Ma la traccia che ci colpisce più forte, come un pugno allo stomaco, è Mio padre, in cui il rapper sfoga tutto il suo risentimento contro un genitore tossico e violento, e l'aspetto che più impressiona è che lo fa dopo la sua morte, non concedendogli nemmeno il perdono o la redenzione che ipocritamente si riconosce ai defunti, a prescindere da quale sia stato il loro comportamento in vita.
sabato 16 agosto 2025
Recensioni capate: Fabri Fibra, Mentre Los Angeles brucia
Ma la traccia che ci colpisce più forte, come un pugno allo stomaco, è Mio padre, in cui il rapper sfoga tutto il suo risentimento contro un genitore tossico e violento, e l'aspetto che più impressiona è che lo fa dopo la sua morte, non concedendogli nemmeno il perdono o la redenzione che ipocritamente si riconosce ai defunti, a prescindere da quale sia stato il loro comportamento in vita.
lunedì 11 agosto 2025
Fantastici Quattro - Gli inizi
Le produzioni MCU sono in crisi, è evidente. Dopo Avengers Endgame, e al netto dei film di Gunn, non solo non è stato più azzeccato un titolo, ma si è sprofondati in bassezze atroci, affidate alla regia di mestieranti intercambiabili, privi di qualunque pretesa autoriale e totalmente condizionabili dalle scelte manageriali della Compagnia.
A ciò aggiungiamoci che i precedenti tentativi col brand F4 sono annoverati a torto o ragione tra i peggiori del genere, ne deriva che il rilancio del progetto nasceva con mille incognite e zavorre. Da questo punto vista mi ha stupito la scelta di girare sì secondo la logica del fan service, ma guardando ai fan della mia generazione, non a quelli attuali. Infatti, la storia si dipana in una terra alternativa collocata in una sorta di anni sessanta americani, nella quale i F4 sono gli unici super-esseri, unanimamente riconosciuti quali difensori del mondo e grazie al genio di Richards hanno creato tecnologie avanti nel tempo di cento anni. La messa in scena, i colori, il contesto rimanda a quel periodo ed è l'aspetto a mio avviso più convincente dell'operazione. Al contrario delle storie a fumetti dell'epoca però, viene ribaltato il ruolo dei quattro eroi: laddove Sue Storm, la donna invisibile, era un personaggio esclusivamente di contorno (in quella fase aveva solo il potere di rendere invisibile sè stessa, non usava i campi di forza come arma e non poteva trasmettere l'invisibilità, elementi questi che negli albi arrivarono molto più avanti) qui diventa la vera protagonista della narrazione, lasciando agli altri un ruolo secondario.
Il richiamo complessivo a quella stagione di ingenuità, di lettori che scoprivano per la prima volta determinati contesti futuristici attraverso lo strumento popolare del comic book e che non stavano troppo a sindacare sulla coerenza scientifica di alcune soluzioni, emerge anche dai piani di questo Reed Richards, che ha la brillante idea di nascondere la terra a Galactus spostandola semplicemente dal sistema solare ad un altro, sconosciuto. E' ovvio che ciò fa sorridere, ma avrebbe funzionato alla grande nel 1962.
Dopodichè, nel complesso, tolti gli aspetti che mi hanno convinto, il film è appena sufficiente (gli ho dato 2,75/5), perchè siamo sempre lì, elementi come: la sceneggiatura - un infinito copia incolla del genere privo di qualsivoglia guizzo - , le incoerenze narrative (una su tutte, ma è cruciale: Galactus è un essere onnipotente che non riesce, trovandoseli di fronte, a prendersi mamma e bambino con uno schiocco di dita - per "citare" la famosa scena di Thanos - ), oltre ad alcune interpretazioni che ho trovato svogliate (Pedro Pascal), un comizio pre finale sempre di Sue urticante nella sua retorica da discount e l'assenza di caratterizzazione di altri personaggi, ad esempio, la Cosa, impediscono al titolo di imprimere una svolta dirimente rispetto al pattume recente del MCU.
Avevo tendenzialmente smesso di guardare (al cinema o su piattaforme) i film Marvel dopo la deriva assunta negli ultimi sei sette anni, per i Fantastici Quattro mi sono fatto trasportare dall'effetto nostalgia, e in effetti, la messa in scena - purtroppo solo quella - mi ha restituito un pò della magia ingenua ed infantile di quelle tavole.
giovedì 7 agosto 2025
My favorite things, luglio '25
Joker: Folie à deux (4/5)
lunedì 4 agosto 2025
Recensioni capate: Il lungo addio (1973)
Eppure... Eppure sta a vedere se il suo Marlowe non sia tra i migliori. Merito delle sue doti interpretative, senza dubbio, ma vogliamo parlare della regia di Robert Altman, che sembra davvero divertirsi nel mostrare una L.A. dei primi settanta intontita da droghe e alcol, con il capitalismo che sta riguadagnando rapidamente terreno (tutta la parte in cui il gangster Augustine spiega a Marlowe il potere della grana) sul decennio precedente e sulla stagione del "flower power".
Ma soprattutto Altman ci regala delle scene indimenticabili, a partire dall'incipit del film con il duetto tra Gould e il gatto, passando per un gioco continuo di trasparenze e riflessi (nella sala interrogatori e quando Marlowe è nella casa dei Wade sull'oceano), un'inaspettata scena di violenza sadica, per tacere della restituzione di sporcizia e decadenza dei locali di polizia, in linea con il comportamento da intoccabili degli uomini in blu (Ah! L'LAPD...). Che dire poi del campionario di facce, tutte perfette, dall'inquietante psichiatra al passivo aggressivo mr. Wade, ad un - non accreditato - Arnold Schwarnegger nella sequenza più folle del film. La colonna sonora rimanda ai club fumosi di cui cantavano il primo Billy Joel e, soprattutto, Tom Waits. Gould/Marlowe fuma ininterrottamente per tutto il film, unica concessione al profilo da duro del ruolo, e nonostante ciò sembra il più sano tra quelli che attraversano lo schermo. La pistola non compare mai, nemmeno nella cinta, fino all'ultima sequenza. Geniale.
Prime video
martedì 29 luglio 2025
Pug Johnson, El cabron
lunedì 21 luglio 2025
Massimo Priviero, Amore e rabbia (2019)
Massimo Priviero, classe 1960, esordisce discograficamente nel 1988 grazie ad un contratto con la potente Warner guadagnato con le sole sue forze, senza sponsor, che farebbe presagire un futuro da artista mainstream. Ma Priviero non è uno docile (è un complimento) e la major, come spesso accadeva, cambia in fretta "cavallo", lasciando l'artista veneto ad un periodo folle di alti e bassi, fitto di conoscenze "professionali" di ogni tipo, fino ai giorni nostri e ad una sorta di catarsi. Amore e rabbia è la sua autobiografia, e segue Nessuna resa mai, che era stata scritta, sempre sulla sua storia, con buoni riscontri , da Matteo Strukul.
Massimo Priviero è una variabile non comune della musica italiana. Certo, non è l'unico sedotto e abbandonato dal successo di massa e di certo non è l'unica vittima della volubilità delle case discografiche, ma non mi vengono in mente altri artisti musicali che siano usciti da batoste professionalmente tremende con la sua resilienza e la sua testardaggine. Forse un pò i Gang, ma loro sono sempre stati una band di culto.
A metà degli anni dieci, Massimo decide, lui, veneto, ma milanese d'adozione, di tornare a casa sul suo litorale, senza un piano preciso ne un orizzonte temporale definito, perchè sente che è quello di cui ha bisogno. Qui comincia quasi inconsapevolmente a scrivere quello che diventerà la sua storia. Il racconto segue due piani temporali, il tempo reale e, ovviamente, il percorso artistico e personale della sua esistenza.
Percorso che discograficamente inizia quando comunque ha quasi trent'anni e la Warner decide di puntarci forte, producendogli e distribuendogli San Valentino (nella foro sopra, assieme al libro, la mia copia in vinile) con un battage pubblicitario massiccio ma tra i più idioti e controproducenti cui abbia mai assistito in Italia (di cui la responsabilità non è certo sua ma della megalomania di quando le major, arrogantemente, contavano). Forse qualche copia in più l'avrà anche venduta con un claim che riprendeva la mitologica frase di Jon Landau coniata dopo aver visto Springsteen dal vivo ("ho visto il futuro del rock e il suo nome è ...") ma ha messo anche sulle spalle di Priviero un macigno insostenibile.
In ogni caso San Valentino è di sicuro un disco che tenta, riuscendoci, di aprire la strada ad un certo tipo di mainstream rock nel nostro Paese e infatti vende bene, abbinando la qualità di più d'un brano all'elemento catchy. Peccato che da lì a poco la grande major si disinnamori di Priviero decidendo di puntare tutto su un altro rocker emergente, un certo Luciano Ligabue, che esordisce due anni dopo, nel 1990, in contemporanea col secondo lavoro di Massimo, Nessuna resa mai, che è prodotto nientemeno che da Little Steven e che è addirittura migliore del suo predecessore, ma che non viene minimamente pompato dalla Warner, sparendo dai radar delle modalità di promozione di quel periodo (radio e tv, ovviamente).
Da quel momento in avanti per Massimo cominciano le montagne russe del rapporto con le etichette discografiche. Dopo un ultimo passaggio con una major (la Ricordi) e una produzione di prestigio (Rock in Italia, Massimo Bubola), le esperienze con Dig it e Duck Records, che ben ricordo, specializzate in compilation di musica infame ma che vendevano a camionate, e manager lestofanti anche in odore di malavita, a un certo punto decide di affrancarsi da quel sistema e comincia ad autoprodursi. Percorso questo nel quale progressivamente Priviero piega verso un cantautorato più intimista e poetico, dal quale emergono diverse perle, Dolce resistenza, Il mare, Fragole a Milano, Spari nel cielo (anche se quest'ultime scontano richiami rispettivamente a Drive all night e My city of ruins di Bruce), ma soprattutto la più intensa rielaborazione con composizioni inedite di canzoni della resistenza, o per meglio dire, canzoni che celebrano il sacrificio degli alpini morti, o tornati a stento dall'atroce campagna di Russia cui il regime fascista li mandò al massacro (Pane, giustizia e libertà; La strada del davai; Nikolajeva), nel ricordo del nonno, che la guerra (la prima) da alpino la fece davvero.
Amore e rabbia (che è la sintesi dell'approccio che guida Priviero alla creazione della sua musica) non è la classica biografia della rockstar infarcita di sesso e droga - totalmente assenti, al massimo qualche grappino di troppo - ma, forse proprio per questo, appare autentica e onesta, anche magari nei suoi passaggi ingenui o nel sentimento di disillusione e disincanto da autodifesa, motivate da tutto ciò che Massi ha attraversato nel suo percorso di vita.
Percorso che ha avuto ancora dei picchi di esaltazione collettiva, legati alla creazione di una fanbase fedele ("la mia gente") con cui ha raggiunto vette pure nei duemila, grazie a due esaltanti concerti, al compianto Rolling Stone di Milano e all'Alcatraz, entrambi immortalati in due infuocati dischi dal vivo (Rolling live e Massimo) nonchè in episodi curiosi e incredibili come quando, out of the blue, a Priviero viene chiesto di lavorare a dei dischi gospel che lui, all'inizio un pò recalcitrante, poi sempre più convinto, si mette a registrare, tra traditional e inediti, riscontrando un successo imprevedibile che lo porterà ad inciderne quattro. L'aspetto più curioso della cosa è che tutti questi album sono registrati con l'alias Tommy Eden, che ancora oggi ha una pagina wikipedia ignara del fatto che dietro a quel nome si nasconda il nostro.
Pur essendo andato lungo in questa recensione, ho omesso molti aspetti della vita di Massimo raccontati nell'autobio (il suo rapporto scostante con la politica, l'amore per socialisti come Matteotti, la sua vita a Milano, i premi del prestigioso Club Tenco, la sua più importante storia d'amore e il legame con il figlio), mi rimane solo da dire che Amore e rabbia è una lettura sinceramente consigliata per scoprire un personaggio a suo modo unico, hombre vertical a dispetto delle umanissime debolezze, ma soprattutto la sua musica. A cui ti puoi avvicinare iniziando col vederlo dal vivo, con la band o in solitaria. Non resterai deluso e probabilmente anche tu entrerai a far parte della sua comunità. Della sua gente.
martedì 15 luglio 2025
Joker: Folies à deux (2024)
In conseguenza degli eventi narrati nel primo film, Arthur Fleck è ricoverato in una prigione manicomio, completamente mansueto e gestito con psicofarmaci. La conoscenza di un'altra prigioniera, Harley Quinzel, che lo idolatra dopo aver visto un docufilm a lui dedicato, farà deflagrare in Arthur sentimenti dimenticati, e lo metterà davanti alla prova decisiva della sua esistenza.
Dopo aver letto le sinossi a ridosso dell'uscita nelle sale del film, e i commenti negativi di alcuni tra i miei critici di riferimento, ho ignorato questo seguito del Joker di Todd Philips (dietro la mdp anche del sequel). Eppure alcuni elementi avrebbero dovuto farmi accendere una lampadina d'interesse. A partire dalle dichiarazioni di Phoenix che si era detto disinteressato a girare un seguito, per poi cambiare idea dopo aver letto lo script (d'accordo, a volte le star cambiano idea - Jackman con Wolverine - a suon di argomenti economici). Aveva ragione, il buon Jaquin. Philips ha fatto con Folies à deux la stessa operazione di Lana Wachowski con Matrix Resurrections, sia in termini di atto terroristico contro la fanbase, che di killing joke rivolto agli studios, e, tanto che c'era, ha picchiato più di qualche chiodo sulla bara di uno dei villain più iconici e pop del mondo. Mica poca roba, eh. Sicuramente protagonisti e regista avranno messo in conto (esattamente come la Wachowski) il rigetto di molti spettatori, fan o meno, ma se ne sono freagati, andando dritti per la loro strada. La Warner e la Dc avranno invece sperato che il nome Joker nel titolo bastasse a gonfiare i botteghini ma ahimè, oggi il passaparola (social) ha un peso rilevante, nell'uccidere in culla queste aspettative.
Joker 2 è un film anarchico, punk, irriverente. Non poteva che essere un flop. Non poteva che farmi innamorare. Tutto ciò nonostante apprezzi il genere musical quanto potrei apprezzare una colonscopia, ma quando un film è così bello e pregno di testi e sottotesti, il genere passa in secondo piano (vedi Emilia Perez). Che poi, musical. Certo, nel film si canta (troppo, per qualcuno), ma gli intermezzi musicali durano mediamente poco, pescano nel repertorio evergreen dei musical, dello swing o dei crooner e non sono quasi mai coreografati (cioè non ci sono scene di ballo di massa).
La messa in scena, con il prologo cartoonesco in stile Tex Avery, gli intermezzi che riprendono i varietà e i late show americani, i riferimenti poco nascosti al primo film, di cui i protagonisti parlano in termini positivi o negativi, dipingono quest'opera come un percorso di catarsi che compie sì Arthur Fleck, ma che si vorrebbe compisse anche il die hard fan.
E poi c'è la politica. Il rifiuto della leadership assegnata a gran voce da bande di sottosviluppati violente e criminali (a me sovviene qualcuno che invece in America l'ha afferrata e la agita come una colt), ceduta in cambio della riscoperta di un sè stesso fragile e indifeso (la sequenza dell'interrogatorio di Gary Puddles, da questo punto di vista è il momento più rivelatore del film) anche a costo della perdita dell'amore della vita, è un filo narrativo struggente, rivoluzionario e impopolare. Così come lo è questo Joker: Folies à deux, che, l'avessi visto per tempo, sarebbe senza dubbio finito nei miei preferiti dell'anno.
Siccome non siamo nei settanta e nello scenario di libertà creativa introdotta dalla "Nuova Hollywood", atti di coraggio così autolesionistici andrebbero celebrati, ma ahimè, ciò non accade. Speriamo almeno il tempo sia galantuomo.
lunedì 7 luglio 2025
My Favorite Things, giugno 25
The accountant 2 (2,5/5)
FolleMente (2,5/5)
Io sono la fine del mondo (0/5)
lunedì 30 giugno 2025
Recensioni capate: Metallica, 72 seasons (2023)
72 Seasons è il terzo lavoro in oltre vent'anni, esce nel 2023, a otto lustri da Kill'em all, direi che bisogna fare i conti con la realtà.
lunedì 23 giugno 2025
Il giorno dell'incontro (2023)
Mark Flannigan vive come uno squatter in un appartamento che cade a pezzi, come unica compagnia un gatto. Non è vecchio ma nemmeno giovanissimo. Lo vediamo alzarsi ed allenarsi a casa e per strada, inifine raggiungere una palestra dove lo attende Stevie, il suo allenatore di pugilato. Mark "The Irish" Flannigan aveva infatti toccato l'apice del successo come pugile professionista per poi cadere in una spirale di eccessi ed autodistruzione, fino alla condizione attuale. Faticosamente, la sua rete di conoscenze riesce ad organizzargli un incontro come match in fondo al cartellone al Madison Square Garden, ma prima che la giornata si concluda con il combattimento, Mike deve regolare i conti sospesi con le persone che contano nella sua vita.
Jack Huston, una lunga carriera da attore iniziata da bambino, esordisce dietro la macchina da presa con un classicissimo film sulla caduta e sulla ricerca di redenzione di un (beautiful) loser, dimostrandoci che la forza dirompente del grande cinema magari può non stare sempre in un soggetto geniale o una sceneggiatura "ad orologeria", ma anche nella potenza gentile di una messa in scena semplice, pulita ma dannatamente efficace ed emozionante e nella performance di attori che probabilmente potevano ambire ad un posto più importante nello stardom americano in relazione alle proprie capacità. O semplicemente sono io che ho sempre avuto un debole per Michael Pitt, qui in grado di regalarci un'interpretazione indimenticabile.
Ma dicevo del canovaccio abusato alla base del film. La storia contiene diversi clichè, a partire dalla boxe (a mani basse lo sport più cinematografico) come metafora della vita, un arte nobile che può lavare via, purificare ogni cosa, chiudere un percorso catartico. Mettiamoci poi che Huston non si tiene nel ricorrere allo stimolo lacrimale plurimo (cito per sintesi Jessica, l'ex moglie di Mike, che esegue al piano una versione straziante di Have you ever seen the rain, l'incontro di Mike all'ospizio con il padre interpretato da Joe Pesci) e un finale che tutto è meno che sorprendente, e ci sarebbero tutti gli ingredienti per derubricare il film ad inutile scopiazzatura.
Disponibile su Sky
lunedì 16 giugno 2025
Land of hope and dreams: Bruce Springsteen vs Donald Trump
«L’America che amo, l’America di cui ho scritto e che è stata un faro di speranza e libertà per 250 anni, si trova attualmente nelle mani di un’amministrazione corrotta, incompetente e traditrice. Questa sera chiediamo a tutti coloro che credono nella democrazia e nella parte migliore dell’esperienza americana di opporsi con noi, di far sentire la loro voce contro l’autoritarismo».
Mentre in questi giorni guardo L.A. bruciare a causa, prima delle misure repressive messe in atto dall'amministrazione Trump che è arrivata al punto di arrestare anche lavoratori onesti, inseriti nel contesto sociale americano, portati via in manette fuori dalla scuola dei figli o quando si recano a rinnovare il permesso di soggiorno, e poi per la repressione brutale delle giuste manifestazioni a loro sostegno, penso alla forma di protesta attuata da Bruce Springsteen.
Il "Boss" è senza ombra di dubbio la passione musicale della (mia) vita. Ho iniziato ad ascoltarlo nel 1984 a (sigh!) quindici anni ed è stato capace di attraversare come una potente nave rompighiaccio gli anni e il mutare fisiologico dei miei orientamenti musicali (metal, irish, folk, jazz, country, jam, punk, blues, new wave, blues). L'ho visto in concerto due dozzine di volte, l'ultima nel 2016 ed è difficile spiegare razionalmente la connessione sentimentale che immancabilmente (beh, quasi) si attiva nei confronti di quest'uomo.
Ancora di più mi ha infastidito, da uomo di sinistra quale testardamente sono e, sapendone valutare pro e contro, da sostenitore di Obama, la stretta amicizia di Bruce con l'ex presidente USA. Amicizia che esce dal perimetro dei rapporti personali e viene offerta in pasto a media e pubblico (ricorderai il podcast a due voci e il libro condiviso). Perchè io penso che la sacrosanta legittimità di un artista ad assumere una posizione politica si debba fermare un metro prima di essere percepito come parte dell'establishment, va cioè mantenuta la giusta distanza, ne va dell'integrità e dell'autonomia della persona.
Non è solo questo. E' anche che, fino ad oggi, stare dalla parte convenzionalmente ritenuta "liberal", cioè dei diritti e delle tutele per la parte più marginale della popolazione, esprimersi a favore di una sanità inclusiva o di un approccio al tema dei migranti non esclusivamente orientato a diffondere paura per ricavarne consenso, era normale per la stragrande maggioranza di intellettuali, letterati e artisti. Cioè non si pagava un prezzo e tendenzialmente si faceva bella figura. Aborro il termine radical chic, ma insomma, ci siamo capiti.
La differenza è che oggi chi si è schierato apertamente contro il presidente-gangster, che si tratti di enormi studi legali, università, governatori, dirigenti FBI, giudici o volti noti, non solo ha ricevuto risposte infantili e sprezzanti da parte di Trump, ma anche minacce, spesso messe in pratica, di utilizzo della macchina statale come arma contro l'espressione di dissenso. Io stesso, fossi americano, non sarei così sereno nel divulgare dissenso, anche su di un blog della minchia che leggi solo tu.
Trump, oltre ad averlo insultato nella consueta modalità da adolescente viziato, ha avanzato il proposito di far partire una "bella indagine" (non si sa bene su cosa) ai suoi danni. Da sottolineare come il boss, già qualche anno fa, dopo la pubblicazione della canzone American skin (41 shots), scritta sull'onda emotiva dell'omicidio dello studente liberiano Amadou Diallo da parte della polizia di New York (perlappunto crivellato, da innocente, da 41 colpi di pistola) qualche guaio con il NYPD l'aveva già passato.
Per questo penso che nel caso specifico, a scenario drammaticamente mutato e con nazioni normalmente ben radicate nei processi democratici, storicamente quindi predisposte ad assorbire il dissenso, che oggi invece si avvicinano in maniera rapida e preoccupante alla condizione di democrature (in Italia il DL Sicurezza), Springsteen abbia dimostrato, proprio perchè nessuno è intoccabile per Trump, un coraggio non banale. Non mi sovvengono altri big del mondo dello spettacolo che si siano esposti in maniera così radicale. Non l'ha fatto certo Hollywood, sotto attacco presidenziale, che teme ritorsioni mortali, ad eccezione di Robert De Niro. Sarà un caso che siano entrambi più o meno ottuagenari?
Addirittura Bruce, dopo le minacce ha rilanciato, ripetendo ad ogni concerto (e lo fa tutt'ora) i concetti espressi a Manchester e pubblicando un instant EP nel quale, a rafforzare ulteriormente il concetto politico dell'operazione, per la prima volta, isola le introduzioni parlate rispetto alla traccia dei brani, a parer mio per poterle divulgare anche separatamente. Non solo. Ha contestualmente pubblicato una breve storia sui social, nella quale trasmette un parallelo tra il regno del risentimento e dell'odio che oggi risiede alla Casa Bianca, rispetto al passato (lo trovi qui).
Ma, in quest'ottica, anche pezzi come No surrender o The promise land sanno di resistenza.
Springsteen l'aveva scritta dopo la grave crisi economica che aveva messo in ginocchio le piccole attività commerciali del suo territorio nel New Jersey: decine e decine di negozi, spesso a carattere familiare che avevano resistito a lungo nel tempo, chiusi e abbandonati riducendo interi quartieri in ghost town. Poi c'è stato l'undici settembre e il pezzo è stato usato come grido motivazionale dopo l'attacco terroristico. Oggi il pezzo diventa una preghiera laica ("let's pray", esorta Bruce presentandola) per chiamare la popolazione - c'mon rise up! - ad una rivolta civile, democratica, identitaria. Questo brano dal grande pathos - ho ancora negli occhi il viso fanciullesco, stupito e meravigliato di Springsteen quando a Milano, nel 2003, San Siro quasi viene giù nel singalong - viene presentato così, infliggendo la seconda stilettata all'odierna amministrazione americana:
«Nel mio Paese, provano un piacere sadico nell’infliggere dolore ai lavoratori americani. Stanno smantellando leggi storiche sui diritti civili che avevano portato a una società più giusta e pluralista. Stanno abbandonando i nostri alleati e si schierano dalla parte dei dittatori e contro chi lotta per la libertà. Stanno togliendo fondi alle università che non obbediscono alla loro ideologia. Prendono la gente dalle strade d’America e senza alcun processo la incarcerano. Tutto questo sta succedendo adesso. La maggioranza dei rappresentanti politici non è riuscita a difendere il popolo americano dagli abusi di un presidente inadeguato e di un’amministrazione canaglia. A loro non interessa e non hanno idea di cosa significhi essere davvero americani».
In questa battaglia intrapresa (l'ultima, a 76 anni?) l'uomo ha tutto da perdere - fans trumpiani, inchieste, i Proud Boys alla porta (proprio ieri è stata trucidata un coppia di politici democratici) - e nulla da guadagnare. Pertanto, pur avendo passato da tempo l'era dei fanboy acritico, ammiro e rispetto l'audacia recuperata di quest'uomo. Ciò non significa che tornerò a vederlo in concerto tra qualche giorno a Milano, perchè, per essere un credibile cantore della working class, a Springsteen manca un ultimo tassello: evitare di far pagare biglietti a tre zeri a chi proprio non può permetterseli. Tanto i suoi eredi sono già a posto per le prossime dieci generazioni.
L'EP Land of hope and dreams si può ascoltare su spotify
mercoledì 11 giugno 2025
Recensioni capate, Rhino (2021)
Girato da Oleg Sentsov, regista ucraino che ha passato guai seri con la Russia per vaghe accuse di terrorismo, Rhino è una sorta di romanzo criminale perlappunto ucraino, che, a differenza di quello di casa nostra, è privo di qualunque indulgenza o ricerca di empatia verso l'ascesa criminale di Serhii Filimonov (l'attore che interpreta il protagonista da cui l'alias del titolo) e dei suoi soci. Notevoli alcune scelte di regia, a partire dal suggestivo incipit nel quale ci viene mostrato il tempo che passa esclusivamente con la mdp che scivola da un ambiente all'altro del rudere di abitazione in cui cresce Rhino assieme alla sua famiglia. Lo scenario è quello di un'indefinita zona rurale ai margini della civiltà conosciuta, popolata da individui alla deriva sotto ogni punto di vista: sociale, morale e umano. Tra baracche e povertà diffusa, le skills che vengono premiate sono quelle del più forte, resiliente e privo di scrupoli. Non c'è epicità nelle azioni del gruppo che Rhino mette assieme, non c'è coraggio nella presa in ostaggio di una famiglia con minacce al bimbo neonato, non c'è onore nel fottersi l'un l'altro. Tuttavia, in una storia cruda, spietata e realistica, Sentsov ha l'intuizione di realizzare un epilogo quasi onirico e spirituale spiazzante ed evocativo, che lascia esterefatti.
lunedì 2 giugno 2025
My favorite things, maggio 2025
lunedì 26 maggio 2025
Recensioni capate: Jean Claude-Izzo, Casino totale (1995)
Il romanzo rientra nel filone dei crime che sono tutt’uno con il contesto geografico in cui si svolgono. Izzo è evidentemente innamorato di Marsiglia, la sua città, ed egli è una guida preziosa per introdurla sotto ogni punto di vista – sociale, turistico, gastronomico – al lettore che non la conosca. E’ questo probabilmente l’aspetto più suggestivo dell’opera, almeno per me, che, lo premetto, sono molto esigente in fatto di noir/crime/polizieschi, e pertanto, quando mi trovo davanti l’ennesimo eroe solitario, dalla vita privata distrutta, che fa colazione col whiskey e ama la musica old time (in questo caso jazz e blues) e ovviamente sciupafemmine, ecco beh, insomma, sprofondo nella delusione.
Di buono sicuramente c'è la posizione politica antagonista che Izzo prende chiaramente rispetto al razzismo nazionalista del FNP, senza tuttavia negare i problemi di coabitazione con la parte araba della città, siano essi legati alla microcriminalità piuttosto che alla mala organizzata. I personaggi sono però tracciati con una netta dicotomia tra bene e male, evitando ogni contaminazione nonchè traiettoria di redenzione (o di perdizione).
La mia critica non toglie che Casino totale sia un’opera coinvolgente e scorrevolissima, le sue duecento pagine si leggono volendo in un paio di giorni, e infatti il libro, assieme alla trilogia che compone, ha avuto un successo mondiale. Il che lo posiziona sicuramente bene in un’ipotetica classifica per la letteratura poliziesca popolare, un po' meno nel giudizio di chi ha perso la testa per i noir cinici e disperati di Ellroy e Genna.
giovedì 22 maggio 2025
I miei film preferiti del 2024
6. Rebel Ridge
9. La sala professori
lunedì 19 maggio 2025
The Murder Capital, Blindness
I The Murder Capital sono una band irlandese di Dublino, di poco più "giovane" dei conterranei Fontaines D.C. . Come loro si muovono principalmente sui territori della seconda (dopo quella della metà degli anni zero) new wave of post punk. A differenza di loro l'hype intorno alla musica che creano non è ancora partito. Avendone ascoltato il secondo lavoro del 2023 (Gigi's recovery) posso anche capire perchè. Il suono della band due anni fa era forse ancora alla ricerca di una cifra precisa, mi sembra che faticasse a centrare il bersaglio dal punto di vista emotivo.
Blindness, da questo punto vista, è un'altra storia. I ragazzi hanno imparato ad essere più accessibili, se vogliamo anche più scaltri, ruffiani, centrati, riuscendo a bilanciare pronti-via le parti sferraglianti (Moonshot) con quelle propriamente melodiche, darkeggianti, radio friendly ( Words lost meanings) che sì, di qualcosa agli amici Fontaines D.C. è debitore e non è nemmeno l'unico caso (Can't pretend to know), ma d'altro canto la fonte cui si abbeverano entrambe le formazioni è la medesima.
La voce del frontman James MacGovern riesce ad essere, alla bisogna, atonale o estremamente espressiva, comunque sempre in grado di veicolare sentimenti forti, emozionali. Come nel caso della tesa Born into the fight o la struggente Love of Country. Discorso a parte merita Death of a giant, forse, a differenza delle sopracitate, non fra le highlights dell'album, ma letta da molti come un tributo a Shane MacGowan, la cui morte aveva commosso la nuova scena di Dublino, portando ad esempio i TMC a realizzare una cover di I'm a man you don't meet everyday semplicemente incantevole, a dimostrazione di un senso di appartenenza intergenerazionale e di una sensibilità non comuni.
Sensibilità che riverbera in un songwriting con l'orecchio sempre attaccato a terra a cogliere rumori di una società allo sbando, crisi esistenziali, famiglie alla deriva, a cercare una speranza sempre più nascosta tra rabbia, solitudine e disperazione. Un disco che non teme di mostrare le cicatrici, affascinanti e respingenti, dei nostri tempi. Una band che urla e sussurra noi ci siamo, non abbiamo ambizioni di leadership ma un'urgenza comunicativa deflagrante. C'è ancora qualcuno vivo là fuori?
giovedì 15 maggio 2025
Le mie serie tv preferite del 2024
lunedì 12 maggio 2025
Derapages - Lavoro a mano armata (2020)
Alain Delambre è un ex manager di azienda dalle medie dimensioni, ma quando si trova nell'età in cui si comincia a pensare alla pensione viene licenziato, e quindi, vicino ai sessanta e con un mutuo da pagare, senza alcun datore di lavoro che lo assuma per le sue competenze, si presta a fare i mestieri più umili. Ma in lui, dopo la depressione, monta una rabbia che fatica a gestire.
Miniserie piuttosto interessante, questa francese Derapages (la traduzione italiana del titolo riprende quella scelta per il romanzo di Pierre Lamaitre, cui la serie è la trasposizione), che, in sei episodi, mantenendo sempre un buon livello di tensione e curiosità, nell'arco della narrazione passa agevolmente da un genere all'altro. Lo scenario costante attiene alla denuncia sociale della condizione del lavoro in Francia, non molto diversa dalla nostra, in cui, se esci dagli ingranaggi delle assunzioni, specialmente ad una certa età, sei obbligato a scelte umilianti, non tanto per la professione svolta - facchino, pulitore - ma per il trattamento tirannico che ricevi dai tuoi capetti. Certo, il j'accuse è di grana grossa e sloganistico, ma pur sempre efficace. Ci sono poi altri elementi: di action, nella puntata che fa da perno a tutta la vicenda, la terza, di prison drama, finanche di legal thriller con connotati crime.
Spesso, davanti a serie televisive composte da pochi episodi mi trovo a pensare, diamine ma con qualche taglio avrebbero potuto tranquillamente farne un film! In questo caso invece l'abito seriale breve veste alla perfezione il progetto, la narrazione non abusa di fill-in o momenti dilatori esclusivamente propedeutici a prolungare timing. A tutto ciò sicuramente contribuisce il fatto che dietro il soggetto (creazione e regia) ci sia un regista come Ziad Doueiri (Oscar per L'insulto), che si muove facendoci dimenticare come il prodotto nasca per essere destinato alla visione (anche, ahimè) su smartphone e tablet.
Ma l'aspetto più prodigioso della serie è l'interpretazione di Eric Cantona, ex fuoriclasse calcistico (Manchester Utd, soprattutto) che ormai da anni si è reinventato attore. Naturalmente non è la prima volta che lo vedo in queste vesti (Il mio amico Eric, The salvation, AKA), ma il ruolo di Alain Delambre, un uomo controverso e sconfitto dalla vita la cui interpretazione deve trasmettere una gamma più vasta di emozioni, credo che lo possa aver consacrato definitivamente. C'è da sottolineare comunque come sia l'intero cast, nei personaggi principali e secondari, a fornire una prova eccellente, segnalo su tutti quella di Gustave Kevern, nei panni del migliore amico del protagonista, e Alex Luz in quelli del mega manager cinico e arrogante.
Attualmente su Netflix, ma dovrebbe uscire a breve dal catalogo. Recuperalo.
giovedì 8 maggio 2025
I dischi che ho più ascoltato nel 2024
Fontaines D.C., Romance
Sierra Ferrell, Trail of flowers
lunedì 5 maggio 2025
Ricordando Mike Peters
L’elemento che li accumunava a band emergenti quali U2, Simple Minds, The men they couldn't hang o Big Country (ai quali peraltro Peters si unì, sostituendo il povero Stuart Adamson per un album e un tour nel 2013), era l'epicità, un approccio arrabbiato, tematiche sociali, l’abilità di forgiare pezzi anthemici, il tutto tradotto in composizioni sovente sorrette da ritornelli e cori poderosi. Un pò da arena rock, se vogliamo.
Dopo altri due dischi in cui tentarono, non riuscendovi, di aggiornare il proprio sound, la band si scioglierà nel 1991 per riformarsi nel 2002 producendo, nei successivi quattro lustri, ben dieci lavori (di cui, onestamente, ignoravo l’esistenza), gli ultimi senza Peters, e girando regolarmente in tour.
Mike Peters era insomma un eroe minore della musica che apprezzo. E proprio per questo, analogamente agli altri nella sua condizione, che ci hanno creduto ma erano destinati dal fato (e da un talento limitato) ad inseguire la fugace attenzione conquistata in età giovanile e mai più acciuffata, ha tutta la mia romantica stima e perché no, riconoscenza per ciò che ha saputo creare nel suo prime.
giovedì 1 maggio 2025
My favorite things, aprile 2025
Osterman weekend (3,5/5)
The rhythm section (2,75/5)




















