giovedì 30 maggio 2013

And i been working like a dog

Settimana di lavori. E stavolta non sono quelli virtuali di restyling del blog. Sto infatti imbiancando casa e al pc riesco ad avvicinarmi fugacemente solo la mattina, ragion per cui i post di questi giorni si sono decisamente diradati. 
Sarà anche vero che quando nella vita svolgi da un pezzo un lavoro intellettuale ti dimentichi la fatica che si fa a far andare le mani, ma arrivo a sera esausto, senza nemmeno la forza di cogitare un pensiero o sollevare le dita per battere sulla tastiera del pc. 
Ah, ma una cosa è certa: non mi fregano più con il "dài, possiamo farlo da soli, che ci vuole?".

lunedì 27 maggio 2013

Big Time Rush!



Commercialmente parlando, musica ed immagini sono sempre state un connubio vincente. Vale per gli spot (alcuni di essi veri capolavori), vale per la promozione delle band attraverso i video e vale per i colossi dell'industria televisiva/musicale quando devono accaparrarsi quella fetta di pubblico giovanile che va dalla preadolescenza all'adolescenza.
Stefano ha ancora qualcosina davanti prima di entrare in quella categoria d'età, ma, per dire, apprezza abbastanza la musica "adulta" e comincia a prediligere l'intrattenimento televisivo o i film "in carne e ossa" (come dice lui) piuttosto che a disegni animati; gli piacciono I Simpsons e anche Modern Family (entrambe le serie,mi rendo conto, un pò al limite per un ragazzino di nemmeno nove anni). 
Ma torniamo alla premessa. Qualche anno fa la divisione televisiva della Disney impose un modello di show nel quale convivevano comicità e sentimentalismo in salsa teen-ager, nei quali protagonisti erano cantanti, spesso poi lanciati anche nella carriera musicale vera e propria. Mi riferisco ovviamente a Hannah Montana; High School Musical, Camp rock o ai Jonas Brothers. Chiaramente le altre tv per ragazzi si sono dovute adeguare e Nickleodeon, una delle più note, ha lanciato la serie tv Big Time Rush.
Il telefilm (tarato sui venti minuti a puntata) verte sulla carriera musicale di quattro ragazzotti del Minnesota, trasferitisi a Los Angeles per tentare di emergere nel music biz. La formula (per fortuna) non è quella classica della sit-com con le risate in sottofondo.

Qualche mese fa Stefano ha cominciato a seguire questo serial e la musica che ne fa da cornice. Io sono riuscito a recuperargli i due dischi fin qui usciti sotto la ragione sociale Big Time Rush (B.T.R., 2010; Elevate, 2011) e da allora non c'è uscita in auto nella quale mio figlio non mi chieda di mettere su uno di questi due dischi. Anche i pochi minuti che occorrono a raggiungere la scuola sono buoni per ascoltare almeno un pezzo. 
Mi sembra insomma che dopo qualche fuoco fatuo che ho puntualmente segnalato su queste pagine, questi siano i primi,veri, amori musicali di Stefano, anche perchè siamo passati dall'apprezzare occasionalmente una singola canzone alla dinamica da album: quella cioè che col tempo ti fa gradire a rotazione tutte le tracce di un disco. 

Se penso che io alla sua età andavo ancora dietro alle canzoni per bambini o alle sigle dei cartoni dei robot giapponesi non so se esserne soddisfatto o preoccupato. Propendo per la prima ipotesi, visto che, per quanto i Big Time Rush siano un gruppo farlocco e costruito a tavolino (anche se di recente hanno pubblicato un singolo più cattivo che campiona Song 2 dei Blur) per le teen-ager e il genere suonato dal gruppo sia il classico ambito da boy band (poppettino catchy annacquato di nu soul;hip hop o modern errebì), in ogni caso ha più solidità di diversi prodotti per bambini che andavano nel settantasette, cioè quando io avevo otto-nove anni. E poi, dato che il gruppo canta in inglese, l'ascolto diventa uno spunto per confrontarci sui significati del testo e sulla corretta pronuncia della lingua, oltre che per lanciarci in temerari singalong.

Insomma, in questi ultimi mesi, per tutto il tempo che mi è servito per assimilare e recensire Mavericks, Saxon, Dropkick Murphys, Saxon, Hatebreed e Bachi da Pietra, ho sempre continuato ad ascoltare questa boy band, fino al punto da esserne "rieducato" e trovarmi a canticchiarne le canzoni anche quando sono sotto la doccia. 
Pericolosi effetti collaterali.



venerdì 24 maggio 2013

The Walking Dead, season 3



Mi sono reso conto di aver dimenticato di recensire la terza stagione di The Walking Dead. Anche questo la dice lunga su quello che è rimasto del mio iniziale entusiasmo rispetto a questa serie. Nonostante i cambi di showrunner infatti, The Walking Dead continua a perpetrare i suoi errori strutturali, che sono quelli di vanificare le buone intuizioni, non sviluppandole a dovere o tirandole così per le lunghe da ammosciare qualunque climax. In questo senso nella prima stagione non è stato più ripreso il filo narrativo dell'origine del virus dopo che il gruppo ha lasciato il laboratorio al termine di stagione; nella seconda la buona idea dell'esistenza di gruppi di umani superstiti più spietati e pericolosi degli zombie viene lasciata lì (qui le rece delle prime due stagioni) e nel terzo l'introduzione di un villain azzeccato come Il Governatore viene del tutto banalizzata, trasformando il character in un cattivo monodimensionale a tratti imbarazzante. Anche in questo caso l'attesa per lo scontro finale tra i nostri e il gruppo del Gov. viene tirata così alle lunghe che alla fine lascia solo perplessi.
Curioso il fatto che, parallelamente all'impoverimento di idee della serie, i personaggi del programma siano diventati icone pop. Qualche mese fa Milano era tappezzata da cartelloni pubblicitari enormi (tipo quelli elettorali di Berlusconi, per intenderci) della rete Fox (nel pacchetto di Sky) e come testimonial, insieme agli inossidabili Simpsons e al canterino Glee, c'era proprio lo sceriffo Rick Grimes, che si stagliava con il suo pistolone sopra lo slogan I love zombies. Allo stesso modo gli ascolti USA pare abbiano premiato la terza stagione della serie. 
Spero che questi dati non incoraggino la produzione a proseguire su queste coordinate, in quel caso sarebbe dura continuare a seguire la serie.


martedì 21 maggio 2013

Ray

Ho nel cassetto un articolo della serie "i migliori della vita" che non sono mai riuscito a completare,principalmente a causa di un approccio eccessivamente dispersivo e aneddotistico che proprio non riesco ad arginare. Soggetto del post, l'album di debutto dei Doors. Motivo di tanta dispersività l'onda d'urto di ricordi che mi travolge quando parlo di questa band.  Il gruppo californiano infatti, andando anche ben oltre i propri meriti effettivi, è quello, tra le bands e gli artisti storici dei settanta, che più ha segnato, almeno nella mia realtà di paese, un certo modo di ascoltare musica fuori dagli schemi. Oggi sembra incredibile, ma quando avevo dieci, undici anni (nonostante fosse passato già del tempo dalla morte di Morrison) ascoltare questa band rappresentava per molti una forma di ribellione, di appartenenza ad un  mondo chiuso a genitori ed adulti, una realtà alternativa a quella reale.
Personalmente, ancora sospeso tra l'infanzia e l'adolescenza,  percepivo i Doors come un gruppo indecifrabile e pericoloso. Era il gruppo che ascoltavano i più grandi, quelli che a scuola facevano i bulli, quelli con le toppe sui giubbetti di jeans, quelli che al parchetto invece di giocare a calcio si facevano le canne e magari anche qualcosa d'altro. I Doors mi attraevano (la curiosità del proibito, suppongo) e mi respingevano (non avevo assolutamente nulla a che spartire con quelli che li ascoltavano) allo stesso tempo, per questo il mio ingresso nel loro sciamanico universo non fu immediato.
 
Sono un po' queste le prime cose alle quali ho pensato stamattina, quando il radiogiornale ha riportato la notizia della morte (a 73 anni) a Ray Manzarek, il tastierista dei Doors, nerd del gruppo, anima dell'aspetto prettamente musicale della band ed autore del caratteristico sound nel quale Morrison dispiegava le liriche delle sue allucinate ispirazioni.
 
Mi fermo qui con ricordi e celebrazioni dell'artista, perché dalla morte del Re Lucertola in avanti per Ray (fatta salva la partecipazione al primo disco degli epici X) sono stati solo passi che andavano dal falso (i dischi con la vecchia ragione sociale, senza Jim) all'imbarazzante (la "reunion" con alla voce prima Ian Astbury dei Cult e poi un cantante proveniente da una cover band americana dei Doors)
 
Non sono bravo coi coccodrilli, ma insomma, ho un forte legame con il suono che Manzarek ha saputo creare (soprattutto nei primi due dischi dei Doors) e che ha caratterizzato una parte importante degli inizi della mia perlustrazione dell'universo musicale.
Per questo motivo, anche se Ray aveva smesso da decenni di essere artisticamente rilevante , la sua morte non mi lascia indifferente.

lunedì 20 maggio 2013

Steve Earle, The low highway


Steve Earle è senza dubbio una delle mie icone musicali.E' un'artista che ha raggiunto il grande successo nella prima fase della sua carriera (1986/90) proponendosi come astro nascente del country-rock, ha rischiato di gettare via il suo talento tra droga e guai con la giustizia ma è riuscito ad avere una seconda chance che ha sfruttato al meglio (1995/2004), per poi trasferirsi strumenti e bagagli dal Tennesse a New York dove, nel 2007 ha dato un'ulteriore svolta alla sua storia personale (matrimonio con la bella e brava cantautrice Allison Moorer) e musicale, raccordandosi con le proprie radici musicali.
Non è un mistero che la mia preferenza vada allo Steve Earle del periodo di mezzo, quando i suoi album erano un imprevedibile saliscendi musicale che riusciva a coniugare folk, punk, rock and roll, country ed indie.
I quattro album più recenti, da Washington square serenade (2007) in avanti, invece, ci consegnano un'artista probabilmente più maturo, ma un pò meno audace, che alle denunce politiche dirette preferisce le metafore letterar, e che continua ad occuparsi delle ingiustizie e degli ultimi della società mettendo i suoi versi al servizio  di un accompagnamento scarno, spesso acustico e di "basso profilo".

L'ultimo lavoro prosegue in questa direzione e dunque da questo punto di vista niente di nuovo, ma l'affermazione non suoni come una bocciatura, perchè quello che fin qui ho omesso di dire è che Steve è e resta uno dei più raffinati songwriter viventi, uno che, tra alti e bassi della propria discografia, non ha mai smesso di scrivere straordinarie canzoni.
E The low highway ne contiene di davvero memorabili, come la title track posta in apertura: una scarna ballata folk sulla quale Earle stende come un elegante tappeto rosso la sua voce che, nonostante la migrazione a nord, non ha perso un grammo del suo splendido e caratteristico southern accent. Il pezzo descrive in maniera semplice ma efficace la crisi e le nuove povertà, della gente che non ha nulla con cui vivere (Saw empty houses on a dead end street / People linin up for something to eat / And the ghost of America watching me / Through the broken windows of the factories).  Mi ricorda, nella disillusione, un altro grande incipit, quel Christmas in Washington che apriva il capolavoro El corazon nel novantasette.

Poi il disco spiega le sue ali costruite dalla parte più viscerale del genere americana. Ad eccezione del rock and roll rurale Calico County e del classico rock earliano di 21st Century blues infatti, le atmosfere che si respirano sono quelle del folk, del cajun (That's all you got), del blugrass (Warren Hellman's banjo), del country blues (Down the road part II) e del dixieland (Love's gonna blow my way).

Ma al di là dei generi, dentro questo album ci sono Le Canzoni: una manciata di ottime composizioni con qualche picco di meraviglia assoluta, come nel caso di Invisible, uno di quei brani che basterebbe da solo a giustificare l'ascolto di un disco. Anche in questo caso il testo si occupa di derive esistenziali (Everywhere I go / People pass me by / They never know cause I'm invisible / A shadow hangin' low / A footstep just behind / They carry on but I'm invisible ) e lo fa con la cruda poesia e la sensibilità alle quali il Nostro ci ha abituati.

Impossibile infine, ascoltando After Mardi Gras, non andare con la mente all'urgano Katrina e allo straordinario serial Treme (al quale Steve ha partecipato interpretando un busker), o non emozionarsi un pò con il suggestivo epilogo di Remember me.

Steve Earle è un tipo scontroso ma genuino: più giovane di sei anni rispetto a Springsteen, sembra più vecchio del boss perchè non si è fatto il trapianto ai capelli, non se li è tinti, non fa le lampade abbronzanti. "Prendetemi come sono", è il messaggio. E questo vale per lui e per la sua musica. Sarà per questo che, tra alti e bassi, ha sempre il potere salvifico di farmi sentire a casa.

7,5
 

sabato 18 maggio 2013

Chronicles 16

Sottotitolo: catarro. 
Sì perchè non sono ancora guarito (abbiamo svoltato la terza settimana di influenza) e la mia attività principale continua  ad essere quella di starnutire e tossire. 
Ma se devo trovare un lato positivo nel sentirmi quotidianamente svuotato di ogni energia (ma pieno di catarro, appunto) è che ho smesso di essere musicalmente bulimico. In effetti avevo dimenticato che i dischi li recensivo per passione e non per lavoro. Mi ero dato l'impegno di recensire almeno una nuova uscita a settimana, ma così facendo,dopo aver parlato di un lavoro ne perdevo interesse concentrandomi sul successivo, perdendomi il gusto di approfondire gli album, di entrarne bene in sintonia e, se scattava la scintilla, di innamorarmene. 
Nell'ultimo mese invece, come già scritto, il nuovo Big Country mi ha monopolizzato (non fosse altro perchè non avevo la forza di premere il tasto eject del lettore cd) e ora lo stesso mi sta accadendo con The Low Highway di Steve Earle. 
Se ti ci metti, anche in questi periodi di vendite inesistenti e releases a pioggia, escono ancora dischi emozionanti. Basta dargli il tempo di manifestarsi.

venerdì 17 maggio 2013

The bookmark blues, Giuseppe Genna



"Questa democrazia così perfetta fabbrica da sè il suo inconcepibile nemico: il terrorismo. Vuole, essa, infatti, essere giudicata in base ai suoi nemici piuttosto che in base ai suoi risultati. La storia del terrorismo è scritta dallo Stato, cioè dagli Stati; quindi è educativa. Naturalmente le popolazioni spettatrici non possono sapere tutto sul terrorismo, ma possono saperne abbastanza da essere convinte che, rispetto al terrorismo, tutto il resto dovrà sembrare loro abbastanza accettabile, e comunque più razionale e più democratico."

da Le teste (2009)


Colonna sonora: Per le atmosfere cupe, ossessive e delsolanti del romanzo, mi sovviene un Tricky: Makes me wanna die (da Pre Millennium Tension - 1996 - )



mercoledì 15 maggio 2013

Iron Man 3

 



Si scrive "Iron Man 3" ma si legge "Il ritorno di Tony Stark ". 
A sto giro infatti l'uomo dietro alla maschera di ferro ruba la scena al suo spettacolare alter-ego, cimentandosi nell'obiettivo (se dico raggiunto non rovino la sorpresa a nessuno, vero?) di dimostrare che sono sempre l'intelligenza, il coraggio e la bontà di spirito i valori a prevalere, anche in questo mondo  iper-tecnologico e violento.
E chissà perché ho la netta sensazione che a guidare la scelta di dare più spazio a Stark/Downey Jr sia stata più una pretesa contrattuale dello staff dell'attore rispetto alle esigenze di sceneggiatura.
 
Se devo dare un giudizio complessivo sul film, boh, a questo punto non mi sbilancio più di tanto, visto che per i due episodi precedenti ( uno e due )sono stato piuttosto freddo per poi, quasi senza rendermene conto, e a seguito di visioni plurime imposte da mio figlio, rivedere il mio giudizio.
Tanto che ci siamo, tra le note negative aggiungo anche lo spreco di un bravo attore come Guy Pearce (nei panni del villain Aldrich Killian), mentre devo ammettere il colpo di genio assoluto degli autori  nella costruzione del personaggio del Mandarino (interpretato da un grande Ben Kinsley): nei comics dei settanta la peggiore nemesi del vendicatore (per capirci tipo Joker con Batman e Spiderman con Goblin) e qui...beh, in questo caso non voglio rovinare la sorpresa, mi limito a dire che la trovata è allo stesso tempo divertente e corrosiva nei confronti dell'utilizzo che in tempi di guerra buoni e cattivi fanno dei media.
 
Diciamo allora che di primo acchito la pellicola mi è piaciuta notevolmente meno rispetto alle recenti trasposizioni Marvel e anche Stefano è rimasto deluso nel vedere Iron Man molto meno di quanto era lecito aspettarsi (al netto della conclusiva orgia di armature svolazzanti).
Anche il finale è un vorrei (abbandonare il ruolo dell'Uomo di Ferro da parte di Downey Jr) ma non posso (visto la macchina da soldi che rappresenta). Posso azzardare un quarto capitolo con cambio del cast (chi ha detto reboot?) ?
 
Ma soprattutto: Jon Favreau sarà stato estromesso dalla regia perché s'è magnato l'intero stato del Nebraska? Ammazza com'è inquartato!

lunedì 13 maggio 2013

Big Country, The journey


Avendolo già ampiamente fatto in passato (qui tutti i post), vorrei evitare di introdurre il nuovo album dei Big Country soffermandomi a lungo su Stuart Adamson, storico leader della band, e alla sua tragica e prematura fine. La ragione è presto detta e non ha a che vedere con il cinismo: la band che oggi, A.D. 2013, rilascia un nuovo lavoro dal titolo The Journey , a dodici anni di distanza dall'ultima fatica in studio, è, a tutti gli effetti (nei componenti e nella direzione musicale), un altra cosa rispetto a quella che trent'anni orsono pubblicava l'acclamato The crossing. 

Innanzitutto i Big Country odierni sono curiosamente (ma forse neanche tanto) diventati una sorta di all-star band di vecchie glorie del rock delle province dell'impero (britannico) anni ottanta. Sì perchè dietro al microfono si è sistemato lo scapigliatissimo leader degli Alarm Mike Peters, alla chitarra e alla batteria stanno Bruce Watson e Mark Brzezicki, unici superstiti degli originali BC mentre al basso troviamo Derek Forbes, con i Simple Minds degli esordi. Fin troppo semplice, davanti a  credenziali di questo tipo, ipotizzare in anticipo il tipo di sound che la band ha prodotto, registrando il disco nell'isolamento (da telefono e web) di un bunker militare risalente ai tempi della guerra fredda, situato dalle parti di Wrexam, in Galles. Mi riferisco ovviamente al ritorno del cosiddetto scottish - rock (anche se per la verità gli Alarm di Peters erano gallesi),  genere che aveva nelle sue corde elementi quali drammaticità, retorica, orgoglio, tensione, simbiosi con il territorio, enfasi ed anthems. Genere il cui acme durò alla fine poco più di un lustro, per poi dissolversi causa evidente incapacità dei suoi protagonisti di evolversi e/o cambiare marcia.

Ecco, The journey la considero come la rivincita di tutti quegli eroi per un giorno, delle rughe che oggi gli attraversano il viso, delle smorfie di disappunto che gli sfuggono ogni qual volta al pub di fiducia passano le canzoni degli U2, partiti su di un piano simile al loro e oggi mega stars milionarie. 
Ma The Journey, nonostante le premesse, e nonostante arrivi fuori tempo massimo,  riesce comunque a non essere un disco patetico, loffio o disperato. E il merito di questo va attribuito senza dubbio a Mike Peters, autore della maggior parte dei testi della track list, che infonde nel songwriting e nell'interpretazione dei brani l'ispirazione dei tempi migliori, arrivando a canzoni che non avrebbero sfigurato affatto in Declaration, Strenght o Eye of the hurricane, cioè i dischi del periodo migliore degli Alarm.
Essì perchè  questo album, nel complesso, risulta più Alarm oriented rispetto al brand della ragione sociale che sta in copertina. Nonostante l'enfatica opener In a broken promise land provi (anche bene) a raccordarsi con il sound di Adamson infatti, già dalla successiva title-track risulta evidente l'imprinting del nuovo frontman.

"Don't be afraid / to make this journey" canta Peters nella canzone che dà il titolo all'album e non si capisce se si tratti di un incoraggiamento rivolto agli ascoltatori o a questa sua seconda vita artistica. Al netto delle pippe mentali il pezzo risulta comunque molto coinvolgente e centrato a livello di liriche. 
Le tracce che pagano maggiormente tributo allo stile che fu dei Big Country sono invece sostanzialmente due: After the flood e Return, molto suggestive e collocabili se non dentro il periodo d'oro di The crossing o Steeltown, sicuramente in quello di argento/bronzo di The seer e Peace in our time. In altri momenti (nell'intensa Angel and promises e in Another country) emerge nell'impostazione di Mike Peters anche una certa affinità con il cantato di Bono Vox, senza che però l'analogia risulti troppo stucchevole o derivativa.

Ho ascoltato molto The journey in questo periodo, anzi si può dire che io abbia ascoltato solo The journey durante queste ultime due settimane, sentendolo crescere giorno dopo giorno mentre cercavo tra i suoi testi un qualche riferimento alla figura di Adamson. La mia ricerca non è stata nè lunga nè infruttuosa, visto che Peters, nell'epilogo di Angel and promises, sceglie di riprendere Chance (brano presente nel capolavoro The crossing), attraverso i suoi versi più desolanti( "Oh Lord Where did the feeling go? / Oh Lord, i never felt so low"), riuscendo nell'obiettivo di conferire il giusto tributo al vecchio leader della band e toccare il mio vecchio cuore di burro.

In definitiva ritengo The journey un buon (a tratti ottimo) disco: nervoso, tirato, elettrico, molto chitarristico ma capace anche di ariose ballate (la migliore delle quali è certamente Hurt), che mi riconcilia con un sotto-genere non essenziale, ma verso il quale, anche per ragioni anagrafiche, porto il giusto rispetto.  Per questo troverei ingiusto fare paragoni con i già citati masterpiece dei Big Country (The crossing, 1983 e Steeltown, 1984), visto che la band, con Adamson ancora al timone, aveva già da tempo abbandonato certe sonorità allontanandosi, inevitabilmente, dai suoi momenti ispirativi migliori (penso ad esempio agli ultimi lavori tipo Why the long face o Driving to Damascus, rispetto ai quali The journey se la gioca a testa alta).
Quindi sì, per me pollice in alto. 



Don't be afraid to make this journey.

7,5



venerdì 10 maggio 2013

80 minuti di The National

Approfitto dell'imminente,attesissima, uscita del nuovo Trouble will find me, per riepilogare l'opera dei The National, band dal seguito sempre più crescente tra gli appassionati di rock indie e decadente. Attivo da una dozzina di anni, il combo capitanato dal cantante Matt Berninger ha fin qui rilasciato cinque album e due EP. La selezione che segue è molto focalizzata sugli ultimi lavori, a detta di molti quelli che meglio manifestano la crescita della band.

1. Fake empire
2. Anyone's ghost
3. Mistaken for strangers
4. Slow show
5. Bloodbuzz Ohio
6. Son
7. Terrible love
8. Afraid of everyone
9. Squalor Victoria
10. Baby, we'll be fine
11. Abel
12. Sorrow
13. Mr.November
14. Start a war
15. Murder me Rachael
16. England
17. Apartment story
18. The mansion on the hill (Springsteen)





mercoledì 8 maggio 2013

Breaking Bad, season 4


Ripensando agli inizi di Breaking Bad, mi rendo conto di come la serie abbia progressivamente svoltato verso il genere crime story, allontanandosi, anche se non completamente, da quelle atmosfere che richiamavano i primi lavori dei Cohen per come sapevano coniugare tragedia e commedia, dramma e humor nerissimo. La cosa non ha tolto qualità a quello che rimane comunque un ottimo prodotto, diretto magistralmente, recitato altrettanto bene e sempre capace di colpi di scena, ma ecco, probabilmente ha finito per sotttrargli un pò di originalità.

La stagione quattro (13 episodi) è focalizzata sul contraddittorio rapporto tra Walt e Jesse. Il primo, pur essendo il protagonista della serie, non viene dipinto come una persona particolarmente amabile o virtuosa. Al contrario, ha dei tratti caratteriali poco socievoli, è burbero, a volte arrogante e collerico. Ma non lascerebbe mai il suo socio Pinkman nei guai. Proprio a causa di questo e degli accadimenti narrati nella stagione precedente, i rapporti con il boss della droga Gus Fring si sono deteriorati al punto che Walt viene estromesso dalla produzione di metanfetamine e comincia a temere per la propria vita e per quella dei suoi cari. 
Contestualmente Gus comincia a coinvolgere sempre più Jesse nelle sue azioni, allo scopo di farlo sentire parte della "famiglia" ed allontanarlo dall'influenza di White. 
Ma, come dicevamo, Walter White è diventato con tempo una persona diversa da quella che nella prima stagione ha impiegato giorni per decidere di eliminare un delinquente segregato in cantina (rivelatosi poi infiltrato della polizia)  che avrebbe potuto denunciarlo. Oggi è privo di scrupoli, lo già ha dimostrato quando ha assistito senza intervenire alla morte per soffocamento da vomito della tossica ragazza di Jesse e lo dimostra in maniera ancora più spietata adesso, con il finale di stagione che evita il cliffhanger ma che è nero come la pece.

Lasciatemi infine celebrare la grande prova attoriale di Giancarlo Esposito che ha basato la sua interpretazione del boss della droga Gustavo Fring tutta sul linguaggio del corpo (postura e espressioni facciali) passando con naturalezza dal ruolo di imprenditore cordiale e amico della comunità a quello di spietato capo del cartello. La sua ultima inquadratura è da standing ovation.

Mi aspetta la prima parte della quinta, in attesa di vivere in diretta la conclusione della saga prevista per questa estate.




lunedì 6 maggio 2013

Chronicles 15

Negli ultimi tempi avevo cercato di non far passare più di un giorno senza postare qualcosa sul blog. D'altro canto non aggiornare il mio diario in rete non è stata l'unica cosa che mi sono astenuto dal fare, visto che l'attività che mi ha tenuto costantemente impegnato in questi giorni è stata quella di soffiarmi il naso la media di centinaia di volte all'ora, con il dubbio che ad ogni soffiata ad un certo punto mi uscisse anche un pò di materia cerebrale, vista la costante sensazione di rintontimento alla testa. Sono stato dunque portato a mantenere le funzioni vitali alla modalità di sopravvivenza minima. Niente letture, niente internet, niente televisione ne musica. Sono stato eroico ed ho accompagnato Stefano in piscina e a vedere Iron Man 3, rompendo probabilmente le balle a tutti i presenti con i miei colpi di tosse e la trombetta del mio naso. 
Per il resto ho sudato tanto pur rimanendo quasi sempre fermo e spesso in posizione supina sul divano. 
Mi sono lavato poco, ho azzerato i contatti umani, sono stato più insofferente del solito. 
Che quando io sto male sono uno strazio insopportabile e la faccio pesare a tutti. 
Ma poi perchè ne parlo al passato, mica sono guarito ancora, neh.

giovedì 2 maggio 2013

Un poliziotto da happy hour


Scusate l'ovvietà, ma non posso aprire questo post senza lanciarmi, tipo pitbull, alla giugulare delle maestose menti che si occupano della traduzione dei titoli dei film in italiano. Il sobrio The guard nelle loro mani si è infatti tramutato nel parodistico Un poliziotto da happy hour, ma che c'azzecca? Perchè dare un messaggio fuorviante sul contenuto del film? Che forse gli spettatori certi di vedere una roba tipo Scary Movie escono più felici dal cinema se li hai perculati?
Certo, The guard non è un drammone, gioca con la commedia e il poliziesco alla Arma Letale o Bad Boys, con la differenza che in questo caso il tutto è frullato con l'humor, la rassegnazione e la flemma degli irlandesi. Anzi degli irlandesi dell'ovest, che mica è la stessa cosa degli altri.
Il film è infatti ambientato nel Connemara,dove, tra panorami mozzafiato e poliziotti corrotti si aggira il tenente Gerry Boyle: sui cinquant'anni, scapolo, sovrappeso e un distacco tipo il commissario Winchester dei Simpson. Che tipo sia Boyle lo capiamo dalle prime inquadrature, quando giunge sul luogo di un incidente d'auto causato dalla guida in stato di alterazione da sostanze stupefacenti, e la prima cosa che fa, invece di chiamare il 118 è frugare nelle tasche dei cadaveri dei giovinastri alla ricerca di pillole, per calarsene un paio con indifferenza mentre ammira l'alba. Altro suo hobby è quello di frequentare prostitute attraverso un'agenzia di Dublino. Tanto cosa può succedere di così grave a Galway, giusto? Sbagliato perchè è proprio lì che converge l'agente FBI Wendell Everett (un Don Cheadle in licenza dal socio di Iron Man, War Machine) sulle tracce di un trittico di pericolosissimi e, aggiungo io, letterari trafficanti di droga.

Il film non sarebbe niente di che, se la produzione irlandese non riuscisse a cogliere bene, grazie anche allo splendido contesto naturale, lo stato di distacco dal resto del mondo che si vive da quelle parti, l'orgogliosa diversità dalle province britanniche e la splendida, ottusa diffidenza nei confronti degli stranieri, ai quali magari si parla in gaelico se non li si vuole tra i piedi.
Brendan Gleeson, caratterista molto noto, spesso a suo agio in ruoli in costume (era anche nella saga di Harry Potter) è perfetto per la bucolica parte del poliziotto Doyle. Altro viso noto è quello di Fionnula Flanagan, qui nel ruolo della madre di Gerry, con la quale il protagonista ha un rapporto estremamente franco e ... paritario. 
In sintesi pellicola divertente, tra suggestioni, freddure e quel pò di azione che non guasta mai.E poi l'ho già detto che è irlandese?

martedì 30 aprile 2013

MFT, aprile 2013

ASCOLTI

Giusto due righe di accompagnamento alla consueta lista di preferenze mensili, perché questa influenza primaverile che mi attanaglia si è rivelata più subdola del previsto e di concentrarmi più del minimo sindacale proprio non me lo consente.
Dunque, aprile è stato un mese fertile di uscite molto attese, come avevo anticipato nell'ultimo MFT. Le trovate tutte in elenco, aggiungo solo che, al momento, tra Ghost, Big Country, Steve Earle e Volbeat, la palma del più ascoltato va alla band danese.


Ministri, Per un passato migliore
The Black Angels, Indigo meadow
David Bowie, The next day
Suicidal Tendencies, 13
Justin Timberlake, The 20/20 experience
Opeth, Blackwater park
Steve Earle, The low highway
Big Country, The journey
Ghost, Infestissumam
Volbeat, Outlaw gentlemen & shady ladies
Orchid, The mouths of madness
Iggy and the Stooges, Ready to die
Kvelertak, Meir
Metallica, St Anger
Five Finger Death Punch, American capitalist


VISIONI
 
Terminato non senza sbadigli The Walking Dead, sono immerso nella gratificante visione di Games of Thrones. La terza stagione (giunta al quinto episodio) è partita col botto. Al momento di scrivere sono anche alla final season della quarta di Breaking Bad.
 
LETTURE
 
Terminato con soddisfazione Le Teste di Giuseppe Genna, mi sto dedicando alla biografia di Lemmy Kilmister dei Motorhead: La sottile linea bianca.


sabato 27 aprile 2013

Chronicles 14

Le montagne russe climatiche di questi giorni, con la loro escursione termica a botte di quindici gradi, mi hanno provocato un raffreddore stagionale di quelli che durante la notte microscopici muratori bregamaschi ti  sigillano il naso con un muro di cemento armato. 
Ho un tale mal di testa che mi dà noia anche il planare di una piuma e parlo come la caricatura di quelli con il raffreddore nei cartoni animati. 
Mentre scrivo codesto bacilloso post guardo l'albero fuori dalla finestra della cucina piegarsi sotto gli schiaffi del vento e la pioggia cadere orizzontale. 
Contestualmente Stefano chiede di andare in piscina e mi aspetta il turno bimestrale di pulizia delle scale condominiali.
Chiedo asilo.

giovedì 25 aprile 2013

Tradimento

Dopo averlo negato perentoriamente (com'è che era? Ah sì: - non faremo mai un governo con Brunetta e Gasparri!-) il PD,guidato dall'ambiziosissimo Letta jr, si appresta a formare una coalizione "di larghe intese" insieme a Berlusconi (Be-rlu-sco-ni!). 
Ho scorso la lista del cosiddetto totoministri e mi ha assalito una tristezza abissale, indicibile. Sacconi, Gelmini, Romani, Lupi.Brunetta.
Altro che 25 aprile.
Tutto è perduto.

mercoledì 24 aprile 2013

Metallica, Some kind of monster (dvd)



Appena entrati negli anni zero i Metallica attraversarono quella che probabilmente può oggi essere definita come la loro crisi più nera. Una crisi che li portò ad un passo dallo scioglimento e che è deflagrata con l'addio alla band del bassista Jason Newsted, con il gruppo dal 1986, dopo la morte del compianto Cliff Burton.
Il  lacerato rapporto tra i due leader del combo, il chitarrista/cantante James Hetfield e il batterista Lars Ulrich, è alla base delle difficoltà a portare avanti il progetto Metallica. Questa incomunicabilità, e la tensione strisciante tra i due, porta il loro management ad organizzare un ciclo di sedute con  Phil Towle, un "Performance Enhancement Coach" specializzato nelle terapie di gruppo di note squadre di football americano o, appunto, di bands in crisi (c'è poco da sorridere, si parla di onorari da $ 40.000 al mese).

Il management, partendo dall'idea iniziale di realizzare un docu-rock sui lavori di realizzazione del nuovo album  dei Tallica, propone a James, Lars, Kirk e al produttore Bob Rock di riprendere anche le sedute motivazionali con Towle, e così prende vita il progetto definitivo di Some kind of monster.

All'inizio vediamo la band, con Bob Rock al basso, all'interno di una ex base militare abbandonata (Il Presidio) dalle parti San Francisco. E' qui che si sviluppano le incomprensioni e le liti più furibonde tra Hetfield e Ulrich, al punto che il chitarrista/cantante ad un certo punto sbatte la porta e se ne va, lasciando gli altri nell'ansia e nell'incertezza, visto che, anche a causa di gravi dipendenze da alcol e droghe, egli sparirà per molti mesi per ricoverarsi in un rehab, tagliando i contatti con la sua famiglia musicale. A quel punto il resto del gruppo abbandona Il Presidio per non farci più ritorno.
Hetfield, al suo rientro, pur apparendo ripulito e rilassato, impone una regola assurda agli altri: essendo lui costretto dai terapisti del centro di recupero a lavorare (e quindi suonare/comporre) entro il limite di tempo di quattro ore (dalle 12:00 alle 16:00), anche gli altri dovranno assecondare questo vincolo, astenendosi anche solo dal riascoltare il materiale registrato, in assenza di James. Ovviamente questa imposizione non farà che riaccendere la miccia delle tensioni, arrivando quasi a vanificare ogni tentativo (di manager, label e coach) di arrivare ad un compromesso per ultimare l'album e salvare la band.
La via d'uscita è rappresentata dalla salvifica individuazione di un bandolo della complessa matassa (ore e ore di registrazione) dei lavori in studio del gruppo. Quello che diventerà St. Anger (anche in questo caso cantante e batterista non sono d'accordo sul nome da dare al disco, con il secondo a preferire come titolo Frantic) gradualmente comincia  a soddisfare il gruppo, che incanala quindi la propria rabbia contro Phil, al quale viene dato un brusco benservito.

La prima considerazione che muovo in merito al documentario è che Hetfield e Ulrich non ci fanno una gran figura, presi come sono dal loro smisurato ego, da una competizione continua e dal pesare ogni singola parola nei pochi dialoghi che intrattengono. Il terzo membro storico, Kirk Hammett, è decisamente posto su un piano inferiore, a fare da classica anfora di cristallo stritolata tra quelle di acciaio.
La seconda considerazione è che Some kind of monster spazza via violentemente ogni visione ingenua e fanciullesca del carrozzone del rock and roll che molti fans (ed io tra loro) si immaginano. I Metallica (come altri al loro livello, suppongo) non sono (più) una band, ma a tutti gli effetti un azienda, che dà lavoro e salario ad un'infinità di persone e che è strutturata come un consiglio d'amministrazione (con tanto di peso diverso nelle decisioni da assumere a secondo della carica ricoperta).
La terza è che, nonostante la durata del film (due ore e venti che, sommate alle scene tagliate sul secondo disco, arrivano ad accarezzare le tre) e il contesto un pò peso e privo di ironia, questo è un documento decisamente interessante. Il processo di creazione dei pezzi è avvincente e in alcune scene sembra di intravvedere di nuovo la scintilla negli occhi dei four (three) horsemen prendere il posto dello sguardo da milionario incazzato,scazzato ed arrogante. Succede ad esempio durante le audizioni per il nuovo bassista, vinte a mani basse da Rober Trujillo (Suicidal Tendencies; Ozzy Osbourne), animelesco bass player con uno stile molto particolare, che incanta tutti per la velocità e la precisione dell'esecuzioni di Battery.
Si sorride anche per la figura da signorina di Dave Mustaine (uno che di norma ha la fama di tipo aggressivo) che nonostante i quindici milioni di dischi venduti coi suoi Megadeth, ancora piagnucola per quanto ha sofferto a causa del suo allontanamento dalla band in nuce, nel 1983.
Volendo trovare una quarta considerazione, m'è tornata la voglia di ascoltare St Anger, un disco che all'epoca dell'uscita trattai con molta sufficienza.

Titolo da recuperare insomma, e non necessariamente solo dai fans dei Metallica.

lunedì 22 aprile 2013

David Bowie, The next day





"Here i am, not quiet dying" (The next day)

L'uscita del nuovo disco di David Bowie si porta dietro due ricorrenze. Una marginale e l'altra significativa. La prima riguarda me, non un grande fan del Duca Bianco, che torno ad ascoltare per intero un suo disco di inediti dal concept che vedeva protagonista il detective Nathan Adler in Outside del 1998. L'altra, storica, concerne proprio il ritorno del sessantaseienne artista inglese a dieci anni di distanza da Reality.

The next day è frutto del lavoro di due anni, svolto pare in gran segreto, con il produttore Tom Visconti. Where are we now, il brano che ne ha anticipato l'uscita è stato diffuso senza preavviso (rinunciando dunque ad ogni marketing commerciale), accompagnato da un video che più lo-fi non si poteva e la copertina dell'album, infine, è la medesima di Heroes, con la bizzarra trovata di coprire il viso di Bowie con una patch bianca e di cancellare il titolo del disco del 1977, lasciandolo comunque ben visibile sotto la riga nera.

E' difficile capire le motivazioni di scelte così anomale e di basso profilo per un artista che, da sempre, ha giocato con i media attraverso le variazioni spiazzanti del look e degli aspetti visivi della sua arte. Ma, come si dice (o perlomeno lo dico io) quello che conta alla fine è solo la musica, e io trovo che dentro questo disco ce ne sia di grandiosa, a partire dalla title-track posta in apertura (e dalla quale ho estratto un significativo e forse autobiografico verso in premessa del post) : un testo amaro sopra un ritmo che riconduce inconfondibilmente alle cose migliori di Bowie, ed un refrain, superfluo sottolinearlo,trascinante. 
Ma è tutta la prima parte del disco (direi fino alla traccia numero sei, Valentine's day) a convincere appieno, con una suadente Dirty boys incorniciata dall'affascinate e costante lavoro del trombone, una già classica The stars (are out tonight), alle malinconiche Love is lost e, soprattutto, Where are we now. Anche nei pezzi successivi non si registrano ad ogni modo grosse flessioni, grazie all'ispirazione che continua a supportare David ne I'd rather be high, Boss of me e la quasi citazione ad Hank Williams sr di You feel so lonely you could die.
Il grande momento creativo del ritrovato Bowie è sottolineato anche dal gran numero di tracce presenti nel disco: quattordici nell'edizione normale più ulteriori quattro in quella deluxe. Se fossimo in un mercato discografico d'altri tempi, questa sarebbe un'opera capace di produrre non meno di cinque singoli d'alta classifica.

Il tutto per dire che a mio avviso The next day, oltre a celebrare degnamente il comeback di uno degli artisti musicali più influenti di sempre,  si guadagna sul campo, senza privilegi acquisiti, stima e apprezzamento, al punto di candidarsi autorevolmente per la decina dei migliori del 2013.

7,5

domenica 21 aprile 2013

Black Sabbath 2013

"13", il primo album dei Black Sabbath con Osbourne (ma senza Bill Ward) uscirà tra poco più di un mese. Sarà il primo disco in studio di quella formazione dal 1978, anche se Ozzy, Iommi e Butler avevano inciso due pezzi inediti già nel 1998, includendoli come bonus tracks sul live Reunion. 
God is dead? anticipa l'attesissima release ed è un pezzone da nove minuti, manco a dirlo, nel classico stile della band di Master of reality...


sabato 20 aprile 2013

Giorgio

Per buona parte della mia vita ho avuto la fortuna di potermi tenere lontano dai funerali. I lutti principali della mia famiglia sono infatti avvenuti quando ero piccolo e fino ai trent'anni non se n'è mai verificato uno che richiedesse la mia presenza. Negli ultimi dieci anni invece il numero di funzioni funebri alle quali ho presenziato si è moltiplicato anche per doveri "istituzionali": ho infatti assistito di sovente alle cerimonie d'addio di dipendenti o dei loro parenti come attività collaterale al mio mestiere di sindacalista.
Quella di mercoledì scorso è stata però la prima volta in cui ho assistito ad un funerale celebrato attraverso il rito ebraico. 
A lasciare i propri cari era stato infatti il papà di un caro amico la cui famiglia professa quella fede.
Abituato alle cerimonie cattoliche che, partendo da una durata minima di tre quarti d'ora ho visto protrarsi anche fino all'insostenibile orizzonte temporale dell'ora e mezza, sovente accompagnata da malori e svenimenti, in questo caso ho invece assistito ad una cerimonia semplice, intima e toccante, celebrata al cimitero ebraico dietro il Maggiore a Milano.

I presenti si sono raccolti in una sala spoglia al cui centro è stata posta la bara del caro estinto, attorno alla quale ci siamo disposti in piedi. Il rabbino ha cantato pochi versi in ebraico, lasciando poi la parola alla persona deputata a leggere l'elegia funebre. Il rabbino ha poi formulato l'ultimo, breve saluto, prima di accompagnare la salma al cimitero. 
Non conosco approfonditamente la religione ebraica e non sono cattolico. Voglio tenermi opportunamente alla larga da qualunque comparazione delle due fedi, chè non è mia intenzione offendere, nemmeno involontariamente, i credenti di una o dell'altra. 
Ho solo riflettuto sul fatto che la compostezza e la dignità alla quale ho assistito mi hanno comunicato a livello empatico il dolore dei familiari e degli amici come raramente mi era accaduto in passato. 
Ed è tutto.

venerdì 19 aprile 2013

Lucy

Stefano sta attraversando una bella fase, contraddistinta da grande curiosità, diciamo, intellettuale. Nel senso che mi rivolge spesso domande su argomenti a lui estranei e, cosa più importante e assolutamente non scontata, sta ad ascoltare con interesse le risposte/spiegazioni che tento di fornirgli.
Dopo l'ultima  uscita sulla politica, l'altra sera, prima di addormentarsi, mi ha chiesto se conoscevo i Beatles.
I lettori del blog capiranno da sè che parlare di musica con mio figlio, per di più su sua iniziativa, mi dà un'eccitazione pari a quella che coglie la Bocassini quando riesce a mettere Berlusconi dentro un'aula di tribunale.
Quindi, in modalità gaudente gli ho risposto - Ma certo che li conosco.
A quel punto lui mi fa: - conosci una canzone che s'intitola Lucy in the sky?
Gli rispondo di sì, ma comincio ad essere inquieto. Perchè proprio Lucy in the sky with diamonds?
E lui: - sai anche il segreto di quella canzone?
A quel punto, estremamente preoccupato, gli dico - oddìo, io conosco un segreto di quel brano. Qual è il tuo?
Lui, entusiasta di aver catturato la mia completa attenzione, con fare cospiratore, mi rivela che a scuola stanno studiando la preistoria, e gli hanno raccontato di alcuni scavi archeologici avvenuti in Etiopia, dove gli studiosi hanno rinvenuto i resti di un essere primitivo (australopiteco) che, data la conformazione ossea e l'altezza, apparteneva probabilmente ad una donna. Siccome al momento del ritrovamento gli scienziati stavano ascoltando proprio Lucy in the sky with diamonds dei Beatles, hanno deciso di dare allo scheletro il nome di quel pezzo.

- E tu papà quale significato della canzone conoscevi?
- Lo stesso Stefano, lo stesso...


mercoledì 17 aprile 2013

Posti in piedi in paradiso

Locandina Posti in piedi in paradiso

Siccome al di fuori dai circuiti nazionalpopolari, dove gli portano l'acqua con le orecchie, Carlo Verdone è considerato da tempo bollito, è opprtuna una premessa. A me l'attore/regista romano piace. Di lui in particolare apprezzo una manciata di film girati e interpretati nel decennio che va dalla fine degli ottanta alla seconda metà dei novanta (Io e mia sorella; Compagni di scuola; Maledetto il giorno che t'ho incontrato; in parte anche Al lupo al lupo e Perdiamoci di vista) e in particolare considero Sono pazzo di Iris Blond un bell'esempio di contaminazione tra commedia all'italiana, cinema europeo e film a tema musicale. E quella per le sette note è una passione che Verdone (ex-batterista) ha progressivamente svelato, rivelando il suo amore verso il blues (di recente per Repubblica ha intervistato Joe Bonamassa), per nomi noti come Jimi Hendrix e artisti di culto come Scott Walker. Questi temi, ben sviscerati in passato nei titoli che ho citato e in altre pellicole, vengono in parte riproposti, almeno per la storyline che riguarda proprio Carlo (l'ex agente discografico caduto in disgrazia Ulisse Diamanti) in Posti in piedi in paradiso, l'ultima sua opera uscita nel 2012 che si avvale di un cast di nomi importanti, quali Pierfranceso Favino, Marco Giallini e Micaela Ramazzotti.

Il film, al quale mi sono avvicinato con la curiosità dei bei tempi, condizionato probabilmente anche dalla buona stampa che ne ha accompagnato l'uscita nelle sale, gira intorno ad uno spunto interessante (la convivenza forzata tra tre adulti caratterialmente diversi, accomunati dalle sconfitte della vita e dall'essere squattrinati), ma si perde in una sceneggiatura esilissima, accadimenti sconclusionati, dialoghi imbarazzanti e characters (sopratutto quelli della Ramazotti e di Giallini) esageratamente folkloristici. La credibilità del Verdone negoziante di dischi è talmente scarsa da metterti nelle condizioni di ricorrere ad una rilettura d'urgenza  di Alta Fedeltà ( o in alternativa del film con Cusack) o de Il 33° giro:gloria e resistenza dei negozi di dischi (di Jones Graham) o, per restare dalle nostre parti, de L'ultimo disco dei Mohicani di Maurizio Blatto.
Spiace per Verdone e per i bravi attori del cast principale insomma, ma il film non trova mai l'equilibrio cercato tra commedia e introspezione. Come detto, non sono prevenuto, ma insomma questo è un film inconcludente e irrisolto.


lunedì 15 aprile 2013

Hatebreed, The divinity of purpose (2013)

File:The Divinity of Purpose.jpg

Gli Hatebreed, hardcore band del Connecticut, arriva al settimo album in tre lustri di carriera cercando di tornare al sound più cattivo, e appunto hardcore, che aveva visto il combo mietere consensi unanimi nel 2002 con l'acclamato Perseverance. Lo fa lasciandosi alle spalle l'ammorbidimento dei suoni legato  all'ultima release (omonima, ne avevo brevemente parlato qui) del 2009 nella quale il gruppo capitanato dal singer James Jasta aveva tentato di riconciliarsi con le radici dell'heavy metal classico.

L'obiettivo di tornare a raccordarsi con i fan della prima ora dovrebbe essere oggi raggiunto, grazie ad un lavoro brutale quanto basta, che permette cioè anche ad un ascoltatore onnivoro come me di distinguere una canzone dall'altra ed identificarne melodia, strofa e refrain (quando c'è). The divinity of purpose si muove ovviamente non solo nel solco storico degli Hatebreed, ma anche in quello dei più noti precursori del genere hardcore/metalcore/thrash metal: Black Flag, Pantera e Sepultura.
Il disco si apre con Put it to the torch, uno dei pezzi più convincenti del lotto (scelto anche per veicolare l'opera come singolo e video ) che chiarisce subito le idee di Jasta e soci: pestare ottusamente duro sugli strumenti e urlare nel microfono fino a fonderlo. E cosi via a rotta di collo fino all'ingannevole rallentamento in stile crossover dell'ottima title track in odore di Suicidal Tendencies (a proposito, sono tornati anche loro! Spero di avere tempo di recensirli prima o dopo), incastrata in una lodevole tripletta aperta da Dead man breathing e Nothing scares me.

Insomma, gli Hatebreed non brilleranno per l'originalità della loro proposta musicale ma la lealtà verso un genere ormai storico come l'hardcore metal, è indiscussa. 
Sapete cosa aspettarvi dunque, sta a voi decidere se vi interessa.

7/10


sabato 13 aprile 2013

Chronicles 13

Alle ultime elezioni, per ammazzare il tempo della fila al seggio, con Stefano ci siamo dilettati ad osservare tutti i simboli dei partiti affissi ai muri. Abbiamo giocato a scegliere il nostro preferito (quello di mio figlio era ovviamente il partito dei pirati, il mio non lo ricordo) e alla fine lui mi ha chiesto per quale avrei votato, gliel'ho detto ed è finita lì.
L'altra sera a cena, del tutto inaspettatamente, Stefano mi ha chiesto a bruciapelo se, letteralmente, avevo vinto le elezioni. La cosa mi ha preso alla sprovvista e, in considerazione dell'empasse del governo, dopo qualche balbettio me la sono cavata dicendogli che i tre partiti più grandi avevano sostanzialmente pareggiato.
Ah! Fa lui. Perchè me lo chiedi? Faccio io. Mah, niente. Risponde. Io tenevo per Grillo. Mi dice.
Per Grillo? E per quale ragione? Perchè l'ho visto al telegiornale, continua ad urlare e dire parolacce. E' un vero psicopatico! 
Merda, nuovi elettori crescono.

venerdì 12 aprile 2013

Una proposta che non si può rifiutare


Ultimamente non sto seguendo molto i media dell'informazione, per cui non so bene quale possa essere stato il risalto dato a questa notizia. D'altro canto anch'io l'avevo archiviata da tempo nelle bozze dei post, in attesa di avere lo stimolo giusto per scriverne.
Il fatto è questo: in una fonderia alle porte di Venezia, meno di duecento lavoratori e quasi mezzo secolo di storia, si arriva in maniera tormentata al rinnovo del contratto integrativo (l'insieme di norme che si vanno ad aggiungersi al trattamento minimo rappresentato dal contratto nazionale di categoria), in quanto il percorso che ha portato a questo tavolo negoziale ha visto la cancellazione arbitraria di quarant'anni di contrattazione aziendale.
Il nuovo integrativo fa dunque tabula rasa di tutto lo storico degli accordi di fabbrica. La Fim (la Cisl dei metalmeccanici) accetta di sedersi al tavolo, la Fiom (Cgil) no.

Fin qui niente di nuovo, perché di queste divisioni sindacali, soprattutto nel comparto metalmeccanici, è piena la storia recente (e non) del settore, a partire da Fiat e Fabbrica Italia. Non entro nel merito di queste scelte di posizionamento, e nemmeno mi schiero a prescindere, per mere logiche di appartenenza, con la Fiom. 
Il punto è un altro. Quando la Cisl e la proprietà arrivano ad un accordo, il sindacato di Bonanni decide di compiere una scelta, questa sì, di rottura storica. Decide cioè che l'intesa raggiunta sarà applicata solo ed esclusivamente ai propri iscritti (la fabbrica conta un centinaio di associati al sindacato, quasi equamente divisi tra Fim e Fiom) o, in subordine, anche ai non iscritti, a patto però che versino al sindacato l'equivalente di un anno di trattenute sindacali.

Potete leggere qui maggiori dettagli della vicenda, che aggiunge un nuovo tassello alla frantumazione della rappresentanza sindacale e del valore giuridico dell'erga omnes. So bene che lo statuto della Cisl, a differenza di quello della Cgil ha esclusivo valore di rappresentatività degli iscritti, e non necessariamente di rappresentanza dell'insieme dei lavoratori, ma nonostante ciò quello di Venezia mi sembra un precedente grave e pericoloso (sarò paranoico, ma mi vedo già Marchionne che ce stà a pensà), in quanto non solo agisce su motivazioni e impulsi esplicitamente di rivalsa nei confronti dell'opposizione sindacale di fabbrica, ma che tende ad imporre l'adesione coercitiva ad uno specifico sindacato anche a quanti sceglievano di non averne alcuno.
E' chiaro infatti che, se per avere la miseria di un aumento devo versare l'equivalente della quota annuale di adesione alla Fim, beh, a quel punto mi iscrivo e la faccio finita, che magari pago meno anche la compilazione del 730. 
Il tutto mentre, al solito, ci si riempie la bocca di crisi, di statistiche dell'occupazione catastrofiche, di perdita del potere d'acquisto e di impossibilità di arrivare alla famigerata quarta settimana. Complimenti per la coerenza.

mercoledì 10 aprile 2013

Way down in the hole, The Wire season 3

Ad un anno esatto dalla conclusione della season 2, ho affrontato la terza parte della saga The Wire e, come ampiamente prevedibile, è bastato poco per cascare di nuovo nella magnifica tela poliziesca creata da David Simon.
La storia riprende il filo narrativo del racket degli stupefacenti  oggetto della prima stagione, giacchè la seconda aveva spostato l'attenzione ai malaffari del porto mantenendo il tema dello spaccio di droga alle case popolari come costante sottotrama. Tornano quindi i mitologici criminali Russel "Stringer" Bell e Avon Barksdale con tutta la loro crew a seguito. Tra le new entry facciamo invece la conoscenza di Dennis " Cutty" Wise (interpretato da Chad Coleman, visto di recente in The Walking Dead), tormentato galeotto con un passato da pugile che durante la detenzione entra in contatto con Barskdale; l'ambizioso consigliere comunale Thomas J. Carcetti (l'irlandese Aidan Gillen, il viscido Lord Baelish di Games of Thrones) e approfondiamo quella del maggiore Howard Colvin (Robert Wisdom), che recita un ruolo centrale rispetto agli sviluppi della trama, che si svolge nel suo distretto, l'ovest.

La storia si svolge a cinque anni di distanza dalla conclusione della prima stagione: Avon Barksdale sta per uscire di prigione per buona condotta e a seguito degli eventi narrati nella due mentre Stringer sta diversificando le sue attività, allontanandosi sempre di più dagli atti illeciti per reinventarsi come palazzinaro. Le case popolari denominate le torri, base logistica dell'organizzazione, sono state abbattute per fare spazio al nuovo, elegante, sviluppo urbanistico di Baltimora. 

Il ritorno in libertà (vigilata) di Avon, che rivendica la sua natura di gangster ripudiando l'evoluzione a business man, provocherà una spietata guerra di territorio e metterà in crisi i progetti dell'amico fraterno, nonchè socio, Bell.
Per quanto concerne "i buoni", il detective Jimmy McNulty stronzeggia più che mai esclusivamente concentrato sull'obiettivo di chiudere il cerchio attorno a Barksdale, scontrandosi per questo con capi e colleghi (ad eccezione di Kima, con la quale evidenzia un'affinità caratteriale) che spostano inizialmente la propria attenzione su altri soggetti.
Altro aspetto importante è quello dedicato ai sordidi retroscena della politica municipale di Baltimora, nei quali sindaco, consiglieri e alti papaveri delle istituzioni vengono dipinti come squallidi figuri impegnati esclusivamente nell'attività di scaricabarile delle responsabilità/acquisizione meriti e del consolidamento delle rispettive carriere/posizioni di potere.

Il ritmo, come consuetudine, è lento, dilatato, dai fitti dialoghi non mancano mai aforismi spiccioli e humor dissacrante. Gli autori gestiscono con parsimonia la figura di Omar Little (Michael K. Williams) l'unica molto letteraria (alla Stagger Lee, per intenderci) e decisamente fuori dal tono realistico di The Wire (a questo proposito segnalo l'incipit e la conclusione quasi da western movie dell'episodio 11). Il livello qualitativo è sempre ai vertici massimi del genere, anche se forse si attesta qualcosa sotto la stagione due, che, a mio avviso, beneficiava di splendidi co-protagonisti (la gente del porto).

Way down in the hole, il pezzo degli open title originariamente composto da Tom Waits, dopo che nella prima stagione era stato interpretato dai Blind Boys Of Alabama e nella seconda dallo stesso Waits, è qui proposto dai Neville Brothers. 
Restando alle commistioni musicali, segnalo il mancato ricorso (nel ruolo di un ex-tossico) ai camei di Steve Earle, ma, in compenso, la comparsata di Clarence Clemons, compianto uomo simbolo della E Street Band di Springsteen.

Se amate il poliziesco e non l'avete mai visto, siete da ricovero.




lunedì 8 aprile 2013

I migliori della vita: Billy Joel, Greatest Hits I & II

Dopo averlo minacciato varie volte, riprendo questa rubrichetta a quasi due anni di distanza dall'ultimo post.    E lo faccio con una raccolta, consapevole del fatto che sono in molti a non apprezzare questo tipo di operazioni discografiche, ritenendole esclusivamente commerciali. Io la penso diversamente. A me, nel caso non si fosse capito, le antologie sono sempre piaciute e poi questa è stata proprio essenziale, basilare, propedeutica, (nel bene e nel male) alla mia educazione musicale. 

Correva l'anno 1985. In quel periodo mi attaccavo come una cozza allo scoglio ad ogni persona in grado di allargare la mia neonata, ma già vorace passione per il pop-rock. In quel periodo non ero esattamente pieno di amici, per i pochi che bazzicavo  la musica non aveva il peso che ormai gli avevo attribuito io e comunque quella che ascoltavano  non riusciva a saziare la mia curiosità di roba nuova ed eccitante. Colui che da lì a poco sarebbe diventato mio cognato invece qualche dritta provava a darmela, ad esempio con questo doppio album (da lui rigorosamente registrato su C90, per evitare l'usura del vinile) di un tizio con gli occhi sporgenti e i capelli arruffati che si chiamava Billy Joel. Ricordo di avergli chiesto (a mio cognato ovviamente, non a Mr. Joel) che tipo di musica facesse e che l'imprecisa risposta fu chiosata da un "vabbeh, fai prima ad ascoltarlo".

Normalmente a sedici anni si è fisiologicamente orientati ad una musica di rottura verso gli adulti, io invece, già allora, mi appassionai ad un'artista che, se fossero stati madrelingua inglese, sarebbe di certo piaciuto anche ai miei. Sì perchè Billy Joel aveva questa straordinaria capacità di assimilare in salsa popolare ingredienti soul, rock, cantautorali, jazzy, errebì. Di questo Greatest hits, all'inizio mi colpirono i pezzi più grandiosamente radiofonici come Just the way you are; My life; Big Shot; Honesty; It's still rock and roll to me e Uptown girl,  ma poi, in secondo momento, furono quelli meno immediati ad emergere, scolpendosi indelebilmente nel mio immaginario. Piano man, la canzone-manifesto dei primi anni di carriera. Poi The stranger, New York state of mind, la zuccherosa ballata She's always a woman, la pomposa Goodnight Saigon.
Con l'avvento del Compact Disc l'album è stato ovviamente rieditato con l'aggiunta di altri pezzi (e che pezzi: Scenes from an italian restaurant; Captain Jack; The entertainer; She's got a way), guadagnandosi così un altro lungo giro sulla giostra dei miei ricordi.
 
Ma la raccolta è una fotografia importante anche dal punto di vista storico per la carriera dell'artista newyorkese, che nei successivi trent'anni perderà decisamente la strada della migliore ispirazione, arrivando a pubblicare solo altri tre album di canzoni (abbastanza prescindibili, con una piccola eccezione per Storm front) ed uno di composizioni pianistiche classiche originali (nel 2001). Anche dal punto di vista esteriore Billy risulta oggi quasi irriconoscibile, appesantito, stempiato e con il pizzetto imbiancato, sembra più un reduce che una rockstar che sfida il tempo curando maniacalmente il suo aspetto. Elemento questo che, proprio per la sua autenticità, fa simpatizzare ancora di più con l'autore di Cold spring harbor. E poi in ogni caso lo sguardo insolente Billy  l'ha conservato. Magari dietro le profonde occhiaie provocate da tante notti in bianco o da esose parcelle per l'avvocato divorzista , però c'è.
 
Con mio cognato invece le parti si sono invertite. Come tanti altri, per i quali la musica è un affare esclusivamente legato ad una fase giovanile della vita, lui si sarebbe anche fermato al Greatest hits di Billy Joel, se il sottoscritto, negli anni a venire, non lo avesse regolarmente foraggiato con massicce e continue proposte.
Che se sono diventato music alcoholic un pò è anche colpa sua. E di Billy Joel.





Billy Joel
Greatest Hits Volume I & II (1985)