giovedì 3 marzo 2022

MFT, gennaio - febbraio 2022

ASCOLTI

Spiritbox, Eternal blue
Employed to serve, Conquering
Mammoth WVH, ST
Smith/Kotzen, ST
Sonny Rollins, Saxophone colossus
John Mellencamp, Strictly a one-eyed Jack
Eddie 9V, Little black flies
Brandee Younger, Somewhere different
Charlie Parker, The complete Savoy and Dial master takes
Battle Beast, circus of doom
Agent Steel, No other godz before me
Wovennest, Temple
John Coltrane, Ballads
Charles Wesley Godwin, How the mighty fall
Bruce Springsteen, The legendary 1979 No Nukes concerts
Be'lakor, Coherence
Dave Gahan, Imposter
Neil Young & Crazy Horse, Barn
Volbeat, Servant of the mind
Miles Davis, A tribute to Jack Johnson
Mike and the Moonpies, One to grow on
Hayes Carll, Get it all
Touch, Tomorrow never comes
Saxon, Carpe diem
AAVV, The Metallica blacklist
Eels, Extreme witchcaft
North Mississippi Allstars, Set sail
Mexican Institute of sound, Politico
Slash, 4
Eddie Vedder, Earthling
Tears for Fears, The tipping point
Scorpions, Rock believer
The Chats, High risk behaviour
Off!, ST


VISIONI

Queenpins - Le regine dei coupon (2,5/5)
Don't look up (3,25/5)
Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve (3,5/5)
Il prezzo dell'arte (3,25/5)
Quelli che mi vogliono morto (2,25/5)
E' stata la mano di dio (3,5/5)
Ariaferma (3,75/5)
The father (3,75/5)
Riders of justice (3,25/5)
Spider-Man - No way home (2,75/5)
E venne il giorno (2,75/5)
007 - No time to die (3/5)
Tesla (3,25/5)
No sudden move (3,5/5)
Dune (3,75/5)
Robinù (3,5/5)
Eternals (2,75/5)
La furia di un uomo - Wrath of man (3/5)
The Tender bar - Il bar delle grandi speranze (3/5)
The tax collector (2,5/5)
The harder they fall (3/5)
Qui rido io (3,5/5)
Danny the dog (3,25/5)
Il capo perfetto (3,5/5)
Il segreto dei suoi occhi (3,75/5)
Le idi di marzo (3,25/5)
Hasta el cielo (3/5)
Il potere del cane (3,5/5)
Pig (3,75/5)
La fiera delle illusioni - Nighmare alley (4/5)
Agente 117 al servizio della Repubblica - Allarme rosso in Africa nera (3/5)
Una preghiera prima dell'alba (3,5/5)
La ragazza del terzo piano (3,25/5)
American Animals (3,75/5)
Tempo limite (2017) (2/5)
Psycho II (3,25/5)
Impero criminale (2,5/5)
Bed time (3,75/5)
Tre piani (2,5/5)
Contagion (3,5/5)
Way Down - Rapina alla banca di Spagna (2,5/5)
Mondocane (3,75/5)
The French Dispach (4/5)
L'eroe dei due mondi (3,5/5)
Assassinio sul Nilo (2022) (2,75/5)
Red Sparrow (2,75/5)
Un uomo sopra la legge (2,5/5)
A proposito dei Ricardo (2,75/5)
Che Dio ci perdoni (3,75/5)
The walker (2007) (3,5/5)
Occhiali neri (2,75/5)
Il presidente (3,5/5)
Baby gang (3/5)
Una festa esagerata (2,5/5)
Johnny Mnemonic (3/5)

Visioni seriali

Dexter - New blood (2,75/5)
Monterossi (3/5)
Ozark 4, prima parte (3/5)
Yellowjackets (3/5)
Reservation dogs (3,5/5)

















LETTURE

Gèrad Thomas, Il comunismo spiegato ai bambini capitalisti
Jacopo De Michelis, La stazione
Eric Nisenson, Ascension Vita e musiche di John Coltrane 

lunedì 28 febbraio 2022

Smith/Kotzen, ST (2021)

Due asce. Una, Adrian Smith, ha fatto la storia della musica heavy metal, visto che è negli Iron Maiden quasi dall'inizio (Killers, secondo album del 1981). L'altro, Richie Kotzen, pur essendo un nome noto, e nonostante l'ottimo approccio stilistico blues oriented , mai è riuscito ad imporsi al livello del primo, forse per il suo status di "freelance" (dopo una prima cacciata dai Poison, ha alternato progetti solisti alla militanza in altre band, su tutte i Mr Big dei primi duemila e The Winery Dogs). Non mi è chiaro come i due abbiano deciso di collaborare, la certezza è però che, per una volta, due sono i nomi che campeggiano sul disco e, sostanzialmente, due sono i musicisti coinvolti nelle registrazioni di tutti gli strumenti. Infatti, al netto di qualche eccezione (l'altro Maiden Nico McBrain alla batteria su Solar fire e tale Tal Bergman, sempre dietro le pelli, sulle ultime tre tracce), Smith e Kotzen si dividono voce, chitarre, basso e drums in tutti i nove brani di cui si compone il disco. 

Restava da capire chi dei due artisti avesse condizionato maggiomente l'altro. Beh, non vi è dubbio alcuno che questo self titled di debutto sia totalmente schierato dalla parte di un hard rock di matrice settantiana, con una forte matrice blues e marcate aperture melodiche: in sostanza la tazza di tè di Richie Kotzen. In ogni caso Smith si cala con entusiasmo in questo mood, mettendo a disposizione il suo indiscusso talento chitarristico e facendosi apprezzare anche come cantante. Tracciate le coordinate stilistiche, e quindi avendo un'idea di cosa ci riserva l'ascolto, si parte e si rimane subito conquistati prima dalle grandi melodie dei due pezzi d'apertura Taking my chances e Running, talmente belli che sembra di conoscerli da sempre, e poi, via via che ci si inoltra nell'ascolto, dai sontuosi duelli chitarristici (Scars, Glory road, You don't know me). I riferimenti sono facili: la mach III dei Deep Purple, Whitesnake, Bad Company, ma anche, verso la coda dell'album, e soprattutto in 'Til tomorrow, qualcosa dei Soundgarden più mainstream. 

Nulla da eccepire, proprio un gran bel disco.

giovedì 24 febbraio 2022

Tre piani (2021)


In un elegante palazzo di Roma si intrecciano le storie di tre gruppi familiari: il primo composto dagli anziani giudici Vittorio e Dora e dal figlio Andrea, colpevole di omicidio stradale, il secondo dalla neo-mamma Monica, spesso lasciata sola dal marito, e il terzo da Lucio e Sara, che temono che la propria figlia di sette anni sia stata abusata da un anziano vicino di casa al quale erano soliti affidarla.

Colgo la critica costruttiva che qualcuno ha sollevato, in merito al fatto che il blog parli esclusivamente bene dei film oggetto delle recensioni. Questo ovviamente succede perchè pubblicando poco (uno, massimo due scritti, ma a volte anche zero, a settimana) tendo a privilegiare quelle opere che mi hanno lasciato qualcosa, mentre nei voti dei consuntivi bimestrali le stroncature non mancano mai.
In ogni caso a sto giro faccio un'eccezione, perchè di Tre piani, l'ultimo film di Nanni Moretti, mi è piaciuto davvero poco, per non dire nulla. Il problema più grave, nonostante un soggetto, tratto dall'omonimo romanzo di Eshkol Nevo, con tutte le carte in regola per essere appassionante, è la regia, soprattutto in relazione alla direzione degli attori. Eppure il cast dava in questo senso delle garanzie (al netto di Scamarcio, che detesto, ma è una cosa mia), con la presenza della Buy, di Alba Rohrwacher, dello stesso Moretti, oltre che di Tommaso Ragno e altri noti caratteristi del nostro cinema. Purtroppo questa qualità è stata gestita in maniera approssimativa, con più di una sequenza letteralmente imbarazzante, cito su tutte il pestaggio di Vittorio/Moretti da parte del figlio e il pianto di Lucio/Scamarcio davanti alla finestra della scuola, sequenze che a mio avviso non sarebbero state giudicate buone nemmeno per Gli occhi del cuore. E ho detto tutto. In questo contesto anche chi si salva (Buy e Rohrwacher) appare spaesato, dentro il mare di prove dozzinali in cui si trova. 

Aggiungo che l'utilizzo di taluni temi emotivamente intensi quali i rapporti genitori figli, la vecchiaia e i rimpianti che sopraggiungono nell'ultima fase della vita sembra vengano messi in scena come spuntata arma di commozione di massa. Beh, mentre a Cannes il pubblico ha tributato a Tre piani una standing ovation di undici minuti, nel mio caso  la leva subdola della facile emotività non ha raggiunto l'obiettivo di superare la sospensione dell'incredulità e nascondere gli enormi difetti tecnici di un film che sembra quasi fatto controvoglia. 

In programmazione e on demand su Sky

lunedì 21 febbraio 2022

Agent Steel, No other godz before me (2021)


Premessa autobiografica. Com'è ormai universalmente riconosciuto, la prima metà degli anni ottanta è stata l'epoca più straordinaria e coinvolgente della musica metal. Certo, negli anni successivi è arrivata altra roba eccitante, la velocità di esecuzione dei pezzi si è quintuplicata, il metal è diventato mainstream eccetera eccetera. Però il primo lustro degli eighties ha rappresentato qualcosa di impareggiabile, una scossa (come ciclicamente capitano) della musica popolare, la nascita di un movimento, una cultura ancora oggi fortemente radicati. Il contraltare era che ascoltare (anche) l'heavy metal in quell'epoca, consultare le riviste specializzate che cominciavano a nascere, ed essere al contempo squattrinati era un vero tormento, laddove si leggeva di miriadi di band "grandiose" a cui, con la possibilità di comprare al massimo un disco al mese (non necessariamente di genere HM), e in assenza di "amici di metallo" in grado di rifornirci di cassette registrate, non era possibile avere accesso. 

Tra i combo cui avrei voluto dare una chance vanno annoverati gli Agent Steel, autori di due ottimi dischi speed/thrash tra l'85 e l'87 (Skeptics apocalypse e Unstoppable force), poi vittime di una lunga iato seguita da una prima reunion, senza il cantante originale (tre album, tra il 99 e il 2007), quindi ancora un inabissamento, e finalmente, grazie ad un contratto con la piccola ma effervescente etichetta inglese Dissonance Productions, l'ultimo comeback, stavolta per merito di  John Cyriis, il cantante brasiliano protagonista dei lavori ottantiani. E anche qui ce ne sarebbe da scrivere sul soggetto, un fanatico di fantascienza ed extraterrestri, al punto da avere, in passato, dichiarato di essere sopravvissuto ad un rapimento alieno.

Cyriis per l'occasione mette in piedi una formazione che sembra tanto l'incipit di una barzelletta, con un bassista giapponese (Shuchi Oni), una sezione di chitarre bulgaro (Nikolay Atanosov)/brasiliana (Vinicius Carvalho), e un batterista danese (Rasmus Kijaer). Il risultato di un così ardito patchwork? Una goduria! No other godz before  beneficia di una produzione semplice e di un suono vintage ed esaltante, sezione ritmica e chitarre da sturbo per tutti gli undici brani della tracklist (comprensivi di un intro e un outro) per una proposta speed/thrash che travalica i confini del tempo. E la voce? Beh la voce è profondamente divisiva. In un primo momento la fissa di Cyriis per il raggiungimento di ottave che tentano di arrivare là dove osano le aquile sfiora in qualche caso il comico involontario, poi con i successivi ascolti te ne fai una ragione, arrivando quasi a fartela piacere (quasi!). 
Il disco è il classico caso in cui il lavoro è un unicum da cui non è semplice estrapolare singoli pezzi, ma penso di non sbagliare se individuo in Crypts of galactic damnations, nella title track, in Sonata cosmica e Outer space connection gli episodi migliori.

Per vecchi e nuovi metallari.

giovedì 17 febbraio 2022

Pig (2021)

Rob vive da eremita in una baracca senza acqua ne elettricità nei boschi dell'Oregon. La sua unica compagnia è un maiale da fiuto che lo aiuta a cercare tartufi poi venduti ad un giovane imprenditore di città. Una notte qualcuno irrompe nella fatiscente casa di Rob, aggredendolo e rubandogli il suino. Rob decide di cercare i ladri e riprendersi il suo amico a quattro zampe.

Pig, ovvero: quanto le apparenze (e le sinossi) possono ingannare. Un uomo che cerca disperatamente il suo maiale? Eddai! 
L'esordiente regista Michael Sarnoski (anche autore di soggetto e sceneggiatura) invece stupisce alla grande, mettendo in scena una spietata critica alla società moderna, al capitalismo e  alla deriva maledetta della cucina stellata. Lo fa, dal punto di vista della storia, illudendo lo spettatore di trovarsi davanti ad un revenge movie, con tanto di violenti incontri clandestini nei sotterranei di palazzi abbandonati, salvo poi virare completamente con il proseguo della narrazione e fino alla sua conclusione malinconicamente poetica.
Sotto l'aspetto estetico Sarnoski la porta a casa grazie ad una fotografia che privilegia i colori freddi e saturi, sia che ci si trovi al buio dei boschi che all'aperto dello skyline cittadino, e non di meno in virtù di una prova attoriale di Nicholas Cage, espressa molto da sguardi e linguaggio non verbale e poco dalle parole, davvero maiuscola. Il lavoro sul personaggio di Rob da parte del nipote di F.F. Coppola è incredibilmente convincente e conferma la particolarità quasi unica di un talento che, per i troppi copioni "alimentari" che sceglie, si accende ad intermittenza.
Dentro un film che seduce e affascina, spicca la sequenza al ristorante stellato, in cui Rob parla al prestigioso chef, suo ex allievo, forzandolo a ricordare quali fossero i suoi sogni da ragazzo e quanto sia (inconsciamente) infelice a cucinare piatti pretenziosi da cento dollari a portata. Una scena che da sola ha una tale forza dirompente da mettere in crisi la narrazione, pompata in questi anni in maniera indecorosa, di una ristorazione complessa, artefatta e per pochi. Gli sta immediatamente dietro la modalità con la quale Rob vuole persuadere il potente uomo d'affari, responsabile del furto del maiale, a restituirglielo. Poesia pura.

Insomma, filmone.

In programmazione e on demand su Sky

lunedì 14 febbraio 2022

Mike and the Moonpies, One to grow on (2021)


Arrivati al giro di boa dei dieci anni di produzione discografica (sei album di inediti, un live e un album tributo a Gary Stewart), Mike and the Moonpies hanno raggiunto ormai una confidenza stilistica tale da permettersi di spaziare in lungo e in largo nei generi che affluiscono nell'americana, ma, al tempo stesso, di scrivere grandi canzoni country, riconnettendosi alla tradizione del brand. 
Il quintetto originario di Austin, Texas, non molla di un centimetro, e dopo quel gioiellino di Cheap silver and solid country gold si ripete con questo One to grow on, cui basta l'opener Paycheck to paycheck, un travolgente honky tonk, per attirare l'ascoltatore nella rete e tenercelo per le nove tracce e i trentadue minuti dell'opera. 

Il country, il folk degli stati americani del sud, fino, come detto, all'americana, si sa, si fonda su temi esistenziali, relazioni burrascose, stati di solitudine, malinconia, derive personali, il tutto annaffiato da riferimenti al bere e alla frequentazione di honky tonk bar (pensateci, ormai solo le canzoni di questo genere citano ancora, negli anni 20, il jukebox), tuttavia, dentro questa narrazione, i MATM spiccano per suggestione e senso delle liriche, e, pur oscillando tra introspezione (la bellissima Growin' pains; Rainy day) e spensieratezza (Hour on the hour; Social drinkers), mantengono una costante di evocativa malinconia, un disagio del vivere che sembra non avere soluzione. 
Una capacità non comune nell'affollato panorama country americano che, a mio avviso, posiziona la band sul podio delle migliori degli ultimi anni.


giovedì 10 febbraio 2022

KK's Priest, Sermons of the sinner (2021)

 


Una decina di anni dopo l'uscita dai Judas Priest (formazione con la quale era dall'esordio Rocka-Rolla del 1974) e l'inevitabile codazzo di carte bollate quando la band oppose un rifiuto alla sua richiesta di rientrare nei ranghi, KK Downing esordisce settantenne con un progetto a suo nome. Nel farlo pesca, o, come vedremo, ci prova, a piene mani da musicisti che dalla formazione di Birmingham sono transitati. Per cui alla voce troviamo l'affidabile Tim Ripper Owens (nei JP per un paio di album nella seconda metà dei novanta, all'epoca dell'uscita di Rob Halford), mentre alla batteria la scelta iniziale era caduta su Les Binks (dietro le pelli per gli epici Stained class, Killing machine e il tour da cui è stato estrapolato lo strepitoso documento live Unleash in the East), per poi dover ripiegare su Sean Elg (Nihilist, Cage) a causa di problemi di salute del vecchio Judas. 
Alla basso e alla seconda chitarra invece musicisti fuori dal giro JP, anche se in qualche modo un collegamento con i Preti di Giuda persiste, avendo la seconda chitarra A.J. Mills militato in una band, Hostile, che vedeva tra i componenti il figlio di Ian Hill, storico bassista proprio della band di British steel.

Espletate le doverose premesse, passiamo al disco. 
In un'epoca di prepotente ritorno al sound dei primi ottanta, chiamato senza troppa originalità New Wave of Traditional Heavy Metal, con centinaia di nuove band che tentano tra alterne fortune di rifarsi a quella golden age, ci sta che chi quel suono l'ha forgiato (a detta di molti, e io condivido, furono i Judas Priest e non i Black Sabbath ad inventare l'heavy metal - pensate solo al ruolo della doppia chitarra - ) reclami un suo spazio. 
Sermons of the sinner vive quindi delle luci e delle ombre di un'operazione revivalista. Il tiro di alcuni pezzi è indubbiamente buono, come per il trittico d'apertura (dopo una breve introduzione parlata) Hellfire thunderbolt, Sermons of the sinner e Sacerodte y diablo, nel quale, a differenza di altri pareri recuperati in giro, a me non dispiacciono gli acuti di Owens, che trovo congrui alla cifra stilistica proposta. A livello di temi trattati dalle liriche si va da un oscuro occultismo ad un orgoglioso senso di appartenenza metallaro di stampo manowariano (Metal through and through, Brothers of the road, Wild and free). Anche stilisticamente emergono analogie con i Manowar oltre ovviamente alle immancabili assonanze con il gruppo madre (culminate nella conclusiva Return of the sentinel, che riprende The sentinel da Defenders of the faith, disco del 1984). I KK's Priest insomma girano bene, grazie alla potente sezione ritmica e alle sapienti cuciture chitarristiche, mentre risultano stucchevoli (e kitsch) i persistenti cori che ammiccano ai singalong da concerto. 
Le ombre dell'opera stanno tutte nell'esasperazione del "niente di nuovo sotto il sole", costante che senza dubbio contraddistingue il novanta per cento dei dischi di genere (e non solo), ma qui davvero persistente.

Ad ogni modo, anche se poco, io mi ci sono anche divertito. Sarà l'età.

lunedì 7 febbraio 2022

Il capo perfetto (2021)

Julio Blanco, ultimo proprietario dell'azienda di famiglia che da sempre produce bilance, è un padrone onnipresente nella vita della fabbrica ma anche dei suoi dipendenti, al punto da sconfinare nella loro vita privata offrendosi come mediatore all'insorgere di conflitti personali. Insomma un gentile maniaco del controllo dell'ecosistema della fabbrica. Il tutto più o meno funziona fino a quando si approssima la scadenza per l'assegnazione di un premio statale che aprirebbe la porta ad importanti contributi economici statali e, contemporaneamente,  i problemi deflagrano. A quel punto ad emergere sono il lato oscuro e l'assenza di scrupoli di Blanco.

Il capo perfetto non è l'irresistibile commedia evocata da qualche claim pubblicitario, il film viaggia piuttosto dentro un buon equilibrio dolceamaro, tra il grottesco, il dramma e la commedia. Insomma robe in cui noi italiani eravamo maestri e che, purtroppo, non sappiamo più fare. Ovviamente gran parte della riuscita del film va ascritta alla prova di un Javier Bardem totalmente inedito, che si misura in maniera straordinaria in un ruolo che richiede misura e naturalezza. Nel comportamento del boss Blanco/Bardem c'è ben poco di "perfetto" e nel definire i lavoratori della sua fabbrica come la sua famiglia c'è la stessa enorme ipocrisia che capita di vivere quotidianamente in tanti posti di lavoro, così come nell'allupamento verso le giovani stagiste c'è tanto dei vizi della classe imprenditoriale corrente e passata. 

Il film ha un buon ritmo, magari qualche forzatura mirata ad accentuare la parte comica (la figura dello scioperante solitario e il suo rapporto con il guardiano della fabbrica), ma nel terzo atto il regista Fernando Leòn de Aranoa (Perfect day, Escobar - Il fascino del male), attraverso la messa in scena delle "soluzioni" individuate da Blanco per risolvere i tanti casini, mette ogni cosa al suo posto, avviando la pellicola ad una conclusione tragica ma carica di amara ironia.

lunedì 31 gennaio 2022

Gang, Ritorno al fuoco (2021)


Partiamo da un aspetto che ben fotografa l'incontenibile affetto dei fans nei confronti dei fratelli Severini: per la realizzazione di Ritorno al fuoco (titolo mutuato da un saggio di Gary Snyder) i Gang sono ricorsi per la terza volta (dopo Sangue e cenere e Calibro 77) al crowfounding. Ebbene lo strabiliante risultato ottenuto ha proiettato questa band, da anni fuori da qualsivoglia riflettore mediatico, a conseguire il record italiano di fondi raccolti (in ambito musicale), quasi settantremila euro (garantiti da millecinquecento donatori) che Marino ha così commentato: "grazie a così tanti co-produttori abbiamo a disposizione le risorse necessarie per realizzare un disco di gran qualità, che nessuna etichetta indipendente o casa discografica ci avrebbe messo a disposizione. E questo crea di conseguenza le condizioni per lavorare completamente in libertà, senza alcuna costrizione dettata da regole del mercato e del profitto, nemiche di ogni creatività". Una passione incontenibile, quella dei follower dei marchigiani, che il gruppo ha riversato pienamente negli undici brani, dieci inediti e una cover, che compongono il disco. 

Come spesso accade per ogni nuovo lavoro dei Gang, non basterebbero dieci post per analizzare gli spunti letterari, le profonde riflessioni politiche e sociali che caratterizzano la scrittura dei brani. Me la cavo rimandando quanti volessero approfondire a questa bella intervista a Marino pubblicata su duels.it. 
Tornando invece alla parte artistica, quando Severini parla di disco di gran qualità lo fa con cognizione di causa. Dietro alla produzione dell'opera, infatti, ci sono ancora la competenza e la passione di Jono Manson, che tesse la tela musicale con preziosi fili di americana, coadiuvato da un gruppo di musicisti che, complessivamente, supera i trenta elementi - di cui fino a dieci/quindici impiegati in alcuni singoli brani - , a dar vita ad un sound pieno, arioso e trascinante, prepotentemente esplicitato nella traccia d'apertura. 

Da un punto di vista filosofico, con La banda Bellini i Gang continuano la propria ostinata divulgazione di nuovi banditi senza tempo, cioè di personaggi che anarchicamente hanno rifiutato di seguire la strada nella quale la società voleva ingabbiarli  ("nessuno di loro è iscritto a Statale / e all'Innocenti non vogliono crepare"). In questo caso ad essere decantate in uno strepitoso tripudio di fiati, violini, banjo e fisarmonica sono le gesta di una banda che ha agito nella Milano dei settanta, protagonista di un romanzo di Marco Philopat. Anche grazie ad un ritornello irresistibile che si chiude con uno "scion scion" di morriconiana memoria, siamo al cospetto di uno dei migliori brani di sempre dei Gang. Al termine dell'ascolto dell'album, di canzoni di questo livello, ne annovereremo altre. 

E' chiaro che la cifra stilistica della band non può e non potrà mai esulare dall'accendere potenti (ma sempre poetici) riflettori su attualità, politica e diseguaglianze, ricordando ai più distratti conflitti dimenticati, come quello del Kashmir (Azadi), celebrando tentativi di instaurare governi laici, liberi e ispirati a valori socialisti (Rojava libero) dentro dittature liberticide (la Siria, in questo caso), ma anche regalare un "inno alla gioia" dedicato a Pepe Mujica, ex presidente dell'Uruguay (Pepe), o di rievocare un massacro dimenticato subìto da undici italiani rinchiusi in prigione e lì linciati da migliaia di persone, a New Orleans nel 1891 (Dago),  così come quotidiane tragedie italiane (Concetta) e, infine, scatenandosi in un'inebriante e festosa dedica mariachi a Mimmo Lucano, con quella bellezza che è Un treno per Riace, una canzone che è baciata dalla migliore ispirazione e che omaggia De Gregori in un paio di passaggi (non serve che indichi quali, basta ascoltarla), anche se il vero tributo al cantautore romano arriverà più in là nella tracklist.

Tuttavia, come mi sembra di aver già scritto, ciò che distingue i Gang dai tanti gruppi "combattenti" loro contemporanei è una sensibilità e una capacità di scrittura che li pone se non ai livelli dei più grandi, di poco sotto. Una sensibilità che, sarà la non più giovanissima età, li porta a comporre canzoni d'amore mature e non banali, come Amami se hai il coraggio, un pezzo autenticamente emozionate. Una composizione che traccia un solco incolmabile tra chi pensa che bastino quattro slogan giusti per chiudere un pezzo e chi sa essere di poesia e di lotta senza snaturarsi mai. 

Tornando a De Gregori, dopo aver registrato per Calibro 77 una scatenata versione di Cercando un altro Egitto, i Gang rivolgono la propria attenzione al repertorio ottantiano (Scacchi e Tarocchi) del cantautore romano. 
Con la cover, struggente ed evocativa, di A Pà, oltre all'omaggio musicale si consegna all'ascoltatore anche un ricordo speciale e doloroso, visto che il brano fu dedicato a Pier Paolo Pasolini.

Insomma, siamo testimoni dell'ennesima rinascita di una delle più importanti band italiane, che sembra aver trovato in questi anni devastati e vili nuova forza, vigore e ispirazione artistica. 

lunedì 24 gennaio 2022

Monterossi (serie tv)

Carlo Monterossi è un autore televisivo benestante - tendente al ricco - che vive però con sensi di colpa il suo successo, in quanto raggiunto con prodotti trash. Pur avendo da anni interrotto la sua più importante storia d'amore con Lucia, reporter di guerra, continua ad essere innamorato di lei. La sua rete di amicizie è composta principalmente da Nadia e Oscar, due giovani che ha fatto assumere nell'ambito proprio del programma tv da lui detestato. In una Milano attuale e piena di contraddizioni, a sconvolgere il malinconico tran tran di Carlo, arriveranno omicidi e situazioni pericolose.

Monterossi è una serie tv recentemente rilasciata da Prime Video, che, nei suoi sei episodi, dà vita ai romanzi Questa non è una canzone d'amore e Di rabbia e di vento di Alessandro Robecchi. Complice una trasferta di lavoro a Roma e le relative, tristissime, notti da solo in albergo, me la sono bevuta d'un fiato, andando molto vicino al (da me) tanto detestato binge watching. 

Chiariamoci subito, Monterossi non è certo True Detective, piuttosto si inserisce nel recente, felice, filone di "giallisti" nostrani prestati alla tv che, sull'esempio di Montalbano, legano strettamente le vicende narrate al territorio, pensiamo ai casi de L'alligatore o Rocco Schiavone. Ecco, Monterossi si colloca in questo contesto, forse con giusto un pelo di linguaggio esplicito in più, ma niente per cui mettere a letto i bambini moderni. 
La serie è pulitina, scritta bene, i personaggi non necessariamente suddivisi in maniera netta tra buoni e cattivi, e ha dalla sua alcune linee di dialogo davvero divertenti. Infine c'è lui, Fabrizio Bentivoglio, che sembra nato per la parte di un disincantato uomo di cultura che aveva ideali (di sinistra) e pensa di averli svenduti per il successo; che ovviamente si vergogna di essere ricco, che beve costosi whiskey single malt ed è fanatico di Bob Dylan, al punto di citare in continuazione i testi delle sue canzoni (presenti nella colonna sonora con, immagino, un notevole sforzo economico della produzione per acquisire i diritti). 

L'altro punto di forza della serie sono alcuni comprimari. Non tanto l'entourage di amicizie del protagonista, quanto alcuni personaggi di contorno, come l'ispettore Carella (un grande Tommaso Ragno), la conduttrice televisiva trash (una Carla Signoris che fa fischiare le orecchie a Barbara D'Urso) e, soprattutto, la coppia di killer del primo trittico di episodi (Questa non è una canzone d'amore), davvero strepitosi (non sarebbe male uno spin-off dedicato solo a loro). 

Insomma, se volete una serie breve, in pratica due film divisi in tre puntate, leggera e divertente, se siete legati a Milano, vi piace Bob Dylan e se, soprattutto, come il sottoscritto, siete froci per Bentivoglio, Monterossi potrebbe fare al caso vostro. 

lunedì 17 gennaio 2022

Diabolik (2021)




Per una volta posso tranquillamente evitare la sinossi del film visto che i Manetti Bros riportano sul grande schermo le gesta del mitologico e stranoto criminale, nato giusto giusto sessant'anni fa dalla fantasia delle altrettanto epiche sorelle Giussani. Il personaggio era stato protagonista finora di un unico film, realizzato nel 1968 con affascinante gusto pop, ma lontano dalle atmosfere delle tavole, da Mario Bava. Pare che, da allora, siano pervenute altre proposte ai responsabili del "marchio", ma che siano state tutte rifiutate, proprio in quanto troppo divergenti dalle aspettative di chi detiene i diritti.

Tutto questo fino alla proposta dei Manetti, il cui progetto è stato immediatamente accettato, dando il via alla produzione di un film coinvolto purtroppo nel giro di rinvii  causa covid (pronto per le sale nel dicembre 2020, è uscito un anno dopo).

Vedendo il film (al cinema, un attimo prima che fossi bloccato a casa per venti giorni per un giro sulla variante omicron del covid) ben si capisce perchè questa versione cinematografica sia piaciuta agli editori. I registi romani infatti realizzano qualcosa di spiazzante e inedito, facendo letteralmente vivere le pagine del fumetto sullo schermo, in un'operazione fideistica e filologica, nella quale i bravi Luca Marinelli (Diabolik), Valerio Mastandrea (Ginko) e Miriam Leone (Eva Kant) sono chiamati ad un'espressività da fotoromanzo (o da fumetto, appunto), dove i dialoghi sono quelli che starebbero nella nuvoletta sopra la testa di una tavola disegnata e dove la fisicità, o meglio l'action ipertrofica dei comic movie è compressa. L'unico parallelo che mi sovviene, sebbene con esiti opposti, cioè pop e rumorosi, ma con la medesima volontà di riportare fedelmente le strisce fumettistiche sullo schermo, è il Batman televisivo degli anni sessanta, quello con Adam West.

I Manetti, partendo dallo spunto dello storico numero tre dell'albo, ricreano anche luoghi e tempi di fantasia del fumetto (le città di Clerville e di Ghenf, gli anni sessanta di una realtà alternativa), regalando ai fan attempati di Diabolik (non quindi ai bambini che l'hanno scoperto con l'operazione di sdoganamento che fu fatta attraverso i cartoni animati) la realizzazione di un sogno. La pellicola, per sua peculiarità, è chiaramente divisiva. Difficile tracciare giudizi nel mezzo. O piace o respinge. Personalmente, nonostante non sia mai stato un lettore del fumetto (giusto qualche numero rubato alla collezione di zii o cugini più grandi) al film ho assegnato un voto di 4/5, apprezzando il coraggio dei registi, l'originalità della proposta e la prova attoriale del cast, in particolare quella di Miriam Leone, una Eva Kant bellissima, indipendente e risoluta.

Il film non è partito benissimo (d'altro canto Spider-Man: No way home ha spazzato via la concorrenza), ma poi si è ripreso, al punto che, ad un mese dall'uscita, è ancora in programmazione. Non dovrebbe quindi essere messo in discussione il progetto che prevede la realizzazione di altre due pellicole, a formare una trilogia (senza però il protagonista Marinelli).

lunedì 10 gennaio 2022

John Mellencamp, The good samaritan tour 2000 (2021)


Nell'estate del 2000, John Mellencamp assunse un'iniziativa più unica che rara, nello show business del suo livello: senza concordare nulla con le autorità, quindi in assenza di qualsivoglia permesso, e senza annunci ai fans, improvvisò una decina di veri e propri concerti acustici nelle strade, nelle piazze, nei parchi di alcune città americane, sorprendendo e deliziando le decine/centinaia di fortunati passanti che si fermarono a vederlo. Gli show furono ovviamente realizzati in modalità unplugged (due chitarre acustiche più quella dello stesso Mellencamp, un violino e una fisa) ed è lo stesso cantautore, al termine di Smalltown, la traccia uno, a spiegare il senso dell'operazione ("giveback" l'affetto e l'amore ricevuto dai fans). 

L'anno prima (il 1999), John era tornato alle sue radici con un album, Rough harvest, nel quale riprendeva alcuni suoi brani di repertorio ed interpretava una manciata di cover. L'operazione, fatta da altri, sarebbe risultata una mera operazione commerciale magari dovuta alla major per ragioni contrattuali, l'artista dell'Indiana invece, ci regalò un disco tra i migliori di una decade ancora di alto livello (Human wheels, Dance naked, il self titled, Mr happy go luck). Bene, lo spirito roots di Rough harvest permea completamente questi show, che suonano in maniera splendida, appassionata e coinvolgente attraverso una scaletta che per nove dodicesimi è composta da cover. Gli unici tre pezzi del repertorio del "coguaro" sono infatti deputati ad aprire (Smalltown, con un verso modificato in una citazione alla moglie), a chiudere (Pink houses) e a inframezzare (Key West intermezzo) la gig.

Per il resto, sulle ali dell'inconfondibile voce "ruggine e terra" di John, si viaggia tra folk, blues e rock and roll omaggiando Dylan (All along the watchtower e una fantastica versione del traditional In my time of dying), Woody Guthrie (Oklahoma hills), gli Stones (The spider and the fly, Street fighting man), Manfred Mann (Captain Bobby Stout), Jerry Hahn Brotherhood (Early bird cafè) e persino Donovan (Hey Gyp) e Rod Stewart (Cut across shorty). Nonostante l'improvvisazione degli spettacoli e la limitatezza dei mezzi tecnici questo disco dal vivo ha una caratteristica che ormai si è persa nelle megalomani registrazioni di concerti riviste e corrette in fase di post produzione: ti immerge completamento nel momento, sembra davvero di essere lì ad assistere all'esibizione della band. Una vera fortuna che Mellencamp (nella cui discografia manca colpevolmente un disco dal vivo celebrativo dell'intera carriera o del periodo a lui più favorevole, tra gli ottanta e i novanta) abbia deciso di pubblicare questi nastri.

Certo, appare davvero imprevedibile, e non è la prima volta, la personalità di questo personaggio, capace di farsi aspettare quasi trent'anni dai suoi fans italiani per poi concedersi in modo rapido e bizzoso (qui il post sul concerto incriminato) e, al tempo stesso, "regalare" una decina di show meravigliosi ad una manciata di inconsapevoli, fortunati e non paganti spettatori improvvisati.

A giorni (21 gennaio) uscirà il suo nuovo disco (Strictly a one-eyed Jack), con una collaborazione che negli ottanta avrebbe fatto tremare l'industria discografica americana fino alle fondamenta, e che oggi passa invece sostanzialmente inosservata. Delle dodici canzoni che comporranno l'album, tre saranno infatti eseguite assieme a Bruce Springsteen. Staremo a vedere.

P.S. A corredo del Good samaritan tour è stato realizzato un mediometraggio che si può vedere gratuitamente su youtube a questo link

sabato 1 gennaio 2022

MFT, novembre/dicembre 2021

 ASCOLTI

WarlockEarth shaker rock
Banda BassottiAvanzo de cantiere
Bachi da Pietra, Reset
Vasco RossiSiamo qui
Cody JinksMercy
Bridge City SinnerUnholy Sinners
L.A. GunsCheckered past
Gov't MuleHeavy load blues
Nathaniel Rateliff & The Night SweatsThe future
Hayes CarllYou get it all
Il quadro di TrosiS/T
Radical, Every time I die
Massimo PrivieroEssenziale
Miles Davis:
The birth of the cool
A tribute to Jack Johnson
You're under arrest
Tutu
Milestones

John Coltrane:
Ballads
Blue train
Giant steps
A love supreme
Zac Brown BandThe comeback
Jousha Ray WalkerSee you next time
DublinersThe very best of
MastodonHushed and grim
Joe Bonamassa, Time clocks
SIXX A.M, Hits
Massimo PericoloSolo tutto
Blood IncantationHidden history of the human race
EclipseWired
Wayward sonsEven up the score
Mike and the Moonpies, One to grow on
Dion, Stomping gound
Dave Gahan & The Soulsavers, Imposter
Vincente Neil Emerson, ST


VISIONI

Freaks out (5/5)
Una storia senza nome (2,5/5)
Bac nord (3,75/5)
Vicky Cristina Barcellona (2,75/5)
Drive angry (2,5/5)
Ai confini del male (3/5)
Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli (2,5/5)
Good time (3,75/5)
Last night in Soho (4/5)
Codice criminale (2016) (3,75/5)
Mirage (1965) (3,75/5)
Il figlio di Chucky (3/5)
Draft day (2,75/5)
La legge del cartello (The evil that men do, 2015) (3/5)
Il giorno della vendetta (Axed) (2,75/5)
La comunidad (3,5/5)
Red notice (2/5)
E noi come stronzi rimanemmo a guardare (3,5/5)
The most dangerous game (2,75/5)
Copshop - Scontro a fuoco (3/5)
Diabolik (2021) (3,75/5)
Blood (2012) (3/5)
House of Gucci (2,25/5)
Thelma (4/5)
Come un gatto in tangenziale - Ritorno a Coccia di morto (2,5/5)
School of mafia (2/5)
Miles Davis - The birth of the cool (3,5/5)
The last duel (4/5)









Visioni seriali

Squid Game (3,25/5)
Vita da Carlo (3/5)
The office (USA), stagione 1 (3,5/5)
Gomorra, 5 (2/5)


LETTURE

Eric Nisenson, Ascension
Colson Whitehead, Il ritmo di Harlem

lunedì 27 dicembre 2021

La legge del cartello (The evil that men do) (2015)


Sullo sfondo della guerra per il controllo del mercato messicano della droga, il messicano Santiago e il medico ripudiato Benny lavorano per il cartello del boss Lucho. Svolgono un lavoro non esattamente raffinato, infatti sono incaricati di uccidere, smembrare ed inviare parti di corpi, come avvertimento, ai domicili dei nemici del capo. Un giorno viene condotta al magazzino dove "lavorano" i due la figlia di Montero, il boss rivale di Lucho, colpevole di avere a sua volta rapito il figlio di Lucho stesso. A consegnare "il pacco" l'enigmatico Martin, nipote del boss. L'atroce compito di Santi e Benny è chiaro: occuparsi della ragazzina, anche attraverso mutilazioni e torture, se gli venisse ordinato.

Ecco un film da cui onestamente non mi aspettavo nulla, pensando di trovarmi davanti ad un prodotto di serie Z che vivacchiava su violenza e splatter in salsa narcotraffico. Nella realtà, e qui ci viene in aiuto il titolo originale, banalizzato dalla traduzione nostrana,  il regista spagnolo Ramon Térmens mette in scena sostanzialmente un thriller da camera, claustrofobicamente chiuso tra le mura di un enorme magazzino (a parte qualche sporadica eccezione), che ha in sè elementi onirici e che usa la guerra tra i cartelli messicani come un'esca, o meglio un MacGuffin, nei confronti dello spettatore.

Se il film funziona, molto lo si deve a Daniel Faraldo, navigato caratterista di origini argentine che ha frequentato cinema e serie americane quasi sempre in ruoli da villan, e che interpreta Santiago, uno sgherro apparentemente monodimensionale, coinvolto, suo malgrado, in un pericoloso percorso di redenzione e di catarsi. Tra situazioni e dialoghi alla Tarantino (come quello che avviene nella cella in cui sono custoditi i cadaveri) e qualche sequenza splatter (una, in sostanza) si arriva alla conclusione, che ancora una volta coniuga violenza e sacrificio con una dimensione quasi onirica.

Non certo un capolavoro, più che altro un film curioso. Attenzione perchè con lo stesso titolo italiano è stato distribuito anche un altro film, Running with the devil, con Cage e Fishburne, del 2019.

La legge del cartello è su Prime video.

giovedì 23 dicembre 2021

Blood Incantation, Hidden history of the human race (2019)

Americani di Denver, i Blood Incantation, nonostante una discografia non certo folta (due album in dieci anni di carriera) hanno avuto la capacità di intercettare i favori unanimi della critica, sia quella propriamente metal, che quella, più esigente, indie rock. Gia il debutto Starspawn, del 2016, era stato notevolmente attenzionato, ma è senza dubbio il successivo Hidden history of the human race, di tre anni più vecchio, ad aver definitivamente messo la band sotto i riflettori. 

La differenza tra i due lavori parte dalla copertina, che, non fosse per lo stile grafico del monicker che rientra nel classicissimo modus del black, sembrerebbe orientare più al prog-rock che ai generi estremi del metal, di norma rappresentati da copertine con soggetti un pelo più espliciti. Premendo play sul lettore sembra però che la band faccia una finta a sinistra (la cover spiazzante) per poi andare via (come da tradizione) a destra sbattendoci in faccia, con Slaves species of the gods, un indiscutibile, chiarissimo, coinvolgente pezzo death. Come a dire: questo siamo e questo facciamo. La successiva The giza power plant va nella stessa direzione, ma con la differenza di un lavoro di riffing chitarristico che emerge in maniera ancora più nitida, dimostrando come i BI abbiano lavorato sulla produzione per ottenere sì un'apocalissi sonora, ma dalla quale si possa apprezzare la tecnica di ogni componente e quindi sorridendo al technical-death. Le suggestioni della copertina si coniugano finalmente con il contenuto del disco dalla traccia tre, la strumentale Inner paths (to outer space), perfetta colonna sonora per un'ipotetica pellicola di fantascienza, dove psichedelia, atmosfere ansiogene, chitarre pulite, doppia cassa e progressive si coniugano in maniera (fino a quel punto del lavoro) insospettabile. Ma forse tutto quanto fin qui ascoltato è semplicemente preparatorio del gran finale, il colossale Awakening from the dream of existence to the multidimensional nature of our reality (Mirror of the soul), che in diciotto minuti mette in mostra molte delle influenze dei Blood Incantation, tra cavalcate death, rallentamenti, passaggi doom e metal eighties, a chiosa di un'opera che non può lasciare in alcun modo indifferenti e che crea grandi aspettative per il futuro della band.

Le radici e le ali del nuovo metal.

lunedì 20 dicembre 2021

E noi come stronzi rimanemmo a guardare (2021)

Arturo è il manager di una grande azienda, responsabile della creazione di un algoritmo che permette importanti risparmi grazie alla riduzione di diverse figure professionali. Per la legge del contrappasso, uno dei primi posti a saltare è proprio il suo. A causa della non più giovane età e dei debiti contratti, Arturo non trova altro lavoro che fare il rider. In uno scenario di futuro prossimo, dove il potere dei big data è totale, l'ex dirigente, sempre più solo e demotivato, attiverà un'applicazione che permette di avere un affetto sempre con sè sotto forma di ologramma, costruito in base alla personalità e agli interessi del cliente. Ad Arturo capita Stella.

Ci sono tanti modi di fare denuncia sociale. Chissà perchè in Italia sono ormai in pochi ad esplorarli. Qui lo fa bene Pif (Pierfrancesco Diliberto), andando a mio avviso a grattare via la ruggine ad un cinema italiano d'altri tempi che, flirtando con il grottesco, metteva in luce le contraddizioni della società. Fatte le dovute proporzioni, E noi come stronzi restammo a guardare (gran bel titolo, che utilizza una frase di Andrea Camilleri) mi ha ricordato in alcuni suoi aspetti la cifra stilistica di Elio Petri, oltre naturalmente ad un'opera come Her di Spike Jonze. Il futuro prossimo messo in scena da Pif è in realtà già presente in molti suoi aspetti: il rifugio nella "realtà" della rete per sfuggire alla solitudine, il fenomeno degli hater, e, ovviamente, sopra tutto, il mercato del lavoro, con le sue croniche precarietà, l'incertezza perenne nella quale fa precipitare giovani e non più giovani, l'odiosa  prosopopea dei moderni guru delle multinazionali, che dietro slogan esorbitanti serbano per i malcapitati le mansioni più sfruttate, malpagate e disumane. La storia narrata sarà anche proiettata qualche anno nel futuro, ma, ad esempio, la vita dei rider è già oggi esattamente quella mostrata nelle sequenze del film. 

Una pellicola dunque a suo modo importante, da vedere. Girata bene, con un ottimo lavoro di ricerca delle location scelte per raffigurare questa ipotetica città del futuro (che, seguendo l'esempio storico di Dario Argento, è un mix di diverse città italiane). Molto convincente, ma ormai non è più una novità, Fabio De Luigi (Arturo), così come apprezzabile la prova di Ilenia Pastorelli (Stella). 

E noi come stronzi restammo a guardare è in programmazione su Sky.

lunedì 13 dicembre 2021

Bob Wayne, Rogue (2021)

Non siamo dalle parti dello stallo di Hank 3, praticamente scomparso da produzione discografica, concerti, vita pubblica e social  dal 2013, ma insomma, per uno come Bob Wayne, che dal 2006 al 2017 aveva pubblicato nove dischi in dieci anni ed è stato costantemente in tour, una iato di quattro anni dall'ultimo Bad hombre è comunque significativa. 

Ricordiamo per chi si fosse sintonizzato solo ora sul blog il profilo del personaggio (tutti i post a lui dedicati sono taggati a destra e in calce a questa recensione), che vive in un camper, ha sposato in pieno la causa hobo/outlaw country, si guadagna da vivere con show e merchandise (del tipo abbastanza reazionario - se volete farvi un'idea... - ), girava con Hank 3 e tra i vari tatuaggi ne ha sul braccio uno bello grosso dei mitologici Neurosis (anche qui, per chi vivesse sulla luna, non fanno country ma metal estremo). L'ho visto una volta dal vivo poco meno di una decina di anni fa, e, data la location a misura d'uomo, ho avuto modo di scambiarci due parole, ricavandone l'impressione di un tizio affabile, ma da non far incazzare. 

Torniamo a bomba, Scrivevo di quanto sia significativo l'orizzonte temporale trascorso dall'ultima release. E' molto significativo anche il mood scelto per il comeback dopo tutto questo tempo: atmosfere scarne su di un sound quasi completamente realizzato da voce e chitarra, testi nei quali caciara e goliardia sono sostituite da temi malinconici, tesi e drammatici. Insomma, fate le debite proporzioni, Bob Wayne ha realizzato il suo personale "Nebraska".

Non si scandalizzino gli sprigsteeniani (pericolosissima categoria della quale faccio parte) nel vedere accostato un capolavoro scolpito nel tempo ad una nuova e misconosciuta opera, perchè brani come la title track che apre il lavoro, Promise land, Daddy, Painpill Kentucky e, soprattutto, Killin' (per chi scrive non solo la migliore del lotto ma anche nella top five assoluta delle canzoni di Wayne), con le loro fotografie sporche di esistenze alla deriva, promesse tradite, rapporti difficili padre-figlio, disillusioni e abbandoni hanno piena dignità di richiamare la poetica dello Springsteen più intimista e sociale. Poi certo, Bob Wayne (ma come del resto Johnny Cash, per tirare un'altra bestemmia di paragone), oltre ad essere un debosciato, ha tutt'altra sensibilità politica rispetto al democratico Boss, per cui la cazzata della ode allo spacciatore che vende droga per mantenere la famiglia (Eu rezo), perlomeno nei termini in cui è scritta, lo allontana irrimediabilmente da ogni nobile paragone. 
La seconda parte del disco si scuote un pò di dosso le atmosfere plumbee (ma estremamente suggestive) della prima, aggiunge qua e là qualche abbellimento strumentale, ripropone uno dei tormentoni del repertorio di Bob (Mack) fino alla chiusura di Heard it all before, dove l'artista riprende la sua vena scanzonata e ironica.

Con Rogue Bob Wayne regala senza dubbio al suo pubblico un disco maturo, una delle sue opere migliori di sempre (i primi cinque pezzi acustici sono un apice creativo), smettendo la maschera dell'irriverenza e rivelandosi finalmente artista compiuto.

A primavera sarà in Italia.

lunedì 6 dicembre 2021

Draft day (2014)


Sonny Weaver jr è il general manager dei Browns, la squadra di football americano di Cleveland. Il suo ruolo, tra le altre cose, gli impone di allestire la rosa attraverso la compravendita di atleti che in America ha il suo apice nella spettacolarizzazione del cosiddetto draft day, cioè la possibilità data alle squadre peggio piazzate nella stagione precedente di accedere per prime alla scelta dei giocatori più forti emersi dai college. In questo meccanismo si inserisce anche la possibilità di scambi tra le varie società. Sonny affronta questo giorno tra le tensioni con l'allenatore, la sua relazione clandestina con un'altra manager del club e il rimorso per aver licenziato il padre, glorioso coach della squadra, proprio prima che morisse.

Draft day muove su uno spunto interessante, soprattutto per noi europei, approfondire dentro situazioni di finzione, questo meccanismo americano di mercato giocatori (oltre che nella NFL è praticato anche nella lega di basket NBA). Il film è un prodotto che, per restare nella metafora sportiva, gioca in una serie minore rispetto a Ogni maledetta domenica o He got game, tuttavia, nell'addentrarsi nei meccanismi tecnici di questa giornata cruciale per il football, è forse anche più meticoloso nelle spiegazioni, a vantaggio dei non adepti al tema, ragion per cui mantiene una buona dose di interesse per due terzi della narrazione. Diciamo che Kevin Costner (Sonny) e Jennifer Gardner (la finance manager sua amante) girano un pò al minimo, restando comunque sul decoroso (del cast, sebbene in una parte minore, fa parte anche il povero Chadwick Boseman). 
Il problema, almeno per me, sta tutto nel finale, che sposa senza vergogna l'americanismo più bieco, tra fiumi di insostenibile melassa, emozioni cheap e l'affermazione della filosofia a stelle e strisce: the winner takes it all. 

Insomma, un film per curiosi dello sport ammerigano, girato con mestiere dal veterano Ivan Reitman senza alcuna pretesa autoriale.

Draft day è disponibile su Prime Video.



martedì 30 novembre 2021

I migliori della vita: John Coltrane, A love supreme (1965)


Fondamentalmente sono una persona curiosa, sempre alla ricerca di nuovi stimoli in ambito soprattutto musicale. E' per questa ragione che, come ho già scritto in passato, dopo un profondo lavoro di carotaggio di molti generi "rock", ho provato ad avvicinarmi al jazz. Prima leggendo un paio di autobiografie che sono dei veri e propri must (Peggio di un bastardo, Charles Mingus e l'autobio di Miles Davis) e poi passando all'ascolto. L'esperienza è stata molto soddisfacente ma limitata, sia nei dischi (di cui ho scritto qui e qui)  che nell'orizzonte temporale. Da qualche mese invece le mie playlist abituali (auto e smartphone) esplodono di jazz, classico perlopiù (Davis, Mingus, Monk, Parker, Gordon, Rollins, Peterson, Shorter, Adderley),  ma con qualche incursione nel moderno (segnalo a questo proposito il mostruoso trombettista Ambrose Akinmusire e il suo ultimo lavoro Origami Harvest).

Se mi trovo in questa condizione, il merito va ascritto al talento di John Coltrane e... ad una serie di incredibili coincidenze. Dopo aver consumato ed aver interiorizzato ogni nota di My favorite things, sono infatti passato all'altro capolavoro riconosciuto di Trane: A love supreme. E casualità vuole che, proprio mentre le note del disco mi si insinuavano inesorabilmente sottopelle, mi sia imbattuto, a far crescere ulteriormente il mio coinvolgimento, in un commento di Spike Lee che definisce il disco "il migliore di tutti i tempi, di ogni genere" e poi in un virgolettato di Claudio Fasoli, uno dei più apprezzati sassofonisti italiani, che dichiara "quando ero giovane ero ubriaco di Coltrane, non volevo ascoltare altro". 

Entrambe queste dichiarazioni rendono bene, nella loro enfasi, lo stato di dipendenza che crea nell'ascoltatore l'ascolto massivo di Trane e, in particolare, di questo immenso capolavoro, pubblicato nel febbraio del 1965 quando John era all'apice di uno stato di grazia (in quegli anni registrò My favorite things, Ballads, Giant steps, oltre al disco assieme a Duke Ellington). E' straziante pensare che poco più di due anni dopo il musicista ci avrebbe lasciato per un male incurabile. 

La ragione principale dietro allo straripante momento d'ispirazione di Coltrane è senza dubbio da ricercare in due stimoli: il primo l'uscita dalla dipendenza dalle droghe attraverso una disintossicazione totale, che ha anche portato John ad adottare una dieta vegetariana, e il secondo l'incontro con la fede cristiana e la spiritualità. Ed è proprio da qui che muove il concepimento di A love supreme, nato, si narra, durante una sessione di yoga, durante la quale il musicista "sentì" delle note risuonargli in testa e si convinse trattarsi di un messaggio dell'Onnipotente. Da qui la decisione di registrare un disco che fosse un ringraziamento al Signore per averlo salvato. 

L'album è in questo senso un concept, che segue il filo conduttore dei passi compiuti da Trane per rinascere a nuova vita. I quattro movimenti (per trentatrè minuti) che compongono l'opera hanno pertanto una "progressione" di titoli estremamente eloquenti: Acknowledgement (presa di coscienza); Resolution; Pursuance (perseguimento) e Psalm (salmo). Per l'occasione Coltrane (che in questa occasione utilizza sia il sassofono tenore che il soprano) si presentò in sala d'incisione dai fidati musicisti del suo quartetto (Jimmy Garrison al contrabbasso, Elvin Jones alla batteria e McCoy Tyner al pianoforte) senza spartiti o tracce scritte di ciò che si proponeva di realizzare, immaginando di dare grande spazio all'improvvisazione. Questo era un  metodo imparato da Miles Davis, ma che fino a quel momento il sassofonista non aveva mai adottato in maniera radicale.

Il primo movimento dell'opera, Acknowledgement, è probabilmente tra i più noti mai realizzati dall'artista e, al contempo, tra i più apprezzati fuori dal perimetro jazz. Il brano, come succede solo alle composizioni epocali, muove su un pattern apparentemente banale di quattro note. Nella realtà questo tappeto sonoro, che cattura magneticamente l'attenzione dell'ascoltatore, non è altro una cornice  dentro cui si dipanano improvvisazioni che conducono al magnifico finale con il mantra di "A love supreme", unica linea vocale dell'intera opera, un inserto cantato inaspettato e forse proprio per questo perfettamente congruo. 
Da lì per i successivi venticinque minuti di durata del disco il quartetto, attraversanti vari sottogeneri del jazz (modal/avant-gard/free/hard-bop, dopotutto siamo nel '65, pertanto in un'epoca di sperimentazione), realizza qualcosa di irripetibile, riuscendo a stupire e coinvolgere l'ascoltatore fino all'ultima nota. E forse anche oltre. 
Delle quattro parti del disco, Pursuance (la parte III) con i suoi dieci minuti abbondanti, è la più lunga,  ed è probabilmente anche quella in cui meglio si apprezzano gli altri musicisti, con solos importanti di McCoy al piano e di Garrison al contrabasso, proprio sulla conclusione del pezzo. Viceversa l'epilogo della parte IV, Psalm, è l'unico in cui il sax tenore di Trane è presente dal primo all'ultimo secondo del brano. E non potrebbe essere diversamente, trattandosi del pezzo più spirituale di un disco... spirituale.

La difficoltà di replicare queste composizioni nate dall'improvvisazione è testimoniata anche dal fatto che rarissimamente (addirittura si pensava una sola volta) A love supreme sia stato riproposto dal vivo nella sua interezza. Solo di recente è stata scovata e messa in commercio una registrazione realizzata il 2 ottobre 1965 a Seattle, con la stessa formazione che ha realizzato l'album. Un'occasione in più per riascoltare, in versione dilatata (per fare un esempio Acknowledgment dura oltre ventuno minuti, rispetto ai sette originari) questo capolavoro.

Insomma, non sono proprio io l'ascoltatore raffinato che si vuole dare un tono parlando (senza averne titolo) di jazz. Con ogni probabilità presto tornerò ad occuparmi di ignorantissimo metal o di country texano. Molto semplicemente c'è un momento per tutto, e quando arriva il tempo di John Coltrane lo si vuole vivere in maniera totalizzante, sentendosi migliori anche senza aver fatto nulla per meritarsi tanta bellezza.

mercoledì 17 novembre 2021

I'm movin'

Scatoloni di cartone a perdita d'occhio e facchinaggio fino allo stremo delle forze, che, nel mio caso, sono molto limitate. 
Eh sì, sono al terzo trasloco (l'ultimo spero, ma non si può dire con certezza) e se il precedente, vent'anni fa, mi aveva devastato, immaginatevi questo, affrontato alla mia non più veneranda età. 
Insomma, abbiamo cambiato casa e per assestarci, tra mobili che arriveranno non si sa bene quando, ricerche infruttuose dello scatolone giusto dove avevamo messo le mutande pulite, oltre beninteso agli impegni lavorativi, ad essere penalizzati saranno gli aggiornamenti del blog. Tanto, in ogni caso, vista la direzione editoriale assunta, orientata pressochè unicamente alle recensioni, ed essendo costretto a diradare i film visti (a parte l'assenza di tempo non ho ancora ristabilito connessione internet e Sky) e, musicalmente, essendo in una fase di totale ubriacatura a base di 'Trane e Miles, probabilmente sarei anche a corto di argomenti. 






lunedì 8 novembre 2021

Bokassa, Molotov rocktail

Dopo un esordio che ha goduto nientedimeno che dell'endorsement di Lars Ulrich (Divide and conquer, 2017) e un "attesissimo" secondo album passato piuttosto inosservato (Crismson riders, 2019) , i norvegesi Bokassa, rispettando la regola autoimposta dei due anni di tempo tra un disco e l'altro, pubblicano il nuovo lavoro: Molotov Rocktail.

A sto giro la band abbandona quasi completamente l'afflato più propriamente thrash/stoner/metal, per concentrarsi su un sound che spazia tra le diverse incarnazioni del punk (pop-hardcore-straight) e il cosiddetto scandinavian rock degli anni novanta (Turbonegro su tutti). 
Lo si capisce quasi subito, dopo un breve prologo strumentale (Freelude), quando parte la scanzonata So long, idiots che si candida ad essere la dedica dell'anno verso quanti non ci stanno propriamente simpatici. Altrettanto corrosiva (e provocatoria) la successiva Pitchfork'r'us, con cantato alla Lemmy ed improvviso coro fanciullesco. 
Con lo scorrere dei brani si fa apprezzare la buona propensione dei norvegesi alle armonie, con incursioni nel groove metal mainstream e chorus quasi arena rock (Low and Behold; Burn it all), fino alla zampata finale del lungo Immortal space pirate 3 -  Too old for this shit, un bel "doomone" che resta l'unica sortita nel metal tradizionale. 
Molto bella, infine, la copertina "da vinile" riecheggiante il mitologico  Heavy metal (il film a cartoni animati del 1981).

Insomma, un disco che, come sempre più spesso ci capita, non sposta nulla nella storia della musica, ma che ha almeno dalla sua spontaneità e divertimento.

giovedì 4 novembre 2021

Freaks out


Nella Roma occupata del 1943, poco dopo la sottoscrizione dell'armistizio firmato da Badoglio l'8 settembre, quattro esseri umani speciali: Fulvio, un uomo completamente ricoperto di pelo e dotato di una forza sovrumana, Mario, con il potere di attirare i metalli, Cencio, capace di comandare gli insetti e Matilde,  una ragazzina che emana elettricità, assieme al loro impresario Israel, animano lo scalcagnato circo Mezzapiotta. A seguito di un bombardamento che distrugge la loro tenda, i cinque decidono di affidare tutti i loro risparmi a Israel, incaricato di comprare documenti falsi e biglietti per l'America. L'impresario però non torna dalla sua missione mentre i quattro freaks, a loro insaputa, diventeranno l'obiettivo del folle nazista Franz, che, grazie a trip lisergici, riesce a vedere il futuro e si convince che solo assoldandoli riuscirà a sovvertire il destino avverso cui il reich e Hitler stanno andando incontro.

Mi capita ormai raramente di vedere un film ed avvertire una voglia, una vera e propria urgenza di commentarlo. E' successo con Freaks out di Mainetti, al quale, lo dico subito anche se deontologicamente non si dovrebbe, troverete assegnato, nell'elenco di titoli che posto bimestralmente, il voto massimo: 5/5. Qui cercherò di spiegare le ragioni che mi portano a questa consapevole sopravvalutazione, anche in relazione ai giudizi, perlopiù tiepidi, della critica togata.

Innanzitutto Freaks out è un gran bel film. Girato da dio, con effetti speciali quasi sempre dosati e coerenti, una fotografia straordinaria, prove d'attore coerenti alla cifra stilistica, soggetto, sceneggiatura, dialoghi di livello. Il villain (importantissimo per la riuscita di un action), interpretato dall'attore tedesco Frank Rogowski, come nel caso di Marinelli per Lo chiamavano Jeeg Robot, è sopra le righe il giusto, quindi centrato. Insomma, il valore artistico di questo film, a parere di chi scrive, è sicuramente da quattro stelle. Si arriva a cinque per un discorso di riconversione industriale del nostro cinema. Da questo punto di vista Freaks out potrebbe essere la produzione italiana più importante degli ultimi trent'anni. A memoria non ricordo infatti, un film ad alto budget che tenta con questa forza di lanciare il cinema italiano fuori dai suoi stantii recinti di film inutili nei quali gli insopportabili protagonisti si parlano addosso senza soluzione di continuità. E prima erano i problemi dei trentenni, poi quelli dei quarantenni, adesso i cinquantenni (forse perchè attori/registi sono sempre quelli nel corso degli anni). Anche basta, eh! 
Potrei sbagliarmi, ma credo sia dai tempi (1997) di Nirvana di Salvatores (che ci riproverà, con budget più bassi, con i due Il ragazzo invisibile) che non si assisteva ad un tentativo così coraggioso e, secondo me, riuscito, di fare, anche dalle nostre parti, cinema spettacolare e mainstream, senza rinunciare all'italianità e all'intelligenza.

Il discorso non può dunque che andare sul regista/attore/sceneggiatore/produttore Gabriele Mainetti, che ha (fin qui), resistito alle sirene che gli chiedevano un seguito di "Jeeg Robot" per concentrarsi invece su quest'opera visionaria, colorata, emozionate ed avventurosa, nata da un soggetto dell'altro enfant terrible del cinema italiano, Nicola Guaglianone. Il lavoro di Gabriele, sia dietro la macchina da presa (guardare per credere la sequenza iniziale del bombardamento aereo) che come direzione attori, è ormai ai massimi livelli. Le prove di un Santamaria (Fulvio, l'uomo lupo) completamente ricoperto di pelo, che sposta tutta la sua performance su sguardo, voce e linguaggio non verbale è impeccabile, così come quella di Castellitto jr (Cencio, il ragazzo insetto), con look tra un cyberpunk e Kurt Cobain, e di Giorgio Tirabassi, nelle vesti dell'impresario ebreo, sono significative. Anche se è della giovane e semi-esordiente Aurora Giovinazzo, nei panni della ragazza elettrica, la prova indiscutibilmente più emozionante.

In un film che prende in prestito e omaggia decine di pellicole, letteratura e fumetti: dall'ovvio Freaks di Tod Browning agli X-Men a Robin Hood (con i partigiani ribelli nelle foreste laziali invece che in quella di Sherwood, guidati da un Max Mazzotta che a sua volta sembra il compianto Flavio Bucci), da Pinocchio (lo sfarzoso circo nazista ingannevole come il "paese dei balocchi") a Le Iene (la sequenza dell'orecchio) e, nonostante una messa in scena se vogliamo molto americana, i creativi dietro al progetto riescono comunque a caratterizzare l'opera con aspetti che non sarebbero mai possibili in un film Marvel o Dc. 
Così i papà che ho visto al cinema con bambini a seguito hanno assistito, credo con imbarazzo, ad una bella chiavata a pecorina tra l'uomo e la donna lupo e ad un protagonista, affetto da un ritardo mentale, l'uomo magnete, che si masturba compulsivamente e senza pudore alcuno. Da non trascurare, infine, la rievocazione reale, seppur in una pellicola di fantasia, di un periodo storico di violenza, deportazioni e rastrellamenti, ulteriore valore aggiunto del film, soprattutto in un periodo in cui chi non vuole vaccinarsi osa paragonare la sua situazione alla persecuzione nazista agli ebrei

Insomma, un film davvero importante, forse, come dicevo, il più importante da molti anni a questa parte per l'industria cinematografica italiana. Personalmente, da appassionato, spiace leggere tanti giudizi ingenerosi espressi con il mignolo all'insù. Se vogliamo trovare difetti lo possiamo tranquillamente fare, da parte mia, ad esempio, avrei evitato la scena della fuga con il cannone, avrei definito meglio i poteri dell'uomo lupo (che a lungo, incomprensibilmente subisce) e, soprattutto, avrei messo qualche fascista, assieme ai nazisti, perchè dal film sembrano essere solo i tedeschi i responsabili delle atrocità commesse, mentre sappiamo che non è stato così. 
Preferisco tuttavia guardare il quadro generale creato da quest'opera, nella speranza (ahimè, più che nella convinzione) che Freaks out possa fare da booster ad una nuova, attesissima e diversa affermazione del cinema italiano.

lunedì 1 novembre 2021

MFT settembre/ottobre

ASCOLTI

PrinceWelcome 2 America
CarcassTorn arteries
Wayne ShorterSpeak no evil
Cannonball AdderleySomething else!
AAVVThe Metallica blacklist
PoppyFlux
AAVVI'll be your mirror: a tribute to The Velvet Undergound and Nico
Bad Religion30 Years Live
BokassaMolotov rocktail
Iron MaidenSenjutsu
Salmo, Flop
Wayne Hancock, Man of the road
John Mellencamp, The good samaritan - Tour 2000
Gang, Ritorno al fuoco
Brandee Younger, Somewhere different
Sami Yaffa, The innermost journey to your outermost mind
Sam Fender, Seventeen going under
Sweet Crisis, Tricks on my mind
Eclipse, Wired
The Royal Hounds, A whole lot of  nothin
Tom Morello, The atlas underground fire
Mastodon, Hushed and grim
Joe Bonamassa, Time clocks
Death SS, Ten
John Coltrane, A love supreme - Live in Seattle
Zac Brown Band, The comeback
Charles Mingus, Pithecanthropus erectus


VISIONI

Omicidio al Cairo (3,5/5)
The lodge (3,5/5)
I magnifici sette (1960) (3,25/5)
Il primo Natale (2,5/5)
Il collezionista di carte (3,75/5)
10 minutes gone (2/5)
Lucky day (2,75/5)
L'uomo che ingannò la morte (1959) (3,5/5)
Imprevisti digitali (3,75/5)
Il buco (2020) (3,25/5)
Affliction (3,75/5)
Valerian e la città dei mille pianeti (3,25/5)
Bullitt (3,75/5)
The host (2013) (3,25/5)
Good kill (3,5/5)
In guerra (4,25/5)
No one lives (3/5)
La rapina del secolo (2020)
The protégé (2,75/5)
Centurion (3/5)
Free Guy (2,5/5)
La grande scommessa (2015) (3,75/5)
Crows zero (3,25/5)
L'assassino (1961) (3,75/5)
L'orribile segreto del dottor Hichcock (3/5)
L'insulto (3,75/5)
Little Joe (3,75/5)
Come ti rovino le vacanze (2/5)
Lansky (2,5/5)
A casa tutti bene (2/4)
Il mostro della cripta (3/5)
Gunpowder milkshake (3/5)
Venom - La furia di Carnage (2,5/5) 
Notorious (5/5)
A cena con il lupo (2/5)
Run (3,75/5)
Il vento che accarezza l'erba (4,25/5)



Visioni seriali

The white lotus (miniserie) (3,25/5)
Coyote (miniserie) (3/5)
La casa di carta,  stagione uno (2,75/5)


LETTURE

Valerio Evangelisti, Il sole dell'avvenire

giovedì 28 ottobre 2021

Il mostro della cripta

Bobbio (Piacenza), 1988. Giò Spada è un ventenne appassionato di cinema che si diletta, assieme agli amici nerd come lui, a girare film horror casalinghi. Appassionato di un fumetto indipendente italiano, disegnato da tal Diego Busirivici, si accorge che nell'ultimo numero sono disegnati con precisione luoghi di Bobbio, inclusa una tomba nella quale dovrebbe riposare un mostro. Quando nel paese cominciano ad avvenire strani eventi, che culminano con un orribile omicidio di cui è incolpato proprio Giò, gli avvenimenti precipitano.

Da spettatore, la mia adesione ad operazioni di questo tipo, che tentano di rilanciare il cinema di genere anche in Italia (dove è stato fortissimo fino agli ottanta), è totale. 
Di Misischia avevo visto in sala The end? - L'inferno fuori e avrei voluto vedere al cinema anche quest'ultima fatica (co-sceneggiata e prodotta dai Manetti). Purtroppo non ci sono riuscito, visto che è stato distribuito poco e per un orizzonte temporale insignificante, ma appena Sky l'ha messo in programmazione l'ho recuperato. 
Il mio giudizio finale media tra l'entusiasmo di cui sopra e l'esito finale della produzione, che, purtroppo, qualche falla ce l'ha. Partiamo comunque dagli aspetti positivi, che sono sicuramente la mano dietro la mdp di Daniele, eccezionale soprattutto quando si occupa delle sequenze cariche di suspance, il lavoro di indiscutibile efficacia di effettistica "analogica" del mitologico Stivaletti (se non sapete chi è fate ammenda) e il buon bilanciamento tra atmosfere horror e momenti di comicità, equilibrio che penso fosse uno degli obiettivi del progetto. 
Tra gli aspetti negativi, lo dico con molto affetto e simpatia, la prestazione amatoriale del cast, a tratti davvero respingente (si salva Lillo, ma anche lui appare a volte come spaesato) e qualche dialogo da rivedere. Insomma, se una pellicola esce al cinema è giusto pretendere un livello di professionalità maggiore, altrimenti si fanno salve le buone intenzioni e si pianta la bandierina dell'omaggio agli action/comedy degli anni ottanta, ma poi si torna esattamente al punto di partenza e il movimento non cresce. 
E sarebbe un peccato, perchè in operazioni come questa si respira forte una smisurata passione per un certo cinema, e io altri film di Misischia vorrei proprio vederli.