel vivo si crea anche la giusta sintonia, e con essa i momenti di ilarità e di commozione. 
Lo stesso Springsteen appare meno disinvolto di quando esegue i suoi canonici concerti, anche se, probabilmente, questa sorta di timidezza diventa un valore aggiunto, dovendo giudicare la sincerità dell'operazione.
Nelle oltre due ore di esibizione trovano spazio i ricordi di infanzia, i luoghi dell'anima, la moglie Patti, che lo accompagna per qualche brano. 
Bruce si accompagna alternando chitarra, armonica e pianoforte, riuscendo ogni volta a far vibrare le vecchie assi del palcoscenico.
La parte emotivamente più intensa è senza dubbio quella in cui Springsteen, rievocando uno degli ultimi momenti col padre, non riesce ad impedire agli occhi di riempirsi di lacrime.
La scaletta prettamente musicale ripercorre la carriera di Springsteen, ma per fortuna non è un greatest hits. Infatti, accanto a classiconi quali Thunder road, Born to run, The promise land, Dancing in the dark o Born in the USA, trovano spazio piccole gemme che rispondono ai titoli di My father's house, The wish oltre ad una canzone che considero tra le migliori  in assoluto di Bruce (pur appartenendo al repertorio dei novanta) e che ogni volta mi infonde dolcezza e malinconia: Long time comin'

Dentro questo spettacolo imperfetto vive la quintessenza della magia di Bruce Springsteen, un uomo e un artista che ha fatto di integrità e di onestà intellettuale le proprie bandiere. Che magari si è lasciato sedurre dal narcisismo tra un trapianto di capelli e un botulino, ma che non ha mai perso quello sguardo di entusiasmo infantile negli occhi, quel rapporto con i fans, quell'esigenza di trasmettere il vero. Sarà anche per questo che lo show, dal mese di programmazione inizialmente previsto, è andato avanti per oltre un anno e 236 repliche. 

Insomma, quest'uomo qui, che a settembre compirà settant'anni, sembra avere ancora molte cose da dire e diverse modalità comunicative per farlo.

lunedì 18 febbraio 2019

Il corriere (2019)

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Leo Sharp balzò agli onori delle cronache grazie ad un articolo del New York Times che rivelava al mondo il suo ruolo di corriere della droga per il famigerato Cartello di Sinaloa, comandato da El Chapo Guzman.
Cosa c'è di così strano? Beh, che Sharp, veterano della seconda guerra mondiale, è stato arrestato mentre trasportava oltre trecento chili di coca alla veneranda età di ottantasette anni.

E' del tutto evidente che Hollywood non poteva farsi sfuggire la trasposizione di questa storia, e per fortuna il progetto finisce nelle mani di Clint Eastwood, che per l'occasione, vista l'età del protagonista, riprende il doppio ruolo di regista e attore.
Il film racconta la vicenda di Earl Stone (alias Leo Sharp), presentato come persona piacevole, ma molto superficiale, al punto che, nonostante l'età, preferisce girare per gli States andando per convention della sua grande passione (i fiori) piuttosto che accompagnare la figlia all'altare nel giorno del suo matrimonio.
L'avvento di internet e dell'e-commerce porta alla chiusura della piccola impresa di Earl, che si trova improvvisamente privato del suo scopo di vita (n.d. ma andare in pensione, no?) fino a quando, casualmente, entra un contatto con un amico messicano della nipote, che gli propone di spostare "roba" per conto di alcuni suoi amici. Ovviamente gli amici sono del cartello messicano, ma nonostante questo Earl accetta e, prima con volumi irrisori, poi con spostamenti sempre più consistenti, diventa, con il soprannome di Tata (nonno), il migliore corriere del cartello, con tutti i benefits (soldi e trattamento da vip) del caso.

Anche se alla fine della proiezione ho pianto come un vitello,  Il corriere a mio avviso resta un film controverso. Potrebbe essere l'ultimo film con Clint Eastwood in un ruolo da protagonista e questo, di per sè, è già un valore importante. Il cast è di rilievo: Bradley Cooper, Diannie West, Andy Garcia, ognuno investito del giusto ruolo. La regia scorre, come da stile consolidato di Eastwood, sobria, pulita ma dannatamente efficace, così come la fotografia (non potrebbe essere altrimenti, in considerazione degli scenari che accompagnano i viaggi di Earl). 
La storia è americana fino al midollo, e qui cominciamo ad addentrarci negli aspetti negativi, laddove il crimine del traffico di droga, che causa migliaia di morti tra i tossici e fiumi di violenza, è banalizzato se a perpetrarlo è un innocuo vecchietto a cui semplicemente piace guidare per gli Stetes, nonchè quando si vogliono imporre i valori della famiglia con una modalità paternalistica che ho trovato insincera e fastidiosa. Per non parlare della caratterizzazione dei messicani, banalizzata come da prassi.

Insomma, Il corriere è un film che probabilmente non avrebbe lasciato traccia, non ci avesse messo mano (regia) e presenza (recitazione) quell'icona assoluta del cinema di ogni tempo che risponde al nome di Clint Eastwood.

giovedì 14 febbraio 2019

The Eichmann Show (Film Tv, 2015)

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Nel 1960, dopo una latitanza durata quindici anni, gli ultimi dei quali passati in Argentina, il criminale nazista Adolf Eichmann viene individuato e rapito dal servizio segreto israeliano (in Argentina non era prevista l'estradizione), e condotto in Israele per essere processato. Su intuizione del produttore britannico Milton Frutchman, l'intero processo viene trasmesso in diretta sostanzialmente nell'intero mondo civilizzato (30 paesi), per mostrare in maniera inequivocabile gli orrendi crimini commessi dai nazisti nei confronti degli ebrei. E per fare la storia della televisione.

Il film televisivo della BBC parte da qui, da un Frutchman estremamente preoccupato di non riuscire a fare la diretta in quanto i giudici della corte suprema sono restii a concedere l'autorizzazione per la presenza di grosse ed ingombranti telecamere nell'aula di giustizia che non sarebbe congrua all'importanza dell'atto. 
Frutchman (interpretato da Martin Freeman) ha contattato per dirigere le riprese Leo Hurwitz (Anthony LaPaglia), regista americano la cui attività era interrotta da anni a causa della famigerata caccia alle streghe di McCarthy che l'aveva inserito nella lista nera di sospetti comunisti ai quali era inibita ogni attività lavorativa.
Hurwitz è una persona razionale e riflessiva, che cerca sempre di approfondire gli argomenti, non limitandosi alla facciata superficiale delle cose. Egli, per esempio, tra lo sconcerto della sua troupe israeliana, afferma che chiunque, in una particolare situazione, può comportarsi come i nazisti o diventare fascista.
Superato il problema dell'autorizzazione dei giudici, grazie ad uno stratagemma che permette di nascondere totalmente le telecamere dalla vista dei presenti in aula, il processo (e lo show) può cominciare.

The Eichmann show si è rivelato un film estremamente interessante per molteplici aspetti, che vanno anche oltre il normale sentimento di vicinanza verso il popolo ebraico, e che ne impreziosiscono la visione. 
Assieme all'alternanza tra girato e immagini storiche, passando alla caratterizzazione dei personaggi, estremamente efficace è ad esempio la raffigurazione dei dilemmi morali che dilaniano Leo Hurwitz, resi in maniera straordinaria dalla recitazione di un Anthony LaPaglia misurato, che lavora per sottrazione. Hurwitz, per tutto il tempo nel quale vengono testimoniate, anche con l'ausilio di immagini raccapriccianti, le atrocità commesse nei campi di sterminio, impone alla troupe di riprendere un pressochè inespressivo Eichmann, nella speranza di cogliere un cenno di reazione del nazista, che avvalori la sua tesi che in fondo, anch'egli, sia un essere umano.
Per questo si scontra con il produttore Frutchmann, che è sì interessato al valore storico della produzione, ma anche degli ascolti, molto bassi all'inizio del processo, anche a causa dell'interminabile requisitoria del Procuratore Generale Gideon Hausner che si protrae per tre giorni, nonchè per la contemporanea "concorrenza" delle dirette su Gagarin, primo uomo nello spazio, e la crisi della Baia dei Porci.

Oltre a questa non banale riflessione sul ruolo della televisione, il film tocca anche un aspetto che personalmente non conoscevo e che di certo non ha avuto moltissima esposizione, vale a dire la situazione nella quale si sono trovati i sopravvissuti ai campi di sterminio che si sono rifugiati in Israele. Viene infatti riportato che queste persone venivano trattate con fredda diffidenza e spesso i loro racconti non venivano creduti. 
La diretta televisiva del processo, con le testimonianze dei sopravvissuti e le atroci immagini di repertorio, raggiunge il risultato di dare veridicità ad un orrore infinito, squarciando ogni opacità percepita e creando le condizioni perchè un'intera comunità mondiale, prima fra tutti, paradossalmente, proprio quella ebraica, potesse interiorizzare il dramma del proprio popolo imprigionato e sterminato dai nazifascisti.

lunedì 11 febbraio 2019

Bob Batchelor, Stan Lee: il padre dell'universo Marvel

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Non c'è niente come la morte di un personaggio noto per far arrivare anche dalle nostre parti biografie che magari normalmente faticherebbero a raggiungere gli italici scaffali. 
Ed è così che mi sono trovato tra le mani questo libro di Bob Batchelor, che affronta la vita di Stan The Man, l'uomo che ha permesso ai fumetti di prendersi il posto di rilievo che hanno nella pop culture mondiale. 
Dall'infanzia in povertà come immigrato ebreo romeno fino ai celeberrimi cameo nei cine comics milionari, l'esistenza di Lee è raccontata attraverso i suoi snodi e i suoi rapporti principali, senza eccedere nell'agiografia, ma, devo dire, senza mai appassionare veramente alla lettura. Ci si sofferma legittimamente molto sul suo rapporto con la Marvel e sulle altre attività imprenditoriali aperte (e chiuse) sfruttando il brand Stan Lee, ma, per esempio, si glissa inspiegabilmente sull'acquisizione della Marvel da parte della Disney e, soprattutto, non si svela nessun aspetto inedito dietro i personaggi o le storie.
Emerge l'instancabile attivismo di Stan Lee, il suo entusiasmo contagioso che lo portava ancora a visitare le fiere del fumetto a novantasei anni suonati e a farsi sommergere dall'affetto di milioni di fan, così come la sua superficialità nel buttarsi da un impresa commerciale all'altra, spesso purtroppo con risultati fallimentari.
Insomma, una lettura tanto doverosa per un vecchio fan della Marvel quanto poco foriera di soddisfazione ed elementi di reale interesse.

lunedì 4 febbraio 2019

Arch Enemy, Covered in blood

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Inauguriamo le recensioni del nuovo anno musicale con il melodic death degli Arch Enemy, ormai assunti al ruolo di leader del genere e che, lo si evince chiaramente dal titolo Covered in blood, si trastullano con una serie (ben ventiquattro!) di interpretazioni di altrui brani.
Molti di essi sono recuperi di B-sides o bonus track disseminati nella carriera della band di Michael Ammott, con una prevalenza chiaramente per la matrice metal delle canzoni originali, ma senza farsi mancare qualche incursione nel pop e nel punk.
Si apre giustappunto con la celeberrima Shout dei Tears for fears, che inaugura il disco e l'ampia sezione che vede alla voce l'attuale cantante Alissa White-Gluz. Dopo qualche richiamo agli ottanta metal con Judas Priest (Breaking the law) e Pretty Maids (Back to black), di particolare interesse la parentesi, dalla traccia cinque alla undici, relativa al tributo alla scena hardcore svedese del passato, con reinterpretazioni dei misconosciuti Skitlickers, Moderat Likvidation e Anti-Cimex. A seguire lo spazio dedicato all'ex singer Angela Gossow (tra le altre The zoo degli Scorpions, The oath dei KISS, Wings of tomorrow degli Europe), ed infine il testimone passa al primissimo cantante (uomo) della band, Johan Liiva, che si distingue in particolare per due cover degli Iron Maiden (Aces High e la strumentale The ides of march).

Disco eccessivamente lungo e prescindibile, nel quale probabilmente vi troverete a skippare le tracce alla ricerca delle vostre ispirazioni preferite, ma che tuttavia può regalare qualche passaggio coinvolgente.

giovedì 31 gennaio 2019

Seven Seconds (serie tv 2018)

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Dopo un lungo periodo nel quale mi sono tenuto lontano dalle serie televisive (nelle bozze del blog conservo un post - saggiamente mai pubblicato - nel quale comunicavo la decisione radicale di non seguirne più, a vantaggio dei film), e complice il classico mese di prova di Netflix, attivato all'unico scopo di vedere Springsteen on Broadway, vista l'ampissima scelta della piattaforma ho colto qualche consiglio in giro (nello specifico quello del blog amico Come un killer sotto il sole) e ho ricominciato a dedicare del tempo a questa forma di intrattenimento.
Ho scelto dunque Seven Seconds, senza sapere che fosse opera della stessa sceneggiatrice di The killing (Veena Sud). Ed effettivamente mi sono ritrovato nelle dinamiche narrative della sua serie più famosa, anche se in quel caso l'uccisione di una ragazza era avvolta nel mistero e qui invece il responsabile della morte di un ragazzino nero è mostrato chiaramente nei primi minuti del pilot, ma ci ho visto anche echi di un'altra gran bella serie, della quale non ho mai scritto: The night of, con un indimenticabile John Turtrurro.

La storia parte da un tragico incidente stradale, nel quale il poliziotto Peter Jablonski, mentre sta percorrendo in preda al panico una strada innevata che porta all'ospedale dove è ricoverata la moglie, investe qualcosa che scopre poi essere un ragazzino nero in bicicletta. Peter, nuovo arrivo nella narcotici, impaurito, invece di chiamare i soccorsi, contatta la sua squadra di Jersey City, il cui capitano Mike DiAngelo lo persuade a non fare nulla e lasciare il corpo nel fosso dove è stato sbalzato dall'urto, convinto che il ragazzo sia morto e che si tratti dell'ennesimo membro di gang criminale.
Il ragazzo viene trovato molte ore dopo agonizzante, ma vivo, e trasportato in ospedale. Da questo momento cominciano a svilupparsi diverse storylines ad intreccio, che coinvolgono l'onestissima famiglia della vittima, la squadra anti narcotici che ha coperto Jabloski e, soprattutto, il team dei "buoni", composto da due improbabili eroi: K.J. Harper, vice procuratrice distrettuale e Joe "Fish" Rinaldi, investigatore della omicidi.

Seven Seconds depista in continuazione lo spettatore seminando indizi e piste che, nella prassi del genere, dovrebbero condurre in una direzione e che invece vengono abbandonate o che portano da tutt'altra parte. La serie è, a mio avviso, girata molto bene, con una fotografia bellissima, grigia, fredda, sporca, che rimanda a luoghi dove ogni speranza è persa e trasmette sensazione di declino, di ineluttabilità, di tradimento dell'american dream. Non a caso la statua della libertà che si scorge dal New Jersey è sempre di spalle, come ad ignorare ogni richiesta di aiuto. 
Il cast è superlativo, l'angoscia che vive il poliziotto Jablonski (Beau Knapp) ti si appiccica addosso nonostante il crimine di cui si è macchiato, l'empatia verso la viceprocuratrice Harper (Clare-Hope Ashitey), giovane, ma psicologicamente a pezzi ed alcolizzata cronica, è fortissima, così come l'affetto per il suo partner, quel "Fish" Rinaldi (Michael Mosley) che non tiene per sè nemmeno il più corrosivo dei pensieri.
Nonostante non sia stata rinnovata per una seconda stagione, decisione che a mio avviso accresce il valore di una storia che è sacrosanto concludere come è stato fatto, Seven Seconds è una delle serie che più mi ha emozionato e tenuto incollato allo schermo negli ultimi anni, con una sceneggiatura solida e un plot in crescendo, con personaggi e situazioni realistiche, e attraverso i drammi esistenziali di tutti i suoi protagonisti. In aggiunta a ciò ho apprezzato il valore sociale della storia, espresso attraverso le denunce implicite alla società americana (in tema di sanità, corruzione, povertà, derive di intere fasce della popolazione). 
L'amarezza e la rabbia derivanti dalla conclusione della vicenda è il miglior propellente a garanzia della qualità della serie, il fosso e il rialzo del terreno, luogo del supplizio del giovane nero, sono un tragico altare alle storture della società USA.
Davvero Consigliato.

Doveroso post  scriptum: Jonathan Demme (Il silenzio degli innocenti e Philadelphia, solo per citare due titoli della sua lunga filmografia) figura tra i registi che si alternano dietro la macchina da presa (episodio 1X02), ma proprio durante la lavorazione viene a mancare a causa di una lunga malattia. 
A lui è dedicata la serie. 


lunedì 28 gennaio 2019

Whitey Morgan and the 78's, Hard times and white lines (2018)

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Col tempo la memoria comincia a fare cilecca, e allora ultimamente mi impongo di rileggere le mie vecchie recensioni prima di tornare a scrivere dello stesso artista.
Per fortuna l'ho fatto anche per Whitey Morgan, altrimenti vi avrei propinato paro paro l'incipit di Sonic ranch del 2015. Perciò, se lo desiderate, andate e leggerlo e passiamo oltre.
A 38 anni Eric Allen aka Whitey Morgan, assieme ai suoi ormai consolidati 78's, rappresenta quanto di meglio il country/honky tonk possa esprimere. 
Musica densa, sincera, pregna di vita, emozionante, suonata e interpretata come se da questo dipendesse la sopravvivenza dei musicisti coinvolti.
Insomma, una garanzia granitica confermata ancora una volta quando parte la melodia dimessa, malinconica di Honky tonk hell, che apre l'ultimo lavoro del gruppo: Hard times and white lines.
Le classiche caratteristiche del genere outlaw sono tutte presenti nelle liriche di Morgan, il male di vivere affogato nel whiskey e in qualunque altra sostanza (Bourbon and the blues; Hard to get high), la frustrazione derivante dal non avere un posto dove stare (Around here), le storie d'amore (ovviamente) tormentatissime (What am I supposed to do) e l'autentica passione nel suonare la musica del sud degli states, che sfocia in una cover meravigliosa del classicissimo blues degli ZZ Top Just get paid e di Carryin' on del maestro Dale Watson.
Lunga vita a chi tiene duro in questo modo. Lunga vita a Whitey Morgan.


giovedì 24 gennaio 2019

Glass (2019)

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Nel 2000 M. Night Shyamalan mandava nei cinema Unbreakable, un film ideato, girato, prodotto e sceneggiato dal regista indiano naturalizzato statunitense, un atto d'amore verso i fumetti di supereroi, che inconsapevolmente anticipava l'avvento delle multimilionarie saghe dei cine comic, di cui lo Spider-Man di Raimi è stato l'apripista.
L'ottimo lavoro di Shyamalan ci mostrava un uomo qualunque (David Dunn, interpretato da Bruce Willis), che scampa miracolosamente ad uno spaventoso disastro ferroviario e che in seguito, grazie alla conoscenza di un benestante proprietario di un museo di fumetti rari (Elijah Price/Samuel L. Jackson), scopre di essere quasi invincibile. L'esatto contrario di Price, che invece ha una rara malattia delle ossa che le rende fragilissime. Dunn, come da prassi supereroistica diventa un vigilante, che scopre di avere la sua più grande nemesi proprio in Elijah, responsabile del disastro ferroviario e di altre stragi, messe in atto con l'obiettivo di trovare un suo doppleganger, che fosse quindi buono e invincibile.
Nel 2016 Shyamalan gira (oltre a sceneggiare e coprodurre) Split, la storia dello psicopatico  Kevin Crumb (James McAvoy) che, a causa di un disturbo dissociativo dell'identità, possiede almeno ventitre distinte personalità. Kevin rapisce ragazzine considerate impure, con l'intenzione di ucciderle per punirle di non aver mai, nella loro vita, patito sofferenza.
Il film è un thriller psicologico teso e angosciante fino alle sequenze finali, quando, prima sfocia nel sovrannaturale (o almeno ne instilla il dubbio) e poi, in maniera clamorosa e imprevedibile,  crea un collegamento con Unbreakable di sedici anni prima, mostrandoci David Dunn (Willis) che apprende dalla televisione dell'esito della vicenda dello psicopatico Crumb.

Con queste due pellicole quel folle di Shyamalan crea senza clamore e, anzi, quasi occultandolo, un proprio universo supereroistico, nel quale tra il primo e il secondo episodio passano oltre tre lustri e che, soprattutto, arriva allo spettatore con modalità totalmente inedite. A questo universo andava però data una conclusione, perchè, si sa, le saghe devono (o dovrebbero...) sempre concludersi con una trilogia.

Ecco allora che, dopo il primo capitolo intitolato all'eroe (Unbreakable) e il secondo al folle disadattato (Split), il terzo non poteva che richiamare il mastermind criminale, quel Mr. Glass nome d'arte di Elijah Price (Samuel L. Jackson).
Dopo un incipit che ci mostra Dunn e Kevin contrapposti, nel rispetto dei ruoli, l'azione si sposta all'interno di una clinica psichiatrica, dove i due, precedentemente catturati, raggiungono Price. Lo strano gruppo è sottoposto alle cure della dottoressa Ellie Staple (Sarah Paulson) che intende convincerli di non avere super-poteri ma sono di essere fortemente autosuggestionati.
Ovviamente Price, che inizialmente appare in uno stato catatonico, ha capito il vero obiettivo della psicologa e mette in atto il suo piano, come sempre strutturato nei minimi dettagli.

Se ancora non mi era capitato di affermarlo, lo faccio ora: M. Night Shyamalan è uno dei migliori e più completi registi viventi. Al di là dei fisiologici alti e bassi della sua filmografia, il cineasta riesce quasi sempre a trasmettere una visione personale di cinema, dove sono presenti gli elementi che probabilmente l'hanno formato come uomo e artista. In questa visione i comics book hanno evidentemente rappresentato una grande parte, e Glass (ma il discorso si può allargare all'intera trilogia) ne rappresenta l'omaggio più sincero ed emozionante. 
Non è un caso che il filo rosso tra la filosofia supereroistica e la storia di questo universo sia tenuto dal villain Mr Glass: è lui l'unico ad ad avere il quadro completo della situazione, a spingere perchè gli altri personaggi escano dal proprio bozzolo e prendano coscienza dei propri doni, ed è lui a mettere in fila gli eventi (anche eversivi) perchè tutto accada. In questa ottica è perfettamente logico che sia ancora lui a chiudere il capitolo, in attesa del successivo, da qui il suo lascito: "questa non è un'edizione limitata, ma una storia di origini". 

Per chi, come il sottoscritto, è cresciuto leggendo avidamente quelle meravigliose tavole colorate che aprivano una finestra su universi incredibili e meravigliosi, con la visione di Glass, tutto torna magicamente. 
Ma, e qui sta tutta la differenza del mondo con le saghe dei cine comics, Glass risulta godibile ed avvincente anche per lo spettatore a digiuno di meccanismi fumettistici. 

lunedì 21 gennaio 2019

Van Morrison, The prophet speaks (2018)

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Sfida impossibile per il recensore di Van Morrison. Parlare della sua musica senza riferirsi ad essa ricorrendo alla locuzione "di classe". 
Proviamoci. 
Il settantatreenne artista nordirlandese arriva a quota quaranta dischi in carriera (quarantadue, se consideriamo anche quelli con i Them) in uno stato di forma portentoso.
Non sono tra quelli che appena c'è una nuova release di Van the Man si scapicolla ad ascoltarla o che, a prescindere, si spertica in lodi preventive.
Di fatto, non ascoltavo materiale nuovo di Morrison dai tempi di Down the road (2002), mentre, e non potrebbe essere altrimenti, le pietre miliari del passato ciclicamente fanno capolino nelle mie playlist (devo citarle? Astral week; Moondance; Saint Dominic's preview; la collaborazione coi Chieftains Irish heartbeat;il live It's too late to stop now...).

Non so come il dio della melodia ha voluto che inciampassi in questa sua ultima fatica, ma, ancora una volta, grazie a lui il miracolo della vera musica dell'anima mi ha investito con la sua luce rigenerante.
Dentro The prophet speaks Van Morrison riarrangia otto standards, sommandoli a sei inediti, regalandoci un compendio straordinario di old time music che, a volte anche all'interno dello stesso brano, passa con naturalezza dal blues al jazz al soul all'errebì.
Supportato da una band non meno che straordinaria (nella quale spicca il polistrumentista Joey De Francesco), Van vola altissimo su composizioni, tra gli altri, di John Lee Hooker (Dimples), Solomon Burke (Gotta get off my mind); Sam Cooke (Laughin' and clownin') e Willie Dixon (I love the life I live), oltre a regalarci una manciata di brani nuovi che riportano le lancette dell'orologio indietro di quarant'anni (Got to go where the love is; Ain't gonna moan no more; Spirit will provide). 
E quando parte 5 am Greenwich mean time, con quel celestiale vocalizzo "dan-de-dan-dana" il tempo si ferma, e ovunque tu sia, vorresti che quel momento non finisse mai.

Mamma mia, Van, che classe!
Ups...

mercoledì 16 gennaio 2019

Ghost, Prequelle (2018)

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Il dibattito sull'effettivo valore degli svedesi Ghost è sempre aperto, nonostante dal loro esordio "anonimo e mascherato" del 2010 molte cose siano cambiate, a partire dalla rivelazione delle identità dei componenti della band e dalla causa intentata (e persa) dai primi componenti del combo contro il leader Tobias Forge, motivata da mere questioni economiche.
Per quello che mi riguarda però, con questo Prequelle le discussioni stanno a zero. I Ghost tirano fuori un disco incredibile ed intenso, ricco di sfumature stilistiche, senza steccati musicali, dove l'ambito metal centra più per un certo tipo di immaginario proposto (il look, la copertina del disco) che per contenuti.
Per un disco così vario dovrei riprendere le vecchie abitudini e scrivere una recensione "track by track", tanto il mood è spiazzante canzone dopo canzone. 

L'inizio porta sulle spalle la maggiore eredità del filone hard rock nel quale la band continua ad essere inserita, grazie alla potente ma malinconica Rats che ci introduce nel mondo Ghost. Una volta però chiuso il cancello d'ingresso e mosso qualche passo (Faith)  la strada si rivelerà meno decifrabile e più imprevedibile che mai.
L'album infatti trova il suo picco artistico a partire da metà tracklist, con lo strumentale Miasma, ricco di pathos e suggestioni, e nella cui parte finale esplode inaspettato e meraviglioso un sassofono (strumento assolutamente fuori dal canone metal). A seguire arriva Dance macabre un pezzo, che per quanto sia follemente arioso e debitore di certo AOR di fine settanta (Journey?), già a partire dal titolo induce a pensare che la linea di testo "voglio stare con te sotto la luce della luna" sia un pò più oscura di quanto normalmente sia lecito aspettarsi. 
Per quanto a noi italiani ricordi direttamente l'immortale battuta del film Non ci resta che piangere, Pro memoria è un altro apice del disco, con l'ineluttabilità dei suoi versi (don't you forget about dying / don't you forget about your friends death / don't you forget that you will die) e l'incedere struggente, richiamato successivamente anche dal secondo strumentale Helvetesfonster, avvolge l'ascoltatore in una densa foschia sulfurea.
C'è spazio ancora per una traccia classic rock settantiana (Witch image) che avercene oggigiorno e per la funerea conclusione di Life eternal, altro big one dell'opera.
La finisco qui, aggiungendo solo che nell'edizione deluxe del CD sono presenti due bonus track, la scolastica ma divertente It's a sin dei Pet Shop Boys, e la ben più intensa Avalanche di Leonard Cohen.

Per Bottle of Smoke il dibattito sui Ghost si chiude qui, grazie ad un album che fa quello cui la musica dovrebbe essere deputata: regalare mille suggestioni in maniera trasversale a generi ed etichette, ma sempre ad alto tasso emozionale.

giovedì 10 gennaio 2019

All eyez on me, Il film (2017)

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Tupac Shakur è una delle figure più note, ambigue e controverse della scena musicale tutta. Prima di morire, nel 1996 a soli 26 anni, aveva fatto in tempo a diventare l'artista rap con più dischi venduti, raggiungendo il primo posto delle classifiche americane con tre dischi consecutivi (Me against the world, All eyez on me e The Don Killuminati: the 7 days theory, registrato in vita e uscito postumo) nonchè il primo a pubblicare un doppio album di questo genere, ma, al tempo stesso, è stato anche l'artista che più ha diviso pubblico e media a causa delle contraddizioni dei suoi testi, che andavano da tematiche politiche e sociali (i genitori erano attivisti radicali per i diritti dei neri) ad argomenti misogini e gangsta.
Difficile dunque il compito che spettava al regista Benny Boom (scelto probabilmente per la sua vicinanza al mondo hip hop dovuta ai diversi video girati, più che per la sua esperienza cinematografica), che ha cercato di mettere in scena la breve vita del rapper newyorkese.

Nato da genitori attivisti delle Pantere Nere (la madre Alice Faye Williams, a cui 2pac era legatissimo, il padre naturale, ma, soprattutto il patrigno, quel Mutulu Shakur, che per anni figurava tra i primi dieci ricercati dell'FBI) e dopo un'infanzia continuamente in fuga da un lato all'altro degli States (New York, Baltimora, Los Angeles), grazie soprattutto alla permanenza al corrispettivo del nostro liceo artistico a Baltimora (dove conosce e cementa l'amicizia con Jada Pinkett, futura attrice e moglie di Will Smith), Tupac sviluppa il suo talento per lo stile musicale del rap, che lo porterà ad esordire a nemmeno vent'anni con l'album 2pacalypse now.
Da qui un crescendo continuo, condito da conflitti con l'autorità di polizia, fino ad una condanna per molestie sessuali (da lui sempre negate, e il film sposa questa tesi) per le quali sconta nove mesi in un carcere di massima sicurezza, da dove uscirà solo pagando una cauzione da un milione e mezzo di dollari, anticipata da Suge Knight, boss della Death Row Records, altra figura mitologica della scena di quei tempi ("compare" anche nel film Straight outta Compton), noto per i suoi metodi spicci e la sua condotta violenta.
Proprio la firma con la Death Row sarà, indirettamente, l'origine dei problemi che causerà l'epilogo della storia di 2pac, dentro la nota faida tra rapper della east e della west coast, alla quale lui stesso contribuì, principalmente a causa dei dissidi con l'ex amico Notorius BIG, sospettato di aver organizzato un agguato a colpi di pistola contro lo stesso Shakur.

All eyez on me non è a mio avviso un film riuscitissimo. Lo è sicuramente meno, per fare un parallelo che resta nel genere, di Straight outta Compton
A tratti si avverte qualche indecisione nel tratteggiare i momenti più controversi della vita di Shakur, mentre si indugia in altri francamente evitabili. La regia, più adatta ad un tv movie, non aggiunge nulla all'illustrazione della storia, al pari degli altri elementi tecnici (fotografia, montaggio), abbastanza scolastici. Persino la musica non è valorizzata quanto avrebbe potuto e dovuto essere, e questo, in un film così, è probabilmente il difetto maggiore.
Si salva la prova attoriale del quasi debuttante Demetrius Shipp Jr nella parte di Tupac, che ha dalla sua una formidabile somiglianza con l'artista interpretato.
Per il resto, da vedere giusto per chi ignori la storia e voglia farsi un'idea di massima sul personaggio. 

lunedì 7 gennaio 2019

Eminem, Kamikaze (2018)

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Ho sempre pensato che la migliore ispirazione dei rapper bruci più forte di quella degli altri artisti e che, come conseguenza diretta, si esaurisca anche prima. Sono tanti gli esponenti di questo genere che dopo il secondo-terzo album hanno cominciato ad arrancare vivendo del loro fulgido passato prossimo, sfornando lavori insinceri, privi della cattiveria, del veleno di strada che, assieme all'urgenza comunicativa, fungevano da potentissimo propellente iniziale.
Anche Eminem è scivolato in questa spirale. Infatti, nonostante l'affetto dei fan sia rimasto forte e i suoi dischi si siano sempre venduti bene, è indubbio che nei lavori più recenti (soprattutto quelli a cavallo tra gli anni zero e i dieci) la straordinaria verve di Marshall Mathers fosse annacquata tra produzioni troppo pulite e featuring non sempre azzeccati.
E' allora strabiliante come, a pochissimi mesi dal mestiere di Revival (dicembre 2017), ad agosto 2018, questo Kamikaze (album uscito, praticamente a fari spenti) ci restituisca un Eminem in forma smagliante, avvelenato ed ispirato come da tanti anni non lo si sentiva.
Dietro ad una copertina tributo al grandioso Licensed to III dei compianti Beastie Boys, il rapper del Missouri torna a spiegare le vele del suo inconfondibile flow per tredici pezzi e tre quarti d'ora di musica che tolgono il fiato (letteralmente: come nel caso di Lucky you), tengono botta senza annoiare mai con il loro inevitabile carico di dissing (quello contenuto in Not alike, contro il rapper Machine Gun Kelly, ha dato vita ad un botta e risposta in rime che è andato avanti settimane) misoginia e omofobia. 
Ma questo è Eminem e non lo scopriamo oggi.
E comunque io di rap non ne capisco un cazzo.

giovedì 3 gennaio 2019

My Fuckin' Tips: novembre dicembre

ASCOLTI

Whitey Morgan and The 78's, Hard times and white lines
AA/VV, Winds of time - The New Wave of British Heavy Metal 1979/1985
Salmo, Playlist
Bloodbath, The arrow of Satan is drawn
Tyla's Dogs D'Amour, In vino veritas
John Mellencamp, Other people's stuff
Beth Hart, Live at Royal Albert Hall
Van Morrison, The prophet speak
State of Salazar, Superhero
Christine and the Queens, Chris
Tesla, Gold
Assalti Frontali, Profondo rosso
Stratovarius, Visions
Bob Dylan, More blood more tracks (ed. 1 CD)
Danzig, ST 1988
Austin Lucas, Immortal americans
Volbeat, Let's boogie! Live from Telia Parken
Graham Parker, Cloud symbols
Satan, Cruel magic

VISIONI

Amore al primo morso
Polizia accusa: il servizio segreto uccide
Angeli con la faccia sporca (1937)
Seven sisters
Murderock - Uccide a passo di danza
L'uomo sul treno
Fandango
Il buono, il brutto, il cattivo
Demoni 2
La bestia uccide a sangue freddo
La chiesa
L'uomo che sapeva troppo
Un lupo mannaro americano a Londra
Marnie
La ragazza della nebbia
American assassin
Nel nome del male
Benvenuti ma non troppo
Mari del sud
7 uomini a mollo
All eyez on me
Inception
The disaster artist
Arsenico e vecchi merletti
Rimetti a noi i nostri debiti
La ragazza che sapeva troppo
The believer

VISIONI (seriali)

Rocco Schiavone S2
Suburra S1
Luther S1

LETTURE

Vittorio Foa, Questo novecento
Bob Batchelor, Stan Lee - Il padre dell'universo Marvel