ASCOLTI
Fino allo sfinimento:
Bullet, Dust to gold
Old Crow Medicine Show, Volunteer
Judas Priest, Firepower
Jack White, Boarding house reach
Metallica, discografia 1983/88
Gli altri:
Francesco De Gregori, De Gregori canta Dylan
Tesseract, Sonder
Eric Strickland, Honky tonk till I die
Sting and Shaggy, 44-876
Orphaned Land, Unsung prophets and dead messiahs
Colonnelli, Come Dio comanda
Elvis Costello, The best of the first ten years
Andrew W.K., You're not alone
The Dead Daisies, Burn it down
Lindi Ortega, Liberty
The Chieftains, Water from the well
Ben Harper & Charlie Musselwhite, No mercy in this land
Monster Magnet, Mindfucker
Primordial, Exile amongst the ruins
FM, Atomic generation
Charlie Sexton, Under the wishing tree
Thunder, Stage
The Sword, Used future
Eurythmics, Be yourself tonight
Meshell Ndegeocello, Ventriloquism
Nathaniel Ratheliff, Tearing at the seams
Thom Chacon, Blood in the USA
The Last Band, Rats of Gothenburg
Bokassa, Divide and conquer
VISIONI
Miss Peregrine, la casa dei ragazzi speciali
Viaggio in Paradiso
I padroni della città (F. Di Leo)
Scene da un matrimonio
Il villaggio dei dannati
Masterminds, I geni della truffa
Wacken 3D
The shape of water
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto
Harry Brown
Non si sevizia un paperino
It (2017)
Auguri per la tua morte
Notte sulla città (Melville)
Trauma
La torre nera
Come ti spaccio la famiglia
Assassinio sull'Orient Exspress (2017)
Grand Budapest Hotel
Una notte da leoni 3
Donnie Darko
Una doppia verità
Now you see me 2
La casa dalle finestre che ridono
Come un gatto in tangenziale
Nemesi
Parker
Una lucertola con la pelle di donna
La città sconvolta: caccia ai rapitori
The Walking dead, 8
LETTURE
Joseph Boffo, Un sacchetto di biglie
Giorgio Costa, Seek and destroy
lunedì 30 aprile 2018
giovedì 26 aprile 2018
Eric Strickland & the B Sides, Honky tonk till I die (2012)

Ho sempre pensato che metal e country abbiano moltissimi elementi in comune. Temi ricorrenti nelle lyrics, il disprezzo totale da parte dei non adepti al genere, un grandissimo seguito di pubblico, innumerevoli ramificazioni stilistiche e sottogeneri. E, ultimo ma non ultimo, una proliferazione senza paragoni di artisti che quotidianamente cercano di uscire dai garage (o dai granai) per tentare di affermarsi con la propria musica. Sono così tanti, che, anche seguendo siti e riviste specializzate, non si riesce a stargli dietro.
Può capitare dunque di farsi sfuggire uno come Eric Strickland, che, dopo svariate esperienze musicali (contemplanti anche southern e rock and roll), nel 2012 corona il suo sogno di incidere un disco traditional country e consegna al pubblico un lavoro dal titolo inequivocabilmente programmatico: Honky tonk till I die.
E inequivocabili sono anche i contenuti della sua musica, con la traccia che dà il titolo al disco che si candida come irresistibile manifesto del genere, ribelle e outlaw.
Il ragazzo di Four Oaks, North Carolina mostra senza riserve il suo amore per i classici che hanno via via definito le coordinate del country, tenendo mi sembra in grande considerazione il lavoro di Hank Williams Jr. Quindi slide guitars e basso a pompare sangue e ritmo alle composizioni, tanto orgoglio, sentimentalismo quanto basta e l'immancabile tributo agli american country heroes, vale a dire i truckers (18 Wheels of hell on the highway). Non posso poi esimermi dal citare The day the truckers shut this country down, esercizio stilistico sull'inconfondibile boom chicka a boom di Johnny Cash.
Un più che incoraggiante esordio dunque, al quale Strickland ha dato, nel lustro dal 2013 al 2017, tre seguiti dei quali, prima o poi, dovrò occuparmi.
lunedì 23 aprile 2018
Buio in sala
All'inizio di aprile, in maniera per me totalmente inaspettata (non sapevo che l'esercizio fosse in difficoltà), ha chiuso il multisala della mia città.
Ho provato quella sensazione strana che ti attanaglia quando, pur tenendoci, non dai peso ad una cosa, immagini che ci sia per sempre, e non prendi nemmeno in considerazione che potresti perderla.
Il nostro multisala, pur avendo diversi elementi in comune con gli altri, aveva anche una dimensione da vecchio cinema, non so come dire.
Aiutava probabilmente il fatto che non facesse parte di una delle enormi multinazionali dell'intrattenimento dove la proiezione del film passa in secondo piano rispetto all'aspetto consumistico e dove gli orari di inizio del film sono più che altro una traccia, visto che se ti siedi in sala all'ora prevista ti devi subire giusto quei 30-35 minuti di pubblicità (tipo, per non fare nomi all'UCI, a cui ho dichiarato guerra).
Per parafrasare lo slogan di un noto claim, il nostro cinema era diverso. Per dire, c'erano ovviamente tutti i blockbuster, ma bilanciati da film di qualità, da recuperi importanti, insieme a proiezioni d'essai e culturali. Ricordo in questo senso che la prima volta che tentai di vedere Black Panther con Stefano dovetti rinunciare perchè la fila alle casse arrivava fino in strada a causa di una proiezione speciale su Raffaello.
Al contrario, l'ultima volta che ci sono andato ho visto La forma dell'acqua. Film meraviglioso, al quale ho assistito in una sala completamente vuota, da unico spettatore. Un oscuro presagio, forse, anche se al momento non l'ho colto.
Ci ritroviamo così senza sale cinematografiche. In zona le alternative non mancano, anche se è necessario sobbarcarsi non meno di 10-15 chilometri per arrivare al posto più vicino.
Staremo a vedere cosa succede, intanto io ho una certezza: meglio senza cinema che con un cinema UCI.
giovedì 19 aprile 2018
Joseph Boffo, Un sacchetto di biglie
L'insegnate di storia e letteratura di Stefano, per meglio inquadrare il periodo oggetto di studio, relativo alla seconda guerra mondiale, ha indicato alla classe di leggere Un sacchetto di biglie, di Joseph Boffo.
Come spesso tento di fare, non sempre riuscendoci, mi sono messo a leggerlo anch'io, in contemporanea a mio figlio, per capire il livello del testo rispetto alla possibile comprensione del ragazzo.
Risultato: l'ho finito in due giorni.
Il libro è un romanzo autobiografico che racconta le (dis)avventure del suo autore quando, nel 1941, all'età di dieci anni, insieme al fratello di due anni più grande, ha dovuto, su impulso del padre, fuggire da Parigi per evitare la deportazione, diretto verso una rete di amici e conoscenti che vivevano nelle zone libere della Francia.
Il racconto, un incredibile odissea che avrebbe avuto bisogno di tutta la fantasia di un Twain o di un London per essere inventata di sana pianta, tiene in equilibrio l'innocenza e la meraviglia tipicamente fanciullesche, che trasformano in gioco anche le situazioni più disperate, con la più immane delle tragedie, comunque mai resa in maniera compassionevole, passando per il precoce e violento transito alla vita adulta di due bambini (a cui, per inciso, va enormemente meglio rispetto a tanti altri).
Il libro emoziona, commuove (per quanto mi riguarda fino alle lacrime), indigna e, ancora una volta, consolida le convinzioni di chi, come me, detesta i revisionisti storici quasi più dei (neo)fascisti e prova un senso di frustante irritazione quando si ignorano le pericolose analogie tra i fatti della nostra storia e il presente.
Boffo, classe 1931, pubblica il racconto nel 1973, a 42 anni. Due anni dopo ne viene tratto un film, una graphic novel nel 2011 e un altro film, recentissimo, l'anno scorso.
Da leggere e far leggere ai figli.
Da leggere e far leggere ai figli.
lunedì 16 aprile 2018
Fischio finale
Mi sono appassionato al calcio relativamente tardi, poco prima dei quattordici anni, grazie al mundial di Spagna, che, neanche si fosse attivato un interruttore nascosto, ho cominciato improvvisamente a seguire dalla prima partita trasmessa dalla RAI, fino alla finale. Da lì ho deciso che avrei dovuto giocare quello sport meraviglioso.
C'erano giusto alcuni problemini da risolvere, tipo che atleticamente avrei potuto gareggiare nelle olimpiadi degli scoordinati fisici e che in pratica non avevo mai tirato un calcio ad un pallone.
Così, armato da una buona dose di incoscienza e da un'irriducibile buona volontà, ho cominciato il mio girovagare tra le squadre del paese, scendendo gradualmente di qualità, prima la migliore, poi la mediana, poi la peggiore, quindi quella dell'oratorio (a sette). Relativamente presto quindi, prima ancora che diventasse una moda, oltre che un ripiego dal tennis per i quaranta/cinquantenni, mi sono ritrovato a giocare a calcio a cinque (calcetto).
Credo che le prime partite risalgano addirittura ai primissimi novanta.
Da allora si può dire che non abbia mai smesso.
Negli ultimi dieci anni ho giocato allo stesso posto, con una rosa abbastanza ampia di persone che ruotavano attorno ad un nucleo storico del quale facevo parte.
Dopo l'ultima partita ho deciso di smettere. I motivi sono diversi.
Essendo quella del calcetto del lunedì l'unica attività (pseudo)fisica che svolgevo, dopo le partite avevo dei postumi tipo frontale con un Ducato lanciato in velocità.
Le occasionali litigate in campo, che una volta aiutavano a scaricare ben altre tensioni lavorative, erano diventate esse stesse fonte di tensione.
I ritmi di gioco che rallentavano sempre più (a vederci da fuori a volte sembrava di assistere ad una partita giocata sott'acqua).
I cinquant'anni che mi stanno alle costole e ora sono ben visibili nello specchietto retrovisore.
In poche parole, ero arrivato ad un punto nel quale mi divertivo una partita su tre e allora ho deciso di fermarmi, prima di diventare patetico (non dico che chi giochi oltre i cinquanta lo sia - beh, qualcuno di certo lo è - il discorso vale per me).
Insomma, si è chiuso un ciclo, e nell'ultima partita sono riuscito a concluderlo alla grande: vittoria con la squadra sfavorita ed eurogol (palla rubata, pallonetto al difensore, e, prima che il pallone toccasse il terreno, calcio al volo di sinistro e gol ).
Come dire: bisogna fermarsi quando si è al top.
giovedì 12 aprile 2018
Greta Van Fleet, From the fires (2017)
Magari noi dinosauri dobbiamo cominciare un pò a fregarcene e a lasciarci andare.
La prima volta che ascolti pezzi come Safari song, Flower power o ancora Highway tune rischi di andare fuori strada con l'auto per il dubbio lacerante che esistano al mondo degli inediti dei Led Zeppelin di cui non avevi conoscenza.
Poi approfondisci un pò la materia e scopri che le composizioni sono frutto del lavoro di una manciata di virgulti del Michigan, attivi dal 2012, che, miracolosamente, si sono infilati in un solco più frequentato del Grande Raccordo Anulare a Roma, riuscendo a dire qualcosa di più credibile di molti altri che li hanno preceduti.
Ma, e qui subentra il pessimismo di noi vecchi marpioni, un attimo dopo essere trasecolati cominciamo a pensare alle tante giovani band di retro rock che dopo un esordio sfavillante hanno perso completamente ispirazione e bandolo della matassa, e con questo pensiero emerge automaticamente anche il dubbio sull'autenticità dell'operazione.
Anche perchè From the fires, il full lenght di soli trentadue minuti dei Greta Van Fleet (ecco, non avevo ancora citato il nome del gruppo) altro non è che la versione leggermente espansa di un EP (Black smoke rising) uscito qualche mese prima, rispetto al quale sono presenti solo due ulteriori inediti e due cover (Meet on the ledge dei Fairport Convention e A change is gonna come di Sam Cooke, che per me è sacra e inviolabile). Pertanto, il dubbio che la lancetta del serbatoio dei giovinastri cominci già a puntare sulla riserva viene spontaneo.
Ma forse noi siamo delle persone orribili che non hanno fiducia nelle capacità delle nuove promesse del ruokk e perciò, per una volta, fermiamo la macchina masturbatoria mentale e valutiamo il disco per come suona e per le sensazioni che ci comunica.
In questo caso il giudizio non può che essere estremamente lusinghiero.
lunedì 9 aprile 2018
La mala ordina (1972)

Solo qualche mese dopo l'uscita nei cinema di Milano Calibro 9, sempre nel 1972, Fernando Di Leo gira (oltre a scriverne soggetto, dialoghi e parte della sceneggiatura) La mala ordina, secondo capitolo di quella che sarà ricordata come trilogia del milieu, e che prende ancora spunto da un racconto di Scebarnenco.
Pur muovendosi nello stesso ambito del precedente film (il mondo della criminalità milanese i cui estremi - capi e scagnozzi - entrano in conflitto) dal punto di vista della messa in scena, La mala ordina è un lavoro con sostanziali differenze da Milano Calibro 9.
Lo si capisce già dall'incipit, dove, in luogo dell'avvincente costruzione della consegna del pacco vista nel primo capitolo della trilogia, assistiamo invece ad un dialogo in un lussuoso attico newyorkese, dove un boss della mafia americana dà disposizione a due sgherri di recarsi a Milano ed uccidere un certo Luca Canali. Non viene spiegato allo spettatore il motivo di questa condanna a morte, ma è chiaro che qualcosa di grave debba essere successo, perchè il boss pretende che l'omicidio sia estremamente plateale e cruento, per mandare a tutti un messaggio chiaro. Canali (Mario Adorf) è un anonimo pappone che esercita la professione al Parco Lambro, distantissimo dai traffici importanti gestiti in città dal padrino Vito Tressoldi (Adolfo Celi), totalmente ignaro di quanto sta per accadergli. Giunti a Milano, i due americani, un bianco (Henry Silva) e un nero (Woody Strode), si lasciano convincere da Tressoldi di lasciare a lui la cattura di Canali ma, prima quasi fortuitamente, poi dimostrando una certa abilità, il pappone si rivelerà una preda molto più difficile del previsto. Per questa ragione Don Vito colpirà vilmente gli affetti più cari di Canali, scatenando così la sua ira incontenibile.
Posto che, film dopo film, sono diventato fan di Mario Adorf, sull'ineccepibile confezione complessiva tecnico narrativa della pellicola approntata da Di Leo, ancora una volta, c'è poco da dire. La mala ordina tiene incollati dalla prima all'ultima scena, usando la stessa cassetta degli attrezzi di Milano Calibro 9, ma estraendo utensili diversi. L'azione si svolge ancora a Milano, ma la disanima politico sociale esce dallo schema del plot, che si sviluppa dall'inizio alla fine come una vera e propria gangster story, con le forze dell'ordine totalmente fuori dai giochi. L'intero cast scelto risponde alla grande, dai ruoli principali (i già citati Adorf, Celi, Silva e Strode) a quelli minori (Luciana Paluzzi - l'italiana Eva che fa da guida ai due killer americani - ; Franco Fabrizi - meccanico d'auto e venditore abusivo di armi - ), con la curiosità del cameo di un giovanissimo Renato Zero, nel ruolo di un hippy-contestatore dedito esclusivamente, come i suoi compagni, a feste, droghe e amore libero.
Altro elemento che differenzia questo film dal suo predecessore è la presenza di una lunga sequenza (quasi sei minuti) di inseguimento, prima in macchina e poi a piedi, con la celebre scena di Adorf aggrappato sul muso della macchina che percorre a tutta velocità le strade di Milano. I ricordi di chi ha girato la sequenza (che parte dai Navigli e finisce allo storico luna park delle Varesine) aggiungono ulteriormente fascino e ammirazione per questi artigiani del nostro cinema che fu, che giravano per strade trafficate senza autorizzazioni preventive, con una velocità di 16 fotogrammi, poi aumentata nel montaggio a 24.
Se la sfera politica è accantonata (tornerà in maniera deflagrante nel successivo Il boss), l'occhio del regista è invece sempre vigile sugli aspetti della società italiana del periodo, come nel caso del popolo dei contestatori o del fenomeno delle baby squillo, che oggi tanto indigna ma che, evidentemente, ha radici lontane e consolidate.
Sta anche in questo l'indiscusso talento di artisti come Di Leo: oltre al piacere di assistere a film eccezionali, girati con maestria, attori in parte e sorprendenti intuizioni tecnico-sceniche-narrative (nonchè, sia detto con simpatia, alle ricorrenti marchette per il bourbon J&B, l'acqua Pejo e il Fernet Branca) la visione dei suoi lavori permette sempre una stimolante comparazione tra quell'Italia e la nostra.
Elemento che mette sullo stesso piano uno dei maestri del cinema di genere con i più stimati cineasti impegnati del periodo.
giovedì 5 aprile 2018
H.E.A.T. , Into the great unknown (2017)
Non è certo da oggi che la Svezia, accantonati gli Abba, si è piazzata al centro della mappa del panorama metal mondiale. Tuttavia negli ultimi lustri il Paese della socialdemocrazia sta sfornando, al pari, c'è da sottolinearlo, del resto della Scandinavia, artisti, band e progetti a getto continuo.
Ma se la Norvegia continua a spiccare per il metal "marcio", in Svezia, a fronte di un'offerta ad ampio spettro di sottogeneri, la specializzazione sembra essere più quella del death melodico e del glam/AOR. Ed è proprio di quest'ultime particolari forme di rock melodico che fanno parte gli H.E.A.T., band che esordisce nel 2008 andando ad ingrossare la già cospicua corrente svedese di "hair" (volendo citare qualche nome, anche limitandoci agli ultimi anni, l'elenco non potrà che essere arrotondato per difetto: Hardcore Superstar; Backyard Babies; Treat; Crashdiet; Poodles; Crazy Lixx; Eclipse...) e che in pochi anni, in virtù di una produzione ispirata e ruffiana, ma mai stucchevole, ha convinto una fascia sempre più ampia di fan, vecchi e giovani, appassionati di hair-metal.
Questo Into the great unknown esce nel 2017 dopo che l'esistenza stessa del gruppo ha rischiato di essere messa in seria discussione a causa della fuoriuscita del chitarrista e compositore Eric Rivers, in line-up fin dagli esordi. Invece gli H.E.A.T. riescono a restare in carreggiata e producono un full lenght che, pur cominciando a mostrare aspetti più pop oriented nell'offerta musicale, fa segnare anche una positiva, differente consapevolezza compositiva, accompagnata comunque da una manciata di brani spacca culi in classico stile arena rock. Vanno indubbiamente catalogati sotto questa definizione Bastard of society; Shit city; Best of the broken e Eye of the storm, ma con un minimo di apertura mentale non si possono disprezzare nemmeno le variazioni sul tema rappresentate da Redefined o la ottantiana Time is on our side.
Insomma, c'è di che tenere alta la gloria del metallo educato.
lunedì 2 aprile 2018
Monolith (2017)
L'operazione Monolith viene realizzata attraverso una co-produzione italo-americana e consegnata nelle mani del giovane regista Ivan Silvestrini, che fino a quel momento, nella sua breve carriera, ha diretto solo pellicole di genere totalmente diverso (sentimentale/commedia). Il film è un progetto globale della casa editrice Bonelli che nasce prima come fumetto (dallo stesso titolo, ma definito "primo tempo") e poi, appunto, come produzione cinematografica ("secondo tempo").
La storia è quella di Sandra, giovane mamma di David, che si è lasciata alle spalle, non senza rimpianti, una carriera di cantante pop in un gruppo all female e che è spesso sola col figlioletto, visto che il marito continua invece a fare il produttore musicale di successo ed è sempre da qualche altra parte del Paese, alimentando la gelosia di lei.
Siccome sono imballati di soldi, invece delle classiche rose della colpa, lui le regala un'automobile sofisticatissima, dotata di un'intelligenza artificiale e di sistemi di sicurezza che nemmeno il Pentagono. Durante un banale viaggio per raggiungere la madre del marito assieme al piccolo David, Sandra, turbata da alcuni avvenimenti, provoca involontariamente la chiusura in modalità "bunker" dell'auto con dentro il figlioletto legato al seggiolino di sicurezza (e il proprio smartphone), su una strada isolata di tipo desertico. Da quel momento comincerà un'impari sfida essere umano-macchina per la sopravvivenza di David.
Diciamolo: salvata l'originale idea artistica di partenza, costruita sul binomio fumetto-cinema e il fatto stesso di girare una pellicola di questa natura, che magari in Spagna o in Francia sarebbe stata normale, ma che da noi esula completamente dai soliti, rassicuranti, binari produttivi, Monolith temo non riuscirà a farsi ricordare per molti altri aspetti.
Si tratta infatti del classico film nel quale, dopo cinque minuti, la protagonista ti viene subito in odio e il sentimento, con il passare del tempo e in relazione alle scelte che lei compie, non fa che peggiorare.
L'attrice protagonista Katrina Bowen, la cui carriera è contraddistinta da commedie demenziali e ruoli leggeri, non è in questo senso una scelta felicissima: considerato che Sandra sta sullo schermo il 99% della durata della pellicola, forse sarebbe stato meglio selezionare una interprete più abituata a certi canoni.
Il film, compresi titoli di testa e di coda, dura ottantatre minuti, in pratica come un pilot di una serie televisiva. E, ahimè, il livello qualitativo si attesta proprio su quello di una mediocre produzione per la tv americana via cavo.
Un mezzo passo falso, ma la strada è quella giusta. Non smettete di provarci.
giovedì 29 marzo 2018
Phil Campbell and the Bastard Sons, The age of absurdity
Nel film Wacken 3D, girato nel corso dell'edizione 2013 del notissimo festival metal, Phil "Wizzo" Campbell, il più longevo chitarrista dei Motorhead (la sua permanenza nel gruppo comincia nel 1984 quando vi entra assieme all'altro axeman Michael Burston, portando per un periodo limitato la line-up della band a quattro, e si protrae fino al 2015), nel raccontare Lemmy Kilmster si lanciava in un pronostico tanto rock and roll quanto, purtroppo, infausto. Parlando del mitologico frontman dei Motorhead, infatti Phil sosteneva che: "è indistruttibile, se il mondo fosse spazzato via da una guerra nucleare, sopravvivrebbero solo gli scarafaggi. E Lemmy".
Oggi invece, all'alba del 2018, il buon Kilmster non c'è più (e con lui i Motorhead), mentre Wizzo se l'è cavata e tenta la strada autonoma, mettendo insieme una band dai connotati davvero particolari. Infatti, i Bastard Sons di cui alla ragione sociale sono davvero tre dei figli di Campbell (Todd,chitarra, Tyla,basso e Dane batteria) e vanno a costituire l'ossatura del combo, completato con il gallese Neil Starr (già negli Attack! Attack!) alla voce.
E The age of absurdity è un disco che più roccheroll non si può, con evidenti ed inevitabili rimandi ai Motorhead (Ringleader; Gypsy kiss; Dropping the needle), ma che non si fa mancare puntate nel moderno mainstream rock (Foo Fighters, Alter Bridge).
Insomma, quel già sentito che piace.
lunedì 26 marzo 2018
Auguri per la tua morte (2017)

La giornata di Tree (Jessica Rothe) comincia come tutte le altre. In un letto che non conosce, dentro un dormitorio del suo campus universitario, senza memoria della serata precedente contrassegnata da bagordi alcolici. Insomma, l'ennesimo hangover di dimensioni cosmiche. Salutato freddamente il ragazzo, occasionale compagno di una notte, si avvia verso la dimora della propria confraternita. Nel tragitto che compie fino alla sua stanza, Tree ci viene subito mostrata come una stronzetta arrogante e superficiale, totalmente priva di affetti reali. Nonostante la ragazza non l'abbia detto a nessuno, in quel giorno ricorre il suo compleanno, celebrazione che, attraverso la sua compagna di stanza, viene divulgata a tutta la "sorellanza". La sera, recandosi ad una festa nel college, Tree viene inseguita da un individuo vestito di nero con il viso coperto dalla maschera della mascotte dell'università (una sorta di infante con un solo dente) che la pugnala a morte. Fine? No, perchè poco dopo Tree si sveglia nello stesso letto della mattina e rivive gli stessi medesimi avvenimenti. Le basta poco per capire che è intrappolata in un loop temporale che finisce sempre con il suo omicidio e che, forse, per uscirne (e sopravvivere), dovrà scoprire chi e perchè vuole ucciderla.
Che Jason Blum, produttore americano di horror a basso costo, abbia nel tempo sviluppato un invidiabile fiuto per le storie da trasportare sul grande schermo, è ormai un dato di fatto. La sua Blumhouse Production si è fatta carico di buona parte dei film di genere più interessanti degli ultimi lustri (Paranormal activity; Sinister; Le streghe di Salem; la trilogia de La notte del giudizio; Sinister) ma anche dell'ottimo Whiplash, fino ad arrivare all'Oscar 2018 per il miglior film indipendente, vinto per Scappa - Get out.
Insomma, una sorta di nuovo re Mida del filone, che in qualche modo con il suo nome certifica un livello di qualità sempre medio alto delle produzioni.
La regola è rispettata anche per questo Auguri per la tua morte, horror movie non trascendentale ma sicuramente divertente, che definisco innocuo per l'assoluta mancanza di elementi marci/disturbanti e che si concentra più sul whodunit rispetto all'aspetto splatter (quasi del tutto assente). Brava la protagonista Jessica Rothe che in pratica si prende tutta la scena.
L'idea di prendere lo spunto narrativo di Ricomincio da capo e girarlo in chiave horror è talmente esplicita che nelle ultime battute del film la circostanza viene addirittura citata da uno dei protagonisti.
giovedì 22 marzo 2018
Machine Head, Catharsis

Tolto uno zoccolo duro di die-hard fans, saldati attorno ai Machine Head anche grazie agli straordinari live act offerti dalla band (l'inizio del tour di quest'anno ha battezzato la media di tre ore di show a serata), buona parte della critica negli ultimi anni ha cominciato ad imputare alla creatura del cantante chitarrista Rob Flynn di aver sviluppato una certa attitudine alla clonatura degli altrui brand musicali (Pantera su tutti).
Con Catharsis, nono titolo di una discografia iniziata nel 1994 col caposaldo Burn my eyes, Flynn pensa bene non solo di assecondare i suoi detrattori più accesi, ma addirittura di rafforzarne gli argomenti a sostegno delle critiche.
Catharsis si candida così al poco appetibile titolo di disco più ruffiano della storia del metal, con "ispirazioni" che spaziano su tutto l'arco costituzionale, dalla destra più becera alla sinistra radicale, senza negarsi anche qualche puntata nei gruppi extraparlamentari. Difficile capire cosa sia passato per la testa al leader dei Machine Head, considerato che, a prescindere dalle critiche di cui sopra, la sua è stata una carriera tutto sommato molto onesta, durante la quale la band si è costruita una solida reputazione tra il pubblico di genere, diversamente non sarebbe resistito a certi livelli per oltre un quarto di secolo.
E' legittimo pensare ad un tentativo in extremis di raggiungere un più ampio successo commerciale (obiettivo a quanto pare raggiunto), tuttavia le modalità scelte lasciano davvero basiti.
In questo moloch da quattordici tracce e settantacinque minuti di durata trovano posto riferimenti di tutti i generi, con composizioni in salsa Pantera (Volatile), nu metal, crossover (Triple beam), Linkin Park (Beyond the pale), ballatone simil grunge (Behind a mask), e finanche pezzi acustici in crescendo propri del combat folk (Bastards).
Il logico risultato di un'operazione di questo tipo dovrebbe essere il lancio del cd dal finestrino dell'auto in corsa, e invece, fatta la tara all'insincerità del lavoro, il mestiere, ahimè, a tratti paga e anche se il disco avrebbe beneficiato di una sforbiciata di almeno venti minuti, qualche melodia in testa rimane incastrata.
lunedì 19 marzo 2018
La forma dell'acqua

Con La forma dell'acqua Guillermo Del Toro (regia, soggetto e sceneggiatura) compie ancora una volta un enorme, autentico, appassionato atto d'amore verso il cinema classico, infarcendo il suo ultimo film di elementi che richiamano le opere con cui è cresciuto, filtrate attraverso la classe e lo stile che lo rendono unico e restituite al pubblico.
Data la particolarità della storia, in mano ad un altro regista alcune sequenze avrebbero rischiato la comicità involontaria, e invece Del Toro, grazie ad una messa in scena elegante e una costruzione dei personaggi certosina, rende sempre fluida, naturale la sospensione dell'incredulità.
Nonostante l'handicap del doppiaggio (ma conto di rivederlo in originale), le prove attoriali sono emozionanti: la protagonista Elisa Esposito (interpretata da Sally Hawkins) si ritaglia un posto nel cuore degli spettatori anche grazie ad uno script che evita di scivolare sui clichè della sua disabilità, dotandola di personalità, passione e, diciamo, esigenze pratiche comuni a tutti (le scene iniziali di lei nella vasca da bagno sono in questo senso un tocco di realismo apparentemente fuori posto nel contesto fiabiesco, e invece rappresentano un colpo di genio). Il suo unico amico e confidente Giles (Richard Jenkins - che per noi è sempre papà Fisher, il capofamiglia impresario funebre di Six Feet Under) è un altro character che sarebbe potuto uscire dalle opere di Billy Wilder, non si trattasse di un omosessuale represso e infelice.
Volendo trovare un difetto nelle prove attoriali, quella di Michael Shannon, interprete che adoro, è forse un pò troppo monodimensionale, i tic e lo stile del suo colonnello Strickland risultano già ampiamente visti, anche se non escludo l'intenzione del regista di rendere di proposito un personaggio con una modalità così "classica".
Ma il capolavoro che compie il film è quello di riuscire ad armonizzare in maniera incredibilmente naturale e spontanea tanti temi diversissimi tra loro con un'amalgama che fa tutta la differenza del mondo tra un mestierante ed un regista di talento.
Partendo dall'amore dell'autore per la fantascienza dei cinquanta, e in particolare per Il mostro della laguna nera (di cui inizialmente Del Toro voleva girare il rifacimento), il regista costruisce una storia ambientata negli anni cinquanta che tocca disabilità, solitudine, discriminazione degli omosessuali, guerra fredda, spionaggio, arditi esperimenti scientifici, diversità e scelte esistenziali, attraverso un intero spettro di canoni cinematografici (fantascienza, dramma, romanticismo, thriller, spy story, musical). Il tutto con una leggerezza invidiabile, una messa in scena classicissima e una poesia che non lascia mai lo schermo, dai bellissimi titoli di testa alle ultime sequenze con la voce narrante.
The shape of water potrà anche essere accusato di essere il film più ruffiano e meno riuscito di Del Toro, e vivrà anche di tante imperfezioni, ma io ci ho visto un'opera incantevole che ti fa innamorare dei suoi personaggi, di una fotografia e di una messa in scena indimenticabile, in sintesi: del grande cinema.
giovedì 15 marzo 2018
Saxon, Thunderbolt
Immarcescibili. Inossidabili. Imperituri. Per i Saxon si può tranquillamente utilizzare qualunque aggettivo che stia ad indicarne la longevità, a dispetto dei tempi e delle mode. Certo, ormai le band heavy metal che hanno debuttato nei settanta e che sono ancora in giro non si contano più, ma il combo dell'aristocratico frontman Byff Byford, pur non raggiungendo mai il successo planetario di colleghi come gli Iron Maiden e, in misura minore, dei Judas Priest (in uscita anche loro con una nuova release), hanno dalla loro, con ogni probabilità, la migliore reputazione possibile. Incarnano infatti il ruolo di autentici, granitici defenders of the faith, tra i pochissimi a non aver quasi mai derogato al credo metallico (al massimo qualche incursione nel glam/AOR, ma nella seconda metà degli ottanta era quasi impossibile non scivolarci sopra). I Sassoni sono soprattutto tra i pochissimi a non essere mai incappati in iato artistiche, macinando album su album, incuranti degli scenari musicali e delle stagioni che passavano, con una periodicità cronometrica, riuscendo a non fare mai passare più di tre anni tra un full-lenght di inediti e il successivo. Così facendo, dal 1979, anno di uscita del debutto eponimo, a questo Thunderbolt, hanno messo in fila ben ventidue titoli.
Potrebbe bastare questa premessa per fare intuire il contenuto dell'ultimo lavoro del gruppo, e invece voglio evidenziare come, pur restando entro un perimetro stilistico limitato (heavy metal con qualche incursione nel power e nell'epic), il lavoro di songwriting e di composizione messo insieme in cooperazione da tutti i membri del combo riesce ancora una volta ad essere convincente e graffiante, con un crescendo che raggiunge a mio dire il suo acme a metà tracklist, con il mid-tempo a tinte gotiche Nosferatu (The vampire waltz), il doveroso saluto al sincero amico di una vita Lemmy e ai suoi Motorhead, They play rock and roll e Predator, un'inedita collaborazione con Johan Hegg, singer degli Amon Amarth, che con il suo growling introduce un elemento di novità, ben amalgamandosi con il cantato classico di Byff. Da segnalare anche un pezzo dedicato a quei soggetti, anche loro in parte mitologici, che accompagnano le band nei loro interminabili tour: Roadie's song.
Come sempre, hats off for the Saxon!
lunedì 12 marzo 2018
La classe operaia va in paradiso (1971)

Primi anni settanta. Ludovico, detto Lulù (Gian Maria Volontè) è un operaio metalmeccanico appena trentenne. Reduce da un divorzio, vive con Lidia, anch'essa separata, e con il figlio di lei. Conduce un'esistenza sempre precaria dal punto di vista economico, zoppicante da quello della stabilità affettiva e incerta per l'aspetto della salute. In fabbrica però si trasforma in un drago. Oggi verrebbe definito il più performante di tutti i dipendenti: è l'indiscusso campione del cottimo, le sue prestazioni stabiliscono tempi di produzione e ritmi di lavoro a cui tutti devono adeguarsi, per questo è portato ad esempio dai capi ed, ovviamente, inviso agli altri colleghi. Vive una vita di totale indifferenza ai temi sociali, politici o sindacali. Tira dritto con la testa bassa per la sua strada di lavoro massacrante e straordinari per arrivare a fine mese ad una retribuzione decente, senza curarsi di niente e di nessuno. Tutto ciò fino a quando un grave infortunio sul lavoro non sconvolgerà la sua routine, obbligandolo ad un impietoso consuntivo della propria magmatica esistenza.
Tutti conoscono il titolo di questa seminale opera di Elio Petri, effettivamente geniale nella sua intuizione. Non sono invece convinto che lo stesso numero di persone, purtroppo, abbia poi effettivamente visto un film che, storicamente, vive di contraddizioni e paradossi.
Infatti, la pellicola, uscita nel 1971 poco dopo il varo dello Statuto dei Lavoratori (Legge 300 del maggio 1970), già solo dieci anni dopo risultava irrimediabilmente datata: nei primi ottanta, quando tutela dei lavoratori e potere sindacale si avvicinavano al loro zenith e la conquista di nuovi diritti sembrava inarrestabile, La classe operaia va in paradiso sembrava un reperto archeologico.
Rivedendola oggi, l'opera di Petri, coadiuvato dal suo interprete feticcio Volontè (anche qui una superba lezione attoriale, è pleonastico ribadirlo), incredibilmente affronta quasi dei temi da instant movie. Certo, lo scenario dell'epoca era quello di una delle sterminate fabbriche metalmeccaniche onnipresenti sul territorio del nord Italia, mentre oggi gli stessi argomenti, ripresi paro paro se non peggiorati, sono presenti nei grandi centri logistici altrettanto preponderanti nei panorami che scorgiamo dal finestrino della macchina, ma per il resto, i ritmi di lavoro disumani, il cottimo, l'asticella della produzione sempre più alta, che caratterizzavano il lavoro dell'epoca, oggi hanno nomi più eleganti come l'algoritmo o il range, ma nel concreto si tratta di evoluzioni del cottimo. Non serve scandalizzarsi per il braccialetto inventato da Amazon, basta confrontarsi con un lavoratore dei magazzini che operano per i grandi colossi dell'e-commerce per sentirsi dire che, braccialetto o non braccialetto, i ritmi di lavoro ai quali sei quotidianamente sottoposto li puoi sostenere al massimo per tre-quattro anni, poi arriva inesorabilmente il crollo sia a livello fisico che mentale.
Tornando all'opera di Petri, il regista romano non si limita a mostrare il suo punto di vista sull'argomento fabbrica, ma accende un faro sulla società, e in questo senso lo smarrimento di Lulù, la sua alienazione, il percorso che compie a piedi, nel paesaggio inospitale e innevato che lo divide dalla fabbrica, tagliando in due i presidi, del sindacato confederale e dei più radicali studenti policitizzati, che chiamano schiavi gli operai, sembra quasi un viaggio epico, periglioso, che comunque Ludovico e i suoi colleghi compiono in maniera indifferente, rassegnata, apatica. In questo stato mentale, neanche l'avventura che il Massa si concede in auto con la giovane e avvenente operaia Adalgisa illumina l'esistenza del protagonista. Petri rende questo atto in maniera fredda, spogliato di ogni scintilla di trasporto o passione, consumato come si consumano caffè e sigaretta ai distributori automatici, nelle pause rubate al controllo dei capi reparto.
A rivelare il profondo stato di alienazione del Massa anche la sua vita familiare, le cene nella penombra della cucina illuminata solo dal bagliore della televisione con una compagna (Mariangela Melato) a pretendere attenzioni che il guscio vuoto in cui si tramuta Ludovico, una volta fuori dalla fabbrica, non è in grado di concedergli.
Lo sa, Lulù, che bisogna tenere sempre la testa bassa e continuare a lavorare, senza concedersi slanci o sognare un'esistenza migliore, perchè quando lo si fa, il risveglio della realtà sarà più doloroso di un'intera esistenza di fatica e rassegnazione. Ribellandosi alla "macchina", Lulù riceverà proprio questa tremenda lezione, e quando sarà reintegrato al proprio posto di lavoro, lo smarrimento che vediamo sul suo volto rappresenta il tradimento subito da un'intera generazione.
venerdì 9 marzo 2018
MFT, Gennaio Febbraio 2018
ASCOLTI
JD McPherson, Undivided heart and soul
Jack Russell's Great White, He saw it coming
Converge, The dusk in us
Parkway Drive, Horizons
Mr Big, Defying gravity
Brian Fallon, Sleepwalkers
The Night Flight Orchestra, Amber galactic
Machine Head, Catharsis
Saxon, Thunderbolt
Phil Camblell and the Bastards Sons, The age of absurdity
Phil H. Anselmo and the Illegals, Choosing mental illness as a virtue
Starcrawler, ST
Carl Brave x Franco126, Polaroid
Tyler Childers, Purgatory
AA/VV, 30 years of Nuclear Blast
H.E.A.T., Into the great unknown
Hardcore Superstar, The party ain't over til' we say so
VISIONI
M - Il mostro di Dusseldorf
Sciopero!
Fahrenhait 451
Allied
L'uccello dalle piume di cristallo
L'ombra del sospetto
E tu vivrai nel terrore... L'aldilà
Logan
Clerks
Il poliziotto è marcio
Grindhouse: Planet terror
Todo Modo
L'ora legale
La classe operaia va in paradiso
This must be the place
La polizia ringrazia
La zona morta
Hooligans
Il gatto a nove code
Vestito per uccidere
Essi vivono
Tenebre
L'uomo senza sonno
Driver l'imprendibile
Demoni
La maschera del demonio (Mario Bava)
Cosmopolis
L'ombra del dubbio (Hitchcock)
Trainspotting 2
Reazione a catena (Mario Bava)
Dark Shadows
The Black Dahlia
Sleepless, Il giustiziere
Monolith
Black Panther
LETTURE
Paul Auster, 4321
George Saunders, Lincoln nel bardo

mercoledì 7 marzo 2018
Black Panther

Da qualche anno le produzioni cinematografiche della Marvel hanno preso una piega imprevista ma assolutamente intrigante: laddove i progetti legati ai nomi dei personaggi più noti (Fantastici Quattro, Hulk, Devil, lo Spider-Man post Raimi) hanno arrancato nel gradimento del pubblico e della critica, characters fin qui del tutto marginali hanno invece fatto letteralmente il botto. Super-eroi "di riserva" come Ant-Man, Deadpool o i Guardiani della Galassia sono stati protagonisti probabilmente delle migliori trasposizioni Marvel di sempre. Perchè allora non provare con un altro eroe minore dello sconfinato portfolio del mitico duo Stan Lee/Jack Kirby?
Cinematograficamente parlando, Pantera Nera (Black Panther) era stato introdotto in Civil War, l'ultimo film degli Avengers, dove avevamo assistito all'uccisione causata da un attentato terroristico del primo Black Panther, l'anziano re del Wakanda T'Chaka e di come il figlio T'Challa (interpretato da Chadwick Boseman) ne abbia preso posto e costume. In questo film assistiamo ad una premessa collocata in America nel 1992 che condizionerà gli eventi futuri. Tornando ai giorni nostri, T'Challa viene ufficialmente incoronato successore al trono del Wakanda, uno stato che decenni prima aveva scoperto di avere un'enorme ricchezza nel sottosuolo (un metallo chiamato vibranio) e aveva però deciso ti tenere il mondo all'oscuro di questa preziosa risorsa. Così, mentre il Paese è diventato ricchissimo e tecnologicamente talmente all'avanguardia da essere un passo avanti nel futuro, agli occhi esterni il Wakanda appare come uno dei tanti poveri Stati africani. Il vibranio è però oggetto del desiderio di molti, dalle organizzazioni criminali alla Cia, e questo, unito al desiderio di vendetta di Killmonger (Michael B. Jordan, già la Torcia Umana nel reboot dei Fantastici Quattro e il figlio di Apollo in Creed di Stallone), per i fatti narrati in premessa, condurrà il Paese ad una guerra civile, e T'Challa ad una situazione drammatica.
Lo dico subito: Black Panther non è, come da molti, soprattutto oltreoceano, affermato, il "miglior film Marvel di sempre". A mio avviso non ci si avvicina nemmeno. La dinamica della storia è assolutamente prevedibile e in linea con la maggior parte dei film di genere, con l'aggravante che, da spettatore, si parteggia senza esitazione per i villains (oltre a Killmonger, un irresistibile Klau - l'attore Andy Serkis - ). Le spezie che dovrebbero insaporire il plot sono inefficaci in quanto avare di sapore: un pò di Shakespeare nei rapporti familiari, una spruzzata di questione razziale, orgoglio nero quanto basta, qualche metafora sulle risorse minerarie africane sfruttate dall'occidente, un pizzico di riflessione sulle diseguaglianze in (ipocrita) salsa disneyana. Effetti speciali e computer grafica nella norma, scene d'azione ormai consolidate.
Insomma un film semplicemente piacevole, confezionato con una ruffianeria verso gli afroamericani che dovrebbe irretire. E invece, da Kendrick Lamar che cura la colonna sonora, a chi ci vede i semi della rinascita della blaxpotation (come se, dal punto di vista di cultura pop, Black Panther sia il nuovo Superfly o il moderno The harder they come) a quanti gli attribuiscono il rilancio della moda etnica africana, sono tutti lì a spellarsi le mani.
Il tempo ci dirà. Gli incassi intanto assicurano sequel plurimi.
Il tempo ci dirà. Gli incassi intanto assicurano sequel plurimi.
lunedì 5 marzo 2018
I miei dischi preferiti del 2017
Il 2017 è stato un altro anno musicalmente interessante, capace di regalarmi tanti dischi di buono/ottimo livello, ma con pochi picchi fuori spettro.
Per questa ragione fino all'ultimo sono stato indeciso se pubblicare gli otto titoli senza graduatoria, ma in totale parità e rigoroso ordine alfabetico.
Alla fine, riascoltandoli tutti, ho deciso che un podio in realtà poteva esserci, anche se in coabitazione.
POSIZIONE NUMERO DUE (ax aequo)
Dream Syndicate, How did I find myself here
Fabri Fibra, Fenomeno
Gang, Calibro 77
Little Steven, Soulfire
Tyler Childers, Purgatory
Waterboys, Out of all this blue
POSIZIONE NUMERO UNO (ax aequo)
Carl Brave x Franco126, Polaroid
Converge, The dusk in us
Fuori per un'inezia:
Avatarium - Hurricanes & halos
JD McPherson - Undivided heart and soul
Tossers - Smash the windows
Warrior Soul - Back on the lash
E anche per quest'anno è andata.
venerdì 2 marzo 2018
80 minuti, Speciale le migliori canzoni del 2017
Come preannunciato, a seguire i ventidue brani che vanno a comporre il mio meglio del 2017 saturando ogni secondo disponibile del tempo concesso da un ipotetico CD-R. Un'avvertenza, la classifica degli album che pubblicherò il prossimo lunedì conterrà artisti o band non necessariamente presenti in questa playlist.
Il link associato ai titoli conduce ad una pagina youtube dove potete ascoltare la traccia (o almeno così dovrebbe essere se non ho fatto casini).
1. Lindi Ortega, Til the going gets tough
2. The Dream Syndicate, Filter me through you
3. Prophets of Rage, Hail to the chief
4. John Mellencamp, Grandview
5. The Waterboys, If the answer is yeah
6. Bob Wayne, 420 bound
7. Avatarium, The starless sleep
8. Chuck Berry, Big boys
9. Gang, Non è una malattia
10. Flogging Molly, The hand of John L. Sullivan
11. Steve Earle, So you wanna be an outlaw
12. Warrior Soul, I get fucked up
13. Marty Stuart and His Fabulous Superlatives, Lost on the desert
14. Deep Purple, One night in Vegas
15. Little Steven, Soulfire
16. Alice Cooper, Paranoiac personality
17. The Mavericks, Damned (If you do)
18. The Tossers, Drinkin all the day
19. Thunder, Rip it up
20. Converge, Broken by light
21. Tyler Childers, Tattoos
22. JD McPherson, Let's get out of here while we're young
mercoledì 28 febbraio 2018
Onanistica premessa alla lista dei migliori album del 2017
Prendo la classifica delle migliori uscite dell'anno come una cosa dannatamente seria, nonostante il numero non certo stratosferico di dischi ascoltati, nonostante da questi ascolti siano esclusi i titoli universalmente considerati più caldi e nonostante abbia utilizzato troppo spesso una premessa molto simile a questa per presentarla. Già, nonostante tutto, questo è per me un momento che resta sacro ed intoccabile.
Diamine, si può dire che ci ho aperto un blog, per scriverci la mia classifica di fine anno!
Diamine, si può dire che ci ho aperto un blog, per scriverci la mia classifica di fine anno!
Anche il ritardo rispetto ai normali tempi di pubblicazione è un pò riconducibile alla pignoleria con la quale prendo la compilazione, non sono mai riuscito a recensire dischi nuovi dopo un'ascolto magari distratto, invidio chi ha la capacità di discernere di un'opera a valle di un processo così magmatico, ma da un certo punto di vista neanche mi va di cimentarmi nella competizione: quando si parla di selezionare dei titoli a rappresentanza dell'eccellenza mi piace che siano titoli di cui sarò in grado di ricordare qualche coordinata anche in futuro, e non che siano piazzati lì tanto per.
L'esigenza di far sedimentare un album non meno di due-tre settimane ovviamente non aiuta ad accelerare i processi di scrittura. Per me un disco uscito ad ottobre, se mi intriga, a febbraio è ancora da approfondire, figuriamoci quelli rilasciati successivamente, magari a dicembre. Poi a mettersi tra me e l'agognata lista ci sono le distrazioni causate delle charts dei blog amici o dalle varie testate musicali, siano esse cartacee o virtuali: un elemento che se da un lato mi fa recuperare fuori tempo massimo opere perse, dall'altro mi incasina ulteriormente il lavoro.
Insomma, non c'è da meravigliarsi se, a queste condizioni, si arrivi al sofferto ma felice parto a 2018 inoltrato.
Comunque sia, ci siamo: dopo la recensione dei Converge di lunedì 26 febbraio (che chiude formalmente la competizione), venerdì 2 marzo pubblicherò uno speciale della rubrica 80 Minuti con le migliori canzoni dell'anno appena trascorso e lunedì 5 marzo sarà la volta della lista dei miei album più apprezzati.
Il tutto per ribadire il concetto che dopo tanti anni passati dietro a questa forma di cultura, arte e intrattenimento e nonostante famiglia e lavoro assorbano (legittimamente) la parte prevalente del mio tempo, ancora oggi, alla soglia dei cinquanta, ho l'assoluta consapevolezza che potrei fare a meno di molte cose, ma mai della musica.
lunedì 26 febbraio 2018
Converge, The dusk in us
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Correva il 2006 e l'amico blogger, nonchè perpetua fonte di ispirazione, Jumbolo, mi segnalava un gruppo del Massachusetts chiamato Converge, in occasione della loro nuova uscita, No heroes. Era l'epoca in cui nelle grandi catene di elettronica ci si poteva ancora imbattere in dischi lontani dal mainstream e infatti fu proprio in una delle mie innumerevoli scorribande nel reparto musicale di Mediaworld che mi trovai tra le mani il cd e, anche per merito di un ottimo packaging ed un prezzo popolare, lo acquistai. Ma, ahimè, la mia cultura musicale in quei giorni non era ancora abbastanza ampia e matura per apprezzare adeguatamente il cataclisma sonoro proposto dai quattro di Salem e quindi il dischetto, dopo qualche tentativo, finì malinconicamente sul mio scaffale.
Non ho più ripreso la band neanche nelle uscite successive (da allora solo due, Axe to fall nel 2009 e All we love we leave behind, del 2012), ma nel frattempo è successo che ho cominciato ad entrare nel mood del metal più estremo, approcciandone la cultura con l'ausilio di testi letterari di riferimento e abbeverandomi ai pilastri del grind, del death e del black, fino ad abituarmi a recepire anche la roba più pesa e indigesta.
Tra le mie retrospettive ad un certo punto è arrivato anche il momento di approfondire il movimento metalcore, portmanteau (termine appena imparato che volevo subito sfoggiare) dei generi metal e hardcore. A questo scopo, come faccio abitualmente, ho cominciato a spulciare articoli, post e analisi del movimento, trovandomi di fronte quasi sempre alla medesima conclusione: i Converge, con il loro Jane Doe del 2001 hanno posto sostanzialmente i semi per tutto il metalcore a venire. Da lì a recuperare questa pietra miliare (magari ne parlerò, prima o poi) e dedicare il tempo che meritava al loro nuovo lavoro, ca va sans dire, il passo è stato fulmineo.
La band, dal 1999 consolidata attorno al nucleo composto dal singer Jacob Bannon e il chitarrista/produttore Kurt Ballou, membri fondatori, assieme al bassista Nate Newton e il batterista Ben Koller, arriva a questo The dusk in us con la consolidata autorevolezza di cui sopra, e reduce da grandi scappellamenti critici anche per il precedente All we love we leave behind, vecchio di cinque anni. Non sono più i portabandiera del metalcore, i Converge, questo sottogenere resta un'ingombrante cifra stilistica per il combo, ma la maturità conseguita dai quattro gli permette di entrare ed uscire con abilità da qualunque prefisso metal, che sia post ,sludge, hc, thrash e persino heavy.
I Converge peraltro sono anche fra le non tantissime band del genere di cui valga la pena leggere i testi. Infatti, se rabbia nichilista, pessimismo verso un mondo decadente e menate anti-sistema, tipiche dell'hardcore, restano un importante fil rouge nella letteratura convergiana, in questo ultimo capitolo della discografia fanno inaspettatamente breccia anche sentimenti purissimi, e lo fanno proprio nella traccia di apertura A single tear, dove Bannon scopre nella paternità motivi per guardare al mondo con occhi differenti e meno disfattisti (I knew I had to survive / When I held you for the first time).
L'assalto sonoro del disco non è mai fine a sè stesso, me lo ripeto auto congratulandomi per la pazienza che c'ho messo ad "aspettarlo", prima ancora che segnalarlo ai lettori del blog: l'album merita veramente svariati ascolti, meglio se in cuffia, per recepirne le innumerevoli sfumature, le ricercatezze, i fraseggi di chitarra (che a volte, senza perdere velocità, si fanno quasi prog),così come gli inquietanti rallentamenti (la title track), le influenze doom (l'incipit di una suntuosa Reptilian) o le sue deflagrazioni (tra tutte una I can tell you about pain, che, se fosse stata, passatemi il termine, più scolastica avrebbe potuto trovare posto dentro Far beyond driven dei Pantera).
Insomma, The the dusk in us ha l'enorme merito di imporci una bella pausa dalla bulimia musicale che ci attanaglia. E' un disco che non finisce mai e che pertanto è difficile lasciarsi alle spalle.
Per questa ragione, per il rigore del gruppo, per la coerenza con la quale i Converge coniugano indipendenza e crescita continua, non c'è modo, neanche volendo, di esimersi dal definirlo il migliore album (non solo) metal del 2017.
venerdì 23 febbraio 2018
JD McPherson, Undivided heart and soul

Se è vero che abbiamo una musica per ogni tipo di bisogno: darci la carica, cullare la malinconia, avere un adeguato sottofondo o semplicemente perchè fa inscindibilmente parte della nostra vita, allora anche JD McPherson ha una sua precisa funzione: trasmettere benessere e felicità.
Arrivato al terzo disco, l'artista di Broken Arrow, Oklahoma, è ormai una certezza. Un pò fuori dai riflettori rispetto al altri emergenti ampiamente (e a volte un pò esageratamente) enfatizzati dai media, JD, con il suo gusto elegantemente retrò che lo vede pescare a piene mani dal rhythm and blues dei fifites, alimentato da una costante attenzione alle armonie e un'attrazione mai banale dal rock and roll primordiale, ha ormai acquisito un suo inconfondibile brand, immediatamente identificabile già dalle prime note dei suoi lavori.
Con Undivided heart and soul, presentato da una bellissima copertina chiaramente ispirata dai lavori di Tex Avery, McPherson prosegue il suo coerente percorso, confermando le proprie coordinate stilistiche, evitando però di restare immobile dentro le sue certezze.
E' solo così che Desperate love riesce ad essere anthemica in maniera completamente diversa da quanto lo fosse Let the good times roll sul precedente album omonimo ed è così che per la prima volta il musicista lascia emergere l'influenza stilistica trasmessa dall'amico Dan Auerbach attraverso la stilosissima Lucky penny.
Wayne Hancock insegna: non è per niente semplice restare agganciati a determinati suoni vintage e risultare originali e credibili, ma JD ha imparato bene la lezione e mette il proprio talento a disposizione di un amore per un'era musicale lontana ma ancora attuale e densa di fascino. Diversamente non emergerebbe il candore e la grazia di una love song come Hunting for sugar, lo spumeggiante rockabilly di Bloodhound rock o la rievocazione di un ribellismo giovanile che, partito dagli Animals e reincarnatosi in Springsteen, trova finalmente un suo nuovo credibile interprete, grazie all'emozionante Let's get out of here while we're young.
Nelle prossime settimane McPherson sarà in tour europeo ma indovinate un pò, l'Italia non è inclusa nelle venues programmate.
Un vero peccato. L'occasione persa di vedere uno degli artisti emergenti più interessanti, in ambito classic rock, degli ultimi anni.
Un vero peccato. L'occasione persa di vedere uno degli artisti emergenti più interessanti, in ambito classic rock, degli ultimi anni.
mercoledì 21 febbraio 2018
Jack Russell's Great White, He saw it comin'
Nella recensione del nuovo album degli LA Guns mi soffermavo sull'anomalia che in passato aveva visto la scissione della formazione originaria e la nascita di due band che portavano in giro medesimi monicker e repertorio. Ebbene, in ambito hard-rock/hair-metal esiste solo un'altra situazione analoga: quella dei Great White.
La band losangelina si forma nel lontano 1977, anche se riuscirà ad incidere il primo full lenght eponimo solo sette anni dopo, nel 1984, in piena era glam metal. Inevitabilmente il gruppo si adagerà su questo sotto genere, ma col tempo l'amore per l'hard rock di matrice blues emergerà prepotentemente, i pezzi di dilateranno, e con essi i tributi ai Led Zeppelin (due album e mezzo, visto che oltre al dittico esplicito A tribute to Led Zeppelin e Great White salutes Led Zeppelin, anche buona parte del doppio cd di cover, Recover, sarà dedicato al mito di Page/Plant).
L'andazzo del Grande Squalo Bianco, tra scioglimenti e reunion, durerà per tredici album e circa trentacinque anni, fino ai giorni nostri.
L'andazzo del Grande Squalo Bianco, tra scioglimenti e reunion, durerà per tredici album e circa trentacinque anni, fino ai giorni nostri.
Jack Russell è lo storico frontman della band dai suoi esordi fino al 2009, anno in cui opta per la strada solista (già approcciata per alcuni tour nei periodi di sospensione dei GW), tenendosi però stretta la "gloriosa" ragione sociale, nonostante anche i suoi ex sodali continuino ad usarla.
He saw it coming è il primo full lenght dei Russell's Great White (rilasciato, giusto per gradire, lo stesso anno in cui esce anche Full Circle, il nuovo dei Great White con alla voce Terry Illous) e, copertina a parte, davvero inguardabile e fuorviante, ci consegna un Russell in buona condizione, fermamente motivato a dare dimostrazione della profondità e della versatilità della sua ugola.
L'album è infatti composto da undici pezzi indubbiamente divertenti, nei quali trova prevedibilmente spazio l'AOR (un'ariosissima Sign of the times; Love don't live here anymore), l'hair (She moves me; Crazy; Blame it to the night), l'heavy metal (Spy vs spy), ma anche, più sorprendentemente, qualche fascinazione sospesa tra Beatles e Supertramp (He saw it comin'), un reggae-funk (Don't let me go) e un doo wop a cappella (la conclusiva Godspeed) dagli affascinanti sapori fifties.
Insomma, un disco prescindibile ma dannatamente piacevole.
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