Negli anni Cinquanta c’erano le vestali del contenitore sottovuoto, le venditrici dei Tupperware: casalinghe-piazziste che nei salotti di casa ammaliavano altre casalinghe, pronte a spendere per ciotoline innovative, inequivocabili simboli della donna moderna. E oggi, per essere moderna, una donna deve passare dalla ciotola al sex toy. Tuppersex, così si chiama, è il sistema di vendita a domicilio di oggetti di piacere. Si trova un’amica che mette a disposizione una casa, si invitano altre signore interessate all’argomento e si organizza la vendita. In Spagna le "Tuppersex reuniones" sono diffuse da anni. Ed è proprio una signora di Barcellona, Aurora Moreno, che su suggerimento di una ragazza milanese ha iniziato a diffondere la filosofia dei sex toys porta a porta anche da noi. Lei fornisce un kit con diversi oggettini (400 euro circa di spesa che garantirebbero un fatturato di almeno il 30 per cento in più), poi istruisce la aspirante venditrice e l’avvia verso il vasto mondo delle papabili acquirenti. "Molti maschi mi chiedono di lavorare e si propongono come piazzisti, ma sono assolutamente contraria. Il Tuppersex è solo tra donne — sostiene Aurora — Sono cose che richiedono una certa confidenza solo femminile"
giovedì 11 marzo 2010
Sign o' the times
Negli anni Cinquanta c’erano le vestali del contenitore sottovuoto, le venditrici dei Tupperware: casalinghe-piazziste che nei salotti di casa ammaliavano altre casalinghe, pronte a spendere per ciotoline innovative, inequivocabili simboli della donna moderna. E oggi, per essere moderna, una donna deve passare dalla ciotola al sex toy. Tuppersex, così si chiama, è il sistema di vendita a domicilio di oggetti di piacere. Si trova un’amica che mette a disposizione una casa, si invitano altre signore interessate all’argomento e si organizza la vendita. In Spagna le "Tuppersex reuniones" sono diffuse da anni. Ed è proprio una signora di Barcellona, Aurora Moreno, che su suggerimento di una ragazza milanese ha iniziato a diffondere la filosofia dei sex toys porta a porta anche da noi. Lei fornisce un kit con diversi oggettini (400 euro circa di spesa che garantirebbero un fatturato di almeno il 30 per cento in più), poi istruisce la aspirante venditrice e l’avvia verso il vasto mondo delle papabili acquirenti. "Molti maschi mi chiedono di lavorare e si propongono come piazzisti, ma sono assolutamente contraria. Il Tuppersex è solo tra donne — sostiene Aurora — Sono cose che richiedono una certa confidenza solo femminile"
martedì 9 marzo 2010
Testamento

E non potrebbe essere altrimenti, viste le condizioni fisiche e psicologiche (la grave malattia legata al diabete e il lutto della amatissima moglie June Carter) che affliggevano Johnny e che lui si è imposto di ignorare pur di continuare a registrare fino alla fine, lasciando, pare, una montagna di materiale inedito (solo in parte già pubblicato nel cofanetto Unearthed). Le ultime canzoni presenti in questo album postumo sono state incise nei primi giorni di settembre 2003. Johnny Cash morirà il 12 di quel mese.
Ain't no grave contiene dieci tracce, per un timing che supera di poco la mezzora. Le cover, che rappresentano la maggioranza dei pezzi in lista, sono pezzi poco noti di artisti nella migliore delle ipotesi coetanei di Cash, unica eccezione a questa regola, Redemption day di Sheryll Crow.
Apre la spettrale title track, originariamente scritta da Claude Ely nel 1953, che non può che essere definita come un capolavoro assoluto. Sostenuta da un incedere sofferente, con una ritmica che ricorda vagamente le cose rumoriste di Tom Waits (a proposito, che bello sarebbe sentire una sua versione di questo pezzo), la traccia spalanca all'ascoltatore le porte dell'oscurità. L'uomo in nero è pronto per il suo ultimo viaggio, venite a prenderlo, ne ha passate così tanto, ha avuto e perso tanti e tali cose da non temere più niente. Aspetta solo di sollevarsi dalle miserie della madre terra: When I hear that trumpet sound I'm gonna rise right out of the ground /Ain't no grave can hold my body down / Well, meet me Jesus, meet me / Meet me in the middle of the air /And if these wings don't fail me / I will meet you anywhere /Ain't no grave can hold my body down / Well, meet me mother and father, meet me down the river road / And momma you know that I'll be there when I check in my load / Ain't no grave can hold my body down (se volete potete ascoltarla qui, a corredo di un altro mio breve post).
For the good times (di Kris Kristoffen, un altro grande vecchio combattente) probabilmente concepita come una canzone d'amore/d'abbandono si trasfigura invece in una struggente ultima dedica a June: Don't look so sad, I know it's over /But life goes on, and this old world will keep on turning/ Let's just be glad we had some time to spend together / There's no need to watch the bridges that we're burning
Chiude il lavoro Aloha Oe, saluto hawaiano reso celebre sotto forma di canzone da Elvis Presley nel suo Blue Hawaii. E stavolta Cash sceglie un commiato quasi ironico, irriverente per certi versi rispetto alla cifra stilistica del disco. E' una conlusione che un pò spiazza, ma che in qualche modo si armonizza bene con il resto. Questo è quanto gente, non siate tristi. Vivete la vostra vita e Aloha Oe a tutti.
Un testamento in musica e versi.
Suddito

Non so bene cosa mi aspettassi, all'epoca ero alla costante ricerca di un disco italiano dal respiro internazionale, testi, produzione, arrangiamenti che uscissero dai nostri scantinati e che camminassero a testa alta nelle strade in cui circolavano da tempo Bowie, i Clash e Springsteen, giusto per fare dei nomi.
Questo dei Litfiba mi fu prestato da un amico fan anche dei Diaframma. Il disco era una specie di doppio EP (sedici brani stampati su quattro facciate) a grande vantaggio della qualità sonora.
La musica però non mi aveva coinvolto, la mia passione rocchettara era forse ancora troppo legata a vacuità e ritornelli facili per apprezzare qualcosa che, a suo modo, richiedeva una soglia d'attenzione diversa.
Non sapevo all'epoca delle tremende tensioni interne che già dilaniavano il gruppo, con i giovani Pelù e Renzulli a dibattere su tutto e il già saggio Maroccolo e "Ringo" De Palma a cercare di tenere in piedi la baracca (non riuscendoci a lungo).
Oggi, con clamoroso e ingiustificabile ritardo mi perdo tra queste note con l'innocenza di un bambino, e mi chiedo come potevo essere all'epoca così cieco e sordo a cotanti stimoli.
lunedì 8 marzo 2010
La regina dei castelli di carta

Tra le 850 pagine del libro Larsson trova anche il tempo di spiegarci come funziona la separazione dei poteri in Svezia, e leggendo della sacralità del valore dell'independenza tra giudici e politica viene spontanea una riflessione sulle vicende italiane, e alle nostre ripetute invasioni di campo. Poi ovviamente ci sono le nuove conquiste amorose di Blomkvist, le vicende della redazione di Millennium, un attacco sotto forma di stalking per Erika Berger e l'improbabile rete mondiale di hacker della Salander.
Anche in questo volume i due protagonisti principali sono divisi e non entrano direttamente in contatto, ognuno impegnato in una parte decisiva della battaglia.
Lo scrittore svedese risolve con un buon colpo di scena la questione Zalachenko (padre di Lisbeth e personaggio cruciale in tutta la storia), mentre per altri aspetti del racconto indugia a volte davvero troppo, continuando in pratica fino all'ultima pagina ad inserire personaggi ed introducendoli spesso con un evitabile resoconto della loro vita fino a quel punto. Sbanda un pò in qualche curva la macchina narrativa di Larsson, ma tutto sommato arriva al traguardo.
Si può dire in conclusione che, mentre Uomini che odiano le donne è una storia a se stante, per stile, trama e conclusioni, i successivi due capitoli della trilogia vanno necessariamente letti insieme, per la continuità della storia, vista la conclusione con un cliffhanger del secondo, e per l'intreccio da spy story che li caratterizza.
Il giudizio definitivo sull'opera complessiva è pertanto altalenante. Si comincia benissimo con il primo volume, il livello scende molto con il secondo e si recupera qualche punto con il terzo e ultimo (in tutti i sensi) sforzo di Stieg. Sicuramente va dato merito allo scrittore svedese di aver creato un mondo e di averlo popolato di personaggi e di luoghi che sono entrati nell'immaginario collettivo di milioni di lettori, così come capita solo ai grandi autori, nonchè di aver letteralmente sdoganato la letteratura svedese d'intrattenimento alle masse europee. Basta questo per dire che Stieg Larsson sia un grande scrittore? Probabilmente no,ma la sua storia personale(giornalista impegnato, ha scritto saggi sulla democrazia e sui movimenti di estrema destra, quelli della trilogia sono gli unici romanzi che ha mai scritto, muore subito dopo aver scritto La regina dei castelli di carta) è sicuramente tra le più particolari e avvincenti della letteratura popolare moderna.
giovedì 4 marzo 2010
Ma perchè, c'è ancora qualcuno da licenziare?

mercoledì 3 marzo 2010
Talk to me
domenica 28 febbraio 2010
Thief in the temple

venerdì 26 febbraio 2010
The rebel strikes back
giovedì 25 febbraio 2010
An old bottle of smoke
Sul palco vuoto che attende i musicisti, posta in posizione centrale e rialzata, fa bella mostra di se una sedia, che, avvolta in una coperta tribale, somiglia molto ad un trono. Un trono che attende impaziente il suo re.
Molti dei brani del repertorio della band dal vivo si dilatano, trasformandosi in lunghe jam lisergiche, l'improvvisazione va spesso a braccetto con il jazz, il ragazzo e la sua band dimostrano di avere stile, passione e competenza da vendere.
Anche le cover proposte spaziano quasi a 360°, si passa dal già citato Bob marley a Voodoo Chile di Hendrix a Whole lotta love dei Led Zeppelin. Tra gli altri, i pezzi più convincenti mi sono parsi Woman in you, Alone, Steal my kisses, Forgiven, Beloved one e Burn one down.
Una pecca forse la location, uno show così sarebbe stato perfetto in una struttura più raccolta e meno dispersiva di questo parco.
Spettatori 5-6000 (difficile essere precisi)
lunedì 22 febbraio 2010
Untitled
Lost chronicles

sabato 20 febbraio 2010
Anthem

venerdì 19 febbraio 2010
giovedì 18 febbraio 2010
Filantropi

mercoledì 17 febbraio 2010
MFT, febbraio 10
Christian Scott, Anthem
Foo Fighters, Greatest Hits
Nick Cave and the Bad Seeds, Abattoir blues/The Lyre of Orpheus
Elio e le Storie Tese, Gattini
Cò Sang, Vita Bona
Joe Pug, Messenger
Tom Petty and the Heartbreakers, Live Anthology, cd4
Eels, End Times
Rory Gallagher, Tattoo
Basia Bulat, Heart of my own
New Order, Power, corruption and lies
Il Teatro degli Orrori, Dell'Impero delle Tenebre

TRACKS
1.Deal with the devil, Winger
2.Been a long time, Black Crowes
3.When we were beautiful, Bon Jovi
4.Full Circle, Creed
5.Good Man, Heavy Trash
6.Foggy Mountain Breakdown,Flatts & Scruggs
7.Meglio se non lo sai, Ministri
8.Next time around, Mr Big
9.Pussy, Rammstein
10.Can't change yesterday, Revive
11.Soldier of love, Sade
12.Fearless, Taylor Swift
13. Four Letter Word, Gossip
14.Elephants, Them Crooked Vultures
15.Just in time, Tony Bennett
16.Per nessuno, Teatro degli Orrori
17. Waiting for the d train, Yoko Ono
VISIONI
Lost, sesta ed ultima stagione
martedì 16 febbraio 2010
Forget your trouble and dance!
lunedì 15 febbraio 2010
Changes

A seconda del traffico che trovo (e quindi del tempo di permanenza in strada) il programma della mattinata è il seguente: alle 8:00 radiogiornale o musica; dalle 8:30 l'imperdibile rassegna stampa "deviata" di Lateral (su radio Capital); se alle 9:00 non sono ancora arrivato, e a seconda dell'umore, mi sintonizzo su Radio Popolare per il dibattito sul tema del giorno o su radio DeeJay per la trasmissione di Volo.
L'instancabile recensore di dischi nuovi, noto anche come il Freddy Mercury della Rivoltana, per la sua abitudine ad interpretare le canzoni mentre le canta, si prende sempre più spesso una vacanza.
Non pensavo mi sarei mai uniformato a questa abitudine nazionale di ascoltare chiacchere su chiacchere (a volte del tutto demenziali e inutili) la mattina mentre si bestemmia bloccati nel traffico,ma tant'è.
Anche questo sarà un segnale del mio crescente conformismo .
venerdì 12 febbraio 2010
Web fishing
Io ci ho trovato cose molte appetibili: trasmissioni radiofoniche che non ascolto perchè in fasce orarie per me impossibili, audiolibri, monografie musicali...
Interessante.
giovedì 11 febbraio 2010
Breathless

martedì 9 febbraio 2010
They have a dream

lunedì 8 febbraio 2010
E' la somma che fa il totale
L'ultima segnalazione che volevo riportare è sicuramente la più triste e drammatica. Lea Garofalo, cittadina di Petilia Policastro, paese ad alta densità mafiosa, aveva deciso nel 2005, a seguito dell'uccisione del fratello pregiudicato, di fare da confidente agli inquirenti. La protezione della procura dura per lei solo un anno, dopo il quale la donna è di nuovo esposta a minacce e pericoli individuali. Lei protesta, chiede aiuto, ma niente. Pochi mesi fa resta vittima di un tentativo di rapimento. Finalmente arriva la sentenza del Consiglio di Stato che certifica la situazione di grave pericolo in cui versa Lea, sola, con una figlia adolescente. Ma ancora la burocrazia non muove i suoi ingranaggi. I sicari hanno di certo una struttura più agile ed efficiente. La donna sparisce infatti nel nulla, probabile vittima di lupara bianca. Pazienza. Magari tra dieci anni ci faranno una fiction con Beppe Fiorello e ci commuoveremo tutti davanti alla tv.
Monty MC
Dalla 100esima alla 26esima posizione.
25 Fugees - "Killing Me Softly"
24 Eric B and Rakim - "Paid in Full"
23 Outkast - "B.O.B."
22 Naughty By Nature - "OPP"
21 Afrika Bambaataa & Soul Sonic Force- "Planet Rock"
20 Kanye West ft/ Jamie Foxx - "Gold Digger"
19 Ice T - "Colors"
18 50 Cent - "In Da Club"
17 Sir Mix-A-Lot - "Baby Got Back"
16 Missy Elliott - "Get Ur Freak On"
15 Eminem - "Stan"
14 Tupac - "I Get Around"
13 Wu-Tang Clan - "C.R.E.A.M."
12 L.L. Cool J - "I Can't Live Without My Radio"
11 Jay-Z - "Hard Knock Life"
09 Salt-N-Pepa - "Push It"
08 Snoop Doggy Dogg - "Gin and Juice"
07 Notorious B.I.G. - "Juicy"
06 N.W.A. - "Straight Outta Compton"
05 Grandmaster Flash & the Furious Five - "The Message"
04 Run-DMC ft/ Aerosmith - "Walk This Way"
03 Dr. Dre - "Nuthin But A 'G' Thang"
02 Sugarhill Gang - "Rapper's Delight"
01 Public Enemy - "Fight The Power"
venerdì 5 febbraio 2010
Quick reminder
mercoledì 3 febbraio 2010
McZaia

Ne aveva accennato Titta in questo post, domandandosi il perchè della bolla ministeriale su di una pubblicità dei panini.
Ciò che è successo è che, qualche giorno fa, il Ministro leghista Zaia sponsorizzava il nuovo panino di McDonald's, che sarebbe fatto solo ed esclusivamente con prodotti italiani, allo scopo di rilanciare carne e verdure nazionali e di creare quindi un beneficio ai contadini del nostro paese.
Matthew Fort, prestigioso critico gastronomico del quotidiano inglese Guardian, nonchè autore di libri sulla cucina italiana, si oppone (giustamente) in maniera decisa a questa iniziativa "istituzionale" dalle pagine del giornale della sinistra britannica( qui ).
Zaia risponde con una lettera in perfetto Berlusconi's style in cui riesce a citare Stalin anche quando il merito è la tradizione culinaria italiana ( trovate la lettera qui), facendoci davvero una figura barbina (se vi va leggete anche i commenti dei lettori inglesi) e sostanzialmente non rispondendo mai nel merito al critico del Guardian.
lunedì 1 febbraio 2010
Hombre solo

Altri sostengono invece che il disco fosse pronto in contemporanea al suo predecessore, o addirittura prima, e che per ragioni contestualizzate all'umore del suo autore le uscite siano state invertite.
Comunque sia,resta il fatto incontestabile che End Times è un album completamente diverso da Hombre Lobo. Certo lo stile è immediatamente riconducibile a quello del barbuto nerd americano, ma per il resto, laddove c'era desiderio e passione, trovano adesso posto malinconia e solitudine, un canto sommesso, quasi controvoglia, prende il posto dell'ululato del lupo arrapato, persino l'artwork del disco, caldo e rassicurante il primo, freddo e malinconico questo, comunica immediatamente la variazione d'umore del suo autore.
L'album si apre con In the beginning, che potrebbe ricordare nel testo Wonderful tonight di Clapton, non fosse chiarissimo che, a differenza dell'enfasi romantica del pezzo di Slowhand, questo semplice ricordo del protagonista è un brandello di un passato rimpianto, probabilmente elaborato in solitudine davanti ad un bicchire di qualcosa di forte. Nello struggimento di quando "everything was beautiful and free / In the beginning".
Gone man inizia come un pezzo surf, uno di quelli che farebbe la gioia di Tarantino. Il ritmo è allegro e trascinante, le liriche invece tengono la linea: "She used to love me but it's / Over now / That was a good thing that's / Gone man, gone".
Per la serie: battere il piedino veloce mentre i pensieri rallentano e vagano astratti.
In my younger days è davvero bella e struggente. Riporta alle mente In my dreams, ma qui c'è più arrendevolezza, comincia a delinearsi la ineluttabilità della solitudine, che viene combattuta strenuamente, ma che appare inevitabile: "In my younger days / This still would've knocked me down / But I would've just bounced right back, you know /Now I'm a statistic / But I'm not fatalistic / I'm not yet resigned to fate / And I'm not gonna be ruled by hate /But it's strong / And it's filling up my days".
A seguire Mansion of Los Feliz, che ha l'effetto dei raggi di sole che filtrano pigramente attraverso le persiane dopo una notte tormentata.
Dura poco, perchè la splendida A line in the dirt, End times e lo spoken di Apple tree (tra Tom Waits e qualcosa di Steve Earle) ci riportano alla precisa cifra stilistica dell'opera.
Ci pensa la pentatonica veloce di Paradise blues a sollevare un pò spirito e umore del disco, sempre se così si può scrivere di una canzone che accompagna le gesta di un ipotetico terrorista kamikaze (innamorato?).
Nowadays è un altro acme dell'opera, un'armonica fa breccia tra i semplici accordi che accompagnano il cantato. Il pezzo è uno di quelli che rimangono, dall'altissima cantabilità, roba che se gli Eels fossero gli Oasis, Wembley per intero lo canterebbe con gli accendini accesi. "Trouublee is a frieend of miiinee...". Vabè, che ve lo dico affà?
Organo e chitarra elettrica ci svegliano dal dolce torpore della nenia appena ascoltata: è arrivato Unhinged, il pezzo più tirato della collezione. Diamine, ci voleva.
Dal lotto delle tracce finali mi piace rimarcare l'accorato appello di I need a mother (conoscendo un pò le drammatiche vicende familiari di Everett non nevìcessita ulteriori spiegazioni).
End times, pur avendo una produzione casalinga che a tratti appesantisce l'ascolto e una certa ripetività in alcune composizioni riesce a risultare magnetico, a catturare l'attenzione, a rapire le emozioni, pur essendo, in definitiva inferiore al suo recente predecessore.
sabato 30 gennaio 2010
Get a grip
Da non credere il tempismo di merda che al solito dimostra l'influenza, quando si tratta di me. Tra tutti i momenti in cui poteva manifestarsi, proprio adesso, nelle due settimane di lavoro più intenso dell'anno, tra assemblee a tre al giorno, spostamenti coi mezzi pubblici su e giù per Milano, mille cose da organizzare, interventi da scrivere, in poche parole, un pezzo di congresso da preparare. Ergo: impossibile mandare il certificato rosso dell'Inps.venerdì 29 gennaio 2010
J.D.Salinger, 1919/2010

martedì 26 gennaio 2010
I have a dream...
L'affresco dipinto da Cameron è affascinate e curato nei minimi dettagli, alcune particolarità del popolo dei Na'vi (come la loro "connettività" con il loro ambiente e con i loro animali, che riprende in chiave eco-tecnologica quella dei loro ideali antenati terrestri, che vivevano in simbiosi con l'ambiente), intuizioni narrative fantastiche. Gli euro extra spesi per il 3D e il fastidio degli occhialoni, per una volta (la prima!) sono ampiamente giustificati.
A fronte di questa maestosità cinematografica, non si può fare troppo i fighetti e storcere il naso sulla prevedibilità della trama e sulla banalità dei dialoghi, nel nostro essere bambini con la bocca spalancata di stupore davanti alle meraviglie e ai pericoli del mondo di Pandora, è esattamente così che ci piace che sia, un'avventura incredibile e mozzafiato, un sogno.
Un sogno che vogliamo vivere per quasi tre ore. "Anche se poi, alla fine, bisogna svegliarsi", e ricordare che delle popolazioni alle quali rende tributo James Cameron oggi quasi non c'è più traccia.
lunedì 25 gennaio 2010
La fiera della vacuità
Stuart Craspedacusta e Murray Olongapo sono gli sfidanti elettorali in una piccola cittadina Californiana. Sono sostenuti da un manipolo di spin doctors ambiziosi e senza scrupoli, che mettono in gioco tutte le loro astuzie nel giorno della festa del paese, che diventa una sorte di D-Day per la contesa. L'utilizzo, da parte del team di Olongapo di un maestoso dirigibile costringerà gli avversari, guidati dal subdolo Sergei Andropov, ad adottare disperate contromosse.domenica 24 gennaio 2010
The dark side of Juliet, naked
venerdì 22 gennaio 2010
Cash's list

Come da stile consolidato della cantautrice, la raccolta si muove principalmente tra atmosfere acustiche folk e country. Nel disco troviamo la presenza di ospiti di prestigio, che offrono una presenza discreta, non invasiva, limitandosi quasi sempre al controcanto.
Miss the Mississippi and you è l'open track. Il pezzo, portato per la prima volta alla notorietà da Doc Watson, è molto suggestivo e fa opportunamente intendere quale sarà l'atmosfera dell'intero album. A seguire Motherless children, traditional ripreso dalla Carter Family, che molti di noi ricordano sicuramente per la versione electric blues che Clapton fece su 461 Ocean Boulevard.
Bruce Springsteen è il primo guest della scaletta. Si misura con una malinconica Sea of heartbreak, pezzo dei fifties composto e portato al successo da Don Gibson. Sentire il boss così ispirato su questi canoni musicali rafforza la mia convinzione che sia questo il genere di musica che Bruce dovrebbe ormai perseguire, invertendo la rotta più recente, fatta di dischi fotocopia in cui si autocoverizza continuamente. Ma questo è un altro discorso, per tornare a The list, la traccia numero nove, la suadente She's got you, è un'altra storia sull'abbandono, e riprende una hit di Patsy Cline.
Ci sono anche Elvis Costello in Heartaches by number, un classicissimo honky tonk; Rufus Wainwright in Silver Wings, struggente pezzo di Merle Haggard e Jeff Tweedy, che insieme a Rosanne riesce ancora ad emozionare l'ascoltatore nell'ennesima versione di The long black veil, che adoro, ma che è una delle canzoni più coverizzata di sempre nella storia della musica.
Chiude l'opera un altro pezzo della Carter Family, Bury me under the weeping willow, anche questo patrimonio della cultura folk USA e di chiunque apprezzi la musica rurale americana.
The list è in definitiva un disco piacevole, anche se sicuramente un pò prevedibile, nel suo collocarsi in un contesto ormai caratterizzato di female country (di cui ad ogni modo la figlia del man in black è capostipite). La selezione delle tracce è comunque vincente, le loro interpretazioni calde e appassionate, la produzione discreta ma opportuna. Tutti elementi che portano ad un risultato che alla fine convince appieno. Si sente che la Cash è a suo agio e il cd fila via proprio bene, prestandosi ad ulteriori ascolti.
Un doveroso recupero dell'anno appena terminato.
P.S. Alla lista dei cento di papà Cash ne mancano ancora un bel pò (88 per la precisione) qualcuno nutre dei dubbi sul fatto che ci sarà un The List vol II?
giovedì 21 gennaio 2010
MFT, gennaio 2010
Foo Fighters, Greatest hits
Cò Sang, Vita bona
Eli Paperboy Reed, Roll with you
Moltheni, Ingrediente novus
John Mayer, Battle studies
Joe Pug, Nation of the heat
Nick Cave, Abbattoir blues/The lyre of Orpheus
Eels, End times
Bob Marley, Natty dread
Rosanne Cash, The list
Madonna, Celebration
Coldplay, Singles
Il Teatro degli Orrori, Dell'impero delle tenebre
Rory Gallagher, Tattoo
mercoledì 20 gennaio 2010
(Troppo) Elementare, Watson

martedì 19 gennaio 2010
The heat of the moment

Un disco acustico, che affronta con orgoglio la sua vicinanza ad un artista come Dylan, periodo Freewheelin', riuscendo, grazie alla forza delle composizioni e all'interpretazione trascinante, ad essere classico e moderno allo stesso tempo, e ad evitare abilmente noia e snobismo, che sono la vera insidia di produzioni come queste.
La breve raccolta di canzoni si apre con la delicatezza delle composizioni Hymn #101 e Call it what you will, poi è la volta della folk ballad Nobody's man, nella quale la voce di Joe spicca in tutta la sua bellezza e si coniuga come meglio non potrebbe al testo .
L'armonica si affaccia per la prima volta in Hymn #35, la traccia che più delle altre paga meravigliosamente tributo a Bob Dylan.
La tripletta finale è forse l'acme del disco, I do my father drugs, Speak plainly Diana e la title track convincono definitivamente sulle qualità di questo artista di origini italiane (il cognome completo è Pugliese), e pazienza se il break chitarra/armonica di Speak plainly Diana è copiato paro paro da quello che fa Springsteen in Atlantic City, ai giovani davvero bravi si perdona tutto.
Per febbraio è prevista l'uscita del suo primo disco full-lenght.
