giovedì 28 agosto 2014

MFT, agosto 2014

MUSICA


Anche per un music-alcoholic come il sottoscritto non è sempre domenica. Ci sono dei periodi nei quali l'ascolto diventa solo routine, senza troppo trasporto ne passione. Giusto un'abitudine di cui non riesci a fare a meno. Ecco, per fortuna agosto non è stato un mese di quel tipo, anzi, il provvisorio alleggerimento dei carichi di lavoro mi ha provocato una maggiore rilassatezza e con essa una più spiccata predisposizione all'approfondimento, all'ascolto attento. L'album che più ha goduto di questo stato d'animo è stato senza dubbio il meraviglioso Remedy, dei Old Crow Medicine Show, seguito a stretta misura dai titoli che potete leggere qui sotto. Settembre promette di essere altrettanto interessante con le nuove releases dei Counting Crows, Robert Plant e di John Mellencamp, già presente in elenco con il primo live ufficiale dopo quarant'anni di onoratissima carriera.


Skid Row, Rise of the damnation army
John Hiatt, Terms of my surrender
Gaslight Anthem, Get hurt
The War On Drugs, Lost in the dream
Eric Clapton & Friends, The breeze
John Mellencamp, Live at Town Hall, July 31, 2003
Le Zeppelin, II
Overkill, White devil armory (in cuffia mentre scrivo)
Sergio Caputo, Un sabato italiano 30


VISIONI


Ho recuperato una manciata di film in stand-by da una vita: Thank you for smoking; Come un tuono; Il lato positivo; Tutti i santi giorni, mentre sul versante serial,terminata la stagione due di Orange is the new black mi sono bevuto come un sorso di Tennessee whiskey la prima di Justified ed ora sono un pò indeciso se attaccare Fargo, The Bridge USA o la sesta ed ultima dei Soprano. Occhio che ai primi di settembre partirà la final season di Sons of anarchy.

LETTURE

In un week end in montagna mi sono divorato le oltre quattrocento pagine de Il suggeritore di Donato Carrisi ma è stato un fulmine a ciel sereno, visto che subito dopo sono ripiombato nel mio tremendo blocco del lettore. Ho un pò di roba che prende polvere sul comodino, spero con il prossimo MFT di aver intaccato la pila.

lunedì 25 agosto 2014

Bob Wayne, Back to the camper


Le  aspettative che nutrivo verso questo album, alimentate dal crescente fanatismo sviluppato per Bob Wayne dopo la fulminazione per Till the wheels fall off  e il conseguente effetto domino del concerto dell'estate scorsa e del recupero del lavoro di repertorio del barbuto countryman dell'Alabama, mi hanno un po' guastato i primi approcci a Back to the camper. Sviato anche dalla copertina (cazzara, ma come vedremo fuorviante rispetto ai contenuti) mi aspettavo infatti di essere travolto da un'onda d'urto a base di veloce, divertente e irriverente country punk spruzzato di blugrass, sull'onda dei classici Everything is legal in Alabama, All those one night stand, There ain't no diesel trucks in heaven, Fuck the law, Driven by demons e compagnia bella, e invece, dopo l'inizio scarno e nervoso di Sam Tucker, che rimanda nello stile a 13 truckin' songs e nelle liriche alla rievocazione delle gesta dei  cercatori d'oro di fine ottocento, Wayne si gioca, inaspettatamente, la carta di due ballate consecutive, interpretate entrambe in duetto con la singer Elizabeth Cook. Col senno di poi 20 miles to Juárez e The river sono due pezzi fantastici, giocati sul tema di fughe verso il confine del Messico e della natura selvaggia, ma in prima istanza l'impatto mi ha decisamente disorientato, causandomi per un po' un effetto repulsivo. Pur non essendo l'ordinamento della canzoni della tracklist un capriccio ed esprimendo invece la scelta di un'architettura musicalmente più riflessiva ed evocativa rispetto all'ultimo lavoro, col tempo e la pazienza che si concede solo ai propri beniamini, il lavoro si è procurato la mia attenzione aprendosi una breccia nella mia sensibilità musicale.
Nel contesto complessivo, rispetto al passato si perde qualcosa in spregiudicatezza ed aggressività sonora, ma senza che ciò arrivi mai a scalfire profondità e stile outlaw del songwriting. Pezzi come Dope train (interpretato insieme alla leggenda Red Simspon), Hillbilly heaven, Showdown (originariamente apparso in 13 truckin' songs) sono lì a dimostrare che l'ispirazione di Bob Wayne scorre ancora orgogliosamente fluida. Ancora di più lo fanno Evangeline (presentata in anteprima durante il concerto di Milano dell'anno scorso) e la sorprendente pirate song Granuaile. Non manca nemmeno l'ormai consueto pezzo spietatamente autobiografico, The violent side of me e, in fin dei conti, nemmeno un assaggio di cosa è in grado di fare la band quando accelera un po' le battute (Til I die e I just got out).
Insomma, se dal punto di vista compositivo il percorso di Bob Wayne si arricchisce di una nuova tappa nella quale ritroviamo i classici temi dell'universo wayniano, da quello dello stile registriamo una maggiore attenzione al potenziale commerciale dell'album, esercitato con la massima attenzione a preservare la propria, forte, identità artistica.
Per Bottle of Smoke la missione può dirsi compiuta.


venerdì 22 agosto 2014

Summertime and the livin' is (finally) easy

Quest'anno, a causa del continuo evolversi dei problemi di sopravvivenza della mia azienda, ho dovuto preferito non programmare alcun periodo di vacanza facendomi una tiratona estenuante, mentre la mia famiglia si organizzava un po' per conto suo (pratica che sta diventando purtroppo un'abitudine) tra ferie  a due e centro estivo comunale del filliolo.
Mi si apre ora la possibilità di farmi qualche giorno di vacanza e anche se una sola settimana di ferie, considerato il carico di stress accumulato in questi ultimi dodici mesi fatti di giornate di lavoro da dodici ore each, è poca cosa, lo accolgo comunque con sollievo in vista di un autunno, che, almeno per me, sarà senza dubbio alcuno caldissimo.
Visto che la sweet-half ha esaurito tutta la sua dotazione di ferie, questa vacanza sarà una roba da uomini tra me e Stefano. Siamo pronti e bellicosi: disordine organizzato in camera, tavoletta del water rigorosamente alzata e cocktail (analcolici, tranquilli!) in spiaggia mentre osserviamo il tramonto sul mare. 
 
Durante il giorno invece...
 

mercoledì 20 agosto 2014

I migliori della vita: Streets of fire, Soundtrack (1984)

All'età di quindici anni pensavo di avere perfettamente chiaro ciò di cui avevo bisogno: qualche soldo in più in tasca, un aspetto migliore, una ragazza e maggior talento nel giocare a calcio. Ignoravo però che da quella lista mancasse un ulteriore elemento. Una componente di cui non avvertivo consapevolmente l'assenza ma il cui ingombro albergava in me come un agente segreto dormiente, in paziente attesa di essere attivato.
L' elemento mancante era la musica e in particolare quell'enorme bacino nel quale confluiscono a dozzine tutti i generi e gli stili riassunti per semplicità sotto il termine rock. Ci sono diversi modi per essere iniziato a questa particolare forma d'arte: qualcuno l'ha approcciata attraverso i dischi dei fratelli maggiori, altri dalle amicizie giuste, qualcuno (pochi all'epoca, molti di più oggi) dai genitori.
Per me l'occasione si è presentata inaspettatamente una sera d'autunno, in un ottimo cinema di periferia, che per quella proiezione era praticamente deserto. La persona presente con me alla visione mi confidò in seguito che gli altri due spettatori paganti oltre a noi erano niente di meno che Edoardo Bennato e il suo manager. Non ho mai saputo se questa informazione rispondesse o meno a verità, ma ricordo bene come, in seguito, lessi un'intervista nella quale l'artista napoletano citava Strade di fuoco come uno dei suoi film preferiti di sempre.
 
Dietro la macchina da presa della pellicola c'era un Walter Hill nel pieno della cresta dell'onda, reduce com'era dal successo di Driver l'imprendibile, I guerrieri della notte e 48 ore, senza dimenticare il ruolo da produttore per Alien. Il sottotitolo del film era A rock and roll fable e questa è a tutti gli effetti la migliore sinossi possibile. In una città ed un'epoca di fantasia (se diciamo una Chicago alternativa ferma agli anni cinquanta ci andiamo vicino) c 'è la principessa/rockstar in pericolo (Diane Lane); l'eroe ribelle e tenebroso (Michael Parè); il cupo villain (Willem Dafoe) e l'imbranato buono di cuore (Rick Moranis), tutti characters interpretati da giovani attori alle prime apparizioni, ma che in seguito (chi più chi meno), nonostante il flop della pellicola, avrebbero fatto la loro bella carriera hollywoodiana.

Spesso di discute del valore delle prime volte, e di come, sia che si parli di sesso che di eroina, per il resto della vita si cerchi di ritrovare quelle sensazioni potentissime e sconquassanti, riuscendo ahimè raramente nell'intento. Ecco, dentro il mio bisogno quotidiano, compulsivo, fisico di ascoltare in continuazione musica, abbeverandomi dalla fonte di chitarra, basso, batteria (e banjo) c'è molto dell' imprinting ricevuto quella sera di trent'anni fa, quando, non appena le luci del cinema si sono spente, davanti alle immagini di una città avvolta dalla pioggia e dall'oscurità, sono partite le note di Nowhere fast.

Nowhere fast è un bigino di come si può costruire un pezzo rock giovanilista. Il mood è quello del rock/rhythm and blues, le liriche sfacciatamente generazionali come tante ne sono state scritte prima, soprattutto nei sessanta (pensate a We gotta get out of this place degli Animals), sul tema del giovane emarginato che fugge da una realtà alienante (There's nothing wrong with goin nowhere baby / But we should be goin' nowhere fast), il pattern è costruito su un drumming puntuale e potente (scoprirò leggendo le note dell'ellepì che il batterista dei Fire Inc, gruppo di session men assemblato per l'occasione,  era Max Weinberg della E Street Band di Springsteen: un segno del destino!) a cui fa da contrappasso un tappeto di tastiere vagamente honky tonk. Sullo schermo un'incantevole Diane Lane strizzata in un vestitino di raso rosso e guanti neri lunghi fino ai gomiti, cantava in playback sulle voci registrate di Holly Sherwood e Laurie Sargent. Un connubio che oggi troverei banale e un po' maschilista, quello tra  rock, fatalone indifese, Harley Davidson cavalcate da motocilisti in tute di pelle nera ed eroi in impermeabile armati di fucile a canne mozze, ma che all'epoca fece non pochi danni al mio immaginario già abbondantemente compromesso da fumetti e fantasie assortite.
 
Per la verità già prima di quella fatidica sera avevo capito che qualcosa di meraviglioso, e sì, eccitante, si nascondeva tra le note e nell'immagine del rock. Ricordo che da bambino avevo provato vibrazioni inedite ed inebrianti mentre osservavo Elvis Presley cantare Jailhouse rock nella celebre coreografia inserita nel film Il delinquente del rock and roll. Era stato un attimo, un flash improvviso che pure mi aveva lasciato una fastidiosa sensazione di incompiutezza, un prurito mentale, come quando hai l'impressione di trascurare qualcosa di importante ma proprio non riesci a metterlo a fuoco.  
Quella sera al cinema, finalmente, l'imene che mi impediva di godere appieno della meraviglia musicale venne definitivamente lacerato, aprendomi un mondo che, nel bene e nel male, avrebbe cambiato l'ordine della priorità dei miei interessi per gli anni a venire.
 
La colonna sonora di Streets of fire era curata da Ry Cooder e Jimmy Iovine, ed è dunque a loro che si deve la scelta di artisti e pezzi, la contestualizzazione della musica con le immagini, il bilanciamento perfetto tra episodi veloci e dolci ballate all'interno della tracklist e infine il coinvolgimento dei Blasters, band che lascia il segno più di chiunque altro, in virtù di due pezzi monstre come One bad stud e Blue shadows e di un cameo nel quale interpretano (una versione di) loro stessi in concerto nel covo della cattivissima bike gang dei Bombers. Diversa la situazione per il cantante pop-soul Dan Hartman la cui hit I can Dream about you è consegnata ad un gruppo doo-wop nero di fantasia, perfetto anche nell'interpretazione di un pezzo tanto semplice quanto portentoso come Countdown to love, di Greg Phillinganes.
Le due ballate più potenti, nella migliore tradizione delle  canzoni-spezzacuore, sono lasciate alle suggestive ugole di Maria McKee, in libera uscita dai Lone Justice (Never be you) e Marylin Martin (Sorcerer).
 
La caratteristica principale dei dischi della vita è che pur conoscendoli in lungo e in largo in tutti i loro aspetti (musica, testi, alternanza delle canzoni) ti capita ancora, a volte, di trovarci dentro nuove sfumature. E' per questo che ancora oggi non mi sottraggo al rito dell'ascolto di Streets of fire. Perché ogni volta mi dico che un pezzo new wave come Deeper and deeper dei Fixx non dovrebbe avere molto senso nel registro stilistico complessivo dell'album e invece si amalgama con il resto, giocando sullo stesso contrasto gastronomico del miele sul pecorino stagionato. E' per questo che ogni volta mi abbandono a Hold that snake, spensierato rock and roll di Ry Cooder dal testo infarcito di doppi sensi, sorridendo al pensiero che da quel momento in avanti il maestro avrebbe iniziato una ricerca alle radici della musica che l'avrebbe portato a imparare e insegnare dall'Africa a Cuba, con risultati che rimarranno nella storia. E' per questo che, nel tempo e grazie al web, ho fatto ricerche su ricerche per individuare molti degli oscuri autori e session men dietro a questo progetto trovando più di una carriera interrotta ed artisti che sono spariti dal radar delle scene musicali.

Ma più di ogni altra cosa, con l'esperienza maturata, riguardando Streets of fire e soprattutto riascoltandone per milionesima volta il soundtrack, ho messo a fuoco una verità: il rock vive per buona parte di illusioni, prime fra tutte quella dell'eterna giovinezza, come ci ricorda, svolgendo il compito nel migliore dei modi, Tonight is what is mean to be young, secondo ed ultimo pezzo dei Fire Inc. incluso nella OST. 
Nelle mani dell'industria (oggigiorno non solo discografica), la musica nata originariamente dalla sofferenza del blues e dalla natura dopolavoristica del country è diventata un prodotto buono per vendere abbigliamento, elettronica, moto, macchine, alcolici e profumi, più che dischi.
Lo scenario che ha ospitato il set del film era un teatro di posa, Diane Lane cantava per finta, i musicisti erano attori: era tutta una messa in scena. Così come, allargando il discorso, lo è molta della musica che ascolto: derivativa, rassicurante, suonata da gente che ha l'età di mio padre quando è andato in pensione e sulla cui urgenza creativa non scommetterei un centesimo. La curva d'apprendimento iniziata trent'anni fa si può dire sia terminata.

Nondimeno questa forma artistica esercita ancora un potere straordinario su di me.
E se oggi, con il traguardo dei cinquanta più vicino di quanto lo sia la tappa dei quaranta, ancora mi ostino a segnare  concerti sul calendario della cucina e a programmare complicate trasferte per assistere alle esibizioni di allucinati countryman o metallari impenitenti, e ancora, se quando infilo un cd nel lettore o abbasso la puntina su di un vinile si ripete la magia di quel formicolio alla base del collo e di quell'immotivata eccitazione primordiale, il merito è anche di un film dimenticato e assolutamente prescindibile e della sua folgorante colonna sonora.

 

Mi sembra superfluo sottolineare come il post mi serva anche per inaugurare la nuova veste del blog, rigorosamente a tema.

lunedì 18 agosto 2014

Skid Row, Rise of the damnation army (EP, 2/3)

 
Nel periodo di mezzo tra United world rebellion, capitolo uno di tre del nuovo corso Skid Row e questo Rise of the damnation army, suo seguito appena pubblicato, Sebastian Bach ha rilasciato il suo nuovo album solista. Ecco, se dovessimo misurare il valore di questi due EP attraverso un paragone con il recente lavoro dell'ex frontman degli Skid Row, il risultato sarebbe impietosamente a vantaggio dei superstiti della band originale (coadiuvati dall'ugola di John Solinger).
Sì perché fermo restando che entrambe le produzioni si muovono nel paludoso terreno del retro rock, laddove quello di Bach risulta stantio e bolso, nel caso della sua ex band assistiamo invece ad una tenace dimostrazione di attaccamento agli insegnamenti del miglior glam-metal (We are the damned e Give it the gun), ma anche di accelerazioni dal gusto punk-rock (Damnation army). Detto che il lento Catch your fall è invece poca cosa e che l'EP è arricchito da due buone cover (Sheer heart attack dei Queen e Rats in the cellar degli Aerosmith) non ci resta che attendere il rilascio del terzo ed ultimo capitolo di questa per molti versi sorprendente trilogia.

venerdì 15 agosto 2014

80 + 80 minuti di Dave Matthews Band

Dopo l'indigestione di rock pesante delle ultime due playlist, per ferragosto ho preparato una compilation doppia che a mio avviso ben si sposa con (quello che dovrebbe essere) il mood della giornata: calda, pigra moolto laid back ma con qualche accelerazione. Questa è nel mio immaginario la Dave Matthews Band, che con il suo essere a cavallo di generi e influenze, è uno di quei gruppi difficili da collocare su un unico scaffale stilistico. Otto album ufficiali tra il 1994 e il 2012, innumerevoli dischi dal vivo e un best of ufficiale del 2006 con soli dodici tracce. Volete mettere?


CD 1

01. American baby
02. Crush
03. Grace is gone
04. Grey Street
05. Rapunzel
06. The space between us
07. What would you say
08. The best of what's around
09. Too much
10. Crash into me
11. Ants marching
12. Satellite
13. Two steps
14. Funny the way it is
15. Mercy
16. Everyday


CD 2

01. Dreamgirl
02. Stay (Wasting time)
03. Typical situation
04. I did it
05. Why I am
06. Busted stuff
07. Everybody wake up (Our finest hour)
08. Don't drink the water
09. Where are you going
10. So much to say
11. Jimi thing
12. Tripping billies
13. Smooth rider
14. Warehouse
15. Dancing nannies
16. All along the watchtower (Cover di Bob Dylan, live)

mercoledì 13 agosto 2014

80 minuti di Slayer

Come minacciato promesso nel post precedente, eccoci alla terza playlist monografica consecutiva. Rimaniamo in ambito rock duro e anzi ci spostiamo più in là, inoltrandoci nel terreno del metallo pesante, con un gruppo tra i più importanti del movimento e in particolare del genere thrash, di cui è uno degli indiscussi padri. Parlo ovviamente degli Slayer, monicker tanto influente quanto parco di pubblicazioni, se è vero che in oltre trent'anni di carriera (l'esordio dal titolo quanto mai programmatico Show no mercy è del 1983) ha dato alle stampe solo nove album, l'ultimo dei quali (World Painted blood) risale a cinque anni fa. Nessuna antologia ufficiale è mai stata licenziata dalla band.

01. Die by the sword
02. Black magic
03. Chemical warfare
04. Captor of sin
05. War ensemble
06. Dead skin mask
07. Season in the abyss
08. Angel of Death
09. Raining blood
10. Hell awaits
11. At dawn they sleep
12. Disciple
13. Stain of mind
14. Dittohead
15. Serenity in murder
16. I hate you
17. Eyes of insane
18. Psychpatic red



Gli Slayer in una immagine recente. Il terzo da sinistra è lo storico chitarrista Jeff Hanneman, scomparso nel 2013.

lunedì 11 agosto 2014

80 + 80 minuti di Foo Fighters

Vacanze o non vacanze (opzione due per il sottoscritto, almeno fino alla fine del mese), l'estate è il periodo ideale per le compilation. Bene per chi, come me, le adora e le sforna di continuo a prescindere dalle stagioni, male per chi le detesta profondamente. Questi ultimi lettori faranno bene a tenersi lontano dal blog per l'intera settimana, perché ho deciso di dedicarla appunto alle playlist monografiche. Inizio con i Foo Fighters, sui quali non mi dilungo troppo in fase di presentazione. Sette album in studio dal 1995 al 2011, un successo che è cresciuto esponenzialmente nel corso degli anni fino a far diventare la band di Dave Grohl massimo punto di riferimento per il mainstream rock americano di qualità.
Una raccolta di successi della band è stata, per la verità, già pubblicata qualche anno fa, ma a mio modo di vedere non rendeva giustizia ai FF, concentrata come era sui pezzi più commerciali del combo e soprattutto limitata nel numero delle tracce (solo tredici, al netto degli inediti). Non per niente la band ne aveva avversato l'uscita.
Spero che a Grohl piaccia di più la mia: due dischi, quaranta pezzi e via andare. 


CD 1

1. I'll stick around
2. Best of you
3. Walk
4. Let it die
5. All my life
6. Skin and bones (live)
7. This is a call
8. No way back
9. Monkey wrench
10. Everlong
11. Rope
12. My hero
13. DOA
14. Learn to fly
15. The one
16. The pretender
17. Breakout
18. Big me
19. Generator
20. Tired of you

CD 2

1. Bridge burning
2. Times like these
3. Weenie beenie
4. See you
5. Stacked Actors
6. Hey, Johnny Park!
7. New way home
8. Low
9. Enough space
10. For all the cows
11. Cheer up, boys (you make-up is running)
12. Arlandria
13. Wattershed
14. Cold day in the sun
15. Long road to ruin
16. Have it all
17. My poor brain
18. Resolve
19. Up in arms
20. Aurora

giovedì 7 agosto 2014

80 minuti di Bruce Springsteen

Quante compilation di Springsteen avrò fatto nel corso della mia vita? Innumerevoli, senza ombra di dubbio. E anche se avevo smesso da tempo di assemblarle mi sono arreso all'evidenza che con il Boss non sei mai del tutto disintossicato, difatti, da qualche giorno, una manciata di suoi pezzi hanno cominciato a girarmi in testa e, come spesso mi accade, ho sentito l'esigenza di metterli in sequenza e regalarmi dei robusti singalong nel traffico automobilistico dei pendolari. L'unico criterio di scelta adottato è quello che prevede l'assenza di un criterio scientifico. Se proprio vogliamo c'è un filo conduttore tra il legame che ho con queste canzoni e il loro mood:  lento o al massimo mid-tempo. Dalla tracklist credo inoltre emerga il mio amore per la quarta facciata (in termini di vinile) di The River e per quel gioiellino per pochi cultori che è stato Tunnel of love.
E siccome c'ho ripreso gusto, è in preparazione un ovvio volume due...

1. Thunder road
2. Tougher than the rest
3. Something in the night
4.The ties that binds
5. Meeting across the river
6. Brilliant disguise
7. Lucky town
8. Fade away
9. Long time coming
10. Point blank
11. Walk like a man
12. The promise land
13. The price you pay
14. Tunnel of love
15. Backstreet
16. When you're alone
17. Born to run (live acoustic version)

giovedì 31 luglio 2014

MFT, luglio 2014

LA MUSICA

Beh, il mese di luglio è stato quasi interamente dedicato all'ascolto intensivo dei Black Sabbath post-Ozzy e con Ronnie James Dio alla voce. Heaven and hell, Mob rules, Dehumanizer per quanto concerne i lavori in studio, Live evil e Live at Radio City Music Hall (uscito nel 2007 sotto la ragione sociale degli Heaven and Hell) per i dischi dal vivo, mi hanno tenuto compagnia a lungo e, non essendone ancora saturo, presumo lo faranno ancora per un po'.
 
 
La playlist degli album del mese include inoltre Eric Clapton and Friends con The breeze,  il tributo a J.J. Cale; un raccoltone self made di Bob Seger; Back to the camper di Bob Wayne, Metamodern sounds in country music di Sturgill Simpson e i fratelli Alvin con Common ground.
Sul versante nuove uscite, l'attesa è tutta per Get hurt, il nuovo lavoro dei Gaslight Anthem, previsto a giorni.

I SERIAL

Mentre la seconda stagione di Orange is the new black volge al termine, seguo distrattamente la terza di 24 e con crescente interesse l'esordio di The Leftovers.

martedì 29 luglio 2014

From Brescia to Milan

 

Stamattina ho provato la nuovissima autostrada Bre.Be.Mi. Era il minimo che potessi fare, visto il costante palo nel culo rappresentato dai lavori stradali degli ultimi tre-quattro anni.  La highway, come è noto, unisce le tre città lombarde Brescia Bergamo Milano e, al momento, non è ancora del tutto ultimata (mancano gli ultimi chilometri per Milano). Stamattina, non avendo niente da perdere, in considerazione dell'orario di totale intasamento sulle mie solite provinciali, ho inaugurato il tratto Treviglio - Liscate.
L'effetto è stato decisamente irreale. Le corsie dell'autostrada erano talmente libere che sembrava di lambire città fantasma: mancavano solo le auto abbandonate sul ciglio e si sarebbe ricreato in pieno l'effetto The Walking Dead. In pochi minuti ho fatto due dozzine di chilometri, e questo è bene. Al casello però mi hanno chiesto la cifra delinquenziale di €3,50 e questo è male. Mi dicono che partendo dal punto più estremo della tratta e arrivando all'altro si debba pagare, per poco più di sessanta km, una decina di euro, che vanno ovviamente moltiplicati per due (A/R).
Considerando che dovrebbe essere una strada per i pendolari non vi sembra un tantinello eccessivo?

sabato 26 luglio 2014

Dave Alvin & Phil Alvin, Common Ground


All'epoca dei fatti non conoscevo nemmeno l'ABC della scena rock, figuriamoci se potessi sapere chi fossero i Blasters! Però in quel bel cinema di una sonnacchiosa provincia milanese One bad stud e Blue shadows contribuirono enormemente ad accendere una scintilla, quella per il rock and roll, che magari negli anni si è occasionalmente affievolita ma non si è mai spenta. I due brani erano compresi nella colonna sonora di Streets of fire (1985), film di Walter Hill nel quale la band dei fratelli Alvin, pur senza esplicitarlo, appariva in un cameo nel ruolo di se stessa.
Per motivazioni tanto particolari quanto noiose, quando ho cominciato la mia infinita corsa ad accaparrarmi dischi di svariati generi e artisti, non è con questo gruppo che ho iniziato a dissanguarmi, solo in un secondo momento, attraverso la meravigliosa antologia della Rhino, sono riuscito a sanare il debito di riconoscenza con gli Alvin. Permane invece  l'handicap di non essere mai riuscito a vederli dal vivo. 

Come spesso accade nei gruppi a conduzione familiare, gli split sono da attribuirsi alle tensioni tra fratelli e questa è stata, nel 1986, anche la ragione della fine dei Blasters. Successivamente, sebbene ci siano stati occasionali riavvicinamenti sfociati in occasionali tour celebrativi, i due non si sono più trovati nello stesso studio a registrare un intero album. Solo oggi, dopo che le rispettive carriere soliste hanno decisamente premiato Dave (una dozzina di lavori) più che Phil (due soli dischi a proprio nome) gli Alvin si sono ritrovati con questo Common Ground, assemblato per celebrare la musica di Big Bill Bronzy, bluesman  della prima metà del novecento che tanto ha influenzato la scena americana e inglese.
Anche se potrei non fare testo, l'esito è esaltante. Le due voci tornano ad inseguirsi ed alternarsi in una miscela di rock and roll, blues, pub rock e roots che dà il capogiro. Il suono è asciutto, il piano costituisce l'ossatura del sound, i riff di chitarra, prima nervosi poi saturati di quella pigrizia tipica del stati del sud, annientano ogni resistenza di chi, come me, si sente un pò orfano di quello che sapevano tirare fuori gli Alvin, coadiuvati dal leggendario e rimpianto Lee Allen al sax e da Gene Taylor al pianoforte.

La chiosa della recensione è scontata ma inevitabile: che questo riavvicinamento ci possa portare ad un ritorno (magari con materiale nuovo) dei Blasters? La speranza, da sempre segretamente coltivata, torna a prendere coraggio. 

martedì 22 luglio 2014

24, stagione due


L'importante è dare alle cose il loro giusto peso. E' in questo modo che sono arrivato alla giusta chiave di lettura per "24", un serial qualitativamente inferiore alla media delle produzioni moderne, ma che può risultare un buon diversivo per gli appassionati del genere d'azione, a patto di guardarlo senza troppo impegno, mentre si fa altro, in mancanza di alternative migliori  o quando la tv la sbirci svogliatamente e non ti va di bruciare fiction a cui tieni (e per le quali riservi la massima concentrazione). Mi ricorda i telefilm polizieschi che RAI2 trasmetteva una vita fa alle 18.30, che erano diventati un appuntamento fisso del preserale, da seguire mentre apparecchiavo la tavola. A questo approccio rilassato ci sono arrivato anche grazie al servizio on demand di Sky che ha messo a disposizione tutte le stagioni del telefilm con Kiefer Sutherland e mi ha dato modo di scalarne pigramente la montagna di stagioni accumulata dal 2001.
 
Dunque, il "day two" inizia un anno e mezzo dopo la conclusione dei fatti narrati nella precedente season, con Jack Bauer che si è dimesso dal CTU dopo l'omicidio della moglie. Ovviamente sarà richiamato in tutta urgenza perché dei terroristi progettano di far esplodere niente di meno che una bomba atomica a Los Angeles. Si torna così sulla giostra delle trame e delle sottotrame che coinvolgono il CTU, la presidenza degli USA e, ahimè, quella stronza micidiale che è la figlia di Bauer, simpatica come una cartella di Equitalia e dotata di una speciale calamita per attirare psicopatici e menare una sfiga devastante a chi la circonda. Politicamente la produzione vive una strano equilibrio tra radicalismi marcatamente di destra (Bauer tortura e uccide senza rimorsi) ed azioni antimilitariste molto liberal (incarnate dal presidente Palmer). Come nella prima stagione circostanze inverosimili e dinamiche involontariamente comiche si sprecano, così come si ripete il vorticoso turnover di personaggi secondari e guest, che compaiono e spariscono a dozzine ogni due-tre episodi.
La regia, con quei primi piani dozzinali alla Beautiful, la fotografia banale, le luci "smarmellate" e molte delle prove offerte dal cast si confermano più attinenti ad una soap che al genere spionistico d'azione, ma, tutto sommato, vuoi vedere come va a finire l'amabaradan, e il colpo di scena conclusivo ti ripaga di qualche sbadiglio e di alcuni fill-in di troppo.
Non è Le strade di San Francisco, ma per ammazzare il tempo mentre mi stiro le camicie va benone.

giovedì 10 luglio 2014

Gomorra, la serie


Bisogna attendere oltre il giro di boa di metà stagione perchè la vera natura di Gomorra si riveli ai nostri occhi. Prima di quel momento il serial sulla malavita organizzata di base in Campania si "limitava" ad essere un'ottima gangster fiction, realistica e ben girata ma senza la necessaria scintilla che ne facesse un prodotto d'eccellenza, con in più l'aggravante dell'assenza di elementi che impedissero la poco etica immedesimazione dello spettatore con le figure negative di questi criminali, sulla scia dell'empatia scattata qualche anno fa davanti alle gesta di Dandi, Libano e il Freddo, in Romanzo Criminale
Non è un caso che nei primi episodi una delle poche figure positive della storia, il direttore del carcere in cui è condotto il capofamiglia Savastano, venga offerta allo spettatore all'esatto opposto: come negativa e tirannica rispetto alle condizioni dei detenuti. 
E' solo dopo l'ottavo episodio che, in considerazione della pesante collaborazione al progetto di Roberto Saviano, i conti cominciano a tornare. E' da quel momento in poi che lo spettatore perde ogni confortevole certezza che si era costruito e cade nella trappola audacemente confezionata degli sceneggiatori.
E' quello l'interruttore che accende implacabilmente la luce sulla vera natura dei characters, sgretolando ogni empatia o fidelizzazione che si era fin lì attivata. Le sfaccettature dei personaggi sono mostrate in tutte le loro devastanti contraddizioni. Tutti, a partire dal boss Pietro Savastano (un bravo, anche se un pò teatrale Fortunato Cerlino), alla moglie, "Imma" (l'ottima Maria Pia Calzone), passando per Ciro "l'immortale" Di Marzio (Marco D'Amore), tormentato ma ambizioso "soldato" della crew di don Pietro, fino a Gennaro "Genny" Savastano (Salvatore Esposito), passano con naturalezza dal compiere (pochi) atti di profonda generosità a commettere azioni abbiette ed atroci, qualcuna di esse (il brutale omicidio di una ragazza incensurata e la strage nella comunità nera) ripresa pari pari dalla cronaca autentica di questi ultimi anni. 
L'attenzione dei media per il cast si è concentrata su Marco D'Amore (Ciro) che, sebbene in un contesto spiccatamente corale, racchiude maggiormente le caratteristiche del protagonista principale, ma a mio avviso le migliori prove attoriali sono fornite da Salvatore Esposito (Genny, il figlio di don Pietro) capace di rendere in maniera straordinaria la metamorfosi del suo personaggio attraverso un encomiabile lavoro sulla postura, sullo sguardo, sulla comunicazione non verbale, sull'imponente fisicità, prima repressa e poi lasciata deflagrare, e dalla "madre" Maria Pia Calzone, grazie alla sua passionale incarnazione di capo capofamiglia femminista.

Nella tenuta complessiva di tutti questi aspetti, che hanno evitato con intelligenza il rischio di una ripresa dei clichè vincenti ma ormai abusati di Romanzo Criminale, Gomorra si dimostra un progetto che ha raggiunto appieno l'obiettivo di coniugare l'azione civile di denuncia con i ritmi e le modalità delle serie poliziesche (strepitoso, da questo punto di vista, il cliffhanger conclusivo). Non devono pertanto sorprendere la sua affermazione, la conferma per una seconda stagione e l'enorme interesse per il prodotto da parte del mercato internazionale che conta. 

martedì 8 luglio 2014

Five Finger Death Punch, American Capitalist (2011)


Non sono snob e non ho mai trovato niente di sbagliato nel proporre musica derivativa da stili e generi imposti da altri. L'essenziale è che all'interno della proposta siano comunque individuabili elementi di distinzione e, soprattutto, Le Canzoni. Ecco, i Five Finger Death Punch a mio avviso queste caratteristiche le riscontrano in pieno. Suono duro ma non sempre, così come piace oggi, in equilibrio tra hardcore, nu metal e rock melodico, con espliciti riferimenti a Pantera, Stone sour e in qualche caso P.O.D. e Godsmack e con un'amalgama tra cantato in screaming e pulito che funzione a dovere. 
Così, dentro a questo American Capitalist (album del 2011 al quale il combo ha già provveduto a regalare due successori nel 2013), laddove episodi quali gli ottimi Menace, Under and over it e la title track sono efficacissime affermazioni della natura fucking hostile del gruppo e The pride si raccorda con la natura più nu metal della band, le ballate Coming down ma soprattutto Remember everything rivelano invece l'anima ruffiana e, oserei dire AOR dei 5FDT.
Una bella scoperta per il sottoscritto. Un album divertente e fragoroso. Una band che non ha inventato niente, come centinaia di altre, ma che a differenza di altre reinventa e contamina in maniera godibile generi ampiamente brandizzati. Di sti tempi non è poco.

sabato 5 luglio 2014

Way down in the hole:The Wire, season 4


Se The Wire è probabilmente il miglior serial poliziesco di sempre è anche perchè si può permettere un'intera quarta stagione dove, nella storia, di poliziesco non c'è che la cornice. Sembra un paradosso ma è esattamente così. Dopo averci fatto fidelizzare con i protagonisti della squadra operativa (su tutti Dominic West / Jimmy McNulty), Simon e Burns, autori della serie, sparagliano le carte, sciogliendo la squadra e posizionandone i detective sullo sfondo della fotografia, per stringere il focus sui giochi di potere nelle istituzioni di Baltimora e, soprattutto, squarciando il velo dell'ipocrisia del sistema scolastico locale il cui unico sforzo non è educare e formare i ragazzi ma produrre statistiche coerenti con i margini previsti dall'amministrazione comunale. Per cui sì, dopo la fine di Barksdale e Stringer Bell, c'è un nuovo cattivo in città: il feroce Marlo Stanfield con la sua coppia di improbabili ma letali sicari, ma la nostra attenzione è tutta rivolta al gruppo di ragazzini di terza media che crescono precocemente emarginati, con madri tossiche che gli rubano soldi e uniformi scolastiche per la dose quotidiana e padri assenti. I veri protagonisti sono senza dubbio loro, insieme ai pochi insegnanti che ne hanno a cuore le sorti, come gli ex poliziotti Roland "Prez" Pryzbylewski e Howard Colvin. 
La quarta stagione di The Wire è lunga (13 episodi di un'ora ciascuno, con il finale da un'ora e venti) e a tratti faticosa, ma straordinariamente appagante e densa di emozioni. Gli ultimi minuti della final season, con i ragazzi del gruppo che vanno incontro ognuno al proprio destino, perlopiù segnato, e l'atteso ritorno, anche se solo con un piccolo cameo, di Steve Earle è il perfetto epilogo che concilia e armonizza l'intero percorso narrativo. Impossibile chiedere di più.
Nella conclusiva stagione cinque, che a questo punto gestirò come un rarissimo distillato, avremo di nuovo la squadra al completo e vedremo come Simon riuscirà a coniugare il plausibile ritorno alla detective story con il grandioso affresco storico-sociale che ha saputo dipingere su Baltimora.

lunedì 30 giugno 2014

MFT, giugno 2014

LA MUSICA

Sturgill SimpsonMetamodern sounds in country music
Dave and Phil Alvin, Common ground
Miss May I , Rise of the lion
5 Finger Death Punch, American Capitalist
Hank III, Ramblin man
Bob Mould, Beauty and ruin
Tesla, Simplicity
Paolo Nutini, Caustic love
Kaiser Chiefs, Souvenir - The singles
John Fogerty, Centerfield
Matt Woods, With love from brushy mountain

I SERIAL

The Wire, stagione 4
24, stagione 2
Orange is the new black, stagione 2





giovedì 19 giugno 2014

Matt Woods, With love from Brushy Muntain

Matt Woods – With Love From Brushy Mountain (2014) [MP3]

Il mainstrean country americano si aspettava molto dal nuovo disco di Eric Church, così come quello indipendente/outlaw attendeva con impazienza il ritorno di Bob Wayne. Beh, in questo settore musicale specifico può anche capitare che, contemporaneamente, la nuova star country (Church, appunto) sforni un disco confuso e pasticciato, letteralmente senza capo ne coda e che lo spirito anarcoide insito nel country di Wayne esca molto annacquato dai solchi della nuova release Back to the camper. Capita allora che i riflettori del sincero appassionato di redneck music si spostino verso altri obiettivi. Sturgill Simpson per esempio, che solo l'anno scorso ci aveva fatto godere con l'ottimo esordio High top mountain e che ha già sfornato un secondo lavoro, ma, soprattutto, e finalmente arrivo al motivo del post, Matt Woods, autore che ho scoperto di recente grazie al pezzo Deadman's blues (inserito nelle mie migliori canzoni del 2013) e che, con With love from Brushy Mountain, si dimostra artista versatile e raffinato, decisamente a disagio nel recinto limitato del country e capace invece di abbracciare con successo sia il folk indipendente che quello più commerciale con qualche incursione nel southern più spontaneo e vibrante.

Il risultato è un disco incantevole che nell'ultimo mese, nell'ambito della mia playlist, non ha fatto prigionieri. A cominciare dalla eaglesiana Ain't no living, propedeutica ad introdurci nel mood di frontiera dell'album, per proseguire poi con West Texas wind, che accarezza dolcemente lo spirito di Gram Parsons e passando per Tiny anchors, meravigliosa ed accorata introspezione tra i Mumford & Sons e Bon Iver, tutto è al posto giusto, in un contesto di grande bellezza che sfiora la magia e che si verifica solo con i grandi artisti.
Anche la quota drinkin song, da intonare rigorosamente con boccale alzato e sguardo assente, è rispettata: Woods ci consegna infatti una Drinking to forget che richiama clamorosamente le atmosfere di Steve Earle, collocandole in un testo che è tutto un programma ("I'm drinking to forget/How drunk I got last night").Questo inno alla morte per coma etilico è però piazzato strategicamente prima della corazzata Deadman's blues (qui il video, molto esplicativo dei contenuti del pezzo) che sui temi degli eccessi e della vita border line riesce a fare un'autocritica lucidamente spietata che, di fatto, compensa i contenuti della traccia precedente. Siamo esattamente a metà disco e l'euforia ha già raggiunto livelli di fanatismo: l'esperienza ci fa temere un crollo fisiologico, ma la meravigliosa title track, che torna a tributare il songwriting di Don Henley e l'infuocato southern di Real hard times spazzano via ogni  residuale perplessità sulla qualità dell'opera. 
In coda rimane spazio per un altro gioiellino: Lucero song è infatti esattamente quello che sembra: una sincera e suggestiva celebrazione dell'ottima band di Ben Nichols conterranea (del Tenneessee) di Woods, giunta al terzo lustro di attività e ancora in grado di infiammare il pubblico grazie alla suo brand musicale che attraversa tutti gli spettri più genuini del genere americana. Si capisce che Matt Woods tende artisticamente a quell'esito. Musicalmente ha ancora spazi di crescita, ma dal punto di vista della scrittura non teme rivali.

 Che ve lo dico a fare? Ad oggi, senza esitazione, disco dell'anno.

martedì 10 giugno 2014

Per fortuna c'è Matt Woods

Lo so, sono incline alla lamentela. Sopportatemi ancora per qualche riga di questo post. Non vi ho più aggiornato sulla situazione della mia azienda perché mi sembrava di aver ripetuto gli stessi concetti un numero sufficiente di volte. Sì insomma, siamo in crisi, chiuderemo e riapriremo con un taglio retributivo/normativo. Sapete anche che, oltre a subire questa situazione da dipendente c'è l'ho addosso anche come responsabile sindacale (RSU) presente nella delegazione trattante e pertanto deputato a portare le brutte nuove ai colleghi, ruolo questo che se di norma sarebbe già infausto, lo diventa ancora di più in una società che fino a una quindici di anni fa lavorava in totale monopolio (con tutto quanto ne derivava in termini di privilegi contrattuali) e che, nonostante da un pezzo sia stata scaraventata nella concorrenza più selvaggia che ci sia, ha mantenuto fino ad oggi le condizioni pre liberalizzazione insieme alla radicata convinzione da parte di molti di aver acquisito i diritti di una casta intoccabile.
Una serie di eventi interni al mio sindacato ha fatto anche sì che mi sia toccato, proprio in questa fase tremenda, di diventare responsabile (sul campo, senza gradi) del mio stabilimento e quindi sobbarcarmi tutti gli oneri (gli onori non sono pervenuti) della vicenda.
Se vi state chiedendo "chi te lo fa fare?" sappiate che è la stessa domanda che mi sto insistentemente ponendo anch'io.
Il tempo che sto concedendo al lavoro (cioè tutto, al netto delle poche ore di sonno) è interamente sottratto, in ordine di priorità: alla famiglia, agli amici, alla musica, alle letture e ai serial tv. Spero che gli affetti più importanti mi diano l'opportunità di recuperare.
Dal punto di vista degli ascolti Matt Woods, con il nuovo, incantevole With love from brushy mountain ha appaltato prepotentemente le mie orecchie: il suo cd è stabilmente nel lettore con la funzione repeat inserita senza soluzione di continuità.
Sono pronto a scommettere che tra qualche anno, riascoltandolo mi rimanderà a questo terribile, intenso periodo della mia vita.

lunedì 2 giugno 2014

Aloe Blacc, Lift your spirit


Tutti i problemi che sto attraversando in questi mesi con il lavoro mi hanno portato a formulare un concetto che utilizzo come risposta pronta a chi mi chiede come sto: vorrei svegliarmi tra qualche mese, quando sarà tutto finito. E che pezzo mi tira fuori come traccia d'apertura del suo nuovo disco Aloe Blacc? Wake me up, che nel refrain recita esattamente "So wake me up when it's all over / When I'm wiser and I'm older". Ehi mister, ma ce l'hai con me? 
Per forza deve rivolgersi a me Aloe, tutto torna. La folgorazione del precedente Good things mi fa fiondare a scatola chiusa su questo Lift your spirit e come premio la traccia d'apertura mi guarda negli occhi e mi parla al cuore come una canzone non riusciva più a fare da tempo. 
Vado oltre e mi trovo un'altra volta piacevolmente invischiato  nella formula vintage-moderno del cantante originario di Orange County, California che ancora una volta trova un perfetto equilibrio tra mainstream e classico, divertendosi a mischiare le carte attraverso la realizzazione di brani buoni per le classifiche (la già citata Wake me up, I'm a man, che dopo i primi secondi di ascolto pensavo essere una revisione di Your Song di Elton John, Lift you spirit, pop-soul che ricorda le cose dei bianchi quando vogliono fare i neri), nitidissimi flashback seventies (Soldier in the city, Love is the answer; Can you do this; Eyes of a child) e volgari dimostrazioni di classe (Red velvet seat; Ticking bomb).
A conti fatti insomma Aloe Blacc tira fuori un altro disco elegante ma che non impegna, spensierato con momenti di riflessione, scritto e prodotto con la massima attenzione ai ganci assassini che restano in testa, ma che tenta di lanciare anche un messaggio o due in tema di sociale.

Tutti questi elementi mi portano ad affermare che, ruffiano o genietto a seconda dei punti di vista, con Lift your spirit il Blacc si conferma uno dei più interessanti interpreti di modern soul della sua generazione. 

sabato 31 maggio 2014

MFT, maggio 2014

LA MUSICA

Caparezza, Museica
Bob Wayne, Back to the camper
Paul Simon, Essential
Paolo Nutini, Caustic love
Aloe Blacc, Lift your spirit
Sturgill Simpson, Metamodern sounds in country music
Matt Woods, With love from brushy mountain
Meshell Ndegeocello, Comet come to me
John Fogerty, Ceneterfield (25 years)


I SERIAL

The wire, quarta stagione
Game of thrones, quarta stagione
Gomorra

LE LETTURE

Elisa Davoglio, Onore ai diffidati

giovedì 29 maggio 2014

28 maggio 2014: R.I.P. Golia



Ci ha lasciato Golia, il criceto russo che stava con noi da settembre del 2012 e che aveva saputo guadagnarsi con pazienza l'affetto incondizionato di tutta la famiglia. 
Ora, non ho ben chiaro quale possa essere il paradiso per una specie che credo ormai da generazioni non conosca più la vita selvaggia: ma che si tratti di un bosco rigoglioso o di una gabbia full-optional, noi speriamo che Golia da ieri si trovi esattamente lì.

lunedì 26 maggio 2014

Joel Dicker, La verità sul caso Harry Quebert


La verità sul caso Harry Quebert racchiude in sé tanti generi diversi. Certo, il profilo più importante del libro è quello del giallo: c'è un mistero da risolvere nascosto nella coltre del tempo che torna a tormentare Aurora, una (per il resto) idilliaca cittadina del New Hampshire. Il cadavere di una ragazzina di quindici anni, Nola Kellergan, sparita nel nulla durante l'estate del 1975, viene improvvisamente rinvenuto nel giardino di uno stimato scrittore newyorkese adottato orgogliosamente dalla comunità locale. Da alcuni particolari del ritrovamento emerge che lo scrittore (Harry Quebert), oggi sessantasettenne, aveva una relazione con Nola all'epoca della sua sparizione. L'evento sconvolge la vita di Quebert, ma risveglia anche paure e segreti nascosti di molti abitanti di Aurora.
Ci sono molte altre tessere che vanno però a comporre il patchwork finale composto da Joel Dicker.  La verità sul caso Harry Quebert è infatti anche un libro sulla scrittura, sul mestiere di scrivere, un omaggio a questa arte che sconfina quasi nella metaletteratura. C'è poi la componente autobiografica (anche se Dicker nelle note finali sembrerebbe depistare questa suggestione) e, seppur  non si tratti dell'esordio dello scrittore svizzero, risultano evidenti le caratteristiche tipiche del romanzo di formazione.
Tutte queste componenti sono il più delle volte amalgamate dall'autore in maniera avvincente e funzionale alla storia, occasionalmente però emerge il ricorso ad una scaltrezza che va a discapito, se non della scorrevolezza della narrazione, di certo della sospensione dell'incredulità. E rimanendo sugli elementi di debolezza, il più marcato m'è parso essere quello della caratterizzazione dei personaggi, quasi tutti incastrati così strettamente tra lo stereotipato e il sopra le righe (l'invadenza isterica della madre di Goldman; la saccenza di Quebert; l'arguzia del sergente Gahalowwod) dal risultare già pronti per una trasposizione cinematografica ma quanto mai distanti dalla vita reale.  
Considerato comunque quanto di buono resta nel romanzo (la soluzione del mistero, le rivelazioni su Quebert, un magnifico personaggio letterario che risponde al nome di Nola Kellergan) e la giovane età del suo autore (classe 1985) direi che il giudizio non può che essere positivo e la prospettiva ancora migliore.

martedì 20 maggio 2014

Inside Llewyn Davis, soundtrack


“You've probably heard that one before. If it isn't new, and it never gets old, it's a folk song”
Llewyn Davis



La domanda da porsi, in premessa alla recensione, dovrebbe essere: è ancora possibile, dopo cinquant'anni di folk "moderno" (lo so, sembra un ossimoro) trovare un disco suonato in questo stile, che risulti convincente e sappia emozionare?
La risposta è affermativa.
Inside Llewyn Davis riesce ad evitare con grazia i cali di tensione propri della formula soundtrack/compilation, trovando un'omogeneità di fondo che permette di apprezzare in maniera quasi uniforme l'intera tracklist (14 pezzi) presente nell'album.
Certo, molti dei meriti vanno alla profonda empatia con il film: impossibile dimenticare le sequenze che accompagnano l'interpretazione di alcuni brani da parte di un bravissimo Oscar Isaac nei panni dello sfortunato Davis,  personaggio ispirato ai fratelli Coen da Dave Van Ronk, folksinger contemporaneo di Dylan, credo però di poter affermare che recuperi di traditional come Hang me, oh hang me o Fare thee well (nel quale si sente, eccome se si sente, la mano di Marcus Mumford) avrebbero potuto essere tranquillamente apprezzati anche senza l'ausilio delle suggestive immagini del grande schermo.
 
Il soundtrack, esattamente come la pellicola, trova un magico equilibrio tra ingenuità, impegno sociale e una profonda malinconia, elementi caratteristici del periodo storico, che trovano efficace rappresentazione in musica attraverso la sognante Five hundred miles (interpretata da Justin Timberlake, Carey Mulligan e Stark Sands); la spensierata Please Mr Kennedy (ancora Timberlake con Isaac e Adam Driver) e l'evocativa The Death of queen Jane (Isaac). Spiazza invece la scelta del produttore T-Bone Burnette di includere nel lavoro anche la classica irish death song The auld triangle (dal testo del poeta irlandese Brendan Behan, messa in musica dai Dubliners e suonata in seguito dai Pogues nel loro debutto), ma anche qui niente da dire: la versione "a cappella" che ci regalano Mumford e Timberlake è impeccabile.
Doverosa invece la chiusura con Bob Dylan (Farewell in versione inedita e acerba) e con l'ispiratore del progetto dei Coen, cioè Dave Van Ronk, dal cui repertorio viene proposta Green, green rocky road (presente anche nella versione di Isaac).
 
 
Tra i dischi dell'anno.

martedì 13 maggio 2014

The Amazing Spider-man 2, Il potere di Electro


Sono talmente subdole, le menti dietro al reboot cinematografico di Spider-Man, che non sai mai se detestarle o amarle incondizionatamente. Sì perché ad un fan della prima ora dell'Uomo Ragno, uno che sui fumetti tradotti in Italia dall'Editoriale Corno ci ha trascorso buona parte dell'infanzia e dell'adolescenza, il giro che ha preso l'epopea su grande schermo dell'Arrampicamuri proprio non va concettualmente giù. Della storia inizialmente ideata da Stan Lee ed illustrata da Steve Ditko prima e da John Romita poi è infatti rimasta solo una flebile traccia, il resto è sacrificato sull'altare dell'innovazione e della ricerca di carne giovane da appassionare, forzando il plot in una direzione che va ben oltre anche al restyling operato con la (per me ottima) serie a fumetti Ultimate SpiderMan.
 
Il problema è che la tua altezzosa perplessità svanisce d'incanto al termine della proiezione, lasciandoti non solo convertito al progetto, ma perfino commosso (per la sequenza finale del bambino in costume da Spidey) in compagnia di tuo figlio che ti deride per il tuo cuore di burro.
Già perché la genialità delle menti dietro alla produzione di The Amazing Spider-Man 2 sta nell'essere riusciti ad individuare un incredibile equilibrio tra innovazione e richiami alle radici del personaggio. In questo senso (spoiler alert!), la sorte di Gwen Stacy è mostrata, a partire dal look per finire alla posizione in cui resta esanime, drammaticamente appesa alla ragnatela del Ragno,   in maniera quasi del tutto identica a quanto avvenuto sulle tavole originali realizzate da Gerry Conway, Gil Kane e John Romita (in Italia numero 133 de L'Uomo Ragno). E basterebbe questo a lenire i cuori malati di nostalgia della vecchia guardia dei lettori Marvel.
Ma i rimandi al mood classico dei fumetti non si fermano qui. Considerando anche la trilogia di Raimi, questo è probabilmente il film sull'aracnide umano che meglio riporta su grande schermo il lato leggero delle storie di Spider-Man: le battute, le gag, le situazioni surreali alle quali eravamo affezionati, e che sono a tutti gli effetti una caratteristica irrinunciabile dell'Uomo Ragno,  trovano qui il giusto spazio, colmando finalmente una lacuna del personaggio.
 
Poi vabbeh, c'è l'incredibile lavoro su effetti speciali e scene d'azione, letteralmente mozzafiato: per limitarsi ad un esempio è impossibile restare indifferenti davanti al particolare delle pieghe del costume che si adatta ai movimenti del corpo mentre Spider-Man volteggia sulla città.
Infine i super-criminali. La scelta dei villain è funzionale alla storia, ma la loro resa è solo parzialmente riuscita: Electro/Jamie Foxx (inutile soffermarsi sul fatto che il character dei comics era bianco e si chiamava Elektro mentre qui perde la "k" ed è interpretato da un attore nero) è passabile, Goblin è rimandato, mentre il Rhino-robot è inguardabile.
 
Sono già annunciati altri due capitoli della saga (2016 e 2018) e se, come lasciato intuire, avremo a che fare con i Sinistri Sei (e con Felicia Hardy/Gatta Nera?), nonostante tutto il restyling del mondo ci sarà ancora di che divertirsi.
Maledetti, vi amo.