giovedì 11 marzo 2010

Sign o' the times

Dalla Repubblica Milano del 10 marzo.

Tuppersex, i giochi erotici che si vendono porta a porta

Negli anni Cinquanta c’erano le vestali del contenitore sottovuoto, le venditrici dei Tupperware: casalinghe-piazziste che nei salotti di casa ammaliavano altre casalinghe, pronte a spendere per ciotoline innovative, inequivocabili simboli della donna moderna. E oggi, per essere moderna, una donna deve passare dalla ciotola al sex toy. Tuppersex, così si chiama, è il sistema di vendita a domicilio di oggetti di piacere. Si trova un’amica che mette a disposizione una casa, si invitano altre signore interessate all’argomento e si organizza la vendita. In Spagna le "Tuppersex reuniones" sono diffuse da anni. Ed è proprio una signora di Barcellona, Aurora Moreno, che su suggerimento di una ragazza milanese ha iniziato a diffondere la filosofia dei sex toys porta a porta anche da noi. Lei fornisce un kit con diversi oggettini (400 euro circa di spesa che garantirebbero un fatturato di almeno il 30 per cento in più), poi istruisce la aspirante venditrice e l’avvia verso il vasto mondo delle papabili acquirenti. "Molti maschi mi chiedono di lavorare e si propongono come piazzisti, ma sono assolutamente contraria. Il Tuppersex è solo tra donne — sostiene Aurora — Sono cose che richiedono una certa confidenza solo femminile"

Qui le modalità per organizzare un Tuppersex

martedì 9 marzo 2010

Testamento



Niente futili orpelli o colpi di teatro nell'ultimo capitolo della saga Rubin/Cash. Nessuna intuizione ad effetto, come la cover di Personal Jesus, restituita alla sua matrice blues più pura, o come la stupefacente versione di Hurt dei NIN. In questo sesto episodio del progetto che ha rilanciato l'uomo in nero, la centralità assoluta della scena è lasciata ad un essenziale strumetazione di accompagnamento e alla voce di Cash, stremata, dolente, strascicata, greve.

E non potrebbe essere altrimenti, viste le condizioni fisiche e psicologiche (la grave malattia legata al diabete e il lutto della amatissima moglie June Carter) che affliggevano Johnny e che lui si è imposto di ignorare pur di continuare a registrare fino alla fine, lasciando, pare, una montagna di materiale inedito (solo in parte già pubblicato nel cofanetto Unearthed). Le ultime canzoni presenti in questo album postumo sono state incise nei primi giorni di settembre 2003. Johnny Cash morirà il 12 di quel mese.

Ain't no grave contiene dieci tracce, per un timing che supera di poco la mezzora. Le cover, che rappresentano la maggioranza dei pezzi in lista, sono pezzi poco noti di artisti nella migliore delle ipotesi coetanei di Cash, unica eccezione a questa regola, Redemption day di Sheryll Crow.
Apre la spettrale title track, originariamente scritta da Claude Ely nel 1953, che non può che essere definita come un capolavoro assoluto. Sostenuta da un incedere sofferente, con una ritmica che ricorda vagamente le cose rumoriste di Tom Waits (a proposito, che bello sarebbe sentire una sua versione di questo pezzo), la traccia spalanca all'ascoltatore le porte dell'oscurità. L'uomo in nero è pronto per il suo ultimo viaggio, venite a prenderlo, ne ha passate così tanto, ha avuto e perso tanti e tali cose da non temere più niente. Aspetta solo di sollevarsi dalle miserie della madre terra:
When I hear that trumpet sound I'm gonna rise right out of the ground /Ain't no grave can hold my body down / Well, meet me Jesus, meet me / Meet me in the middle of the air /And if these wings don't fail me / I will meet you anywhere /Ain't no grave can hold my body down / Well, meet me mother and father, meet me down the river road / And momma you know that I'll be there when I check in my load / Ain't no grave can hold my body down (se volete potete ascoltarla qui, a corredo di un altro mio breve post).

For the good times (di Kris Kristoffen, un altro grande vecchio combattente) probabilmente concepita come una canzone d'amore/d'abbandono si trasfigura invece in una struggente ultima dedica a June: Don't look so sad, I know it's over /But life goes on, and this old world will keep on turning/ Let's just be glad we had some time to spend together / There's no need to watch the bridges that we're burning
Da segnalare anche Satisfied mind (Porter Wagoner) e I don't hurt anymore, portata al successo da Dinah Washington.

Chiude il lavoro Aloha Oe, saluto hawaiano reso celebre sotto forma di canzone da Elvis Presley nel suo Blue Hawaii. E stavolta Cash sceglie un commiato quasi ironico, irriverente per certi versi rispetto alla cifra stilistica del disco. E' una conlusione che un pò spiazza, ma che in qualche modo si armonizza bene con il resto. Questo è quanto gente, non siate tristi. Vivete la vostra vita e Aloha Oe a tutti.

Un testamento in musica e versi.

Suddito


E' proprio vero che c'è un tempo per ogni cosa, e che a volte bisogna saper aspettare. 17 Re, il secondo disco dei Litfiba, lo ascoltai per la prima volta più di vent'anni fa (la release è dell'86) , convinto dal tam tam entusiastico di molte riviste musicali che vedevano nella band fiorentina una delle risposte italiane più convincenti alla new wave inglese (che nel frattempo si era esaurita, ma vabbeh).

Non so bene cosa mi aspettassi, all'epoca ero alla costante ricerca di un disco italiano dal respiro internazionale, testi, produzione, arrangiamenti che uscissero dai nostri scantinati e che camminassero a testa alta nelle strade in cui circolavano da tempo Bowie, i Clash e Springsteen, giusto per fare dei nomi.

Questo dei Litfiba mi fu prestato da un amico fan anche dei Diaframma. Il disco era una specie di doppio EP (sedici brani stampati su quattro facciate) a grande vantaggio della qualità sonora.
La musica però non mi aveva coinvolto, la mia passione rocchettara era forse ancora troppo legata a vacuità e ritornelli facili per apprezzare qualcosa che, a suo modo, richiedeva una soglia d'attenzione diversa.

Non sapevo all'epoca delle tremende tensioni interne che già dilaniavano il gruppo, con i giovani Pelù e Renzulli a dibattere su tutto e il già saggio Maroccolo e "Ringo" De Palma a cercare di tenere in piedi la baracca (non riuscendoci a lungo).
Non avevo allora la "competenza" per andare oltre lo splendido ritornello e capire fino in fondo una open track straordinaria come Resta (una parte di me / quella più vicina al nulla), o il romanticismo storto di Cafè, mexal e Rosita, oppure la citazione letteraria di Pierrot e la luna, la lunga cavalcata che porta fino a Come un dio, Apapaia, Gira nel mio cerchio.

Oggi, con clamoroso e ingiustificabile ritardo mi perdo tra queste note con l'innocenza di un bambino, e mi chiedo come potevo essere all'epoca così cieco e sordo a cotanti stimoli.

lunedì 8 marzo 2010

La regina dei castelli di carta


Come nel capitolo finale de Il Signore degli Anelli, anche per La regina dei castelli di carta, conclusione della Millennium Trilogy, buona parte del racconto è lasciata alla formazione e agli schieramenti delle truppe del bene e del male. Da una parte i nemici di Lisbeth Salander, quelli che già l'avevano perseguitata per coprire uno scomodo segreto legato al controspionaggio svedese, e dall'altra le forze che riesce a coagulare Mikael Blomkvist, l'intrepido giornalista che ormai ha fatto della salvezza della giovane cyberpunk una ragione di vita. Le fazioni si organizzano, reclutano soldati, cospirano, si preparano alla battaglia decisiva, che è il processo di Lisbeth, gravemente ferita e ricoverata in isolamento in ospedale.

Tra le 850 pagine del libro Larsson trova anche il tempo di spiegarci come funziona la separazione dei poteri in Svezia, e leggendo della sacralità del valore dell'independenza tra giudici e politica viene spontanea una riflessione sulle vicende italiane, e alle nostre ripetute invasioni di campo. Poi ovviamente ci sono le nuove conquiste amorose di Blomkvist, le vicende della redazione di Millennium, un attacco sotto forma di stalking per Erika Berger e l'improbabile rete mondiale di hacker della Salander.
Anche in questo volume i due protagonisti principali sono divisi e non entrano direttamente in contatto, ognuno impegnato in una parte decisiva della battaglia.

Lo scrittore svedese risolve con un buon colpo di scena la questione Zalachenko (padre di Lisbeth e personaggio cruciale in tutta la storia), mentre per altri aspetti del racconto indugia a volte davvero troppo, continuando in pratica fino all'ultima pagina ad inserire personaggi ed introducendoli spesso con un evitabile resoconto della loro vita fino a quel punto. Sbanda un pò in qualche curva la macchina narrativa di Larsson, ma tutto sommato arriva al traguardo.

Si può dire in conclusione che, mentre Uomini che odiano le donne è una storia a se stante, per stile, trama e conclusioni, i successivi due capitoli della trilogia vanno necessariamente letti insieme, per la continuità della storia, vista la conclusione con un cliffhanger del secondo, e per l'intreccio da spy story che li caratterizza.
In quest'ultima parte inoltre, l'autore aggiunge un genere al ricco bouquet che aveva caratterizzato tutta la vicenda dei suoi protagonisti, oltre al thriller, il poziesco, l'avventura, lo spionaggio e la denuncia sociale, Larsson ci mette il carico del legal drama, con una conclusione processuale della vicenda in stile Perry Mason.

Il giudizio definitivo sull'opera complessiva è pertanto altalenante. Si comincia benissimo con il primo volume, il livello scende molto con il secondo e si recupera qualche punto con il terzo e ultimo (in tutti i sensi) sforzo di Stieg. Sicuramente va dato merito allo scrittore svedese di aver creato un mondo e di averlo popolato di personaggi e di luoghi che sono entrati nell'immaginario collettivo di milioni di lettori, così come capita solo ai grandi autori, nonchè di aver letteralmente sdoganato la letteratura svedese d'intrattenimento alle masse europee. Basta questo per dire che Stieg Larsson sia un grande scrittore? Probabilmente no,ma la sua storia personale(giornalista impegnato, ha scritto saggi sulla democrazia e sui movimenti di estrema destra, quelli della trilogia sono gli unici romanzi che ha mai scritto, muore subito dopo aver scritto La regina dei castelli di carta) è sicuramente tra le più particolari e avvincenti della letteratura popolare moderna.
Talmente singolare da dubitare quasi sia reale. Naaaa...ma questo è impossibile.

giovedì 4 marzo 2010

Ma perchè, c'è ancora qualcuno da licenziare?


Ci stanno riprovando


Senza prevedere politiche attive di reinserimento del lavoratore licenziato (come accade nei paesi in cui c'è più flessibiltà lavorativa), questo esecutivo sta cercando di far passare dalla finestra quanto aveva sbattuto contro la porta chiusa dei tre milioni in piazza a Roma nel 2003, cioè la derogabilità dell'art. 18.

Lo fa stavolta in maniera più subdola e meno diretta, assecondando la sua nuova pelle.
Il problema non è l'intoccabilità della norma, che se non vogliamo essere ipocriti andrebbe estesa anche alle aziende fino a 15 dipendenti (che sono il 90% delle imprese in Italia), ma , come scrivevo, la complessità delle politiche complessive del lavoro che da noi sono carenti sia dal punto di vista degli interventi passivi (entità, copertura e durata ammortizzatori sociali e indennità disoccupazione) e quasi nulli dal punto di vista di quegli attivi ( formazione al lavoro) e che vengono bellamente ignorate da Sacconi & co.

Senza parlare poi della tempestività del provvedimento, in un contesto di crisi che ha messo i lavoratori per strada senza bisogno di scomodare l'articolo 18.


Non mi è di consolazione nemmeno urlarlo in faccia ai molti operai che conosco e che hanno votato per il partito del fare. Tanto non cambia un cazzo.





mercoledì 3 marzo 2010

Talk to me

Poco prima degli scontri in via Padova a Milano, scaturiti da una violenta rissa tra cittadini sudamericani e africani e purtroppo culminata con un omicidio, volevo scrivere un post su come il sindacato contribuisse, così come ha fatto nel dopoguerra insieme a qualche grande partito per l'emigrazione dal sud, all'integrazione tra persone e culture differenti.

In un clima di odio, paura e diffidenza continua, indotto dalla Lega e dai suoi degni compari, nel paese reale molti italiani lavorano nelle cooperative merci, nelle fabbriche e nei campi fianco a fianco a lavoratori migranti. Non senza difficoltà ovviamente, questi operai sono in qualche modo costretti dagli eventi a convivere con situazioni e mondi molto lontani dai loro. Per dire, molto spesso alla fine di una giornata di lavoro queste persone non vanno a casa, perchè non ne hanno una, ma in un centro di ricovero e accoglienza pubblico se non addirittura in strada, per poi presentarsi puntualmente il giorno dopo sul posto di lavoro.

Ebbene, nella mia categoria sindacale ho la fortuna di avere dirigenti che hanno avuto l'intelligenza di capire che il futuro del sindacato in Italia passa necessariamente anche per il contributo dei lavoratori stranieri, e che per questo vanno fatti partecipare alla vita politica dell'organizzazione, investiti di responsabilità. Al nostro congresso sedevano in platea in percentuale inedita per gli standard normali, lavoratori cinesi, sudamericani,africani .

L'episodio di integrazione che volevo riportare è piuttosto breve. E' il contributo di un lavoratore del Senegal attraverso un intervento al microfono. Si parlava dei fatti di Rosarno, e questa persona, poco avvezza alle luci della ribalta e più a suo agio con il francese che con l'italiano, ha fatto un intervento così naturale, orgoglioso, lucido e commovente sui diritti di milioni di persone quotidianamente capestati, da far venire rabbia e lucciconi un pò a tutti.

Alla fine del suo discorso e anche più tardi, nella pausa pranzo, una moltitudine di delegati gli si è avvicinata per una stretta di mano e una pacca sulla spalla. Molti di loro facevano parte di comunità straniere di norma "ostili" a quella africana, e la cosa, seppur circoscritta ad un contesto di comune condivisione ad una stessa associazione, mi ha reso orgoglioso di essere lì in quel momento.

Ho pensato che allora c'è davvero, seppur senza banalizzare la questione e non senza enormi difficoltà, il mezzo per uscire dall'ipocrita duopolio rifiuto/sfruttamento delle persone che arrivano in Italia dai paesi più poveri.
E il mezzo, sembra ingenuo o utopistico, si chiama ancora dialogo.
Difficile, mi rendo conto, che lo capisca chi, proprio praticando il suo esatto contrario ne trae vantaggi elettorali.
E complicato che lo usi anche chi per storia e ruolo lo faceva, e oggi realizza che è più proficuo parlare d'altro.

domenica 28 febbraio 2010

Thief in the temple


Pensavo di essere rimasto vittima di un salto nel tempo o di una specie di allucinazione...uditiva, ma invece no, Radio Capital l'altra mattina ha davvero dato l'esclusiva del nuovo album di Jimi Hendrix.

Giusto quarant'anni dopo la sua morte la famiglia trova ancora da grattare il fondo del barile, pazzesco. Ancora più incredibile che tutto l'ambaradam mediatico pompi questa release come se fosse davvero qualcosa di imprescindibile.

Jimi in vita è riuscito a registrare solo tre dischi in studio, che hanno progressivamente rivelato il suo genio , in sostanza, più ha avuto il controllo in sala di incisione e più è emersa la sua diversità musicale rispetto a qualunque altra cosa vista prima.

Queste pubblicazioni postume vanno invece a pescare nel canovaccio più noto e apprezzato dell'artista di Seattle, quello cioè più blues oriented, anche se lui se ne era ormai allontanato. Mi viene in mente Miles Davis (a proposito, i due non hanno jammato insieme solo per uno sfortunato malinteso) al quale nei primi anni chiedevano sempre di suonare del bebop, mentre lui lo considerava un genere ormai morto e sepolto, tant'è che in un quarto di secolo le sue sperimentazioni sono esplose in tutte le direzioni, come mille riflessi di un diamante colpito dalla luce della creatività divina.

Già. E invece il giorno 8 marzo 2010 esce Valleys of Neptune, il nuovo disco di Jimi Hendrix, le cui tracce sono registrate a cavallo tra l'uscita di Electric Ladyland (1968) e il 1970. Contiene dodici versioni inedite di brani più o meno noti, con due cover (Sunshine of your love dei Cream e Bleeding heart di Elmore James).

Sarei ipocrita se dicessi che non lo ascolterò, ma certo conciliare l'amore che nutro per il più epocale chitarrista di tutti i tempi con l'immagine della famiglia che si dà di gomito e si frega le mani davanti al suo lascito mi viene difficile.

venerdì 26 febbraio 2010

The rebel strikes back

Rebel Within, has been given a release date of May 25, 2010.



- Track List -
Getting' Drunk and Fallin' Down / Rebel Within / Lookin' For A Mountain
Gone But Not Forgotten / Drinkin' Ain't Hard To Do / Moonshiner's Life
#5 / Karmageddon / Lost In Oklahoma / Tore Up and Loud
Drinkin' Over Mama

giovedì 25 febbraio 2010

An old bottle of smoke

Prendo spunto da un iniziativa sviluppata da Ale sul suo blog.
Recupero e posto cioè vecchie recensioni (nel mio caso solo di concerti, nel suo anche di film) raccolte negli anni nel mio archivio cartaceo.
Nota didascalica: mi è sembrato opportuno non apportare correzioni e lasciarle tutte così come le avevo scritte all'epoca.

Ben Harper and the Innocent Criminals, Idropark, Idroscalo (MI), 23 / 07 / 01


Sul palco vuoto che attende i musicisti, posta in posizione centrale e rialzata, fa bella mostra di se una sedia, che, avvolta in una coperta tribale, somiglia molto ad un trono. Un trono che attende impaziente il suo re.
Con qualche minuto di ritardo rispetto all'orario previsto,l'attesa finisce. Ben Harper and the Innocent Criminals prendono posizione sul palco. L'attacco è emozionante, Pressure che si fonde in Get up Stand up di Marley, e pensando al testo (You can fool one people sometimes / but you can't fool all the people all the time) a più di uno spettatore viene in mente un riferimento ai fatti del G8 di Genova.

Harper resta sempre seduto, cambia spesso chitarre, a volte più che suonare, sembra che "scratchi" come un DJ; lascia spesso i riflettori ai suoi musicisti (il bassisita Juan Nelson sugli scudi).

Molti dei brani del repertorio della band dal vivo si dilatano, trasformandosi in lunghe jam lisergiche, l'improvvisazione va spesso a braccetto con il jazz, il ragazzo e la sua band dimostrano di avere stile, passione e competenza da vendere.

Anche le cover proposte spaziano quasi a 360°, si passa dal già citato Bob marley a Voodoo Chile di Hendrix a Whole lotta love dei Led Zeppelin. Tra gli altri, i pezzi più convincenti mi sono parsi Woman in you, Alone, Steal my kisses, Forgiven, Beloved one e Burn one down.

Una pecca forse la location, uno show così sarebbe stato perfetto in una struttura più raccolta e meno dispersiva di questo parco.

Spettatori 5-6000 (difficile essere precisi)
Voto: 7,5

lunedì 22 febbraio 2010

Untitled

Se volete provare il terrore vero, quello che ti scatena il panico, non ti fa ragionare, ti afferra la gola levandoti il respiro e ti riempe di disperazione, provate a perdere di vista vostro figlio nel caos di una piazza gremita.

E' quello che è successo a noi sabato scorso, mentre stavamo partecipando al festeggiamento del carnevale ambrosiano nel mio paese natale.
Un momento di distrazione e non abbiamo più visto Stefano.

Per alcuni interminabili minuti ( o secondi, è difficile capire quanto tempo sia passato) l'abbiamo cercato, prima con calma e poi con sempre più crescente ansia, mentre tutto intorno era un incubo Kubrickiano di gente in maschera che rideva e si divertiva, con la banda di paese che saturava l'aria suonando i suoi pezzi musicali .

Era come muoversi sottacqua, come vivere l'esperienza non in prima persona ma guardandola dall'alto.
Ci siamo divisi, abbiamo setacciato la piazza avanti e indietro, scostando la folla , ogni bambino in costume sembrava lui, ma poi guardandolo bene non lo era. Eravamo letteralmente paralizzati dalla disperazione.

Alla fine, proprio mentre avevo deciso di cercare qualcuno delle forze dell'ordine, l'ho avvistato, col viso preoccupato, ma tutto sommato tranquillo, componente aggiunto di una famiglia numerosa che l'aveva trovato e lo stava aiutando a recuperare i genitori.

Forse risulterò eccessivamente apprensivo, ma ci sono davvero poche cose nella vita che valgono per intensità una visone come quella, in quel determinato momento. E' stato come morire e rinascere in un secondo.

La mente è subito volata a quelle famiglie disgraziate che i figli non li hanno più visti per davvero, e al dolore lacerante che sono condannate a provare ogni giorno.

Lo so, sono stato un pò pesante. Portate pazienza.

Lost chronicles



Attenzione, riassunto commentato ai primi tre episodi della final season di Lost, astenersi spettatori ancora in attesa di vederli...


Ci siamo dunque. E' partita l'ultima stagione di Lost, con la promessa da parte degli autori di svelare ogni segreto disseminato lungo le cinque stagioni precedenti (e chi le ha viste tutte sa che sono un'infinità).

La quinta serie si era chiusa con un gruppo di naufraghi che, bloccati sull'isola nel 1977, faceva esplodere una bomba per disintegrare l'isola e cancellare gli eventi che trent'anni dopo avrebbero fatto precipitare l'aereo sul quale viaggiavano. Sembra folle, ma nel contesto dei salti in avanti ed indietro nel tempo dentro al quale si svolge il telefilm il tutto appariva di una logica stringente.

Il primo episodio della sesta stagione si apre dunque con Jack seduto al suo posto sul volo Oceanic 815, bastano pochi minuti per capire che nella sua vita l'isola non c'è mai stata. Ci sono anche gli altri protagonisti della storia a bordo, anche se non tutti (mancano Shannon, Michael,Walt) e c'è qualcuno che non dovrebbe esserci, Desmond. L'aereo incontra una turbolenza ma la supera, Jack riesce a salvare la vita al tossicomane Charlie, Kate è ammanettata all'agente dell'FBI. E' tutto com'era ma al tempo stesso c'è qualcosa di indefinito che non torna, come in un sogno sbagliato. Poi, proprio quando l'aereo sta superando indenne l'isola, la telecamera fa una zoomata all'esterno dell'abitacolo e si tuffa in acqua fino alle estreme profondità dell'oceano per mostrarci l'isola completamente inabissata.

Sembrerebbe che i nostri eroi del 1977 ce l'abbiano fatta a salvare loro stessi del 2004, giusto? Sbagliato, perchè subito dopo parte un flashback che potrebbe anche essere un flashforward e perchè no, un inedito flashside (è su questo che secondo me si svela la chiave di lettura della narrazione, ho una mia teoria in merito, ma la conservo per il prossimo post ), nel quale i nostri sono ancora sull'isola, nel luogo dove avevano gettato la bomba, ancora vivi, solo proiettati di nuovo nel futuro. Quella che sembrava l'esplosione dell'ordigno in realtà era stato solo un ennesimo salto in avanti nel tempo, anticipato dal classico bagliore bianco.

I passeggeri della Oceanic atterrano tranquillamente a LA, e una serie di circostanze li mettono in contatto tra loro, mentre i naufraghi arriavano al luogo conosciuto come il tempio per salvare Sayid in fin di vita.

Continua..

sabato 20 febbraio 2010

Anthem


Vuoi ammazzare la carriera di un giovane e promettente trombettista di jazz americano? Scrivi che ricorda Miles Davis. E' come quella major italiana che per lanciare Massimo Priviero ha tirato in ballo Bruce Springsteen. E se vi state chiedendo Massimo chiiii?!? capite benissimo quale sia stato l'esito dell'operazione di marketing.

Ma torniamo al trombettista, che è nato a New Orleans nel 1983 e che ha dato alle stampe da pochi giorni il suo nuovo disco, Yesterday you say tomorrow, ma che ha sorpreso tutti con l'album precedente, Anthem, del 2007 nel quale, avvalendosi anche di un combo più che affiatato, ha dato vita ad una miscela musicale molto trasversale, che magari può ricordare l'inarrivabile Miles nell'eclettismo e nelle tracce conclusive, The 9 e Like that.
Da segnalare anche due diverse versioni della title-track (Antediluvian adaption e Post diluvian adaption, fantastico funk che si avvale delle rime di Brother J dell'X-Clan) e Katrina's eyes, che insieme rinsaldano la memoria della tremenda sciagura che ha colpito la sua città natale.

Da tenere d'occhio con affetto, senza mettergli fretta.

giovedì 18 febbraio 2010

Filantropi


E' stata definita come la prima serie TV dell'era Obama. The Philantropist racconta le vicende del milionario americano Teddy Rist (James Purefoy), che a seguito della morte dell'unico figlio, decide di spendere la sua vita e le sue risorse per aiutare le persone che stanno peggio, nei luoghi più sfortunati del mondo. Nel cast anche Neve Campbell.
La serie è andata in onda sull'emittente USA Nbc dal giugno dello scorso anno e si è fermata ad otto episodi. E' diventata subito un'opera di culto, anche se a livello di ascolti, dopo una buona partenza, si è attestata su numeri giudicati dal network insoddisfacenti.

Politicamente, all'interno delle storie, non sono mancate pesanti critiche e nette prese di posizione contro le politiche estere degli Stati Uniti e lo sfruttamento in generale che i paesi più industrializzati fanno ai danni di quelli più arretrati e poveri. L'ultimo episodio, per dire, ha per teatro Haiti.

Mi dicono che l'intera stagione in originale è visibile su Hulu, non è dato invece sapere se la vedremo mai sugli schermi italiani.
Qui siamo ancora in piena era B.

mercoledì 17 febbraio 2010

MFT, febbraio 10

ALBUM



Christian Scott, Anthem
Foo Fighters, Greatest Hits
Nick Cave and the Bad Seeds, Abattoir blues/The Lyre of Orpheus
Elio e le Storie Tese, Gattini
Cò Sang, Vita Bona
Joe Pug, Messenger
Tom Petty and the Heartbreakers, Live Anthology, cd4
Eels, End Times
Rory Gallagher, Tattoo
Basia Bulat, Heart of my own
New Order, Power, corruption and lies
Il Teatro degli Orrori, Dell'Impero delle Tenebre




TRACKS



1.Deal with the devil, Winger
2.Been a long time, Black Crowes
3.When we were beautiful, Bon Jovi
4.Full Circle, Creed
5.Good Man, Heavy Trash
6.Foggy Mountain Breakdown,Flatts & Scruggs
7.Meglio se non lo sai, Ministri
8.Next time around, Mr Big
9.Pussy, Rammstein
10.Can't change yesterday, Revive
11.Soldier of love, Sade
12.Fearless, Taylor Swift
13. Four Letter Word, Gossip
14.Elephants, Them Crooked Vultures
15.Just in time, Tony Bennett
16.Per nessuno, Teatro degli Orrori
17. Waiting for the d train, Yoko Ono



VISIONI


Lost, sesta ed ultima stagione



martedì 16 febbraio 2010

Forget your trouble and dance!

Che poi alla fine la mia passione per Bob Marley è molto limitata alle sue prime cose, intrise di critica sociale e di denuncia, più che di divertimento e dub. Il trittico Catch a fire, Burnin' e Natty Dread, per intenderci, è il mio preferito.
Suona onesto, sincero, diretto, sanguigno, senza fronzoli.
Non ha niente a che vedere con il blues ma ha la sua medesima sofferenza, è distante dal soul ma ha la sua stessa profondità.
E se dovessi eleggere una canzone simbolo a rappresentare tutte le altre di questi dischi, beh, la scelta cadrebbe sicuramente su Them belly full, considerata forse traccia minore, mai inclusa nei greatest hits, ma che secondo me racchiude tanto, tutto: rabbia, gioia, disperazione, rivalsa e tutto quello che sta in mezzo.

lunedì 15 febbraio 2010

Changes


Ultimamente, dopo tanti anni di integralismo e di primato assoluto nell'ascolto degli album sulla radio della macchina, sto cambiando le mie abitudini in fatto di intrattenimento audio nel tragitto da e per il lavoro.
Col tempo alcune trasmissioni radiofoniche mi hanno fidelizzato, a discapito delle opere in cd/mp3, comunque sempre presenti in misura rilevante sulla Clio.

A seconda del traffico che trovo (e quindi del tempo di permanenza in strada) il programma della mattinata è il seguente: alle 8:00 radiogiornale o musica; dalle 8:30 l'imperdibile rassegna stampa "deviata" di Lateral (su radio Capital); se alle 9:00 non sono ancora arrivato, e a seconda dell'umore, mi sintonizzo su Radio Popolare per il dibattito sul tema del giorno o su radio DeeJay per la trasmissione di Volo.
L'instancabile recensore di dischi nuovi, noto anche come il Freddy Mercury della Rivoltana, per la sua abitudine ad interpretare le canzoni mentre le canta, si prende sempre più spesso una vacanza.

Non pensavo mi sarei mai uniformato a questa abitudine nazionale di ascoltare chiacchere su chiacchere (a volte del tutto demenziali e inutili) la mattina mentre si bestemmia bloccati nel traffico,ma tant'è.
Anche questo sarà un segnale del mio crescente conformismo .



venerdì 12 febbraio 2010

Web fishing

Segnalo AudioCast.it, sito italiano che (tra l'altro) raccoglie la lista di tutti podcast (ovviamente gratuiti) italiani, divisi per argomenti ( davvero tanti e vari) .
Io ci ho trovato cose molte appetibili: trasmissioni radiofoniche che non ascolto perchè in fasce orarie per me impossibili, audiolibri, monografie musicali...
Interessante.

giovedì 11 febbraio 2010

Breathless


Sono settimane ormai che Abattorir Blues/The Lyre of Orpheus, di Nick Cave and the Bad Seeds, è in altissima rotazione nella mia autoradio e nel mio lettore mp3.
Il disco è del 2004, ma fa parte di quelle produzioni, anche di artisti che stimi, alle quali non dai chance.
Nello specifico, all'epoca l'ho ignorato perchè venivo da un periodo denso di ascolti dell'australiano, particolarmente prolifico in quel frangente.
No more shall we part, a cui sono molto legato, era del 2001, Nocturama del 2003. Un'altra uscita così ravvicinata mi aveva un pò scoraggiato.
Che errore! Questo doppio contiene probabilmente la migliore musica prodotta da Cave e soci da molto tempo a quella parte: matura, ispirata, calda, sexy, spirituale, soooul.

Non è una delle mie solite recensioni, non citerò pertanto le singole canzoni per analizzarle, mi limito a dire che questi due ciddì mi hanno stregato, che ci sento dentro oltre a Cohen, Lou Reed e in qualche caso (Nature Boy) Bowie, ma che tutto appare come un suntuoso bignami, un puntoeacapo di 25 anni di orgogliosa carriera musicale da parte del King Ink e della sua meravigliosa cricca.

Chapeau.

martedì 9 febbraio 2010

They have a dream



L'arte imita la vita, che a sua volta imita l'arte. Anche se, per la verità, in questo caso non era difficile, visti gli innumerevoli precedenti storici.
Da una parte c'è il colossale successo di Avatar di Cameron, che racconta l'eroica lotta della popolazione aliena di un incontaminato pianeta chiamato Pandora, minacciato dagli interessi delle multinazionali per un minerale preziosissimo, e dall'altra c'è la realtà di Niyamgiri, territorio che esiste nella regione indiana di Orissa. Al posto dei Na'vi ci sono i Dongria, e in vece di futuristiche multinazionali c'è la Vedanta Resources che vuole estrarre non l'ipotetico unobtanium, ma la reale e richiestissima bauxite.

Fino ad oggi a nulla era valso lo sforzo profuso dai nativi, anche attraverso un sito internet, e l'impegno di organizzazioni umanitarie come Amnesty International, e allora, vista l'esposizione mediatica riservata al filmone di Cameron perchè non provare con Variety, la cosidetta bibbia del cinema USA? Detto fatto. I rappresentanti della regione in pericolo hanno scritto alla rivista tirando in ballo le similitudini tra la loro battaglia e la trama di Avatar.
Come risponderà Cameron non è ancora dato ancora sapere, ma registriamo un nuovo livello di coinvolgimento e di sensibilizzazione degli ultimi del mondo verso l'indiffernza dei più e l'arroganza dei più forti. Saprà la vita imitare l'arte anche nel lieto fine?


lunedì 8 febbraio 2010

E' la somma che fa il totale

E' solo per sfiga o per il fato avverso e comunista, che, giusto pochi giorni dopo l’annuncio (al solito) ad effetto di Berlusconi in merito ai risultati conseguiti nella lotta alle mafie da parte del suo governo, sono accaduti una serie di eventi che, insomma, qualche dubbio sulla reale consistenza dell'impegno del cav. l'hanno messo.

Il fatto che ha avuto l'impatto mediatico più forte, e che per ora ha costretto ad un imbarazzato dietrofront la coalizione di governo, è il disegno di legge del parlamentare ex AN Valentino, che prevedeva una modifica del codice penale in merito all'uso dei cosidetti pentiti, finalizzato sostanzialmente ad un loro quasi totale inutilizzo. Il tempismo della proposta, emersa tra una dichiarazione giurata di Spatuzza e una di Ciancimino jr, è senza dubbio un'altra casualità assoluta. Comunque. Gli effetti della legge sarebbero talmente devastanti che persino Angelino Alfano e Bobo Maroni sono stati costretti ad ammettere la loro contrarietà(anche se il ddl non è ancora stato ritirato), e finanche Napolitano avrebbe affermato sommessamente: - No dai ragazzi, questa non ce la faccio a firmarla... - .

Ma è probabilmente nel quotidiano che si vede l'impegno delle istituzioni nei confronti di chi, nel suo piccolo, in maniera coraggiosa e indipendente cerca di affermare il valore della legalità. E' il caso dell'associazione lombarda SOS Racket e Usura. Il suo presidente, Frediano Manzi, nonostante le ripetute minacce e gli atti intimidatori subiti, portava avanti da 13 anni diverse iniziative concrete a sostegno dell'imprenditoria e della cittadinanza, la più nota quella che ha portato all'arresto della cosidetta Signora Gabetti, responsabile di un associazione a delinquere che gestiva l'occupazione abusiva di case Aler. L'ultimo atto intimidatorio subito da Manzi è stato l'incendio di un furgone usato per la sua attività. - Non è stato questo a persuadermi a mollare - dice l'imprenditore - ma l'abbandono totale e l'indifferenza di tutte le istituzioni, locali e nazionali-. Si saranno distratti?

L'ultima segnalazione che volevo riportare è sicuramente la più triste e drammatica. Lea Garofalo, cittadina di Petilia Policastro, paese ad alta densità mafiosa, aveva deciso nel 2005, a seguito dell'uccisione del fratello pregiudicato, di fare da confidente agli inquirenti. La protezione della procura dura per lei solo un anno, dopo il quale la donna è di nuovo esposta a minacce e pericoli individuali. Lei protesta, chiede aiuto, ma niente. Pochi mesi fa resta vittima di un tentativo di rapimento. Finalmente arriva la sentenza del Consiglio di Stato che certifica la situazione di grave pericolo in cui versa Lea, sola, con una figlia adolescente. Ma ancora la burocrazia non muove i suoi ingranaggi. I sicari hanno di certo una struttura più agile ed efficiente. La donna sparisce infatti nel nulla, probabile vittima di lupara bianca. Pazienza. Magari tra dieci anni ci faranno una fiction con Beppe Fiorello e ci commuoveremo tutti davanti alla tv.

E' forse inopportuno usare una frase di Totò per titolare un post che tratta argomenti così seri. Ad ogni modo ce ne sarebbe anche un'altra, sempre del Principe, che sintetizza forse meglio il mio pensiero sull'impegno del governo contro la mafia: "Presidente...Ma mi faccia il piacere!"

Monty MC

Scommetto che morite dalla voglia di scoprire quali sono le 100 canzoni rap/hip hop più importanti di sempre.
Nooo? Vabbè, andate oltre allora.
Di seguito infatti posto l'apposita classifica di VH1 (passa come sempre su MTV):


Dalla 100esima alla 26esima posizione.


25 Fugees - "Killing Me Softly"
24 Eric B and Rakim - "Paid in Full"
23 Outkast - "B.O.B."
22 Naughty By Nature - "OPP"
21 Afrika Bambaataa & Soul Sonic Force- "Planet Rock"
20 Kanye West ft/ Jamie Foxx - "Gold Digger"
19 Ice T - "Colors"
18 50 Cent - "In Da Club"
17 Sir Mix-A-Lot - "Baby Got Back"
16 Missy Elliott - "Get Ur Freak On"
15 Eminem - "Stan"
14 Tupac - "I Get Around"
13 Wu-Tang Clan - "C.R.E.A.M."
12 L.L. Cool J - "I Can't Live Without My Radio"
11 Jay-Z - "Hard Knock Life"

10 Kurtis Blow - "The Breaks"
09 Salt-N-Pepa - "Push It"
08 Snoop Doggy Dogg - "Gin and Juice"
07 Notorious B.I.G. - "Juicy"
06 N.W.A. - "Straight Outta Compton"
05 Grandmaster Flash & the Furious Five - "The Message"
04 Run-DMC ft/ Aerosmith - "Walk This Way"

03 Dr. Dre - "Nuthin But A 'G' Thang"
02 Sugarhill Gang - "Rapper's Delight"
01 Public Enemy - "Fight The Power"

venerdì 5 febbraio 2010

Quick reminder

A forza di riempirsi la bocca con il termine riforme, che qualcuno ne abbia dimenticato il significato?

Dalla Treccani:

rifórma s. f. [der. di riformare]. – 1. Modificazione sostanziale, ma attuata con metodo non violento, di uno stato di cose, un’istituzione, un ordinamento, ecc., rispondente a varie necessità ma soprattutto a esigenze di rinnovamento e di adeguamento ai tempi, l’effetto, il risultato stesso di tale attività, cioè i cambiamenti che si sono operati, le modificazioni che si sono compiute: operare, introdurre una r., delle r.; r. sociali, economiche, politiche; riforme di struttura o strutturali, che incidono in profondità sulla situazione socio-economica, come la r. agraria o fondiaria (v. fondiario), la r. urbanistica, la r. scolastica, la r. sanitaria, la r. fiscale, ecc.; r. delle leggi, dei codici; r. della burocrazia; r. del calendario, come la r. giuliana e la r. gregoriana; r. dell’ortografia; r. dei costumi; una r. radicale, profonda o superficiale, parziale; r. graduali, progressive; l’età delle r., la seconda metà del Settecento, caratterizzata da una vasta e sistematica attività riformatrice di molti stati europei. Nella storia delle religioni, e in partic. in quella del cristianesimo, ogni movimento inteso a un profondo cambiamento religioso, morale, culturale e anche sociale e politico: la r. induistica del brahmanesimo; la r. degli ordini religiosi; la r. protestante (e assol., con iniziale maiuscola, la R., l’età della R., ecc.), il movimento che, nel sec. 16°, portò alla frattura, all’interno della cristianità, tra cattolici e riformati, cioè luterani, calvinisti, anglicani, ecc. 2. Usi e sign. specifici: a. Provvedimento con il quale viene riconosciuta la permanente inabilità al servizio militare, con conseguente invio in congedo assoluto; i militari vengono riformati in seguito a rassegna, mentre gli iscritti di leva, quando era in vigore il servizio militare obbligatorio, erano riformati dal consiglio di leva. Il termine è usato anche per un provvedimento analogo riguardante gli animali (muli, cavalli) che vengono allontanati dall’esercito perché riconosciuti inetti al servizio. b. In agraria, potatura di riforma, potatura energica operata per riportare a una forma normale la chioma di un albero deformata per eccessiva fruttificazione o per altre cause.

mercoledì 3 febbraio 2010

McZaia


Si fa interessante la polemica innescata dallo sdoganamento da parte del Ministro Zaia, con tanto di timbro del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali e foto che potete qui ammirare, nei confronti del colosso dei fast food McDonald's.
Ne aveva accennato Titta in
questo post, domandandosi il perchè della bolla ministeriale su di una pubblicità dei panini.

Ciò che è successo è che, qualche giorno fa, il Ministro leghista Zaia sponsorizzava il nuovo panino di McDonald's, che sarebbe fatto solo ed esclusivamente con prodotti italiani, allo scopo di rilanciare carne e verdure nazionali e di creare quindi un beneficio ai contadini del nostro paese.
Matthew Fort, prestigioso critico gastronomico del quotidiano inglese Guardian, nonchè autore di libri sulla cucina italiana, si oppone (giustamente) in maniera decisa a questa iniziativa "istituzionale" dalle pagine del giornale della sinistra britannica(
qui ).

Zaia risponde con una lettera in perfetto Berlusconi's style in cui riesce a citare Stalin anche quando il merito è la tradizione culinaria italiana ( trovate la lettera
qui), facendoci davvero una figura barbina (se vi va leggete anche i commenti dei lettori inglesi) e sostanzialmente non rispondendo mai nel merito al critico del Guardian.

Cosa aggiungere? Più si va avanti nella tragicomica farsa di questo esecutivo, e meno si trovano le parole per commentare.
E adesso tutti da McDonald's a sostenere l'italianità degli hamburger.



lunedì 1 febbraio 2010

Hombre solo



Sembra incredibile, ma pare che qualcuno sia riuscito ad intrufolarsi nella riservatissima vita privata di Mark Oliver Everett e abbia scoperto che, mentre Hombre Lobo ( uscito qualche mese fa e quasi disco dell'anno per il sottoscritto), fosse stato composto nel momento migliore di una relazione amorosa, quest'ultimo End Times, pubblicato qualche giorno fa, ne racconti la sua fine.
Altri sostengono invece che il disco fosse pronto in contemporanea al suo predecessore, o addirittura prima, e che per ragioni contestualizzate all'umore del suo autore le uscite siano state invertite.

Comunque sia,resta il fatto incontestabile che End Times è un album completamente diverso da Hombre Lobo. Certo lo stile è immediatamente riconducibile a quello del barbuto nerd americano, ma per il resto, laddove c'era desiderio e passione, trovano adesso posto malinconia e solitudine, un canto sommesso, quasi controvoglia, prende il posto dell'ululato del lupo arrapato, persino l'artwork del disco, caldo e rassicurante il primo, freddo e malinconico questo, comunica immediatamente la variazione d'umore del suo autore.

L'album si apre con In the beginning, che potrebbe ricordare nel testo Wonderful tonight di Clapton, non fosse chiarissimo che, a differenza dell'enfasi romantica del pezzo di Slowhand, questo semplice ricordo del protagonista è un brandello di un passato rimpianto, probabilmente elaborato in solitudine davanti ad un bicchire di qualcosa di forte. Nello struggimento di quando "everything was beautiful and free / In the beginning".

Gone man inizia come un pezzo surf, uno di quelli che farebbe la gioia di Tarantino. Il ritmo è allegro e trascinante, le liriche invece tengono la linea: "She used to love me but it's / Over now / That was a good thing that's / Gone man, gone".
Per la serie: battere il piedino veloce mentre i pensieri rallentano e vagano astratti.

In my younger days è davvero bella e struggente. Riporta alle mente In my dreams, ma qui c'è più arrendevolezza, comincia a delinearsi la ineluttabilità della solitudine, che viene combattuta strenuamente, ma che appare inevitabile: "In my younger days / This still would've knocked me down / But I would've just bounced right back, you know /Now I'm a statistic / But I'm not fatalistic / I'm not yet resigned to fate / And I'm not gonna be ruled by hate /But it's strong / And it's filling up my days".

A seguire Mansion of Los Feliz, che ha l'effetto dei raggi di sole che filtrano pigramente attraverso le persiane dopo una notte tormentata.

Dura poco, perchè la splendida A line in the dirt, End times e lo spoken di Apple tree (tra Tom Waits e qualcosa di Steve Earle) ci riportano alla precisa cifra stilistica dell'opera.

Ci pensa la pentatonica veloce di Paradise blues a sollevare un pò spirito e umore del disco, sempre se così si può scrivere di una canzone che accompagna le gesta di un ipotetico terrorista kamikaze (innamorato?).

Nowadays è un altro acme dell'opera, un'armonica fa breccia tra i semplici accordi che accompagnano il cantato. Il pezzo è uno di quelli che rimangono, dall'altissima cantabilità, roba che se gli Eels fossero gli Oasis, Wembley per intero lo canterebbe con gli accendini accesi. "Trouublee is a frieend of miiinee...". Vabè, che ve lo dico affà?
Organo e chitarra elettrica ci svegliano dal dolce torpore della nenia appena ascoltata: è arrivato Unhinged, il pezzo più tirato della collezione. Diamine, ci voleva.

Dal lotto delle tracce finali mi piace rimarcare l'accorato appello di I need a mother (conoscendo un pò le drammatiche vicende familiari di Everett non nevìcessita ulteriori spiegazioni).

End times, pur avendo una produzione casalinga che a tratti appesantisce l'ascolto e una certa ripetività in alcune composizioni riesce a risultare magnetico, a catturare l'attenzione, a rapire le emozioni, pur essendo, in definitiva inferiore al suo recente predecessore.

sabato 30 gennaio 2010

Get a grip

Da non credere il tempismo di merda che al solito dimostra l'influenza, quando si tratta di me. Tra tutti i momenti in cui poteva manifestarsi, proprio adesso, nelle due settimane di lavoro più intenso dell'anno, tra assemblee a tre al giorno, spostamenti coi mezzi pubblici su e giù per Milano, mille cose da organizzare, interventi da scrivere, in poche parole, un pezzo di congresso da preparare. Ergo: impossibile mandare il certificato rosso dell'Inps.

L'unica via è affidarsi all'ormai fidata farmacista dell'aeroporto per avere un doping sicuro. La dritta questa volta non è clamorosa, il farmaco è noto. Però, a differenza di altri mi ha tenuto in piedi in un momento in cui non lo credevo possibile. Tre pastiglie al giorno per quattro giorni. Oggi siamo appunto all'ultima tripletta. Lo so, è un pessimo modo di (non) guarire da una brutta sindrome influenzale . Tra l'altro febbre e raffreddore sembrano spariti, ma continuo a sentire la testa come se fosse in preda a qualche sostanza allucinogena, i neuroni rimbalzano tra loro mandandosi allegramente affanculo.

Oh beh, non è mai morto nessuno per un'influenza fatta in piedi.

A differenza di un conoscente mio coetaneo che è spirato per infarto durante il suo consueto giro di footing serale, come mi ha fatto delicatamente notare la mia signora lunedì, mentre mi accingevo a raggiungere gli amici al campo di calcetto.

Ma questa è un'altra storia...

venerdì 29 gennaio 2010

J.D.Salinger, 1919/2010


Il giovane Holden l'ho letto troppo tempo fa per dire esattamente cosa mi colpì in quel racconto (strano, ne parlavo giusto qualche giorno fa con un'amica). Certo è che un segno lo lasciò. Era uno di quei libri che quando l'hai finito te lo giri tra le mani un pò perplesso. Ne vorresti ancora, anche se non sai bene perchè.

Beh, J.D. Salinger non solo non ha aggiunto niente a quella storia, ma non lo ha fatto in senso assoluto, vista la sua scelta di ritirarsi a vita privata poco dopo la pubblicazione di quel romanzo (1951) e di sospendere la sua attività di scrittore.

Qualcuno individua le cause di questa scelta nel suo (presunto) fanatismo religioso, altri in un'improvviso e drammatico inaridimento della vena creativa, lui ha lasciato ad ognuno le sue congetture ed ha continuato il suo eremetismo.

Sono sicuro che quando i telegiornali di ieri hanno dato la notizia della sua morte, saranno stati in molti a pensare (come avviene per Bela Lugosi in Ed Wood): - ma perchè, era ancora vivo?- Altri si staranno fregando le mani all'idea di potersi introdurre nella sua fantomatica cassaforte zeppa di inediti, e qualcuno giù a Hollywood starà pensando che finalmente, senza il suo autore a porre divieti, potrà fare il suo filmone su The catcher in the rye.


So long, J.D.

martedì 26 gennaio 2010

I have a dream...




"Combatteremo il terrore con il terrore". Si esprime parafrasando Bush con l'Afghanistan, il cattivissimo colonnello Quaritch prima di iniziare quello che nelle sue intenzioni doveva essere un'indiscriminato massacro di uomini, donne e bambini di una popolazione indigena pressochè indifesa. E' questa dell'ex-marine americano la battuta che più esplicitamente critica la precedente amministrazione USA, ma come si evince già dai trailer, tutto il film è una favola sui valori ecologisti e un potente reminder sui massacri della storia, perpetrati di volta in volta dai conquistadores spagnoli ai danni dei popoli indigeni delle Americhe, dai futuri australiani ai danni degli aborigeni, dei futuri americani ai danni dei pellerossa, nativi americani.

L'affresco dipinto da Cameron è affascinate e curato nei minimi dettagli, alcune particolarità del popolo dei Na'vi (come la loro "connettività" con il loro ambiente e con i loro animali, che riprende in chiave eco-tecnologica quella dei loro ideali antenati terrestri, che vivevano in simbiosi con l'ambiente), intuizioni narrative fantastiche. Gli euro extra spesi per il 3D e il fastidio degli occhialoni, per una volta (la prima!) sono ampiamente giustificati.

A fronte di questa maestosità cinematografica, non si può fare troppo i fighetti e storcere il naso sulla prevedibilità della trama e sulla banalità dei dialoghi, nel nostro essere bambini con la bocca spalancata di stupore davanti alle meraviglie e ai pericoli del mondo di Pandora, è esattamente così che ci piace che sia, un'avventura incredibile e mozzafiato, un sogno.
Un sogno che vogliamo vivere per quasi tre ore. "Anche se poi, alla fine, bisogna svegliarsi", e ricordare che delle popolazioni alle quali rende tributo James Cameron oggi quasi non c'è più traccia.

lunedì 25 gennaio 2010

La fiera della vacuità

Stuart Craspedacusta e Murray Olongapo sono gli sfidanti elettorali in una piccola cittadina Californiana. Sono sostenuti da un manipolo di spin doctors ambiziosi e senza scrupoli, che mettono in gioco tutte le loro astuzie nel giorno della festa del paese, che diventa una sorte di D-Day per la contesa. L'utilizzo, da parte del team di Olongapo di un maestoso dirigibile costringerà gli avversari, guidati dal subdolo Sergei Andropov, ad adottare disperate contromosse.


Dave Eggers è uno dei più promettenti nuovi scrittori americani, tra romanzi e racconti ha già al suo attivo un'invidiabile numero di opere. In questa breve storia prende di mira la società americana stessa. Attraverso la metafora della contesa elettorale, tira in ballo un pò tutti, politici, giornalisti, cittadini, usi e costumi a stelle e strisce.


Il tono della satira oscilla tra il realistico (la prima parte) e il surreale (la seconda, nettamente migliore), con momenti davvero esilaranti (la conferenza stampa, la grossa palla nera, il modellino di aeroplano), ma è nell'affresco generale della fiera di paese, nel comportamento dei bambini, dei candidati e delle persone che fanno da contorno alla storia, che emerge tutta la spietata critica che Eggers fa della società americana.




Una lettura scorrevole, spassosa ed opportuna.

domenica 24 gennaio 2010

The dark side of Juliet, naked

Tutta un'altra musica visto da un altro punto di vista, quello femminile della Lisa. A Hornby fischieranno per un pò le orecchie...

venerdì 22 gennaio 2010

Cash's list


Dunque, l'aneddoto che gira intorno a questo disco di cover è proprio carino. La dodicenne Rosanne Cash decide di intraprendere la carriera musicale. Papà John la asseconda. "Prima però", le dice, "devi conoscere le canzoni del panorama country/folk più importanti di sempre ". E stila una lista di cento brani, dalla quale lei, nel 2009 (più di quarant'anni dopo), ne estrae dodici che finiscono su The List (appunto).

Come da stile consolidato della cantautrice, la raccolta si muove principalmente tra atmosfere acustiche folk e country. Nel disco troviamo la presenza di ospiti di prestigio, che offrono una presenza discreta, non invasiva, limitandosi quasi sempre al controcanto.

Miss the Mississippi and you è l'open track. Il pezzo, portato per la prima volta alla notorietà da Doc Watson, è molto suggestivo e fa opportunamente intendere quale sarà l'atmosfera dell'intero album. A seguire Motherless children, traditional ripreso dalla Carter Family, che molti di noi ricordano sicuramente per la versione electric blues che Clapton fece su 461 Ocean Boulevard.

Bruce Springsteen è il primo guest della scaletta. Si misura con una malinconica Sea of heartbreak, pezzo dei fifties composto e portato al successo da Don Gibson. Sentire il boss così ispirato su questi canoni musicali rafforza la mia convinzione che sia questo il genere di musica che Bruce dovrebbe ormai perseguire, invertendo la rotta più recente, fatta di dischi fotocopia in cui si autocoverizza continuamente. Ma questo è un altro discorso, per tornare a The list, la traccia numero nove, la suadente She's got you, è un'altra storia sull'abbandono, e riprende una hit di Patsy Cline.

Ci sono anche Elvis Costello in Heartaches by number, un classicissimo honky tonk; Rufus Wainwright in Silver Wings, struggente pezzo di Merle Haggard e Jeff Tweedy, che insieme a Rosanne riesce ancora ad emozionare l'ascoltatore nell'ennesima versione di The long black veil, che adoro, ma che è una delle canzoni più coverizzata di sempre nella storia della musica.

Chiude l'opera un altro pezzo della Carter Family, Bury me under the weeping willow, anche questo patrimonio della cultura folk USA e di chiunque apprezzi la musica rurale americana.

The list è in definitiva un disco piacevole, anche se sicuramente un pò prevedibile, nel suo collocarsi in un contesto ormai caratterizzato di female country (di cui ad ogni modo la figlia del man in black è capostipite). La selezione delle tracce è comunque vincente, le loro interpretazioni calde e appassionate, la produzione discreta ma opportuna. Tutti elementi che portano ad un risultato che alla fine convince appieno. Si sente che la Cash è a suo agio e il cd fila via proprio bene, prestandosi ad ulteriori ascolti.
Un doveroso recupero dell'anno appena terminato.



P.S. Alla lista dei cento di papà Cash ne mancano ancora un bel pò (88 per la precisione) qualcuno nutre dei dubbi sul fatto che ci sarà un The List vol II?

giovedì 21 gennaio 2010

MFT, gennaio 2010

ALBUM



Foo Fighters, Greatest hits
Cò Sang, Vita bona
Eli Paperboy Reed, Roll with you
Moltheni, Ingrediente novus
John Mayer, Battle studies
Joe Pug, Nation of the heat

Nick Cave, Abbattoir blues/The lyre of Orpheus
Eels, End times
Bob Marley, Natty dread
Rosanne Cash, The list
Madonna, Celebration
Coldplay, Singles
Il Teatro degli Orrori, Dell'impero delle tenebre
Rory Gallagher, Tattoo


mercoledì 20 gennaio 2010

(Troppo) Elementare, Watson


Ho l'impressione che poco resterà, nella storia del cinema, di questa ennesima rappresentazione di Sherlock Holmes portata sullo schermo da Guy Ritchie. Uno di quei tanti film formalmente ben fatti, con un manipolo di attori (Downey jr e Law su tutti, ovviamente) ruffiani ed accattivanti, scene di azione in ossequio alle più moderne tecniche cinematografiche ed il finale aperto ad un probabile sequel, ma che davvero lascia poco e niente, una volta che ti accendi la canonica sigaretta fuori dal multisala e ti incammini verso casa. Forte è l'impressione che, tempo qualche mese, ci ritroveremo il dvd nei cestoni della Coop ad un prezzo stracciato.


Personalmente l'unico sussulto vero l'ho avuto nel sentire la voce di Donnie Drew dei Dubliners intonare, durante la scena del combattimento nell'arena e sui titoli di coda, un'essenziale quanto splendida versione di Rocky road to Dublin, uno delle mie classic irish song preferite di sempre.

E' valsa questa emozione il prezzo del biglietto?
Mmmmhhh...Forse sì, se ci si accontenta.

martedì 19 gennaio 2010

The heat of the moment


C'è poco da fare,quando uno è bravo, gli basta poco per fare breccia. Nel caso di Joe Pug, 23enne americano di Chicago, bastano le sette tracce acustiche di Nation of the heat, un EP autoprodotto, pubblicato qualche settimana fa.

Un disco acustico, che affronta con orgoglio la sua vicinanza ad un artista come Dylan, periodo Freewheelin', riuscendo, grazie alla forza delle composizioni e all'interpretazione trascinante, ad essere classico e moderno allo stesso tempo, e ad evitare abilmente noia e snobismo, che sono la vera insidia di produzioni come queste.

La breve raccolta di canzoni si apre con la delicatezza delle composizioni Hymn #101 e Call it what you will, poi è la volta della folk ballad Nobody's man, nella quale la voce di Joe spicca in tutta la sua bellezza e si coniuga come meglio non potrebbe al testo .

L'armonica si affaccia per la prima volta in Hymn #35, la traccia che più delle altre paga meravigliosamente tributo a Bob Dylan.
La tripletta finale è forse l'acme del disco, I do my father drugs, Speak plainly Diana e la title track convincono definitivamente sulle qualità di questo artista di origini italiane (il cognome completo è Pugliese), e pazienza se il break chitarra/armonica di Speak plainly Diana è copiato paro paro da quello che fa Springsteen in Atlantic City, ai giovani davvero bravi si perdona tutto.


Per febbraio è prevista l'uscita del suo primo disco full-lenght.